Riconoscimento dell’apnea ostruttiva nel sonno come malattia cronica e invalidante; inserimento nei Livelli essenziale di assistenza; istituzione di un Registro nazionale; tutela dei lavoratori affetti; promozione di campagne di informazione e sensibilizzazione; finanziamento pari a 30 milioni di euro annui a decorrere dall’anno 2023 per tre anni. Sono i punti contenuti nella proposta di legge C. 765 dal titolo ‘Disposizioni in materia di riconoscimento dell’apnea ostruttiva nel sonno come malattia cronica e invalidante’, che vede come prima firmataria l’onorevole Carolina Varchi, capogruppo di Fdi in Commissione Giustizia della Camera, presentata oggi nel corso di una conferenza stampa che si è tenuta presso la Sala Stampa di Montecitorio (in via della Missione, 4). A partecipare, tra gli altri, l’onorevole Marcello Gemmato, sottosegretario di Stato alla Salute; l’onorevole Gian Antonio Girelli, componente XII Commissione Affari Sociali (PD); Luca Roberti, presidente dell’Associazione Apnoici Italiani; il dottor Giuseppe Insalaco, pneumologo, IFT-CNR Palermo; il professor Luigi Ferini Strambi, dell’ospedale San Raffaele di Milano.
“L’assegnazione di uno specifico codice ai fini dell’esenzione dalla spesa sanitaria, l’istituzione di centri specializzati OSA, l’erogazione di dispositivi terapeutici e la tutela dei lavoratori attraverso il lavoro agile per le forme più gravi sono soltanto alcuni dei principi contenuti nel provvedimento. Attraverso questo provvedimento- ha detto la deputata Varchi nel corso della conferenza stampa- vogliamo quindi tutelare i cittadini affetti da questa patologia, che spesso viene sottovalutata e che, se trascurata, può causare l’insorgenza di patologie ben più gravi”.
Secondo il sottosegretario Gemmato, quella presentata dalla collega Varchi è una “proposta di legge meritevole. C’è l’impegno del governo rispetto all’OSAS- ha fatto sapere- una patologia emergente con un costo sostanziale per le casse dello Stato, di circa 3 miliardi di euro, che oggi merita attenzione profonda da parte del Sistema sanitario nazionale. Lo strumento identificato è quello di una proposta di legge: noi, per la parte governativa, cercheremo di interrogare la commissione Lea per chiedere se l’OSAS possa entrare all’interno dei Lea e quindi sotto l’egida del Sistema sanitario nazionale pubblico, rispetto al quale queste patologie vanno ovviamente inquadrate”.
Soddisfatto della proposta di legge presentata anche il presidente dell’Associazione Apnoici Italiani, Luca Roberti, che ha commentato: “Per i pazienti questa giornata rappresenta una prima tappa importante per il riconoscimento delle Apnee Ostruttive del Sonno come patologia cronica e della sua rilevanza dal punto di vista sanitario e sociale. Ci aspettiamo che la conversione in legge migliori l’efficacia dell’approccio diagnostico e terapeutico favorendo una maggiore disponibilità di centri territoriali. L’inserimento dell’OSA nel Piano Nazionale delle Cronicità permetterà di ridurre le conseguenze del costo della terapia e delle sue complicanze, anche riducendo i costi sociali e infortunistici di una patologia dal grande impatto epidemiologico”. I disturbi respiratori nel sonno, intanto, rappresentano una delle patologie che con maggiore frequenza altera la continuità del sonno, peggiorando così la qualità della vita e provocando conseguenze a volte deleterie sulla salute di chi ne è affetto.
“Le sole apnee ostruttive colpiscono in Italia circa 7 milioni di soggetti adulti e di questi circa 4 milioni con una forma conclamata- ha fatto sapere nel corso della conferenza stampa il dottor Giuseppe Insalaco, pneumologo e I° ricercatore sui Disturbi Respiratori nel Sonno dell’Istituto di Farmacologia Traslazionale/CNR di Palermo- con percentuali ancora più elevate in chi soffre di ipertensione farmaco resistente, aritmie cardiache, diabete, malattie renali e metaboliche. A queste si aggiungono altri disturbi respiratori del sonno nei pazienti con scompenso cardiaco cronico, nella BPCO, nell’asma bronchiale, nella grave obesità, nelle malattie neuromuscolari, solo per citare alcuni esempi”. Le OSA possono poi avere importanti conseguenze sul piano neurologico. Tra tutte, spicca l’eccessiva sonnolenza diurna, che si accompagna ad un maggior rischio di incidenti stradali, domestici e in ambito lavorativo.
“Tuttavia- ha fatto sapere il professor Luigi Ferini Strambi, neurologo e primario del Centro di Medicina del Sonno dell’IRCCS Ospedale San Raffaele di Milano- recenti lavori scientifici evidenziano che il 35% dei pazienti con apnee morfeiche ostruttive lamenta non sonnolenza diurna, bensì insonnia: in particolare, si tratta soprattutto di un disturbo di mantenimento del sonno (frequenti risvegli), piuttosto che una difficoltà di addormentamento. Occorre rilevare che l’eccessiva sonnolenza diurna, legata ai microrisvegli necessari per riprendere a respirare normalmente, porta ad una riduzione dell’attenzione e della memoria. La diminuzione intermittente di ossigeno può invece creare, oltre ai noti problemi cardiocircolatori, deficit a livello delle funzioni esecutive: sono queste- ha concluso- le capacità cognitive coinvolte nella pianificazione, organizzazione e regolamentazione dei comportamenti”.
Identificare il miglior percorso preoperatorio, intraoperatorio e postoperatorio per il paziente over 18 che deve sottoporsi ad un intervento di cataratta. È l’obiettivo delle Linee guida sulla chirurgia della cataratta dell’adulto pubblicate sul portale del SNLG dell’Istituto Superiore di Sanità. Si tratta delle prime linee guida in oftalmologia. Redatte dall’Associazione Italiana dei Medici Oculisti (AIMO), in collaborazione con un panel multidisciplinare e chirurghi esperti e l’avallo di SIAARTI, SIFOP e SISO, hanno tenuto in considerazione le raccomandazioni internazionali dell’American Academy of Ophthalmology. Le Linee guida, che affrontano vari aspetti dell’intervento di cataratta, potranno essere utilizzate anche per motivare le decisioni cliniche e supportare la definizione di standard assistenziali in ambito pubblico, accreditato e privato. “In questa prima stesura- fanno sapere gli esperti- non sono stati presi in considerazione gli aspetti economici e alcune complicanze dell’intervento che saranno oggetto di un eventuale aggiornamento”.
I benefici attesi da questo documento, intanto, potranno essere l’aggiornamento delle indicazioni sui processi clinici e organizzativi sulla preparazione e conduzione della chirurgia della cataratta secondo gli attuali standard, anche correlati alle raccomandazioni di altri Paesi e di organismi scientifici sopranazionali, la razionalizzazione e l’ottimizzazione delle risorse mediche, di personale sanitario e delle risorse economiche impiegate, l’evitare la duplicazione di procedure, conservando la sicurezza dei pazienti e il contrasto all’antibiotico-resistenza.
“Esprimiamo grande soddisfazione per questa pubblicazione– commentano la presidente di AIMO, Alessandra Balestrazzi,e il Referente del Rapporto con le istituzioni, Luca Menabuoni- Si è trattato di un lavoro d’equipe, le Linee guida, infatti, sono state redatte con un panel multidisciplinare (AIMO, SIFOP, SIAARTI e SISO), con la consulenza metodologica del DEP LAZIO e con l’apporto dei revisori esterni esperti della materia. Speriamo che questo lavoro possa essere utile per i nostri colleghi per uniformare le procedure e contiamo di pubblicare presto anche le Linee Guida sulle terapie intravitreali e sul trattamento del melanoma uveale”. Le Linee guida sono disponibili per la consultazione sul sito dell’Istituto Superiore di Sanità dedicato alle Linee guida.
“Naturalmente- sottolineano Balestrazzi e Menabuoni- il documento non può essere considerato un documento immodificabile, andrà aggiornato periodicamente alla luce delle evidenze scientifiche”.
La cataratta
La cataratta è una alterazione della qualità ottica e della composizione del cristallino che influisce sulla visione. Lo sviluppo della cataratta è di norma correlato all’invecchiamento e può verificarsi in uno o in entrambi gli occhi. Il rischio di sviluppare una cataratta aumenta con ogni decennio di vita a partire dai 40 anni circa. La cataratta è la principale causa di riduzione della capacità visiva in tutto il mondo. Esistono diversi tipi di cataratta, ogni tipo ha la propria posizione anatomica e, a volte, diversi fattori di rischio per lo sviluppo.
La chirurgia si è notevolmente evoluta negli ultimi anni, consentendo di passare dall’anestesia generale alla locale e poi a quella topica, ottenuta con la semplice instillazione di colliri anestetici. Questo tipo di anestesia ha permesso di diminuire fortemente i rischi anestesiologici scrivono gli esperti.
L’Associazione
L’AIMO, nata a Roma nel 2010, è un’associazione che riunisce circa 1.500 iscritti tra oculisti e medici specializzandi in oculistica che esercitano la professione in Italia a qualunque categoria appartengano: universitari, ospedalieri, convenzionati, specialisti ambulatoriali e libero professionisti. Tutte le categorie sono rappresentate nel Consiglio Direttivo. L’A.I.M.O. è iscritta nel Registro delle persone giuridiche ai sensi del D.P.R. 10 febbraio 2000, n. 361.
L’Associazione non ha scopo di lucro e si prefigge soprattutto di tutelare la figura morale e professionale del medico oculista in un’ottica di trasparenza, coinvolgimento dei soci e contenimento dei costi. In particolare, l’AIMO si prefigge di promuovere l’aggiornamento scientifico-professionale, di favorire il collegamento di tutti i medici oculisti ovunque esercitino la professione, di promuovere e affiancare ogni iniziativa per il miglioramento delle condizioni di carriera, giuridiche e culturali dei medici oculisti.
Prosegue la collaborazione con il Cultural Welfare Center (CCW) sulla base di un progetto comune di diffusione della conoscenza sul valore delle arti e della cultura per il benessere e la salute
Il sistema di prescrizione sociale del Regno Unito è il risultato di un percorso di trasformazione sociale che, secondo alcuni studiosi, potrebbe aver preso avvio dal Peckhame Experiment, condotto tra il 1926 e il 1950. Il Pioneer Health Center, situato nella parte sud di Londra, è stato in fatti luogo di una innovativa sperimentazione sull’interazione sociale tra pazienti, famiglie, pratiche e spazi della cura. Grazie a questa pionieristica esperienza si è giunti, attraverso una strada disseminata di studi e di sperimentazioni, all’istituzione della Rete Nazionale di Prescrizione Sociale nel 2016 e, tre anni dopo, alla nascita della Social Prescribing Academy. Nel 2022, la Social Prescribing Academy, la World Health Organisation (WHO), il World Health Innovation Summit (WHIS) e UNGSII Foundation hanno pubblicato e diffuso il Playbook Global Social Prescribing Alliance, una risorsa per diffondere buone pratiche rivolte a migliorare la salute e il benessere delle persone e delle comunità, a sostenere servizi sanitari e creare nuove opportunità di lavoro, in un’ottica di sostenibilità sociale, economica e sanitaria.
Dall’OMS uno strumento prezioso per introdurre la prescrizione sociale
Playbook presenta linee guida per supportare decisori politici e organizzazioni nell’introdurre a livello nazionale o locale il sistema di prescrizione sociale come risposta efficace e sostenibile alle trasformazioni e alla crisi in corso, con un modello di assistenza sanitaria basata sulla prevenzione, sull’intervento precoce e sull’utilizzo di risorse culturali e sociali.
Il documento prende avvio dalla riflessione sull’impatto globale della pandemia di Covid 19 che ha messo in luce la fragilità dei sistemi sanitari e aumentato le disuguaglianze.
Tuttavia, gli autori osservano come gli sforzi messi in campo da governi, società e persone hanno dato prova degli straordinari risultati che si possono ottenere quando cittadini, comunità e stati si impegnano in sfide comuni.
Il manuale:
spiega la prescrizione sociale e chiarisce i ruoli delle figure che operano all’interno del sistema, in particolare, degli operatori di collegamento;
per favorire decisori politici, le organizzazioni di volontariato e la società civile nel progettare gli interventi con le comunità, aumentare l’offerta di attività e servizi di arte, cultura, sport, ecc.
definendo gli impatti che il sistema di prescrizione sociale può avere nella vita delle persone, nell’economia e all’interno del sistema sanitario;
con elementi utili per l’autovalutazione, il monitoraggio e la misurazione degli impatti della prescrizione sociale.
Il punto di forza della prescrizione sociale è mettere al centro la persona
Il punto di forza della prescrizione sociale è mettere al centro la persona, concentrandosi su ciò che conta nelle loro esistenze, sui valori, sulle competenze e potenzialità.
Il paradigma della prescrizione sociale è profondamente radicato nell’assistenza personalizzata e nei processi di co-progettazione e gestione che coinvolgono persone e comunità.
Gli impatti sociali del sistema di prescrizione vengono valutati nelle dimensioni del senso di appartenenza, del supporto relazionale e sociale, nella riduzione della solitudine, nel miglioramento della salute mentale e fisica, nell’aumento dell’inclusione, dell’empowerment delle persone e della pro-attività all’interno delle comunità.
Gli impatti sul servizio sanitario e sull’economia si registrano nella diminuzione dei ricoveri, delle presenze nei pronto soccorso e di richieste di visite mediche, con effetti economici sugli investimenti.
Il percorso per l’introduzione della prescrizione sociale
Il manuale suggerisce sette passi:
Lo sviluppo della prescrizione sociale a livello locale
Lo sviluppo e il sostegno delle comunità e dei gruppi locali
La centralità della figure dell’addetto alla prescrizione e del connettore della comunità
La progettazione condivisa con le persone
La formazione professionale
La garanzia dell’impegno clinico
La misurazione degli impatti
La prescrizione sociale dovrebbe essere co-prodotta con la comunità
Una buona prescrizione sociale si ottiene quando tutti i partner locali lavorano insieme per costruire risorse e servizi, attraverso un approccio basato sui punti di forza, sull’individuazione e comprensione dei maggiori problemi da affrontare insieme nella comunità, sulla mappatura delle persone e delle risorse. La prescrizione sociale dovrebbe essere co-prodotta con la comunità, in particolare, con il coinvolgimento delle persone più fragili, con le organizzazioni di volontariato, i gruppi religiosi, le minoranze, le realtà di impresa sociale. Le organizzazioni locali e le reti di comunità profondamente radicate nel territorio dovrebbero essere messe in dialogo e relazione con il sistema sanitario. Da parte loro, i medici e le istituzioni socio-sanitarie, incaricate di fornire le prescrizione sociali, devono poter ricevere dalle comunità locali le informazioni sui servizi attivati nei territori. Ciò esige un investimento continuo per i gruppi di volontari e per le organizzazioni che operano nelle comunità.
Fondamentale è la figura del Link working, professionista che mette in collegamento i diversi attori del sistema di prescrizione locale, che deve poter avere una formazione specifica attraverso un percorso accreditato.
La prescrizione sociale funziona?
Il Playbook riporta una sintesi delle evidenze che dimostrano come la prescrizione sociale possa aumentare la salute delle persone, migliorare la qualità della vita e il benessere emotivo.
Tra le evidenze si segnala uno studio sulla recente sperimentazione condotta in Ontario, Canada, con il coinvolgimento di oltre 1.100 persone, per oltre 3.300 prescrizioni sociali. I pazienti hanno riportato miglioramenti generali in termini di salute mentale e di capacità di autodeterminazione, con benefici significativi quali la diminuzione della solitudine, un maggiore senso di connessione e di appartenenza. Gli operatori sanitari lo confermano: nel 12% dei pazienti coinvolti è stato riscontrato un miglioramento della salute mentale, nel 49% una diminuzione della solitudine, nel 19% un aumento della partecipazione alle attività sociali.
Nella stessa direzione va un recente studio dell’Università di Westminster che ha indicato come, con la prescrizione sociale, le visite mediche si riducano in media del 28% e gli accessi al pronto soccorso del 24%.
In merito all’impatto positivo sul sistema sanitario e sull’economia, uno studio condotto su questi effetti dalla Sheffield Hallam University ha rilevato un calo del 7% dei ricoveri ospedalieri e una riduzione del 17% delle presenze al pronto soccorso. Se si escludono i pazienti di età superiore agli ottant’anni, le riduzioni appaiono del 19% e del 23%. Analoghi sono stati i risultati delle prescrizioni sociali a Rotherham, dove oltre 4.000 pazienti hanno beneficiato delle prescrizioni, con una valutazione dell’impatto economico, tra il 2012 e il 2015, stimata in un risparmio di 500.000 sterline.
La prescrizione sociale è un processo che consente di allontanarsi da un modello “riparativo” per dirigersi verso un sistema salutogenico, che aiuta a costruire e promuovere la salute: non solo pazienti con bisogni ma, prima di tutto, persone con risorse da condividere nella società.
AGENAS pubblica un approfondimento sull’andamento dei costi energetici nelle Aziende Sanitarie Pubbliche di tutte le Regioni, tra il 2021 e il 2022, ad integrazione della recente pubblicazione a livello nazionale e regionale.
In considerazione del progressivo aumento del costo delle risorse energetiche in tutta Europa, incremento ancor più rilevante a seguito dallo scoppio del conflitto in Ucraina e dalla spirale inflazionistica tuttora in corso, AGENAS ha effettuato delle analisi sull’andamento dei costi energetici nelle Aziende Sanitarie Pubbliche, confrontando i dati 2022 e 2021 tra le Regioni e Province Autonome e a livello intra-regionale.
Lo scopo dei documenti – presenti sul sito istituzionale dell’Agenzia e suddivisi per singola Regione e Prov. Autonoma – è quantificare, tramite l’analisi dei conti economici delle Aziende sanitarie pubbliche, l’andamento dei costi energetici nei bilanci, fornendo una rappresentazione sintetica che prende in considerazione le spese di riscaldamento, le utenze elettriche e altre spese inerenti agli aspetti energetici.
Il lavoro si inserisce tra le iniziative a supporto nel Ministero della salute, delle Regioni e Province Autonome di Trento e Bolzano ed esula da valutazioni su politiche regionali di efficientamento energetico o su variabili di contesto che possano aver influenzato l’andamento rappresentato, trattandosi essenzialmente di una fotografia dei dati registrati nei conti economici degli anni di riferimento.
Si ricorda, infine, che il legislatore ha previsto per l’anno 2022 finanziamenti per gli enti del Servizio Sanitario Nazionale al fine di contrastare gli effetti dell’aumento dei prezzi delle fonti energetiche.
La Commissione europea ha pubblicato una relazione sull’attuazione della direttiva sul rumore ambientale, stabilendo nuovi modi per ridurre ulteriormente l’inquinamento acustico. La relazione mette in luce i progressi ottenuti dal 2017, anno dell’ultima relazione, che includono un monitoraggio più sistematico dell’inquinamento acustico nei paesi dell’UE e l’adozione, da parte degli Stati membri, di piani d’azione contro l’inquinamento acustico.
La relazione evidenzia tuttavia la necessità di aumentare il numero di misure politiche, se si vuole ridurre del 30% entro il 2030 il numero di persone interessate dall’inquinamento acustico causato dai trasporti, come stabilito nel piano d’azione per l’inquinamento zero.
Nell’UE l’inquinamento acustico rappresenta la seconda maggiore minaccia ambientale per la salute dopo l’inquinamento dell’aria: più di 100 milioni di persone, vale a dire il 20% della popolazione, sono esposte a livelli eccessivi di rumore. I rumori più nocivi provengono da strade, ferrovie e traffico aereo.
Virginijus Sinkevičius, Commissario per l’Ambiente, gli oceani e la pesca, ha dichiarato: “Il rumore non è solo fastidioso: è una seria minaccia per la salute. Il rumore aumenta i livelli di stress, disturba il sonno, influenza la capacità di apprendimento e incide persino sulla frequenza di infarti e malattie cardiache. La relazione pubblicata oggi dimostra che dobbiamo agire in maniera più decisa per contrastare questa minaccia, spesso sottostimata, alla salute pubblica. Agire contro l’inquinamento acustico costituisce non solo un dovere nei confronti dei cittadini, per migliorare le loro condizioni di salute, ma anche un’enorme opportunità economica, per l’industria dell’UE, per stimolare l’innovazione nel campo delle tecnologie di riduzione del rumore, in particolare nel settore della mobilità.”
La relazione suggerisce prassi per i principali settori dei trasporti responsabili del disturbo acustico. Sottolinea inoltre che devono essere coinvolti attori diversi, vale a dire il livello nazionale, le autorità competenti e gli operatori di infrastrutture e modi di trasporto innovativi, che si impegnino ulteriormente a ridurre il rumore nelle tecnologie e nei prodotti fin dall’inizio.
La Commissione, da parte sua, cercherà di migliorare l’attuazione complessiva della direttiva sul rumore ambientale e studierà mezzi per rafforzarla, in particolare stabilendo obiettivi relativi al rumore e tenendo in considerazione l’impatto di quest’ultimo sulla biodiversità.
Negli ospedali italiani servono 37mila posti letto in più, passando dunque dagli attuali 235mila a 272mila e portando il numero di letti ogni 100mila abitanti da 3,9 a 4,5, rimanendo comunque distante dalla media europea, pari a 5,3 posti letto ogni 100mila abitanti. Un aumento dunque necessario a recuperare i 37mila posti letto tagliati negli ultimi 10 anni che hanno ridotto notevolmente l’offerta sanitaria, facendo allungare le liste d’attesa e costringendo chi può a rivolgersi alla sanità privata. Al contempo, com’è ovvio, andrebbe rafforzato anche il personale sanitario, oggi invece ridotto all’osso dal blocco del turnover, dal tetto alla spesa sul personale e dalla fuga di professionisti dalla sanità pubblica.
Secondo il sindacato dei medici Federazione CIMO-FESMED (a cui aderiscono le sigle ANPO, ASCOTI, CIMO, CIMOP e FESMED) occorrerebbe dunque invertire il processo avviato dal DM 70/2015, che ha portato a tagliare in modo lineare ospedali e posti letto senza rafforzare al contempo l’assistenza territoriale.
«I pazienti che vanno in Pronto soccorso devono aspettare giorni in barella, in condizioni spesso indegne, perché nei reparti non ci sono posti letto sufficienti per ricoverarli – dichiara Guido Quici, Presidente CIMO-FESMED -. Per un intervento chirurgico bisogna attendere anni perché le capacità delle strutture sono eccessivamente limitate. A tutto questo ovviamente si aggiunge la carenza di personale, altra criticità che va affrontata con un piano straordinario di assunzioni e di incentivi per i dipendenti del Servizio sanitario nazionale in modo da rendere nuovamente attrattiva la sanità pubblica e frenare la fuga verso il privato».
«È vero che una parte dei bisogni di salute dei cittadini sarà assorbita dalle case e dagli ospedali di comunità finanziate dai fondi del PNRR – aggiunge Quici -; ma occorreranno anni per renderli funzionanti, se mai lo saranno davvero, mentre l’emergenza ospedaliera è oggi, e va affrontata rapidamente. D’altro canto anche l’Ufficio parlamentare di bilancio recentemente ha confermato di nutrire gli stessi dubbi che CIMO-FESMED evidenzia da tempo in merito alla valutazione delle risorse correnti necessarie a rendere operative sia le nuove strutture di assistenza sanitaria territoriale che l’adeguamento del personale».
«Da tempo chiediamo una riforma del DM 70/2015, che ha mostrato tutti i suoi limiti, da attuare in parallelo con la riforma dell’assistenza sanitaria territoriale. Da anni invece su questi temi non c’è alcun confronto con i sindacati. Domani incontreremo nuovamente il Ministro della Salute Orazio Schillaci e, ancora una volta, gli chiederemo di avviare una riforma complessiva del Servizio sanitario nazionale coinvolgendo anche i rappresentanti dei lavoratori», conclude il Presidente della Federazione CIMO-FESMED.
Nell’ambito del Data Protection Day, la Giornata mondiale della privacy che si celebra ogni anno per ricordare la firma della Convenzione sulla protezione delle persone rispetto al trattamento automatizzato di dati a carattere personale (meglio conosciuta come “Convenzione 108”) del Consiglio d’Europa, avvenuta il 28 gennaio 1981, l’Enisa (European Union Agency for Cybersecurity), l’Agenzia dell’Unione europea per la cybersicurezza, ha pubblicato la guida Engineering Personal Data Sharing.
Focalizzato sul tema della ingegnerizzazione del processo di protezione dei dati personali, il rapporto tratteggia le modalità attraverso cui le tecnologie e le tecniche di sicurezza informatica sono in grado di supportare l’attuazione deiprincipi generali enunciati dal GDPR. Con riferimento al comparto sanitario, vengono analizzati casi d’uso specifici per la condivisione dei dati personali.
In quest’ottica è di innegabile importanza che i titolari dei dati acquisiscano i principi in materia di protezione nonché i diritti e le libertà degli interessati, applicando misure consone e tutele indispensabili per consolidare questi principi e permettere l’esercizio di tali diritti.
Com’è noto, il 27 aprile 2016 è stato approvato il Regolamento generale sulla protezione dei dati 2016/679 (GDPR), che ha abrogato la disciplina previgente. Sul piano nazionale, il Regolamento ha trovato attuazione nel decreto legislativo n. 101 del 10 agosto 2018, che ha modificato il nostro “Codice in materia di protezione dei dati personali”, precedentemente introdotto con il decreto legislativo n. 196 del 30 giugno 2003.
Ma oggi a che punto è il percorso di “evoluzione culturale” che, nell’ambito indicato, ha imposto alle strutture sanitarie di ripensare la struttura dei propri processi organizzativi?
Risponde l’avvocato Gabriele Chiarini, Managing Partner dello Studio Legale Chiarini: “Le strutture sanitarie hanno fatto notevoli progressi, ma c’è ancora molto lavoro da fare per completare questo percorso di adeguamento alle normative in materia di trattamento dei dati personali. Un cammino, direi, in continua evoluzione, anche perché si rende necessario garantire la conformità al Regolamento Ue delle nuove esigenze e delle nuove tecnologie che assumono rilievo in ambito sanitario”. Precisando poi che “a prescindere dalle note problematiche emerse nel contesto pandemico (ormai, speriamo, superate), penso soprattutto ai processi di acquisizione del consenso dei pazienti, alla regolamentazione degli accessi ai dati sanitari da parte degli operatori, alla valutazione d’impatto prevista dal GDPR e, in generale, a tutte le questioni più o meno inedite che si pongono in materia di sanità digitale: dal fascicolo sanitario elettronico al dossier sanitario o alla cartella clinica elettronica, alle app mediche, alla sicurezza informatica dei dati. Senza dimenticare le nuove frontiere dell’intelligenza artificiale”.
Protezione dei dati personali: il ruolo attivo dell’utente
Stando a quanto riportato dall’Agenzia dell’Unione europea per la cybersicurezza, il primo approccio base per assicurare la trasparenza nei confronti dell’utente è quello di verificare chi avrà accesso ai suoi dati, per quanto tempo ciò avverrà e quale parte dei dati verrà condivisa (da qui, il ruolo attivo dell’utente). Un aspetto, questo, che l’avvocato Chiarini, presidente della Fondazione Sanità Responsabile, ritiene fondamentale. “Del resto, questi principi sono stati affermati sin dall’introduzione del precedente codice della privacy. È vero che il trattamento dei dati sanitari non necessita del preventivo consenso del paziente se avviene esclusivamente per finalità di cura (oltre che in casi eccezionali, come ad esempio emergenze sanitarie, sismi o altri motivi di interesse pubblico). Ma, al di fuori di questa ipotesi, c’è bisogno del consenso dell’interessato, preceduto da idonea informativa, che deve essere concisa, trasparente, intelligibile e facilmente accessibile, scritta con linguaggio semplice e chiaro”.
Il paziente deve essere consapevole di cosa accadrà ai suoi dati sanitari
Non è tutto. Poiché, spiega ancora il legale, “la condivisione e l’analisi dei dati sanitari può avere un impatto significativo sullo sviluppo dei sistemi sanitari e sul miglioramento degli approcci terapeutici, con evidenti ricadute benefiche per i cittadini. Ma il paziente deve essere consapevole di cosa accadrà ai suoi dati sanitari: deve sapere chi potrà accedervi, per quali finalità, come e per quanto tempo durerà il trattamento, se e quali dati potranno essere condivisi con soggetti terzi e per quali scopi”. Il ruolo attivo dell’interessato viene considerato, dunque, come una prima tutela a garanzia dell’osservanza dei requisiti previsti dalla normativa Ue in materia di protezione dei dati personali.
Condivisione dei dati da parte del personale autorizzato
Più potere all’utente, ma anche maggiore attenzione alla gestione delle cartelle cliniche elettroniche. Fermo restando che, all’interno della sua guida, l’Enisa esplicita alcuni esempi di applicazione delle tecniche crittografiche, permane l’importanza della cartella clinica elettronica nel perseguire la dematerializzazione completa dei processi clinico/ambulatoriali.
“Parliamo uno strumento irrinunciabile, al pari del dossier sanitario e del Fascicolo Sanitario Elettronico, anche se sarebbe auspicabile una riorganizzazione che unifichi gli strumenti di gestione digitale dei percorsi di cura, partendo dalla centralità del paziente e arrivando alla creazione di un vero e proprio gestionale unico dei dati sanitari: sicuro, interoperabile ed accessibile ai soggetti autorizzati a trattare i dati per finalità di cura”, puntualizza l’avvocato Chiarini. Ricordando poi che “la dematerializzazione e la digitalizzazione riducono i tempi di accesso ai dati clinici dei pazienti, migliorano l’efficienza dei processi sanitari e riducono il rischio di errori dovuti alla mancata disponibilità di documenti cartacei”.
È inevitabile, però, che nuovi processi digitali determinino nuove riflessioni in termini di conformità alla normativa privacy. Illustra ancora il legale: “Pensiamo alle questioni che si pongono in riferimento all’uso degli algoritmi, su cui il Garante è anche recentemente dovuto intervenire, avendo ravvisato che alcune aziende sanitarie trattavano i dati inseriti in sistemi basati sull’intelligenza artificiale senza una idonea base normativa, non fornendo agli interessati tutte le informazioni necessarie (in particolare sulle modalità e finalità del trattamento) e senza aver effettuato preliminarmente la valutazione d’impatto”.
I costi legati alla sicurezza informatica sono ampiamente giustificati e ripagati dai benefici che ne derivano in termini di qualità delle cure
Da non sottovalutare poi il duplice, urgente tema della consultazione dei dati digitalizzati e delle problematiche legate al rischio dei cyber attacchi in sanità. “Nel primo caso, il Garante ha stigmatizzato ipotesi in cui era stato consentito l’accesso al dossier sanitario da parte di personale non coinvolto nel processo di cura del paziente. In rimando alle criticità rappresentate dal pericolo di attacchi informatici (ransomware, phishing o data breach), queste comportano la necessità di un impegno di risorse e competenze indispensabili a mettere al sicuro i sistemi. La carta, sotto questo profilo, è solo apparentemente meno rischiosa”, ammette ancora l’avvocato Chiarini. Fermamente convinto che “l’interoperabilità e l’accesso diffuso ai dati sanitari, che solo il supporto digitale può consentire, migliorano i processi diagnostici, terapeutici e assistenziali, garantendo livelli qualitativi superiori e diminuendo la possibilità di eventi avversi. Di fatto, i costi legati alla sicurezza informatica sono ampiamente giustificati e ripagati dai benefici che ne derivano in termini di qualità delle cure”.
Contribuire a definire delle linee guida per un accesso alle cure e ai farmaci più agile, efficiente ed efficace, partendo dalle soluzioni sperimentate durante la pandemia da Covid-19: questo l’obiettivo con cui Cittadinanzattiva, insieme ad associazioni di pazienti, medici, farmacisti e società scientifiche, sta mettendo a punto una Raccomandazione civica sull’accesso alle cure farmacologiche che sarà presentata in un evento pubblico a Roma il 30 maggio.
La Raccomandazione si cala in uno scenario nazionale e mondiale ancora oggi interessato dal Covid e tiene conto delle nuove opportunità terapeutiche e tecnologiche che la pandemia ha permesso di implementare nel sistema sanitario, puntando a semplificare e migliorare la qualità di vita dei pazienti, soprattutto i più fragili, e di chi li assiste. Il documento – assieme ad una indagine civica che fotografa anche l’accesso agli antivirali per la cura del SARS-CoV2/Covid-19 negli ultimi 12 mesi – è parte integrante del progetto “Verso un nuovo modello di accesso alle cure farmacologiche”, realizzato con il contributo non condizionante di Pfizer.
All’indagine hanno partecipato 6 Presidenti di Associazioni dei pazienti del CnAMC (AISC – ALICE – BPCO – EUROPA DONNA – RESPIRIAMO INSIEME – WALCE), 23 Presidenti di Federazioni e Società dei medici di medicina generale (FIMMG e SIMG), 46 Presidenti degli Ordini dei Farmacisti (FEDERFARMA e FOFI) e 46 Presidenti di società scientifiche (AIOM – CIPOMO – SIC – SID – SIP – IRS – SITI – CARD).
I dati della indagine, che sarà presentata nella sua interezza sempre il 30 maggio, rivelano che, negli ultimi 12 mesi, la misura maggiormente implementata durante la pandemia – rispetto al periodo pre-covid – è stata la ricetta dematerializzata (lo afferma l’82,6% dei medici di medicina generale, l’84,8% dei rappresentanti delle società scientifiche e il 93,5% dei farmacisti). Riguardo i programmi di telemedicina, solo 1 su 2 dei medici di medicina generale ha dichiarato che il loro utilizzo è stato implementato rispetto al periodo pre-covid, mentre più incoraggianti risultano i dati ricevuti dagli altri professionisti della salute (sì per l’82,6% delle società scientifiche; sì per il 76,1% dei farmacisti). Anche le Associazioni di pazienti confermano i dati rispetto all’utilizzo della ricetta dematerializzata e delle applicazioni di telemedicina che è cresciuto rispetto al periodo pre-covid. Altri strumenti di digital health (app di prenotazione di esami/visite, di vaccinazioni) risultano implementati per il 69,6% dei medici di medicina generale, il 71,7% delle società scientifiche, il 69,6% dei farmacisti.
Una delle procedure maggiormente attivate sul territorio risulta essere la prenotazione di visite ed esami tramite CUP (per il 78,3% dei medici di medicina generale, l’84,8% delle Società scientifiche e il 78,3% dei farmacisti).
Tra gli strumenti digitali, il Fascicolo Sanitario Elettronico stenta ancora a decollare, sia per quanto concerne la sua attivazione (lo dice il 56,5% dei medici di medicina generale, il 47,8% dei farmacisti e il 67,6% dei rappresentanti di società scientifiche), sia rispetto all’utilizzo quotidiano (47,8% per i medici di medicina generale, 63% per i farmacisti, 56,5% per le società scientifiche). Il rinnovo automatico del Piano Terapeutico è la misura meno implementata rispetto al periodo pre-pandemico secondo il 69,6% dei medici di medicina generale, il 54,3% delle società Scientifiche e per il 52,2% dei farmacisti.
La consegna di farmaci e di dispositivi al domicilio del paziente, secondo quanto afferma il 69,6% dei medici di medicina generale, non risulta decollata rispetto al periodo antecedente alla pandemia. Anche per le società scientifiche la consegna risulta implementata solo per il 30,1% dei rispondenti. Non sono dello stesso avviso i farmacisti che ritengono sia stata implementata (84%) rispetto al passato.
“I dati – commenta Valeria Fava, Responsabile coordinamento politiche per la salute di Cittadinanzattiva– ci dicono che è indispensabile far crescere la digitalizzazione dei servizi e lavorare per eliminare la burocrazia inutile. Tra le prime soluzioni: arrivare in breve tempo ad un fascicolo sanitario elettronico diffuso, accessibile ed efficace, rendere la ricetta elettronica permanente e non più soggetta a proroghe continue, rivedere la normativa sui piani terapeutici rendendo la procedura meno burocratica per medici e pazienti, implementare l’utilizzo della telemedicina favorendo programmi di formazione a cittadini/caregiver e operatori sanitari, favorire l’accessibilità al farmaco attraverso modelli di distribuzione più prossimi al paziente e la consegna al domicilio”.
In riferimento alle cure per il Covid-19, l’indagine evidenzia – con il 65,2% dei medici di medicina generale intervistati, il 42,3% di specialisti e il 43,8% di farmacisti – che negli ultimi 12 mesi alcune terapie hanno subito una sovra-sotto prescrizione rispetto all’appropriatezza: sovra-prescrizione di farmaci antibiotici, antinfiammatori, cortisonici e integratori per il sistema immunitario; sotto-prescrizione, invece, per i farmaci antivirali per il Covid-19 per i pazienti non in regime di ricovero. In riferimento a questi ultimi farmaci, medici, società scientifiche e farmacisti (rispettivamente nelle percentuali del 65,2%, del 50% e del 45,7%) individuano la principale criticità nella mancata comunicazione nei tempi previsti dello stato di positività al Covid-19 da parte del paziente; così come le difficoltà di erogazione delle stesse terapie antivirali sono da rintracciarsi nei tempi ristretti tra l’accertamento della positività e quelli previsti per l’avvio della terapia (per il 47,8% dei medici di medicina generale, il 41,3% delle società scientifiche e il 54,3% dei farmacisti).
Le società scientifiche e i farmacisti segnalano (rispettivamente tra il 30% e il 40% circa) poca conoscenza riguardo tali farmaci e a proposito della prescrizione di alternative terapeutiche; problema, questo, meno segnalato dai medici di medicina generale. Rispetto agli ultimi 12 mesi, i programmi di formazione sono stati diretti ad accrescere le competenze dei professionisti sulle terapie per il covid -19, come confermano i medici di medicina generale (73,9%) e i farmacisti (63%). La maggior parte dei medici (80%) e dei farmacisti (61%) dichiara che i pazienti a cui è stata prescritta la terapia farmacologica antivirale si fida della proposta fatta dal medico e la assume, anche se permane un certo timore degli effetti collaterali (lo dichiara il 52,2% dei medici di medicina generale, il 28,3% degli specialisti e il 56,5% dei farmacisti).
“Il contrasto al covid è una battaglia ancora in corso e non dobbiamo abbassare la guardia. I dati emersi dalla survey suggeriscono che per assicurare l’accesso alle cure per il covid-19, è necessario lavorare ancora molto sull’informazione e sulla consapevolezza dei cittadini rispetto ai rischi del covid sulla salute e quindi sensibilizzare sui comportamenti da adottare per favorire al massimo la tempestività nella presa in carico da parte dei medici e l’avvio delle terapie più appropriate nei tempi utili. Dall’altra è importante lavorare sulla formazione dei medici e dei farmacisti per accrescere le competenze su queste terapie e favorire così la garanzia dell’accesso alle cure”, conclude Valeria Fava.
È stato pubblicato sulla Gazzetta Ufficiale n. 63 del 15 marzo 2023 il decreto 23 gennaio 2023 che disciplina la composizione e le funzioni dell’Osservatorio nazionale dei prezzi dei dispositivi medici. L’Osservatorio opera presso la Direzione generale dei dispositivi medici e del servizio farmaceutico del Ministero della salute.
L’Osservatorio è così composto: a) dal direttore della Direzione generale dei dispositivi medici e del servizio farmaceutico o suo delegato, con funzioni di presidente; b) dal direttore della Direzione generale della programmazione sanitaria del Ministero della salute o suo delegato; c) dal direttore della Direzione generale della digitalizzazione, del sistema informativo sanitario e della statistica del Ministero della salute o suo delegato; d) da un componente designato dal Ministero delle imprese e del Made in Italy; e) da un componente designato dal Ministero dell’economia e finanze; f) da un componente designato dal Ministero del lavoro e delle politiche sociali; g) dal direttore generale dell’Agenzia nazionale per i Servizi sanitari regionali (Agenas) o suo delegato;h) da un componente designato dall’Istituto superiore di sanità; i) da tre componenti designati dalla Conferenza delle regioni e delle province autonome; l) da un componente designato dall’Istituto nazionale per l’assicurazione contro gli infortuni sul lavoro; m) da un componente individuato dalle associazioni maggiormente rappresentative dell’industria dei dispositivi medici; n) da due rappresentanti e delle associazioni dei pazienti e dei cittadini, di volta in volta individuati in coerenza con l’atto di indirizzo del segretario generale del Ministero della salute del 3 ottobre 2022.
L’Osservatorio è supportato dalla Cabina di regia per l’Health technology assessment (Hta) e potrà avvalersi del supporto delle Direzioni generali del Ministero della salute, dell’Agenzia nazionale per i servizi sanitari regionali (Agenas), di esperti in possesso di professionalità specifiche operanti nelle strutture del Servizio sanitario nazionale (Ssn), nonché delle collaborazioni con Enti universitari e di ricerca.
Il sistema informativo a supporto dell’Osservatorio sarà assicurato dalla Direzione generale della digitalizzazione, del sistema informativo sanitario e della statistica del Ministero della salute. L’Agenas curerà l’istruttoria dell’attività finalizzata a consentire all’Osservatorio la verifica della coerenza dei prezzi a base d’asta rispetto ai prezzi di riferimento definiti dall’autorità nazionale anticorruzione o ai prezzi unitari disponibili nel flusso consumi del Nuovo sistema informativo sanitario (Nsis).
Ai componenti dell’Osservatorio e alle persone eventualmente invitate a partecipare alle riunioni non spetterà alcun compenso, gettone di presenza o altro emolumento comunque denominato. Le attività previste dal decreto saranno realizzate con le risorse umane, strumentali e finanziarie disponibili a legislazione vigente.
Nasce un’alleanza tra Regione Friuli Venezia Giulia e Confindustria Udine e Pordenone per la promozione e tutela della salute nei luoghi di lavoro. Si tratta di un progetto triennale per sviluppare buone pratiche in favore della salute dei lavoratori e per ottenere la certificazione WHP (Workplace Health Promotion).
Il WHP è un programma raccomandato dall’Organizzazione mondiale della sanità che sostiene la promozione della salute nei luoghi di lavoro, presidiando specificatamente la prevenzione dei fattori di rischio comportamentali delle malattie croniche e degenerative e la promozione dell’invecchiamento attivo e in buona salute: tutto questo mediante cambiamenti organizzativi all’interno delle aziende e dei luoghi di lavoro in generale, per incoraggiare e facilitare l’adozione di stili di vita salutari.
Il progetto è stato messo nero su bianco in un protocollo sottoscritto dal vicegovernatore e assessore con delega alla Salute del Friuli Venezia Giulia, Riccardo Riccardi, dalla vicepresidente Anna Mareschi Danieli per la Confindustria Udine e da Michelangelo Agrusti, presidente di Confindustria Alto Adriatico (Pordenone).
Il progetto si pone obiettivi ambiziosi nell’ambito di 6 aree tematiche:
corretta alimentazione
contrasto al fumo
attività fisica
sicurezza stradale e mobilità sostenibile
contrasto al consumo di alcol e alle altre dipendenze
benessere lavorativo e della conciliazione vita-lavoro.
Per ottenere la certificazione sarà necessario attivare annualmente interventi migliorativi per raggiungere target definiti: attivazione di 2 delle 6 aree tematiche ogni anno. È anche prevista una giornata annuale nella quale saranno premiate e accreditate le aziende che rispondano ai requisiti richiesti dal modello WHP FVG.
Che cosa vuol dire promuovere la salute sui luoghi di lavoro
Partiamo dalle basi. L’Organizzazione mondiale della sanità ha definito nel 1948 la salute come “uno stato di completo benessere fisico, sociale e mentale, e non soltanto l’assenza di malattia o di infermità. La salute è una risorsa per la vita quotidiana e non lo scopo dell’esistenza. Si tratta di un concetto positivo che valorizza le risorse sociali e personali, oltre alle capacità fisiche (…)”.
È una definizione che risente non solo del periodo storico in cui è nata, ma anche di un ideale impossibile da realizzare, soprattutto nel perseguire un “completo benessere”. Nel tempo, quindi la definizione è stata cambiata, ponendo l’accento su alcuni aspetti, come “la capacità di adattamento e di auto gestirsi di fronte alle sfide sociali, fisiche ed emotive”.
Quest’ultima definizione rispecchia maggiormente la dinamicità della realtà ed evidenzia la centralità dell’individuo e delle capacità personali di resilienza o di fronteggiare, mantenere e ripristinare la propria integrità, il proprio equilibrio e senso di benessere.
Il concetto di “Promozione della Salute”, invece è stato definito nel 1986 dalla Carta di Ottawa come “il processo che consente alle persone di esercitare un maggiore controllo sulla propria salute e di migliorarla”.
La Carta aggiunge pertanto un altro tassello che va oltre la prevenzione, oltre gli stili di vita e punta al benessere. Promuovere la salute rappresenta quindi un processo sociale e politico globale, che non comprende solo le azioni dirette a rafforzare le abilità e le capacità dei singoli individui, ma anche condotte per modificare le condizioni sociali, ambientali ed economiche, attenuando il loro impatto sulla salute del singolo e della collettività.
Le basi da cui partire quindi ci sono, anche se dovranno fare i conti con la disomogeneità delle organizzazioni aziendali e con le differenze strutturali tra Nord e Sud. La sfida è attuare nel concreto un piano così ambizioso ma necessario e virtuoso, pur muovendosi in un panorama tanto complesso.
“Ogni singola realtà andrà calibrata un’azione incisiva ma equilibrata e tailor made, per non ottenere paradossalmente un effetto contrario alle aspettative. Tuttavia, io sono fiduciosa nelle persone e nelle aziende, perché l’obbiettivo è comune: un collaboratore soddisfatto e in salute crea un’organizzazione soddisfatta e in salute”, spiega Anna Mareschi Danieli di Confindustria Udine.
“Affinché gli obiettivi prefissati trovino realizzazione è necessaria la presenza non solo di una struttura industriale adeguata, ma anche di una sensibilità verso il benessere dei lavoratori che è tipica delle realtà che hanno relazioni industriali di livello. A prescindere, quindi, dalle tipologie pubblico/privato o di natura geografica, gli interventi che investono sul benessere dei lavoratori dipendono dallo stato delle relazioni e dalla scala valoriale aziendale”, aggiunge MichelangeloAgrusti di Confindustria Alto Adriatico.
Del resto anche l’INAIL è consapevole della complessità del mondo dei lavoratori e delle lavoratrici, della varietà degli approcci. Per promuovere la salute nei luoghi di lavoro, il primo passo da fare è un’analisi attenta dei bisogni, adottando una visione che osserva la realtà da più prospettive. Ciò consente di riconoscere l’importanza di aspetti come l’età, il genere, la nazionalità, le condizioni di salute, le tipologie di contratto e l’estrema diversità delle condizioni socio-economiche, anche tra le diverse Regioni.
“Siamo consapevoli della necessità di creare una rete territoriale capace di dare risposte di salute appropriate: la concezione “ospedalecentrica” deve lasciare spazio necessariamente a una visione e a un’azione, anche culturali e non solo strutturali, dove il nosocomio risponda alla sola acuzie e non alla cronicità, vero fenomeno quest’ultimo del nostro tempo, considerato l’inverno demografico che vive il mondo Occidentale e in particolare l’Italia (il Friuli Venezia Giulia è la 18a nel Paese per bassa natalità e 2a per numero di residenti anziani); viviamo di più, grazie ai progressi della scienza, e questo comporta la modifica dei modelli su cui ci muoviamo oggi, a fronte di una società profondamente mutata”, spiega il vicepresidente Riccardo Riccardi.
Il Programma WHP in Friuli Venezia Giulia
Il profilo produttivo della Regione Friuli Venezia Giulia è caratterizzato dalla presenza di circa il 93% di micro aziende (meno di 10 addetti), 5% di piccole aziende (da 10 a 49 addetti), 1% di medie imprese (da 50 a 249 addetti), 0,2% di grandi imprese (oltre i 250 addetti).
Il settore più diffuso è l’artigianato, con circa 30 mila aziende, seguito dal terziario e infine dall’industria.
Alcune aziende del territorio, negli anni, hanno attivato iniziative volte alla prevenzione delle malattie cronico-degenerative, ad esempio migliorando l’offerta della mensa aziendale, realizzando palestre interne, incoraggiando l’utilizzo della bicicletta nel percorso casa-lavoro, ecc.; altre hanno proposto interventi per promuovere il rapporto tempo di lavoro/tempo personale, ad esempio con la flessibilità dell’orario lavorativo, iniziative di time saving, giornate aperte alle famiglie dei dipendenti, borse di studio/sussidi economici per i figli dei dipendenti, ecc.
L’esperienza di una vera e propria Rete WHP FVG parte però nel 2015, quando una grossa azienda della Regione richiese all’Azienda Sanitaria un supporto per l’attivazione di un progetto dedicato proprio al benessere e alla prevenzione delle malattie cronico-degenerative per i dipendenti. Tale richiesta, suscitando l’interesse della Confindustria regionale, ha permesso l’avvio da parte della ASL di un progetto più vasto per la diffusione di questa iniziativa, anche verso altre aziende.
Un’azienda attenta alla salute, non solo migliora la produttività, ma attira personale
“Questo tipo di malattie rappresenta una vera sfida – aggiunge Barbara Alessandrini, referente per la salute e la sicurezza della Regione FVG – perché colpiscono una popolazione ancora attiva, sono curabili, ma spendendo molti soldi. Tra l’altro l’età media della popolazione attiva si sta alzando, quindi c’è anche quest’aspetto da tenere presente. Perciò, il progetto nasce proprio per ridurre i fattori di rischio come la vita troppo sedentaria, la cattiva alimentazione, l’alcol, il fumo, ecc. Non occorre poi un grande investimento da parte delle aziende. Inoltre, un’azienda attenta alla salute, non solo migliora la produttività, ma attira personale”.
L’obiettivo del progetto quindi è diretto verso la creazione di un luogo di lavoro che promuove salute attraverso una serie di interventi, come la mobilità sostenibile, l’opportunità di conciliare famiglia e lavoro, l’adesione a stili di vita salutari l’avvio di uno screening cardiovascolare, ecc.
“Credo che agire sia importante, trovando soluzioni nuove, senza aver paura di cambiare, pensando con lungimiranza al medio e lungo periodo; oggi più che mai viviamo in un periodo storico dove la sinergia tra Terzo settore, Aziende sanitarie e istituzioni diventa fondamentale e non deve mancare il confronto diretto tra la realtà viva di cui hanno esperienza le realtà del Terzo settore e l’Istituzione” conclude Riccardi.
E il benessere mentale?
Promuovere la salute nei luoghi di lavoro comprende anche il benessere mentale del lavoratore. Si tratta di una materia piuttosto “giovane”. La Commissione Europea precisa che: “per salute mentale si può intendere uno stato di benessere in cui l’individuo realizza le proprie capacità, riesce a far fronte alle normali tensioni della vita, sa lavorare in modo produttivo e fruttuoso ed è in grado di dare un contributo alla comunità in cui vive”.
La salute mentale è quindi uno stato di benessere caratterizzato da relazioni interpersonali positive e soddisfacenti e dalla capacità di affrontare le situazioni. Consolida la resilienza e l’autostima che sono elementi molto importanti per una partecipazione positiva e collaborativa nella comunità, nella società, nel lavoro e nei rapporti con il prossimo.
Sempre secondo l’OMS, nel 2020 sono state circa un miliardo le persone affette da un disturbo o un disagio mentale, in cui l’ansia e la depressione sono i più diffusi. Prima della pandemia, il disturbo depressivo colpiva circa 193 milioni di persone nel mondo (2.471 casi ogni 100mila abitanti). Dopo Covid-19, i casi sono saliti a 246 milioni (3.153 casi ogni 100.000 abitanti), con un aumento del 28%.
L’ambiente di lavoro dev’essere intrinsecamente salubre
Ciò vuol dire che è molto importante dare spazio a questo specifico aspetto della salute nel luogo di lavoro. “L’ambiente di lavoro dev’essere intrinsecamente salubre. Ciò riguarda non solo le condizioni fisiche ma soprattutto quelle di relazione. È indispensabile che i principi di correttezza, collaborazione, rispetto siano condivisi e applicati al fine di evitare situazioni di stress o peggio di disagio. Il programma WHP è uno strumento a disposizione delle imprese che non solo condividono tali principi, ma li vogliono attuare nel concreto, andando oltre una mera applicazione delle norme di legge” spiega il presidente di Confindustria Alto Adriatico.
“Senza entrare nel merito del disagio mentale, nelle aziende sappiamo da sempre che una persona sul lavoro deve sentirsi parte di una comunità accogliente e inclusiva, in cui sviluppare i suoi talenti e in cui sentirsi riconosciuto e apprezzato. Io credo che, con la collaborazione di tutte le figure aziendali, datore di lavoro, medico competente, RSPP, ma anche i collaboratori di ogni livello, si possano creare delle condizioni in cui il proprio benessere è una parte delle condizioni lavorative. Dobbiamo fare di più, ma la maggior parte delle aziende sta andando nella direzione giusta. Il Protocollo individua una serie di tematiche su cui le aziende possono e vogliono investire, proprio perché il capitale umano dell’azienda va preservato e valorizzato”, continua Mareschi.
Secondo Riccardi, “favorire a tutto campo una condizione di benessere sul lavoro non ha ricadute positive unicamente sugli spazi dove si svolgono le attività operative e produttive, quindi sulle persone direttamente coinvolte: significa creare armonia e benessere, di riflesso reale su tutta la comunità. Non solamente sotto il profilo dell’ansia e della depressione, le cui origini si inseriscono in un contesto ampio, articolato e non certo facile da intercettare, comprendere e affrontare. La promozione di stili di vita sani, la formazione e la conoscenza delle buone pratiche, l’informazione fornita all’interno dello spazio di lavoro, così come anche all’interno delle scuole, permette di “contagiare” in forma osmotica le tante aree di vita quotidiana delle nostre comunità: chi opera in un’azienda ha la possibilità di apprendere i “fondamenti” del condurre uno stile di vita sano, quindi comunica le buone pratiche alla propria famiglia, alla propria cerchia amicale, ai propri coetanei. In questo circolo virtuoso, che vede il cittadino anche come soggetto responsabile della diffusione della civiltà della salute, beneficiano tutti”.
Dimissioni in crescita
Secondo l’Osservatorio sul precariato dell’INPS, le dimissioni dal lavoro hanno registrato un incremento nel primo trimestre 2022 rispetto al 2021 e al 2019. Il progetto di promozione della salute nei luoghi di lavoro potrebbe invertire questa tendenza.
“La situazione che stiamo vivendo in questo complesso momento storico ci ha portato a ricercare di soluzioni capaci di mantenere la sostenibilità del sistema sanitario pubblico, che crediamo vada rifondato con somma urgenza a livello nazionale”, spiega il vicegovernatore Riccardi. E aggiunge: “in questo solco si inserisce la sottoscrizione dell’accordo con le associazioni industriali del Friuli Venezia Giulia, con la piena condivisione di tutti i soggetti coinvolti. Alcune iniziative sono state già messe in atto, altre lo saranno mano a mano che il progetto avanzerà, affiancandosi alle altre iniziative che la Regione Autonoma Friuli Venezia Giulia porta avanti ormai da cinque anni nella consapevolezza che la conoscenza, la trasmissione della buona informazione a tutela della propria incolumità di quella degli altri, sia uno strumento fondamentale per una crescita generale della comunità tutta”.
Aggiunge Agrusti: “il fenomeno può essere spiegato a seguito degli effetti di fattori molto articolati; sicuramente promuovere condizioni che contribuiscano a creare condizioni di lavoro positive e un clima relazionale sereno può contribuire a una maggior fidelizzazione del personale. In questo senso crediamo molto nei risultati dei progetti presentati”.
Le cause della “fuga” dalle aziende
Nello specifico, parliamo di più di 1,6 milioni di dimissioni registrate nei primi nove mesi del 2022, il 22% in più rispetto al 2021. Sono gli ultimi dati trimestrali del Ministero del Lavoro.
Tra le cause di cessazione dei rapporti di lavoro, le dimissioni rappresentano, dopo la scadenza dei contratti a termine, la quota più alta. Sono numeri rilevanti e aprono questioni complesse in cui, tuttavia, la promozione della salute nei luoghi di lavoro potrebbe incidere. Un ambiente di lavoro attento alla salute, in tutti i suoi aspetti, potrebbe frenare la “fuga” dalle aziende.
Le pratiche a favore del merito, del benessere e dell’inclusione rappresentano un vantaggio quando si tratta di attrarre nuovi collaboratori e mantenere in azienda i lavoratori che già ci sono
“Le ragioni che portano alle dimissioni volontarie sono molteplici. Sappiamo però che, oltre alla questione della remunerazione, a essere rilevanti per i nostri collaboratori sono sicuramente le relazioni professionali, i valori aziendali in cui identificarsi, la possibilità di lavorare da remoto, le opportunità di carriera e il work-life-balance. Da questo punto di vista, le pratiche a favore del merito, del benessere e dell’inclusione rappresentano un indubbio vantaggio quando si tratta di attrarre nuovi collaboratori e mantenere in azienda i lavoratori che già ci sono. Come dicevo, il fenomeno del “quitting” è complesso ma ci stimola ad una riflessione sul modello di lavoro e, soprattutto, sull’importantissima esigenza di conciliare i tempi lavorativi con i tempi famigliari, questo anche per facilitare l’apporto del lavoro femminile e stimolare la natalità senza perdere i talenti delle donne sul lavoro. Credo quindi che l’intero progetto di promozione della salute, al cui interno c’è la tematica della conciliazione dei tempi di lavoro, potrà dare un aiuto e uno stimolo.” conclude la vicepresidente Mareschi.