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Acque reflue e droghe: i campioni provenienti da oltre 100 città europee rivelano le ultime tendenze

Sono stati pubblicati gli ultimi risultati del più grande progetto europeo nel campo dell’analisi delle acque reflue da parte del gruppo europeo SCORE (Sewage Analysis CORe group Europe) in collaborazione con l’Agenzia Europea per il Monitoraggio delle Dipendenze (EMCDDA) – Wastewater analysis and drugs: a European multi-city study. L‘analisi delle acque reflue o epidemiologia delle acque reflue rivela i profili di consumo delle principali droghe d’abuso in Europa con un trend in aumento di cocaina e metamfetamine.  

Obiettivo dello studio “Wastewater analysis and drugs: a European multi-city study”

Lo studio esplora il potenziale dell’epidemiologia delle acque reflue per identificare nuove sostanze psicoattive e fornire un sistema di allerta precoce per identificare le tendenze emergenti ed aiutare a valutare gli interventi di salute pubblica.

Lo studio, inoltre, si avvale di tecniche all’avanguardia in grado di determinare se i residui metabolici rilevati nelle acque reflue provengano dal consumo umano, dallo smaltimento di droghe inutilizzate o dai rifiuti provenienti da siti di produzione di droghe sintetiche. L’analisi delle acque reflue, benché utilizzata principalmente per studiare le tendenze nel consumo di droghe illecite nella popolazione generale, è una metodologia molto flessibile che può essere impiegata anche per fornire dati tempestivi in luoghi o eventi specifici, come ad esempio festival musicali o quartieri circoscritti.

La caratteristica interattiva dello studio “Wastewater analysis and drugs: a European multi-city study”

La presentazione dei risultati include un’innovativa mappa interattiva che consente all’utente di guardare i modelli geografici e temporali e di esplodere i risultati per città e per droga. Questa funzionalità interattiva è stata sviluppata per dispositivi mobili e desktop con l’obiettivo di ampliare l’accessibilità ed essere user-friendly.

I risultati dello studio “Wastewater analysis and drugs: a European multi-city study”

Il gruppo SCORE ha condotto campagne di monitoraggio delle acque reflue ogni anno a partire dal 2011: all’inizio le città monitorate erano 19, in 10 paesi diversi, mentre le droghe d’abuso monitorate erano 4. Nel corso degli anni il network di collaborazione si è ampliato notevolmente e nel 2022 sono state analizzate le acque reflue di 104 città, in 21 diversi paesi europei.

Da Copenaghen a Valencia e da Nicosia a Lisbona, lo studio ha analizzato campioni giornalieri di acque reflue prelevati in entrata agli impianti di trattamento dei reflui cittadini, tra marzo e aprile 2022. Nei campioni, derivanti da circa 54 milioni di persone, è stata effettuata la ricerca per individuare tracce di cannabis e di altre sostanze stimolanti illecite: cocaina, amfetamina, metamfetamina, MDMA/ecstasy e ketamina, quest’ultima inclusa nell’analisi per la prima volta.

I risultati mostrano un consumo di cocaina in continuo aumento, tendenza osservata già dal 2016, nonostante alcune fluttuazioni durante i lockdown. Anche la situazione delle metanfetamine sembra presentare un trend in aumento in più città analizzate. Per quanto riguarda anfetamina, cannabis e MDMA si osserva, invece, un quadro più vario: i trend di consumo variano considerevolmente a seconda dei luoghi di studio.

Interessanti le fluttuazioni nei modelli settimanali di consumo illecito di droghe: più di tre quarti delle città hanno mostrato un incremento dei consumi di  cocaina, ketamina e MDMA nei fine settimana (venerdì-lunedì), in accordo con un atteso modello ricreativo di consumo. Al contrario, i consumi delle altre sostanze (cannabis, amfetamina e metamfetamina) risultano più costanti durante la settimana.

“Lo studio europeo include in Italia la città di Milano, che monitoriamo dal 2005 – spiega Sara Castiglioni del Laboratorio di Indicatori epidemiologici ambientali dell’Istituto Mario Negri – Negli ultimi anni abbiamo osservato un incremento nei consumi in particolare di cocaina e di cannabis. Il consumo di ketamina, che monitoriamo in Italia da circa 10 anni, è anch’esso in aumento e risulta tra i più alti nelle città europee investigate. L’epidemiologia delle acque reflue si dimostra molto utile per rilevare nuovi trend di consumo anche a livello locale ed è al momento applicata anche in uno studio a livello nazionale che stiamo conducendo in collaborazione con il Dipartimento Politiche antidroga, i cui risultati verranno pubblicati a breve”.

Quali sono i risultati più importanti del gruppo SCORE?

COCAINA

I residui di cocaina nelle acque reflue sono più elevati nelle città dell’Europa occidentale e meridionale (in particolare in Belgio, nei Paesi Bassi, in Spagna e in Portogallo), ma sono state rilevati aumenti  in alcune città dell’Europa orientale. Nel complesso, più della metà delle città con dati relativi al 2021 e al 2022 ha registrato un aumento dei residui di cocaina.

METANFETAMINA

Questa sostanza, generalmente ritrovata in Repubblica Ceca e Slovacchia, è ora presente anche in Belgio, nella parte orientale della Germania, in Spagna, a Cipro e in Turchia e in diversi paesi del l’Europa settentrionale (ad es. Danimarca, Lettonia, Lituania, Finlandia e Norvegia). Delle 60 città con dati per il 2021 e il 2022, quasi due terzi hanno riferito un aumento dei residui, 15 una diminuzione e 6 una situazione stabile. Le tre città con le rilevazioni maggiori sono tutte situate nella Repubblica Ceca, seguite da città in Lettonia, Germania, Turchia e Cipro.

ANFETAMINA

Il livello dei residui di anfetamine è vario nei diversi paesi, con i carichi più elevati nelle città del nord e dell’est Europa (Belgio, Germania, Paesi Bassi, Finlandia e Svezia) e livelli molto più bassi nelle città del sud.

MDMA

Come per l’anfetamina, anche per l’MDMA  la situazione varia nei diversi paesi, i livelli più elevati sono stati trovati in Belgio, Repubblica Ceca, Paesi Bassi, Spagna e Portogallo.

KETAMINA

A seguito di segnalazioni di una maggiore disponibilità e uso di ketamina in Europa, il farmaco anestetico, usato illegalmente per scopi ricreativi, è stato incluso per la prima volta nello studio del 2022. I livelli più elevati sono stati trovati nelle acque reflue in Danimarca, Italia, Spagna e Portogallo.

CANNABIS

I più alti carichi di THC-COOH, il metabolita della cannabis, sono stati trovati nelle città dell’Europa occidentale e meridionale, in particolare nella Repubblica Ceca, Spagna, Paesi Bassi e Portogallo.

Di cosa si parla al 27° Congresso dei Farmacisti Ospedalieri europei

Si è aperto a Lisbona il 27° congresso della Società Europea dei farmacisti ospedalieri-EAHP, che quest’anno mette a tema Dalla progettazione del farmaco al successo del trattamento. Cosa conta davvero per i pazienti? (From drug design to treatment success. What really matters to patients?). Oltre quattromila professionisti di farmacia ospedaliera provenienti da tutta Europa si confrontano su questo titolo impegnativo, che conduce ad affrontare il tema del “successo terapeutico” dal punto di vista del paziente.

“Tutti i sistemi e tutti i professionisti devono iniziare a cambiare il proprio paradigma”, ha detto nel suo messaggio inaugurale il presidente di EAHP, Andras Sule (direttore della farmacia del Péterfy Hospital di Budapest), che ha ricordato che “il successo terapeutico non è definito esclusivamente da parametri medici, ma si sviluppa anche attraverso le percezioni e l’impegno del paziente a svolgere un ruolo attivo nel proprio percorso verso la guarigione”.

Ma una nuova concezione del coinvolgimento del paziente e dell’ascolto dei suoi bisogni e delle sue aspettative è solo uno dei grandi temi dell’EAHP 2023, visto che insieme a questo approfondimento sono ben presenti nelle sessioni plenarie e parallele, altri due argomenti rilevanti: il ruolo delle tecnologie nello sviluppo della sanità, e la necessità di una riflessione sulle tematiche di sostenibilità ambientale delle attività ospedaliere.

A Lisbona è presente anche una nutrita rappresentanza SIFO di farmacisti ospedalieri italiani, guidata dal vice-presidente Alessandro D’Arpino che ha così commentato i tre macro temi messi al centro dell’evento europeo: “Il paziente al centro del sistema di cure è ormai un argomento diventato cruciale nell’assistenza sanitaria e farmaceutica. Oggi il trattamento del paziente e della sua patologia sono multidisciplinari e multidimensionali, e quindi non possiamo prescindere dal coinvolgimento della persona malata nel percorso terapeutico, perché questo migliora la qualità di cura. Ma da Lisbona emerge un elemento innovativo: il coinvolgimento della persona nel percorso terapeutico, con la chiarezza sulla sua aspettativa, è elemento decisivo per il successo del trattamento, perché l’aderenza è chiave discriminante del percorso di cura. Su questo si impone una nuova assunzione di responsabilità da parte del farmacista ospedaliero: siamo noi che possiamo farci carico di ricordare a tutto il team terapeutico della necessità di un coinvolgimento della persona in cura. Possiamo essere i facilitatori di un nuovo ascolto del paziente, indispensabile e preziosissimo per tutto il sistema delle cure, sia ospedaliere che territoriali”.

Sul secondo tema, quello dell’innovazione tecnologica (ben cinque le sessioni del congresso EAHP dedicate all’e-hospital pharmacy) “è chiaro – precisa il vicepresidente SIFO – che allo stato attuale non possiamo fare a meno di sottolineare che le tecnologie non solo ottimizzano i processi e assicurano una gestione puntuale di tanti passaggi del percorso del farmaco, ma generano sicurezza di pazienti e operatori, permettono di registrare dati di efficacia del trattamento, ed aiutano nell’utilizzo del giusto farmaco al giusto paziente nel giusto momento. Ciò significa che l’innovazione tecnologica oggi chiede solo di essere perfettamente integrata all’interno di tutto il sistema organizzativo del SSN per offrire il proprio contributo in tutta la sua vastità. Quindi: usciamo dalla fase della tecnologia utile, ma occasionale, per entrare in quella del sistema tecnologico continuo e integrato”.

Per terminare, il tema della sostenibilità ambientale, a cui EAHP è quest’anno particolarmente attenta con interventi, dibattiti e sessioni dedicate alla “green pharmacy”, argomento obbligato in un’epoca di crescente attenzione alla gestione di scarti, scorte e loro impatto sui determinanti di salute. Rifiuti tossici, gas, scarti di sala operatoria, dispositivi inutilizzati o a fine delle loro performance, rifiuti chirurgici e halipac, materiali non sempre biodegradabili: che fine fa questo universo di materiali? Che consapevolezza c’è della necessità di un ripensamento di settore? Da Lisbona il messaggio è chiaro: non attendiamo ulteriormente, è il momento giusto per un’assunzione di responsabilità da parte dei farmacisti europei di tutta Europa.

Alessandro D’Arpino conferma che “Il farmacista ospedaliero è presente in tutto il ciclo di vita del farmaco, dalla produzione alla logistica, dall’approvvigionamento all’utilizzo bedside: è ora che questa nostra presenza si faccia carico anche delle problematiche legate allo smaltimento dei prodotti di nostra competenza. Ciò significa comprendere come smaltire farmaci e dispositivi sia nelle sale operatorie che negli altri ambienti di cura. L’argomento è molto sentito a livello europeo, visto che il nostro Continente è in una posizione di traino per tutto il Pianeta. Anche SIFO intende sviluppare con attenzione questo argomento, per contribuire ad una battaglia che è professionale, sanitaria ed anche socio-culturale e che si tradurrà nell’impegno a far diventare molto più green anche gli ospedali italiani, ovviamente senza far venir meno la qualità delle cure”.

Sistema di garanzia dei Lea, servono più flessibilità e capillarità

Dovrebbe essere un sistema per monitorare l’accesso alle cure essenziali e ridurre le disuguaglianze, ma rischia di diventare uno strumento che alimenta le differenze e intacca il diritto di accesso alla salute. È il nuovo sistema di garanzia dei Lea (i livelli essenziali di assistenza): introdotto nel 2020, a distanza di due anni ha mostrato alcuni limiti.

Tonino Aceti

“Ci sono alcuni punti di forza, rispetto al sistema precedente – riconosce Tonino Aceti, presidente di Salutequità –: prima di tutto, il flusso dei dati e la qualità del dato sono più robusti. Il precedente modello era costruito quasi interamente su autodichiarazioni delle Regioni, mentre il nuovo è alimentato con flussi del Ssn”.

Il secondo aspetto riguarda le modalità di calcolo: “Secondo il precedente sistema di monitoraggio Lea, se una Regione otteneva un punteggio superiore a 160 era considerata adempiente – ricorda Aceti – Tuttavia, questa cifra era la media algebrica tra assistenza ospedaliera, quella distrettuale e la prevenzione. Il nuovo sistema prevede che la Regione raggiunga la sufficienza in tutti e tre gli ambiti”.

Vantaggi non da poco, che però scontano alcuni problemi altrettanto significativi: da una parte calano gli indicatori “core”, che passano da 34 a 22. Dall’altra, per Salutequità, “gli indicatori inseriti permettono di fotografare solo parzialmente la reale dinamica che c’è tra cittadino e sistema sanitario nazionale”.

Pochi indicatori “core”

Le liste d’attesa, per esempio, hanno un solo indicatore; non viene misurato il tempo d’attesa al Pronto soccorso; non esistono indicatori per la telemedicina, né per monitorare i tempi di accesso alle innovazioni tecnologiche.

Manca un indicatore che misuri tempestività ed equità d’accesso alle innovazioni tecnologiche del SSN

“Manca un indicatore che misuri tempestività ed equità d’accesso alle innovazioni tecnologiche del Ssn, che è la grande sfida non vinta – afferma il presidente di Salutequità – Nessuno si prende la briga di monitorare in che tempi queste arrivano nelle Regioni e come funziona l’equità d’accesso. Finanziamo con un miliardo di euro all’anno i farmaci innovativi, ma poi non ci preoccupiamo di capire cosa le Regioni restituiscono ai cittadini in termini di accesso”.

Ancora: niente indicatori per le cure primarie, per l’aderenza terapeutica, per il territorio e l’Assistenza Domiciliare Integrata.

“Guardiamo la quantità delle prestazioni, ma non la qualità né il personale coinvolto nel trattamento”, osserva Aceti.

In questo quadro, il Governo ha incrementato le risorse per il Servizio sanitario nazionale portandole da oltre 114 miliardi del 2019 a circa 124 nel 2022 e 128 nel 2024. La sanità potrà inoltre contare su 18,5 miliardi aggiuntivi del Pnrr.

Serve un sistema di controllo e verifica dell’erogazione dei Lea nelle Regioni più forte e dinamico

I maggiori finanziamenti messi sinora sul piatto potrebbero però non essere sufficienti per aumentare come servirebbe l’accesso alle cure dei cittadini, ridurre le liste di attesa, contrastare le disuguaglianze e mettere a terra le riforme, a partire da quella della nuova sanità territoriale – prosegue Aceti – Serve un sistema di controllo e verifica dell’erogazione dei Lea nelle Regioni più forte e dinamico rispetto a quello attuale, in grado di cogliere molto meglio le reali difficoltà che ogni giorno incontrano i cittadini in tutti gli ambiti dell’assistenza, poter intervenire con misure più mirate di potenziamento, spingere in tutte le Regioni l’attuazione concreta della programmazione nazionale e delle riforme, così da utilizzare al meglio tutte le risorse stanziate”.

Problemi di aggiornamento

A questo si aggiunge il fatto che manca un sistema di aggiornamento agile, flessibile e dinamico degli indicatori di monitoraggio. Il Nuovo sistema, entrato in vigore il 1° gennaio 2020, è ormai vecchio: “Continuiamo a basarci su indicatori pre-pandemia, ma nel frattempo il mondo – e non solo quello sanitario – è cambiato”, osserva Aceti.

Un rafforzamento del monitoraggio, poi, darebbe al Ministero della Salute anche la possibilità di esercitare in modo più incisivo le sue competenze a garanzia dell’unitarietà del Ssn e dell’esigibilità dei Lea in tutte le Regioni.

“In sanità abbiamo bisogno di un sistema di controllo forte dello Stato”

In assenza di un tavolo di confronto serio, il sistema rischia di diventare uno strumento che, nella sua architettura e composizione, è un compromesso politico al ribasso tra Stato e Regioni. In sanità abbiamo bisogno di un sistema di controllo forte dello Stato. Questo è completamente inadeguato per quanto riguarda gli indicatori, sul sistema di revisione, che attualmente è un sistema pesante, che necessita di decreti, intese, pareri, che in modo dinamico, periodico e tempestivo aggiorni i suoi indicatori perché deve adeguarsi alla realtà che cambia”.

Il presidente di Salutequità nota poi come oggi il Comitato Lea sia paritetico tra Ministero, Agenas e Regioni, senza la presenza di alcun soggetto esterno.

“Oggi abbiamo bisogno di un sistema sfidante che tenga alta la tensione nelle Regioni in un’ottica di miglioramento delle prestazioni. In questo momento, invece, abbiamo le Regioni che si concentrano su questi pochi indicatori, spesso a discapito di tutto il resto. Quando l’allora ministro Roberto Speranza stanziò un miliardo di euro per recuperare le cure mancate, avremmo dovuto inserire un indicatore ad hoc per misurare capacità di recupero da parte delle Regioni. Questo significa avere un sistema dinamico”.

Accanto a tutto questo, c’è poi un problema di trasparenza: sono da poco stati pubblicati i dati aggiornati al 2020. “È contrario alla norma, oltre che inaccettabile: il decreto ministeriale del 2019 dice che i dati devono essere pubblicati entro la fine dell’anno successivo a quello di riferimento”.

I risultati non sono confortanti e mostrano grandi disuguaglianze tra Nord e Sud. Solo 11 Regioni sono state promosse in tutte e tre le aree: Emilia-Romagna, Friuli Venezia Giulia, Lazio, Lombardia, Marche, Piemonte, Provincia Autonoma di Trento, Puglia, Toscana, Umbria, Veneto. Le altre 10 sono inadempienti: Abruzzo, Liguria, Molise e Sicilia con un punteggio insufficiente in una sola area; Basilicata, Campania, Provincia Autonoma di Bolzano, Sardegna, Valle D’Aosta con un punteggio insufficiente in due aree; la Calabria insufficiente in tutte le tre aree.

Le sfide aperte

Che cosa fare dunque? “Una delle nostre richieste è avere una pubblicazione non annuale, ma dinamica, nel corso dell’anno. Quando si individua criticità su un indicatore Lea, lo Stato dovrebbe subito intervenire con la Regione per migliorarlo”.

In questo momento, anche a regime, il dato arriva a fine anno: “Dobbiamo essere in grado di prevenire e anticipare i problemi: ora abbiamo un sistema che produce effetti di valutazione a valle. Noi lo dovremmo farlo a monte, per evitare l’errore”.

Una volta misurato, poi, serve l’intervento del Ministero: “Nel Patto per la Salute 2021 questo impegno era stato messo nero su bianco, proprio per riequilibrare il potere Stato-Regioni. Questa cosa è rimasta in sospeso, non si è fatta e oggi abbiamo un sistema che è assolutamente inadeguato”.

Un buon sistema di monitoraggio dovrebbe spingere le Regioni a fare sempre meglio e, nel caso di risultati positivi, ricevere risorse importanti

Essere adempiente dà la possibilità di accedere ad alcuni fondi del finanziamento: “Tuttavia, si sta andando sempre di più verso una riduzione dei fondi legati alle performance a vantaggio del finanziamento indistinto. Un buon sistema di monitoraggio dovrebbe spingere le Regioni a fare sempre meglio e, nel caso di risultati positivi, ricevere risorse importanti”.

“Abbiamo solo due strumenti, a livello centrale: il finanziamento del Ssn in base a criteri di reparto rinnovati, dove l’innovazione pesa comunque pochissimo, ma è un primo passo, e il controllo e il monitoraggio. Ancorare la distribuzione delle risorse ai risultati ottenuti è l’unica leva sulla quale lo Stato può fare perno”, conclude Aceti.

L’impatto della pandemia sull’accesso ai farmaci per le malattie non trasmissibili

L’OMS ha pubblicato oggi un nuovo rapporto, Access to NCD medicines: emergent issues during the COVID-19 pandemic and key structural factors, per evidenziare l’effetto della pandemia di COVID-19 sull’accesso ai farmaci per malattie non trasmissibili (NCD) e le politiche e le strategie implementato dai paesi per anticipare e mitigare gli stress nelle catene di approvvigionamento dei medicinali per malattie non trasmissibili.

Durante la pandemia, le persone affette da cancro, malattie cardiache, malattie respiratorie croniche, diabete e altre malattie non trasmissibili hanno avuto difficoltà ad accedere ai propri farmaci di routine. Questo rapporto ha esaminato l’impatto della pandemia sui medicinali NCD dalla produzione all’approvvigionamento, importazione, consegna, disponibilità e convenienza.

“La pandemia di COVID-19 ha esacerbato le difficoltà che le persone affette da malattie non trasmissibili devono affrontare nell’accedere ai farmaci essenziali”, ha affermato Bente Mikkelsen, direttore del Dipartimento delle malattie non trasmissibili dell’OMS. “Molti hanno subito l’interruzione del trattamento, il che può portare a gravi conseguenze per la salute. È quindi molto importante non solo che il trattamento e l’assistenza per le persone affette da malattie non trasmissibili siano inclusi nelle risposte nazionali e nei piani di preparazione, ma che si trovino modi innovativi per attuare tali piani”.

Numerose filiere farmaceutiche sono state colpite in modi diversi e in varia misura. Il rapporto fornisce anche considerazioni per le principali parti interessate nella supply chain farmaceutica NCD, inclusi governi, autorità di regolamentazione, produttori e settore privato, nonché indicazioni per la ricerca futura verso una migliore resilienza della catena.

C’è un urgente bisogno di migliorare la trasparenza dell’ecologia complessiva dell’informazione farmaceutica come base per la pianificazione e la risposta alla pandemia: se non siamo in grado di identificare i punti deboli nella catena di approvvigionamento globale delle malattie non trasmissibili, non possiamo sperare di ripararli. Senza un monitoraggio efficace e dati trasparenti, è difficile identificare i punti deboli nella catena di fornitura globale delle malattie non trasmissibili. Ciò richiede che i paesi esaminino la propria catena di approvvigionamento, rafforzino ed espandano i sistemi di notifica della carenza di medicinali, creino flessibilità nelle misure regolari e riducano al minimo gli ostacoli al commercio.

Sono necessarie azioni per rafforzare la resilienza delle catene di approvvigionamento di medicinali a livello globale e nazionale per rispondere alle esigenze odierne e per prepararsi alle sfide emergenti, comprese le emergenze e le pandemie“, ha affermato il dott. Clive Ondari, direttore della politica e degli standard dei prodotti sanitari.

A livello globale, si spende di più per i farmaci per le malattie non trasmissibili rispetto a qualsiasi altra classe terapeutica. È necessario continuare a valutare i successi e gli insuccessi della catena di approvvigionamento globale nella direzione di un migliore accesso e servizi ai farmaci per le malattie non trasmissibili con il progredire della pandemia di COVID-19.

Sebbene siano stati previsti alcuni interventi a breve termine per rispondere ai bisogni immediati della pandemia, dovrebbe essere sviluppata una strategia a più lungo termine per rafforzare i meccanismi di accesso e consegna durante le emergenze e mitigare future epidemie, con particolare attenzione a garantire la fornitura ininterrotta e sostenibile di medicinali e prodotti necessari per diagnosticare e curare le malattie croniche. “Non dimentichiamo: il COVID-19 potrebbe non essere visibile, ma l’accesso ai farmaci contro le malattie non trasmissibili è ancora fuori dalla portata di molti“, ha affermato Mikkelsen.

Per approfondire

https://test.trendsanita.it/evento/la-filiera-health-alla-prova-dei-20-sistemi-sanitari-regionali

Demenze, un’indagine ISS traccia il profilo dei Centri dedicati

Negli oltre 500 Centri per i Disturbi Cognitivi e le Demenze (CDCD) sparsi sul territorio nazionale, vi lavorano in media 5 professionisti. Un terzo circa di questi centri è diretto dal neurologo, un altro terzo dal geriatra e in poco meno di un altro terzo operano almeno due delle tre figure mediche fondamentali (neurologo, geriatra, psichiatra), mentre nel 5% dei casi a coordinare è lo psichiatra. Scarseggiano, inoltre, altre tipologie di professionisti (infermieri, fisioterapisti, logopedisti, mediatori culturali) nell’organico delle strutture. È quanto emerge dalla survey sui CDCD, condotta dall’Osservatorio Demenze dell’ISS tra luglio 2022 e febbraio 2023, i cui risultati (che fanno riferimento alle attività del 2019), sono presentati oggi nel corso del webinar “Progetto Fondo per l’Alzheimer e le demenze – Risultati della Survey dei Centri per i Disturbi Cognitivi e le Demenze (2022-2023)”, rivolto al personale dei CDCD. L’indagine ha inoltre evidenziato che un quarto dei CDCD è aperto un giorno a settimana. Tra quelli aperti 5 giorni a settimana, la maggioranza (43.5%) è al Nord, il 27.5% al Centro e il 24.6% al Sud.

“Questi dati fotografano le criticità dell’offerta sanitaria presente in Italia per i CDCD sia per quanto riguarda il numero complessivo di professionisti che per la scarsità di altre tipologie di professionisti diverse dai medici – osserva Nicola Vanacore, direttore dell’Osservatorio Demenze dell’ISS –. In una logica di sanità pubblica è fondamentale poter disporre nei CDCD, un nodo cruciale per la diagnosi e la presa in carico delle persone con demenza, di un maggior numero di professionisti e di personale con diversi profili al fine di poter valorizzare sempre più un lavoro di equipe interprofessionale e di renderlo disponibile e capillare in tutto il territorio nazionale. Si tratta di dati molto importanti poiché parliamo di un problema che coinvolge in Italia circa due milioni di persone con disturbo cognitivo lieve o demenza e circa tre milioni di italiani, tra familiari e caregiver, che vivono con loro”.

All’indagine hanno partecipato 512 CDCD su 540 (95%). L’80.9% di questi CDCD è presente sul territorio nazionale con sedi uniche mentre il 19.1% ha dei distaccamenti territoriali per un totale complessivo di ulteriori 163 strutture. I CDCD sono localizzati per il 9.2% nelle Università/IRCSS, per il 44.1% nel territorio e per il 46.7% negli ospedali.

Il 25.4% dei CDCD è aperto un solo giorno a settimana, una criticità già rilevata nella survey precedente del 2014-2015. I CDCD aperti per 5 giorni a settimana si trovano per il 43.5% al Nord, mentre al Centro sono il 27.5% e al Sud-Isole il 24.6%.

I professionisti che lavorano nei CDCD sono complessivamente 2568, di cui il 14% non strutturato. Nel 29.7% dei CDCD operano almeno due tra neurologo, geriatra e psichiatra, mentre il 33 % dei CDCD è diretto solo dal neurologo, il 31.5% solo dal geriatra e il 5.1% solo dallo psichiatra. Nel 29.9% dei Centri opera almeno uno neuropsicologo e nel 26.6% almeno uno psicologo. Nel 58.8% dei CDCD è impegnato almeno un infermiere, nel 16.2% un assistente sociale, un amministrativo (8.9%), un logopedista (8.4%), un fisioterapista (6.4%), un genetista (1.6%), un terapista occupazionale (1.1%), un mediatore culturale (1.1%) e un interprete linguistico (1.1%).

Alcuni dettagli della survey

Le modalità di accesso

Dall’indagine è emerso – e la possibilità di risposta era multipla – che, per effettuare la prima visita, nel 53% dei casi, l’accesso è avvenuto tramite impegnativa del Medico di Medicina Generale (MMG) per visita specialistica e contatto col CUP regionale; nel 47% è servita la stessa impegnativa e il contatto col CUP dell’ospedale; nel 43% l’impegnativa e il contatto col CDCD; nel 4.5% c’è stata la possibilità di un contatto diretto con il CDCD da parte del MMG o dei medici ospedalieri. La stessa modalità di accesso è stata usata per la successiva visita di controllo: nel 29% dei casi attraverso l’impegnativa e il CUP regionale, nel 30% attraverso l’impegnativa e il CUP dell’ospedale, nel 41% dei casi attraverso il MMG.

I servizi offerti nella fase diagnostica e assistenziale

Nella fase diagnostica il 66.5% dei CDCD ha offerto una PET amiloidea (che valuta la presenza di placche a livello cerebrale) e nel 62.3% dei casi i marker liquorali, mentre nella fase assistenziale il 45.7% dei CDCD ha fornito un servizio di telemedicina e l’80.7% un counseling individuale per i pazienti. Inoltre il 67.4% dei CDCD offre una riabilitazione cognitiva e il 59.2% una riabilitazione motoria.

L’apertura dei CDCD durante la pandemia

Nel 2020 il 63.2% dei CDCD è rimasto parzialmente chiuso, di questi circa il 44% per più di tre mesi. Questo dato si è ridotto nel 2021 al 18.4% con una percentuale di chiusura superiore a tre mesi pari a circa il 40%.

Appello della Società Italiana di Igiene per la Giornata Mondiale della Tubercolosi

La Tubercolosi, malattia infettiva tra le più antiche dell’umanità, continua a rappresentare una sfida per la Salute pubblica in tutto il Mondo. In occasione della Giornata Mondiale sulla Tubercolosi, che si celebrerà il 24 marzo 2023, si rinnova la strategia ‘’Yes! We can end TB’’, con l’obiettivo di porre globalmente fine alle epidemie di tubercolosi entro il 2030, così come espresso negli Obiettivi dell’Agenda per lo Sviluppo Sostenibile dell’ONU.

Quest’anno il World TB Day ha l’obiettivo di sensibilizzare le istituzioni leader dei settori coinvolti nella lotta alla tubercolosi, ma anche gli enti e gli operatori sanitari del territorio a collaborare attivamente al fine di arrestare la malattia e ridurre il numero di decessi. L’invito esorta non solo al confronto e allo scambio di best practices tra gli Stati membri, ma anche all’investimento sulla Ricerca e sulle innovazioni che permettano di perseguire gli obiettivi prefissati dall’Organizzazione Mondiale della Sanità, tra cui l’accesso ad una nuova diagnosi molecolare rapida, lo sviluppo di nuovi vaccini e l’introduzione di nuovi (e più brevi) regimi terapeutici contro la tubercolosi resistente ai farmaci.

Per quanto riguarda la sorveglianza nazionale, i dati del Tuberculosis Annual Epidemiological Report for 2020, mostrano che l’Italia continua a rientrare tra i Paesi a bassa incidenza (<20/100.000). I casi sono in calo dal 2010 e l’incidenza calcolata sulle notifiche nazionali è anch’essa in diminuzione dal 2019 (2,3%). Per una corretta lettura di questi dati occorre tuttavia considerare che, come evidenziato nel report OMS, la pandemia da SARS-CoV-2 ha inevitabilmente determinato una diminuzione delle notifiche dei casi in tutto il mondo, che sono passate dai 7,1 milioni nel 2019 a 5,8 milioni nel 2020 (con un calo del 18%) tornando ai numeri del 2012.

Com’è ben noto, il nostro Paese è stato interessato e continua ad essere colpito sempre più intensamente da flussi migratori provenienti da Paesi in cui l’incidenza di Tubercolosi è elevata. Le condizioni di sovraffollamento che possono verificarsi sia durante il viaggio che nei centri di accoglienza gravano sullo stato di salute dei migranti, facilitando la trasmissione del micobatterio. Dal momento che la maggior parte dei casi di malattia si verifica entro 2 anni dall’ingresso nel Paese ospitante e che la differenza nel rischio relativo tra stranieri e italiani è ancora evidente (RR=6,7), il contrasto alla diffusione della tubercolosi deve necessariamente passare attraverso una serie di interventi strutturati e coordinati in modo da ridurre il rischio di diffusione di questo pericoloso patogeno.

In occasione della Giornata Mondiale sulla Tubercolosi, la Società Italiana di Igiene, Medicina Preventiva e Sanità Pubblica (SItI) sottolinea l’importanza e l’urgenza di intensificare le azioni di contrasto all’infezione per raggiungere gli obiettivi prefissati dall’ONU.

“L’individuazione precoce dei casi di infezione – dichiara la Prof.ssa Roberta Siliquini, Presidente della Società Italiana d’Igiene è necessaria per garantire l’accesso ad un trattamento precoce in grado di garantire una maggiore efficacia e la tutela della salute dei pazienti. Occorre agire sulle condizioni di salute delle persone che giungono nel nostro Paese, sia tramite l’abbattimento delle barriere socio-linguistiche che attraverso l’attuazione di protocolli per la valutazione precoce dello stato di salute e per il monitoraggio nelle fasi successive all’accoglienza. È opportuno, inoltre, uno sforzo in maggiori investimenti nei Dipartimenti di Prevenzione, anche in termini di reclutamento di risorse umane, come in parte previsto dal piano di rafforzamento dell’assistenza territoriale, che possano svolgere un ruolo di coordinamento al fine di attuare una ricerca proattiva dei casi di TBC, avvalendosi dell’ausilio della Medicina Scolastica, deputata alla prevenzione delle patologie in età scolare”.

“La continua ricerca verso l’individuazione di ‘buone pratiche’ – conclude la Prof.ssa Roberta Siliquini deve tuttavia abbracciare anche patologie ben note e non più definibili come emergenti quali malaria, malattie sessualmente trasmissibili, parassitosi e HIV. Patologie che, negli ultimi anni, complice un plateau temporale nella loro prevalenza, hanno assottigliato il loro appeal verso gli investimenti in Ricerca, nonostante continuino a determinare un importante impiego dei servizi sanitari e aggravare il peso della  multiresistenza farmacologica, con un inevitabile impatto sulle condizioni di salute della popolazione”.

Relazione sulle attività dell’Osservatorio nazionale sulla sicurezza degli esercenti le professioni sanitarie e socio-sanitarie

È stata pubblicata dal Ministero della Salute la Relazione sulle attività dell’Osservatorio nazionale sulla sicurezza degli esercenti le professioni sanitarie e socio-sanitarie, anno 2022. Un problema sempre più sentito negli ultimi due anni, in cui si è assistito ad una crescita esponenziale e preoccupante di episodi di violenza nei confronti degli esercenti le professioni sanitarie e socio-sanitarie.

Spesso si tratta di forme di violenza provenienti dagli stessi pazienti o dai loro caregiver, che si traducono in aggressioni fisiche, verbali o di comportamento. La preoccupazione di fronte a tali episodi ha portato le diverse istituzioni operanti nel sistema a realizzare nel tempo specifici monitoraggi, documenti, raccomandazioni con finalità diverse, e proprio con l’obiettivo di assicurare un lavoro sinergico da parte delle istituzioni, il legislatore ha ritenuto necessario individuare un apposito organismo che coinvolgesse tutti gli stakeholder di riferimento.

In tale contesto la legge 14 agosto 2020, n. 113 avente ad oggetto “Disposizioni in materia di sicurezza per gli esercenti le professioni sanitarie e socio-sanitarie nell’esercizio delle loro funzioni”, all’art. 2, ha previsto l’istituzione dell’Osservatorio Nazionale sulla Sicurezza degli Esercenti le Professioni Sanitarie e Socio-sanitarie (ONSEPS), con specifici compiti di monitoraggio, studio e promozione di iniziative volte a garantire la sicurezza dei professionisti.

La Relazione è stata trasmessa al Parlamento il 20 marzo 2023.

Per approfondire

Una legge per gli anziani non autosufficienti

È stato approvato ieri sera alla Camera, dopo il via libera al Senato lo scorso 8 marzo, il Disegno di Legge Delega in materia di politiche in favore delle persone anziane. Si tratta di un traguardo molto importante e fortemente voluto dalle moltissime organizzazioni del Patto che hanno lavorato in sinergia e assiduamente in questi ultimi due anni affinché, per prima cosa, la riforma dell’assistenza agli anziani venisse inserita nel PNRR e, successivamente, perché venissero accolte dalle istituzioni le proposte volte a delineare una buona riforma per i milioni di italiani coinvolti. Si tratta di un testo di legge molto importante che, dal punto di vista dei contenuti, presenta al suo interno numerose proposte del Patto e anche alcuni testi degli emendamenti inviati dalla coalizione sociale alla Commissione Affari Sociali del Senato. 

“Importanti sono state l’attenzione ai contenuti e la disponibilità all’ascolto della società civile del Vice Ministro On.  Maria Teresa Bellucci, titolare della riforma, e l’atteggiamento costruttivo anche delle opposizioni in Parlamento, dichiarano le organizzazioni del Patto. “Ora guardiamo avanti: occorre tradurre il testo della Legge Delega in opportune risposte per gli anziani e le loro famiglie”. Per questo, le organizzazioni ribadiscono come fondamentale lo stanziamento di tutte le risorse necessarie per attuare la riforma e gli interventi previsti, dichiarando: “È necessario un cospicuo investimento, per tradurre in atti concreti l’attenzione politica ai 10 milioni di italiani, tra anziani, caregiver e operatori professionali. In particolare per la realizzazione dei servizi previsti, sarà indispensabile un segnale forte da parte del Governo nella prossima Legge di Bilancio prevista a dicembre e nella definizione di un progetto pluriennale di finanziamento graduale per i prossimi anni”. E per quanto concerne i caregiver, è essenziale procedere con la massima urgenza all’approvazione della legge di riconoscimento e sostegno affinché la riforma della non autosufficienza possa contare su una risorsa chiave per la sua concreta attuazione.

Per quanto riguarda il lavoro dei prossimi mesi, le 57 organizzazioni del Patto si adopereranno per continuare a dare il loro contributo anche nella successiva fase di elaborazione dei Decreti Delegati, che dovranno essere emanati dal Governo entro gennaio 2024: “Auspichiamo di poter proseguire, così come fatto finora, nel proficuo e costruttivo confronto con le istituzioni sui contenuti della riforma per l’assistenza agli anziani non autosufficienti”.

Ulteriori informazioni su www.pattononautosufficienza.it.

Per approfondire

La responsabilità medico-sanitaria in telemedicina

Cambia la responsabilità sanitaria nell’erogazione di una prestazione in telemedicina? Qual è il quadro normativo e quali sono i rischi specifici? La sanità va sempre di più di pari passo con la tecnologia: come si sta evolvendo la normativa sui software? Facciamo il punto con Silvia Stefanelli, avvocata specializzata in diritto sanitario.

Pubblicato il Regolamento (UE) 2023/607 che modifica MDR e IVDR

È stato pubblicato ieri in GUCE ed entra in vigore con effetto immediato il Regolamento (UE) 2023/607 del 15 marzo 2023 che modifica il Regolamento dei Dispositivi medici 2017/745 (MDR) e il Regolamento europeo sui Dispostivi Diagnostici in vitro 2017/746 (IVDR).

Il Regolamento prevede misure implementate da parte della Commissione per affrontare il rischio urgente di carenze di dispositivi medici.

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