Ogni anno nel mondo nove milioni di persone muoiono perché vivono in ambienti non sani. E solo in Europa ogni 12 mesi, si contano 500mila decessi evitabili, 60mila solo in Italia (15mila in Lombardia) per malattie respiratorie, cardiovascolari e per i tumori. Una strage contro la quale nasce “One Healthon”, la rete della salute, la prima campagna mai realizzata in Italia per sensibilizzare cittadini, Istituzioni, medici, media sulla necessità di promuovere il benessere del Pianeta. E favorire la prevenzione e l’innovazione, con particolare riferimento alla gestione della fragilità, anziani e pazienti oncologici in primo luogo.
“Il progetto nasce con la neonata “One Health Foundation” – afferma Rossana Berardi coordinatrice del progetto e Ordinario di oncologia medica all’Università Politecnica delle Marche -. Un organismo che intende favorire progetti di salute e benessere con una visione a 360 gradi, perché per vivere bene è indispensabile ovviamente seguire corretti stili di vita ma va data un’enorme attenzione a ciò che ci circonda. Con uno sviluppo sostenibile come unica arma vincente. Abbiamo coinvolto professionisti sanitari, associazioni di pazienti, Istituzioni, ricercatori”. One HealThon è promosso da un comitato scientifico strategico, formato Rossana Berardi, Giuseppe Quintavalle Direttore Generale del Policlinico Tor Vergata di Roma, Nicla La Verde direttrice dell’Oncologia dell’Ospedale Sacco di Milano, Mauro Boldrini Direttore di comunicazione di AIOM, Attilio Bianchi Direttore Generale del Pascale di Napoli, Iole Fantozzi Dirigente generale dipartimento tutela della salute e servizi socio-sanitari Regione Calabria e Giorgio Ascoli Direttore Scientifico della Fondazione Azienda Ospedaliera Universitaria delle Marche onlus.
“Dobbiamo muoverci su più ambiti: una forte sinergia con il PNRR per favorire la deospedalizzazione e la presa in carico globale del paziente – sottolinea Giuseppe Quintavalle – anche per seguire le esigenze che emergono dal Territorio. Proprio per questo abbiamo inviato una survey ad oltre 500 associazioni di pazienti per capire le loro reali necessità e quindi meglio finalizzare la campagna. E’ emerso un quadro confortante, di grande attenzione alla prevenzione e diagnosi precoce soprattutto in campo oncologico e forte sensibilità alla digitalizzazione della medicina. Per questo abbiamo attrezzato un camper che girerà per l’Italia per creare sensibilizzazione sugli screening oncologici e favorire l’adesione ad esami spesso salvavita”.
“Nel Sud del Paese, in particolare in Calabria, le percentuali sono davvero modeste – spiega Iole Fantozzi – la partecipazione alla mammografia e alla ricerca del sangue occulto nelle feci nel 2021 sono basse. Dobbiamo recuperare migliaia di uomini e donne che non partecipano a questa attività di prevenzione secondaria”. Oltre agli eventi territoriali, si terranno webinar sui principali temi come la lotta al fumo, l’eccessivo consumo di alcol, la corretta alimentazione, il futuro della digitalizzazione, fascicolo sanitario, al rispetto degli animali e dell’ecosistema. “Obiettivo – sottolinea Nicla La Verde – è sensibilizzare i giovani sugli stili di vita volti a mantenere una salute globale. Accanto a una crescente sensibilità degli adolescenti sull’attenzione al Pianeta, occorre coinvolgerli attivamente nel prevenire quelle abitudini che influenzeranno negativamente la loro salute nei prossimi decenni. Dobbiamo occuparci della prevenzione, con particolare riferimento ad una corretta educazione sessuale”.
“Stiamo correndo un forte rischio” – afferma Roberto Danovaro, Ordinario di Ecologia presso l’Università Politecnica delle Marche e Presidente del Consiglio scientifico del WWF – “anni e anni di sfruttamento insostenibile e inquinamento del Pianeta ci stanno portando verso una situazione difficilmente reversibile sia per la Natura sia per il nostro benessere. Dobbiamo assolutamente invertire la tendenza rispettando l’ecosistema: per questo aderisco con entusiasmo a questa campagna”.
“Il progetto intende sviluppare un forte radicamento istituzionale e raggiungere concretamente milioni di persone – aggiunge Mauro Boldrini – favorendo campagne anche di fundraising per promuovere progetti che pongano grande attenzione alla salvaguardia dell’ambiente, alla lotta alle fonti di inquinamento, all’enorme diffusione della plastica, alla salute e alla tutela degli animali e al rispetto della vegetazione. Con questo ampio progetto che dovrà fornire anche risultati misurabili, One Heath Foundation intende diventare un interlocutore aperto e coinvolgente a tutte le realtà che, a diverso titolo, si stanno muovendo a favore della One Health”.
Un altro obiettivo prioritario – conclude Giorgio Ascoli – è portare “L’Ospedale fuori dell’Ospedale” presentandosi sul territorio con iniziative concrete per la prevenzione delle persone nel loro bisogno di cura e di assistenza, possibilmente con la vicinanza di partner che credano negli stessi valori di solidarietà.
La questione dell’invecchiamento attivo trova spazio in Parlamento grazie alla costituzione di un Intergruppo appositamente dedicato. È stata annunciata oggi, infatti, la nascita dell’Intergruppo Parlamentare per l’Invecchiamento Attivo dai due promotori dell’iniziativa, il Senatore Ignazio Zullo e l’Onorevole Paolo Ciani, quest’ultimo già impegnato sul tema durante il suo precedente incarico di Consigliere Regionale nel Lazio. La notizia è stata data nel corso dell’evento di presentazione, organizzato dal Sen. Zullo (FdI) in collaborazione con l’On. Ciani (PD-IDP), tenutosi presso il Senato della Repubblica nella Sala Caduti di Nassirya.
“I Paesi che fanno parte dell’Unione europea dovrebbero creare le condizioni per un tangibile e sano invecchiamento attivo dei suoi abitanti – afferma il Sen. Ignazio Zullo, 10ª Commissione Permanente “Affari Sociali, Sanità, Lavoro Pubblico e Privato, Previdenza Sociale”, Senato della Repubblica – Fratelli d’Italia – Per questo motivo anche noi che rappresentiamo l’Italia dobbiamo impegnarci affinché vengano concretamente attuate politiche che vadano in questa direzione, puntando in particolar modo alle aree rilevanti per le persone anziane quali immunizzazione, alimentazione, attività fisica, screening e corretto utilizzo dei farmaci”.
“L’invecchiamento attivo implica l’idea che la vecchiaia non debba essere vista come un momento di declino e isolamento, ma come una fase della vita in cui è possibile continuare a mantenere un ruolo attivo nella società prevenendo situazioni di isolamento e marginalizzazione e garantire una buona qualità della vita – sostiene l’On. Paolo Ciani, Segretario 12ª Commissione “Affari Sociali”, Camera dei Deputati – Partito Democratico – Italia Democratica e Progressista – Tutto ciò nel più totale rispetto dalla persona e delle sue libere determinazioni, che è necessario salvaguardare anche e soprattutto nei momenti in cui la persona si trova nei momenti di debolezza, quale è certamente la vecchiaia. In questa prospettiva gli stessi fondamentali aspetti sanitari e assistenziali vanno considerati solo come una parte delle politiche verso la terza età, evitando quindi di essere l’unica dimensione in cui l’anziano viene considerato”.
“La nascita dell’Intergruppo arriva in un momento cruciale per i temi legati all’invecchiamento attivo – sottolinea Michele Conversano, Presidente Comitato Tecnico Scientifico HappyAgeing – Alleanza Italiana per l’Invecchiamento Attivo – Il DDL delega in Materia di Politiche in favore delle persone anziane, infatti, all’art. 3 impegna il Governo, entro gennaio 2024, ad adottare uno o più decreti legislativi per promuovere la dignità e l’autonomia delle persone anziane, l’invecchiamento attivo e la prevenzione della fragilità in questa fascia di popolazione, la cui salute e protezione passano anche attraverso la vaccinazione non solo contro l’influenza stagionale, ma anche contro alcune altre patologie molto pericolose per lepersone over 65. Il DDL in questione è stato approvato in via definitiva martedì 21 marzo dalla Camera dei Deputati, nel testo identico a quello trasmesso dal Senato. Su questi aspetti e, dunque, sull’adozione dei decreti legislativi da parte dei Ministeri competenti speriamo di vedere concentrati gli sforzi dell’Intergruppo ai cui componenti auguriamo buon lavoro”.
“La nascita dell’Intergruppo Parlamentare – commenta Francesco Macchia, HappyAgeing – è una notizia importante, perché evidenzia l’attenzione da parte dei parlamentari della XIX Legislatura per un fenomeno che sta cambiando radicalmente la nostra società e che va governato ma, soprattutto, valorizzato al meglio: il progressivo invecchiamento della popolazione. L’iniziativa, inoltre, rappresenta un esempio di buona politica perché vede parlamentari di schieramenti politici opposti collaborare su un tema di così elevata rilevanza sociale. HappyAgeing non può che essere soddisfatta per questo importante passo che può portare nel cuore dell’attività istituzionale e politica le esigenze di una fascia così ampia della nostra popolazione”.
Oltre un milione e 150mila adolescenti in Italia sono a rischio di dipendenza da cibo, quasi 500mila potrebbero avere una dipendenza da videogiochi mentre quasi 100mila presentano caratteristiche compatibili con la presenza di una dipendenza da Social Media, ed è diffuso anche il fenomeno dell’isolamento sociale (conosciuto come Hikikomori nella sua manifestazione clinica estrema), che riguarda l’1,8% degli studenti medi e l’1,6% di quelli delle superiori. Inoltre proprio coloro che presentano rischio maggiore sono quelli che maggiormente dichiarano di avere difficoltà a parlare con i propri genitori di cose che li preoccupano. La fotografia emerge dallo studio Dipendenze comportamentali nella Generazione Z, frutto di un accordo tra il Dipartimento Politiche Antidroga della Presidenza del Consiglio dei Ministri e il Centro Nazionale Dipendenze e Doping dell’Istituto Superiore di Sanità, presentato oggi con un convegno nella sede dell’Istituto.
Per lo studio sono stati intervistati nell’autunno del 2022 più di 8.700 studenti tra gli 11 e i 17 anni, 3.600 circa delle scuole secondarie di primo grado e 5.100 circa delle secondarie di secondo grado, su tutto il territorio nazionale, selezionati in modo da avere un campione rappresentativo della popolazione. La survey ha approfondito anche la relazione tra genitori e figli, invitando a partecipare tutti i genitori delle scuole medie che avevano aderito allo studio, e sono stati raccolti 1.044 questionari. L’indagine – realizzata con EXPLORA Ricerca e Analisi Statistica – ha focalizzato l’attenzione anche sulle caratteristiche dei ragazzi con un profilo di rischio (tratti di personalità; dimensione relazionale; contesto famigliare, scolastico e sociale; qualità del sonno) e comportamenti legati all’utilizzo di internet, quali sfide social (social challenges), doxing, sexting e morphing. Infine un focus di interesse è stato lo studio delle competenze genitoriali e il confronto tra i profili emotivi e comportamentali autodichiarati dai ragazzi con quelli riportati dai genitori.
Ecco i dati principali emersi dalla ricerca (per le definizioni si veda il glossario in calce)
Social media addiction
Il 2,5% del campione presenta caratteristiche compatibili con la presenza di una dipendenza da social media (circa 99.600 studenti), percentuale che nel genere femminile raggiunge il 3,1% nelle studentesse di 11-13 anni e il 5,1% nelle studentesse di 14-17 anni
Gli studenti a rischio nella popolazione 11-13 anni hanno 10,1 volte in più di probabilità di avere una ansia sociale grave o molto grave e 5,5 volte in più di presentare un carattere di alta impulsività
Internet Gaming Disorder
Il rischio di disturbo da uso di videogiochi vede coinvolto il 12% degli studenti (circa 480.000 studenti italiani). Il genere maschile è più colpito, con la percentuale che arriva al 18% negli studenti maschi delle secondarie di primo grado e al 13,8% negli studenti delle superiori (contro il 10,8% nelle scuole medie e il 5,5% nelle scuole superiori per le femmine). Rispetto all’età, la percentuale di rischio maggiore si rileva nelle scuole medie con il 14,3% dei ragazzi a rischio, mentre il dato scende al 10,2% alle superiori.
I fattori associati sono la depressione moderatamente grave o grave, con un rischio di 5,54 volte maggiore nei ragazzi di 11-13 anni e 3,49 nei ragazzi 14-17 anni e un’ansia sociale grave o molto grave, con un rischio di 3,65 volte maggiore rispetto alla media nei ragazzi di 11-13 anni e 5,80 nei ragazzi 14-17 anni
Food Addiction
Il rischio di food addiction coinvolge 1.152.000 studenti circa tra gli 11 e i 17 anni, di cui più di 750.000 sono femmine (271.773 delle scuole medie e 485.413 delle superiori). il 13,1% (circa 523.000 studenti) presenta un rischio lieve; il 6,4% (circa 256.000 studenti) un rischio moderato; il 9,3% (più di 373.000 studenti) presenta un rischio grave
Coloro che presentano un rischio di food addiction grave nel campione 11-13 anni hanno 11,62 volte in più la probabilità di avere una depressione moderatamente grave o grave; 6,55 volte di presentare una depressione moderata; 4,43 volte di presentare ansia moderata e 2,39 volte di avere depressione lieve
Tendenza all’isolamento
Gli studenti di 11-13 anni che hanno indicato di essersi isolati tutti i giorni negli ultimi 6 mesi sono stati l’1,8% (circa 30.175 studenti delle scuole medie), mentre la percentuale degli studenti 14-17 anni è del 1,6% (circa 35.792 studenti delle scuole superiori).
Rispetto al genere, la prevalenza più alta si ritrova nelle femmine che tendono ad isolarsi nella loro camera senza uscire di casa nell’1,9% nel caso delle studentesse delle scuole medie fino ad arrivare al 2,4% dei casi delle studentesse delle scuole superiori. Il dato allarma per la precocità del fenomeno e l’età più critica risulta essere i 13 anni.
Focus genitori
Gli studenti di 11-13 anni con un rischio di Social Media addiction dichiarano una difficoltà comunicativa con i genitori nel 75,9% dei casi (questa percentuale scende al 40,5% in chi non presenta il rischio); quelli che presentano un rischio di Internet Gaming disorder nel 58,6% (vs 38,3% di chi non lo presenta); quelli che presentano una food addiction grave nel 68,5% (vs il 34,4% di chi non ha nessuna food addiction). Infine, questa difficoltà di comunicazione con i genitori è dichiarata dal 72,1% dei ragazzi delle scuole medie che presentano una tendenza rischiosa al ritiro sociale (vs 40,8% di chi non presenta questa tendenza); questa percentuale sale al 77,7% nei ragazzi delle scuole superiori con lo stesso disagio (vs 50,3% dei coetanei che non presentano questo rischio).
tra i genitori che dichiarano di “non osservare problematiche nei figli legate all’uso rischioso dei videogiochi” vi è invece l’8,6% che presenta un figlio con rischio di gaming addiction, del quale evidentemente il genitore rispondente non si accorge. Addirittura, nei genitori che dichiarano che il loro figlio “non gioca con i videogiochi” si riscontra il 3,7% di casi di figli che presentano un rischio di gaming addiction.
Anche tra i genitori che dichiarano di “non osservare comportamenti di assunzione incontrollata di cibi poco salutari nei loro figlio” si ritrova quasi un 20% di ragazzi con un disturbo di food addiction (9,1% lieve; 5,5% moderata; 5,2% grave).
Di contro, tra i genitori che dichiarano di “osservare problemi di gaming addiction nel figlio” c’è una sovrastima del problema in quanto seppure lo screening non ha riportato presenza di rischio nei figli il 75,9% dei genitori indica una preoccupazione per la dipendenza del figlio. Allo stesso modo anche tra i genitori che dichiarano “assunzione incontrollata di cibi non salutari” da parte dei figli, il 55,8% dei ragazzi non presenta nessun rischio di food addiction, indicando una errata valutazione da parte dei genitori.
Focus cannabis
Alla domanda “Hai mai fumato cannabis?” gli studenti delle superiori hanno risposto positivamente per il 22,3%. Dalle analisi di questo gruppo si evidenzia che non ci sono differenze sostanziali tra maschi e femmine; si riscontrano percentuali più alte di ragazzi che presentano rischio nella food addiction, nella social media addiction e nell’isolamento sociale, rispetto ai compagni che non hanno mai fumato cannabis; presentano maggiormente comportamenti di doxing sia praticato che subito, di sexting sia inviato che ricevuto, di attività di morphing e di social challenge. Inoltre tra i ragazzi che hanno fumato cannabis c’è una percentuale maggiore di fumatori, consumatori di alcol, di episodi di ubriacature nell’ultimo mese, di consumo di altre sostanze d’abuso e ansiolitici.
Glossario
Social media addiction: frequentazione compulsiva di canali social (quali Facebook, Instagram, Tik Tok, Twitch ecc.) in maniera incontrollata tanto da compromettere altri ambiti di vita quotidiana
Internet Gaming Disorder: partecipazione a videogiochi on line spesso con altri giocatori in maniera compulsiva tanto da portare a compromissione o disagio clinicamente significativi
Food addiction: tendenza a mangiare in maniera incontrollata cibi ricchi di zuccheri e/o grassi (quali dolci, bevande zuccherate, carboidrati, snack salati, cibi proteici grassi etc.)
Ritiro sociale: tendenza a chiudersi per diversi mesi nella propria camera (almeno 6), senza mai uscire (conosciuto nella sua manifestazione clinica estrema come Hikikomori)
Social Challenge: giochi/sfide che gli utenti della rete fanno tra di loro, per divertirsi e per intrattenere il proprio pubblico. Spesso vengono filmate per essere pubblicate sui social network. Alcune sono divertenti altre sono molto pericolose
Doxing: diffondere pubblicamente online informazioni come ad es. foto, video o altri dati personali riguardanti una persona, di solito con intenzioni spiacevoli (si indaga sia dal lato attivo sia dal lato passivo)
Morphing: modificare la propria immagine utilizzando applicazioni (APP) per migliorare il proprio aspetto e/o nascondere eventuali difetti o imperfezioni. SOLO SCUOLE SUPERIORI
Sexting: invio o ricezione di messaggi, video e foto personali a sfondo erotico (solo scuole superiori)
«La crisi di sostenibilità del Servizio Sanitario Nazionale (SSN) – dichiara Nino Cartabellotta, Presidente della Fondazione GIMBE – sta raggiungendo il punto di non ritorno tra l’indifferenza di tutti i Governi che negli ultimi 15 anni, oltre a tagliare o non investire in sanità, sono stati incapaci di attuare riforme coraggiose per garantire il diritto alla tutela della salute. Con l’aggravante di ignorare tre incontrovertibili certezze: che la sanità pubblica è una conquista sociale irrinunciabile e un pilastro della nostra democrazia; che il livello di salute e benessere della popolazione condiziona la crescita economica del Paese; infine, che la perdita di un SSN universalistico porterà ad un disastro sanitario, sociale ed economico senza precedenti».
L’emergenza COVID-19 ha ulteriormente indebolito il SSN, specialmente sul fronte del personale e il netto aumento del finanziamento pubblico negli ultimi anni è stato interamente assorbito dall’emergenza, tanto che ora le Regioni rischiano di tagliare i servizi. Senza contare che il DdL sull’autonomia differenziata potrebbe dare il colpo di grazia al SSN. «E se durante la fase più drammatica dell’emergenza – sottolinea il Presidente – tutte le forze politiche convergevano sulla necessità di potenziare la sanità pubblica, ben presto è ritornata nell’oblio. E i professionisti sanitari continuano ad essere ringraziati solo con la “retorica degli eroi”».
«Oggi i pazienti – chiosa il Presidente – vivono ogni giorno le conseguenze di un SSN ormai in codice rosso per la coesistenza di varie malattie: imponente sotto-finanziamento, carenza di personale per assenza di investimenti, mancata programmazione e crescente demotivazione, incapacità di ridurre le diseguaglianze, modelli organizzativi obsoleti e inesorabile avanzata del privato. Un SSN gravemente malato che costringe i pazienti ad attese infinite, migrazione sanitaria, spese ingenti, sino alla rinuncia alle cure».
Liste di attesa
Il ritardo delle prestazioni sanitarie accumulato durante la pandemia ha determinato un ulteriore allungamento delle liste di attesa che le Regioni non riescono a smaltire nonostante le risorse stanziate dal Governo. «Così le persone sono costrette a rivolgersi al privato se ne hanno le possibilità economiche – spiega Cartabellotta – oppure attendere gli inaccettabili tempi di attesa delle strutture pubbliche sino a rinunciare alle prestazioni, con conseguenze imprevedibili sulla loro salute». Secondo una recente audizione dell’ISTAT la quota di persone che hanno dovuto rinunciare a prestazioni sanitarie è passata dal 6,3% nel 2019 al 9,6% nel 2020, sino all’l’11,1% nel 2021. E se nel 2022 le stime attesterebbero un recupero con una riduzione al 7%, l’ostacolo principale rimangono le lunghe liste di attesa (4,2%) rispetto alle rinunce per motivi economici (3,2%).
La spesa privata
Nel 2021 la spesa sanitaria in Italia ha raggiunto i € 168 miliardi, di cui € 127 miliardi di spesa pubblica (75,6%), € 36,5 miliardi (21,8%) a carico delle famiglie e € 4,5 miliardi (2,7%) sostenuti da fondi sanitari e assicurazioni (dati ISTAT). Secondo il recente Rapporto CREA Sanità nel 2021 la spesa privata è in media € 1.734 per nucleo familiare, ovvero il 5,7% dei consumi totali. E nel 2020 oltre 600 mila famiglie hanno dovuto sostenere spese “catastrofiche”, ovvero insostenibili rispetto ai budget, e quasi 380 mila famiglie si sono impoverite per spese sanitarie, in particolare nelle Regioni meridionali. «La chiave di lettura – chiosa Cartabellotta – è chiarissima: la politica si è sbarazzata di una consistente quota di spesa pubblica per la sanità, scaricando oneri iniqui sui bilanci delle famiglie».
Diseguaglianze
Il monitoraggio del Ministero della Salute sugli adempimenti ai Livelli Essenziali di Assistenza (LEA) spiega il Presidente «documenta enormi diseguaglianze regionali con un gap Nord-Sud ormai incolmabile, che rende la “questione meridionale” in sanità una priorità sociale ed economica». Infatti, guardando ai punteggi LEA nel decennio 2010-2019, tra le prime 10 Regioni solo due sono del centro (Umbria e Marche) e nessuna del sud; nel 2020 solo 11 Regioni risultano adempienti ai LEA, di cui solo la Puglia al Sud; eccetto Basilicata e Sardegna sono in Piano di rientro tutte le Regioni del centro-sud, con Calabria e Molise commissariate; e nel 2020 Lombardia, Emilia-Romagna e Veneto attraggono il 94,1% della mobilità sanitaria.
«Esistono poi – spiega Cartabellotta – altre diseguaglianze meno note: tra aree urbane e rurali, tra uomini e donne, oltre che correlate al grado di istruzione e di reddito. Ovvero, il SSN garantisce una “salute diseguale” che si riflette anche sugli anni di vita perduti». Infatti, il recente report dell’Eurostat documenta che in Italia si vive più a lungo nelle Regioni del Centro-Nord, con la Provincia autonoma di Trento in testa (84,2 anni), rispetto a quelle del Sud, con la Campania fanalino di coda (80,9 anni). «Un inaccettabile gap di oltre 3,3 anni – commenta Cartabellotta – che dimostra come la qualità dei servizi sanitari regionali produca effetti evidenti sull’aspettativa di vita, vanificando quel vantaggio che le Regioni meridionali avevano conquistato nei decenni scorsi grazie a favorevoli condizioni ambientali e climatiche e alla dieta mediterranea».
Mancato accesso alle innovazioni
L’ultimo aggiornamento dei LEA risale al gennaio 2017, ma per mancanza di risorse non è mai stato approvato il cd “Decreto Tariffe” relativo a specialistica ambulatoriale e protesica. «Di conseguenza – puntualizza il Presidente – innovazioni quali la procreazione medicalmente assistita, lo screening neonatale esteso, ausili e dispositivi all’avanguardia (es. apparecchi acustici digitali, protesi di ultima generazione, carrozzine basculanti) oggi possono essere erogate solo dalle Regioni non in Piano di rientro con risorse proprie, generando ulteriori diseguaglianze e tenendo in ostaggio i diritti dei pazienti. Intanto, il “continuo aggiornamento dei LEA al fine di mantenerli allineati all’evoluzione delle conoscenze scientifiche” rimane solo un vuoto slogan, visto che i LEA non vengono aggiornati da oltre 6 anni rendendo numerose innovazioni diagnostico-terapeutiche inaccessibili a tutti i pazienti che ne avrebbero diritto».
Privatizzazione
L’annuario statistico del SSN pubblicato il 23 marzo restituisce l’entità dell’offerta delle strutture sanitarie private accreditate, ovvero rimborsate con il denaro pubblico. Nel 2021 risultano private accreditate: il 48,6% delle strutture ospedaliere (n. 995); il 60,4% di quelle di specialistica ambulatoriale (n. 8.778); l’84% di quelle deputate all’assistenza residenziale (n.7.984) e il 71,3% di quelle semiresidenziali (n. 3.005), ovvero le due tipologie di RSA; il 78,2% di quelle riabilitative (n. 1.154). «Inoltre esiste un vero e proprio “cavallo di Troia” – aggiunge il Presidente – che erode risorse pubbliche dirottandole ai privati: il connubio tra fondi sanitari e assicurazioni, sostenuto dalle politiche del welfare aziendale». I fondi sanitari, che godono di consistenti agevolazioni fiscali, erano nati per integrare le prestazioni non offerte dal SSN (odontoiatria, long term care), ma di fatto per circa il 70% erogano prestazioni già incluse nei LEA tramite la sanità privata accreditata. E siccome le assicurazioni sono divenute veri e propri gestori dei fondi sanitari, puntualizza Cartabellotta «i presunti vantaggi del welfare aziendale per i lavoratori iscritti ai fondi sono una mera illusione, perché il 40-50% dei premi versati non si traducono in servizi in quanto erosi da costi amministrativi e utili delle compagnie assicurative. Ovvero, i beneficiari delle risorse pubbliche provenienti dalla defiscalizzazione dei fondi sanitari sono le assicurazioni che generano profitti, la sanità privata che aumenta le prestazioni erogate e le imprese che risparmiano sul costo del lavoro».
«Nel marzo 2013 – conclude Cartabellotta – la Fondazione GIMBE ha lanciato la campagna “Salviamo il Nostro Servizio Sanitario Nazionale”, con il monito che la perdita del SSN non sarebbe stata annunciata dal fragore di una valanga, ma dal silenzioso scivolamento di un ghiacciaio, attraverso anni, lustri, decenni. Che lentamente, ma inesorabilmente, avrebbe eroso il diritto costituzionale alla tutela della salute. E dopo 10 anni di battaglie GIMBE per la sanità pubblica, nell’indifferenza di tutti i Governi, le evidenze dimostrano che siamo vicini al punto di non ritorno. Se un SSN pubblico, equo e universalistico rappresenta ancora una priorità del Paese Italia e un pilastro della nostra democrazia è necessario un repentino cambio di rotta, indicato dalla Fondazione GIMBE con il “Piano di Rilancio del Servizio Sanitario Nazionale” che sarà presentato a Bologna il 31 marzo, in occasione della 15a Conferenza Nazionale».
Nella lettura del Presidente Nino Cartabellotta sarà presentato il Piano di rilancio del Servizio Sanitario Nazionale, elaborato dalla Fondazione GIMBE e arricchito grazie ad un’ampia consultazione pubblica, che sarà utilizzato come standard di riferimento per monitorare scelte e azioni di chi decide sul diritto alla tutela della salute.
Seguiranno due forum. Al primo, destinato al rilancio delle politiche per il personale sanitario, parteciperanno i presidenti, o loro delegati, di tutte le Federazioni degli Ordini professionali: Filippo Anelli (Medici Chirurghi e Odontoiatri), Teresa Calandra (Tecnici Sanitari Radiologia Medica, Professioni Sanitarie Tecniche della Riabilitazione e della Prevenzione), Piero Ferrante (Fisioterapisti), Mara Fiaschi (Psicologi), Andrea Mandelli (Farmacisti), Pierpaolo Pateri (Professioni Infermieristiche), Nausicaa Orlandi (Chimici e Fisici), Gaetano Penocchio (Veterinari), Silvia Vaccari (Ostetrici), delegato da confermare (Biologi).
Al secondo Forum, destinato alla riorganizzazione dell’assistenza territoriale prevista dal PNRR, parteciperanno di autorevoli esponenti di Istituzioni, management, professionisti sanitari e cittadini: Michelangelo Bartolo (Telemedicina territoriale e Ospedaliera, Regione Lazio), Raffaele Donini (Assessore alle Politiche per la Salute Regione Emilia-Romagna), Tiziana Frittelli (Presidente Federsanità ANCI), Loreto Gesualdo (Presidente Federazione delle Società Medico-Scientifiche Italiane), Stefano Lorusso (Direttore Generale Programmazione Sanitaria, Ministero della Salute), Anna Lisa Mandorino (Segretaria Generale Cittadinanzattiva), Domenico Mantoan (Direttore Generale Agenas), Giovanni Migliore (Presidente Federazione Italiana Aziende Sanitarie e Ospedaliere).
Nel pomeriggio la sessione “Focus on” su due tematiche di grande attualità: il monitoraggio del Ministero della Salute dei Piani regionali di recupero delle liste d’attesa (Maria Grazia Laganà, Ministero della Salute) e un’analisi su certezze, problemi irrisolti e prospettive future della Legge Gelli-Bianco per la sicurezza delle cure (Maurizio Hazan, Fondazione Italia in Salute).
Immancabili gli appuntamenti con il Laboratorio Italia, vetrina dei progetti selezionati da Regioni e Aziende Sanitarie, la sessione GIMBE4young dove verranno presentate le opportunità offerte da GIMBE ai giovani professionisti della sanità e la consegna del “Premio Evidence” e del “Premio Salviamo il Nostro Servizio Sanitario Nazionale”.
L’iscrizione alla Conferenza è gratuita e può essere effettuata esclusivamente tramite il modulo online disponibile a: www.conferenzagimbe.it/iscrizione.
Una stagione “osservata speciale”: la prima del “post Covid“, o comunque la prima in cui dal 2020 la pandemia da virus SARS-CoV-2 ha dato alla cittadinanza un po’ di tregua (grazie ai vaccini). Si temeva per un’influenza-flagello, non è stato così. Invece, al virus pandemico a quello influenzale, si è aggiunto un terzo protagonista: il virus respiratorio sinciziale (VRS), che quest’anno ha messo a letto non solo bambini e anziani, ma anche gli adulti. Facciamo il punto con Daniela Paolotti, ricercatrice della Fondazione ISI, coordinatrice del progetto InfluWeb grazie al quale i dati caricati dagli utenti possono aiutare a monitorare l’andamento dell’epidemia influenzale e oggi anche del Covid.
Dottoressa, cosa avete osservato?
Seppur l’attenzione dei ricercatori verso il Covid non si sia mai spenta, di sicuro c’è stata una riaccensione dell’interesse per l’influenza perché da un lato nei due anni precedenti la circolazione dei virus influenzali è stata praticamente nulla a causa delle misure restrittive molto forti a cui le persone erano sottoposte, ma soprattutto perché c’era una notevole curiosità per questa prima stagione che avrebbe visto la co-circolazione di virus influenzali e Covid nel rilassamento quasi completo delle precauzioni imposte a livello istituzionale.
Oltre all’andamento di per sé, un grande punto interrogativo riguardava quello che avrebbero fatto le persone per proteggersi a livello individuale, scegliendo magari di continuare a indossare la mascherina sui mezzi pubblici o di frequentare meno i luoghi affollati.
Com’è andata?
La stagione influenzale è stata di entità comparabile con quelle degli anni degli anni passati. La peculiarità è che il picco è stato abbastanza anticipato, cadendo nelle settimane 48-49, anche prima di Natale. Solitamente il picco si raggiunge dopo: ad esempio nel 2019 è stato a gennaio inoltrato.
Inoltre, dopo una rapida discesa che si è osservata fra gennaio e febbraio, l’incidenza è rimasta comunque alta, sempre intorno all’8-9%, e non si è ancora abbassata. C’è una “coda lunga” che stiamo osservando ormai da quattro-cinque settimane che fa sì che la curva non scenda sotto la soglia epidemica; questo è forse dovuto al fatto che oltre al virus influenzale propriamente detto c’è una circolazione anche di virus parainfluenzali che contribuiscono a tenere alta l’incidenza di sindromi influenzali.
Anche alla luce di questi dati è interessante, e tuttora lo stiamo studiando, come le persone reagiscono a questa co-circolazione, tenuto conto ad esempio del fatto che adesso sono disponibili in farmacia anche dei test rapidi per individuare sia il SARS-CoV-2 che il virus dell’influenza al tempo stesso.
Le persone sono prudenti o si sono già dimenticate della pandemia?
La sensazione è che ci sia stato un aumento delle vaccinazioni anche tra chi non appartiene alle categorie a rischio
Avremo i numeri precisi fra qualche settimana, ma la sensazione è che ci sia stato un aumento delle vaccinazioni anche tra chi non appartiene alle categorie a rischio. Sulla scelta di usare dispositivi di protezione come la mascherina sui mezzi pubblici, il sentore è che questa sia diventata più frequente soprattutto da quando si è cominciato a vedere che l’attività influenzale non stava andando giù rapidamente come si pensava. Stiamo lavorando per avere un quadro preciso su questi aspetti sia con survey condotte tramite le nostre piattaforme, sia raccogliendo i dati istituzionali che sono pubblicati su FluNews.
Quindi da nessun punto di vista ci sono state sorprese?
A mettere sotto pressione gli ospedali è stata la circolazione contemporanea di virus
Dal punto di vista epidemiologico, la stagione influenzale è stata leggermente anomala per quanto riguarda le tempistiche, ma non per l’entità. Tuttavia ci sono stati dei momenti in cui comunque le strutture ospedaliere erano abbastanza sotto pressione per gli accessi dovuti alla circolazione contemporanea di virus. Sotto questo aspetto hanno giocato un ruolo importante anche i cosiddetti RSV, che hanno avuto un’incidenza più alta anche tra gli adulti, mentre di solito colpiscono soprattutto bambini e persone anziane: si tratta di virus che nei soggetti fragili possono causare polmoniti molto importanti.
La circolazione del virus respiratorio sinciziale è stata decisamente più elevata rispetto agli anni passati, probabilmente a causa del fatto che con i lockdown e le misure anti-Covid siamo stati protetti per diversi anni e adesso siamo un po’ più esposti. Se non si è verificata la “tempesta perfetta” che tutti si aspettavano, possiamo quindi dire di aver assistito a una triplice epidemia, con una conseguente pressione che si è fatta sentire sulle terapie intensive ma soprattutto sui Pronto Soccorso.
Formazione e informazione: queste sono le parole d’ordine per favorire un medico di famiglia preparato contro le malattie infettive. Oltre al SARS-CoV-2, l’attenzione è rivolta ai virus epatitici e all’HIV. È il progetto “We stand with public health: a call to action for infectious disease. The actual and the future vision”, organizzato da Regia Congressi con il patrocinio della Società Italiana di Medicina Generale e delle Cure Primarie – SIMG e della Società Italiana di Malattie Infettive e Tropicali – SIMIT, con il contributo non condizionante di Gilead Sciences.
Temi di grande attualità su cui è intervenuto anche il Sen. Francesco Zaffini, Presidente 10a Commissione Affari sociali, sanità, lavoro pubblico e privato, previdenza sociale, che ha evidenziato l’eredità lasciata dalla pandemia da Covid-19: non ci si può far trovare nuovamente impreparati e si deve raccogliere la lezione. Troppe volte riforme della medicina territoriale non sono state portate a compimento, pertanto oggi è fondamentale colmare queste lacune, attribuendo proprio al Medico di Medicina Generale un ruolo cardine nell’assistenza primaria e nella nuova organizzazione sanitaria, partendo proprio dalle malattie infettive.
“Esistono vaccini e terapie, ma servono conoscenze e competenze per poterli impiegare – sottolinea Alessandro Rossi, Responsabile SIMG Patologie Acute – Da questa esigenza nasce il progetto della SIMG, che si svilupperà lungo quattro linee direttrici. Anzitutto, si aggiornerà il percorso già avviato attraverso webinar e video pillole che, grazie al contributo di specialisti e istituzioni, permetteranno una comunicazione rapida ed esplicita. In secondo luogo, si arricchirà la cartella elettronica del MMG attraverso strumenti di governance clinica utili soprattutto per la lotta all’Epatite C, come il riferimento ai centri regionali di diagnosi e cura e un algoritmo utile ad aumentare lo screening e il seguente invio ai centri prescrittori. Inoltre, pubblicheremo un Libro Bianco che costituirà un testo agile e aggiornato su queste patologie. Infine, il percorso di formazione sarà istituzionalizzato attraverso un corso di accreditamento al termine del quale si potranno raggiungere dei parametri che porteranno a una certificazione di Medico di Medicina Generale esperto in patologie infettive”.
L’importanza della medicina generale contro le malattie infettive
L’impegno della SIMG nel contrasto alle malattie infettive parte da lontano e si è amplificato con la pandemia di COVID-19, che ha fatto la necessità di acquisire una maggiore consapevolezza. Il problema per HIV, HCV, HDV è dato dalle diagnosi tardive, che spesso giungono quando il paziente è già in AIDS (nel caso dell’HIV) o, nelle epatiti, avviato verso una seria cirrosi o epatocarcinoma. Il sommerso dunque è notevole e gli screening attualmente non sono sufficienti. “Il MMG deve essere attento osservatore dei profili di rischio dei propri pazienti e stabilire screening e vaccinazioni laddove necessario – sottolinea il Prof. Claudio Cricelli, Presidente SIMG – Le cosiddette patologie acute talvolta sono sottovalutate dalla medicina generale, ma fanno parte della vita quotidiana e spesso i pazienti arrivano dallo specialista quando le opportunità di risoluzione sono già andate sprecate. Dobbiamo pertanto disegnare un nuovo modello di formazione, basato su una maggiore consapevolezza, strumenti concreti, capacità di intervento per una diagnosi precoce e un’immediata applicazione della terapia. Per far questo sarà importante dotare le cure territoriali di nuovi strumenti informativi, informatici, di personale, di rete, per alleviare il peso degli ospedali e permettere al MMG di gestire al meglio i pazienti a rischio”.
Il primo anno di formazione
Il progetto SIMG, inaugurato a luglio 2022 alla Camera dei Deputati, ha conosciuto la sua prima fase con quattro webinar dedicati ad altrettanti virus. In ognuna di queste occasioni sono intervenuti infettivologi ed epatologi insieme a rappresentanti delle autorità sanitarie e delle istituzioni. Il 13 ottobre si è tenuta la prima tappa: “COVID-19: uno sguardo indietro ed uno avanti. Nuovi modelli organizzativi per la gestione dei pazienti COVID-19”. Il Medico di famiglia si è confermato fondamentale per la somministrazione delle nuove dosi booster di vaccini e per valutare eventuali complicanze. Il 13 dicembre si è tenuto l’appuntamento “L’allargamento dei programmi di screening dell’Epatite C”: il virus dell’Epatite C, grazie alle nuove terapie, si può eradicare definitivamente, in poche settimane e senza effetti collaterali. Ma occorre far emergere il sommerso, anche con il supporto del medico di famiglia. La proroga dei fondi per gli screening al 31 dicembre 2023 ha resto ancora più strategica una comunicazione capillare. Il 2 febbraio si è svolto il webinar “HIV oggi. Le nuove cronicità tra diagnosi tardive e un sommerso da scovare. Come prendersi carico del malato e delle sue comorbidità”. L’infezione da HIV può essere cronicizzata con un corretto e continuo uso della terapia antiretrovirale: il medico di famiglia può stimolare a fare il test e monitorare l’aderenza alla terapia. Infine, il 7 marzo “L’importanza del virus delta nelle epatopatie HBV correlate” ha portato l’attenzione sul nuovo farmaco di recente approvazione per l’Epatite Delta: anche qui si deve far emergere il sommerso, oltre che vaccinare per l’Epatite B gli over 40 e i nati fuori dall’Italia.
Le criticità e l’equilibrio costi-benefici nella gestione del trattamento pazienti con HIV
Per quanto riguarda l’HIV vi sono farmaci efficacissimi, ma occorre averne consapevolezza affinché le politiche non limitino l’accesso alla terapia. “Oltre il 95% dei soggetti trattati ha una viremia perfettamente controllata – sottolinea il Prof. Massimo Andreoni, Direttore Scientifico SIMIT – Tuttavia, stanno emergendo criticità a livello regionale, dove in alcuni casi si rischia di attribuire eccessivo rilievo ai costi rispetto ai benefici della terapia: gli aspetti economici mantengono grande rilievo, e le società scientifiche ne sono ben consapevoli, ma non si può trascurare la tutela della salute dei pazienti come obiettivo primario. Scelte convenienti sotto il profilo economico non devono far perdere i benefici sanitari come l’aderenza alla terapia e i benefici a lungo termine, che in un’infezione cronica è essenziale”.
La nuova fase del progetto SIMG presentata al ministero
La chiusura della prima fase del progetto e il lancio dei nuovi obiettivi è avvenuto al Ministero della Salute con il convegno “Un percorso di formazione, ricerca e assistenza integrata per un rilancio della lotta alle malattie infettive”. Sono intervenuti Sen. Francesco Zaffini, Presidente 10a Commissione Affari sociali, sanità, lavoro pubblico e privato, previdenza sociale; Sabrina Valle, Ufficio 5 (Struttura Complessa) – Prevenzione delle Malattie Trasmissibili e Profilassi Internazionale, Ministero della Salute, Direzione Generale della Prevenzione Sanitaria; Prof.ssa Loreta Kondili, Centro Nazionale per la Salute Globale, Istituto Superiore di Sanità; Massimo Andreoni, Direttore Scientifico SIMIT; Marco Borderi, Malattie Infettive, IRCCS Policlinico S. Orsola- Malpighi, Bologna; Prof. Claudio Cricelli, Presidente SIMG – Società Italiana di Medicina Generale e delle Cure Primarie; Ignazio Grattagliano, Responsabile Area Gastroenterologica SIMG; Alessandro Rossi, Responsabile SIMG Area Patologie Acute; Barbara Suligoi, Responsabile del Centro Operativo AIDS dell’Istituto Superiore di Sanità. A moderare il giornalista scientifico Daniel Della Seta.
Anche quest’anno l’Associazione italiana ingegneri clinici (Aiic) ha lanciato l’invito agli Aiic Awards, per ricevere e selezionare i migliori progetti multidisciplinari nell’ambito delle tecnologie healthcare. La deadline per ricevere le candidature è stata posticipata al 30 marzo.
La premiazione avverrà durante una cena di gala nell’ambito del Convegno nazionale 2023 dell’Aiic in programma alla Fortezza da Basso di Firenze dal 10 al 13 maggio (titolo: “Innovazione e accessibilità: il governo delle tecnologie sanitarie come sfida sociale”).
I criteri di valutazione
I criteri di valutazione previsti sono: originalità, implementazione e multidisciplinarietà del lavoro, risultati raggiunti ed applicabilità degli stessi. Criteri che saranno seguiti da una Giuria di esperti presieduta dal professor Americo Cicchetti.
Le dieci categorie
I premi sono suddivisi in dieci categorie:
reingegnerizzazione data driven di percorsi e processi;
innovazione (prodotti e servizi);
sanità digitale e telemedicina;
gestione delle tecnologie biomediche: dati, modelli, risultati;
esperienze innovative di procurement;
applicazioni innovative di bioingegneria (premio miglior tesi di dottorato);
esperienze di valutazione delle tecnologie;
applicazioni di intelligenza artificiale in sanità;
L’influenza è una malattia stagionale con un impatto importante sulla sanità pubblica e fonte di costi rilevanti, diretti e indiretti, per la gestione dei casi, delle complicanze della malattia e delle misure di controllo previste dalle autorità sanitarie.
La vaccinazione rappresenta la forma più efficace di prevenzione contro l’influenza. In particolare, la vaccinazione antinfluenzale pediatrica è una scelta importante per proteggere la salute dei bambini e della comunità nel suo insieme.
Nonostante ciò, in Italia il tasso di copertura della vaccinazione antinfluenzale pediatrica rimane inferiore a quella degli adulti, pur con notevoli differenze tra le Regioni, dovute anche alle diverse modalità di somministrazione e alle figure coinvolte.
Ogni anno il Ministero della Salute emana le raccomandazioni annuali per l’uso dei vaccini antinfluenzali. Nel documento di quest’anno si specifica che, dato il perdurare della situazione pandemica Covid-19, viene raccomandata la vaccinazione antinfluenzale nella fascia di età 6 mesi – 6 anni, “anche al fine di ridurre la circolazione del virus influenzale fra gli adulti e gli anziani”
Qual è la situazione in Italia e quali sono ancora gli ostacoli per una copertura vaccinale ottimale? Quali strumenti si hanno a disposizione e come potrebbero essere resi più efficienti?
Ne parliamo con:
Michele Conversano Direttore Dipartimento di Prevenzione ASL Taranto
Stefano Palcic Responsabile SS Farmaceutica convenzionata e per conto, Azienda Sanitaria Universitaria Giuliano Isontina
Si è concluso a Lisbona il 27° Congresso dell’Associazione Europea dei Farmacisti Ospedalieri, ed è stato – come dichiara Piera Polidori, membro italiano del Board EAHP, all’interno del quale ricopre l’incarico di Direttore dello sviluppo professionale – “un evento di grande spessore nelle comunicazioni scientifiche e di notevole partecipazione professionale, con presenze non solo dal nostro Continente, ma anche da Asia, Africa e Americhe, a dimostrazione della qualità del lavoro svolto dai farmacisti ospedalieri europei, che sono considerati una comunità di riferimento a livello internazionale”.
Tanti sono gli ambiti di riferimento dei contenuti presentati a Lisbona: prima di tutto il ruolo sempre più centrale del paziente nella definizione del “successo del trattamento terapeutico”, dove non si può prescindere dalle aspettative del malato. E poi gli sviluppi tecnologici, le innovazioni terapeutiche, le “lezioni imparate dalla pandemia” (sia di tipo organizzativo, che di tipo comunicativo), la capacità di risposta verso carenze e indisponibilità di farmaci, dispositivi e principi attivi. “Uno dei temi su cui ci siamo maggiormente focalizzati è sicuramente quello della sostenibilità ambientale e del green-hospital, su cui è stato costituito qui a Lisbona un gruppo di lavoro che nasce con l’intento di mettere a punto e sviluppare progetti specifici in questo ambito. E’ un argomento così rilevante e sentito, che il prossimo 28° Congresso, che si terrà a Bordeaux nel marzo del 2024, sarà proprio dedicato alle tante sfide che pone la difesa dell’ambiente alla nostra professione”.
Ma oltre a questi macro-temi congressuali, altri due contributi strategici di EAHP sono stati condivisi a Lisbona: il primo nell’ambito della legislazione farmaceutica ed il secondo che rappresenta il “giuramento” dei farmacisti ospedalieri europei.
Per la revisione della Legislazione farmaceutica europea (un immenso lavoro in corso presso la Commissione Europea, la cui prima presentazione era proprio prevista per il 29 marzo, ma che ad oggi è stata spostata di due settimane), EAHP ha presentato un suo contributo in cinque punti, dove l’attenzione è concentrata sui temi irrinunciabili per la professione: Sicurezza dei pazienti, Resistenza agli antibiotici, Carenza-accessibilità ai farmaci, Farmacovigilanza e (ancora una volta) sostenibilità ambientale. “E’ un contributo tecnico che riteniamo preziosissimo”, commenta la rappresentante italiana all’interno del Board EAHP, “E che dovrebbe aiutare il governo europeo alle prese con la nuova legislazione di settore, a tenere in considerazione criticità e punti di sviluppo positivi così come sono osservati direttamente da chi si trova a fare da trait fondamentale d’union tra pazienti, clinici e sistema del farmaco”.
Da ultimo, ecco poi il “Documento di Giuramento” di EAHP: di che si tratta? “E’ un impegno in dieci punti”, conclude Piera Polidori, “che abbiamo condiviso con il Parlamento Europeo lo scorso 8 marzo, un Codice deontologico con cui i farmacisti ospedalieri europei si impegnano a migliorare costantemente l’attenzione, l’eticità e la qualità delle proprie prestazioni in funzione dell’attenzione da offrire al paziente”. Il testo – semplice ed essenziale – è stato siglato da EAHP in collaborazione con la European Society of Clinical Pharmacy-ESCP e comprende dieci impegni che i farmacisti ospedalieri europei si assumono:
trattare tutti equamente, correttamente e con rispetto;
lavorare secondo i più alti standard etici, rispettando e proteggendo tutto il personale sanitario e le informazioni sanitarie affidatimi;
utilizzare la mia conoscenza, abilità ed esperienza, come parte di un team multidisciplinare, per assicurare il miglior possibile trattamento e raggiungere l’obiettivo di un trattamento ottimale personalizzato e incentrato sul paziente;
contribuire alla diagnosi precoce della malattia, promuovendo l’adozione di comportamenti sani e coinvolgendo la popolazione in iniziative volte alla salute;
educare i pazienti, le persone che li assistono e i membri del team multidisciplinare riguardo ai farmaci al fine di assicurarne un uso ottimale, gestire gli eventi avversi e rispondere ai quesiti;
perseguire standard di cura basati sulle evidenze scientifiche e proseguire nella continua educazione e avanzamento professionale per tutta la vita;
assicurare la continuità di cura, prevenire danni dovuti all’utilizzo di farmaci e monitorare e migliorare i processi di utilizzo dei farmaci al fine di ottimizzare la loro sicurezza, efficacia e costo-efficacia;
provvedere alla preparazione di terapie galeniche personalizzate e specifiche per bisogni individuali supportare l’avanzamento degli standard sulla pratica, ricerca ed educazione in Farmacia
contribuire alla educazione e formazione dei futuri Farmacisti;
promuovere gli interessi della pratica della Farmacia tra i professionisti sanitari, le società scientifiche, le associazioni dei pazienti, le autorità sanitarie e la popolazione.
In chiusura di EAHP, il vicepresidente SIFO; Alessandro D’Arpino (che era presente ai lavori insieme ad un numeroso gruppo di farmacisti ospedalieri italiani) ha sottolineato “come la relazione tra SIFO e la Società europea sia ottimale e sempre più solida, un’alleanza che si esprime in sinergie utili, come vedremo nei prossimi mesi quando proprio l’Italia ospiterà un evento internazionale organizzato da EAHP, con il forte supporto della nostra società scientifica”.
Un euro investito in uno studio clinico ne genera quasi 3 (2,95) in termini di benefici per il Servizio Sanitario Nazionale. L’effetto leva, determinato dai costi evitati per l’erogazione a titolo gratuito di terapie sperimentali e prestazioni diagnostiche alle persone arruolate nei trial, raggiunge addirittura 3,35 euro nelle sperimentazioni contro il cancro. Basti pensare che il costo medio di una ricerca in oncologia è di 512mila euro, ma quelli evitati sono più del doppio, pari a 1 milione e 200mila euro. È stato stimato, soltanto nell’area dell’oncoematologia, un risparmio potenziale di circa 400 milioni di euro ogni anno. Cifre che raggiungono dimensioni macroeconomiche, di alcuni miliardi di euro, se si considerano tutte le sperimentazioni svolte in Italia. Il nostro Paese però è ancora lontano dall’obiettivo di investire in ricerca il 3% del PIL, come raccomandato dall’Unione Europea, fermandosi all’1,43%, con solo lo 0,5% di investimento pubblico. Al “Valore della ricerca clinica in oncologia, ematologia e cardiologia” è dedicato il convegno nazionale organizzato oggi a Roma da FOCE (Federazione degli oncologi, cardiologi e ematologi), con gli interventi, fra gli altri, del Ministro della Salute, Orazio Schillaci, e del Presidente dell’Istituto Superiore di Sanità, Silvio Brusaferro.
“La ricerca scientifica è la chiave di volta per garantire a ogni persona le migliori opportunità di cura e assistenza sanitaria – afferma il Ministro Schillaci -. Permettere ai pazienti di accedere a farmaci innovativi e sicuri in tempi più brevi nonché garantire una maggiore competitività dell’Italia a livello globale sono due priorità all’interno dell’agenda del mio mandato al Ministero della Salute. In questa visione di ampio respiro, si inseriscono i Decreti sui Comitati Etici, che ho recentemente firmato e che costituiscono un passo in avanti decisivo verso la piena implementazione nel nostro ordinamento del Regolamento europeo 536 del 2014 in materia di sperimentazioni cliniche. Tali provvedimenti rivestono un’importanza fondamentale per l’iter regolatorio di approvazione delle sperimentazioni e per un miglioramento della performance dell’Italia nel settore, muovendosi nella direzione di una minore burocrazia, senza rinunciare al livello di rigore scientifico necessario per garantire farmaci e dispositivi medici sicuri. Dobbiamo mettere in campo ogni iniziativa per dare impulso all’innovazione e alla ricerca sanitaria. I fondi per la ricerca e per la sanità in generale sono stati sempre inferiori rispetto alla media europea. È arrivato il momento di invertire la rotta”.
“In cinque anni il numero di nuovi studi clinici autorizzati nel nostro Paese è aumentato in maniera esponenziale: da 564 nel 2017 a 818 nel 2021, in un quinquennio sono stati 3403 – spiega Francesco Cognetti, Presidente FOCE -. Ogni anno in Italia sono circa 40mila i cittadini coinvolti nelle sperimentazioni. Due terzi dei trial interessano le neoplasie, le malattie ematologiche e cardiovascolari, che tra l’altro producono i due terzi della mortalità annuale. I vantaggi che derivano dalla ricerca sono a 360 gradi. I pazienti possono beneficiare di terapie innovative con grande anticipo rispetto alla loro disponibilità, ottenendo miglioramenti della sopravvivenza e qualità di vita. Le aziende sanitarie che ospitano centri sperimentali godono di un innalzamento dell’assistenza sanitaria e della crescita professionale del personale coinvolto. Inoltre, allo sviluppo di nuovi farmaci fa seguito una forte utilità sociale, per l’allungamento della vita media dei cittadini. La ricerca clinica è, pertanto, un motore di sviluppo economico e sociale per il Paese”.
Gli investimenti complessivi pubblici e privati in questo settore, in Italia, equivalgono a oltre 750 milioni di euro all’anno, di cui il 92% proveniente da aziende farmaceutiche per studi profit. Inoltre, circa l’80% delle ricerche svolte nella Penisola è di origine internazionale e rappresenta un’esportazione di servizi, contribuendo positivamente alla bilancia commerciale del nostro Paese. In particolare, l’oncologia assorbe ben il 40% dei trial (330 nel 2021). Nel 2022, in Italia, sono stati stimati 390.700 nuovi casi di cancro. Il 65% delle donne e il 59% degli uomini sono vivi a 5 anni dalla diagnosi, un risultato molto importante raggiunto anche grazie all’innovazione. “Il progresso della ricerca contro i tumori negli ultimi 50 anni è stato incredibile – spiega Carlo Croce, Professore di Medicina Interna alla Ohio State University (USA) -. Mezzo secolo fa non sapevamo nulla della base molecolare dei tumori. Abbiamo poi scoperto che le neoplasie sono causate da alterazioni genetiche somatiche, che si verificano durante la nostra vita. L’identificazione di queste mutazioni ha permesso lo sviluppo di farmaci mirati, le terapie a bersaglio molecolare. E l’ultima frontiera dell’immunoncologia, in alcuni casi, permette di cronicizzare malattie molto aggressive come il melanoma metastatico. Oggi, per sviluppare un farmaco anticancro innovativo, serve circa un miliardo di dollari. Se le aziende farmaceutiche non riuscissero a recuperare questi costi, non investirebbero più nella ricerca. La sfida è individuare il difficile compromesso tra l’impulso all’innovazione, che sostiene lo sviluppo di nuove molecole, e le esigenze di sostenibilità dei sistemi sanitari. Un patto fra industria, clinici, Istituzioni e Università è la via da seguire per dare nuovo impulso alla ricerca”.
“I centri sperimentali del nostro Paese sono ritenuti un’eccellenza, per la loro indiscussa qualità scientifica e accademica – sottolinea Giorgio Palù, Presidente AIFA (Agenzia Italiana del Farmaco) -. Ne va però migliorata l’organizzazione, uniformando processi e procedure. È necessario anche adeguarne la dotazione tecnica e strumentale, in particolare digitale, e aumentarne gli organici. Una delle maggiori criticità riguarda i tempi di avvio dei trial, caratterizzati da un iter regolatorio lungo e difficoltoso. Questi elementi possono minare l’attrattività dell’Italia. Ci auguriamo che i nuovi standard stabiliti dal Regolamento europeo 536 del 2014, che ha armonizzato il processo di valutazione e autorizzazione di uno studio clinico condotto in più Stati membri, consentano di superare queste difficoltà, accelerando le decisioni e riducendo i vincoli burocratici”.
L’Italia si è finalmente adeguata alla normativa comunitaria, grazie ai quattro decreti firmati dal Ministro della Salute il 30 gennaio 2023. “Il nostro Paese ha rischiato di perdere il nuovo treno della ricerca clinica che era già partito il 31 gennaio 2022, con l’entrata in vigore del ‘Clinical Trial Information System’ (CTIS), il portale unico continentale per le sperimentazioni, istituito dal Regolamento europeo – continua il Prof. Cognetti -. L’Italia è restata ferma in una fase di transizione di un anno e, grazie alla decisione del Ministro Schillaci, siamo riusciti ad aggregarci al resto del Continente. Oggi il nostro Paese è in quarta posizione in Europa per studi clinici aderenti al nuovo Regolamento europeo, dopo Francia, Spagna e Germania. Va recuperato il tempo perduto”.
“Oggi riusciamo a guarire definitivamente circa l’80% dei bambini che si ammalano di tumore in età pediatrica, con percentuali di guarigione per alcune neoplasie che arrivano addirittura a oltre il 90% – spiega Franco Locatelli, Presidente del Consiglio Superiore di Sanità -. Gli investimenti in ricerca e le collaborazioni scientifiche internazionali hanno permesso di ottenere questi importanti traguardi. Da un lato le terapie a bersaglio molecolare, dall’altro l’immunoncologia hanno cambiato lo scenario. La prossima sfida è utilizzare la terapia cellulare con CAR-T, basata sui linfociti del paziente modificati geneticamente, che ha già dimostrato di essere efficace nei tumori ematologici, anche nelle neoplasie solide”.
“Oggi circa il 75% dei pazienti adulti colpiti da tumori ematologici è guarito o ha una lunga sopravvivenza con buona qualità della vita – afferma Paolo Corradini, Presidente SIE (Società Italiana di Ematologia) -. Il nostro Paese ha contribuito in modo significativo allo sviluppo di molte terapie innovative nei tumori ematologici. Tra le terapie più promettenti vi sono le cellule CAR-T che sono rimborsate nel nostro Paese nei linfomi più aggressivi, nella leucemia linfoblastica acuta e fra poco nel mieloma multiplo, in pazienti già sottoposti a diverse linee di terapia. I vantaggi degli studi clinici non sono solo per i pazienti, infatti il Servizio Sanitario Nazionale ottiene un beneficio grazie ai costi evitati per le terapie, sostenuti dalle aziende sponsor dei trial. Questo risparmio non è palese, perché non è tracciato nella contabilità degli ospedali, ma è molto rilevante. Non solo. L’investimento dell’azienda sponsor, oltre al farmaco sperimentale e di controllo, include spesso altre prestazioni necessarie alla raccolta dei dati o alla selezione dei pazienti, come esami diagnostici, analisi di laboratorio centralizzate e test genetici. Queste prestazioni costituiscono una parte significativa del valore complessivo delle sperimentazioni: generano investimenti diretti e, potenzialmente, costi evitati per il sistema. Inoltre, determinano spesso un beneficio addizionale per il paziente, che può usufruire di prestazioni diagnostiche più frequenti e accurate oppure accedere a test genetici in grado di modificare il percorso di cura”.
“Il settore della ricerca clinica è un’eccellenza del sistema scientifico ed economico in Italia e, da decenni, è un motore di avanzamento per l’intero Paese – evidenzia Guido Rasi, Past Executive Director dell’Agenzia europea per i medicinali (EMA) e Professore Ordinario di Microbiologia all’Università di Tor Vergata di Roma -. Questo ruolo, purtroppo, non è sempre percepito nella vastità della sua portata da tutti gli attori coinvolti e restano potenzialità inespresse. Vanno garantiti tempi e costi di avvio degli studi clinici compatibili con la competizione internazionale, capitalizzando l’esperienza maturata durante la pandemia Covid-19, e favorendo la collaborazione tra pubblico e privato”.
“È trainante il ruolo delle imprese del farmaco al finanziamento complessivo delle sperimentazioni – conclude Pasquale Perrone Filardi, Presidente SIC (Società Italiana di Cardiologia) -. Il sostegno pubblico in questo settore infatti è, da sempre, sottodimensionato in Italia. Inoltre, una parte della componente pubblica è comunque sostenuta attraverso contributi delle imprese agli studi indipendenti. Negli ultimi anni è aumentata la consapevolezza del valore della ricerca clinica da parte delle Istituzioni e dei cittadini. Ma servono più risorse pubbliche. In questo modo, l’Italia potrà aumentare la sua competitività ed attrattività come sede ottimale per lo svolgimento dei trial”.