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Diritto all’oblio oncologico, CNEL presenta il disegno di legge

Il Consiglio Nazionale dell’Economia e del Lavoro (CNEL) ha presentato un disegno di legge per il Diritto all’oblio oncologico. Oggetto della campagna di comunicazione #iononsonoilmiotumore promossa da Fondazione AIOM, questa norma, una volta approvata, permetterebbe alle persone guarite da un tumore, che in Italia sono più di un milione, di riprendere la propria vita senza subire discriminazioni. Oggi, infatti, per richiedere molti servizi, come la stipula di assicurazioni e l’ottenimento di mutui, è necessario dichiarare  di aver avuto il cancro, anche se si è già guariti, con conseguenti  difficoltà (rifiuti, premio incrementato). La campagna ha visto la realizzazione della prima guida sul tema, un portale web (dirittoallobliotumori.org), due camminate a Pescara e Modena e una forte campagna social per promuovere una raccolta firme che ha superato le 100mila adesioni.

“Siamo molto soddisfatti dell’alto numero di persone raggiunte con la campagna e ringraziamo il CNEL per l’attenzione che ha dedicato a questo bisogno, molto sentito in tutta la popolazione di malati, ex pazienti, famigliari e caregiver – afferma Giordano Beretta, Presidente Fondazione AIOM –. Ora che questa legge è arrivata in Parlamento non è più solo una speranza, ma può e deve diventare realtà: per questo chiediamo ai Presidenti di Camera e Senato e alla Presidente del Consiglio di approvare questa norma, in un gesto di cura e ascolto verso un milione di italiani. Dobbiamo seguire l’esempio virtuoso di Francia, Lussemburgo, Belgio, Olanda, Portogallo e Romania, che hanno già emanato una legge a tutela dei cittadini guariti dal cancro. Ogni neoplasia richiede un tempo diverso perché chi ne soffre sia definito ‘guarito’: per il cancro della tiroide sono necessari meno di 5 anni dalla conclusione delle cure, per il melanoma e il tumore del colon meno di 10. Molti linfomi, mielomi e leucemie e i tumori della vescica e del rene richiedono 15 anni. Per essere guariti dalle malattie della mammella e della prostata ne servono fino a 20. Il riconoscimento del diritto rappresenta la condizione essenziale per il ritorno a una vita dignitosa.”

“Grazie alla ricerca e all’innovazione tecnologica, il numero di persone che guariranno dal cancro aumenterà nel prossimo futuro – spiega Francesco Riva, Consigliere CNEL e autore della proposta –. Per questo abbiamo ritenuto necessario portare questo progetto in Parlamento, perché se ne parli e si proceda a un’iniziativa legislativa in grado di offrire supporto e tutela a tutti i pazienti di oggi e domani. È fondamentale riempire questo vuoto normativo in tempi stretti, perché dopo 5 anni da un tumore pediatrico e 10 da una malattia dell’età adulta si possa essere finalmente considerati guariti anche dalla burocrazia.”

“Esprimiamo tutta la nostra gratitudine a Tiziano Treu, Presidente CNEL, e Francesco Riva, Consigliere – aggiunge Saverio Cinieri, Presidente AIOM –. Il loro sostegno è stato decisivo per permettere a questa richiesta di arrivare ai grandi organi istituzionali. Ora a loro non resta che approvarla, in un gesto di civiltà, per farla diventare legge a tutti gli effetti. Chiediamo che questo avvenga rapidamente, perché non si affievolisca la luce su questa importante iniziativa e perché gli ex pazienti non debbano più aspettare per vivere la vita che meritano.”

Payback: Confindustria DM chiede un incontro al governo

“Siamo consapevoli che il Governo Meloni stia cercando di risolvere il problema del payback, ma si era impegnato a costituire un tavolo dove trovare di concerto con l’industria una soluzione per il superamento dei tetti di spesa e discutere contestualmente di come chiudere il passato sul payback. Ribadiamo che l’idea di sciogliere la questione con uno sconto, lasciando ancora in vigore il meccanismo è una via non percorribile per le nostre imprese. Significherebbe accettare una norma assurda, che aprirebbe la strada alla compartecipazione delle aziende alla spesa pubblica e che non ha precedenti nella storia del nostro Paese e di nessun altro Stato al mondo. Inoltre, come abbiamo più volte sottolineato questo decreto determinerebbe il fallimento di molte imprese e la fuga dall’Italia dei grandi gruppi globali. Confindustria Dispositivi Medici rappresenta l’80% del mercato in Italia raggruppando dalle startup alle PMI alle grandi aziende multinazionali italiane ed estere di produzione e di distribuzione. Per questo chiediamo al Governo un incontro urgente per trovare soluzioni costituzionali e che preservino la tenuta del nostro Servizio sanitario nazionale e di un’industria che offre soluzioni di salute e genera Pil”. Lo ha dichiarato il Presidente di Confindustria Dispositivi Medici, Massimiliano Boggetti, in riferimento alla norma, che impone alle imprese di pagare di sforamenti dei tetti di spesa regionale dal 2015 in poi.

“In assenza di un percorso negoziale e considerando il payback ingiusto ed illegittimo – ha continuato Boggetti – non solo continuiamo con la nostra battaglia legale, ma abbiamo depositato un esposto alla Commissione Europea affinché valuti l’apertura di una procedura di infrazione nei confronti dell’Italia perché il payback viola le norme comunitarie in materia di concorrenza ed accesso al mercato. La norma sul payback è, infatti, in palese violazione del diritto europeo, con particolare riferimento alla libera circolazione delle merci all’interno del mercato unico, alla normativa sugli appalti pubblici nonché allo sviluppo delle imprese sul territorio unionale, come abbiamo denunciato nell’esposto inviato nei giorni scorsi”.

Il potenziale della musica in età avanzata e nel contesto delle case anziani

Prosegue la collaborazione con il Cultural Welfare Center (CCW) sulla base di un progetto comune di diffusione della conoscenza sul valore delle arti e della cultura per il benessere e la salute

I benefici offerti dalla musica alla popolazione anziana sono ampiamente dimostrati da una letteratura vasta e diversificata. Oltre agli studi in ambito musicoterapico che dimostrano significativi effetti su pazienti affetti da demenza, ictus e malattia di Parkinson, negli ultimi anni si sono moltiplicate evidenze anche rispetto ai benefici offerti dalla partecipazione culturale e da attività incentrate sui contenuti artistici della musica. Cantare, suonare con altre persone o studiare uno strumento musicale può incrementare autostima, motivazione, energia e relazioni interpersonali, offrendo agli anziani benefìci a livello cognitivo e fisico. Anche ascoltare musica fa bene, in quanto può aiutare gli over 65 a mantenere contatti con la propria identità, offrendo emozioni appaganti e supporto psicologico e spirituale, mentre assistere regolarmente a concerti può ridurre ansia e solitudine, generando sensazioni di felicità, stupore e gratitudine. Questi risultati sono in linea con il concetto di invecchiamento attivo proposto dall’OMS nel 2002, secondo cui è necessario aiutare la persona anziana a realizzare il proprio potenziale in termini di benessere fisico, sociale e mentale considerando attentamente i suoi desideri, bisogni e capacità.

Il progetto Art for Ages (A4A) è partito da queste premesse concentrandosi sulle case anziani, un contesto in cui la ricerca si è focalizzata soprattutto su interventi di musicoterapia e dove l’impatto della partecipazione culturale non è stato indagato a fondo. La necessità di affrontare questa lacuna appare evidente se osserviamo l’incremento demografico della popolazione anziana e dell’aspettativa di vita in molti paesi, ed è sottolineata dalla raccomandazione dell’OMS di sostituire il needs-based approach con il rights-based approach, considerando anche le preferenze individuali, l’indipendenza, l’autonomia, la partecipazione nella collettività, la realizzazione personale e la dignità dell’anziano. La nostra ricerca, finanziata dalla fondazione Gebert Rüf e sviluppata dalla Divisione Ricerca e Sviluppo del Conservatorio della Svizzera italiana (Lugano) in collaborazione con il Royal College of Music (Londra), il Centro competenze anziani della SUPSI e il Dipartimento Economia Aziendale Sociale e Salute della SUPSI (Manno), si è concentrata su due grandi ambiti. Con uno studio preliminare abbiamo investigato il ruolo della musica nella vita dei residenti, considerando sia la loro quotidianità in struttura che il loro percorso di vita, e cercando di chiarire modalità, preferenze e desideri riguardo alle diverse forme di coinvolgimento con la musica. Nel secondo studio abbiamo cercato di ricostruire l’esperienza vissuta prendendo parte ad un programma musicale di dieci settimane in cui i residenti hanno potuto suonare e cantare insieme a studenti del conservatorio.

Il ruolo della musica nella vita dei residenti

Nel nostro primo studio abbiamo coinvolto 20 partecipanti di età compresa tra 71 e 99 anni ospitati in sei residenze dell’area luganese (Casa Serena, Residenza Gemmo, Piazzetta, Orizzonte, Castagneto e Meridiana) e reclutati dal personale di ogni struttura in modo da offrire eterogeneità in termini di profilo socio-economico e di preferenze musicali.

La musica ricopre un ruolo rilevante lungo tutta la vita dei residenti

Dall’analisi delle interviste è emerso che la musica ricopre un ruolo rilevante lungo tutta la vita dei residenti e che il coinvolgimento con essa può essere ancora molto importante. Come evidenziano i seguenti estratti, la musica rappresenta un supporto per mantenere un senso di continuità con il proprio passato e la propria identità, in quanto aiuta a ricordare persone importanti e momenti e periodi della vita significativi.

Per me è un piacere la musica, assolutamente un piacere. […] La prima volta che mi hanno portato all’opera in famiglia avevo 4 anni e ho visto l’Aida. Mi aveva portato mio nonno, e quando c’è stato il finale mi sono messa a piangere. E devo ammettere che quasi 90 anni dopo, quando sento il finale dell’Aida, io mi ritrovo con le lacrime (ridendo).  (Sonia, 86 anni)

Io ho quella canzone napoletana, “Anema e core’’… quella lì mi ricorda il mio ragazzo, guarda. Non è stato mio marito il mio amore, il mio amore è stato quel ragazzo. E quando io sento “Anema e core”…mi viene la pelle d’oca. […] Perché una canzone ti può ricordare una vita, ti può ricordare un periodo della tua vita. (Grazia, 83 anni)

A casa mia cantavamo sempre. Mio papà aveva una bella voce, cantava e mi ha insegnato lui. […] A scuola abbiamo imparato, tanti anni fa, il Nabucco. Era bravo quel maestro lì! Avevo 14 anni, e deve pensare che quando cantano il Nabucco lo canto sempre anche io. Mi piace, è molto bello. (Olga, 79)

La musica è considerata una risorsa preziosa anche per il suo forte impatto in termini di emozioni e benessere. Essa è infatti in grado di provocare emozioni intense e per lo più positive come gioia, svago, energia, sostegno spirituale e appagamento estetico. In questo modo essa costituisce una risorsa in grado di migliorare l’umore e offrire supporto nei momenti di tristezza. Le dichiarazioni di alcuni intervistati suggeriscono che l’importanza della musica sia aumentata con il passare degli anni, perché aiuta ad affrontare le difficoltà collegate ai processi di invecchiamento e risulta più accessibile rispetto ad altre forme creative.

Adesso non posso più scrivere come una volta, e sono contento di poter ascoltare la musica. La musica fa parte della mia vita, proprio come disegnare e scrivere…è qualcosa di fondamentale. […] Forse questo legame cresce ancora di più invecchiando. (Carlo, 82)

La musica mi aiuta molto a vivere qui […] ascolto la mia mia musica e sono tranquilla. […] Ho perso la memoria ma ancora mi ricordo la musica […]: la musica mi tiene compagnia […] mi piace molto perché è un arricchimento, una cosa intima ma non triste… per me la musica è vita. Ascolto un brano musicale, forse sono stanca o triste, ma il mio morale si risolleva. (Giovanna, 94)

Il coinvolgimento con la musica è rilevante sia sul piano individuale che collettivo

Le interviste rivelano anche che il coinvolgimento con la musica è rilevante sia sul piano individuale che collettivo. Per alcuni residenti l’ascolto individuale o l’abitudine a cantare privatamente restano, in linea con le proprie abitudini nel passato, l’opzione preferita. Allo stesso tempo, per non poche persone le compromissioni a livello visivo e di motricità rendono difficile o impossibile utilizzare la radio e altri dispositivi. Per questo motivo, le iniziative organizzate dalle strutture, solitamente incentrate sul canto di canzoni popolari, vengono generalmente apprezzate e offrono come valore aggiunto preziosi momenti di condivisione e socialità. A ogni modo, dalla nostra ricerca emerge una generale diminuzione di ascolto, pratica musicale e frequentazione di concerti dopo il trasferimento in struttura. I seguenti estratti evidenziano i principali ostacoli incontrati a questo riguardo:

Da quando mi sono trasferita qui, non ascolto più musica. A casa, invece, avevo più opportunità […] Pensi che avevo 70 e più dischi di canzoni di una volta. E dopo li ho dati via tutti perché qua non posso fare niente. (Simona, 91)

Prima di essere qui in casa per anziani, posso dire che se c’era un bel concerto, con mia moglie non lo perdevamo mai. […] E adesso anche qui, per esempio: la domenica mattina non perdo mai, alle 10 e mezzo, quella trasmissione che fa la televisione della Svizzera italiana sulla musica. Fanno dei concerti bellissimi. […] La televisione fa il grande sbaglio di mettere le parti più belle della cultura e della musica dopo le 11 di sera. Io alle 11 di sera dormo già da due ore. (Pietro, 91 anni)

Ascolto la radio pochissimo perché mi fanno male le mani e non riesco a farla funzionare. […] e poi, la sera non ci vedo (Paola, 99)

L’esperienza vissuta dai residenti suonando insieme agli studenti del Conservatorio

Il nostro secondo studio si è focalizzato su un programma di dieci settimane in cui i residenti di quattro strutture dell’area luganese (Casa Serena, Residenza Gemmo, Piazzetta e Cigno Bianco) hanno avuto la possibilità di cantare e suonare insieme a nove studenti del Conservatorio della Svizzera italiana di età compresa tra 19 e 26 anni. I partecipanti hanno avuto la possibilità di usare strumenti a percussione di uso intuitivo, maneggevoli e di sonorità contenuta in modo da non arrecare disturbo alle altre persone presenti in struttura. Per rendere il clima più informale e incoraggiare a partecipare i residenti più timidi, abbiamo incluso tra gli strumenti impiegati oggetti di uso comune come cucchiai, grattugie e bidoni di plastica. Il repertorio eseguito, definito con i residenti di ciascuna struttura sulla base delle loro preferenze, comprendeva brani di musica classica, lirica, jazz, etnica, leggera e popolare, e gli studenti, preparati attraverso un training specifico, hanno offerto in ogni sessione anche brevi performance dal vivo.

La possibilità di prendere parte alle sessioni è stata aperta a tutti i residenti interessati, e circa 90 di loro hanno partecipato con regolarità lungo le dieci settimane. Per questo studio sono stati intervistati 22 partecipanti di età compresa tra 72 e 95 anni, reclutati sulla base della partecipazione ad almeno otto sessioni e la capacità di sostenere un’intervista. In questo modo abbiamo cercato di ricostruire l’esperienza vissuta dai residenti e di chiarire gli effetti percepiti prendendo parte al programma.

La figura 1 illustra il quadro ricostruito attraverso la nostra procedura di analisi e rivela che suonare e cantare insieme agli studenti ha rappresentato un’esperienza significativa in grado di generare in maniera pressocché unanime emozioni positive. Il programma è stato accolto con interesse e gratitudine e le dichiarazioni dei partecipanti sono molto chiare in questo senso:

Arrivavate qui e ci facevate trascorre un’ora in allegria, con qualcosa di diverso da ciò che facciamo tutti i giorni. È meraviglioso avere qualcosa di coinvolgente da fare, ti cambia la giornata. (Rosa, 83)

Noi aspettavamo solo il venerdì! Perché c’era la lezione! Perché per noi era una cosa piacevole. E quando una cosa ti piace, aspetti che passano i giorni perché arriva quel giorno lì. (Lucia, 75)

Ciò sembra essere dovuto a tre dimensioni principali. La prima, in linea con i risultati dello studio precedente, ha a che fare con l’importanza attribuita alla musica, come rivelano i seguenti estratti:

Tutto quello che ha rapporto con l’arte e che è qualcosa che ti parla al cuore, è sempre ben ricevuto. Se togliamo l’arte alla vita, cosa ci rimane? Posso dire che la musica è una parte rilevante della mia vita, sicuramente, anche se non ho mai suonato uno strumento (Tina, 86)

Quando canti una canzone, anche se non l’hai composta tu, la canti con gioia perché è qualcosa che ti risveglia. Risveglia il corpo e l’anima. E poi, tiene lontani certi pensieri, come “Devo solo aspettare di morire”… no! (Alba, 83)

La seconda dimensione si riferisce alle opportunità di apprendimento offerte dal programma. Esplorare gli strumenti e gli oggetti proposti, scoprendone le sonorità e le possibilità espressive con la guida dei giovani musicisti in un contesto inclusivo, è stato divertente e coinvolgente. Come emerge dai seguenti estratti, i residenti hanno manifestato soddisfazione e appagamento sia per i progressi percepiti nel suonare che nel comprendere e apprezzare generi e autori che non conoscevano.

Per noi era una specie di imparare giocando. Nel senso: come si insegna ai bambini come giocare, si può anche insegnare agli anziani come giocare […] All’inizio si prendeva più sullo scherzo, sul ridere. Invece, piano piano, abbiamo capito che oltre ad essere divertente si imparava qualcosa. (Luciana, 75)

Ho scoperto anche musica che non conoscevo! Musica russa, spagnola…specialmente la musica russa: per me era sconosciuta e mi è piaciuta molto. (Marcello, 95)

Ora ascolto la musica con più attenzione… cerco di ascoltarla un po’ più da vicino, e ritrovo un po’ quello che mi hanno insegnato a scuola. (Paolo, 72)           

La terza dimensione si riferisce alle relazioni interpersonali.  Da un lato, trovarsi ogni settimana a fare musica insieme ha facilitato o rafforzato i legami tra i residenti, offrendo argomenti di conversazione e stimolando il supporto reciproco, come emerge dai seguenti estratti:

Io parlavo [del programma] con gli altri residenti! Anche venerdì scorso, con la signora lì vicino. Abbiamo parlato di musica, di pezzi d’opera. (Amelia, 79)

Ho parlato tanto con la mia amica e noi siamo soddisfatte, veramente […] Ci si conosce meglio, facendo musica! Si condivide una complicità del suono. (Carmela, 75)

Una persona con cui sono diventata amica, che anche ha partecipato al programma, lo ha apprezzato molto. Lei ha alcuni problemi con la memoria, e mi diceva: “Ricordami quando c’è la sessione di musica così ti raggiungo”, e l’ultima volta è arrivata prima di me e ha tenuto il posto per me (Sarah, 90)

Dall’altro lato, le interazioni con gli studenti del Conservatorio hanno avuto effetti positivi, rendendo i residenti felici di vedere visi nuovi, generando empatia e rievocando nei residenti momenti e sensazioni legate alla propria giovinezza o agli anni in cui i propri figli avevano l’età degli studenti.

Ho trovato i ragazzi molto simpatici! Si impegnavano per farci fare un bel lavoro e ci sono riusciti! Proprio cari, sì. Belli e cari. (ridendo) Eh, la gioventù che sprizzava, lì! (Elisabetta, 80)

Mi è piaciuto stare a contatto con i ragazzi. Mi ricordava gli anni in cui mio figlio era all’università, e avevo la sensazione di poter comprendere i loro problemi e condividere con loro i miei. (Maria, 77)

La rilevanza del programma nel suo complesso è sottolineata dalle riflessioni di alcuni residenti, da cui emerge che il programma ha aiutato a contrastare isolamento, dubbi sulle proprie capacità cognitive e mancanza di stimoli.

La vostra idea è buona, così non ci sentiamo completamente persi, vediamo più persone e abbiamo più contatti. […] Qui molti residenti non riescono nemmeno a muoversi dalle loro sedie. (Emilia, 88)

[Il programma] è stato positivo soprattutto perché si impara a fare attenzione, che è qualcosa che noi qui non dobbiamo fare spesso (Carla, 75)

In conclusione

La presenza di studenti provenienti da una scuola universitaria di musica ha avuto un ruolo chiave

I nostri studi rivelano che la musica ricopre un ruolo importante nella vita dei residenti delle case anziani e che può offrire importanti benefici in termini di salute e benessere. La nostra ricerca evidenzia inoltre che fare musica in gruppo ha offerto in ampia misura emozioni positive, che le attività proposte sono state coinvolgenti e che le sessioni hanno facilitato le relazioni interpersonali. I partecipanti hanno vissuto esperienze significative, in quanto il programma ha risposto al desiderio di novità e di stimoli proponendo contenuti in grado di evocare ricordi, rafforzare legami con la propria identità e offrire esperienze estetiche gratificanti. Infine, grazie alla sua componente pratico-interattiva e alle opportunità di apprendimento offerte, il programma ha avuto effetti in termini di appagamento, dovuti ai progressi percepiti dai partecipanti riguardo alle proprie capacità e conoscenze musicali. La presenza di studenti provenienti da una scuola universitaria di musica ha avuto un ruolo chiave, sia in termini di qualità dei contenuti musicali che di incontro intergenerazionale. Un ulteriore studio del progetto A4A ha analizzato proprio la prospettiva dei giovani musicisti, rivelando effetti positivi sia sulla sfera personale che professionale e supportando l’ipotesi che l’incontro tra queste due popolazioni possa dare luogo a benefici reciproci. 

La consapevolezza dell’impatto della musica su salute e benessere non è ancora adeguatamente diffusa né tra gli operatori socio-sanitari né tra quelli culturali

Se consideriamo l’incremento della popolazione over 65 e dell’aspettativa di vita in molte nazioni, la necessità di favorire il benessere e la partecipazione attiva degli anziani nella società è innegabile, e la nostra ricerca evidenzia la necessità di promuovere collaborazioni tra istituzioni di ambiti socio-sanitari e artistici. Garantire la sostenibilità e la continuità nel tempo di interventi efficaci e sistematicamente monitorati resta una grande sfida, e investire nella ricerca e nella formazione costituisce un passo fondamentale in questo senso. La consapevolezza riguardo all’impatto della musica su salute e benessere non è ancora adeguatamente diffusa né tra gli operatori socio-sanitari né tra quelli culturali. Coinvolgere concretamente gli studenti di queste discipline in progetti collaborativi e offrire loro competenze idonee ad interpretare scenari complessi e monitorare l’impatto del proprio operato potrebbe favorire il moltiplicarsi di buone pratiche basate sulla partecipazione culturale, a vantaggio di tutti gli attori coinvolti. Recenti studi, infatti, suggeriscono che prendere parte ad attività musicali offre benefici anche a infermieri e operatori, in termini di riduzione dello stress e miglioramenti sul piano della motivazione, della comunicazione e dell’empatia.

Promuovere il dialogo tra il mondo sanitario e quello musicale appare dunque estremamente importante. Questa visione trova riscontro in due recenti contributi provenienti dalla Baring Foundation e l’Associazione Europea dei Conservatori, che invitano ad impegnarsi nel favorire l’integrazione di pratiche artistiche nei contesti di cura e a rendere consapevoli i giovani musicisti dell’importante contributo che possono offrire alla società attraverso le loro competenze artistiche.

AGENAS e i numeri del personale del Servizio Sanitario Nazionale

AGENAS pubblica un aggiornamento del documento “Il personale del Servizio Sanitario Nazionale”, un’analisi sul personale del SSN.

L’elaborazione, a cura dell’Agenzia Nazionale per i Servizi Sanitari Regionali, approfondisce vari aspetti relativi alla dotazione del personale del servizio sanitario nazionale: il numero di personale dipendente, la composizione, il tasso di turnover, la media nel decennio 2010-2019 e la “gobba” pensionistica, i dati sulle Scuole di specializzazione in medicina e il numero di Medici e Infermieri emigrati all’estero.

Nel Report è possibile visionare anche il rapporto tra cittadini assistibili e numero di Medici di medicina generale (MMG) per Regione e un’ipotesi di spesa per personale anno 2022.

In generale emerge che nel 2021 il personale dipendente del SSN ammontava a 670.566 unità di cui 68,7% donne e 31,3% uomini. Rispetto al 2020 il personale del 2021 risultava aumentato di 6.097 unità e di 21.223 rispetto al 2019. Nel 2020 il personale dipendente del SSN ammontava a 664.469 unità di cui 68,4% donne e 31,6% uomini. Rispetto al 2019 il personale del 2020 risultava aumentato di 15.126 unità.

AIFA pubblica il Rapporto “L’uso degli antibiotici in Italia – 2021”

Nel 2021 prosegue il trend in riduzione dell’uso di antibiotici in Italia (-3,3% rispetto al 2020), sebbene i consumi si mantengano ancora superiori a quelli di molti Paesi europei.
Nel confronto europeo emerge inoltre in Italia un maggior ricorso ad antibiotici ad ampio spettro, che hanno un impatto più elevato sullo sviluppo delle resistenze antibiotiche. Si conferma un’ampia variabilità regionale nei consumi, con significativi margini di miglioramento dell’appropriatezza prescrittiva soprattutto nelle Regioni del Sud. 

Sono alcuni degli elementi che emergono dal Rapporto “L’uso degli antibiotici in Italia – 2021”, a cura dell’Osservatorio Nazionale sull’Impiego dei Medicinali (OsMed) dell’AIFA, pubblicato sul portale dell’Agenzia.

Nell’analisi sull’uso degli antibiotici in regime di assistenza convenzionata sono inclusi anche dei focus sulla prescrizione nella popolazione pediatrica e negli anziani, sulle prescrizioni di fluorochinoloni in sottogruppi specifici di popolazione e sull’uso degli antibiotici nei pazienti con broncopneumopatia cronica ostruttiva (BPCO).

Il Rapporto prende inoltre in esame l’uso degli antibiotici in ambito ospedaliero, l’acquisto privato di antibiotici di fascia A, il consumo degli antibiotici non sistemici e gli indicatori di appropriatezza prescrittiva nell’ambito della Medicina Generale.

La nuova edizione presenta anche una sezione sulla rete dei laboratori di microbiologia e, in accordo a quanto previsto dal Piano Nazionale di Contrasto dell’Antimicrobico Resistenza (PNCAR) 2022-2025, e una sezione che prende in considerazione l’utilizzo degli antibiotici in ambito veterinario.

Infine, come negli ultimi anni, il Rapporto fornisce una valutazione dell’impatto della pandemia da COVID-19 sul consumo di antibiotici nell’ambito dell’assistenza farmaceutica convenzionata e degli acquisti da parte delle strutture sanitarie pubbliche, che include anche il primo semestre del 2022.

Gli andamenti temporali dei consumi e le importanti differenze nei pattern prescrittivi tra aree geografiche che emergono dai dati del Rapporto evidenziano l’importanza di continuare a monitorare, sia a livello nazionale che regionale o locale, gli indicatori di consumo e di qualità della prescrizione degli antibiotici in Italia, così come raccomandato anche dal nuovo PNCAR 2022-2025.

Highlights

  • Continua il trend in riduzione del consumo di antibiotici in Italia: -3,3% nel 2021 rispetto al 2020
  • Nel 2021 circa 3 cittadini su 10 hanno ricevuto almeno una prescrizione di antibiotici, con una prevalenza che aumenta all’avanzare dell’età, raggiungendo il 50% negli over 85.
  • Nella popolazione pediatrica i maggiori consumi si concentrano nella fascia di età compresa tra 2 e 5 anni, in cui circa 4 bambini su 10 hanno ricevuto nell’anno almeno una prescrizione di antibiotici.
  • Il 76% delle dosi utilizzate è stato erogato dal Servizio Sanitario Nazionale (SSN).
  • Quasi il 90% degli antibiotici rimborsati dal SSN viene erogato sul territorio (in regime di assistenza convenzionata).
  • Più di un quarto dei consumi a livello territoriale (26,3%) corrisponde ad acquisti privati di antibiotici rimborsabili dal SSN (classe A).
  • Le penicilline in associazione agli inibitori delle beta-lattamasi si confermano la classe a maggior consumo (36% dei consumi totali), seguita dai macrolidi e dai fluorochinoloni.
  • Permane un’ampia variabilità regionale nei consumi a carico del SSN, che sono maggiori al Sud rispetto al Nord e al Centro. Nelle regioni del Nord si registrano inoltre le riduzioni maggiori (-6,1%), mentre al Sud sono più contenute (-2,2%).
  • Nelle Regioni del Sud si riscontra una predilezione per l’utilizzo di antibiotici di seconda scelta.
  • Complessivamente i consumi in Italia si mantengono superiori a quelli di molti Paesi europei.
  • L’Italia si conferma uno dei Paesi europei con il maggior ricorso a molecole ad ampio spettro, a maggior impatto sulle resistenze antibiotiche e pertanto considerate di seconda linea, con un trend in peggioramento negli ultimi due anni.
  • L’Italia è anche uno dei Paesi con la minor quota di consumo degli antibiotici del gruppo “Access” (47%), considerati antibiotici di prima scelta, che secondo la WHO dovrebbero costituire almeno il 60% dei consumi totali.
  • In ambito ospedaliero si osserva in particolare un incremento del ricorso all’utilizzo di antibiotici indicati per la terapia di infezioni causate da microrganismi multi-resistenti.
  • Sia i consumi in regime di assistenza convenzionata sia gli acquisti da parte delle strutture sanitarie pubbliche sono aumentati nel primo semestre 2022 rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente.

Clicca qui per consultare la Scheda di sintesi del rapporto

Per approfondire

Quici (CIMO-FESMED): “Bene Schillaci su depenalizzazione responsabilità medica”

“Apprendiamo con favore l’intenzione del Ministro della Salute Orazio Schillaci di depenalizzare la responsabilità medica. Si tratta di un intervento che chiediamo da tempo e che reputiamo essenziale per ridare maggiore serenità ai medici e per ridurre il ricorso alla medicina difensiva”. Così Guido Quici, Presidente del sindacato dei medici Federazione CIMO-FESMED, commenta la dichiarazione rilasciata dal Ministro questa mattina alla stampa in merito all’intenzione di “agire depenalizzando la responsabilità medica, tranne che per il dolo, e mantenendo solo quella civile”.

“Solo in Italia, in Polonia e in Messico l’errore medico rischia di essere sanzionato penalmente. Ora lavorare rapidamente al provvedimento in modo da superare tale singolarità”, conclude Quici.

Per approfondire

Demenze: semplificati i controlli e l’accesso ai farmaci per i pazienti

La SINDEM insieme alle altre società scientifiche nazionali coinvolte nelle tematiche delle demenze e dei disturbi cognitivi  come la SIN (Società Italiana di Neurologia), l’AIP (Ass. It. Psicogeriatria) e SINeG (Soc. It. Neurogeriatria)], e la SIMMG (Società dei Medici di Medicna generale), si è fatta promotrice di un’iniziativa tesa ad aggiornare e semplificare la nota 85, risalente al 2010, per l’accesso alle terapie da parte degli oltre 800mila pazienti italiani affetti da Demenza di Alzheimer e demenze correlate.

L’audizione con l’AIFA svoltasi nel maggio 2022, ha riscosso interesse e l’Agenzia Italiana del Farmaco, dopo aver coinvolto il Tavolo Nazionale Demenze (che include il Ministero della Salute, l’ISS e le Regioni) ha recepito la necessità di modificare i criteri di rimborsabilità di questi farmaci che risalivano al 2010.

Amalia Cecilia Bruni (Presidente SINDEM quando è stata avviata l’iniziativa) e Camillo Marra (attuale presidente SINDEM) sottolineano che le modifiche alla nota 85 non si limitano alla sola modifica della rimborsabilità ma contengono aggiornamenti anche di altri aspetti, precisando che:

Novità di trattamento

Il monitoraggio delle terapie farmacologiche era legato a vecchi criteri di sicurezza (visite a 1, 3 e 6 mesi) che, dopo 20 anni di pratica clinica, sono stati modificati:

  • La nota ora permette un monitoraggio meno rigido e più personalizzato alle esigenze del singolo paziente.
  • La visita di controllo nei casi stabilizzati può essere distanziata anche a un anno, se il caso lo consente, e ciò permette da un lato una riduzione di visite inutili e dall’altro di lasciare liberi spazi per pazienti meno stabili e che necessitano di monitoraggio più stretto.
  • Anche la durata della cura viene svincolata dai rigidi punteggi del MMSE, il test di valutazione cognitiva generale. Alla luce dei numerosi studi che indicano l’efficacia di questi farmaci anche in fasi molto iniziali e molto più gravi di quanto prima limitato dalla precedente nota il farmaco potrà essere prescritto sulla base del giudizio del medico e nell’ambito di una valutazione clinica complessiva.
  • Da ultimo l’osservazione che i farmaci per malattia di Alzheimer (Memantina e inibitori Colinesterasi) si siano dimostrati più efficaci se dati in combinazione ha portato ad un’ulteriore modifica della nota che ora prevede la possibilità di effettuare la prescrizione combinata in politerapia di tali farmaci.

Sanità pubblica: per un italiano su tre sta peggiorando

Per gli italiani la sanità pubblica resta un baluardo, con il 57% che dice di avere fiducia nel Servizio sanitario nazionale, e il 43% d’accordo nel definirlo ancora uno dei migliori al mondo.  In molti, però, non esitano a denunciarne l’attuale situazione di crisi, probabilmente aggravata dall’impatto della pandemia. A lanciare l’allarme è l’ultima ricerca dell’Osservatorio Sanità[1] di UniSalute, che insieme a Nomisma ha interrogato un campione di 1.200 persone riguardo la loro opinione della sanità pubblica, messa a confronto con la sanità privata.

Secondo il sondaggio, un italiano su tre (34%) ritiene che il Servizio sanitario nazionale sia peggiorato rispetto a 5 anni fa; molto più bassa la percentuale di chi lo trova migliorato (13%), mentre il 52% non ha notato un cambiamento né in positivo né in negativo. La valutazione della sanità privata risulta invece più stabile: in questo caso l’opinione di quasi tre italiani su quattro (72%) è rimasta invariata, con una quota leggermente maggiore che la giudica migliorata (17%) rispetto a peggiorata (11%).

Il principale motivo di insoddisfazione, per quanto riguarda la sanità pubblica, sono i tempi di attesa: secondo il 76% si sono allungati, con un 40% che parla addirittura di un “forte aumento”. Il 59% degli intervistati lamenta inoltre un aumento dei costi, e ben due su tre (66%) ritengono insufficiente il numero di medici e infermieri in servizio. Anche nel settore privato, comunque, c’è chi riscontra un allungamento dei tempi (38%), oltre a una crescita dei costi più evidente rispetto al servizio pubblico (72% ha percepito un aumento).

Ma in base a quale criterio, allora, gli italiani scelgono di rivolgersi alla sanità pubblica o a quella privata? In realtà non ci sono sorprese: chi nell’ultimo anno ha effettuato visite o esami in strutture pubbliche, dice di averlo fatto principalmente per il costo ridotto della prestazione (56%), mentre chi si è rivolto a strutture private dà come motivazione soprattutto i tempi di attesa inferiori (72%). Nel complesso, il livello di soddisfazione è più alto per i servizi sanitari privati rispetto a quelli pubblici: nel primo caso si dice soddisfatto delle cure ricevute il 72% degli intervistati, nel secondo solo il 56%.

Questo non vuol dire che gli italiani non credano più nella sanità pubblica, anzi: come detto, la maggioranza (57%) dichiara di avere fiducia nel Servizio sanitario nazionale, e quasi la metà (43%) lo ritiene ancora tra i migliori al mondo. Per ovviare alle lacune evidenziate, il campione intervistato da UniSalute concorda soprattutto su una maggior integrazione tra sanità pubblica e privata (59% è d’accordo) e su un più ampio ricorso a soluzioni tecnologiche per l’assistenza a distanza (55%).

sanità pubblica

[1] Indagine CAWI condotta dall’istituto di ricerca Nomisma a dicembre 2022 su di un campione di 1.200 persone stratificato per età (18-75 anni), sesso ed area geografica con sovracampionamento nelle province di Milano, Torino, Padova, Bologna, Napoli

Per approfondire

Comunicazione pubblica della scienza e fiducia negli scienziati

Italiani e alfabetismo scientifico

Da vent’anni l’Osservatorio scienza Tecnologia e Società di Observa studia l’opinione degli italiani e delle italiane nei confronti della scienza e degli scienziati. Grazie a questa attività di indagine è possibile ricostruire il trend di conoscenza, fruizione dei media e fiducia degli Italiani anche su questioni rilevanti come l’energia, la salute, l’ambiente e tanti altri temi di grande interesse pubblico in cui la scienza e la tecnologia sono implicate.

L’aumentata alfabetizzazione scientifica è dovuta alla crescita del livello di istruzione tra la popolazione italiana

Analizzando il livello di alfabetismo scientifico, di conoscenza cioè di alcuni elementi chiave della conoscenza scientifica, si è notato un incremento rilevante considerando alcuni indicatori utilizzati a livello internazionale per verificare le competenze in materia. Si tratta ovviamente di indicatori semplici e non esaustivi di uno studio accurato sulla conoscenza, ma si può dire che quando questi elementi segnalano una crescente conoscenza essi dimostrano un effettivo miglioramento. Questa aumentata alfabetizzazione scientifica è sicuramente dovuta alla crescita del livello di istruzione tra la popolazione italiana (fig. 1).

Fonte: Annuario Scienza Tecnologia e Società 2023, a cura di G. Pellegrini e A. Rubin, Il Mulino Bologna

Italiani, media e informazione scientifica

L’esposizione degli Italiani ai contenuti mediatici su scienza e tecnologia è variata negli ultimi anni. Sino al 2021 la quota dei fruitori assidui era cresciuta sensibilmente ma, successivamente, sono cambiati i modelli di fruizione. I più giovani e più istruiti sono coloro che si informano maggiormente sui temi scientifici e gli anziani e meno istruiti utilizzano in misura minore i vari canali mediatici (tv, radio, giornali e riviste, social media). Tra i media cosiddetti tradizionali, la televisione rimane il mezzo più utilizzato dagli utilizzatori assidui (fig. 2).

Fonte: Annuario Scienza Tecnologia e Società 2022, a cura di G. Pellegrini e A. Rubin, Il Mulino Bologna

L’uso dei social è cresciuto nel tempo

L’uso dei social è cresciuto nel tempo e, nel 2021, più di metà degli italiani dichiarano di usare qualche volta o spesso Facebook, quasi quattro su dieci YouTube. Cresce sensibilmente l’uso di Instagram (quattro su dieci qualche volta e spesso) e Twitter è utilizzato da tre su dieci (Fig. 3). È cresciuta anche la condivisione di post con una percentuale del 15%, ciò dimostra che i social stanno diventando progressivamente una parte rilevante del consumo mediatico.

Fonte: Annuario Scienza Tecnologia e Società 2022, a cura di G. Pellegrini e A. Rubin, Il Mulino Bologna

Tra gli elementi di maggiore rilevanza si notano le differenze per età e livello di istruzione. L’interesse e l’impegno a seguire un esperto o un’istituzione scientifica nei canali di comunicazione diminuisce all’aumentare dell’età. Questa propensione si aggira attorno al 50% tra i più giovani e più istruiti.

Italiani, pandemia e fiducia nella scienza e negli scienziati

Nel corso dei due anni di pandemia, in modo unico e inedito, si è sviluppato un dibattito con esperti di varie discipline nei principali media. Televisione, radio, giornali, per citare i media tradizionali, hanno dato spazio all’opinione di esperti, in particolare di area medica, che hanno proposto punti di vista, idee e dati di ricerca che potessero essere utili alle varie componenti della società.

Il contributo mediatico degli esperti ha sollevato non poche perplessità tra il pubblico

Questo tipo di contributo mediatico ha sollevato non poche perplessità tra il pubblico che ha sottolineato, secondo di dati dell’Osservatorio Scienza tecnologia e Società di Observa 2022, la scarsa efficacia della comunicazione degli esperti.

Tali perplessità sono dovute sicuramente alle inevitabili contraddizioni e posizioni espresse nel corso di trasmissioni e format mediatici. Questo non ci sorprende perché normalmente nelle comunità scientifiche le controversie e i punti di vista opposti si confrontano normalmente. Ciò non si verifica in modo così intenso nell’ambito dell’arena pubblica.

Inoltre, per quanto riguarda temi molto delicati di salute, il pubblico si aspetta normalmente più certezze che dubbi e, nel caso del Sars-Cov19, questo era pressoché impossibile. Ad oggi non sappiamo molto del Sars-Cov19 ed è quindi inevitabile che i diversi punti di vista popolino l’arena pubblica senza offrire certezze sperate.

L’elemento più importante è il confronto tra il livello di fiducia che generalmente il pubblico ha nei confronti degli scienziati e delle loro istituzioni e la comunicazione degli stessi nell’arena pubblica. Il livello di fiducia nella scienza e negli scienziati è molto alto sia in Italia sia in Germania, un paese con cui ci siamo confrontati in questo ultimo anno nell’ambito dell’Annuario Scienza Tecnologia e Società 2023.

Nel nostro paese si nota un parere negativo nei confronti degli esperti e della loro comunicazione pubblica

In Italia, però, si riscontra un forte divario tra questi due livelli se si considera la comunicazione pubblica. Nel nostro paese, infatti (vedi fig. 4) si nota un parere negativo nei confronti degli esperti e della loro comunicazione pubblica. Ciò è dovuto probabilmente al fatto che molto spesso gli scienziati, quando comunicano nei media tradizionali, vengono attirati e in qualche modo trasformati in personaggi mediatici con il rischio di dover intervenire su questioni che non competono loro e accettando ruoli diversi. Inoltre, da un punto di vista comunicativo, non sembra essere molto utile presentare pareri opposti in luoghi mediatici molto seguiti. Un eccesso di comunicazione e voci diverse creano una certa confusione tra il pubblico.

Fig. 4 Esperti, fiducia e comunicazione pubblica


Fonte: Annuario Scienza Tecnologia e Società 2023, a cura di G. Pellegrini e A. Rubin, Il Mulino Bologna

In Germania non si registra questo dislivello e, in generale l’opinione su come gli esperti medici comunicano è generalmente positiva e in linea con quanto in generale si pensa dei ricercatori. Molto probabilmente l’esposizione mediatica degli esperti è stata più limitata e la loro comunicazione più circoscritta, in genere, sui temi riguardanti gli aspetti epidemiologici e sanitari.

Come si può facilmente notare nella figura 5, il livello di fiducia nei confronti del personale sanitario risulta molto alto nelle varie fasi della pandemia.

Fig. 5 Cittadini tedeschi e fiducia negli esperti scientifici nel corso della pandemia

Negli ultimi anni si è verificata una vera e propria mobilitazione degli scienziati e delle istituzioni di ricerca per intervenire nel dibattito pubblico mediante iniziative di informazione, comunicazione e coinvolgimento dei cittadini. Allo stesso tempo, i cittadini sono sempre più interessati e aperti a conoscere e a intervenire in questioni relative alla scienza e alla tecnologia che li riguardano direttamente. Questo doppio movimento può generare processi di chiarimento e comprensione reciproca, ma a volte anche cortocircuiti comunicativi.

Il tema della fiducia è di cruciale importanza

In questo doppio movimento si nota che il tema della fiducia risulti di cruciale importanza. Se da un lato si riconosce alla scienza e alle istituzioni scientifiche la legittimità e l’autorevolezza di comunicare al grande pubblico i risultati e il valore della ricerca, da un altro lato si richiede una comunicazione corretta e responsabile. Questo tipo di richiesta troverà il favore del pubblico se gli scienziati e gli enti di ricerca sapranno proporre i progressi e i risultati scientifici in modo comprensibile e con dati credibili. Ciò sarà possibile se si eviteranno gli eccessi di spettacolarizzazione e protagonismo individuale e si condurrà un’azione comunicativa costante sui fatti scientifici.

Per approfondire

Così le tecnologie informatiche aiutano i ragazzi con autismo

Il 2 aprile è la Giornata Mondiale della Consapevolezza sull’Autismo (WAAD, World Autism Awareness Day), istituita nel 2007 dall’Assemblea Generale dell’ONU per richiamare l’attenzione di tutti sui diritti delle persone nello spettro autistico. La prevalenza del disturbo è stimata essere attualmente di circa 1 su 54 tra i bambini di 8 anni negli Stati Uniti, 1 su 160 in Danimarca e in Svezia, 1 su 86 in Gran Bretagna. In età adulta i pochi studi effettuati a livello internazionale segnalano una prevalenza di 1 su 100. Concordemente al dato internazionale, in Italia si stima che 1 bambino su 77, nella fascia di età 7-9 anni, presenti un disturbo dello spettro autistico.

Oggi parliamo di un’iniziativa innovativa che mette le tecnologie digitali al servizio dei ragazzi con autismo con Paolo Robutti, presidente dell’associazione Abilitando, che ha l’obiettivo di concorrere a facilitare la vita quotidiana delle persone disabili, arrivando a colmare, anche grazie alla tecnologia, gap fisici e cognitivi.

I ragazzi con autismo hanno una naturale predisposizione per l’apprendimento delle tecnologie informatiche

I ragazzi con autismo hanno una naturale predisposizione per l’apprendimento delle tecnologie informatiche. Il computer crea un contesto per loro ottimale in quanto esclude la mediazione sociale, è prevedibile, sfrutta le abilità visive, non ha sfumature emotive, non giudica, è ripetitivo e neutrale.

Da queste premesse è nato il progetto Autismo e tecnologie informatiche, che ha come obiettivo una didattica inclusiva che possa supportarli nelle loro difficoltà, preparandoli anche a un possibile inserimento nel mondo del lavoro. L’iniziativa, innovativa sul territorio italiano, ha preso il via a febbraio ad Alessandria con la collaborazione di associazione Il Sole Dentro, Abilitando Onlus e Università del Piemonte Orientale. Partner del progetto la sezione locale dell’Associazione italiana assistenza spastici (Aias). Il finanziamento viene dalla fondazione Social e dalla fondazione Cassa di Risparmio di Alessandria.

Dottor Robutti, in che modo le tecnologie possono aiutare le persone con disturbi dello spettro autistico?

La tecnologia digitale può essere di grande aiuto per lo sviluppo cognitivo, linguistico e sociale e può diventare un potente alleato per comunicare, imparare e interagire con nuove modalità. Nel caso specifico dell’autismo, l’uso del computer favorisce lo sviluppo delle abilità visuo-spaziali, dell’attenzione e della reattività e potrebbe essere di grande supporto per superare molte delle difficoltà psico-comportamentali frequentemente riscontrate.

In che consa consiste il vostro progetto?

La fase sperimentale, definita “Progetto Pilota”, della durata di tre mesi (fino a maggio), coinvolge una ventina di ragazzi autistici. La maggior parte ha un’età compresa tra i 15 e 18 anni: è stata individuata perché i soggetti con autismo sono perfettamente integrati, frequentano le scuole superiori e poi in tanti vanno all’università, e la nostra idea è proprio di dare loro una marcia in più, che possa essere utile già nel percorso scolastico e poi nel prosieguo degli studi o per l’inserimento nel mondo del lavoro.

Gli studenti, suddivisi in classi molto piccole (di massimo tre o quattro individui) in base alle loro capacità, seguono due ore di lezione gratuite settimanali all’Università di Alessandria. Le lezioni sono tenute da quattro educatori e quattro tutor che conoscono molto bene i ragazzi, supervisionati e coordinati da un docente del Dipartimento di Scienze e Innovazione Tecnologica dell’Università del Piemonte Orientale (DiSit).

Per gli studenti con particolari capacità si prevede l’insegnamento anche del coding

Per gli studenti con particolari capacità si prevede l’insegnamento anche del coding, ossia della programmazione informatica, e di quelle conoscenze necessarie a un inserimento in ambito lavorativo, dalla navigazione su Internet all’uso della posta elettronica, scrittura di testi e uso dei fogli di calcolo. Ma è solo un inizio: non ci vogliamo fermare qui.

Come procederete?

Oltre a una serie di incontri propedeutici, è previsto un monitoraggio. Si tratta di un progetto pilota, che come tale crescerà insieme all’esperienza. Di certo, il nostro obiettivo è di non fermarsi a un corso di tre mesi l’anno, cercando di strutturarlo e di renderlo fruibile per sette mesi l’anno. Partiamo con 20 studenti, ma vogliamo arrivare a 40 perché siamo stati purtroppo costretti a dire di no a tanti. Ancora, vogliamo arrivare a un percorso più completo: partiamo da 24 ore settimanali ma intendiamo aumentare a 50, sempre con il coinvolgimento delle famiglie e degli insegnanti di sostegno nella più completa condivisione del progetto didattico. Il tutto assolutamente in modo gratuito. Inoltre speriamo di estendere il confronto sul tema anche al di fuori dal contesto cittadino.

Il nostro è un progetto pilota, che ha bisogno di dialogo il più possibile ampio e di altri partner non solo per quanto riguarda i fondi, ma anche le idee e le soluzioni: abbiamo bisogno di persone che ci aiutino a farlo crescere.

In prospettiva, come si potrebbe ulteriormente migliorare un progetto del genere dal vostro punto di vista?

La possibilità di seguire i ragazzi fin dalle scuole primarie significherebbe poter intraprendere un lungo percorso formativo al fine di stimolare al meglio le loro potenzialità. Già oggi sono disponibili e sono usati già in quell’età strumenti come Scratch che stimolano un pensiero computazionale e quindi avvicinano in qualche modo il bambino al mondo dell’informatica.

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