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Malattie rare oggi tra prevenzione, diagnosi e cura

Un Testo Unico e un Piano Nazionale a un passo dal via come punti di partenza. Destinazione? Una gestione omogenea ed efficiente delle malattie rare, che non lasci soli i pazienti e i loro famigliari. Un percorso sul quale abbiamo fatto il punto con il Sottosegretario di Stato al Ministero della Salute Marcello Gemmato e con alcuni dei principali attori del settore, dalle associazioni dei pazienti ai Centri di Coordinamento regionali.

Gemmato: “Vogliamo dare risposte concrete ai malati rari e ai loro caregiver”

Le difficoltà ci sono, ma anche una volontà politica unanime e una rete di pazienti, associazioni, clinici ed esperti che si impegnano per un obiettivo comune, è il messaggio del Sottosegretario Gemmato.

A che punto è a Suo parere la situazione dell’attuale gestione delle malattie rare nel nostro Paese?

Marcello Gemmato

È un mondo verso cui mi sto approcciando in punta di piedi, ma anche con molta determinazione, consapevole di una sensibilità e quindi di un mandato politico forte sul tema. Da quando ho ricevuto la delega alle malattie rare da parte del Ministro Schillaci, nel mese di febbraio, ho cercato fin da subito il supporto e il confronto con le persone affette da queste patologie e con le associazioni che le rappresentano, perché è giusto affrontare le varie istanze legate al mondo delle malattie rare con adeguata consapevolezza e competenza.

Credo che ad oggi vi siano sicuramente delle disuguaglianze regionali nell’approccio alla malattia, in tutte le sue fasi. Il Governo sta già lavorando al superamento di questo elemento critico per poter garantire la stessa velocità nella diagnosi, nella presa in carico e nella cura, nel rispetto dell’articolo 32 della nostra Costituzione.

È dovere di uno Stato etico non lasciare indietro nessuno.

Negli ultimi mesi ci sono state diverse novità: pochi giorni prima della Giornata Mondiale è stato licenziato il Piano Nazionale, gli intergruppi in Parlamento si sono unificati. È un momento di svolta?

Nei confronti delle persone affette da malattia rare c’è sempre stato un idem sentire di tutta la politica. Fin dal mio ingresso in Parlamento, mi sono sempre impegnato a seguire puntualmente tutti i lavori relativi alle malattie rare e sono orgoglioso di aver contributo all’approvazione del Testo Unico nel 2021, che mi piace ricordare come uno straordinario esercizio di unitarietà della politica, che lo ha approvato all’unanimità.

Ovviamente, l’accelerazione data ai lavori per l’approvazione del testo finale del Piano Nazionale Malattie Rare (PNMR) 2023-2025 testimonia l’attenzione che il Governo ha nei confronti delle persone con malattia rara e dei loro caregiver.

Il Piano è il frutto di tanto lavoro e della tenacia di tutte le istituzioni, dei clinici, delle associazioni di pazienti e dei soggetti competenti in malattie rare che compongono il Comitato Nazionale Malattie Rare. Aspettiamo ora il passaggio in Conferenza Stato-Regioni per la sua piena attuazione.

Quali sono le maggiori criticità che permangono per i malati rari oggi?

Grazie alla delega ricevuta potrò essere ancora più presente

Gli obiettivi sono chiari: migliorare l’accesso alle terapie, superare le disuguaglianze regionali, declinare e sfruttare efficacemente le reti e l’utilizzo dei dati, dare piena attuazione alla Legge 175/2021 con maggiore speditezza.

Perché questo Ministero vuole dare risposte concrete ai due milioni di persone con malattia rara presenti in Italia e ai loro caregiver. Grazie alla delega ricevuta potrò essere ancora più presente e soprattutto al fianco delle Associazioni dei pazienti, partner imprescindibili delle decisioni politiche e assistenziali.

Cosa serve per superarle?

L’orizzonte temporale che si è dato questo Governo consentirà la necessaria stabilità che è fondamentale per raggiungere i target prefissati. L’esecutivo pone massina attenzione alla questione ed è attualmente impegnato a lavorare sull’omogeneità dei percorsi di cura in tutto il territorio nazionale; ma un ruolo chiave, in tal senso, possono e devono giocarlo i presidi di prossimità del nuovo disegno dell’assistenza territoriale, così come le reti e la sanità digitale.

Partiamo dalle piccole sfide per vincere quelle grandi, tutti insieme.

Possiamo immaginare delle tappe per arrivare a un obiettivo? E qual è l’obiettivo principale da raggiungere?

Sarà importante trovare le risorse necessarie a dare piena attuazione a quanto dettagliato nel PNMR

Gli obiettivi sono tanti e tutti sfidanti. Uno dei prossimi è sicuramente – come prevede il Testo Unico – il passaggio in Conferenza Stato-Regioni per l’iter di approvazione del PNMR 2023-2025.

Sarà importante poi trovare le risorse necessarie a dare piena attuazione a quanto dettagliato nel PNMR, che affronta in modo diretto e preciso gli obiettivi su diagnosi, trattamenti, formazione e informazione per migliorare il più possibile la qualità di vita delle persone con malattia rara.

Quali azioni intende intraprendere in questo senso?

Come sottosegretario alla Salute, ho appena iniziato il cammino a supporto delle persone che vivono con malattia rara e dei loro familiari, ma so di voler fare un buon lavoro.

È certamente un percorso lungo e sfidante, ma in questo viaggio non sono solo: so di poter contare su una politica unita e una comunità scientifica robusta. Tanta strada sicuramente ancora c’è da fare, ma indietro non si torna.

Taruscio (ISS): “Fondamentale la multidisciplinarità”

Il punto sulle iniziative istituzionali con Domenica Taruscio, Già Direttore del Centro Nazionale Malattie Rare, è l’ideatrice del progetto Scienza partecipata, ISS.

Dottoressa, come è cambiata negli ultimi anni la vita di un malato raro nel nostro Paese?

Domenica Taruscio

Dal 2001, anno in cui sono stati istituiti per Decreto ministeriale la Rete nazionale sulle malattie rare e il Registro Nazionale, quest’ultimo all’Istituto Superiore di Sanità (ISS), sono stati fatti notevoli progressi in varie direzioni. Vi è stato uno sviluppo continuo e progressivo delle reti regionali e così pure del livello centrale, anche mediante l’istituzione del Centro Nazionale Malattie Rare all’ISS.

I pazienti trovano maggiori risposte ai propri bisogni, a partire dalla possibilità di reperire informazioni sulla propria patologia e sui centri di expertise per la diagnosi e presa in carico. Risposte che possono avere dal Telefono Verde Malattie Rare (800 89 69 49), nonché dai numerosi telefoni e punti informativi regionali e associativi, ma che trovano anche sul portale istituzionale interministeriale dedicato alle malattie rare, oltre che ovviamente su siti regionali e non.

Numerosi medici (pediatri e di medicina generale) hanno acquisito maggiori competenze sul sospetto diagnostico e sui centri di expertise e, pertanto, progressivamente sta diminuendo il ritardo diagnostico con tutto ciò che ne consegue in termini di odissea dei pazienti alla ricerca proprio di una diagnosi.

Cosa manca ancora?

Molte malattie rare sono multisistemiche, spesso croniche ed invalidanti, pertanto necessitano di un coordinamento efficiente ed efficace fra i diversi specialistici chiamati ad intervenire nelle varie fasi della malattia e nelle diverse età del paziente. La gestione multidisciplinare e il percorso strutturato nella transizione dall’età pediatrica all’età adulta sono da sviluppare e organizzare, soprattutto in alcune aree del nostro Paese.

Importanti punti di ulteriore sviluppo e miglioramento sono: la connessione funzionale fra ospedale e territorio, le cure palliative, le prestazioni di riabilitazione motoria, logopedica, respiratoria, vescicale, neuropsicologica e cognitiva, di terapia psicologica e occupazionale, di trattamenti nutrizionali, in regime ambulatoriale, semiresidenziale, residenziale e domiciliare, nonché tutti gli aspetti di inclusione nei vari contesti di vita (scuola, lavoro e vita sociale).

Qual è la situazione delle malattie ultra rare?

Le malattie ultrarare presentano maggiori difficoltà, a partire dalle difficoltà nel reperire informazioni sugli esperti e sui centri di riferimento per la diagnosi e cura

Secondo la normativa italiana, legge 175 del 2021 (Testo Unico), non vi è differenza fra malattie rare e ultrarare. Hanno tutte pari dignità. Tuttavia, le malattie ultrarare presentano maggiori difficoltà, a partire spesso dalle difficoltà nel reperire informazioni sugli esperti e sui centri di riferimento per la diagnosi e cura. Tuttavia, si sta tentando di superare questi ostacoli, grazie anche alla presenza delle Reti di Riferimento Europee (ERN) che permettono di far lavorare in rete specialisti e strutture ospedaliere, superando le barriere nazionali.

La ricerca in Italia è sufficiente?

La situazione odierna è migliorata rispetto a qualche anno fa, essendo aumentati i finanziamenti sia pubblici che privati. È necessario incentivare la ricerca scientifica a diversi livelli, partendo dalla ricerca di base per comprendere le basi patogenetiche delle malattie fino allo sviluppo di nuove molecole, occorre sviluppare la ricerca clinica, ed è altrettanto importante portare avanti quella epidemiologica e sociale, avvalendosi di metodologie sempre più innovative.

Qual è il valore del Piano Nazionale licenziato dal Ministero proprio pochi giorni prima della Giornata Mondiale?

Il Piano Nazionale sulle malattie rare 2022-2024 rappresenta la cornice comune degli obiettivi istituzionali da implementare nel prossimo triennio

Ha un grande significato simbolico e concreto: la legge 175 / 2021 potrà attuarsi attraverso le azioni concrete previste nel Piano Nazionale. Questo è il secondo Piano Nazionale sulle malattie rare (2022-2024) ed è giunto al termine di un lungo lavoro di confronto fra gli stakeholder che agiscono a livello centrale, regionale ed associativo. Era dunque molto atteso da tutti, in quanto strumento di programmazione e pianificazione centrale nell’ambito delle malattie rare, nonché di indicazioni per l’attuazione e l’implementazione dei Livelli Essenziali di Assistenza. Il Piano Nazionale sulle malattie rare 2022-2024 rappresenta la cornice comune degli obiettivi istituzionali da implementare nel prossimo triennio, delineando le principali linee di azione delle aree rilevanti nel campo delle malattie rare.

È strutturato in capitoli che includono azioni specifiche (quali prevenzione primaria, diagnosi, percorsi di cura, trattamento farmacologico, ricerca) e capitoli che includono azioni che contribuiscono trasversalmente a integrare tutti gli ambiti principali quali informazione, formazione, registri e monitoraggio della Rete nazionale delle malattie rare.

Quali sono secondo Lei gli ulteriori obiettivi da perseguire?

Da una parte è necessario completare la pubblicazione dei decreti attuativi del Testo Unico per renderlo concretamente operativo, dall’altra vanno maggiormente rafforzati i rapporti con le strutture europee con una sempre maggiore integrazione degli ERN nella Rete nazionale delle malattie rare, favorendo anche il flusso inverso dall’Italia verso l’Europa e incoraggiando la cooperazione internazionale in tutte le dimensioni delle malattie rare, dalla ricerca alla cura. Vanno incentivati lo sviluppo e l’uso della telemedicina e delle nuove tecnologie per il miglioramento della qualità di vita delle persone con malattie rare.

Va incoraggiata e sostenuta la partecipazione attiva dei cittadini (esperti e non) al processo scientifico, dall’ideazione alla realizzazione progettuale, superando le barriere fra le diverse discipline.

Scopinaro (Uniamo): “Insieme siamo più forti”

Tra le tante difficoltà che ancora riguardano le malattie rare, c’è quella di farsi conoscere dal ristretto ambito degli addetti ai lavori, spiega Annalisa Scopinaro, Presidente Uniamo Federazione Italiana Malattie Rare. Ma una soluzione c’è: lavorare insieme.

Come valuta la situazione dell’attuale gestione delle malattie rare nel nostro Paese?

Annalisa-Scopinaro

L’Italia, confrontata con gli altri Paesi Europei, ha dei punti di forza che la contraddistinguono. Abbiamo una legge (167/2016) che ci ha portato ad essere il primo paese per numero di patologie screenate (49) e per il percorso di presa in carico successivo alla diagnosi, un nostro tratto distintivo.

Inoltre siamo in attesa di ulteriore allargamento grazie all’emendamento presentato nel 2020 dall’Onorevole Noja. L’aggiornamento del Piano Nazionale Malattie Rare, dopo una gestazione di quasi tre anni, è nella dirittura di arrivo per l’approvazione, dopo che la Conferenza Stato Regioni avrà dato il benestare. Grazie al DM 279/2001, abbiamo una Rete di diagnosi e presa in carico; all’interno della rete alcuni centri hanno ottenuto anche il riconoscimento di HCP (Health Care Provider – centri di riferimento) di reti ERN (European Reference Networks – reti europee). C’è ancora molto da fare, ma nel complesso la situazione è sicuramente migliore di quello che vediamo all’estero.

Sembra che qualcosa si sia mosso negli ultimi mesi: pochi giorni prima della Giornata Mondiale è stato licenziato il Piano Nazionale, anche su vostra iniziativa gli intergruppi in Parlamento si sono unificati. È un momento di svolta?

Non parlerei di svolta: sono arrivate a maturazione una serie di azioni e un grande lavoro svolto negli anni scorsi, specialmente durante il Covid. La possibilità di riunioni a distanza ha, paradossalmente, consentito di lavorare di più e meglio su alcune tematiche. Il Piano Nazionale si è sviluppato così. Grazie anche al continuo lavoro di sensibilizzazione della Federazione, si è accresciuta la consapevolezza sulle malattie rare e si è capito che i percorsi non possono essere quelli standard.

L’opera della Federazione si vede anche nella continua azione di conciliazione di anime anche diverse, come è successo con la riunificazione dei due intergruppi, ma anche con l’introduzione della tematica dei tumori rari, come ci impone la L. 175/2021 (Testo Unico MR e tumori rari), e la conseguente collaborazione con la Federazione che rappresenta la parte oncologica. Insieme, possiamo fare molto di più, tenendo conto che alcune tematiche sono del tutto trasversali e sarebbe anacronistico lottare solo per una categoria, a silos.

Quali sono le maggiori criticità che permangono per i malati rari oggi?

Nonostante tutto il grande lavoro svolto, anche grazie ai Coordinamenti Regionali sulle Malattie Rare, dal Centro Nazionale Malattie Rare dell’ISS e agli altri, rimane una costante difficoltà a reperire informazioni e conoscenza sul mondo rare, che resta circoscritto troppo spesso agli addetti ai lavori. Proprio per questa la nostra campagna #UNIAMOleforze, proseguita per tutto il mese di febbraio, ha voluto essere “su strada”, out-of-home come si dice; questo anche con il supporto di Rai Sostenibilità che ci ha consentito di presentare la Federazione e la comunità anche durante programmi in prima serata.

La diagnosi di una malattia rara arriva con un ritardo medio di quattro anni dalla comparsa dei sintomi

Un’ulteriore criticità è data dal ritardo di diagnosi, che dalla comparsa dei primi sintomi, quando arriva (perché molti non sono mai diagnosticati) ha un ritardo medio di oltre 4 anni. La presa in carico non è sempre lineare ed omogenea. Dal punto di vista sociale, mancano ancora molte tutele; le patologie rare non hanno nella maggior parte dei casi nessuna tutela previdenziale e/o assistenziale, se non per quanto attiene la più generica disabilità.

Cosa serve per superarle?

Il sistema “rete delle malattie rare” è stato messo a terra in venti anni di lavoro, dal DM 279/2001; ancora però mancano alcuni pezzi, specialmente sul territorio e al domicilio del paziente. Occorre più integrazione con la medicina territoriale e con il nuovo assetto previsto dal DM 77; serve inoltre un sistema di tutela sociale che possa salvaguardare le specificità delle malattie rare ad esempio nel mondo del lavoro. Inoltre mancano misure di sostegno per i caregiver, sia per il loro prezioso lavoro di assistenza che per dare, eventualmente, la possibilità di scelte diverse dall’accudimento continuo.

Per migliorare l’assistenza sanitaria, inoltre, sarebbe opportuno il finanziamento del Piano Nazionale Malattie Rare, che potrebbe consentire il superamento di alcune difficoltà organizzative riscontrate negli anni passati.

Possiamo immaginare delle tappe per arrivare a un obiettivo? E qual è l’obiettivo principale da raggiungere?

Nel foresight study Rare2030, che ha avuto anche una tappa italiana nel corso della sua compilazione, sono individuati gli obiettivi da raggiungere entro il 2030, attraverso i lavoro congiunto di oltre 3.000 persone fra pazienti e altri stakeholder di sistema. Uniamo ha ripreso questi obiettivi nella sua pianificazione strategica, individuando quattro aree di intervento, alcuni obiettivi e una serie di azioni per arrivare a raggiungerli.

Fra le nostre priorità la diminuzione dei tempi di diagnosi, attraverso lo screening neonatale esteso allargato a più patologie, l’uso di tecniche omiche alla comparsa dei primi sintomi, il miglioramento della formazione degli operatori sanitari. La possibilità di avere terapie disponibili, attraverso la finalizzazione della ricerca pubblica (come già nel PNRR con i 50 milioni di euro dedicati proprio alle Malattie Rare) e sgravi fiscali (come previsto per esempio nella L. 175/2021) per la ricerca. Questo vale anche a livello europeo con la revisione del Regolamento sui farmaci orfani. Inoltre la possibilità di avere una presa in carico tempestiva, che possa accompagnare il paziente nelle varie fasi della patologia, semplificando le procedure burocratiche e attivando servizi che possano prevedere consegna di farmaci a domicilio, possibilità di home therapy, assistenza domiciliare e controlli a distanza anche attraverso la teleassistenza e telemedicina.

Per la realizzazione di questo (e molto altro) siamo al lavoro da molti anni, e alcune delle cose che chiedevamo anni fa sono state ottenute o sono in fase avanzata di maturazione per una completa applicazione. L’istituzione di vari tavoli di lavoro sulle malattie rare, compreso il Comitato Nazionale, sono di supporto per proseguire con i miglioramenti e per una loro concreta attuazione.

Voi quali azioni intraprenderete in questo senso?

Continueremo a lavorare raccogliendo i bisogni dalla nostra comunità, attraverso confronti costanti e continui nei nostri tavoli di lavoro, e portando successivamente ad una discussione allargata le criticità emerse, in modo da poter individuare anche le soluzioni più opportune. Pensiamo che solo lavorare su singoli temi e cercando di risolvere un problema alla volta si possa arrivare a migliorare la qualità complessiva del sistema. Gli slogan generalisti non servono e non portano a nulla. Per questo utilizziamo sia con il rapporto MonitoRare, che individua le criticità, che le Effemeridi, che offrono possibili soluzioni, strutturando un lavoro a ciclo continuo che sta portando molti frutti. Le nostre Associazioni sono al lavoro per mostrare alla politica quali sono i nodi principali. E per tutto quello che è trasversale a più patologie stiamo stringendo accordi di collaborazione e protocolli di intesa con realtà simili, per presentarci come fronte unico, in modo da essere più ascoltati. Insieme, siamo più forti.

Il ruolo dei Centri di Coordinamento regionali

Qual è la situazione dal punto di vista dei Centri di Coordinamento regionali? Facciamo il punto con il Prof. Giuseppe Limongelli, Direttore Centro Coordinamento Malattie Rare della Regione Campania. Il Registro regionale campano ha un elenco di 30mila pazienti; ogni anno in media ne vengono certificati 3mila.

È un buon momento per il mondo delle malattie rare?

C’è un’attenzione significativa. Lo dimostra il fatto che si sia arrivati, nel 2021, all’approvazione di una legge, che, per quanto migliorabile e in attesa dei decreti attuativi, cioè delle gambe su cui muoversi, è pur sempre un importante quadro di riferimento. Su questa base è stata costituita una Commissione Nazionale Malattie Rare, grazie alla quale è stato finalizzato il testo del Piano Nazionale che è stato licenziato dal Ministero proprio a pochi giorni dalla Giornata Mondiale del 28 febbraio e che è quindi pronto per il vaglio della Conferenza Stato-Regioni.

Un altro fattore che denota interesse è che il sottosegretario di Stato al ministero della Salute, Marcello Gemmato, stia dedicando attenzione al tema delle malattie rare, con delega ufficiale del Ministero alle malattie rare.

Se i presupposti sono buoni, d’altro canto c’è ancora tanto da fare. Per definizione, il malato raro è un malato complesso, che ha bisogno di percorsi, di una guida, e che non sempre trova nel proprio territorio le risposte adeguate. Questo crea una grossa disomogeneità tra i territori e problemi di accesso alle diagnosi e alle terapie.

Dal suo osservatorio, quali sono le esigenze di un malato raro?

Il paziente vuole innanzitutto una diagnosi precoce

Il paziente vuole innanzitutto una diagnosi precoce. Il ritardo diagnostico deve essere abbattuto. Qui giocano un ruolo centrale la formazione e l’informazione e proprio a questi punti sono dedicati ampi capitoli del Piano Nazionale. A proposito di informazione, in Campania stiamo lavorando proprio per sensibilizzare l’utenza informando la popolazione su questo tema. L’abbiamo fatto attraverso una campagna di informazione che ha messo in luce i campanelli d’allarme a cui prestare attenzione per porre il sospetto di una malattia rara, abbiamo organizzato una traversata in barca a vela che ha toccato i principali porti del Mar Tirreno, distribuendo ad ogni tappa materiale informativo sulle malattie rare, ed infine abbiamo deciso di portare questo messaggio anche nelle scuole, parlando proprio con i più giovani, e portando loro un messaggio di inclusione della diversità e della disabilità. E l’abbiamo fatto attraverso la creazione di un fumetto, in collaborazione con la scuola italiana di Comix, che racconta la storia di un bambino che durante il suo percorso per arrivare ad una diagnosi di patologia rara, attraversa un mondo magico alla scoperta dei suoi “rari superpoteri” in un viaggio incredibile.

Inoltre, il malato raro ha bisogno di centri che possano effettuare la diagnosi, possibilmente non lontano dalla propria casa, ma sappiamo che nella maggioranza dei casi non è così; quindi nel percorso dal sospetto alla diagnosi ha necessità di essere guidato.

Ancora, sappiamo che purtroppo soltanto per una ridotta percentuale di casi ci sono terapie specifiche. Ma oltre che di quel farmaco orfano specifico, i malati rari possono avere necessità di farmaci di fascia C o di integratori che ricadono in categorie cosiddette “extra Lea”, cioè non fanno parte dei Livelli essenziali di assistenza (Lea).

In regione Campania, per mediare le esigenze dei pazienti affetti da malattia rara, è possibile l’erogazione a carico del SSR del farmaco di fascia C, solo ed esclusivamente se nel piano terapeutico sia sottolineata l’indispensabilità ed insostituibilità, pena l’aggravamento della malattia. Attualmente è in essere anche una mappatura di tutte le farmacie pubbliche del territorio che possano eseguire preparazioni galeniche, necessarie per garantire terapie personalizzate attraverso l’allestimento ad hoc in farmacia, e per consentire la continuità terapeutica in caso di carenze di farmaci sul territorio nazionale. Queste attività, unitamente alle campagne di screening neonatali, utili e funzionali ad una diagnosi tempestiva, indispensabile per un accesso precoce alle terapie, rappresentano l’impegno e l’attenzione che la Regione Campania, di concerto con le attività del Centro di Coordinamento regionale, pone sulle malattie rare, settandosi sui bisogni del paziente.

È importante, però, uno sforzo unitario che va fatto a livello nazionale affinché un malato raro si possa curare in maniera uniforme ed omogenea in Calabria così come in Piemonte, in Lombardia oppure in Puglia. Anche in questo caso va detto che nel Piano Nazionale c’è una riflessione in tal senso.

Come pensa sia opportuno muoversi quindi?

I registri regionali delle malattie rare a volte parlano lingue diverse

C’è davanti a noi un percorso lungo che dovremo affrontare con una serie di attori e stakeholder che devono cercare di avere l’uno fiducia nell’altro e adoperarsi per trovare un equilibrio comune. Penso a tavoli interregionali con gli enti coinvolti, a partire dall’Istituto Superiore della Sanità e dall’AIFA, perché un’altra disomogeneità che dobbiamo andare a ricomporre riguarda i registri regionali delle malattie rare che a volte parlano lingue diverse. Essendo il registro nazionale delle malattie rare il risultato di una sommatoria dei registri regionali, ne esce limitata la possibilità di avere una visione chiara dei numeri e delle caratteristiche epidemiologiche, geografiche e di mobilità a livello nazionale che è necessaria per permettere una programmazione sanitaria seria. È un altro sforzo previsto nel Piano: l’obiettivo è di potenziare il registro nazionale uniformando i registri regionali e facendo in modo che i flussi sanitari non siano slegati da altri flussi come quelli dei medici di base, delle prestazioni erogate, le anagrafi sanitarie, i registri di mortalità. L’attuale mancanza di questi collegamenti rende difficile seguire il percorso del paziente.

Un altro grosso problema, futuribile, ma meno di quanto possa sembrare, è quello della sostenibilità. Abbiamo detto che al momento solo una piccola percentuale di casi possono essere trattati. Esistono poco più di 100 farmaci orfani, ma alcuni di questi hanno un costo altissimo, anche di alcuni milioni di euro, che ovviamente merita una riflessione in materia di sostenibilità sulla base della valutazione di Health Technology Assessment (HTA), oltre che di sicurezza ed efficacia del farmaco. Serve una programmazione seria di quanti malati si troveranno in queste situazioni, come potranno rispondere alla terapia, con quale sicurezza e quali vantaggi sono previsti.

Il ragionamento si completa con il discorso dei dati Real World, perché una cosa è una valutazione preliminare che viene dai trial e dai grossi studi che non sono mai facili per le malattie rare, ma cosa diversa è ciò che si riscontra quando si usa il farmaco nella vita reale. Quindi benissimo la programmazione, la valutazione di HTA, del prezzo del farmaco, ma tutto va rivalutato in base alla Real World Evidence.

Si tratta di temi complessi si cui non ci sono ancora risposte univoche e su cui dovremo lavorare sempre di più. Da un lato pertanto vedo ottime prospettive e dall’altro ci vedo lavoro.

Quali sono quindi le priorità?

In primis sono importanti i Centri di Coordinamento per le malattie rare presenti in ogni Regione, che gestiscono i registri regionali, ma hanno anche altre funzioni, come quelle di helpline, spesso con un numero verde, che permette anche alla malattia rarissima di trovare il suo percorso, qualcosa che soprattutto durante il periodo Covid probabilmente in assenza di questi centri sarebbe stato molto complesso.

Come accade nel nostro, i centri regionali ben strutturati oltre alla helpline rivolta ai pazienti hanno anche un helpdesk per il registro, una parte dedicata al sociale, che segue le problematiche socio-sanitarie dei malati e quelle legate al piano assistenziale, per la farmaceutica, come punto di raccordo fra le unità del farmaco (dal centro di riferimento alla farmacia) e il paziente, e la telemedicina. In particolare, per quanto ci riguarda, noi abbiamo un gruppo di telemedicina che si occupa di teleconsulti, laddove ci siano pazienti che non hanno ancora una diagnosi: vengono coinvolti gli esperti a seconda che ci sia l’idea che si tratti di una malattia genetica o immunologica oppure di altro genere, per riuscire a indirizzare il paziente verso la strada giusta.

Change in BIOengineering: a Torino si discute di pratica clinica e ingegneria biomedica

Si tiene al Centro Congressi Lingotto il primo convegno di aggiornamento tecnico in ingegneria biomedica progettato dalla Commissione clinica-biomedica dell’Ordine degli Ingegneri di Torino insieme a Change in Cardiology 3.0, dal titolo “Pratica clinica e ingegneria biomedica: convergenza di progettualità e potenzialità nel futuro”.

L’evento fa parte di un progetto più ambizioso, chiamato Change in BIOengineering, alla sua prima edizione per il 2023, diventato parte integrante del congresso nazionale Change in Cardiology 3.0 con il fine di ampliare la conoscenza sulla tecnologia biomedicale, creare nuove forme di dialogo tra medici e ingegneri biomedici unendo la dimensione di cura verso il paziente con quella di cura della tecnologia a supporto di medici e pazienti. Il Change in Cardiology, giunto all’edizione 3.0, nasce nel 2019 (tre i responsabili e ideatori: Giuseppe Musumeci, Giuseppe Patti, Ferdinando Varbella) con l’idea di creare uno spazio di formazione differenziato con la possibilità di seguire sessioni real-time e provare medical devices attraverso sessioni di simulazione per migliorare l’approccio alla clinica e alla tecnologia contemporaneamente.

Change è la parola del cambiamento: cambiamento legato al nostro sistema sanitario nazionale, alla grandissima evoluzione tecnologica, cambiamento che unisce sempre di più le professionalità del mondo clinico con il mondo ingegneristico. Cambiamenti che necessitano di confronto, di sinergia, di dialogo da ricercare per cooperare sinergicamente.

Change in BIOengineering 1.0 nasce con l’obiettivo di avvicinare giovani ingegneri biomedici al mondo della pratica clinica in un contesto unico come quello del Congresso Nazionale Change in Cardiology 3.0, dall’esigenza di aumentare la cooperazione tra istituzioni, università e ospedali del territorio, sperimentare nuove modalità di orientamento per gli studenti attingendo da esperienze dirette, casi clinici e potenziando la sinergia tra il mondo clinico e il mondo ingegneristico biomedicale. L’ingegneria biomedica sta approfondendo campi della scienza sempre più complessi come la modellazione numerica, l’intelligenza artificiale, la robotica e la realtà virtuale. Al contempo, non è semplice trovare e acquisire equilibri di settore che permettano una connessione sempre maggiore tra la ricerca tecnologica applicata e il mercato biomedicale in evoluzione.

“La ricerca biomedicale sta evolvendo rapidamente e necessita di contesti tali da condividere i risultati raggiunti e quelli potenziali aprendosi così alla cooperazione interdisciplinare per favorire sinergie identificando nelle professioni sanitarie e ingegneristiche nuove competenze per applicare tecniche e pratiche cliniche sempre più all’avanguardia – spiega Manuela Appendino, coordinatrice della Commissione Clinica Biomedica dell’Ordine degli Ingegneri Di Torino -. Immaginare la trasformazione delle strutture ospedaliere, immaginare l’implementazione di nuove tecnologie all’interno delle sale operatorie è l’inizio di un percorso di convergenze e partnership ibride tra il mondo clinico e il mondo high-tech“.

Nel corso del convegno si introdurranno esempi concreti di progettualità nell’ambito clinico-sanitario ponendo particolare attenzione ai più recenti sviluppi nelle tecnologie digitali che, basandosi su simulazioni computerizzate e intelligenza artificiale, sono in grado di assistere nella diagnosi, predire la prognosi simulando l’effetto delle terapie disponibili al fine di personalizzare un trattamento. Tali tecnologie possono essere utilizzate per supportare la decisione medica per uno specifico paziente, realizzando la promessa della medicina di precisione.

Il programma del convegno “Pratica clinica e ingegneria biomedica: convergenza di progettualità e potenzialità nel futuro” tocca numerosi temi: talento professionale, tipologie di strumenti di misura, modellazione computazionale, simulazioni predittive, machine learning.

Programma

Apertura Lavori
Ing. Manuela Appendino, Coordinatore Comm. Clinica Biomedica Ordine Ing. Di Torino

L’ingegnere biomedico nella trasversalità delle scelte tra talento e opportunità
Ing. Veronica Moi, Referente progetti editoriali Ass.ne We Wom Engineers

Lo sviluppo di strumenti per la misura della rigidità arteriosa
Ing. Irene Buraioli e Prof. Alberto Milan

La modellazione computazionale per simulazioni predittive in ambito cardiologico
Prof. Diego Gallo

Lo sviluppo di strumenti per la misura della rigidità arteriosa
Ing. Irene Buraioli e Prof. Alberto Milan

La modellazione computazionale per simulazioni predittive in ambito cardiologico
Prof. Diego Gallo

La modellazione computazionale come strumento di supporto all’angioplastica coronarica
Prof. Claudio Chiastra

Applicazione di Machine Learning in cardiologia
Dott.ssa Kristen Meiburger

“Change in BIOengineering 1.0, è anche una porta aperta ai giovani: per la prima volta in Italia, studenti di Ingegneria biomedica, all’interno di un contesto tecnologicamente molto avanzato, potranno scoprire il mondo biomedicale vivendo un’esperienza dal vivo integrando le competenze di studio alla realtà tecnologica esistente – commenta Appendino -. L’iniziativa vuole diventare uno strumento di orientamento per chi studia e ancora non si è affacciato al mercato o uno strumento di aggiornamento per professionisti senior che già operano nel settore per acquisire informazioni utili in merito alle evoluzioni della ricerca biomedicale studiando scenari futuri e potenziali nuove applicazioni.

Per gestire i cambiamenti complessi occorre essere consapevoli del cambiamento in atto

Per gestire i cambiamenti complessi occorre essere consapevoli del cambiamento in atto, lavorare sul rafforzamento delle identità professionali cercando punti di raccordo in cui si possa lavorare in cooperazione, aumentare i momenti di sensibilizzazione prendendo atto delle grandi competenze che hanno oggi medici e ingegneri e fondere insieme delle visioni nuove che mettano in luce il lavoro della ricerca universitaria avvicinandola al mercato, misurando l’impatto reale sulla cittadinanza sia in termini di qualità dei servizi che in termini di qualità della vita”.

Il Progetto ha ricevuto il patrocinio da Politecnico di Torino, Associazione nazionale giovani biomedici We Wom Engineers ed European Alliance of Medical and Biological Engineering and Science (EAMBES).

Per gli studenti iscritti al corso di laurea in ingegneria biomedica al Politecnico di Torino, il congresso Change in Cardiology 3.0 è aperto durante le giornate 30 – 31 marzo e la sessione mattutina del 1° aprile 2023 in sessioni dedicate dal nome “Practical Clinical Theaters in Cardiology of the present and the future”.

Sono previsti 2 crediti CFP ai sensi del Regolamento per l’aggiornamento della competenza professionale per gli Iscritti all’Ordine degli Ingegneri della provincia di Torino.

Luogo: Sala Roma Centro Congressi Lingotto Via Nizza, 280 – 10126 Torino

Tel. 011 6311702

Ultime prenotazioni aperte: appendino.manuela@gmail.cominfo@wewomengineers.com

Tavolo farmaceutica / Egualia: «Una cabina di regia per la sostenibilità industriale»

Il tavolo della farmaceutica e del biomedicale, voluto dai Ministri Urso e Schillaci, riunitosi oggi al MIMIT, rappresenta il primo nucleo della cabina di regia chiesta dalle aziende in vista di un coordinamento nazionale delle politiche di settore che coinvolga tutti gli interlocutori della filiera del farmaco. Il percorso avviato oggi accende i riflettori sulle prospettive di una filiera produttiva strategicamente importante non solo per la salute pubblica ma anche per la competitività e la sfida geopolitica globale.

Per le aziende aderenti ad Egualia la prima vera sfida da vincere è quella della sostenibilità industriale, che per il comparto si declina in tre nodi:

  • Costi totali di produzione dei medicinali equivalenti: aumentati nel 2022 del 21% rispetto al 2021 (quasi un miliardo di euro di extra costi);
  • Prezzi di rimborso dei farmaci SSN: per oltre il 25% dei farmaci in lista di trasparenza (circa 2mila prodotti utilizzati da migliaia di persone) inferiori ai 5 euro;
  • Payback: i nuovi farmaci determinano il 76% della crescita complessiva della spesa per acquisti diretti e nel 2023 farmaci innovativi per una spesa pari a 300 milioni usciranno dal fondo dedicato, incrementando il ripiano a carico di tutti. Oggi il ripiano delle aziende di equivalenti e biosimilari quota oltre il 10% del fatturato: un onere non più sostenibile che mette a rischio la continuità delle forniture.

I dati sulle revoche e cessate commercializzazioni di AIC degli ultimi tre anni documentano l’aggravarsi della situazione: le AIC revocate nel I trimestre 2023 sono già il 66% di quelle notificate nell’anno 2022 (957, contro le 1.460 registrate l’anno prima); su un totale di circa 300 cessate commercializzazioni registrate da AIFA nel 2022 circa 120 riguardano famaci equivalenti.

Per la delegazione di Egualia che ha partecipato al tavolo, «È divenuto improcrastinabile programmare un adeguamento dei livelli di rimborso delle fasce di farmaci a più alto rischio di indisponibilità: prima di tutto quelli in lista di trasparenza entro i 5 euro di rimborso e quelli sterili iniettabili fuori brevetto venduti in ospedale. È necessario poi eliminare o sospendere almeno l’onere dell’1,83% sui farmaci della convenzionata, che da temporaneo è diventa tassa strutturale. È infine importante aprire un confronto sulle risorse disponibili per la spesa per acquisti diretti: per le imprese off patent che vendono in gara il payback è diventato insostenibile, mentre ci sono risorse non utilizzate per potrebbero servire a ridurre l’impatto per le imprese. È poi urgente mettere mano al sistema di preavviso delle carenze, riportando i termini, le procedure e le sanzioni a meccanismi più efficaci sulle reali carenze, più sostenibili e gestibili per le imprese e la PA.

Guardando ai meccanismi di acquisto pubblici, è necessario invece virare verso modelli multi-aggiudicatari anche per le gare ospedaliere di farmaci fuori brevetto di sintesi chimica, come recentemente suggerito dalla Commissione Ue e come sta già avvenendo in alcuni paesi europei. A questo va affiancata rapidamente alla completa revisione dei flussi e dei meccanismi che regolano la distribuzione diretta e per conto: serve uniformità a livello nazionale con una lista unica nazionale per il PHT che contenga i farmaci destinati solo alla Diretta e alla DPC, distinti da quelli che devono invece tornare ad essere distribuiti nella convenzionata.

Infine la produzione industriale: stanno mancando adeguati strumenti di sostegno pubblico a causa degli ostacoli della politica Ue sugli aiuti di Stato, che rischia di tagliare fuori l’Europa e l’Italia dalla competizione globale del settore farma. In Italia si producono il 46% dei medicinali equivalenti distribuiti nel nostro Paese».

«Siamo fiduciosihanno concluso i rappresentanti di Egualiache il Governo vorrà sostenere le imprese con solide politiche industriali che agevolino investimenti produttivi locali e che garantiscano maggiore indipendenza strategica nell’approvvigionamento di farmaci e principi attivi per l’Italia. Urge quindi il coordinamento di tutte le misure da mettere in campo».

Il profilo del comparto

Egualia rappresenta l’industria dei farmaci equivalenti, dei biosimilari e delle Value Added Medicines in Italia. Un settore da circa 3,2 miliardi di euro di fatturato che fornisce oltre il 30% dei medicinali dispensati nel nostro Paese. Le oltre 60 aziende associate, di cui la metà a capitale italiano, sono per oltre il 70% PMI, con circa 10mila addetti diretti, per un totale di quasi 40 siti produttivi. A fronte di un effetto diretto pari a 3 miliardi, le imprese di farmaci equivalenti generano un valore complessivo di 8,8 miliardi di euro (diretto, indiretto, indotto) e un totale di 40mila occupati.

Malattie accumulo lisosomiale, urge inserimento in screening neonatale

Lo screening neonatale esteso (Sne) può aiutare migliaia di bambini che ogni anno vanno incontro a disabilità gravissime o a morte prematura. La legge di bilancio 2019 (art.1 C. 544) stabilisce l’inserimento di 10 patologie metaboliche, tra cui le malattie da accumulo lisosomiale, nella lista nazionale dello screening neonatale, modificando di conseguenza la Legge 167/2016. Ma fino ad oggi questo obiettivo non ha ancora trovato compimento. Eppure, le condizioni ci sono tutte.

Nell’ambito di ‘Raro chi trova‘, l’iniziativa promossa da Takeda con il patrocinio di Sip – Società italiana di pediatria e di Aiaf – Associazione italiana Anderson-Fabry, Aig – Associazione italiana Gaucher, Aimps – Associazione italiana Mucopolisaccaridosi e Cometa Asmme – Associazione studio malattie metaboliche ereditarie, un Report condotto dall’Istituto AstraRicerche ha raccolto dati, esperienze e testimonianze di clinici, società scientifiche e associazioni dei pazienti sul valore e l’utilità dello screening neonatale esteso (Sne) per le malattie da accumulo lisosomiale, analizzando i risultati dei progetti pilota portati avanti dalle regioni Toscana e Veneto, che sono diventati paradigma di ‘best practice’ in questa area. Il Report è stato presentato questa mattina, a Roma, da Cosimo Finzi, direttore dell’Istituto AstraRicerche.

Le evidenze parlano chiaro sui motivi per cui è necessario includere nello Sne le malattie da accumulo lisosomiale: la frequenza di casi positivi riscontrata sugli oltre 400.000 test effettuati nei progetti pilota in queste regioni è un forte elemento razionale per la sua estensione; accanto all’elevata frequenza della sintomatologia non neonatale. Altro dato significativo: la sostenibilità economica.

Lo screening neonatale esteso ha un relativo basso costo, qualche decina di euro a neonato, l’inserimento delle patologie da accumulo lisosomiale non cambierebbe le cose. Emerge dal Report l’esigenza di rivedere il modello di screening, nonostante il sistema italiano sia un esempio virtuoso: pochi Centri ma molto selezionati, ad alta tecnologia e con personale super specializzato. Ma resta la necessità di inserire questo modello di best practice in un percorso che deve servire a migliorare la storia naturale della malattia, con una presa in carico della coppia a partire dalla gravidanza.

Il Report è stato portato all’attenzione delle istituzioni con l’obiettivo di sensibilizzarle ad accelerare l’estensione del panel dello screening neonatale esteso.

L’utilità dello screening neonatale esteso non è in discussione. Una diagnosi precoce può cambiare l’approccio terapeutico e la vita del paziente e questo è vero soprattutto per le malattie da accumulo lisosomiale, patologie croniche di origine genetica che si manifestano spesso nei primissimi anni di vita causate da un difetto o assenza di uno degli enzimi contenuti nei lisosomi.

‘Lo screening neonatale è effettuato solo per le malattie che rispondono a precise caratteristiche: disponibilità di un test per le medesime, applicabilità del test all’intera popolazione di neonati, e che si tratti di malattie trattabili- ha spiegato Giancarlo La Marca, direttore Laboratorio screening neonatale allargato, Azienda Ospedaliera Universitaria Meyer di Firenze– Il test va effettuato entro le 72 ore dalla nascita, l’infermiere raccoglie il tampone che consiste in una goccia di sangue, l’analisi viene fatta da personale tecnico con specifica preparazione e il risultato è disponibile dopo 48-72 ore. Sono possibili falsi positivi ma il second tier test, fatto dallo stesso spot di sangue originale, per cui non serve un secondo prelievo, aumenta molto la specificità diagnostica, riducendo i falsi positivi’.

‘Le malattie lisosomiali- continua La Marca- sono l’emblema dei punti interrogativi sullo screening neonatale: non c’è alcun dubbio che lo screening sia utile, anzi, necessario; ma alcune mutazioni hanno manifestazioni molto tardive, e l’interrogativo è se si debba comunicare ai genitori che il loro bambino avrà la manifestazione della malattia, che potrebbe presentarsi anche dopo 40 o 50 anni di vita. Diverso è il caso delle forme a esordio precoce, delle forme gravi fin dall’infanzia per le quali lo screening neonatale dà notevole vantaggio’.

Lo screening consiste in un test che analizza l’attività enzimatica specifica di ciascuna malattia seguito, nei casi positivi, da un secondo esame di conferma che ricerca I metaboliti caratteristici. I laboratori sono pronti: bisogna efficientare il sistema.

‘Nelle malattie da accumulo lisosomiale non parliamo più solo di screening ma di programma di screening, in quanto non si tratta di fare solo un’analisi ma anche prendere in carico il paziente per cambiare l’outcome della malattia in modo definitivo- spiega Alberto Burlina, direttore UOC di Malattie metaboliche ereditarie, Azienda Ospedaliera Universitaria di Padova- Non c’è un motivo per non inserire le malattie lisosomiali nello screening neonatale esteso: la strumentazione e il personale sono gli stessi, anche se serve l’expertise specifico, nulla cambia per il paziente, nulla cambia per il Centro nascite né per il trasporto del materiale organico e per il laboratorio. Non sono certo poche malattie a cambiare i costi, visto che attualmente abbiamo uno screening per 50 malattie. Servono pochi Centri selezionati, che abbiano un bacino di nati di almeno 60.000 all’anno. Per le malattie genetiche la parola chiave non è semplicemente ‘diagnosi’ ma ‘prevenzione’: si può non bloccare ma far regredire quanto prima la malattia. E senza screening neonatale le storie delle famiglie raccontano peregrinaggi per il Paese, ricoveri senza diagnosi e sofferenza’. ‘In Veneto abbiamo sottoposto a screening più di 250.000 neonati, è la casistica più grande d’Europa- spiega ancora Burlina- e ci ha colpito la frequenza di queste patologie: 1 neonato affetto ogni 4.000 nati circa‘.

La diagnosi precoce è dunque un momento cruciale per la vita di una persona affetta da una malattia da accumulo lisosomiale e in tal senso il vero potenziale dello screening neonatale, esempio di sistema virtuoso in Italia, deve essere ancora pienamente realizzato. L’impegno delle istituzioni è fondamentale, così come è fondamentale il contributo dal punto di vista dell’informazione e della sensibilizzazione, grazie a iniziative come ‘Raro chi trova’.

‘Le malattie rare sono la priorità di Takeda- afferma Annarita Egidi, general manager Takeda Italia- per questo la nostra azienda promuove l’iniziativa di informazione e sensibilizzazione ‘Raro chi trova’, giunta alla sua seconda edizione. Siamo decisi a collaborare con le istituzioni per fare meglio conoscere questi temi e per promuovere nello specifico lo screening neonatale. I pazienti con malattie rare, come le malattie da accumulo lisosomiale, sono spesso soli e senza punti di riferimento. Una delle priorità in questa area è l’ampliamento della lista delle malattie incluse nello screening attuale, garantendone in tuttele Regioni un’applicazione omogenea e assicurando una effettiva presa in carico del paziente positivo. Per molte malattie rare la possibilità di iniziare tempestivamente una terapia, grazie alladiagnosi precoce, permette di ridurre molto e, in qualche caso, di azzerare gli effetti di queste patologie che determinano danni permanenti e irreversibili del sistema nervoso, disabilità intellettive, fisiche e di sviluppo, portando a una riduzione dell’aspettativa di vita o a morte’.

‘Takeda ha le malattie rare nella propria visione strategica e ha un budget di ricerca rivolto per il 50% a molecole di sviluppo proprio nell’ambito delle malattie rare’, aggiunge Andrea De Giorgi, Rare BU Head di Takeda Italia. Solo l’auspicato inserimento delle patologie ‘in attesa’ nel panel nazionale di screening potrà garantire a tutti i neonati gli stessi diritti, a prescindere dalla Regione di nascita. È quanto si augurano Società scientifiche e Associazioni dei pazienti.

Liste d’attesa, il Report 2022 dell’Osservatorio Hi – Healthcare

Hi – Healthcare Insights, l’“Osservatorio Indipendente sull’Accesso alle Cure” di Fondazione The Bridge, ha presentato i risultati della ricerca 2022 sulle liste d’attesa per l’erogazione delle prestazioni all’interno di strutture ospedaliere pubbliche e private convenzionate.

Il Report, illustrato presso l’Hotel Nazionale a Roma, ha confermato con riferimento al 2021 il quadro di assoluta disomogeneità dei dati forniti dalle singole Regioni, già registrato per le annualità 2019 e 2020 come conseguenza della libertà che la normativa nazionale, indicata nel Piano Nazionale di Governo delle Liste di Attesa (PNGLA), lascia a ciascuna di esse nello stabilire le modalità attraverso cui i dati sono raccolti, utilizzati e resi accessibili ai cittadini. Ciò non consente un’analisi comparata tra le prestazioni dei diversi sistemi sanitari regionali e spesso nemmeno tra i dati della medesima Regione riguardanti anni diversi.

Dalla ricerca emerge, dunque, l’urgenza di un ripensamento delle modalità di raccolta dei dati per una corretta e completa analisi dei tempi di attesa.

Dati e Regioni

All’interno del PNGLA è previsto un elenco di 69 prestazioni ambulatoriali e 17 in regime di ricovero. Non tutte le Regioni, però, hanno rilevato lo stesso numero di prestazioni e le uniche a fornirle tutte sono state Abruzzo, Puglia e Marche.

Nel Report dell’Osservatorio Hi (www.hiosservatorio.it) è stato operato un confronto, rispetto a determinate prestazioni, tra i tempi medi di erogazione da parte delle Regioni (limitatamente alla media delle classi di priorità B e D, le uniche a essere presenti nei dati forniti da tutte le Regioni). Per esempio, su una prima visita ginecologica la Provincia Autonoma di Trento e l’Abruzzo presentano rispettivamente il minor numero di giorni medi di attesa e la più alta percentuale di prestazioni eseguite per tempo; il Molise e la Basilicata, invece, si distinguono in negativo, con rispettivamente il 58% di prestazioni eseguite per tempo e una media di 42 giorni di attesa (su un massimo di 10 giorni per la classe B e 30 giorni per la classe D). Per una visita oculistica, inoltre, diverse Regioni presentano un forte peggioramento rispetto al 2020: l’Umbria passa da 15 a 33 giorni medi di attesa, la Sardegna da 23 a 56 giorni. Per un elettrocardiogramma a migliorare è la Valle d’Aosta, con 31 giorni medi di attesa, erano 57 nel 2020, mentre peggiora nettamente la Sardegna, che passa da soli 15 giorni medi di attesa a 52 giorni. In materia di ricoveri, ad esempio per un intervento chirurgico per tumore alla mammella, il Report evidenzia come sia Lazio che Umbria abbiano subìto dei peggioramenti rispetto all’anno precedente: il Lazio è passato dal 53,25% al 35,36% di prestazioni eseguite per tempo e l’Umbria da 33 a 38 giorni medi di attesa (su 30 giorni di soglia, previsti dal PNGLA per la classe A).

Al via progetto The Bridge-Agenas

Per ipotizzare una nuova modalità di raccolta e analisi dei dati delle liste d’attesa effettivamente rispondenti alla realtà, Fondazione The Bridge e Agenas hanno creato un gruppo di lavoro per monitorare ex ante i tempi di attesa delle prestazioni specialistiche. Il progetto prevede la raccolta dei dati analitici delle prenotazioni effettuate attraverso i CUP di un campione di Regioni/Aziende sanitarie; l’analisi dei dati raccolti e la successiva comunicazione al Ministero della Salute; la costruzione di specifici indicatori di presa in carico dei pazienti; l’analisi legislativa a integrazione e supporto del percorso.

Per Alessandro Venturi, Direttore scientifico Osservatorio Hi e Vicepresidente Fondazione The Bridge: “Non basta prevedere attraverso una legge che i dati sulle liste d’attesa debbano essere resi pubblici, ma è necessario che ci sia una responsabilità politica che dia attuazione a quella legge. Se manca il dato, mancano le informazioni e non si genera conoscenza, di conseguenza diventa difficile tenere in piedi un organismo complesso come il nostro sistema sanitario. In questo Paese è giunto il momento di attuare una strategia politica che consenta di distillare informazioni e conoscenza dai dati sanitari, coniugando il sapere umano con le opportunità che le nuove tecnologie di machine learning oggi permettono”.

Secondo Luisa Brogonzoli, Coordinatrice Centro Studi Fondazione The Bridge: “Il Piano Nazionale di Governo delle Liste di Attesa, ormai ampiamente scaduto e non ancora sostituito, è inadeguato e non garantisce la possibilità per i cittadini di ottenere un quadro veritiero sulle liste d’attesa. Ciò ci porta da una parte a bocciare il sistema, dall’altro a dover optare per un cambio di approccio a partire dalla prossima edizione della ricerca, rinunciando alla raccolta dei dati tramite accesso civico e rivolgendoci direttamente alla fonte delle informazioni, cioè ai CUP”.

Agenas – ha dichiarato il Direttore Generale Agenas, Domenico Mantoan – è costantemente impegnata nel dare supporto al Ministero della Salute, Regioni e Province Autonome per mettere a disposizione dei cittadini servizi sanitari sempre più efficaci ed equi su tutto il territorio nazionale. Sono dunque certo che dalla collaborazione con la Fondazione The Bridge possano nascere nuovi e più efficaci strumenti di raccolta e analisi dei dati al fine di individuare buone pratiche da condividere con i tanti professionisti della salute impegnati quotidianamente per la cura e il benessere dei cittadini”.

Per Rosaria Iardino, Presidente Fondazione The Bridge: “Una delle finalità principali dell’Osservatorio Hi riguarda proprio il dialogo con le istituzioni per trovare soluzioni condivise alle problematiche individuate attraverso il monitoraggio e le attività di ricerca.  A distanza di un anno dalla sua nascita, la collaborazione con Agenas rappresenta uno step successivo in questo percorso di confronto che ha come obiettivo il costante miglioramento del nostro sistema sanitario e un equo accesso alle cure per tutti i cittadini”.

Secondo Silvia Ciresa, Responsabile innovazione e Sviluppo Fondazione ANT Italia Onluse Portavoce delle Associazioni di pazienti del Comitato scientifico dell’Osservatorio Hi: “Le Associazioni ricoprono un ruolo crescente tra gli stakeholders del sistema salute e devono essere considerate partner imprescindibili per la pianificazione, la realizzazione e il miglioramento dei servizi sanitari e sociosanitari. È necessario attuare una vera sinergia fra le Associazioni e il sistema sanitario, rafforzando il dialogo all’insegna della trasparenza”.

Assosistema Confindustria firma con Filctem CGIL, Femca CISL e Uiltec UIL l’accordo per il rinnovo del CCNL 2023-2025

È stata rinnovato il CCNL delle lavanderie industriali e delle centrali di sterilizzazione per il triennio 2023 – 2025. Assosistema Confindustria ha raggiunto l’intesa con le organizzazioni sindacali Filctem CGIL, Femca CISL e Uiltec UIL nella serata del 28 marzo.

L’accordo conferma l’impalcatura già tracciata nel precedente rinnovo incentrata sulla semplificazione normativa del testo, sullo sviluppo della contrattazione decentrata attraverso modelli specifici applicabili sia alle piccole che alle grandi aziende e sulla lotta al dumping contrattuale attraverso incontri territoriali con gli uffici dell’Ispettorato competenti.   

L’intesa prevede un aumento di 155 euro nel triennio a livello medio e persegue una politica di sviluppo del welfare contrattuale incentivando ulteriormente la sanità integrativa.   

“Abbiamo ritenuto necessario contemperare all’interno dell’aumento contrattuale – commenta il Presidente di Assosistema Confindustria Egidio Paoletti – alcune esigenze del settore, in particolar modo di semplificazione normativa e snellimento delle procedure. In questo momento c’è bisogno di flessibilità nella gestione delle aziende perché i picchi imprevisti ed imprevedibili sono diventati ormai costanti”.

“Le aziende ci avevano chiesto di non ingessare il meccanismo di gestione delle risorse umane e così è stato – continua Paoletti – abbiamo però definito sin da ora la necessità di rivedersi per semplificare ulteriormente l’impalcatura ormai non più attinente alle attuali esigenze dell’orario di lavoro e dei turni”.

“L’intesa – continua il Direttore Generale di Assosistema Confindustria Matteo Nevi – investe il settore anche di grande responsabilità nei confronti di tematiche sociali importanti, quali la sicurezza sul lavoro, attraverso la costituzione di uno specifico organismo paritetico nazionale e l’attenzione verso i lavoratori disabili o divenuti non più idonei alle mansioni. Come settore abbiamo avuto anche la necessità di rispondere all’esigenza principale di non riuscire a trovare personale, pertanto abbiamo ritenuto necessario agire anche sulla leva della somministrazione prevedendo una percentuale di ricorso maggiore, in particolar modo legata ad alcuni causali specifiche”.

“Ora la pubblica amministrazione deve prevedere velocemente nelle gare per il SSN in uscita il nuovo costo del lavoro per evitare di bandire gare con basi d’asta già fuori mercato – conclude il Presidente Paoletti – lo stesso vale per i clienti privati che operano nel settore turistico e della ristorazione che devono pagare alle lavanderie industriali l’aumento di costo del contratto collettivo di settore”.

DARWIN EU® ha completato i suoi primi studi e cerca nuovi partner di dati

DARWIN EU®, la rete di analisi dei dati, ha compiuto il suo primo anno di fondazione. Dopo l’istituzione del Centro di coordinamento DARWIN EU® nel febbraio 2022, sono stati assunti i primi dieci partner di dati. La rete ha inoltre avviato i suoi primi quattro studi utilizzando dati di Real World (RWD) provenienti da tutta Europa per comprendere meglio le malattie, le popolazioni e gli usi e gli effetti dei medicinali.

DARWIN EU® è una piattaforma per generare Real World Evidence (RWE) per supportare il processo decisionale dei comitati scientifici dell’EMA e delle autorità nazionali competenti negli Stati membri dell’UE durante i processi normativi. RWE si riferisce alle informazioni derivate dall’analisi di RWD, che sono dati raccolti regolarmente sullo stato di salute di un paziente o sulla fornitura di assistenza sanitaria. RWE integra le prove generate da studi clinici controllati randomizzati e contribuisce a un processo decisionale normativo più basato sui dati.

DARWIN EU® ha piani ambiziosi per il 2023. La rete coinvolgerà altri dieci partner di dati e avvierà circa 16 studi. I partner di dati possono essere istituzioni pubbliche o private con accesso a dati sanitari del mondo reale provenienti da una varietà di fonti come ospedali, territorio, assicurazioni sanitarie, registri e biobanche collaboreranno con il Centro di coordinamento DARWIN EU® per consentire l’analisi dei loro dati per fornire RWE.

L’invito a manifestare interesse da parte di potenziali partner di dati è ora aperto. I partner di dati interessati sono invitati a visitare il sito web di DARWIN EU® per ulteriori informazioni.

I primi quattro studi iniziano a dimostrare i vantaggi di DARWIN EU®. L’uso di un modello di dati comune, analisi standardizzate e processi agili consentono un’esecuzione più rapida degli studi, una maggiore capacità e costi inferiori. La progettazione e la conduzione di questi primi studi hanno anche supportato la creazione di pipeline e processi analitici. Gli studi non erano collegati a singoli farmaci attualmente sottoposti a procedure di valutazione, ma sono stati selezionati sulla base di precedenti procedure e richieste di RWE da parte dei comitati EMA.

I protocolli e i risultati di questi studi sono disponibili al pubblico nel registro EU PAS:

  • studio di epidemiologia della malattia di DARWIN EU® ha studiato la prevalenza di tumori rari del sangue in cinque Paesi europei.
  • Il secondo studio si è concentrato sull’uso di medicinali contenenti valproato e terapie alternative tra ragazze e donne di età compresa tra 12 e 55 anni, alla luce del potenziale di questi tipi di medicinali di causare danni ai nascituri.
  • Il terzo studio mirava a caratterizzare i modelli di prescrizione per 141 antibiotici dalla lista di controllo della classificazione WHO AWaRe. I risultati serviranno come prova aggiuntiva nel monitoraggio dell’uso di antibiotici come parte del lavoro sulla resistenza antimicrobica e aiuteranno a guidare le informazioni sul prodotto e la revisione delle linee guida.
  • Il quarto studio è sull’asma grave e i suoi risultati finali sono attesi nella primavera del 2023. Lo studio informerà la valutazione della sicurezza di tutti i prodotti autorizzati o in fase di sviluppo per il trattamento dell’asma grave negli adolescenti e negli adulti.

I risultati degli studi completati sono stati forniti ai comitati EMA competenti per sostenere il loro lavoro futuro.

Per tutto il 2023, DARWIN EU® continuerà la sua collaborazione con gli stakeholder e sta lavorando a casi d’uso pilota con il Centro europeo per la prevenzione e il controllo delle malattie (ECDC) e gli organismi responsabili delle valutazioni delle tecnologie sanitarie (HTA) e gli organismi che rappresentano i payer. Inoltre, DARWIN EU® sta partecipando a un progetto pilota per l’European Health Data Space (EHDS), esplorando il ruolo della rete come nodo di ricerca e dati. DARWIN EU® funge da apripista per lo Spazio europeo per i dati sanitari e alla fine si collegherà ai servizi EHDS.

Entro il 2025 DARWIN EU® sarà pienamente operativo, fornendo circa 150 studi RWE all’anno. La visione dell’UE è che per allora l’uso di RWE sarà stato abilitato e stabilito il valore in tutta la gamma di casi d’uso normativi.

Dal payback ai gettonisti: cosa prevede il Dl Bollette in ambito salute

Nell’ultima riunione, il Consiglio dei ministri ha dato il via libera al “Decreto Bollette”, che contiene, tra le altre, diverse misure che riguardano la salute. In particolare:

Si introducono disposizioni per il ripiano del superamento del tetto di spesa dei dispositivi medici, con l’istituzione di un fondo presso il Ministero della salute per l’assegnazione di una quota da assegnare a ciascuna regione e provincia autonoma, determinata in proporzione agli importi complessivamente ad esse spettanti per gli anni 2015, 2016, 2017 e 2018, da utilizzare per gli equilibri dei servizi sanitari regionali dell’anno 2022. Fermo restando l’obbligo del versamento della quota integrale per il ripiano del superamento del tetto di spesa a favore delle regioni e delle province a carico delle aziende fornitrici di dispositivi medici che non rinunciano al contenzioso attivato, si prevede che le aziende che non abbiano attivato alcun contenzioso o abbiano rinunciato al contenzioso attivato, possano versare entro il 30 giugno 2023, la restante quota nella misura pari ad una percentuale inferiore a quella prevista dalla legislazione vigente dell’importo indicato nei provvedimenti regionali e provinciali. L’IVA indicata nei versamenti effettuati dalle aziende fornitrici di dispositivi medici ai fini del contenimento della spesa dei dispositivi medesimi a carico del Servizio sanitario può essere portata in detrazione scorporando la medesima dall’ammontare dei versamenti effettuati.

Per sopperire alla carenza di organico, le aziende e gli enti del Servizio sanitario nazionale possono affidare a terzi i servizi medici ed infermieristici esclusivamente nei servizi di emergenza-urgenza ospedalieri, per un massimo di 12 mesi e senza possibilità di proroga. Inoltre, non può richiedere la ricostituzione del rapporto di lavoro con il Servizio sanitario nazionale il personale sanitario che interrompa volontariamente il rapporto di lavoro dipendente con una struttura pubblica per prestare la propria attività presso un operatore economico privato che fornisce i servizi medici ed infermieristici alle aziende e gli enti dell’SSN.

Le aziende e gli enti del SSN, per l’anno 2023, possono ricorrere alle cosiddette “prestazioni aggiuntive” (tipologie di attività libero professionale intramuraria) per le quali la tariffa oraria fissata dal CCNL di settore (pari a euro 60,00), può essere aumentata sino a euro 100 lordi, nei limiti delle risorse disponibili, di cui si prevede tuttavia un incremento per ciascuna regione.

Sino al 31 dicembre 2025, si prevede una specifica procedura per l’accesso alla dirigenza medica del SSN nella disciplina di Medicina e chirurgia d’accettazione e d’urgenza per il personale medico che, nel periodo tra il 1° gennaio 2013 e il 30 giugno 2023, abbia maturato, presso i servizi di emergenza-urgenza del SSN, almeno tre anni di servizio, anche non continuativo, o abbia svolto un determinato numero di ore di attività (pari ad almeno tre anni di servizio). Inoltre, si prevede la possibilità per i medici in formazione specialistica di assumere, su base volontaria e al di fuori dall’orario dedicato alla formazione, incarichi libero-professionali presso i servizi di emergenza-urgenza ospedalieri del SSN, per un massimo di 8 ore settimanali. Per il personale, dipendente e convenzionato, operante nei servizi di emergenza-urgenza e in possesso dei requisiti per il pensionamento anticipato si prevede la possibilità di chiedere la trasformazione del rapporto di lavoro da orario pieno a orario ridotto o parziale, in deroga ai contingenti previsti dalle disposizioni vigenti, fino al raggiungimento del limite di età pensionabile.

Infine, si modifica il codice penale inasprendo la sanzione per le lesioni personali quando la persona offesa è esercente una professione sanitaria o sociosanitaria nell’esercizio o a causa delle funzioni o del servizio.

Per approfondire

Farmacisti e social network: tanti i professionisti già online

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La Federazione per i servizi degli Ordini dei farmacisti della Lombardia è sempre più social. Ad un anno dal lancio ufficiale della pagina Facebook, gli Ordini provinciali dei Farmacisti della Lombardia rafforzano la comunicazione sui social network raggiungendo anche Instagram.

Tra gli obiettivi c’è quello di offrire, innanzitutto ai professionisti, un’informazione friendly ma certificata

Il progetto, promosso dalla Federazione Lombarda per diffondere informazioni chiare e attendibili e favorire l’interazione tra i professionisti attivi sul territorio lombardo, si arricchisce così di un nuovo canale che consentirà di ampliare la community online, con particolare attenzione ai colleghi più giovani. Tra gli obiettivi c’è quello di offrire, prima di tutto ai professionisti, un’informazione friendly ma certificata.

“Con oltre 25 milioni di utenti, Instagram è oggi il secondo social media più utilizzato in Italia – ha detto il Presidente della Federazione degli Ordini dei Farmacisti della Lombardia, Andrea MandelliI social influenzano sempre di più le nostre attività di informazione e relazione, anche professionale. La scelta di presidiare anche questo nuovo social esprime la volontà di raggiungere i colleghi più giovani, non soltanto per informare, ma per coinvolgerli attivamente per far nascere nuove idee e spunti di riflessione per la crescita della professione”.

La Federazione arriva collettivamente dove molti professionisti erano già arrivati individualmente. Ossia ad usare i social media per creare una community con la quale instaurare una relazione che può supportare l’esercizio della professione.

Dieci nuovi profili, uno per ogni provincia

La presenza degli Ordini lombardi sulla piattaforma prevede la creazione di dieci profili Instagram, uno per ogni Ordine Provinciale, coordinati da una regia unica regionale.

La linea editoriale comprenderà diverse rubriche tematiche di interesse per i farmacisti: notizie di attualità sanitaria e farmaceutica, aggiornamenti sui corsi professionalizzanti, eventi, ma anche informazioni su aspetti pratici che riguardano la vita in farmacia e notizie e iniziative riferite ai contesti provinciali grazie ai contributi forniti dai singoli Ordini.

La strategia narrativa sarà improntata all’autorevolezza delle fonti e alla chiarezza e fruibilità dei contenuti, elementi che già contraddistinguono la comunicazione su Facebook.

Nel primo anno di vita, su Facebook sono stati pubblicati dai Gruppi degli Ordini più di 1.500 post, garantendo agli iscritti un’informazione tempestiva e aggiornata, mediante un canale facilmente consultabile. Il tasso di adesione medio è stato del 25%, con punte del 40% per alcune province. Molto positivo è stato giudicato anche il tasso di engagement degli iscritti, testimoniato dalla partecipazione alle conversazioni sul canale e dall’adesione ai diversi sondaggi promossi dagli Ordini su temi di interesse per la professione. 

“Siamo molto soddisfatti dei risultati raggiunti in questo primo anno di presenza sui social e vogliamo continuare ad essere per i nostri iscritti una fonte di informazione autorevole che offre contenuti di qualità e personalizzati sulle reali esigenze dei professionisti lombardi”, ha dichiarato il Presidente della Federazione degli Ordini dei Farmacisti della Lombardia.

I social influenzano sempre di più le nostre attività di informazione e relazione, anche professionale

“I social influenzano sempre di più le nostre attività di informazione e relazione, anche professionale. La scelta di presidiare Instagram esprime la volontà di raggiungere i colleghi più giovani, non soltanto per informare, ma per coinvolgerli attivamente per far nascere nuove idee e spunti di riflessione per la crescita della professione. Un sentito ringraziamento va a tutti i delegati degli Ordini provinciali che si sono dedicati con passione a questo progetto, consentendoci di raggiungere risultati molto interessanti”.

“Il Progetto social si avvale di un board di farmacisti, supportato da un team di esperti in comunicazione, che si occupa di selezionare le notizie di interesse e di renderle friendly per gli utenti”, ha aggiunto Davide Petrosillo, segretario della Federazione degli Ordini dei Farmacisti della Lombardia e Responsabile dell’iniziativa. “Auspichiamo che il rafforzamento della presenza social degli Ordini lombardi possa non soltanto contribuire a contrastare la disinformazione che viaggia sui canali non istituzionali, ma anche a consolidare il senso di appartenenza, soprattutto nei confronti dei giovani colleghi”.

Professionisti all’opera: il caso de “il­_socialmente_farmacista”

Il dottor Giacomo Pisano, proprietario e gestore della pagina Instagram  “il­­_socialmente farmacista” svolge quotidianamente la professione al banco della Farmacia Savio di Recco ma la sua attività professionale non si ferma lì.

Ogni settimana dedica dalle dieci alle quindici ore all’attività divulgativa sui social media, creando contenuti che vanno dai “Tips di Salute” ai video informativi sull’utilizzo dei principi attivi dei più comuni medicinali, fino alle classiche attività sponsorizzate per cui percepisce un compenso dalle aziende che lo contattano.

Grazie alla sua presenza costante online, al numero di follower in continua crescita da tre anni a questa parte, oggi Pisano e la sua pagina sono uno dei tanti esempi di come un mestiere apparentemente poco “social” come quello del farmacista possa essere svolto anche dietro lo schermo di uno smartphone. Il suo infatti è un caso sempre meno isolato. Su Instagram i professionisti della salute sono sempre di più. Ci sono i medici estetici e i nutrizionisti, ma anche i pediatri e gli psicoterapeuti la cui vita professionale ormai passa anche attraverso le piattaforme social.

Il rapporto diretto con noi professionisti è un valore aggiunto non trascurabile

“L’esperienza maturata dietro il banco e online mi è servita per diventare a mia volta ‘pharma coach’ – ha spiegato Pisano –: insegno agli altri colleghi come comunicare meglio nella propria professione. I farmacisti escono dalle Università formati su come fare la professione ma la farmacia è anche un’azienda che deve funzionare a livello commerciale. E dirigerla non è semplice, come non è semplice lavorarci come dipendente se vuoi fare la differenza. La vendita oggi passa molto dalla comunicazione e con l’incremento del commercio online di farmaci dobbiamo imparare a offrire qualcosa in più e a far capire alle persone che il rapporto diretto con noi professionisti è un valore aggiunto non trascurabile”.

Comunicazione e deontologia professionale

Come sottolineato da Mandelli, “la comunicazione è certamente importante così come fatto che il farmacista tenga sempre ben presente il confine che c’è fra marketing e appropriatezza dell’utilizzo dei medicinali, che non andrebbero mai incoraggiati ma sempre e solo prescritti secondo necessità, così come prevede la deontologia professionale che afferisce alla professione”.

D’altra parte, l’utenza che usufruisce dei contenuti informativi in modo gratuito, impara a riconoscere un volto e a fidarsi solo delle informazioni certificate. Per il professionista il plus è quello di essere riconosciuto professionalmente per le proprie conoscenze e di non venire banalizzato nel ruolo di mero venditore di medicinali.

I farmaci in classe Cnn, dal punto di vista legale e del procurement

La Legge 189/2012 (decreto Balduzzi) ha previsto che un nuovo farmaco, entro 60 giorni dalla pubblicazione in Gazzetta ufficiale dell’Unione europea dell’Autorizzazione In Commercio comunitaria, possa essere classificato in classe Cnn e commercializzato prima della conclusione della procedura negoziale in AIFA.

A 10 anni dall’istituzione della classe Cnn, molti aspetti rimangono ancora in discussione, soprattutto per quanto riguarda le problematiche correlate all’accesso nelle diverse Regioni.

La testata TrendSanità, punto di riferimento per i professionisti e decisori della sanità, ha avviato un progetto editoriale, di alto valore culturale e formativo, che ha coinvolto professionisti sanitari di 10 Regioni italiane (Dipartimento Politiche del farmaco della Regione, Farmacista ospedaliero, Centrale di acquisto) nella discussione di alcuni key topic sul tema, in particolare per analizzare gli aspetti legali e di procurement.

Nell’evento del 5 aprile i risultati del progetto vengono presentati e discussi con stakeholder nazionali.

Programma

Ore 
10.00Accoglienza e saluti
10.30

Introduzione: il progetto di TrendSanità

Simone Eandi, SEEd srl

11.00

Lo stato dell’arte

  • Claudio Amoroso, Direttivo FARE – Federazione delle Associazioni Regionali degli Economi e Provveditori della sanità
  • Roberto Bonatti, Studio Legale Russo Valentini
11.30

Discussione plenaria

Modera Rossella Iannone, SEEd srl

  • Claudio Amoroso, Direttivo FARE
  • Roberto Bonatti, Studio Legale Russo Valentini
  • Jameela Di Pinto, Egualia Industrie Farmaci Accessibili
  • Claudio Jommi, Dipartimento di Scienze del Farmaco, Università Piemonte Orientale
  • Marcello Pani, Sifo – Società Italiana di Farmacia Ospedaliera e dei Servizi Farmaceutici
  • Alessia Squillace, Cittadinanzattiva
  • Salvatore Torrisi, FARE – Federazione Ass. Reg. Economi e Provveditori Sanità
  • Francesco Trotta, Agenzia Italiana del Farmaco
12.45Conclusione e saluti

Sede dell’evento

Roma Eventi – Fontana di Trevi
Piazza della Pilotta, 4 – 00187 Roma

Per approfondire

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