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Il fisioterapista come protagonista delle disfunzioni motorie

Una rappresentanza della Federazione Nazionale degli Ordini dei Fisioterapisti – FNOFI ha partecipato, su invito della prof.ssa emerita Shirley Sahrmann, alla conferenza Defining Physical Therapists as Experts of Movement Analysis Including Selective Sports, organizzata a Saint Louis dalla Washington University School of Medicine, Program in Physical Therapy. Questa partecipazione si inserisce in una serie di iniziative promosse dalla FNOFI e volte a sintonizzare il mondo della fisioterapia italiana con le più autorevoli esperienze internazionali.

Hanno partecipato ai lavori – a cui erano presenti numerosi fisioterapisti statunitensi dell’American Physical Therapy Association-APTA e di molte università nordamericane – Melania Salina (vicepresidente della Commissione straordinaria FNOFI) e Roberto Gatti (professore presso l’Humanitas University di Milano e Presidente della Commissione dei Corsi di Laurea in Fisioterapia della Conferenza Permanente dei Corsi di Laurea delle Professioni Sanitarie).

Al centro delle giornate di confronto e approfondimento è stato il concetto di cura della fisiopatologia della funzione motoria. Melania Salina così approfondisce il lavoro svolto negli USA: “A Saint Louis abbiamo discusso di modelli formativi e competenze del Fisioterapista, alla luce del vision statement APTA pubblicato nel 2019 Transforming society by optimizing movement to improve the human experience. Con i colleghi presenti abbiamo condiviso l’impostazione per cui l’analisi delle disfunzioni motorie sia la base dell’agire professionale del fisioterapista, e che attraverso l’analisi e il trattamento delle patologie della funzione motoria si possa contribuire al miglioramento del livello di salute nella società. Saper leggere il comportamento motorio, svincolandosi dalle categorie diagnostiche del puro modello biomedico, si configura sempre di più come una necessità della Professione di fisioterapista”. A questo proposito Shirley Sahrmann – uno dei nomi più conosciuti nell’ambito dello studio delle disfunzioni di movimento – ha insistito sull’importanza di strutturare in maniera sistematica la diagnosi fisioterapica, intesa come l’individuazione delle alterazioni neuro-biomeccaniche dalle quali dipendono le limitazioni funzionali oggetto dell’intervento fisioterapico.

Le giornate di workshop hanno permesso di consolidare contatti professionali e progettuali tra il mondo della professione in Italia e quello degli USA e si sono gettate le basi per future collaborazioni anche grazie al lavoro di collegamento svolto da Guido Barindelli e Carlo Lanzarini dell’Università degli studi Milano-Bicocca, che hanno reso possibile l’incontro.

La telemedicina al servizio della neurofisiologia clinica

L’Istituto superiore di sanità ha pubblicato il “Documento di consensus nazionale sulla telemedicina per la neurofisiologia clinica”. Un nuovo passo formale per arrivare all’applicazione delle soluzioni della digital health in ambiti clinici peculiari come quello della neurofisiologia? In realtà il rapporto Iss è molto di più. Come spiega Francesco Gabbrielli, direttore del Centro nazionale per la Telemedicina e le nuove tecnologie assistenziali dell’Iss e primo autore del documento.

Che cos’è e che cosa rappresenta questo documento di consensus?

Francesco Gabbrielli

È il primo di una serie di documenti a cui stiamo lavorando da ancor prima della pandemia. Questi documenti fanno parte della strategia globale del centro che dirigo per la realizzazione di un sistema nazionale italiano di telemedicina pubblico. Il centro non ha potere regolatorio, non può emettere decreti. Ma nella nostra mission è indicato che collaboriamo alla governance di sistema. In altri termini, siamo il centro di competenza che fornisce conoscenze tecnico-scientifiche alle istituzioni e ai decisori politici a tutti i livelli, persino comunali, per mettere in campo decisioni istituzionali e leggi che servono a sviluppare la telemedicina in Italia. Il nostro lavoro è volto a che la telemedicina si sviluppi in modo coerente su tutto il territorio nazionale.

Una delle prime cose da fare per creare un clima di fiducia tanto tra i professionisti quanto tra i cittadini è quello di scrivere documenti che siano linee-guida su come si devono svolgere i servizi e le prestazioni di telemedicina. Per scrivere delle linee-guida occorrono evidenze scientifiche e un metodo abbastanza complesso che porti a un documento che possa impegnare molto le organizzazioni sanitarie.

La legge italiana sulla responsabilità sanitaria dice che senza una linea guida valgono le best practice, che sono le indicazioni di come vengono effettuate diverse prestazioni in base alle evidenze scientifiche in materia. Si tratta di ciò che noi scriviamo proprio nel documento di consensus.

Scrivere una linea guida necessita di molto tempo e richiede, come dicevo, molte prove sperimentali eseguite in Italia. Rispetto alla telemedicina queste prove non le abbiamo in modo organico, giacché siamo in fase nascente. Abbiamo quindi pensato di stilare i documenti di consensus nazionali che poi mandiamo all’attenzione del Sistema nazionale Linee-guida (Snlg), che le analizza in modo indipendente opera i suoi eventuali rilievi sulla base dei quali noi perfezioniamo il documento. Una volta pronto il Snlg lo pubblica nell’elenco nazionale delle best practice.

La pubblicazione trasforma, di fatto, il documento di consensus in una best practice

La pubblicazione trasforma, di fatto, il documento di consensus in una best practice, che assume così un valore medico-legale molto forte. Ad esempio, in un altro documento che stiamo realizzando scriviamo che in base alle evidenze scientifiche, sottoscritte da 17 società scientifiche, i pazienti con scompenso cardiaco vengono curati meglio in telemedicina che non in presenza. Quando anche questo documento diventerà una best practice, qualora un medico non curi questa patologia in telemedicina sarà tenuto a renderne ragione.

È un punto di svolta notevole nel sistema italiano, perché non abbiamo ancora un assetto normativo maturo per accogliere la telemedicina nel lavoro quotidiano.

Accennava che il suo Centro pubblicherà altri documenti di consensus sull’applicazione della telemedicina in diversi ambiti medici…

Attualmente sono attivi 10 gruppi di lavoro su tematiche diverse, dalla cardiologia alla nefrologia, dalla reumatologia alla dermatologia. La nostra intenzione è di redigere un documento per ogni specialità medica. Il prossimo a essere pubblicato sarà quello sulla cardiologia e a seguire quello sulla teleassistenza.

Quali sono le principali novità che ci si aspetta dall’introduzione di questo documento?

Il documento indica come eseguire in telemedicina delle prestazioni di neurofisiologia a distanza in modo tale da ottimizzare il lavoro dei neurofisiologi, che sono specialisti non molto numerosi nel Ssn. Si indica quando è possibile utilizzare la telemedicina e quando non lo è, come utilizzarla e gli aspetti a cui prestare maggiormente attenzione nell’eseguire questi esami di telediagnostica negli adulti nei bambini, nei neonati, in condizioni di elezione, in sala operatoria e in emergenza.

Quindi, dal momento che il consensus è stilato dopo avere sentito l’opinione delle società scientifiche ci dobbiamo attendere che la classe medica segua di buon grado a queste indicazioni…

Ciò che è contenuto nel documento è stato sottoscritto dai professionisti della salute

Non agiamo in modo top-down. Scriviamo il documento insieme ai medici e alle professioni sanitarie di una certa specialità medica. Partiamo da un documento scientifico elaborato dal Centro. Poi chiediamo alle società scientifiche di emendarlo con le proprie esperienze professionali. Dopo la revisione, il documento viene inviato alle associazioni di pazienti per chiedere la loro opinione. E solo alla fine viene pubblicato.

Ciò che è contenuto nel documento è stato sottoscritto dai professionisti della salute e per questo non c’è ragione di credere che non sarà seguito nella pratica clinica.

Dal punto di vista organizzativo l’adozione di questi documenti quali risultati dovrebbe portare?

Nello scrivere questi documenti ci poniamo dal punto di vista scientifico. Forniamo anche alcune indicazioni di tipo organizzativo, in modo diretto e indiretto. Questi documenti servono da stimolo affinché possano avvenire anche i cambiamenti organizzativi utili per ottimizzare l’applicazione della telemedicina nell’ambito medico considerato.

Abbiamo visto che anche i pazienti sono parte in causa nella definizione del consensus. Quali diritti possono avere rispetto alla telemedicina, sapendo che esistono questi documenti?

Le associazioni hanno visionato i documenti

I vantaggi per i pazienti si manifestano su molteplici fronti. Il primo consiste nell’essere informati che esistono determinate opportunità di cura. Le associazioni hanno visionato i documenti, quindi dovrebbero avere informato sulla loro esistenza e sul loro contenuto. La conoscenza delle cose permette di per sé di poter esigere determinate cose.

In secundis, invitiamo i pazienti a dare il loro contributo di pensiero per arricchire il documento stesso. Siamo gli unici a permettere questo. Così come siamo gli unici a scrivere in assoluta trasparenza che ciascun documento di consensus andrà revisionato ogni due anni, riconvocando il gruppo di lavoro per aggiornare il documento sulla base dell’evoluzione della materia.

Inoltre siamo gli unici a pubblicare gratuitamente sul sito del Centro questi documenti anche in lingua inglese e spagnola per favorire il più ampio accesso possibile a quanto condiviso da medici e pazienti.

Quale sarà l’allineamento, anche temporale, tra quanto indicato nei documenti di consensus e la pratica clinica? C’è il rischio che la clinica ricorra a distanza di qualche lunghezza la teoria?

È una domanda difficile. Non so fare una previsione realistica. Osservo però che fino alla pandemia la telemedicina che era appannaggio di pochi esperti veniva liquidata con un semplice “sarà il futuro, vedremo”. Oggi invece tutti su affannano a proporre progettualità di telemedicina in virtù dei finanziamenti eccezionali che ci sono in questo periodo. Mi sembra strano che in soli due anni si sia acquisita tutta l’esperienza necessaria per passare da una fase di inconcludenza a una fase di traduzione in realtà di chissà quali servizi diffusi su tutto il territorio. C’è un periodo fisiologico di maturazione da attendere. Quanto sarà lungo questo periodo per tutto il sistema nei confronti della telemedicina è difficile dirlo. Come stiamo già iniziando a vedere, probabilmente accadrà che le Regioni si muoveranno con velocità differenziate.

Con certezza posso dire che il Ssn o evolverà in modo adeguato per ottimizzare le risorse e fare sistema per continuare a garantire l’universalità dell’assistenza sanitaria come la conosciamo oggi o molto probabilmente è destinato a essere ridimensionato molto. O anche moltissimo.

Influenza aviaria H5N1: diffusione in crescita tra gli uccelli e rischi per l’essere umano

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Il 21 febbraio 2023 una bambina di 11 anni che da 5 giorni mostrava segni e sintomi di polmonite viene ricoverata presso l’ospedale pediatrico nazionale in Cambogia. Il giorno successivo muore per una Severe Acute Respiratory Infection (SARI). Il campione biologico prelevato il giorno precedente dalle vie respiratorie e sottoposto alla reazione a catena della polimerasi inversa (RT-PCR) risulta positivo nei confronti del virus dell’influenza aviaria H5N1. Vengono poi identificate 12 persone entrate in contatto con la bambina e di queste solo il padre risulta positivo allo stesso virus ma in assenza di sintomi. Il sequenziamento del genoma virale isolato mostra delle similarità con il virus circolante nel pollame del sud-est asiatico dal 2014.

L’OMS riferisce che da febbraio 2003 al 25 febbraio 2023, in Cambogia, sono stati accertati 58 casi di infezione umana da virus dell’influenza aviaria H5N1, con 38 decessi. A livello mondiale, nello stesso periodo, i casi di influenza aviaria H5N1 nell’ uomo sono stati 873, con 458 morti.

Dal 2003 è stata accertata la capacità di questo virus di compiere salti di specie

Dal 2003 è stata accertata la capacità di questo virus di compiere salti di specie, diventando infettivo anche per gatti e topi e di contagiare gli esseri umani nei casi di contatto stretto con volatili infetti. Il rischio è dato anche dalla compresenza nella stessa persona del virus aviario e di quello dell’influenza umana: vi è infatti la possibilità di ricombinazione genetica che potrebbe portare alla produzione di un nuovo virus influenzale capace di trasmettersi direttamente nella popolazione umana senza l’intermediazione di altri animali.

Castrucci (ISS): “È probabile che prima o poi una pandemia avverrà”

Per capire meglio la situazione in Italia, i fattori di rischio per l’uomo e le misure da adottare, abbiamo intervistato la dottoressa Maria Rita Castrucci, ricercatrice del Dipartimento di Sicurezza alimentare, nutrizione e sanità veterinaria dell’Istituto Superiore di Sanità.

Quali sono i fattori di rischio per l’uomo relativamente alla trasmissione dell’influenza aviaria?

I fattori di rischio per l’uomo sono rappresentati dal grado di esposizione e dalla natura del virus in circolazione

I fattori di rischio per l’uomo sono rappresentati dal grado di esposizione e dalla natura del virus in circolazione. I virus dell’influenza aviaria sono altamente specie-specifici ma in rare occasioni possono effettuare un salto di specie ed infettare i mammiferi, incluso l’uomo. Tuttavia, l’ampia diffusione di virus dell’influenza aviaria negli uccelli selvatici e domestici e nel pollame potrebbe aumentare il rischio di trasmissione all’uomo in seguito ad una maggiore esposizione diretta con animali infetti (vivi o morti) e ambienti contaminati con loro escrementi.

In Italia ci sono pericoli di trasmissione dell’infezione all’uomo?

Il Centro di Referenza Nazionale ed Europeo per l’influenza aviaria presso l’Istituto Zooprofilattico Sperimentale delle Venezie (IZSVe) riporta un aumento della circolazione del virus H5N1 fra gli uccelli selvatici in Italia, come anche rilevato in altri paesi europei. Vi è pertanto la possibilità che questi virus possano trasmettersi agli allevamenti avicoli e in tal modo aumentare il rischio di esposizione al virus di soggetti addetti agli allevamenti.

Quali sono i protocolli di sorveglianza e intervento nei casi di infezioni negli uccelli in Italia?

La continua attività di sorveglianza da parte del IZSVe e le normative nazionali e procedure operative da attuare emesse dal Ministero della Salute permettono l’individuazione precoce, il controllo e l’eradicazione della malattia in tutti i casi in cui vi sia una comparsa di influenza aviaria. Le autorità veterinarie di ogni Regione cooperano e pianificano rigorosi controlli sulla loro applicazione.

In seguito ai recenti casi in Cambogia di trasmissione di H5N1 all’uomo, quali misure state adottando?

L’OMS ritiene che vi sia un basso rischio di trasmissione del virus H5N1 per l’uomo

Sulla base delle informazioni finora disponibili, l’OMS ritiene che vi sia un basso rischio di trasmissione del virus H5N1 per l’uomo.  Tuttavia, l’ampia diffusione di virus H5N1 negli uccelli in tutto il mondo e le crescenti segnalazioni di casi in mammiferi terrestri e acquatici, come ad esempio visoni, volpi e foche, impongono una vigilanza rafforzata da parte di tutti i Paesi, incluso l’Italia. Ciò implica maggiore attività di sorveglianza sul territorio nazionale e l’adozione di tutte le misure di biosicurezza in aree ove vengono rilevati casi di influenza aviaria, necessarie per evitare o quanto meno ridurre il rischio di esposizione per le persone professionalmente coinvolte nella manipolazione di animali infetti, pulizia e risanamento di ambienti contaminati.

Esiste un rischio potenziale che un virus dell’influenza aviaria come H5N1 diventi responsabile di pandemia influenzale?

Non è possibile predire se e quando vi sarà una pandemia di influenza aviaria. Tuttavia, considerando gli intervalli di tempo in cui si sono verificate le passate pandemie influenzali, è probabile che prima o poi questo avverrà. La capacità di un virus di origine aviaria come H5N1 di trasmettersi in modo stabile ed efficiente da uomo a uomo, e quindi di causare una pandemia influenzale, può essere dovuto sia a fenomeni di riassortimento genico a seguito di co-infezione con un virus influenzale di origine umana che all’acquisizione graduale di mutazioni adattative delle capacità replicative e di trasmissibilità nel corso di successive infezioni nell’uomo. Pertanto, l’evidenza che il virus H5N1 sia diventato endemico in ampie regioni asiatiche indica che potrebbe aumentare il rischio che si verifichino più casi umani e quindi la probabilità che possa diventare un virus pandemico.

Esistono farmaci efficaci per il trattamento dell’infezione nell’uomo?

I farmaci attualmente disponibili per l’influenza stagionale nell’uomo potrebbero essere efficaci e, come in questo caso, è necessario che siano somministrati precocemente (entro 48 ore dalla comparsa dei primi sintomi).

Per la prevenzione è utile la vaccinazione antinfluenzale nell’uomo?

Allo stato attuale, l’OMS raccomanda a tutte le persone che lavorano a contatto con animali, e particolarmente in allevamenti suinicoli e avicoli, di vaccinarsi contro l’influenza stagionale per ridurre eventuali rari casi di co-infezione e il potenziale rischio di riassortimento, ossia mescolanza di frammenti genici tra virus diversi e possibile rapida acquisizione di capacità di trasmissione da uomo a uomo.

Influenza Aviaria: deriva genetica e riassortimento

L’influenza aviaria è una malattia virale diffusa in tutto il mondo in grado di contagiare quasi tutte le specie di uccelli. Può essere ad alta o bassa patogenicità (rispettivamente HPAI e LPAI), a seconda delle caratteristiche molecolari del virus coinvolto e della sua capacità di provocare morbilità e mortalità nei polli. Nelle forme altamente patogene la malattia insorge in modo improvviso e può condurre alla morte rapida nella maggior parte dei casi.

Una caratteristica importante è rappresentata dall’instabilità del virus

Le riserve naturali dei diversi sottotipi di virus sono rappresentate dalle anatre selvatiche che solitamente non si ammalano ma che entrando in contatto con allevamenti di polli e tacchini trasmettono l’infezione causando in questi ultimi malattia con conseguenze importanti sia per l’eventuale tasso di mortalità sia per il forte impatto economico dato dall’adozione di misure di eradicazione e restrizione al commercio nelle zone in cui si verificano i casi. Una caratteristica importante è rappresentata dall’instabilità del virus, per cui anche i ceppi a bassa patogenicità possono mutare in forme altamente patogene, soprattutto dopo aver circolato anche per brevi periodi in una popolazione di polli. L’instabilità genetica consiste in una serie di mutazioni durante la replicazione del genoma virale e nel fatto che non vi siano meccanismi di correzione. Questo fenomeno viene detto deriva genetica e riguarda tutti i virus influenzali di tipo A, compresi quelli tipici della specie umana, e comporta un’intensa attività di sorveglianza dedicata al monitoraggio di questi cambiamenti al fine di attuare pratiche di prevenzione.

Esistono quattro tipi di virus influenzali: A, B, C e D. I virus influenzali A infettano l’uomo e diversi animali, come uccelli, suini, cavalli e cani. Sono gli unici virus influenzali noti per causare pandemie influenzali. Una pandemia può verificarsi quando emerge un nuovo e diverso virus dell’influenza A che infetta le persone, ha la capacità di diffondersi efficacemente e contro il quale esiste poca o nessuna immunità. In base alla specie interessata dal tipo A, la malattia prende il nome della specie stessa, influenza umana, aviaria, suina e così via.  Il tipo B circola tra le persone e causa epidemie stagionali. Le infezioni da virus dell’influenza C generalmente causano malattie lievi e non si ritiene che causino epidemie umane. I virus dell’influenza D colpiscono principalmente i bovini e non sono noti per infettare o causare malattie nelle persone.

I virus dell’influenza A sono divisi in sottotipi basati su due proteine di superficie del virus: emoagglutinina (H) e neuraminidasi (N). Sono noti 18 diversi sottotipi di emoagglutinina e 11 diversi sottotipi di neuraminidasi (da H1 a H18 e da N1 a N11). Gli attuali sottotipi di virus dell’influenza A che circolano abitualmente tra le persone includono A(H1N1) e A(H3N2). Mentre in natura sono state identificate più di 130 combinazioni di sottotipi di influenza A, principalmente da uccelli selvatici, ci sono potenzialmente molte più combinazioni di sottotipi di influenza A data la propensione al riassortimento del virus. Il riassortimento è un processo mediante il quale i virus influenzali scambiano segmenti genici. Il riassortimento può verificarsi quando due virus influenzali infettano contemporaneamente un ospite e scambiano informazioni genetiche.

Un esempio di riassortimento è quello che ha portato alla pandemia influenzale del 2009-2010 denominata influenza suina che, diffondendosi dal Messico, ha causato migliaia di morti e milioni di contagi nel mondo. Il virus, un nuovo ceppo di H1N1, trasmissibile da uomo a uomo, era frutto di un riassortimento tra tre diversi virus influenzali: suino, aviario e umano.

Influenza aviaria H5N1 in Europa e Italia

A dicembre 2022 l’Autorità Europea per la Sicurezza Alimentare (EFSA) ha pubblicato il report scientifico relativo ai focolai di influenza aviaria accertati in 27 Stati europei nel trimestre compreso tra il 10 settembre e il 2 dicembre 2022. I focolai riguardano tre categorie di uccelli: volatili in allevamenti destinati al consumo alimentare umano, volatili domestici in cattività per uso diverso da quello alimentare, volatili selvatici. In totale risultano 1.162 focolai di infezioni ad alta patogenicità (HPAI) di cui il 99% da influenza aviaria H5N1, riguardanti i volatili selvatici per il 53%, volatili da allevamento per il 34% e volatili in cattività per uso non alimentare per il 13%. Tra i paesi più colpiti ci sono Regno Unito, Francia, Germania, Paesi Bassi, Belgio, Ungheria, Italia e Spagna (Grafico 1). L’origine di questi focolai è attribuibile alla migrazione di uccelli selvatici da paesi del nord est Europa come Russia, Kazakistan e Mongolia.

Grafico 1: numero di focolai di influenza aviaria ad alta patogenicità, suddivisi per paese europeo, diagnosticati nei volatili da allevamento per il consumo umano, nei volatili in cattività non destinati al consumo umano e nei volatili selvatici, nel periodo compreso tra il 10 settembre e 2 dicembre 2022 (dati estratti dal report trimestrale pubblicato da EFSA)

Nello stesso periodo analizzato sono stati diagnosticati, a livello mondiale, anche 6 casi di influenza aviaria nell’essere umano in 3 paesi: due casi in Spagna da H5N1, tre in Cina da H5N1, H5N6 e H9N2, uno in Vietnam da H5 senza identificazione della neuraminidasi.

L’EFSA ricorda inoltre che l’epidemia da virus di influenza aviaria altamente patogenetica osservata negli uccelli, in tutto il periodo epidemiologico 2021-2022, è la più grande che ci sia mai stata: 2.520 focolai negli allevamenti di 37 paesi europei con 50 milioni di volatili morti per malattia o abbattuti dall’uomo. Il numero è superiore di 1.7 volte rispetto al periodo 2020-2021 e 2.4 volte rispetto al 2016-2017.

Per quanto concerne l’Italia, l’Istituto Zooprofilattico Sperimentale delle Venezie (IZSVe) rappresenta il Centro di referenza nazionale e Laboratorio di Referenza Europeo (EURL) per l’influenza aviaria e la Malattia di Newcastle (altra malattia virale degli uccelli domestici e selvatici sostenuta da un Paramyxovirus). Tra le varie attività esercitate con il coordinamento dell’Istituto Superiore di Sanità (ISS) ci sono quelle di confermare le diagnosi di infezione e di caratterizzazione molecolare e biologica dei virus emergenti. Vengono pubblicate periodicamente le informazioni sulla situazione epidemiologica dell’influenza aviaria in Italia.

L’aggiornamento al 28 dicembre 2022 mostra 30 focolai di infezione ad alta patogenicità nel pollame domestico, tutti sostenuti da virus H5N1. Le regioni interessate sono il Veneto con 19 focolai, Lombardia 7, Emilia-Romagna 3 e Friuli-Venezia Giulia 1. Per quanto riguarda i volatili selvatici, in data 28 febbraio 2023, i focolai sostenuti da virus ad alta patogenicità H5N1 sono stati 105 con la maggioranza dei casi nelle regioni del nord Italia e con 2 casi in Sardegna e 1 in Umbria. Gli uccelli interessati sono stati in molti casi il Gabbiano comune, il Cigno reale e il Germano reale. In altri casi sono state interessate la Poiana comune, il Fenicottero rosa, il Falco pellegrino e l’Alzavola.

Nel 2022 mancano all’appello 9 milioni di visite per tornare ai livelli pre-Covid

La buona notizia è che il SSN nel 2022 mostra che sta progressivamente recuperando i livelli di prestazioni erogate del 2019; quella meno buona è che restano sempre più indietro le persone che hanno bisogno di visite per giungere a una diagnosi o per controllare patologie o condizioni pregresse. E l’Istat certifica che si ricorre di più al portafoglio per colmare il divario tra necessità e capacità tempestiva di offerta: aumenta chi ha pagato interamente a proprie spese sia visite specialistiche (dal 37% del 2019 al 41,8% nel 2022) sia accertamenti diagnostici (dal 23% al 27,6% nel 2022).

Rispetto all’anno pre-Covid mancano all’appello ancora quasi 3,4 milioni di prime visite (il 15,5% in meno quindi) per raggiungere i circa 22 milioni del 2019 e oltre 5,5 milioni di visite di controllo (cioè ne sono state erogate quasi il 17% in meno) per eguagliare gli oltre 32,5 milioni sempre del 2019.

A mostrarlo sono i dati pubblicati da Agenas, elaborati dall’Osservatorio di Salutequità, che evidenzia come manchino ancora all’appello nel 2022 rispetto al 2019 circa una prestazione di specialistica ambulatoriale su 10, escludendo gli esami di laboratorio- al livello nazionale.

“È grave e preoccupante che nel 2022 la capacità di presa in carico del SSN dei bisogni di salute dei cittadini sia ancora inferiore a quella pre-pandemia. Infatti, tutto questo accade a fronte di circa 1 miliardo stanziato tra il 2020 e il 2022 dallo Stato proprio per il recupero delle liste di attesa ma per una buona parte ancora non speso dalle Regioni, mentre al contrario i cittadini sono costretti a mettere mano sempre più al portafoglio per curarsi – così Tonino Aceti, Presidente di Salutequità – Il recupero delle liste di attesa attraverso l’utilizzo delle risorse pubbliche stanziate, anche con l’ultima Legge di bilancio, deve diventare elemento centrale di misurazione e valutazione ai fini LEA dell’operato delle Regioni. Ad oggi però questo praticamente ancora non accade. Va garantito il pieno utilizzo da parte di tutte le Regioni dei 350 milioni di euro stanziati nel 2018 per l’implementazione e l’ammodernamento delle infrastrutture tecnologiche legate ai sistemi di prenotazione elettronica per l’accesso alle strutture sanitarie. Inoltre, andrebbe concretamente rilanciato l’impegno per l’attuazione del Piano nazionale di governo delle liste di attesa 2019-2021, che tra l’altro necessiterebbe anche di un importante tagliando, nonché garantire un maggior controllo sull’attività intramoenia. Infine, va subito finanziato un piano straordinario di investimento nel capitale umano del SSN, superando le attuali carenze di organico e contrastando la cosiddetta “desertificazione” sanitaria”

Solo la Toscana ha recuperato completamente i volumi di specialistica ambulatoriale, registrando anche volumi superiori.

Analizzando i dati in termini percentuali per rendere meglio l’idea della differenza tra 2022 e 2019, meglio rispetto alla media nazionale Campania (-1,19%), Lazio (-4,77%), Lombardia (-4,79%), Basilicata (-5,98%). Mancano invece all’appello oltre una prestazione su 5 in Calabria (-20,51%), Sardegna (-21,27%), Valle d’Aosta (-32,55%), P.A. Bolzano (-45,34%).

Nel 2022 sono saltate in media a livello nazionale circa una prima visita specialistica su 6 rispetto al 2019 (-15,49%), con punte di oltre una prima visita su due nella PA di Bolzano (-57,8%); circa una su tre in Valle d’Aosta, Sardegna, Calabria; circa una su 4 in Abruzzo, Marche, Umbria e oltre una su 5 in Veneto e Sicilia. Complessivamente 12 regioni fanno peggio della media nazionale.

Secondo la valutazione di Salutequità, a rimetterci sono anche le cure per i malati cronici, che hanno visto saltare a livello nazionale circa una visita di controllo su sei e fino a oltre una su tre rispetto al 2019 in Sardegna (-36,16%), PA Bolzano (-35,66%), Valle d’Aosta (-38,11%).

Sono 12 le Regioni che hanno recuperato meno prime visite rispetto alla media nazionale. La Lombardia ha quasi recuperato tutte le prime visite (-3,95%), seguita da Basilicata (-7,99%) e Emilia-Romagna (-7,83%). Tutte le altre Regioni devono recuperare almeno una prima visita su 10.

E sono 11 le Regioni che fanno peggio rispetto alla media nazionale rispetto alle le visite di controllo. Solo la Toscana deve recuperare meno di una visita di controllo su dieci.

Le regioni nelle quali resta da recuperare circa una visita su tre (sia per prime visite che per quelle di controllo) sono: Calabria, Sardegna, Valle d’Aosta e P.A. di Bolzano.

Hanno fatto peggio rispetto alla media nazionale, erogando meno prime visite e visite di controllo rispetto al 2019, anche Piemonte (18,59% prime visite e 19,53% visite controllo), Veneto (22,85% prime visite e 19,54% controllo) e Sicilia (22,46% prime visite e 26,17% controllo).

Per approfondire

Per la prima volta al mondo paziente cieco recupera la vista a un occhio grazie all’altro occhio non vedente

“Quando mi sono risvegliato e ho iniziato a vedere i contorni delle mie dita e della mano, è stato come nascere di nuovo”. Queste sono le prime parole di E. B., un uomo di 83 anni che vive in provincia di Torino, affetto da due gravi e diverse patologie della vista, che l’avevano condotto alla cecità da 6 anni, dopo esser riuscito a recuperare la vista all’occhio destro che, già a due settimane dall’intervento (durato 4 ore), gli permette di riconoscere gli oggetti, i volti e di muoversi autonomamente.

Ad operarlo una équipe costituita dal professor Michele Reibaldi (Direttore della Clinica Oculistica universitaria dell’ospedale Molinette della Città della Salute di Torino), ed esperto chirurgo retinico, e dal professor Vincenzo Sarnicola (Presidente della Società Italiana della Cornea e della Staminalità della Superficie Oculare (SICSSO) e consigliere del direttivo della Società Italiana di Scienze Oftalmologiche (S.I.S.O.), coadiuvato dalla sua collaboratrice Enrica Sarnicola.

Il paziente aveva perso da 30 anni la vista all’occhio sinistro per una cecità retinica irreversibile e, negli ultimi 10 anni, aveva progressivamente perso la funzione visiva anche dell’occhio destro ma per una patologia cronica rara (pseudo pemfigoide oculare), che ha distrutto la cornea e purtroppo anche la superficie oculare. Negli ultimi anni l’occhio destro era stato sottoposto a due trapianti di cornea tradizionali a tutto spessore, entrambi falliti rapidamente per la mancata funzionalità della superficie oculare.

Il trapianto di cornea a tutto spessore è l’intervento chirurgico tramite cui si provvede alla sostituzione della sola cornea che ha perso la sua trasparenza con una cornea sana proveniente da un donatore deceduto. “Normalmente la cornea presenta un tasso di rigetto molto più basso rispetto ad altri organi vascolarizzati, ma in presenza di un’alterazione diffusa di tutta la superficie oculare, come nel caso del paziente, questo rischio diventa altissimo”.spiega Sarnicola. In particolare, un danneggiamento delle cellule staminali del limbus, la zona tra la cornea e la congiuntiva, determina il fallimento irreversibile del trapianto.

In questo intervento, per la prima volta al mondo, è stato realizzato un autotrapianto dell’intera superficie oculare, prelevata dall’occhio sinistro, comprendente non solo la cornea, ma anche una parte di sclera e tutta la congiuntiva comprese le cellule staminali del limbus.

“In estrema sintesi il paziente per problemi retinici aveva irrimediabilmente perso la funzionalità dell’occhio sinistro, mentre l’occhio destro aveva mantenuto una potenzialità di recupero che però si era rivelata vana con trapianti tradizionaliriferisce Reibaldi –. Abbiamo deciso di coinvolgere il professor Sarnicola – continua – perché notissimo nel mondo per aver proposto e realizzato tecniche alternative ai trapianti perforanti tradizionali”.

“L’intervento è stato eseguito prelevando dall’occhio sinistro, irrecuperabile dal punto di vista funzionale, ma con la cornea e la superficie oculare in buona salute, tutta la congiuntiva, tutta la cornea e due millimetri di sclera, in un unico pezzospiegano Reibaldi e Sarnicola -. In pratica un terzo dell’occhio sinistro è stato autotrapiantato nell’occhio destro, che quindi è stato ricostruito ed è tornato a vedere”.

“La vera novità consisteprecisa Sarnicolanell’aver allargato il trapianto corneale all’intera superficie oculare, ai tessuti congiuntivo-sclerali, che giocano un ruolo fondamentale nel permettere il successo del trapianto in condizioni particolari, come nel caso del nostro paziente. Allo stesso tempo, l’occhio sinistro è stato ricostruito con tessuti da donatore solo a scopo estetico”.

“L’intervento è stato straordinario ed il paziente, oggi dopo due settimane ha ripreso a vedere e si muove autonomamente. Siamo molto emozionati e ci aspettiamo un successo duraturo nell’occhio destro, perché ricostruito con tessuti propri del paziente e quindi potenzialmente al riparo dai problemi di rigetto che hanno afflitto i precedenti trapianti”, concludono Reibaldi e Sarnicola.

Nonostante l’eccezionalità dell’intervento, potrà essere replicabile in altri casi nelle stesse condizioni del primo paziente operato.

Annuario 2021, i dati aggiornati del Servizio sanitario nazionale

Il Servizio Sanitario Nazionale dispone di oltre 214 mila posti letto per degenza ordinaria, di cui il 20,5% nelle strutture private accreditate. A livello nazionale sono disponibili 4,0 posti letto ogni 1.000 abitanti.

Questi alcuni dei dati, relativi al 2021, evidenziati nell’ultima edizione dell’Annuario statistico del Servizio Sanitario Nazionale, realizzato dall’Ufficio di statistica del Ministero della Salute. La pubblicazione presenta i dati statistici sulle strutture della rete di offerta sanitaria e sui servizi connessi, sulle caratteristiche organizzative, sui fattori produttivi e i dati sull’attività di assistenza territoriale e ospedaliera.

Le informazioni vengono elaborate sulla base dei flussi informativi rilevati in base al D.M. 5 dicembre 2006 “Variazione dei modelli di rilevazione dei dati delle attività gestionali delle strutture sanitarie”, che disciplina la trasmissione dei dati da Regioni e Province autonome al Ministero della Salute.

L’assistenza ospedaliera

Nel 2021 l’assistenza ospedaliera si è avvalsa di 995 istituti di cura, di cui il 51,4% pubblici e il rimanente 48,6% privati accreditati. Il 63,6% delle strutture pubbliche è costituito da ospedali direttamente gestiti dalle Aziende Sanitarie Locali, il 10,4% da Aziende Ospedaliere e il restante 26,0% dalle altre tipologie di ospedali pubblici.

Il Servizio Sanitario Nazionale dispone di oltre 214 mila posti letto per degenza ordinaria, di cui il 20,5% nelle strutture private accreditate, 12.027 posti per day hospital, quasi totalmente pubblici (88,6%) e di 8.132 posti per day surgery in grande prevalenza pubblici (76,7%).
A livello nazionale sono disponibili 4,0 posti letto ogni 1.000 abitanti, in particolare i posti letto dedicati all’attività per acuti sono 3,4 ogni 1.000 abitanti. 

Nell’analizzare i dati dell’assistenza ospedaliera occorre tenere presente l’impatto che l’emergenza pandemica ha avuto in alcune regioni, che ha comportato la riorganizzazione delle strutture e delle attività ospedaliere. Nell’Annuario è stato inserito, come per il 2020, un focus specifico relativo ai posti letto e alle strutture dedicate all’assistenza dei pazienti Covid-19.

L’assistenza distrettuale: medici di medicina generale e pediatri di libera scelta

L’assistenza distrettuale, che coordina e integra tutti i percorsi di accesso ai servizi sanitari da parte del cittadino, si avvale soprattutto dei medici di medicina generale e dei pediatri di libera scelta.

In media a livello nazionale ogni medico di base ha potenzialmente come pazienti 1.295 adulti residenti. A livello regionale esistono notevoli differenziazioni.

l numero medio potenziale per pediatra è a livello nazionale di 985 bambini, con un’ampia variabilità territoriale (da un valore di 842 bambini per pediatra in Puglia a 1.262 bambini per pediatra nella Provincia Autonoma di Bolzano). 

Il contratto dei medici di medicina generale e di pediatria prevede, salvo eccezioni, che ciascun medico di medicina di base assista al massimo 1.500 pazienti adulti (di età superiore ai 13 anni) e ciascun pediatra 800 bambini (di età compresa fra 0 e 13 anni).

La galenica come frontiera avanzata della sanità personalizzata

La galenica non è mai superata. Anzi: oggi si vede rilanciata sul fronte più avanzato delle terapie personalizzate, proprio in un periodo storico in cui segnali di carenza e indisponibilità richiamano l’attenzione sulle preparazioni magistrali. Ed ecco dunque che l’evento con cui la Società Italiana dei Farmacisti Preparatori-SIFAP festeggia i suoi primi trent’anni di vita assume un valore particolarmente significativo, perché rilancia una professione sulla frontiera più avanzata della sanità. “30 anni insieme per la Galenica. Evoluzione di un Impegno Magistrale” (25 marzo 2023, Nobile Collegio Chimico Farmaceutico, Roma) è il Congresso Nazionale con cui la Società “festeggia” il suo compleanno, riflettendo su un passato importante (l’atto costitutivo porta la data del 26 febbraio 1993) e domandandosi cosa significhi oggi parlare di galenica e di farmacisti preparatori.

Un interrogativo a cui la presidente e socio fondatore di SIFAP, Paola Minghetti (Presidente Comitato di Direzione, Facoltà di Scienze del Farmaco, Università degli Studi di Milano) risponde così: “Oggi parlare di farmacista preparatore ha un significato completamente diverso dalle origini, quando il preparato magistrale era lo standard del medicinale. Oggi il preparato allestito in farmacia risponde in modo specifico alle esigenze terapeutiche che l’industria non riesce a soddisfare. Questo professionista oggi risponde concretamente alle necessità terapeutiche del singolo paziente, allestendo il medicinale personalizzato per fornire la terapia ottimale, e spesso si trova a sopperire alle carenze di farmaci di origine industriale nel normale circuito distributivo. Possiamo dire quindi che oggi il farmacista preparatore è uno dei maggiori interpreti della sanità personalizzata, quella delle terapie tagliate su misura”.

Il farmacista preparatore ha avuto il suo momento di maggior pressione nell’emergenza pandemica. Durante le ondate di SARS.CoV.2 i prodotti industriali per la sanificazione del corpo e degli ambienti sono andati presto esauriti, e proprio le farmacie aperte al pubblico e ospedaliere si sono attivate per allestire preparati nel laboratorio e fronteggiare con successo l’emergenza sanitaria. “In quel periodo – precisa Minghetti – sono nate le istruzioni operativa per il Gel mani, quelle per i microclismi di diazepam indispensabili nell’epilessia infantile, le sospensioni di paracetamolo e di ibuprofene e le innumerevoli istruzioni per la ripartizione dei vaccini prodotte in collaborazione tra SIFAP e SIFO”.

Poi, per fortuna, la pressione pandemica è venuta meno, ma gli esperti di galenica non hanno diminuito l’attenzione. E dunque qual è la centralità operativa contemporanea di questa figura? “Direi che è un ruolo rilevante sia scientificamente che socialmente”, dichiara la presidente SIFAP, “perché stiamo parlando di una professione salvavita per quei pazienti per i quali l’industria non fornisce il farmaco necessario. Pensiamo ad esempio alle malattie rare: la nostra figura diventa indispensabile proprio quando il farmaco preparato è l’unica soluzione per migliorare la qualità della vita del paziente stesso, se non addirittura per permettergli la sopravvivenza”.

Se questo è lo scenario della professione e della sua Società di riferimento – SIFAP è nata grazie alla spinta di Marcello Marchetti, indimenticato professore di Legislazione e tecnica farmaceutica, è stata riconosciuta come società scientifica nel 2018 ed oggi registra la presenza di oltre 600 soci – quali sono dunque gli obiettivi del Convegno di Roma, che si propone come ponte tra tre decenni di storia ed un futuro certamente impegnativo? Conclude Paola Minghetti: “direi che gli obiettivi sono principalmente due: da un lato un doveroso ringraziamento a chi ha contribuito all’attività di SIFAP in questi anni, dai soci fondatori a tutti i consiglieri e ai delegati regionali nonché alle altre Associazioni di categoria che ci hanno sempre sostenuto e attribuito un ruolo centrale. A questo si aggiunge la scelta di SIFAP di ascoltare durante l’evento di dialogare con autorità, medici, farmacisti e pazienti raccogliendo i bisogni e le criticità che tutti vivono nella loro quotidianità affinché la filiera del preparato galenico sia sempre tempestiva e competente nelle sue azioni e risposte professionali”.

Al Congresso nazionale SIFAP interverranno esperti, autorità, rappresentanti del mondo istituzionale, accademico e associativo, tra cui Eugenia Cogliandro (Primo Vice Chair della Commissione di Farmacopea Europea e componente dell’Area Autorizzazioni medicinali di AIFA), Andrea Mandelli (Presidente FOFI), Luigi D’Ambrosio Lettieri (Presidente Fondazione Cannavò), Marco Cossolo (Presidente Federfarma), Arturo Cavaliere (Presidente SIFO), Eugenio Leopardi (Presidente Utifar) e Carolina Carosio (Presidente Fenagifar).

L’alfabetizzazione sanitaria per mitigare il Covid

I danni della disinformazione e i benefici della consapevolezza: la pandemia ha messo sotto gli occhi di tutti l’importanza dell’alfabetizzazione sanitaria della cittadinanza. Ma non si tratta solo di stilare un bilancio dell’esperienza: è una lezione fondamentale per il futuro. Da queste premesse è nato il webinar “Migliorare l’alfabetizzazione sanitaria e proteggere il valore dell’accesso alle cure per un migliore coinvolgimento di cittadini e pazienti nella mitigazione del Covid”, organizzato da Active Citizenship Network (ACN), rete europea di Cittadinanzattiva, rivolto ai rappresentanti delle associazioni civiche e dei pazienti di tutta Europa: occasione per fornire informazioni aggiornate sul virus, condividere esperienze, identificare quanto appreso durante la pandemia e scambiare feedback.

Mariano Votta

“Il Covid-19 ha avuto un impatto significativo su diversi fronti come quello delle malattie non trasmissibili: i pazienti oncologici e cronici sono stati lasciati quasi soli per molti mesi, soprattutto durante la prima ondata di pandemia – ha spiegato Mariano Votta, responsabile delle politiche in Europa di Cittadinanzattiva e direttore ACN -. A tre anni esatti dal primo lockdown, la situazione è per fortuna cambiata in meglio con:

  • la scoperta e l’uso su larga scala dei vaccini anti-Covid, grazie a un investimento nella ricerca medica senza precedenti nella storia;
  • una risposta attenta da parte delle autorità sanitarie;
  • l’enorme impegno profuso da tutte le categorie di operatori sanitari, a cui andrà la nostra eterna riconoscenza per il sacrificio, anche in termini di vite umane;
  • il senso di responsabilità della stragrande maggioranza dei cittadini nell’attuare comportamenti responsabili, seguendo le indicazioni delle pubbliche autorità al fine di prevenire e limitare i contagi;
  • il contributo di tanti attori della società civile per agire e reagire contro la pandemia”.

Tutti fattori che hanno portato a una significativa riduzione del numero dei contagi e dell’incidenza del Covid-19 e delle sue varianti. Progressi enormi che però non ci mettono del tutto in una situazione di sicurezza, soprattutto se dovesse passare il messaggio – sbagliato – che il virus Covid-19 può essere sottovalutato perché ormai percepito innocuo. La pandemia di Covid-19 ha posto sfide significative alle comunità di pazienti e ACN, in continuità con il suo impegno nella lotta al Covid-19, si impegna ad aiutare a trovare soluzioni a queste sfide.

Per tenere viva l’attenzione sul tema e per contribuire a evitare che i pazienti Covid sperimentino l’incuria e l’abbandono che hanno vissuto i pazienti non Covid durante la pandemia, ACN ha deciso – con i due seguenti progetti europei, entrambi realizzati col supporto non condizionato di Pfizer, “Improving health literacy for better public and patient involvement in mitigating Covid-19 pandemic using interactive and intuitive educational tools” e “Protecting the value of access to care during – and after – the Covid-19 pandemic across Europe: focus on antivirals” – di investire in alfabetizzazione sanitaria per contribuire a mitigare gli effetti del Covid.

Un cittadino informato può fare la differenza non solo per la propria salute ma per la salute pubblica

La pandemia da Covid-19 ci ha insegnato quanti danni può arrecare anche un cittadino e paziente disinformato che perpetra comportamenti non salutari e quanto, invece, un cittadino e paziente informato può fare la differenza non solo per la propria salute individuale ma per la salute pubblica in generale.

La comprensione di quali siano i rischi, soprattutto per alcuni pazienti con comorbidità, e la consapevolezza di quali sono, invece, i benefici portati dalla vaccinazione anti-Covid, possono contribuire a mitigare la pandemia da Covid-19 e altri eventi simili, che non si possono escludere per il futuro: da qui il bisogno di trovarci più pronti e preparati.

Allo stesso tempo, la promozione di opportunità di confronto consente ai leader delle organizzazioni civiche coinvolte e ai gruppi di pazienti (PAG) di condividere le esigenze, le preoccupazioni e le migliori pratiche messe in campo dalle loro organizzazioni nella prevenzione, nella gestione, nel trattamento e nel follow-up del Covid-19.

L’alfabetizzazione sanitaria (Health Literacy) è un potentissimo strumento di garanzia della salute individuale e pubblica che ci permette di comprendere che la salute è un bene pubblico da preservare con azioni preventive individuali che diventano tanto più efficaci quanto più le seguiamo.

La scarsa alfabetizzazione sanitaria della popolazione è un problema di salute pubblica sottovalutato

Come dichiarato dagli esperti, l’infodemia legata al Covid-19 ha dimostrato che la scarsa alfabetizzazione sanitaria della popolazione è un problema di salute pubblica sottovalutato: in Europa, quasi la metà degli adulti ha riferito di avere problemi con l’alfabetizzazione sanitaria e di non avere le competenze necessarie per prendersi cura della propria salute e di quella degli altri.

In una prima sessione del webinar, intitolata “Conoscere e mitigare l’impatto del Covid-19”, Alessandra Medolla, medico di medicina generale presso l’ASL di Salerno, e Marco Vatri, geriatra dell’azienda Ospedaliero Universitaria Careggi Firenze, che già in passato si erano prestati in analoghe iniziative organizzate da ACN, hanno trattato temi come il virus e le sue mutazioni e i meccanismi di funzionamento dei vaccini, sfatando anche alcune false credenze diffuse a proposito dei vaccini, come quella ormai smentita da anni sulla presunta correlazione con l’autismo.

In particolare, i vaccini ci hanno consentito di arrivare a convivere con il virus esposti a un minore rischio di contrarre la malattia in forma grave e soprattutto hanno drasticamente ridotto il rischio di ospedalizzazioni.

Nella seconda sessione, intitolata “Il valore dell’accesso alle cure: focus sugli antivirali”, gli esperti si sono soffermati su cure e farmaci approvati (quando utilizzarli e quando, al contrario, non utilizzarli perché non danno alcun beneficio), ruolo degli antivirali, complicanze della malattia, Long Covid, e infine sull’importante punto della prevenzione e degli screening oncologici, i grandi assenti durante la pandemia.

Le stime della European Cancer Organization ipotizzano 100 milioni di screening non effettuati nella pandemia, sia a causa di difficoltà affrontate dai sistemi sanitari nel garantire l’accesso a queste prestazioni, sia di preoccupazioni da parte dei cittadini, che sovente hanno rinunciato per paura del contagio. Ritardi di cui prima o poi pagheremo il conto, come sottolineato nel report di IQVIA dall’eloquente titolo, Cancer won’t wait: il cancro non aspetta. Facendo riferimento al documento, Medolla ha sottolineato l’importanza delle azioni intraprese dai numerosi stakeholder per mitigare l’impatto della pandemia sugli screening.

Ancora, l’esperta ha illustrato alcune delle azioni intraprese in Paesi europei con questo obiettivo. Ad esempio, in Portogallo sono state attivate unità di screening mobili con garanzie di igiene e sicurezza dopo ogni esame, mentre in Italia per quanto riguarda il tumore al seno è stato potenziato il triage  per dare la priorità ai soggetti più a rischio.

Le attività di ACN proseguono ad aprile con due appuntamenti, entrambi al Parlamento Europeo, a Bruxellesi: il 26 un convegno sul tema delle Terapie Avanzate in Europa: coniugare sostenibilità, innovazione e rispetto dei diritti dei pazienti, in occasione delle celebrazioni europee della 17^ Giornata Europea dei Diritti del Malato, e il 27 l’evento conclusivo del progetto AHEAD (Action for Health and Equity: Addressing medical Deserts) che mira a ridurre le disuguaglianze di salute affrontando la sfida dei deserti sanitari in Europa.

Per approfondire

Dispositivi medici, estensione della validità dei certificati

È stato pubblicato, nella Gazzetta europea, il Regolamento (UE) 2023/607 del Parlamento europeo e del Consiglio del 15 marzo 2023 che modifica i regolamenti (UE) 2017/745 e (UE) 2017/746 riguardo le disposizioni transitorie per determinati dispositivi medici e dispositivi medico-diagnostici in vitro.

Il Regolamento, che entra in vigore il 21 marzo 2023, si pone l’obiettivo di evitare, nella fase di transizione dei dispositivi medici al nuovo regime regolamentare, il mancato accesso dei pazienti a un’ampia gamma di dispositivi e contemporaneamente di stimolare i fabbricanti a compiere ogni sforzo per accelerare il processo di certificazione ai sensi del Regolamento (UE) 2017/745 per i dispositivi già marcati CE in base alle precedenti direttive.

L’emendamento prevede in particolare l’estensione della validità dei certificati rilasciati ai sensi delle direttive, a patto che siano rispettate alcune condizioni, tra le quali principalmente l’impegno a seguire l’iter di certificazione in base al Regolamento (UE) 2017/745.

Per approfondire

Nella fotografia dell’ISS i primi mille giorni di vita

La maggioranza delle mamme, oltre 9 su 10, ha riferito di non aver fumato durante la gravidanza e oltre 8 su 10 di non aver consumato bevande alcoliche. Tuttavia, sono ancora troppi i bambini (38%) potenzialmente esposti a fumo passivo a causa della presenza di almeno un genitore e/o altra persona convivente fumatrice. Inoltre, se è vero che più del 90% delle mamme ha assunto acido folico in gravidanza, è altrettanto vero che solo un terzo (32,1%) lo ha fatto in maniera appropriata a partire da un mese prima del concepimento. Ancora: tra gli 11 e i 15 mesi, oltre la metà dei piccoli è esposta già a schermi, tra TV, computer, tablet o cellulari; nella stessa fascia d’età, oltre un terzo delle mamme trova difficile farli stare, in auto, nel seggiolino ben allacciati. Sono questi alcuni dei risultati, presentati oggi presso l’Istituto Superiore di Sanità, del Sistema di Sorveglianza 0-2 anni sui principali determinanti di salute del bambino – Sorveglianza Bambini 0-2 anni – promosso dal Ministero della Salute e coordinato dall’ISS, realizzato in collaborazione con le Regioni.

“Investire nelle prime epoche della vita significa favorire ricadute positive lungo tutto l’arco dell’esistenza, non solo nel singolo ma nell’intera comunità, sia in termini di salute che di sviluppo di competenze cognitive e sociali e di accesso a percorsi educativi e professionali – afferma Giovanni Capelli, Direttore del Centro Nazionale per la Prevenzione delle Malattie e la Promozione della Salute dell’ISS – I risultati dell’edizione 2022 ella Sorveglianza mostrano che i comportamenti favorevoli al pieno sviluppo psico-fisico dei bambini non sono sempre garantiti ed evidenziano differenze territoriali e socio-economiche meritevoli di attenzione in un’ottica di salute pubblica”.

Dalla Sorveglianza – che ha coinvolto un totale di oltre 35.000 mamme intervistate nei Centri Vaccinali delle Regioni partecipanti – viene fuori che due terzi delle mamme (66,7%) è consapevole di dover mettere a dormire il proprio bambino a pancia in su per prevenire la morte improvvisa in culla e che tre quarti delle mamme (76,1%) intende vaccinare i propri figli ricorrendo sia alle vaccinazioni obbligatorie che a quelle raccomandate. Il 13% dei bambini non è mai stato allattato e sono ancora pochi quelli allattati in maniera esclusiva per il tempo raccomandato dall’OMS: il 46,7% nella fascia d’età 2-3 mesi che si riducono al 30%  nella fascia 4-5 mesi.  

Troppi i bambini che passano del tempo davanti a TV, computer, tablet o cellulari già a partire dai primi mesi di vita: il 22,1% nella fascia 2-5 mesi, percentuale che cresce all’aumentare dell’età fino ad arrivare al 58,1% tra i bambini di 11-15 mesi. La quota di bambini a cui non sono stati letti libri nella settimana precedente l’intervista risulta pari al 58,3% nella fascia d’età 2-5 mesi, e al 32,6% tra i bambini di 11-15 mesi. Il 12,4% delle mamme di bambini di 0-2 anni ha riferito di essersi rivolta a pediatra o pronto soccorso per incidenti occorsi al bambino. Il 19,3% delle mamme di bambini di 2-5 mesi riferisce di avere difficoltà nel farli stare seduti e allacciati al seggiolino, quota che sale al 34,4% tra le mamme di bambini di 11-15 mesi.  

L’indagine

La finalità della Sorveglianza è di raccogliere informazioni su alcuni determinanti di salute del bambino da prima del concepimento ai 2 anni di vita per produrre indicatori a livello regionale o aziendale, richiesti dall’Organizzazione Mondiale della Sanità e/o dai Piani Nazionali e Regionali della Prevenzione, che consentano confronti territoriali e intertemporali. Inoltre, la Sorveglianza prevede la diffusione di materiale informativo multilingue sui determinanti indagati, come la brochure per i genitori consegnata alla mamma dopo la compilazione del questionario e i poster distribuiti ai Centri Vaccinali e i Pediatri di Libera Scelta.

In questa seconda edizione della rilevazione sono state intervistate complessivamente oltre 35.000 mamme di bambini fino a 2 anni di età, utilizzando un questionario anonimo autocompilato presso i Centri Vaccinali tra giugno e ottobre 2022. Il tasso di partecipazione nelle regioni partecipanti varia tra l’89,2% e il 98,6%.

Sintesi della raccolta dati 2022

Assunzione di acido folico in epoca periconcezionale

L’assunzione quotidiana di 0,4 mg di acido folico (vitamina B9) da quando la coppia comincia a pensare a una gravidanza fino alla fine del terzo mese di gestazione, protegge il bambino da alcune gravi malformazioni congenite. La quota di mamme che ha assunto acido folico in occasione della gravidanza supera il 90%, ma meno di un terzo di esse (32,1%) lo ha fatto in maniera appropriata per la prevenzione delle malformazioni congenite, con una variabilità regionale compresa tra il 21,4% e il 42,5%.

Consumo di tabacco in gravidanza e in allattamento

Fumare in gravidanza aumenta il rischio di basso peso alla nascita, prematurità, mortalità perinatale. I bambini esposti a fumo passivo hanno un rischio maggiore di malattie delle basse vie respiratorie e di episodi di asma.  Dai risultati della Sorveglianza emerge che il 6,4% delle mamme ha dichiarato di aver fumato in gravidanza con un range compreso tra il 2,9% e il 10,3%. Ha dichiarato invece di fumare in allattamento l’8,7% delle mamme (range: 4,9% – 13,9%). La percentuale di bambini potenzialmente esposti al fumo passivo, a causa della presenza di almeno un genitore e/o altra persona convivente fumatrice, varia dal 27,4% al 46,6%, con valori tendenzialmente più elevati nelle regioni del Sud.

Alcol in gravidanza e in allattamento

L’assunzione di alcol in gravidanza e in allattamento può associarsi a spettro dei disordini feto-alcolici (FASD), aborto spontaneo, parto pretermine, basso peso alla nascita, sindrome della morte improvvisa in culla (SIDS), malformazioni congenite, difficoltà cognitive e relazionali. La grande maggioranza delle mamme non ha assunto bevande alcoliche in gravidanza, il 18,6% ha dichiarato di aver consumato bevande alcoliche almeno 1-2 volte al mese e il 3,7% almeno 3-4 volte, con una variabilità regionale in quest’ultimo caso compresa tra l’1,7% e il 6,1%. Durante l’allattamento il consumo di alcol risulta più diffuso che in gravidanza e la quota che lo ha assunto almeno 3-4 volte nei 30 giorni precedenti l’intervista varia tra il 3,4% e il 12,9% nelle mamme con bambini di 2-5 mesi. Il consumo di alcol risulta tendenzialmente più diffuso nelle regioni del Centro-Nord.

Allattamento

I benefici dell’allattamento sia per la mamma che per il bambino sono ormai ben documentati. L’OMS e l’UNICEF raccomandano di allattare in modo esclusivo fino ai 6 mesi di età del bambino e di prolungare l’allattamento fino ai 2 anni e oltre, se desiderato dalla mamma e dal bambino. I risultati della Sorveglianza mostrano che il 30% dei bambini nella fascia d’età 4-5 mesi viene allattato in maniera esclusiva, con una elevata variabilità regionale caratterizzata da quote più basse nelle regioni del Sud e comprese tra il 13,5% e il 43,2%. Risulta invece non essere mai stato allattato il 13% dei bambini rilevati dalla Sorveglianza, con quote tendenzialmente più alte nelle regioni del Sud e complessivamente comprese tra il 7% e il 17,2%.

Lettura precoce in famiglia

Leggere regolarmente al bambino già dai primi mesi di vita significa contribuire al suo sviluppo cognitivo, emotivo e relazionale. Nella settimana precedente l’intervista non è mai stato letto un libro al 58,3% dei bambini nella fascia di età 2-5 mesi con valori più alti nelle regioni del Sud  e compresi tra il 38,3% e il 69,7%. Nella fascia 11-15 mesi la quota di bambini non esposti a lettura risulta pari al 32,6% (range: 16,4% – 48,5%).

Esposizione a schermi

Le evidenze scientifiche sui rischi per la salute psicofisica dei bambini – disturbi del sonno, emotivi, sociali – derivanti dall’uso eccessivo e/o scorretto delle tecnologie audiovisive e digitali sono in aumento. Viene raccomandato di utilizzare queste tecnologie in presenza di un adulto e di evitarne l’uso tra i bambini al di sotto dei 2 anni di vita. Il 22,1% dei bambini di 2-5 mesi passa del tempo davanti a TV, computer, tablet o telefoni cellulari con un range territoriale tra il 13,6% e il 30,3%. La maggior parte dei bambini esposti passa meno di un’ora al giorno davanti a uno schermo e dall’1,9% al 9,1% vi trascorre almeno 1-2 ore. I livelli di esposizione crescono all’aumentare dell’età in tutte le regioni e, tra i bambini di 11-15 mesi, le quote che passano almeno 1-2 ore al giorno davanti a uno schermo arrivano a variare tra il 6,5% e il 39,3%. I bambini risultano maggiormente esposti a schermi nelle regioni del Sud.

Posizione in culla

La sindrome della morte improvvisa in culla (SIDS) rappresenta una delle principali cause di morte post-neonatale. Tra gli interventi semplici ed efficaci per ridurne il rischio è raccomandato mettere a dormire il bambino in posizione supina. Dalla rilevazione risulta che due terzi delle mamme dichiara di mettere a dormire il proprio bambino a pancia in su (66,7%) con un range compreso tra il 53,2% e il 79%. Risulta  frequente anche l’adozione di posizioni diverse da quella raccomandata, con il 18,7% delle mamme che pone il bambino in culla di lato.

Sicurezza in casa

Il rischio di incorrere in un incidente domestico risulta elevato tra i bambini, in particolare sotto i 5 anni di età. Il 12,4% delle mamme è ricorso a personale sanitario per un incidente occorso al figlio (cadute, ferite, ustioni, ingestione di sostanze nocive, ecc.), quota che varia a livello territoriale tra il 10,5% e il 14,7%. Nelle regioni del Centro e soprattutto del Sud si registra un maggior ricorso al pediatra, mentre nel Nord non si rilevano sostanziali differenze tra ricorso al pediatra o al pronto soccorso.

Sicurezza in auto

L’utilizzo corretto dei dispositivi di protezione per il trasporto in auto dei bambini può ridurre sensibilmente il rischio di traumi e di morte a seguito di incidente stradale. Dalla Sorveglianza emerge che il 19,3% delle mamme di bambini di 2-5 mesi ha riferito di avere difficoltà nel far stare il bambino seduto e allacciato al seggiolino, con una variabilità regionale compresa tra il 14,2% e il 29,7%. Al crescere dell’età del bambino le quote di mamme che riferiscono difficoltà aumentano in tutte le regioni, assumendo valori compresi tra il 27,0% e il 47,0% nella fascia d’età 11-15 mesi. 

Vaccinazioni

Le vaccinazioni possono proteggere il bambino dal rischio di contrarre alcune malattie infettive che possono determinare complicanze pericolose. Il 76,1% delle mamme ha dichiarato di voler effettuare tutte le vaccinazioni previste, quota che varia tra il 68,6% e l’83,7% a livello regionale. Seguono le mamme intenzionate a effettuare solo le vaccinazioni obbligatorie (tra il 10,2% e il 23,8%). La quota di indecise risulta compresa tra il 3,9% e l’8,3%.