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Mini cervelli per studiare il Parkinson

L’ingegnera Chiara Magliaro, ricercatrice del Centro Enrico Piaggio dell’Università di Pisa, coordina il progetto europeo NAP (twiN-on-a-chip brAins for monitoring individual sleeP habits), che ha preso il via a marzo, con l’obiettivo di produrre “miniature” del cervello umano “cyborg” che permetteranno una diagnostica avanzata per malattie neurodegenerative come il Parkinson. Con l’esperta facciamo il punto sulle potenzialità dei “mini” cervelli in provetta.

Finanziato con tre milioni di euro dal programma per la ricerca e l’innovazione dell’Unione Europea “Horizon Europe” – di cui 800.000 destinati all’Ateneo pisano –, il progetto NAP ha come obiettivo quello di utilizzare, per la prima volta in questo particolare campo di indagine, degli organoidi cerebrali, ossia dei modelli cellulari tridimensionali avanzati del cervello umano.

“Riuscire ad individuare per tempo il morbo di Parkinson, anche prima che inizino i tremori tipici, è fondamentale per controllare la malattia, gestirne l’evoluzione e garantire al paziente una miglior qualità della vita – spiega Magliaro – Con la tecnologia che intendiamo sviluppare grazie al progetto NAP, sarà possibile farlo in maniera personalizzata”.

Una diagnosi precoce, quella a cui punta l’Ateneo pisano, resa ancor più importante dall’attuale mancanza di una cura efficace contro il Parkinson. Ad oggi, infatti, il paziente si rende conto di avere questo morbo solo all’insorgere dei primi tremori quando, però, circa il 90% dei suoi neuroni è ormai già compromesso.

“A differenza delle classiche tecniche di diagnosi – prosegue Magliaro – quella che stiamo approntando non è invasiva e permetterà di individuare il morbo di Parkinson attraverso screening precoci e di capire la predisposizione o meno di un soggetto a questa malattia che, come altre di tipo neurodegenerativo, ha un’incidenza crescente in una società come la nostra, che invecchia sempre di più”.

Dott.ssa Magliaro, in che cosa consiste lo studio?

Il progetto, che è partito il 1° marzo, coinvolge un consorzio internazionale multidisciplinare, con competenze che spaziano dall’ingegneria biomedica alle biotecnologie, dalla microfabbricazione all’analisi dei segnali. Tale consorzio, coordinato dall’Università di Pisa, è composto da altri due enti di ricerca, l’Università di Friburgo (Germania) e l’Università di Amsterdam (Olanda) e da tre imprese, Organotherapeutics Gmbh (Lussemburgo), Atlas Neuroengineering (Belgio) e SleepActa (spin-off dell’Università di Pisa).

NAP ha l’obiettivo quello di utilizzare per la prima volta gli organoidi cerebrali per studiare il sonno e i suoi disturbi

NAP ha come obiettivo quello di utilizzare per la prima volta gli organoidi cerebrali, per studiare il sonno e i suoi disturbi. Gli organoidi si presentano come delle palline biancastre di pochi millimetri di diametro: sono costrutti cellulari avanzati fatti da cellule staminali che differenziano sotto opportuni stimoli per ricreare l’anatomia e le funzionalità salienti del cervello umano. Grazie all’utilizzo delle cellule pluripotenti indotte di specifici individui, gli organoidi permetteranno lo studio del sonno in maniera personalizzata. Durante il progetto, si misurerà in laboratorio il metabolismo e la massa degli organoidi cerebrali, poiché tali parametri, in tutti gli esseri viventi, sono intimamente legati ai ritmi di sonno e veglia. Si utilizzeranno tali informazioni per “svegliare” gli organoidi ciclicamente seguendo ritmi fisiologici o simulando la privazione di sonno. Grazie a un nuovo dispositivo, realizzato durante il progetto, si potrà per la prima volta valutare la funzionalità di tutti i neuroni negli organoidi cerebrali.

Quanto è importante la componente tecnologica nel progetto?

Sviluppare il cervello cyborg è fondamentale

Sviluppare il cervello cyborg è fondamentale. Abbiamo la necessità di registrare l’attività elettrofisiologica di tutte le cellule che compongono l’organoide, perché il sonno (ma anche la veglia!) coinvolge tutte le aree del cervello. Per questo, durante il progetto svilupperemo una camerina di coltura particolare, con all’interno tantissimi elettrodi sottilissimi: questi elettrodi ci permetteranno di ‘ascoltare’ le conversazioni tra tutti i neuroni, senza però disturbarli. In questo modo, avremo delle informazioni mai ottenute prima d’ora su questi costrutti avanzati del cervello umano, che ci aiuteranno non solo all’interno del progetto.

Quali prospettive apre questo tipo di ricerche?

Utilizzando la tecnologia sviluppata grazie al progetto NAP, si identificheranno gli effetti della deprivazione del sonno e si individueranno precocemente sintomi del morbo di Parkinson, legati ai disturbi del sonno, in maniera personalizzata.

A più ampio respiro, si spera che tutta la comunità scientifica gioverà di uno strumento per lo studio di nuovi trattamenti farmacologici e nuove strategie di diagnosi di neuropatie.

Per approfondire

Biosimilari: risparmio economico e vantaggi per i pazienti

Sulla sicurezza ed efficacia dei biosimilari non ci sono dubbi: sono del tutto sovrapponibili agli originatori. Ma oltre a un migliore accesso al farmaco per i pazienti, i biosimilari garantiscono anche un significativo risparmio per il Servizio Sanitario. Ne parliamo con Emanuela Foglia, ricercatrice della Scuola di Ingegneria Industriale, Core Faculty LIUC Business School e HD LAB dell’Università Carlo Cattaneo LIUC.

Quale potrebbe essere la causa della bassa penetrazione dei biosimilari all’interno della pratica clinica italiana, per il trattamento delle patologie dermatologiche, reumatologiche e gastroenterologiche?

Emanuela Foglia

Prima di tutto occorre considerare come LIUC BS, in collaborazione con SIFO, abbia condotto una valutazione circa l’utilizzo dei biosimilari all’interno di 5 strutture italiane, reperendo informazioni, relativamente alla prescrizione del farmaco, di 1.885 pazienti che, nel corso dell’intervallo temporale 1° gennaio 2018 – 30 giugno 2019, hanno ricevuto diagnosi di patologia, necessitando trattamento con farmaco originator o farmaco biosimilare. Di fatto, in tale orizzonte temporale, il tasso di utilizzo dei biosimilari, focalizzando l’attenzione sulla prima linea di trattamento, è stato pari al 20% per la reumatologia, 50% per la gastroenterologia e poco più del 5% all’interno del contesto della dermatologia.

Non ci è dato sapere la motivazione circa il basso utilizzo dei biosimilari, che potrebbero essere stati utilizzati con cautela dal medico prescrittore, nonostante le indicazioni fornite da parte di AIFA nel secondo position paper del 2018.

La valutazione di possibili switch da originator a biosimilare è affidata al medico

Difatti, nonostante le azioni intraprese per promuoverne l’utilizzo, va ricordato che la valutazione di possibili switch da originator a biosimilare è affidata al medico, che deve ovviamente tener conto delle condizioni cliniche del paziente, ma deve garantire anche l’ottimale allocazione delle risorse, così come ricordato nel secondo position paper emanato da AIFA: fatte salve le necessità terapeutiche del paziente, “al medico prescrittore è anche affidato il compito di contribuire a un utilizzo appropriato delle risorse ai fini della sostenibilità del sistema sanitario e alla corretta informazione del paziente sull’uso dei biosimilari”.

Molto importante è sottolineare comunque come l’ingresso dei biosimilari nel contesto italiano sia avvenuto gradualmente e con modalità diverse nelle varie Regioni italiane, che hanno potuto avvalersi anche di strumenti di acquisto dei farmaci biologici e biosimilari in “accordo quadro”.

Quale il risparmio potrebbe essere generato da una maggiore penetrazioni dei biosimilari?

Sicuramente un utilizzo maggiore dei farmaci biosimilari, per natura meno costosi rispetto ai relativi originator, generebbe un risparmio significativo sia considerando il punto di vista ospedaliero aziendale, sia considerando il punto di vista istituzionale, in questo specifico contesto del SSR di Regione Lombardia, generando un processo di liberazione di risorse per gli operatori del sistema.

Nella valutazione condotta da LIUC BS, si è operato in un’ottica di natura conservativa, andando a stimare il potenziale risparmio correlato a un utilizzo maggiore di biosimilari, costruendo uno scenario innovativo che prevede però, un potenziale switch terapeutico solo per quei principi attivi che presentano sia l’originator sia il/i relativo/i biosimilare/i, senza quindi ipotizzare uno switch verso altri principi attivi/meccanismi di azione.

Da questo punto di vista, circoscrivendo il vantaggio economico solo a tali principi attivi, emerge un significativo beneficio pari al 47% per quanto concerne le patologie reumatologiche, 34% per il setting della gastroenterologia, e 58% nel contesto della dermatologia.

Perché gli studi di farmaco-utilizzo sono importanti ai fini di una corretta pianificazione/programmazione sanitaria?

Gli studi di farmaco-utilizzo forniscono informazioni utili sulla prescrizione, l’uso e la distribuzione dei farmaci in una determinata popolazione

Gli studi di farmaco-utilizzo sono importanti perché forniscono informazioni utili sulla prescrizione, l’uso e la distribuzione dei farmaci in una determinata popolazione, così da supportare la pianificazione sanitaria, fornendo pertanto indicazioni preziose per l’ottimizzazione delle risorse, il controllo dei costi, la sicurezza dei pazienti e il monitoraggio dell’efficacia dei trattamenti.

In termini proprio di ottimizzazione delle risorse, gli studi di farmaco-utilizzo possono aiutare a identificare le necessità di una determinata popolazione in termini di farmaci, consentendo una programmazione più precisa dell’offerta dei farmaci e una maggiore ottimizzazione delle risorse a disposizione.

Controllo dei costi: una programmazione corretta può aiutare a ridurre i costi inutili dovuti alla prescrizione e all’uso inappropriato dei farmaci, consentendo una maggiore efficienza delle risorse.

Sicurezza dei pazienti: gli studi di farmaco-utilizzo, se correlati a indicazioni non solo economiche di costo, ma anche di outcome e di rilevazione di eventi avversi, possono aiutare a identificare i rischi per la salute dei pazienti, come l’uso inappropriato o la prescrizione di farmaci con effetti collaterali pericolosi, permettendo quindi di stratificare la popolazione.

Correlato a quanto sopra, gli studi di farmaco-utilizzo possono aiutare a monitorare l’efficacia dei trattamenti, consentendo una maggiore consapevolezza sui risultati e sulla qualità della cura fornita, rispetto alla letteratura di riferimento, permettendo quindi una comparazione tra il cosiddetto dato di efficacy (dato di outcome derivante dagli studi clinici registrativi o comunque dalla letteratura di riferimento), con il dato di effectiveness, ossia il dato di outcome derivante, però, da reale pratica clinica.

Ci può spiegare l’importanza delle Real World Evidence all’interno di tale contesto?

In letteratura esistono numerosi studi di real-world evidence. Si tratta, nello specifico, di studi che utilizzano dati raccolti al di fuori degli studi clinici randomizzati (RCT), per fornire informazioni sull’efficacia, la sicurezza e l’utilizzo di interventi sanitari in un ambiente clinico che possiamo chiamare reale, quindi di reale pratica clinica.

In linea generale, tali studi, unitamente ai risultati derivanti dagli RCT, possono aiutare a migliorare la qualità della cura fornita ai pazienti, a ridurre i costi del trattamento e a migliorare la salute pubblica. Tuttavia, è importante sottolineare che questi studi devono essere condotti con attenzione per garantire che i dati siano affidabili e rappresentativi della popolazione di interesse.

Difatti, questa domanda è strettamente correlata alla precedente. Le valutazioni di farmaco-utilizzo si basano appunto sui dati di RWE.

  1. Supportano la sicurezza e l’efficacia dei farmaci biosimilari, qualora tali informazioni siano disponibili, così da rafforzare la fiducia di medici e pazienti circa l’utilizzo di farmaci biosimilari. Qualora, infatti, tali studi fossero integrati anche da attività di monitoraggio della sicurezza, gli studi di RWE potrebbero aiutare a monitorare la sicurezza a lungo termine di questi farmaci in una popolazione più ampia rispetto ai trial clinici.
  2. Potrebbero essere in grado di influenzare l’aderenza al trattamento

Da un punto di vista manageriale le informazioni generate derivanti dalle real-world evidence, potrebbero rivestire un duplice ruolo.

Da un lato, potrebbero rappresentare un’ulteriore conferma per i key-opinion leader circa l’utilizzo sicuro, efficace e costo-efficace dei biosimilari all’interno della pratica clinica, anche costruendo degli indicatori di monitoraggio nelle diverse fasi del processo di presa in carico e cura del paziente che necessita la prescrizione di un farmaco biosimilare.

Dall’altro lato, tali dati potrebbero supportare un’adeguata comprensione dei flussi regionali e nazionali dei farmaci, integrandoli con informazioni importanti, quali diagnosi, modifica di linea terapeutica e follow-up clinico del paziente, elementi tutti che potrebbero garantire una maggiore granularità, non solo nelle informazioni, ma anche nelle azioni concrete di monitoraggio della popolazione.

È molto importante la possibilità di lettura trasversale con riferimento alle aree terapeutiche

Molto importante risulta essere soprattutto la possibilità di lettura trasversale con riferimento alle aree terapeutiche, in quanto suggerisce azioni che possono essere svolte con riguardo alle differenti specialità e pertanto essere differenziali anche in ragione degli specifici prescrittori.

Tale informazione, se integrata all’interno del flusso del File F, potrebbe supportare delle analisi più settoriali che, in questo momento, non possono essere condotte per carenza centrale delle informazioni di riferimento.

Per approfondire

Incontro SMI – Ministro Schillaci, il sindacato: “Occorrono nuove misure per salvare il SSN”

“Si è tenuto  oggi a Roma, in Lungotevere Ripa, l’incontro tra il Ministro della Salute, Orazio Schillaci e una delegazione dello SMI  composta da Pina Onotri, Segretario Generale e dai due Vice Segretari Nazionali Fabiola Fini e Liliana Lora”. Così una nota dello SMI nazionale.

“Un osservatorio per la riduzione del carico burocratico delle professioni sanitarie, sia in ambito della dirigenza sanitaria sia nell’ambito della medicina convenzionata  è stata  la prima stringente richiesta messa sul tavolo della discussione. Occorrono iniziative urgenti  per migliorare le condizioni di lavoro dei medici ormai divenute assolutamente insostenibili. In questo senso riteniamo molto utile promuovere un osservatorio nazionale per la riduzione del carico burocratico delle professioni sanitarie. Bisogna ridurre i compiti burocratici che sono cresciuti in maniera inversamente esponenziale con la riduzione delle risorse ed i tagli di posti letto, di strutture e personale.

Abbiamo posto, poi,  la necessità di estendere la certificazione di genere prevista dalla Missione 5 del PNRR anche al mondo dei  medici, tenuto conto della crescente femminilizzazione della professione medica. Riteniamo non più rinviabili provvedimenti legislativi che conciliano i tempi di lavoro delle donne medico con quelli di vita, a partire dalle tutele in materia di gravidanza e maternità, per la fruizione dei permessi per  malattia. Abbiamo posto, inoltre, il tema di una parità nelle retribuzioni per le donne medico. Si tratta, in definitiva, di estendere le tutele già previste per i medici dipendenti del SSN ai medici della medicina convenzionata, uniformando, in questo modo, le aree contrattuali con attenzione particolare ai medici dell’ emergenza urgenza/118, attualmente confinati, insieme ai medici dei servizi, in un limbo contrattuale.

Davanti  alla carenza drammatica in tutta Italia di medici di famiglia, di quelli del Pronto Soccorso, dei dipartimenti di Emergenza- Urgenza e delle specializzazioni a più intensità di lavoro abbiamo sottolineato la necessità che si adottino provvedimenti che assicurino  al Servizio Sanitario Nazionale le risorse umane necessarie. Bisogna permettere alle Regioni di derogare al tetto di spesa per il personale sanitario e medico superando l’odioso principio del blocco della spesa. Allo stesso tempo occorre rendere attrattivo il lavoro dei medici con misure a sostegno delle retribuzioni come una detassazione delle voci legate al salario accessorio. Alla crisi di vocazione per la professione medica occorre rispondere con riforme strutturali a partire dalla risoluzione dell’imbuto formativo e l’istituzione del corso universitario di specializzazione di medicina generale.

Nel Paese, per di più, è urgente far crescere una nuova cultura della sicurezza sanitaria, come il Covid 19 ha dimostrato. Occorre, per questo, rilanciare una seria politica di prevenzione sanitaria e istituire in tutta Italia i servizi di medicina scolastica che rappresentano  degli straordinari presidi sanitari.

Infine, abbiamo chiesto al Ministro Schillaci una circolare chiarificatrice per le regioni sulle immissioni in graduatoria degli odontoiatri in quanto l’odontoiatria è già una specializzazione e non vi possono esseri ostacoli di sorta per l’esercizio della professione”.

Per approfondire

Da GIMBE il Piano di rilancio SSN e aut aut alla politica

Quattordici punti per rilanciare il Servizio Sanitario Nazionale (SSN) ormai in “codice rosso” per la coesistenza di varie “patologie”: imponente sotto-finanziamento, drammatica carenza di personale sanitario, crescenti diseguaglianze, modelli organizzativi obsoleti e inesorabile avanzata del privato. Una crisi di sostenibilità senza precedenti di un SSN vicino al punto di non ritorno: tanto che il diritto costituzionale alla tutela della salute nell’indifferenza di tutti i Governi che si sono succeduti negli ultimi 15 anni si sta trasformando in un privilegio per pochi, lasciando indietro le persone più fragili e svantaggiate, in particolare nel Sud del Paese. È questo lo sconfortante resoconto della Fondazione GIMBE sulla sanità pubblica che emerge nel corso della 15a Conferenza Nazionale in corso oggi a Bologna.

«Per la nostra democrazia – ha esordito Nino Cartabellotta, presidente della Fondazione GIMBE – non è più tollerabile che universalità, uguaglianza ed equità, i princìpi fondamentali del SSN, siano stati traditi e ora troneggino parole chiave come: infinite liste di attesa, aumento della spesa privata, diseguaglianze di accesso alle prestazioni sanitarie, inaccessibilità alle innovazioni, migrazione sanitaria, aumento della spesa privata, rinuncia alle cure, riduzione dell’aspettativa di vita».

«Da oltre dieci anni – ha continuato Cartabellotta – assistiamo all’assenza di visione e strategia politica a supporto della sanità pubblica, in un immobilismo che si limita ad affrontare solo problemi contingenti: per questo abbiamo elaborato il “Piano di rilancio del Servizio Sanitario Nazionale”, a seguito di una consultazione pubblica che ha coinvolto oltre 1.500 persone, che sarà utilizzato dalla Fondazione GIMBE come standard di riferimento per monitorare scelte e azioni di chi decide sul diritto alla tutela della salute».

FINANZIAMENTO PUBBLICO. È cruciale e inderogabile un rilancio progressivo e consistente del finanziamento pubblico per la sanità. Al momento, la Nota di Aggiornamento del DEF nel triennio 2023-2025 prevede una riduzione della spesa sanitaria media dell’1,13% per anno e un rapporto spesa sanitaria/PIL che nel 2025 precipita al 6%, ben al di sotto dei livelli pre-pandemia. Nel 2021 la spesa pubblica pro-capite nel nostro Paese è inferiore alla media OCSE ($ 3.052 vs $ 3.488) e in Europa ci collochiamo al 16° posto: ben 15 Paesi investono di più in sanità, con un gap che va dai $ 285 della Repubblica Ceca ai $ 3.299 della Germania. Impietoso il confronto con i paesi del G7 sulla spesa pubblica: dal 2008 siamo fanalino di coda con distanze sempre più ampie e oggi ormai incolmabili. «Senza più pretendere di guardare a paesi come Germania e Francia ponendosi obiettivi irrealistici – commenta il Presidente – entro il 2030 occorre allineare il finanziamento pubblico almeno alla media dei paesi europei rispetto ai quali nel 2020 il gap era già di quasi € 12 miliardi nel 2021. E vincolando la destinazione d’uso delle risorse: rilanciare le politiche del personale sanitario, garantire l’erogazione uniforme dei LEA e consentire un equo accesso alle innovazioni».

GOVERNANCE STATO-REGIONI. L’entità delle diseguaglianze regionali, e in particolare la “frattura” Nord-Sud, è ormai di tale entità che è indispensabile potenziare le capacità di indirizzo e verifica dello Stato sulle Regioni, nel rispetto dei loro poteri, per ridurre diseguaglianze, iniquità e sprechi e garantire il diritto costituzionale alla tutela della salute su tutto il territorio nazionale. «Al netto di riforme costituzionali – spiega Cartabellotta – è fondamentale che il monitoraggio dei LEA venga integrato nei meccanismi di programmazione e riparto delle risorse alle Regioni, rivedendo interamente il sistema dei Piani di rientro che, puntando esclusivamente al riequilibrio finanziario, hanno impedito alle Regioni del Centro-Sud di recuperare il gap. E attenzione alle autonomie differenziate che rischiano di dare il colpo di grazia al SSN».

LIVELLI ESSENZIALI DI ASSISTENZA. Al fine di ridurre le diseguaglianze e garantire l’uniforme esigibilità dei LEA in tutto il territorio nazionale è necessario garantirne l’aggiornamento continuo per rendere rapidamente accessibili le innovazioni e potenziare gli strumenti per monitorare le Regioni. «Le intenzioni politiche – chiosa Cartabellotta – devono essere riallineate con l’esigibilità dei diritti delle persone. Oggi da un lato la mancata approvazione del cd. “Decreto Tariffe” impedisce ai pazienti di accedere a prestazioni innovative di specialistica ambulatoriale e protesica, dall’altro i LEA non vengono aggiornati da oltre 6 anni, rendendo inaccessibili ai pazienti numerose innovazioni diagnostico-terapeutiche che nel frattempo la ricerca ha reso disponibili».

PERSONALE SANITARIO. «Il tetto di spesa sul personale imposto dal progressivo definanziamento – spiega Cartabellotta – i blocchi contrattuali, la mancata programmazione dei nuovi specialisti hanno determinato prima una carenza quantitativa e adesso, soprattutto dopo la pandemia, una crisi motivazionale che porta sia a disertare alcune professioni (es. scienze infermieristiche) e specialità mediche (es. emergenza-urgenza), sia a lasciare le strutture pubbliche per quelle private, o addirittura per l’estero». Ecco perché è inderogabile rilanciare le politiche sul capitale umano in sanità al fine di valorizzare e (ri)motivare la colonna portante del SSN: investire sul personale sanitario con risorse vincolate, programmare adeguatamente il fabbisogno di tutti i professionisti sanitari, riformare i processi di formazione, valutazione e valorizzazione delle competenze secondo un approccio multi-professionale.

PROGRAMMAZIONE, ORGANIZZAZIONE E INTEGRAZIONE DEI SERVIZI SANITARI E SOCIO-SANITARI. «L’erogazione dell’assistenza sanitaria – ha spiegato il Presidente – oggi risulta molto frammentata, dicotomizzata tra ospedale e territorio e scarsamente integrata con quella socio-sanitaria, generando sprechi e inefficienze, ridotta qualità dei servizi e disagi per i pazienti». Ecco perché bisogna programmare l’offerta di servizi sanitari in relazione ai bisogni di salute e renderla disponibile tramite reti integrate, che condividono percorsi assistenziali, tecnologie e risorse umane. «Le opportunità offerte dal PNRR, in particolare la riorganizzazione dell’assistenza territoriale – ha precisato Cartabellotta – sono necessarie ma non sufficienti perché richiedono coraggiose riforme per essere utilizzate al meglio». In tal senso le risorse disponibili per la telemedicina, ha continuato il Presidente «devono far parte di una trasformazione digitale mirata a promuovere cultura e competenze digitali nella popolazione e tra professionisti della sanità e a rimuovere ostacoli infrastrutturali, tecnologici e organizzativi».

RAPPORTO PUBBLICO-PRIVATO E SANITÀ INTEGRATIVA. L’annuario statistico del SSN pubblicato il 23 marzo documenta l’espansione delle strutture sanitarie private accreditate, ovvero rimborsate con il denaro pubblico. Nel 2021 le strutture private accreditate ospedaliere sono 995, un numero quasi raddoppiato in 10 anni (n. 525 nel 2011, 46,9% del totale) e pari al 48,6% del totale. Tra il 2011 e il 2021 aumentano anche quelle di specialistica ambulatoriale da 5.587 a 8.778 (da 58,9% a 60,4% del totale), quelle deputate all’assistenza residenziale che da 4.884 strutture passano a 7.984 (da 76,5% all’84% del totale) e semiresidenziale che da 1.712 salgono a 3.005 (da 63,5% a 71,3% del totale). Infine le strutture riabilitative passano da 746 a 1.154 (da 75,1% al 78,2% del totale). «Il nostro Piano di Rilancio – ha precisato il Presidente – mira ad arginare l’espansione incontrollata del privato accreditato, sia normando l’integrazione pubblico-privato, sia riordinando la normativa sui fondi sanitari oggi un vero e proprio “cavallo di troia” che dirotta su assicurazioni e sanità privata accreditata risorse pubbliche provenienti dalla defiscalizzazione dei fondi sanitari».

Il Piano di Rilancio del SSN include altri punti: dall’attuazione del principio health in all alla prevenzione e promozione della salute; dalla necessità di potenziare l’informazione istituzionale basata sulle evidenze scientifiche e migliorare l’alfabetizzazione sanitaria delle persone all’aumento delle risorse da destinare alla ricerca clinica indipendente e alla ricerca sui servizi sanitari che devono arrivare almeno al 2% del finanziamento pubblico per la sanità; sino alla rimodulazione di ticket e detrazioni fiscali per le spese sanitarie, secondo princìpi di equità sociale ed evidenze scientifiche.

Nel corso della Conferenza la Fondazione GIMBE ha assegnato il premio “Evidence 2023” al Prof. Alberto Mantovani per il suo straordinario contributo ai progressi della scienza nel campo dell’immunologia e il suo stile nella comunicazione pubblica della scienza. Il premio “Salviamo il Nostro SSN 2023” è stato conferito al giornalista e conduttore televisivo Riccardo Iacona per aver promosso le evidenze scientifiche, combattuto l’antiscienza, contrastato il consumismo sanitario e, soprattutto, messo al centro delle sue inchieste il valore della sanità pubblica.

«Per la sanità pubblica – conclude Cartabellotta – è ormai scaduto il tempo della “manutenzione ordinaria” che ha portato allo sgretolamento dei princìpi di equità e universalismo. Ecco perché serve innanzitutto la visione sul modello di sanità che vogliamo lasciare in eredità alle future generazioni; quindi, occorre definire quante risorse pubbliche investire per la salute e il benessere delle persone; infine, bisogna attuare coraggiose riforme per condurre il SSN nella direzione voluta. Naturalmente tutto questo richiede ancor prima un patto politico che, prescindendo da ideologie partitiche e avvicendamenti di Governi, riconosca nel SSN un pilastro della nostra democrazia e una conquista sociale irrinunciabile. In alternativa, se mantenere un SSN pubblico, equo e universalistico non è più una priorità del nostro Paese, la politica dovrebbe avere l’onestà di scegliere apertamente un altro modello di sanità, governando in maniera rigorosa i processi di privatizzazione che si stanno già concretizzando in maniera subdola, creando di fatto una sanità a doppio binario».

Il Piano di rilancio del Servizio Sanitario Nazionale

  1. LA SALUTE IN TUTTE LE POLITICHE. Mettere la salute e il benessere delle persone al centro di tutte le decisioni politiche: non solo sanitarie, ma anche ambientali, industriali, sociali, economiche e fiscali, oltre che di istruzione, formazione e ricerca (Health in All Policies).
  2. PREVENZIONE E PROMOZIONE DELLA SALUTE. Diffondere la cultura e potenziare gli investimenti per la prevenzione e la promozione della salute e attuare l’approccio integrato One Health, perché la salute delle persone, degli animali, delle piante e dell’ambiente sono strettamente interdipendenti.
  3. GOVERNANCE STATO-REGIONI. Potenziare le capacità di indirizzo e verifica dello Stato sulle Regioni, nel rispetto dei loro poteri, per ridurre diseguaglianze, iniquità e sprechi e garantire il diritto costituzionale alla tutela della salute su tutto il territorio nazionale.
  4. FINANZIAMENTO PUBBLICO. Aumentare il finanziamento pubblico per la sanità in maniera consistente e stabile, allineandolo entro il 2030 alla media dei paesi europei, al fine di garantire l’erogazione uniforme dei LEA, l’accesso equo alle innovazioni e il rilancio delle politiche del personale sanitario.
  5. LIVELLI ESSENZIALI DI ASSISTENZA. Garantire l’aggiornamento continuo dei LEA per rendere rapidamente accessibili le innovazioni e potenziare gli strumenti per monitorare le Regioni, al fine di ridurre le diseguaglianze e garantire l’uniforme esigibilità dei LEA in tutto il territorio nazionale.
  6. PROGRAMMAZIONE, ORGANIZZAZIONE E INTEGRAZIONE DEI SERVIZI SANITARI E SOCIO-SANITARI. Programmare l’offerta di servizi sanitari in relazione ai bisogni di salute e renderla disponibile tramite reti integrate, che condividono percorsi assistenziali, tecnologie e risorse umane, al fine di ridurre la frammentazione dell’assistenza, superare la dicotomia ospedale-territorio e integrare assistenza sanitaria e sociale.
  7. PERSONALE SANITARIO. Rilanciare le politiche sul capitale umano in sanità al fine di valorizzare e (ri)motivare la colonna portante del SSN: investire sul personale sanitario, programmare adeguatamente il fabbisogno di tutti i professionisti sanitari, riformare i processi di formazione, valutazione e valorizzazione delle competenze secondo un approccio multi-professionale.
  8. SPRECHI E INEFFICIENZE. Ridurre sprechi e inefficienze che si annidano a livello politico, organizzativo e professionale e riallocare le risorse in servizi essenziali e innovazioni, aumentando il valore della spesa sanitaria.
  9. RAPPORTO PUBBLICO-PRIVATO. Normare l’integrazione pubblico-privato secondo i reali bisogni di salute della popolazione e disciplinare la libera professione, al fine di ridurre le diseguaglianze d’accesso ai servizi sanitari e arginare l’espansione della sanità privata accreditata.
  10. SANITÀ INTEGRATIVA. Riordinare la normativa sui fondi sanitari al fine di renderli esclusivamente integrativi rispetto a quanto già incluso nei LEA, arginando diseguaglianze, fenomeni di privatizzazione, erosione di risorse pubbliche e derive consumistiche.
  11. TICKET E DETRAZIONI FISCALI. Rimodulare ticket e detrazioni fiscali per le spese sanitarie, secondo princìpi di equità sociale ed evidenze scientifiche, al fine di ridurre lo spreco di denaro pubblico e il consumismo sanitario.
  12. TRASFORMAZIONE DIGITALE. Promuoverecultura e competenze digitali nella popolazione e tra professionisti della sanità e caregiver e rimuovere gli ostacoli infrastrutturali, tecnologici e organizzativi, al fine di minimizzare le diseguaglianze e migliorare l’accessibilità ai servizi e l’efficienza in sanità.
  13. INFORMAZIONE ALLA POPOLAZIONE. Potenziare l’informazione istituzionale basata sulle evidenze scientifiche e migliorare l’alfabetizzazione sanitaria delle persone, al fine di favorire decisioni informate sulla salute, ridurre il consumismo sanitario e contrastare le fake news, oltre che aumentare la consapevolezza del valore del SSN.
  14. RICERCA. Destinare alla ricerca clinica indipendente e alla ricerca sui servizi sanitari almeno il 2% del finanziamento pubblico per la sanità, al fine di produrre evidenze scientifiche per informare scelte e investimenti del SSN.

Da AISM nasce AINMO, l’associazione per la neuromielite ottica

Nasce la prima associazione italiana dedicata alla neuromielite ottica: Ainmo – Associazione italiana neuromielite ottica – e si occuperà di Nmosd (malattie dei disturbi dello spettro della neuromielite ottica) e di Mogad (malattia associata agli anticorpi anti-glicoproteina oligodendrocitica della mielina).

Grazie ai progressi della scienza oggi sappiamo che malattie degenerative a base autoimmunitaria che colpiscono il sistema nervoso, un tempo considerate manifestazioni della sclerosi multipla, sono in realtà patologie diverse, con meccanismi e bisogni diversi per i pazienti. Sono le Nmosd e la Mogad: malattie rare, che colpiscono dalle 1.500 alle 2.000 persone in Italia.

Le Nmosd sono le malattie dei disturbi dello spettro della neuromielite ottica, un gruppo di malattie autoimmuni gravi che colpiscono il sistema nervoso centrale, con lesioni che interessano principalmente il nervo ottico e il midollo spinale, causando infiammazione, la perdita della mielina e dei neuroni. La Mogad, malattia associata agli anticorpi anti-Mog, in cui il sistema immunitario produce erroneamente anticorpi (di tipo IgG) diretti contro la proteina Mog. Ciò comporta l’infiammazione e il danneggiamento della mielina nel sistema nervoso centrale.

La Nmosd è una malattia rara, grave e invalidante; in Italia colpisce oltre 1.500 persone, quasi 5 persone ogni 100 mila in tutto il mondo; con una prevalenza di 1-5 casi ogni centomila abitanti, e un nuovo caso ogni 770 mila persone all’anno. Circa il 90% dei casi riguarda il genere femminile (9 su 10). L’età di esordio è tra i 35 e 45 anni, mentre i casi presenti nei bambini e negli anziani rappresentano il 18%. L’esordio della Nmo può causare disturbi che possono portare a una grave disabilità come il calo della vista accompagnato da difficoltà di movimento, dolore, disturbi vescicali e intestinali, ma possono essere presenti anche vomito, singhiozzo, prurito, paralisi facciale, vertigini, problemi all’udito.

Anche i casi di Mogad sono molto rari. Non esistono ancora stime valide sulla sua incidenza. I dati disponibili vanno da circa 0,1 a oltre 3 casi su 100 mila abitanti. Le donne sono le più colpite, intorno ai 30 anni. I bambini e gli adolescenti sono colpiti dalle Mogad più spesso degli adulti, con attacchi clinici più severi ma con recupero più rapido e quasi sempre completo, mentre gli adulti possono avere attacchi ricorrenti o ricadute.

Sebbene queste due malattie rare possano causare sintomi simili alla sclerosi multipla oggi sono considerate malattie separate. Fino a 15 anni fa, infatti, la Nmosd era denominata neuromielite ottica o malattia di Devic ed era ritenuta una variante della SM, ma grazie alla ricerca si è scoperto che è una patologia diversa, soprattutto con l’individuazione di un anticorpo specifico, l’anti-acquaporina-4 (AQP4), presente nella stragrande maggioranza dei pazienti. L’evoluzione della malattia è più grave e più rapida rispetto alla SM. Il secondo attacco può dare un danno grave irrimediabile e prevenirlo è indifferibile. Anche la Mogad dal 2018 è stata definita come malattia a sé stante con criteri diagnostici corrispondenti. Entrambe sono malattie autoimmuni. Il disturbo dello spettro della neuromielite ottica colpisce generalmente principalmente gli occhi e il midollo spinale, mentre la sclerosi multipla e la Mogad interessano anche il cervello. Le persone colpite hanno necessità e bisogni similari. Entrambe le malattie sono seguite da neurologi e da una equipe multidisciplinare.

“L’obiettivo di Ainmo è supportare la comunità delle persone con Nmosd e Mogad, promuovendo la ricerca, nuovi trattamenti per una migliore qualità di vita e la condivisione di informazioni tra i pazienti, i loro caregiver e gli operatori socio-sanitari. Di questa malattia Aism si sta occupando da sempre. Da oggi sarà ancora più incisiva” spiega Mario Alberto Battaglia, direttore generale di Aism e vice presidente di Ainmo.

“Noi persone con Nmodd e Mogad abbiamo bisogno di tanta informazione sulle terapie disponibili, di supporto psicologico anche per i nostri famigliari, di aiuto per interagire con il medico di famiglia che deve essere più informato su questa patologia e sui suoi sintomi. Abbiamo la necessità di sensibilizzare le Asl affinché i medici delle commissioni siano competenti e valutino correttamente l’attività clinica necessaria. Per questo vogliamo avere Aism al nostro fianco. Con Aism abbiamo fondato Ainmo, per dare voce a tutte le persone con neuromielite ottica e portare avanti le loro istanze. Oggi stanno arrivando in Italia terapie specifiche che possono modificare il decorso di malattia ma manca una presa in carico globale e l’accesso gratuito alle terapie. Ainmo si impegnerà perché queste cure personalizzate e tempestive vengano garantite attraverso anche il lavoro ai tavoli istituzionali che Aism sta portando avanti con la nuova Agenda 2025 che, insieme alla Carta dei Diritti inserisce tra le sue priorità il diritto alla cura personalizzata- dichiara Elisabetta Lilli presidente delleneonata Ainmo- Essere parte di questo grande movimento Aism, darà forza e risposte a tutti noi”.

La ricerca sulla Nmosd e Mogad è concentrata a comprendere sempre di più queste malattie e a trovare nuovi trattamenti per una migliore qualità di vita. I casi di Nmosd sono inseriti anche nel Registro Italiano Sclerosi Multipla e patologie correlate creato e sviluppato da Aism con i neurologi dei centri clinici, un importante strumento di ricerca e di sanità pubblica a cui ad oggi hanno aderito 171 Centri Clinici SM italiani. Un database che conta circa 80.000 casi corrispondenti a oltre il 60% dellapopolazione con SM stimata in Italia secondo il Barometro della SM del 2022. I casi di NMO già inseriti nel Registro sono 300 ed è iniziato un progetto di ricerca per inserire tutte le persone con NMO nel registro. Marzo è il mese dell’informazione dei disturbi dello spettro della neuromielite ottica (Nmosd). In questo mese di informazione, l’associazione Ainmo con Aism è impegnata a fornire informazioni accurate e affidabili sui sintomi dell’Nmosd, sulla diagnosi, sui vari trattamenti che stanno arrivando ora in Italia e sulle ultime novità nella ricerca.

Per avere informazioni sulla Nmosd, tutti i giorni dal lunedì al venerdì è attivo il Numero Verde Aism 800 803 028 a cui risponde il neurologo, l’assistente sociale e il consulente del lavoro. Un guida informativa e un audio libro su Nmosd si trovano su www.ainmo.it.

L’infermiere per la comunità

La sanità va sempre di più nella direzione del territorio e al centro di questo processo c’è l’infermiere. Ma a che punto è l’implementazione della figura dell’infermiere di famiglia e comunità? Cosa manca per raggiungere l’obiettivo? Ne abbiamo discusso con Barbara Mangiacavalli, presidente Federazione Nazionale Ordini Professioni Infermieristiche (Fnopi) e Sonia Romani, responsabile Professioni Sanitarie, Dipartimento Cure Primarie AUSL Reggio Emilia.

Mangiacavalli (Fnopi): “Insieme al ruolo dell’infermiere cambia il modello culturale”

Nelle Case e Ospedali di comunità e Centrali operative territoriali, come ha sottolineato anche l’Agenzia nazionale per i servizi sanitari regionali (Agenas), l’infermiere di famiglia e comunità trova il migliore riconoscimento insieme all’importanza dell’assistenza territoriale e domiciliare. Facciamo il punto sul processo con Barbara Mangiacavalli, presidente della Fnopi, che conta quasi 460mila iscritti.

A che punto è l’istituzione della figura dell’infermiere di famiglia e comunità nel nostro Paese?

Barbara Mangiacavalli

L’infermiere di famiglia e comunità e l’assistenza territoriale sono la chiave di volta del nuovo modello che deve caratterizzare il Servizio Sanitario Nazionale. Nella riforma delineata dal PNRR e resa attuativa dal DM 77/2022, è previsto lo sviluppo della domiciliarità e della prossimità e in questo senso un compito fondamentale è assegnato alla figura dell’infermiere di famiglia e comunità (IFeC).

Lo standard stabilito è di un infermiere ogni tremila abitanti e il fabbisogno complessivo è di circa 20mila infermieri di famiglia e comunità e di circa altrettanti 20mila per i vari nuovi servizi sul territorio che consentirebbero di alleggerire i pronto soccorso ospedalieri.

Sul territorio ci sono già tantissimi progetti attivi, come abbiamo raccontato nel documentario ‘Ovunque per il bene di tutti’ (disponibile su Rai Play cliccando su questo link), il risultato del congresso itinerante post pandemia.

Ma di infermieri non ce ne sono abbastanza. Ad oggi non siamo andati oltre le 3mila unità in forza alle strutture del Ssn.

Senza una diversa politica nelle assunzioni e nella formazione si rischia di lasciare tutto solo scritto sulla carta

Oggi l’infermiere di famiglia e comunità è legge e la sua presenza è prevista dalle Case e gli Ospedali di Comunità (a gestione infermieristica) ai servizi di assistenza domiciliare, dalle Centrali Operative Territoriali alle Unità di Continuità Assistenziale fino ai team di infermieri di famiglia e comunità (IFeC), soprattutto per l’assistenza ai più fragili e agli anziani, ma senza una diversa politica nelle assunzioni e nella formazione si rischia di lasciare tutto solo scritto sulla carta.

In che cosa consiste questo ruolo e qual è la novità nei compiti dell’infermiere rispetto al passato?

L’infermiere di Famiglia e Comunità è soprattutto un punto di riferimento unico verso i pazienti

L’infermiere di Famiglia e Comunità è la figura professionale territoriale di riferimento per l’assistenza infermieristica, opera su diversi livelli di complessità in collaborazione con tutti i professionisti presenti nella comunità a cui si riferisce. Può sicuramente erogare alcune prestazioni, soprattutto quelle in cui può avere competenze specifiche, ma è soprattutto un punto di riferimento unico verso i pazienti, interagisce con tutti gli attori e le risorse presenti nella comunità per rispondere a nuovi bisogni, attuali o potenziali e attiva o orienta i giusti percorsi.

È una pedina fondamentale di controllo dello stato di salute dei cittadini per la popolazione più fragile, come le persone più anziane o i pazienti cronici, ma non solo. È una figura utile anche per la divulgazione delle buone pratiche sanitarie tra i più giovani, nelle scuole e nei luoghi di aggregazione. Inoltre mira al potenziamento e allo sviluppo della rete sociosanitaria e si sviluppa dentro le comunità e con le comunità rispetto alla quale fa una valutazione dei bisogni di salute; prevenzione primaria, secondaria e terziaria; conosce i fattori di rischio prevalenti nel territorio di riferimento, la relazione d’aiuto e l’educazione terapeutica; stende piani assistenziali infermieristici, individua quesiti di ricerca infermieristica, orienta anche ai servizi, fa una valutazione, indicazione e prescrizione dei presidi necessari.

Monitora l’aderenza terapeutica, l’empowerment e valuta i sistemi di telemonitoraggio ed è lui che attiva consulenze infermieristiche, si occupa della formazione dei caregiver e delle persone di riferimento.

Ma soprattutto collabora a strategie assistenziali di continuità ospedale territorio, definisce e contribuisce a protocolli, procedure, percorsi e progetta e attua gruppi di auto mutuo aiuto.

Come si sta evolvendo l’assistenza territoriale in Italia, in relazione e di pari passo con l’introduzione dell’infermiere di famiglia e comunità?

Dove si è deciso di investire sul territorio si trovano esperienze già avviate e in alcuni casi precursori del DM 77

Più che di un’evoluzione forse è il caso di parlare della realizzazione. Finora l’assistenza territoriale non aveva canoni o parametri di vero riferimento ed era organizzata secondo modelli legati a necessità che via via si manifestavano, legate ai bisogni di salute e di assistenza delle persone e plasmati sulle singole organizzazioni. Sostanzialmente dove si è deciso di investire sul territorio si trovano esperienze già avviate e in alcuni casi precursori del DM 77.

Ma la pandemia e l’avanzamento dell’età e delle cronicità hanno reso necessaria un’organizzazione omogenea.

In tutto questo, come già accennato prima, l’infermiere di famiglia e comunità ha un ruolo centrale non solo come professionista, ma come modello culturale e professionale che porta con sé. L’evoluzione dell’assistenza territoriale finora si è evoluta con le previsioni contenute nei Contratti istituzionali di sviluppo, sottoscritti tra Regioni e ministero della Salute in cui il numero di strutture risulta ancora più alto rispetto a quelle finanziate.

Ma ora l’evoluzione è in stallo e la vera sfida è proprio quella di andare oltre le strutture e garantire che i professionisti, i processi e i modelli organizzativi siano modificati per non ricalcare l’esistente. La pandemia infatti ha mostrato come l’organizzazione dell’assistenza territoriale fosse fragile e non in grado di rispondere al meglio ai bisogni assistenziali.

Ci sono esempi virtuosi in cui il servizio è già stato implementato e a cui ci si può ispirare?

La prima regione dove è stato introdotto l’infermiere di famiglia e comunità – già nel 2004 – è il Friuli Venezia Giulia. In Regione Toscana invece è stato deliberato fin dal 2018. Ma esistono anche progetti illuminati e precursori come il piemontese Co.N.S.E.N.So.. Da anni inoltre esiste un’associazione, l’Associazione italiana Infermieri di famiglia e comunità, che lavora per l’implementazione di questa figura e con cui abbiamo collaborato per la produzione del nostro position statement.

I principali risultati, rilevati in un sondaggio sulla qualità dei servizi nelle zone dove il servizio è stato attivato, sono la risposta immediata e tempestiva alle esigenze della popolazione, che si rivolge al servizio di Pronto Soccorso in modo più appropriato, con il 18% in meno di accessi.

Altro effetto-beneficio è la riduzione dei ricoveri (in quanto si agisce prima che l’evento acuto si manifesti) con conseguente riduzione dei costi: sempre nelle aree di riferimento si parla di un tasso di ospedalizzazione più basso della media di almeno il 12% rispetto alle zone dove non opera questo tipo di professionista.

Poi si è registrata una maggiore capacità di presa in carico integrata in fase intensiva (in ospedale) e in fase estensiva (sul territorio) con circa il 4% in più di over 65 presi in carico e oltre il 5% in più di over 75.

Gli accessi domiciliari sono aumentati in media del 23,8%, anche per la riduzione dei tempi di percorrenza.

Abbiamo tanti altri “effetti collaterali” positivi: è percepita infatti una migliore qualità di vita e un maggiore sostegno non solo all’assistito ma anche alla sua famiglia e ai caregiver.

Quali sono le prossime tappe attese per arrivare a un pieno compimento di questo servizio in tutto il Paese?

Sono tappe generali che devono prevedere lo sviluppo degli strumenti necessari a dare gambe alla riforma del territorio e che, a questo punto, si concentrano tutti su quelle che sono le indicazioni date dallo stesso Ministro della Salute, Orazio Schillaci: investire anche in termini di formazione e di sviluppo delle competenze, sia specialistiche, che trasversali, legate a nuovi modelli di organizzazione del lavoro multidisciplinare e integrato. E poi aumentare il numero di iscritti nelle università e colmare la carenza di figure specialistiche  C’è quindi l’esigenza di organizzare il lavoro in team multiprofessionali e multidisciplinari per garantire un’assistenza qualificata su tutto il territorio nazionale.

Allo stesso tempo, occorre accelerare la riorganizzazione della sanità pubblica, con al centro la persona, meno incentrata sull’ospedale e con una assistenza territoriale più forte.

Quali sono le principali criticità da superare a tale scopo e come?

Le criticità riguardano il mancato riconoscimento della flessibilità del personale in termini di ruolo e competenze; la necessità di una formazione adeguata di natura specialistica sugli infermieri che operano sul territorio; l’inadeguatezza dei presidi assistenziali nella rete ospedaliera e territoriale; i modelli organizzativi che non rispondono a un’evoluzione del SSN nel senso di multiprofessionalità, interdisciplinarietà, abbandono dell’attuale gerarchizzazione dell’assistenza a favore della scelta del professionista giusto per il bisogno del cittadino, creazione di vere reti socio-assistenziali, ma senza la giusta valutazione quali-quantitativa del personale necessario configurano solo una “manutenzione” del sistema.

La vera sfida è indubbiamente il territorio

La vera sfida è indubbiamente il territorio e in questo l’infermiere di famiglia e comunità rappresenta una soluzione per tutto il Paese e in particolare in molte regioni anche in base alla loro configurazione oro geografica: la collaborazione tra infermieri di famiglia e di comunità sul territorio e lo sviluppo della tecnologia – sociale e di cura – per il sostegno in quelle zone che oggi spesso vengono spopolate perché prive proprio di supporti sociali e più in generale di servizi pubblici, rappresenterebbe anche uno strumento utile, oltre che alla tutela della salute delle persone e all’assistenza ai loro bisogni, alla riduzione delle attuali disuguaglianze.

Come? Si deve dar forza al nuovo modello di lavoro che prevede la creazione di una rete di servizi in cui le professioni operano in team senza subordinazioni tra loro e soprattutto senza invasioni di campo.

È indispensabile abbandonare modelli obsoleti di rapporti interprofessionali e abbattere le disuguaglianze contrattuali, di posizione e, perché no, anche economiche, che oggi caratterizzano le professioni sanitarie.

La FNOPI come sta sostenendo la nascita di questa nuova figura?

La Federazione per definire le linee del cambiamento, dello sviluppo professionale e del necessario recupero di attrattività della professione infermieristica da parte dei giovani –  che oggi vedono il lavoro di infermiere come estremamente gravoso, poco retribuito e senza evidenti sbocchi di carriera –  ha dato vita nel 2022 a due momenti di analisi e confronto: gli Stati Generali della professione, una consultazione pubblica aperta a tutti gli infermieri iscritti all’ordine, e la Consensus Conference, alla quale hanno partecipato i massimi stakeholder della sanità italiana.

I risultati  sono stati consegnati al Parlamento e alle istituzioni per discutere e tracciare le linee dello sviluppo della professione.

Questi risultati si possono riassumere in una serie di istanze: l’inserimento delle prestazioni infermieristiche nei Livelli essenziali di assistenza, anche con indicatori per confrontare e misurare i risultati dell’assistenza infermieristica a livello nazionale;  il superamento dell’esclusività degli infermieri dipendenti per ampliare l’offerta assistenziale al territorio, con la massima attenzione al mantenimento dell’equilibrio del sistema; lo stop a modelli di assistenza basati su prestazioni limitate al caso specifico, sostituiti da modelli organizzativi per la presa in carico della persona e dei loro caregiver.

Fondamentale per raggiungere questi obiettivi è il cambiamento radicale della formazione, con specializzazioni e percorsi universitari ad hoc anche interprofessionali in alcune aree quali ad esempio nell’ambito delle cure primarie e sanità pubblica, cure palliative, geriatria e così via.

Tutti questi elementi, evidenziati dagli Stati Generali e dalla Consensus Conference, sono le basi su cui la Federazione vuole costruire il futuro dell’infermiere, dell’infermiere di famiglia e di comunità e del servizio sanitario nazionale, per tutelare il diritto di cura per tutti i cittadini, su tutto il territorio nazionale.

Romani (AUSL RE): “Gli infermieri sono pronti, vanno sostenuti”

L’esperienza dell’Emilia-Romagna e la lezione appresa: il modello funziona, non si torna indietro, sostiene Sonia Romani, responsabile Professioni Sanitarie, Dipartimento Cure Primarie AUSL Reggio Emilia.

Come sta cambiando il ruolo dell’infermiere, di pari passo con l’evoluzione della sanità territoriale?

La sanità territoriale, sta sempre di più, sviluppando un modello che coinvolga la famiglia e la comunità nel percorso di cura. Risulta pertanto evidente come la figura dell’infermiere possa diventare rilevante in questo ambito. Il Medico di Medicina Generale (MMG) rappresenta la figura di riferimento e cardine per il percorso di cura del paziente e l’infermiere una figura con cui integrarsi per una presa in carico completa.

In particolare nelle patologie croniche, il coinvolgimento delle famiglie e della comunità consentono la gestione domiciliare di situazioni complesse che possono evitare l’ospedalizzazione. Per fare questo, il personale infermieristico deve acquisire conoscenze nuove (grazie a Master o percorsi professionalizzanti interaziendali) e contestualmente le aziende devono rivedere i modelli organizzativi, in modo da consentire il superamento degli interventi prestazionali e favore modelli pro-attivi mirati a prevenire l’insorgenza di eventi acuti e/o complicanze. La proattività e la prevenzione molto spesso si agiscono o si dovrebbero agire proprio nella collettività, nei luoghi di vita informando la popolazione.

Nella sua esperienza, quali sono le principali criticità che si riscontrano in questo sviluppo?

Vedo gli infermieri pronti per questa nuova sfida

Molto spesso sono gli stessi professionisti che guardano al cambiamento con diffidenza; in questo caso, però, vedo un gruppo professionale pronto a questa nuova sfida. In particolare chi già lavora sul territorio, nei servizi domiciliari e negli ambulatori comprende la grande potenzialità che ha il territorio.

Certo nessun professionista, di nessuna categoria, da solo, può raggiungere un obiettivo. Occorre costruire reti, integrarsi con altri professionisti. Non solo gli MMG, precedentemente citati, ma anche gli assistenti sociali, gli specialisti, le associazioni di volontariato, la parrocchia, le pro loco e tutti coloro che intervengono o potrebbero intervenire nel percorso di contatto e di “aggancio” con la popolazione ammalata, ma soprattutto con quella che ancora non sa di esserlo. Quest’ultimo aspetto è forse il più complesso, richiede tempo, apertura mentale e capacità di adattamento. Sarebbe troppo facile pensare che solo il numero di risorse (certo in questo momento storico elemento di criticità) possa essere determinante nella realizzazione di questo approccio.

Come pensa che si possano superare?

Serve innanzitutto fornire ai professionisti gli strumenti per agire questo cambiamento e sostenerli

Fornire ai professionisti gli strumenti per agire questo cambiamento e sostenerli. Raccogliere dati che dimostrino il valore dell’assistenza territoriale, ambiente storicamente impegnato “a fare”, ma non abbastanza a dare evidenza di ciò che si fa. Paradossalmente, l’incubo in cui siamo caduti in questi tre anni ha proprio dimostrato come, lavorando insieme, professionisti del territorio e dell’ospedale siano riusciti nel gestire a domicilio un elevato numero di pazienti, lasciando i letti ospedalieri ai pazienti acuti e in pericolo di vita.

Nella Vostra Regione la figura dell’infermiere di comunità è già stata sperimentata da tempo: con che risultati? In che modo pensa si possa prendere spunto da un’esperienza come la vostra?

Confermo che nella Regione Emilia Romagna esperienze e progetti sull’inserimento dell’infermiere di comunità nel territorio si stanno sviluppando. La nostra AUSL ha inserito tre unità, nell’ambito di un progetto finanziato per le aree interne, con particolare riferimento alle zone disagiate dell’area montana (grande distanze, bassa densità abitativa). È stato avviato un progetto sperimentale a cui è stato anche affiancato un progetto di ricerca per avere poi la possibilità di raccogliere dati utili alla diffusione del modello. Il progetto è partito nel 2019 e nonostante la pandemia è riuscito a portare questi infermieri all’interno della comunità con il sostegno delle amministrazioni locali e dei MMG. Sono riusciti ad organizzare iniziative con associazioni di volontariato, a intercettare situazioni di fragilità che sarebbero emerse solo nel momento dell’urgenza, hanno orientato la popolazione ai giusti servizi ed hanno raccolto informazioni utili a fotografare la comunità ed i principali bisogni.

A fine 2021 le persone prese in carico sono state 826 (quasi nella totalità over 65enni con una netta prevalenza tra gli 80 ed i 94 aa), 40% maschi e femmine il 60%. Persone ancora in grado di cucinare, uscire per fare commissioni, ma oltre il 70% di loro, ad esempio, non pratica attività fisica. Pertanto sono stati organizzati momenti dedicati ed organizzati i trasporti per favorirne la partecipazione.

Questo è un esempio, ma sono anche andati nei bar, nei centri sociali per parlare, rilevare qualche pressione e dare qualche informazione sui corretti stili di vita; a questo scopo hanno anche organizzato serate dedicate.

Il modello è vincente, non si può tornare indietro

Cosa ci ha insegnato e cosa ci sta insegnando questa esperienza. Il modello è vincente, non si può tornare indietro. Sicuramente le risorse che abbiamo potuto mettere in campo con questo finanziamento non saranno altrettanto facili da reperire, ma abbiamo la possibilità di aprire lo sguardo e fare in modo che chi già lavora sul territorio utilizzi “gli occhiali giusti”. Proveremo a riorganizzare qualche attività per liberare tempo e permettere i contatti e le integrazioni a cui abbiamo fatto riferimento. Occorre iniziare credo da chi gestisce e coordina i gruppi, consapevoli che non tutti i professionisti sono pronti, ma ce ne sono parecchi disposti ad accettare questa nuova sfida.

Amici We Care 2.0: la piattaforma di patient advocacy digitale per pazienti con malattie infiammatorie croniche intestinali

Amici We Care 2.0 è la prima piattaforma digitale di supporto ai pazienti, sviluppata da Amici Italia, associazione nazionale di riferimento per le persone con malattie infiammatorie croniche intestinali (MICI).

Attiva da quasi un anno, questa iniziativa vuole non solo offrire informazioni e servizi a pazienti e caregiver per aiutarli ad orientarsi tra le complesse esigenze di salute, ma anche raccogliere dati utili da mettere a disposizione della comunità scientifica. Ne parliamo con Salvatore Leone, direttore generale di Amici Italia.

Dottor Leone, da dove nasce questa vostra iniziativa?

Questo tipo di attività nasce da lontano. In particolare, già nel 2016 la nostra associazione ha condotto un’indagine con il centro di ricerca EngageMinds HUB dell’Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano e con il Patrocinio della Società scientifica di riferimento, IG-IBD (Gruppo Italiano per lo studio delle Malattie Infiammatorie Croniche Intestinali), per individuare dalla voce dei malati stessi che cosa fosse per loro più importante quando si recavano in ospedale e per stabilire se la cura ricevuta fosse accettabile e adeguata. Dal nostro punto di vista, riteniamo che i parametri per valutare l’assistenza sanitaria debbano essere stabiliti da chi riceve il servizio e non da chi lo eroga. Guardando oggi a questo progetto, vediamo che, seppure realizzata nel passato, questa iniziativa era fortemente indirizzata al futuro, con un approccio già allora innovativo.

Da questa indagine è emerso un decalogo della qualità di cura dal punto di vista dei malati che, successivamente, abbiamo sottoposto ai medici del gruppo IG-IBD, chiedendo loro di dare un ordine in termini di importanza alle stesse voci, considerando non quello che ritenevano importante dal punto di vista clinico, ma in base a quelle che, secondo loro, erano invece le esigenze del malato.

Dal confronto sono emersi risultati molto significativi e interessanti: ad esempio, la priorità definita al primo posto dai malati (“Sentire di essere accolto e supportato in un percorso di cura e assistenza condiviso e adattato alle mie esigenze”) nell’elenco definito dai medici compariva al settimo posto così come la seconda priorità per i malati (“Poter dare voce alle mie priorità ed esigenze rispetto alla gestione della malattia e alle cure disponibili e sentirmi parte attiva delle scelte che riguardano il mio stato di salute”) risultava all’ottavo posto per i medici.

Spesso tra il bisogno del malato e la percezione del medico esiste un vero e proprio disallineamento

Questa indagine ha consentito di mettere in evidenza l’esistenza di un vero e proprio disallineamento tra il bisogno del malato e la percezione del medico e ha rappresentato un punto di partenza fondamentale per le nostre ulteriori attività.

Figura 1. Decalogo della qualità di cura nella prospettiva dei pazienti con MICI
Figura 2. Decalogo della qualità di cura nella prospettiva dei gastroenterologi

Infatti, contestualmente, stavamo portando avanti, con l’Alta Scuola di Economia e Management dei Sistemi Sanitari (Altems) dell’Università Sacro Cuore di Roma, un’indagine sui costi diretti e indiretti delle malattie infiammatorie croniche dell’intestino nel contesto italiano. Da questo report è emerso come un paziente affetto da MICI spende oltre 700 € l’anno per curarsi e, se a questo si aggiunge la perdita di produttività o il fatto di dover essere accompagnato alla visita da un familiare, si arriva alla cifra di circa 2.300 € l’anno.

Un paziente affetto da MICI spende oltre 700 € l’anno per curarsi e, considerando anche la perdita di produttività sua o di un familiare, si arriva alla cifra di circa 2.300 €

A partire dal disallineamento riscontrato tra il bisogno del malato e la percezione del medico e incrociando il dato di costo della seconda analisi, i ricercatori hanno stimato che, con il coinvolgimento attivo del paziente nel percorso di cura da parte del medico, si possa raggiungere un risparmio del 20% relativamente ai costi diretti e una diminuzione di assenza dal lavoro del 25%.

Lo studio condotto con EngageMinds HUB ha inoltre messo in evidenza come l’11% dei medici sia effettivamente “engaging”, cioè coinvolga attivamente il paziente nel percorso di cura, mentre il 69% manifesta una sensibilità positiva verso il coinvolgimento del malato, a fronte di un 20% che ritiene ancora che il ruolo attivo del malato sia solo quello di seguire le indicazioni mediche.

Perché sono importanti i Patient Support Program e in che cosa si differenzia la vostra piattaforma?

Da qualche anno stiamo assistendo alla creazione di Patient Support Program (PSP) come programmi di monitoraggio dei pazienti da remoto che molte aziende produttrici, soprattutto di farmaci biologici, stanno avviando, e per alcune di queste iniziative, come Associazione, abbiamo concesso il patrocinio.

Da qualche anno si assiste alla creazione di Patient Support Program (PSP) come programmi di monitoraggio dei pazienti da remoto

Dall’analisi di questi programmi abbiamo notato una criticità importante: nonostante l’ingente investimento da parte delle aziende produttrici e anche a fronte di progetti ben strutturati, l’arruolamento dei pazienti risulta molto scarso. E questo perché il PSP non può essere pubblicizzato né dall’Associazione che concede il patrocinio né dall’azienda produttrice né dall’infermiere; l’unico soggetto che può promuovere il PSP è il medico che però, come è noto, negli ultimi anni è stato investito di un sempre maggiore carico di burocrazia da evadere e di sua competenza. Avviene pertanto che, nella pratica clinica quotidiana, il medico che si trova davanti un paziente che potrebbe beneficiare di un PSP, tra le innumerevoli incombenze burocratiche a cui deve attenersi, debba anche scegliere, tra i circa 20-30 PSP attualmente attivi, a quale programma indirizzare il singolo paziente. E non è finita qui: poiché alcuni PSP sono brandizzati, se il paziente cambia farmaco (e questa è una evenienza tutt’altro che rara, in questo periodo storico dove la spending review si sta realizzando non tanto sugli sprechi quanto sui bisogni), è necessario cambiare anche il programma di riferimento.

Come si vede, una situazione complessa che non favorisce le esigenze dei pazienti.

Per superare questa criticità, la nostra Associazione ha deciso di cercare di innovare il terzo settore, dando vita ad un PSP dell’associazione: una sorta di contenitore “etico” dove tutte le aziende produttrici interessate, volendo, possono investire una percentuale di capitale per realizzare un progetto di assistenza promosso dall’associazione dei pazienti, nel quale sono presenti diversi servizi, da erogare al singolo paziente in base al suo percorso di cura e al trattamento che riceve.

La pandemia inoltre ci ha dato lo spunto per un ulteriore cambiamento portandoci a realizzare un programma di assistenza non in forma tradizionale ma in forma digitale. Con la pandemia abbiamo capito che il digitale è già il presente e, se prima avevamo già gli strumenti digitali ma per svariati motivi non li utilizzavamo, ora li stiamo addirittura utilizzando troppo e, in alcuni casi, non in maniera appropriata. Anche su questo vorremmo intervenire con il nostro progetto.

In che modo il dato può essere al servizio della salute del paziente e utile per la comunità scientifica e la società nel complesso?

La nostra riflessione nasce anche dall’analisi dei trend complessivi sulla sanità: nel 2030 (che non è una data così lontana come può sembrare) nel mondo saremo circa 8,6 miliardi di persone e nel 2020 le persone collegate a Internet erano già circa 5 miliardi. Questo è un fenomeno che va governato: molte persone iperconnesse significa molte persone che possono avere accesso alle informazioni e alla gestione della propria malattia.

Anche su questo aspetto il nostro obiettivo è molto ambizioso perché vorremmo provare a raccogliere dei dati da mettere a disposizione della comunità scientifica.

La tendenza a farsi la diagnosi da soli, se l’informazione non viene validata, rappresenta un grosso problema

In sanità noi siamo passati da un approccio empirico (basato sull’analisi dei fenomeni naturali) all’approccio teorico (basato sullo sviluppo di modelli da confrontare con la realtà) per arrivare ora alla fase computazionale. In questo senso, al giorno d’oggi abbiamo potenzialità incredibili che non conosciamo ancora e non sappiamo sfruttare al meglio. Ad esempio, il 70% delle persone, prima di andare dal medico, cerca su Google i sintomi della malattia. Questa tendenza a farsi la diagnosi da soli, se l’informazione non viene validata, rappresenta un grosso problema. Noi non dobbiamo rimanere fuori da questo sistema ma dobbiamo governarlo. “Do it yourself diagnosis” non significa “fatti la diagnosi da solo” ma significa fornire al paziente tutte le informazioni e farlo andare dal medico quando e se effettivamente necessario.

La piattaforma Amici We Care rappresenta un progetto modulare che si svilupperà sulla base di quello che ci dicono i pazienti, sul gradimento del malato, che rappresenta da sempre la nostra “stella cometa”, con una serie di tecnologie a disposizione, che verranno implementate seguendo l’innovazione e la ricerca: ad esempio penso alla calprotectina, un parametro che si può misurare da remoto e fornisce indicazioni sull’infiammazione intestinale. E già da ora sono disponibili ai nostri soci servizi di teleconsulto gratuito con specialisti o servizi di telemonitoraggio attraverso l’ausilio di dispositivi indossabili d’avanguardia e certificati.

A Siena il 1° Convegno Iqsec2 Italia

Sabato 1° aprile, a Siena, si tiene il primo convegno Iqsec2 Italia, organizzato da Associazione Ama.le Iqsec2 Aps in collaborazione con Ospedale Santa Maria alle Scotte di Siena.

Il convegno si terrà presso l’Aula Magna dell’Ospedale Santa Maria alle Scotte, viale Bracci 2, Siena dalle 8,30 alle 13. La partecipazione è gratuita e aperta a tutti previa registrazione via mail all’indirizzo associazione.amaleiqsec2@gmail.com; per specialisti e famiglie è possibile seguire il convegno a distanza cliccando qui.

Il convegno permette accredito ECM solo per la partecipazione in presenza; per informazioni e accreditamento scrivere a susanna.croci@dbm.unisi.it. Il convegno gode del patrocinio della Fondazione Telethon.

Il convegno vuole fare il punto sulla mutazione del gene Iqsec2 e sugli studi che sono in corso, in Italia e nel mondo. Ci saranno interventi del gruppo di lavoro della dr.ssa Alessandra Renieri (UOC Genetica Medica Aou Senese), che grazie ai fondi reperiti dall’Associazione Ama.le e alcuni bandi ha potuto iniziare un percorso di ricerca su questa mutazione. In programma anche interventi da colleghi tedeschi e israeliani.

IQSEC2 è un gene che codifica una proteina molto importante per le funzioni cerebrali. Di conseguenza, quando vi è una mutazione di questo gene in una determinata area, le informazioni arrivano al cervello in modo errato. La maggior parte delle volte la patologia viene definita “de novo”, ciò vuol dire che la mutazione IQSEC2 non è presente nei genitori. A oggi sono descritti in letteratura circa un centinaio di casi in tutto il mondo. La mutazione comporta grave disabilità intellettiva, epilessia, tratti autistici, microcefalia, ritardo motorio, difficoltà deglutitorie e masticatorie, disturbi del sonno.

L’Associazione Ama.le Iqsec2 Aps è stata fondata dalle madri delle prime tre bambine a cui è stata diagnosticata questa mutazione. Scopo dell’associazione è informare e raccogliere fondi per la ricerca.

Per approfondire

Un gruppo di esperti della Commissione europea dedicato al sostegno alla salute mentale e al benessere a scuola

Oggi il gruppo di esperti sul benessere a scuola, istituito dalla Commissione per favorire gli ambienti di apprendimento favorevoli e promuovere il benessere a scuola, tiene la sua prima riunione. Nel corso dei prossimi 15 mesi ricercatori, accademici, insegnanti, dirigenti scolastici, formatori di insegnanti, psicologi scolastici e infantili collaboreranno strettamente con la Commissione per elaborare raccomandazioni politiche e orientamenti volti ad affrontare le sfide in materia di benessere che si prospettano per giovani e insegnanti.

Mariya Gabriel, Commissaria per l’Innovazione, la ricerca, la cultura, l’istruzione e i giovani, ha dichiarato: “Nel corso dei  prossimi 15 mesi ricercatori, accademici, insegnanti, dirigenti scolastici, formatori di insegnanti, psicologi scolastici e infantili produrranno raccomandazioni politiche e orientamenti per affrontare le sfide in materia di raccomandazioni politiche e orientamenti volti ad affrontare le sfide in materia di benessere che si prospettano per giovani e insegnanti. Con il lancio del gruppo di esperti stiamo costruendo un approccio sistemico e globale al benessere a scuola“.

Tra gli aspetti principali figurano la promozione della salute mentale e del benessere attraverso i programmi di studio, la prevenzione della violenza e del bullismo (anche informatico) nelle scuole, la creazione di ambienti di apprendimento favorevoli, sicuri e inclusivi. Secondo i risultati del programma per la valutazione internazionale degli studenti (PISA) del 2018, circa il 20% dei bambini europei nelle scuole europee ha problemi di salute mentale durante gli anni scolastici e la metà di questi problemi si sviluppa prima dei 14 anni di età. La crisi della COVID-19 ha messo in luce l’importanza di affrontare questi problemi. Infatti molti studenti devono far fronte a gravi conseguenze per la propria motivazione e il proprio benessere emotivo, sociale e fisico.

Inoltre, l’invasione russa dell’Ucraina e la sfida consistente nel garantire l’inserimento dei minori rifugiati ucraini nelle scuole di tutta l’Unione europea sottolineano ulteriormente la necessità di sostenere programmi in materia di salute mentale, benessere e lotta al bullismo nelle scuole. Il gruppo creerà sinergie con altre iniziative portate avanti nell’ambito dello spazio europeo dell’istruzione e in altri ambiti, in particolare con l’iniziativa “Percorsi per il successo scolastico”. Con l’adozione della raccomandazione del Consiglio “Percorsi per il successo scolastico” nel novembre 2022, gli Stati membri si sono impegnati a prestare particolare attenzione al benessere a scuola. Maggiori informazioni sono disponibili su un sito web dedicato e nelle schede informative.

32mila medici laureati in più dei pensionamenti nel 2030. Il nuovo studio Anaao

Emergono periodicamente all’interno dei partiti politici, senza distinzione di fede, idee stravaganti relative alla questione del numero chiuso a Medicina, come se i grossolani errori di programmazione nel settore della formazione post-lauream in epoca spending review e le limitazioni all’assunzione del personale sanitario decise prima dal  2004 in  poi fossero superabili  allargando a dismisura le maglie del numero programmato per l’accesso al Corso di laurea in Medicina e Chirurgia, giunto nel 2022 a 14.740 accessi. Senza contare la porta di servizio costituita dalle iscrizioni all’estero. Peccato che ogni modifica al tempo zero in merito alla formazione medica, avrà le sue ricadute solo dopo i sei anni del corso di laurea e i 3/5 anni di formazione post-lauream. In pratica, i primi effetti di una modifica effettuata nel 2024 si vedrebbero solo tra il 2033 e il 2035, peraltro in un contesto del mercato del lavoro in sanità totalmente modificato (vedi Figura 1).

Figura 1. Suddivisione per età dei medici dipendenti ASL, Aziende Ospedaliere e IRCCS, contribuenti Onaosi per 12 mesi continuativi al 31 dicembre 2020. Le frecce indicano le età con pensionamenti più numerosi, zenit previsto intorno al 2026/2027 ( in rosso) e il calo progressivo che si osserverà successivamente, con un nadir intorno al 2037/2038 (in viola)

La Ministra dell’Università e Ricerca ha dichiarato che per far fronte alla strutturale carenza di medici nel SSN sarà previsto un ampliamento dei posti disponibili per la laurea in Medicina tra il 20% e il 30% rispetto allo scorso anno.

A nostro parere non si risolve la carenza attuale di personale medico specialistico negli Ospedali né si rallenta la fuga dei neolaureati verso l’estero e degli specialisti verso il settore privato mediante l’incremento delle iscrizioni al Corso di laurea in Medicina e Chirurgia.

Cosa rivelano i dati a disposizione?

Se valutiamo i dati OCSE, riferiti al 2020 (Health at a Glance: Europe 2022), in Italia abbiamo un tasso di medici attivi del 4‰ abitanti, perfettamente sovrapponibile alla media EU27, a dimostrazione del fatto che in Italia non vi è carenza di medici, intesi come laureati in Medicina e Chirurgia, ma piuttosto di medici specialisti.

In linea con questi dati, una recente pubblicazione del Ministero della Salute indica il numero dei medici attivi in Italia al 31/12/2020 intorno a 241mila con l’età media, però, più alta tra tutti i Paesi OCSE: ben il 56% ha più di 55 anni. Pertanto, si può stimare che dal 2021 al 2030, secondo Conto Annuale dello Stato, Onaosi, Enpam, circa 113 mila medici saranno collocati in pensione con un picco di pensionamenti al 2026/2027 e un successivo calo progressivo (Figura 1).

Se consideriamo i medici dipendenti del SSN (vedi Figura 1), i pensionamenti scenderanno progressivamente dal 2027 fino a raggiungere un nadir di circa 2mila nel 2037, a fronte dei 5mila professionisti ogni anno della fase attuale (al netto delle uscite per il cosiddetto fenomeno delle “dimissioni volontarie”; Figura 2).

Figura 2. Andamento dei pensionamenti e delle dimissioni volontarie dei medici dipendenti del SSN dal 2019 al 2022 (database Onaosi e Conto annuale dello Stato)

Nel periodo 2021/2030 i nuovi iscritti a Medicina, a invarianza di programmazione, saranno circa 145 mila (media degli accessi programmati per il 2021/2022/2023 proiettata a 10 anni), dei quali solo il 94% completerà con successo il percorso: circa 136 mila. Essi troveranno un numero di contratti per la formazione specialistica di circa 125.000 (in realtà il titolo di specialista sarà effettivamente conseguito da circa 103.000 medici, se permane la percentuale di non assegnazione dei contratti del 18%), cui aggiungere circa 21.000 borse per la formazione in Medicina Generale (media delle borse finanziate negli anni dal 2018 al 2021 proiettate a 10 anni). In sintesi, già ora si prospetta un differenziale di circa 32 mila posti tra stima delle uscite per quiescenza (113.000) dei medici attivi nel 2020 e posti di iscrizione al Corso di laurea in Medicina e Chirurgia (145.000). Ben oltre quelli necessari a colmare la attuale carenza di circa 20/25 mila medici, tra specialisti e MMG.

Un apprezzabile incremento degli ingressi al Corso di laurea in Medicina e Chirurgia potrebbe essere giustificato solo al fine di avviare un rafforzamento degli organici per far fronte ad eventuali nuove gravi emergenze sanitarie (personale specialista per terapie intensive e sub-intensive), alle esigenze derivanti dalla realizzazione del PNRR (personale medico per Ospedali e Case di Comunità) o all’incremento delle richieste di prestazioni sanitarie legate alla pressione epidemiologica indotta dall’invecchiamento progressivo della popolazione. In ogni caso, un aumento, come annunciato, del 20-30% delle iscrizioni a Medicina (da 2900 a 4800 nuove iscrizioni ogni anno), senza un intervento costoso sui corsi di formazione post-lauream, rischia di creare, tra 6 o 7 anni, un nuovo “imbuto formativo” e successivamente, persistendo le attuali limitazioni alle assunzioni del personale sanitario, un “imbuto lavorativo”, con  circa 19mila ogni anno laureati a fronte di una offerta di formazione post-lauream ferma a 16.600 – di cui 14.500 contratti di formazione specialistica e 2.100 borse per la formazione in Medicina generale. E questo non farà altro che incentivare ulteriormente i medici a emigrare verso paesi europei o extraeuropei.

Nel decennio 2021/2030, quanti medici andranno in pensione nelle singole categorie professionali?

Considerando il pensionamento di “vecchiaia”– si può stimare che i medici dipendenti del SSN avviati verso la quiescenza saranno circa 39,1mila (dati Onaosi e Conto annuale dello Stato), i medici di Medicina generale che andranno in pensione saranno circa 25,3mila (dati Enpam), gli specialisti ambulatoriali che usciranno dal lavoro saranno circa 8,1mila, i medici universitari circa 3,3mila (dati Onaosi), quelli di continuità assistenziale 5,8 mila (dati Enpam), circa 4,8mila i pediatri di libera scelta (dati Enpam), infine 27,2 mila medici andranno in quiescenza nel settore dell’ospedalità privata e della riabilitazione.

Perché i posti nelle scuole di specializzazione non vengono occupati?

Al momento abbiamo una sostanziale corrispondenza tra il numero dei neolaureati nel decennio (circa 136mila) e i posti programmati per l’accesso ad un corso di formazione post-lauream (circa 146mila). Il numero di neo specialisti crescerà in modo apprezzabile a partire dal 2025 e non ci sarebbe alcun bisogno di aumentare i posti nelle scuole di specializzazione.

È vero, semmai, come ha sottolineato la Ministra Bernini, che molti posti nelle scuole di specializzazione rimangono vacanti. Da un recente studio Anaao/ALS, sui 30.452 contratti statali finanziati negli ultimi due concorsi di specializzazione (2021 e 2022), ben 3.907 (13%) risulta non assegnato e 1601 (5%) risulta abbandonato durante il percorso. Le discipline che più risentono di tale emorragia sono la medicina d’emergenza-urgenza (1.144 contratti non assegnati o abbandonati, il 60,7% dei contratti stanziati), la microbiologia e virologia (191 contratti, il 78%), la patologia clinica e biochimica clinica (389 contratti, il 70,2%), l’anatomia patologica (181 contratti, il 50,1%) e la medicina di comunità e delle cure primarie (109 contratti, il 57,6%). Al contrario, le discipline che hanno notevoli sbocchi lavorativi nel settore privato non presentano alcuna perdita rispetto ai contratti finanziati come ad esempio la dermatologia (2 contratti non assegnati o abbandonati, lo 0,1% dei contratti stanziati), l’oftalmologia (8 contratti, l’1,8%), la cardiologia (18 contratti, lo 0,1). Un caso a parte riguarda la Pediatria, che risente del dualismo tra medicina ospedaliera e medicina territoriale, con insufficienza degli organici in entrambi i settori.

Tale “programmazione a due velocità” porterà già nel 2024/2025 a una carenza significativa in certe discipline specialistiche, per lo più ospedaliere, ed un embrione di pletora specialistica per altre che hanno maggiore possibilità nelle attività private. Per le prime, l’Anaao Assomed ritiene opportuno predisporre una serie di iniziative ministeriali e legislative, compreso l’accorpamento.
L’altro elemento da tenere in considerazione, quando si parla di carenza del personale, è la fuga verso l’estero dei medici laureati, la cui formazione comporta un costo per l’erario pubblico di circa 100mila euro, che salgono, con l’acquisizione del titolo di specialista, fino a 150.000 euro pro-capite. Il fenomeno è molto rilevante nel suo complesso, tanto da impattare notevolmente sulla attuale carenza ed è destinato ad allargarsi. La tabella 1, elaborata dalla Corte dei Conti su dati OCSE, mostra il numero dei medici che hanno lasciato l’Italia dal 2008 al 2018 e il Paese di destinazione. È come regalare da 1000 a 1500 Ferrari ogni anno all’Inghilterra, alla Germania o alla Svizzera.

Tabella 1. Emigrazione negli anni 2008/2018 del personale medico, in base alla Nazione di destinazione. Elaborazione Corte dei Conti su dati OCSE.

Il fenomeno delle dimissioni volontarie rappresenta una ulteriore criticità che ha un impatto, ovviamente, solo sulle strutture del SSN. Gli ultimi dati riferiti al 2022 (Figura 2) mostrano un ulteriore incremento delle dimissioni nella fase post-pandemica rispetto alla nostra precedente rilevazione.

Aumentare i posti a Medicina, in un tale contesto, rischia di tradursi in uno sperpero di risorse, soprattutto in mancanza di prospettive occupazionali in Italia.

È per questo che noi riteniamo indispensabile prioritariamente intervenire su due questioni critiche per rendere attrattivo il lavoro nel settore pubblico della sanità:

  1. la riduzione del carico di lavoro nelle strutture ospedaliere, per permettere ai medici di dedicarsi anche alla propria vita familiare e sociale eliminando ogni anacronistico blocco delle assunzioni del personale sanitario;
  2. l’incremento progressivo degli stipendi, che per arrivare al livello medio europeo dovrebbero aumentare del 40-50%.

Solo una nuova stagione di concorsi può rimediare al depauperamento del personale medico e infermieristico nelle strutture pubbliche, una vera e propria desertificazione degli Ospedali, che costringe il personale rimasto in servizio a lavorare anche per coloro che se ne vanno, sopportando turni massacranti e carichi di lavoro incrementali, per gravosità e complessità clinica. Anche da qui origina il fenomeno delle “grandi dimissioni” e quello dei medici “gettonisti”. Solo ripristinando adeguate dotazioni organiche possiamo migliorare la qualità del lavoro, soprattutto in presenza di bisogni assistenziali crescenti.

La criticità economica è influenzata anche dalle vicende contrattuali italiane, che vedono dopo quasi un decennio di blocco (2010/2019) non ancora completamente applicato il CCNL 2016/2018 (firmato definitivamente nel dicembre 2019) mentre quello relativo al 2019-2021, scaduto da due anni, in corso di discussione all’ARAN e quello del 2022/2024 rimandato a un incerto futuro non essendo nemmeno finanziato. I nostri stipendi si impoveriscono progressivamente non stando dietro al ritmo inflattivo e ciò rappresenta, come evidenziato nella nostra recente survey, uno dei motivi principali di fuga dei medici dal SSN insieme alla marginalizzazione di un ruolo che li vuole costretti in matrici organizzative che trascurano le competenze e mortificano il merito.
La politica e i gestori della sanità a tutti i livelli dovrebbero capire che senza il “capitale umano” gli ospedali diventano cattedrali nel deserto, i presìdi territoriali arredi del paesaggio urbano, i Livelli Essenziali di Assistenza una chimera, come l’attuale lunghezza delle liste d’attesa sta dimostrando.

Studio a cura di
Carlo Palermo, Matteo D’Arienzo, Giammaria Liuzzi, Costantino Troise, Pierino Di Silverio

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