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Dal Bambino Gesù la prima terapia con cellule Car-T efficace contro il neuroblastoma

È stata progettata all’Ospedale Pediatrico Bambino Gesù la prima terapia genica con cellule CAR T in grado di curare – con buona probabilità di successo – le forme più gravi di neuroblastoma, il tumore solido più frequente dell’età pediatrica. Il nuovo trattamento, messo a punto dal team di clinici e ricercatori guidato dal prof. Franco Locatelli, è stato sperimentato su 27 bambini con neuroblastoma recidivato e/o resistente alle terapie convenzionali. La risposta al trattamento ha superato il 60% e la probabilità di sopravvivere senza malattia è significativamente aumentata rispetto all’attesa di vita, purtroppo breve, in assenza di altre cure. I risultati dello studio, realizzato anche grazie ai finanziamenti ricevuti da AIRC, Ministero della Salute, AIFA e Fondazione Italiana per la Lotta al Neuroblastoma, sono stati appena pubblicati sulla prestigiosa rivista di medicina New England Journal of Medicine.  

Il neuroblastoma

Il neuroblastoma è il tumore solido extracranico più frequente dell’età pediatrica e rappresenta circa il 7-10% dei tumori nei bambini tra 0 e 5 anni. In Italia vengono formulate circa 120-130 nuove diagnosi all’anno. Questo tumore ha origine dai neuroblasti, cellule presenti nel sistema nervoso simpatico, e può insorgere in diversi distretti corporei tra cui il più frequente è il surrene. Ancora oggi, il neuroblastoma ha una prognosi significativamente meno buona di altre neoplasie dell’età pediatrica, essendo responsabile dell’11% delle morti per cancro in età pediatrica: nelle forme metastatiche o ad alto rischio di ricaduta la probabilità di guarigione definitiva è del 45-50%; in caso di ricaduta o di malattia refrattaria alle cure convenzionali (chemio e radioterapia), la possibilità di sopravvivere a 2 anni non supera il 5-10%.

Lo studio del Bambino Gesù

La sperimentazione della terapia genica con cellule CAR T dirette contro il neuroblastoma è stata interamente progettata e condotta da medici e ricercatori dell’Ospedale Pediatrico Bambino Gesù coordinati dal prof. Franco Locatelli. Lo studio ha coinvolto l’Officina Farmaceutica, le aree di Oncoematologia, Terapia Cellulare, Terapie Geniche e Trapianto Emopoietico e Diagnostica di Immagini.

Tra il 2018 e il 2021 sono stati arruolati nel trial 27 pazienti provenienti da tutta Italia, di età compresa tra 1 e 25 anni, affetti da neuroblastoma recidivato e/o resistente e già sottoposti a numerosi tentativi di cura, con l’obiettivo di «verificare se la terapia con le cellule CAR T fosse in grado di cambiare la storia naturale della loro malattia» spiega il prof. Franco Locatelli, responsabile dell’area di ricerca e area clinica di Oncoematologia, Terapia Cellulare, Terapie Geniche e Trapianto Emopoietico del Bambino Gesù, nonché Professore Ordinario di Pediatria presso l’Università Cattolica del Sacro Cuore.

Una nuova generazione di Car-T

I pazienti coinvolti nello studio sono stati trattati con l’infusione di cellule CAR T modificate con un costrutto di terza generazione, denominato GD2-CART01, prodotto in laboratorio dai ricercatori dell’Ospedale della Santa Sede partendo dal prelievo di linfociti T autologhi (cioè provenienti dal paziente stesso). Queste cellule del sistema immunitario sono state poi modificate geneticamente per esprimere sulla propria superficie il CAR (Chimeric Antigen Receptor), una molecola sintetica in grado di riconoscere il bersaglio tumorale (nel neuroblastoma è la molecola GD2) e di indirizzare i linfociti T contro le cellule malate. Diversamente dai prodotti CAR T di seconda generazione oggi approvati per l’uso clinico nelle leucemie, linfomi e mieloma, al farmaco progettato dai ricercatori del Bambino Gesù è stato aggiunto, sulla base delle risultanze di un accurato e meticoloso lavoro sperimentale pre-clinico, un secondo dominio costimolatorio, ovvero una combinazione di molecole che accresce l’efficacia e la persistenza dei linfociti T ingegnerizzati. Come ulteriore misura di sicurezza della terapia, infine, è stato inserito il gene suicida (Caspasi 9 Inducibile o iC9) che blocca l’azione dei linfociti T modificati in caso di effetti indesiderati non controllabili con le convenzionali misure farmacologiche.

Le fasi della sperimentazione

La sperimentazione sui 27 pazienti arruolati nello studio è stata condotta in due fasi: nella fase 1 sono state valutate sicurezza e tollerabilità del farmaco secondo un modello di dosi crescenti (in assenza di tossicità) o decrescenti (in caso di tossicità). Le infusioni di CAR T sono partite dalla dose intermedia (la terza di 5) fino ad arrivare alla dose massima non essendo stati riscontrati effetti collaterali rilevanti. Nella fase 2 sono stati valutati efficacia della terapia e tempi di permanenza nell’organismo delle cellule geneticamente modificate.

I risultati: efficacia oltre il 60%

La nuova terapia CAR T per il neuroblastoma recidivo e/o refrattario si è dimostrata sicura ed efficace: al termine dello studio il team di ricercatori del Bambino Gesù ha osservato una risposta al trattamento nel 63% dei pazienti, metà dei quali in remissione completa di malattia. Cresce la probabilità di sopravvivenza fino a 3 anni (60% dei casi) e di sopravvivere senza evidenza di malattia (36%). Inoltre è stata documentata la longevità delle cellule CAR T: persistono nell’organismo del paziente fino a 2-3 anni dall’infusione sostenendo nel tempo l’efficacia terapeutica.

«È la prima volta a livello internazionale che uno studio sull’uso delle CAR T contro i tumori solidi raggiunge risultati così incoraggianti e su una casistica così ampia» sottolinea il prof. Franco Locatelli, coordinatore della sperimentazione. «Finalmente abbiamo un’arma terapeutica in più che può essere impiegata per il trattamento dei bambini che ricevono una diagnosi di neuroblastoma».

Le prospettive future

I risultati della sperimentazione del Bambino Gesù aprono alla possibilità, in prospettiva, di impiego anticipato delle cellule CAR T nella strategia terapeutica dei bambini affetti da neuroblastoma: una cura destinata, dunque, non solo ai pazienti che hanno già fallito diversi tentativi di trattamento, ma anche ai neo-diagnosticati con caratteristiche di alto rischio o per chi abbia fallito una sola linea di terapia. Inoltre, questo studio costituisce una chiara evidenza dell’efficacia delle cellule CAR T anche nei tumori solidi, aprendo possibili scenari di trattamento anche per altri tumori solidi.

Per potenziare ulteriormente l’efficacia dell’immunoterapia CAR T contro il neuroblastoma, inoltre, affermano la prof.ssa Concetta Quintarelli e la dott.ssa Francesca Del Bufalo, «proveremo ad aggredire simultaneamente una popolazione di cellule del sistema immunitario chiamate MDSC (myeloid derived suppressor cells) che inibiscono l’azione antitumorale mediata dai linfociti T. Abbiamo, infatti, evidenza che, tanto più alto è il numero delle MDSC, tanto minore è l’efficacia delle cellule CAR T. È dunque ragionevole ipotizzare che ci sia un beneficio nell’infondere simultaneamente le cellule CAR e nell’impiegare farmaci che eliminino le MDSC».

È attualmente allo studio l’avvio di una sperimentazione estesa ad altri Centri a livello europeo per replicare su scala ancora più larga i risultati del trial del Bambino Gesù sul neuroblastoma. Lo stesso tipo di cellule CAR T dirette contro la molecola target GD2 verrà utilizzato, inoltre, anche in pazienti pediatrici e giovani adulti affetti da vari tipi di tumore cerebrale in una sperimentazione che inizierà a breve.

Commenti allo studio

«I risultati di questo studio – commenta il prof. Franco Locatellirappresentano il coronamento di un progetto, iniziato molti anni fa, mirato a offrire una risposta terapeutica a quei bambini con neuroblastoma che hanno limitate prospettive di guarigione e documentano come il trattamento con cellule CAR T possa cambiare significativamente lo scenario di cura anche nei tumori solidi».

«Oggi restituiamo alla collettività un concreto esempio dell’impatto che la ricerca scientifica d’eccellenza ha sulla cura dei piccoli pazienti oncologici – dichiara il prof. Federico Caligaris Cappio, direttore scientifico di Fondazione AIRCSiamo orgogliosi di avere contribuito a questo importante traguardo raggiunto all’Ospedale Pediatrico Bambino Gesù dal gruppo del professor Franco Locatelli, titolare di un progetto incluso nei programmi speciali AIRC 5 per mille, nati allo scopo di portare il più rapidamente possibile benefici tangibili ai pazienti attraverso la creazione di una rete di centri d’eccellenza dai laboratori ai centri di cura. Un obiettivo ambizioso che Fondazione AIRC può raggiungere grazie alla fiducia di milioni di cittadini che scelgono di dare continuità alla ricerca oncologica con le firme del 5 per mille».

Sara Costa, presidente Associazione Italiana Lotta contro il Neuroblastoma: «Una scommessa iniziata 9 anni fa, nel 2014, per il numero ancora troppo elevato di bimbi affetti da Neuroblastoma e refrattari alle cure e il desiderio bruciante di noi genitori di avere risposte efficaci in tempi brevi. All’epoca la strada della terapia genica in campo pediatrico, per tumori così aggressivi, sembrava lontana. Eppure il progetto di arrivare ad una sperimentazione clinica innovativa mi allargò il cuore, facendoci intravedere una luce all’orizzonte. Oggi, 9 anni dopo, l’emozione di questa giornata è indescrivibile. I risultati sono straordinari, ma dobbiamo proseguire ancora finché tutti i bambini con Neuroblastoma potranno guarire».

«Le cellule CAR T – commenta il prof. Ruggero De Maria, presidente di Alleanza Contro il Cancrostanno rivoluzionando le terapie delle neoplasie ematologiche; questo studio straordinario coordinato dal prof. Locatelli dimostra che le CAR T potrebbero curare efficacemente anche i tumori solidi. È un successo importante a cui ha contribuito anche il programma di Alleanza Contro il Cancro che ha prodotto risultati eccellenti e che spero possa continuare ad essere finanziato come in passato».

«Questi risultati straordinari – afferma il prof. Tiziano Onesti, presidente del Bambino Gesù – confermano ancora una volta quanto sia importante la ricerca per l’Ospedale e soprattutto per le famiglie che a noi si rivolgono. Come ribadì il Santo Padre nell’udienza per i nostri 150 anni: “Non c’è cura senza ricerca. E non c’è futuro, nella medicina, senza ricerca”. «Eppure sappiamo che la ricerca costa – aggiunge il prof. Onesti – e richiede investimenti ingenti, soprattutto la ricerca sulle terapie avanzate, che rappresentano una sfida, anche in termini di sostenibilità, per il sistema sanitario nazionale e per le stesse strutture sanitarie come la nostra. Ma è una sfida che dobbiamo assolutamente vincere, per il bene dei pazienti, e dobbiamo vincerla tutti insieme»

Nas in mense ospedaliere, Cittadinanzattiva: importante alzare l’attenzione

“Un quadro allarmante, che deve servire a riportare l’attenzione su un tema, quello della sicurezza degli ambienti ospedalieri, sul quale abbiamo riscontrato minore attenzione in questi anni in cui siamo stati tutti, per ovvie ragioni, concentrati sulle emergenze legate alla pandemia e a tutti i principali mali della sanità, come liste di attesa e carenza di personale”, così Anna Lisa Mandorino, Segretaria generale di Cittadinanzattiva, commenta l’operazione dei Nas nelle mense sanitarie di varie zone d’Italia, con la quale sono state rilevate irregolarità  in ben un terzo delle strutture (340 su 992 ispezionate) e che ha portato alla chiusura di 7 punti cucina.

Dai dati di Cittadinanzattiva riferibili al 2022, contenuti all’interno del Rapporto civico sulla salute che sarà presentato il prossimo 11 maggio, l’ampio tema della sicurezza delle cure raccoglie circa l’8% delle segnalazioni dei cittadini, e di queste oltre il 16% fa riferimento alle scarse condizioni igienico sanitarie dei locali ospedalieri.

“Occorre mettere in luce come la qualità del cibo e le condizioni di sicurezza ed igiene in cui vengono somministrati i pasti in ospedale, sia un aspetto di primaria importanza perché – come giustamente rilevato nelle stesse Linee Guida del Ministero della salute sulla ristorazione ospedaliera, assistenziale e scolastica – il pasto rappresenta “uno strumento indispensabile nella prevenzione e nella cura delle malattie correlate con un alterato stato di nutrizione sia in ambito ospedaliero/assistenziale, sia in ambito scolastico”. Per questo ringraziamo i Nas per il loro prezioso lavoro che nelle scorse settimane aveva portato purtroppo alla rilevazione di irregolarità anche in un terzo delle mense scolastiche ispezionate e alla chiusura di 9. Accanto al lavoro dei Nas – conclude Mandorino – ci impegneremo a rafforzare misure di monitoraggio costante della qualità e della sicurezza dei pasti serviti in ospedale, con la partecipazione degli utenti, così come avviene nelle scuole con le commissioni mensa”.

Per segnalazioni su sicurezza ed igiene degli ambienti ospedalieri, anche in riferimento ai pasti serviti, Cittadinanzattiva mette a disposizione dei cittadini la mail tutela@cittadinanzattiva.it.

L’esposizione agli ambienti naturali riduce rischio di ricovero per Parkinson

In occasione della Giornata Mondiale della Malattia di Parkinson che si celebrerà martedì 11 aprile, la Società Italiana di Neurologia diffonde i risultati di uno studio USA appena pubblicato su JAMA secondo i quali l’esposizione agli ambienti naturali come foreste, parchi, alberi stradali e fiumi, può ridurre il rischio di ospedalizzazione per malattia di Parkinson.

Tra gennaio 2000 e dicembre 2016 sono stati analizzati oltre 122mila soggetti con età compresa all’ingresso nello studio fra 65 e 74 anni coperti dal sistema di assistenza sanitaria americano MEDICARE (87,6%), metà dei quali con diagnosi di Parkinson.

I dati di ricovero sono stati confrontati con gli indici di vegetazione viva e di acqua (indice NDVI) dell’area di residenza dei pazienti che un apposito algoritmo (R Project for Statistical Computing) ha adeguato in relazione alle diverse stagioni dell’anno.

L’indice NDVI (Normalized Difference Vegetation Index che valuta la percentuale di parco e spazio blu in relazione alla densità di popolazione ≥1000 persone/miglio quadrato) ha mostrato una riduzione di ricoveri ospedalieri per i pazienti con malattia di Parkinson, indicando che alcuni ambienti naturali sono associati a un calo del rischio di ospedalizzazione per tale malattia.

“Finora esistevano dati contrastanti sull’efficacia dell’esposizione ai cosiddetti spazi verdi nel proteggere da diverse condizioni neurologiche – commenta il Prof. Alfredo Berardelli, Presidente della Società Italiana di Neurologia – mentre da numerosi recenti studi è emerso che questi ambienti esercitano una vera e propria azione terapeutica. Una ragione in più per sensibilizzare i responsabili politici a prendere in seria considerazione interventi di protezione degli habitat naturali”. 

La Malattia di Parkinson è una malattia neurologica che colpisce oggi 5 milioni di persone nel mondo, di cui circa 400.000 solo in Italia, e che si manifesta in media intorno ai 60 anni di età. Si stima che questo numero sia destinato ad aumentare nel nostro Paese e che nei prossimi 15 anni saranno 6.000 i nuovi casi ogni anno, di cui la metà colpiti in età lavorativa.

La diagnosi della malattia è essenzialmente clinica e si basa sui sintomi presentati dal paziente. Gli esami strumentali come la risonanza magnetica dell’encefalo possono contribuire a escludere quelle malattie che hanno sintomi analoghi al Parkinson. La conferma della diagnosi può arrivare da esami specifici come la SPECT (Tomografia Computerizzata ad Emissione Singola di Fotoni) . Nelle fasi già iniziali di malattia è possibile ora dimostrare la presenza della alfa-sinucleina, proteina che si accumula in modo abnorme in tale malattia, e che può essere dosata nei liquidi biologici e fra questi anche nella saliva.

Ad oggi non esiste una cura per la malattia di Parkinson, ma sono disponibili numerose terapie che permettono di tenere i sintomi sotto controllo.

La Società Italiana di Neurologia conta tra i suoi soci oltre 3500 specialisti neurologi ed ha lo scopo istituzionale di promuovere in Italia gli studi neurologici, finalizzati allo sviluppo della ricerca scientifica, alla formazione, all’aggiornamento degli specialisti e al miglioramento della qualità professionale nell’assistenza alle persone con malattie del sistema nervoso.

Per approfondire

Contratto medici, CIMO: “Improponibile testo Aran su orario di lavoro”

«Proseguono positivamente, in un clima di collaborazione, i confronti tra Aran e organizzazioni sindacali per il rinnovo del Ccnl 2019-2021 della dirigenza medica, veterinaria e sanitaria. Tuttavia, non ritroviamo nei testi proposti dall’Aran i frutti di tale confronto: la maggior parte delle richieste dei sindacati sulle relazioni sindacali non sono state, per il momento, recepite; mentre, in merito al rapporto di lavoro, la discussione è stata ampia e produttiva, ma aspettiamo di ricevere il testo per capire quante e quali proposte l’Aran sia disponibile ad accogliere», dichiara Guido Quici, Presidente della CIMO, commentando l’andamento della trattativa per il rinnovo del contratto dei medici e dei dirigenti sanitari.

«In ogni caso, l’ultima parte di testo ricevuta, dedicata tra le altre cose all’orario e all’organizzazione del lavoro, è di gran lunga la peggiore – prosegue Quici -. Riteniamo improponibili le principali novità introdotte dall’Aran, poiché peggiorative rispetto al contratto vigente, che la CIMO tra l’altro ha sempre giudicato inaccettabile, tanto da non firmare il pre-accordo».

«Quello dell’orario di lavoro – spiega il Presidente CIMO – è il cuore dei motivi che spingono sempre più medici e dirigenti sanitari ad abbandonare il Servizio sanitario nazionale. E allora non si può pensare di risolvere la carenza di personale coprendo i turni con gli straordinari “programmati”, pagati dunque dai fondi degli stessi medici e non dell’azienda, o di introdurre una formulazione pericolosissima in merito alla pronta disponibilità, che potrebbe indurre le aziende a sentirsi autorizzate ad impiegare lo stesso medico in sedi diverse di una stessa azienda, magari a decine di chilometri di distanza l’una dall’altra; né, d’altro canto, è ipotizzabile vincolare le nuove agevolazioni previste per facilitare la conciliazione dei tempi famiglia-lavoro alle “compatibilità organizzative” delle diverse aziende, quando sappiamo tutti benissimo in quali condizioni di disorganizzazione versano oggi le stesse, a causa della mancata riorganizzazione del lavoro post-pandemia, del mancato adeguamento della rete ospedaliera alle previsioni del DM 70 e alla mancata riorganizzazione dei servizi territoriali».

«Solo il miglioramento delle condizioni di lavoro può frenare la fuga del personale dalla sanità pubblica e rendere il SSN nuovamente attrattivo. E il contratto, in questo senso, rappresenta un’opportunità da non sprecare. Ma se queste sono le premesse – conclude Quici – non arriveremo da nessuna parte».

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Screening neonatali, un investimento prezioso che il SSN non ha ancora compreso

L’Italia, insieme agli Stati Uniti, è il paese dove si effettuano più screening neonatali, test indispensabili per rilevare diverse malattie, tra cui alcune patologie congenite rare. Lo screening andrebbe esteso e dovrebbe essere realizzato in tutte le Regioni, ma non essendoci un’uniformità nazionale, ogni Regione va a velocità diverse, creando disuguaglianze di accesso.

Servirebbe anche un cambio di approccio, per considerare le attività di screening come un investimento e non come costo, perché permettono non solo di diagnosticare le malattie ma anche di attivare per tempo i giusti trattamenti, evitando ospedalizzazioni, visite e altri costi per il Servizio Sanitario Nazionale.

Ne abbiamo parlato con Andrea Pession, direttore dell’unità pediatrica dell’IRCSS Azienda Ospedaliero-Universitaria di Bologna e presidente SIMMESN, Società Italiana per lo studio delle Malattie Metaboliche Ereditarie e lo Screening Neonatale.

ECDC: campagne di vaccinazione autunnali incentrate su anziani e fragili fondamentali per ridurre l’impatto del Covid

Per ridurre l’impatto del COVID-19 e i relativi ricoveri e mortalità, i paesi dovrebbero pianificare un’introduzione continua dei vaccini COVID nel 2023. Gli sforzi dovrebbero concentrarsi sulla protezione degli anziani e di altri gruppi vulnerabili, come quelli con comorbidità sottostanti e il immunocompromessi, indipendentemente dall’età. Queste considerazioni fanno parte dell’ultimo rapporto del Centro europeo per la prevenzione e il controllo delle malattie (ECDC) sulle considerazioni provvisorie di salute pubblica per l’introduzione della vaccinazione COVID-19 nel 2023.

Secondo i dati di sorveglianza dell’ECDC, con ogni nuova ondata di infezione da COVID-19, le persone nelle fasce di età più anziane hanno maggiori probabilità di essere ricoverate in ospedale. I dati suggeriscono una trasmissione persistente di SARS-CoV-2 nei paesi UE/SEE e quindi un rischio continuo di malattia grave per i gruppi vulnerabili.

Sebbene finora non sia emerso un chiaro modello stagionale della circolazione del virus, i dati mostrano che l’impatto della malattia è stato molto più elevato durante il periodo autunno-inverno, corrispondente alla tradizionale stagione influenzale.

In questo contesto, i modelli matematici dettagliati nel rapporto indicano che un programma di vaccinazione dell’autunno 2023 con un’elevata diffusione del vaccino rivolto a persone di età pari o superiore a 60 anni dovrebbe prevenire fino al 32% dei ricoveri correlati a COVID-19 nell’UE/SEE .

Supponendo una diffusione molto elevata del vaccino, la combinazione di un programma di vaccinazione dell’autunno 2023 per le persone di età pari o superiore a 60 anni con una campagna di vaccinazione della primavera 2023 per le persone di età pari o superiore a 80 anni dovrebbe prevenire fino al 44% dei ricoveri correlati a COVID-19.

Nel condurre la modellazione matematica, gli esperti dell’ECDC hanno preso in considerazione le conoscenze raccolte su una serie di fattori, tra cui la diminuzione dell’efficacia del vaccino, i gruppi di età interessati dalla più recente campagna di richiamo del vaccino autunno/inverno 2022/23 e la situazione epidemiologica del 2022.

In definitiva, le decisioni nazionali sulle migliori strategie adatte al contesto epidemiologico locale dovrebbero essere prese dai paesi, tenendo conto del loro contesto specifico, soprattutto considerando la probabile diffusione in una determinata fascia di età per massimizzare l’impatto. Permangono notevoli incertezze sui futuri sviluppi epidemiologici e ciò potrebbe influenzare le decisioni future. 

Per campagne di successo, le autorità sanitarie pubbliche possono prendere in considerazione lo sviluppo di attività di comunicazione mirate incentrate sul raggiungimento di gruppi ad alta priorità attraverso canali e messaggeri affidabili e fornire informazioni chiare su quali gruppi sono raccomandati per la vaccinazione, il tipo di vaccini disponibili e i tempi.

Per approfondire

“Horizon Scanning: scenario dei medicinali in arrivo”. Il Rapporto di AIFA

In Europa, nel corso del 2022, sono stati autorizzati 89 nuovi medicinali, di cui 48 contenenti nuove sostanze attive, 8 biosimilari, 23 equivalenti e 10 tra medicinali ibridi, sostanze attive note e farmaci autorizzati con la procedura del consenso informato.

Gli antineoplastici e immunomodulatori – destinati al trattamento di alcuni tipi di tumori solidi (quali il tumore del polmone, della prostata e del fegato), del sangue (quali mieloma, linfoma e leucemia) e delle malattie autoimmuni – si confermano le categorie più rappresentate (complessivamente il 37,5%) tra i medicinali contenenti nuovi principi attivi autorizzati dall’Agenzia Europea per i Medicinali (EMA). Seguono, in ordine decrescente, gli antinfettivi ad uso sistemico, i farmaci dell’apparato gastrointestinale e metabolismo, del sistema nervoso.

Sono alcune delle informazioni contenute nella 5^ edizione del Rapporto “Horizon Scanning: scenario dei medicinali in arrivo”, pubblicato dall’Agenzia Italiana del Farmaco con lo scopo di fornire informazioni sui nuovi medicinali e sulle nuove terapie, che hanno ricevuto un parere positivo dell’EMA o che potrebbero averlo negli anni successivi. L’analisi, in particolare, si concentra su medicinali contenenti nuove sostanze attive, biosimilari ed equivalenti, per un totale di 79 nuovi medicinali autorizzati.

Nel corso del 2022 EMA ha autorizzato 20 medicinali orfani contenenti nuove sostanze attive, 5 dei quali sono medicinali per terapie avanzate (nello specifico, terapie geniche), e espresso parere positivo su 91 nuove indicazioni di 67 medicinali già autorizzati. Il maggior numero di nuove indicazioni terapeutiche riguarda i farmaci antineoplastici e immunomodulatori, che con 43 nuove indicazioni rappresentano il 47,3% del totale.    

Novantadue sono invece i nuovi medicinali in valutazione presso l’EMA all’inizio del 2023, con parere atteso nel corso dell’anno: 61 sono farmaci contenenti nuove sostanze attive (di cui 28 sono medicinali orfani), 17 sono equivalenti e 14 sono biosimilari. I più numerosi sono gli antineoplastici (25), seguiti dagli immunosoppressori (14) e dai medicinali del sistema nervoso (6).  

Sono in valutazione anche 64 nuove indicazioni terapeutiche (per un totale di 58 medicinali già autorizzati), appartenenti a 9 aree principali: tumori solidi, malattie infettive, malattie autoimmuni e allergie, tumori del sangue, malattie neurologiche, neurometaboliche e sensoriali, cardiovascolari e sindromi metaboliche.

Infine sono 111 i medicinali ammessi al programma PRIME, rivolto ai farmaci promettenti e ad elevato interesse per la salute pubblica, destinati a pazienti con esigenze di cura insoddisfatte, per i quali è previsto supporto precoce allo sviluppo. Si tratta, per la maggior parte, di terapie avanzate e l’area oncologica è la più rappresentata, seguita dalle aree di ematologia-emostasiologia, endocrinologia-ginecologia-metabolismo, neurologia e dai vaccini.

Per approfondire

EMA: nuove funzionalità rafforzano il programma Priority Medicines (PRIME)

L’EMA sta introducendo una serie di nuove funzionalità nel programma PRIority Medicines (PRIME) per rafforzare il suo sostegno allo sviluppo di medicinali in aree con esigenze mediche insoddisfatte. Lo schema PRIME consente una disponibilità anticipata di farmaci che cambiano la vita dei pazienti. Entro la fine del 2022, 26 medicinali che hanno beneficiato del sostegno di PRIME avevano ricevuto una raccomandazione positiva per l’approvazione nell’Unione europea (UE).

L’implementazione delle nuove funzionalità segue una revisione dell’esperienza dei primi cinque anni con il sistema, che ha messo in evidenza alcune opportunità per rafforzarlo ulteriormente.

Per ottimizzare il supporto scientifico e normativo iniziale fornito ai medicinali promettenti, verrà stabilita una tabella di marcia per ogni sviluppo PRIME insieme a un tracker dello sviluppo del prodotto. Entrambi gli strumenti faciliteranno il dialogo continuo tra le autorità di regolamentazione e gli sviluppatori poiché l’avanzamento e gli aspetti critici vengono continuamente monitorati e discussi per essere identificati durante il processo di sviluppo.

A partire da un progetto pilota di 12 mesi fino a marzo 2024, è ora possibile fornire una consulenza scientifica accelerata specifica per gli sviluppi PRIME in caso di problemi con un programma di sviluppo specifico che ha già ricevuto una consulenza iniziale completa. Questa impostazione agile per la consulenza scientifica consentirà di rispondere alle domande dei richiedenti PRIME in un lasso di tempo più breve.

L’ultima novità è rappresentata dagli incontri di preparazione alla presentazione, che si terranno circa un anno prima della presentazione di una domanda di autorizzazione all’immissione in commercio con gli sviluppatori dei farmaci PRIME. Lo scopo di questi incontri è quello di discutere lo stato dello sviluppo, compresa l’attuazione della precedente consulenza normativa, e il pacchetto di dati risultante destinato a supportare la domanda di autorizzazione all’immissione in commercio. I potenziali richiedenti dovrebbero inoltre presentare piani maturi per la generazione di prove post-marketing, a seconda dei casi.

Queste iniziative mirano a facilitare e accelerare la generazione di prove solide e pertinenti per la valutazione di una domanda di autorizzazione all’immissione in commercio, che offrirà ai pazienti un accesso anticipato a trattamenti che possono fare davvero la differenza.

Contesto: l’analisi quinquennale

L’EMA ha pubblicato un rapporto che presenta i risultati dei primi cinque anni di PRIME nel marzo 2022. Ha esaminato come il programma ha aiutato gli sviluppatori a prepararsi per le valutazioni dell’autorizzazione all’immissione in commercio. La relazione ha dimostrato che il programma PRIME ha avuto un impatto positivo sull’autorizzazione di nuovi farmaci a beneficio di pazienti che non dispongono attualmente di opzioni terapeutiche per la loro malattia o che offrono un importante vantaggio terapeutico rispetto ai trattamenti esistenti. Servono ulteriori miglioramenti come l’aumento della flessibilità della fornitura di consulenza scientifica e l’assistenza ai richiedenti per prepararsi meglio alla fase di valutazione dell’autorizzazione all’immissione in commercio.

Intelligenza artificiale in sanità: l’Università di Genova lancia il progetto Mnesys

“Questo progetto intende sviluppare nuovi approcci per le neuroscienze sperimentali e cliniche in una prospettiva di medicina di precisione, personalizzata e predittiva. Con un impatto trasformativo sulla cura delle patologie del sistema nervoso e del comportamento”. Così Antonio Uccelli, professore ordinario di Neurologia, Dipartimento di Neuroscienze, Riabilitazione, Oftalmologia, Genetica e Scienze Materno-infantili (DINOGMI), Università di Genova e Direttore Scientifico, IRCCS Ospedale Policlinico San Martino e coordinatore nazionale del progetto Mnesys (“A multiscale integrated approach to the study of the nervous system in health and disease”). Si tratta di un partenariato esteso (costituito da 25 partner tra università, istituti di ricerca privati, istituti di ricovero e cura a carattere scientifico, imprese) per la tematica “Neuroscienze e Neurofarmacologia”, concepito dall’Università di Genova che ne è il soggetto proponente.

Selezionato con altri 14 progetti dal Ministero dell’Università e della Ricerca, Mnesys è finanziato dall’Unione europea (Next Generation EU) nell’ambito del Pnrr (Missione 4 “Istruzione e ricerca; Componente 2 “Dalla ricerca all’impresa”; Investimento 1.3), con un budget di circa 115 milioni di euro.

Azioni cardine del progetto su neuroscienze e neurofarmacologia

Nel dettaglio, prosegue Uccelli, le azioni previste nell’ambito di Mnesys sono: “Individuare i biomarcatori per la diagnosi precoce e la prognosi delle malattie e la risposta agli interventi di cura. Identificare i bersagli molecolare e cellulari per lo sviluppo di nuovi strumenti farmacologici e di nuove tecnologie a scopo di cura. Mettere a punto i modelli computazionali attraverso l’acquisizione e l’integrazione di dati multi-modali, cioè provenienti da molteplici fonti quali per esempio quelle cliniche, radiologiche, di laboratorio ed elettrofisiologiche”.

Tutto questo con l’obiettivo di disegnare trattamenti “su misura” per le malattie neurologiche e psichiatriche fondati sulla genetica, sul profilo biologico del paziente, sui dati acquisiti dal contesto sociale e dall’ambiente in cui vive.

Calendario alla mano, il Piano nazionale di ripresa e resilienza ha previsto che il progetto debba avere un orizzonte temporale di tre anni e concludersi, come richiesto dalla Ue, entro il 28 febbraio 2026. In questo lasso di tempo sono in agenda controlli periodici mirati sia ad assicurare una veloce verifica dei risultati ottenuti sia a predisporre eventuali azioni correttive utili a raggiungere i risultati previsti. “Ovviamente siamo consci che questo investimento deve rappresentare un’opportunità per generare conoscenze che offrano ricadute concrete e durature, ben oltre i tre anni, tanto sulla salute dei cittadini quanto per il tessuto socio-economico del paese nonché sulla formazione ed educazione delle nuove generazioni”, circostanzia il coordinatore nazionale del progetto.

Mnesys, l’approccio olistico e multidisciplinare alla base

Il paradigma sottostante al progetto prevede l’integrazione di competenze mediche, biologiche, tecnologiche e computazionali

Il paradigma sottostante al progetto prevede l’integrazione di competenze mediche, biologiche, tecnologiche e computazionali, con l’intento ultimo di comprendere a 360 gradi alcuni degli aspetti fondanti del funzionamento del sistema nervoso in condizioni fisiologiche e nell’ambito delle sue patologie più rilevanti dal punto di vista epidemiologico.

In ottica futura di medicina di precisione, personalizzata e predittiva, con un impatto trasformativo sulla cura delle malattie del sistema nervoso e del comportamento. A tal proposito, Uccelli puntualizza che “per raggiungere questo ambizioso obiettivo, Mnesys adotta un approccio multidisciplinare basato su criteri sperimentali complementari che coprono la fenomenologia del sistema nervoso dal molecolare all’organismo in toto, dalle valutazioni cliniche agli approcci farmacologici innovativi e alle tecniche computazionali basate sulla creazione di modelli virtuali dell’individuo, ovvero i gemelli digitali”.

Si tratta di un progetto contraddistinto da due elementi cardine ben precisi, che Sergio Martinoia, professore ordinario di Bioingegneria dell’Università di Genova e coordinatore del Comitato scientifico, esplicita così: “Una è la tecnologia hardware, approntando una sensoristica capace di studiare il funzionamento del cervello, sia in condizioni fisiologiche sia patologiche. L’altra è quella computazionale che, per merito della potenza dei calcolatori di nuova generazione, consentirà all’intelligenza artificiale di fare analisi sofisticate per arrivare in futuro al digital brain twin, consentendo di acquisire evoluti strumenti di simulazione per comprendere le malattie e affrontare meglio la parte terapeutica”.

Il modello hub & spoke sui cui sono stati centrati i partenariati

Nell’ambito di Mnesys, i partenariati sono stati focalizzati secondo un modello “hub and spoke”.

Gli spoke costituiscono aggregazioni di enti di ricerca ed aziende focalizzati su 7 temi principali (Neurosviluppo, cognizione ed interazione sociale; Neuroplasticità e connettività; Omeostasi neurale e interazioni cervello-ambiente; Percezione, movimento e interazioni cervello-corpo; Umore e psicosi; Neurodegenerazioni, trauma e eventi cerebrovascolari; Neuroimmunologia e neuroinfiammazione) in grado di sviluppare progettualità altamente innovative secondo un approccio multidisciplinare e multiscala in cui medici, biologi, ingegneri, matematici e tecnologi lavorano fianco a fianco.

Al contempo, precisa Uccelli, “le principali difficoltà nascono dall’enorme complessità della struttura amministrativa e scientifica, che coinvolge 350 ricercatori appartenenti a 13 università, 8 enti di ricerca e 4 aziende nel campo delle scienze della vita, diffuse su tutto il territorio nazionale e, soprattutto, dai tempi imposti dal Pnrr che richiede un utilizzo ottimale ma assai rapido delle ingenti risorse messe a disposizione”.

Agevolare la transizione digitale integrando metodi con focus diversi

Uno dei principali obiettivi di Next Generation EU è quello di accelerare la transizione digitale.

“Tuttavia, un’esigenza ancora insoddisfatta nella ricerca biomedica italiana è la modesta integrazione tra approcci con focus differenti quali la ricerca fondamentale, quella clinica e le scienze computazionali, anche a causa delle diverse competenze chiave e figure professionali coinvolte”, riprende Uccelli. Tenendo poi a precisare che “la ricerca in queste aree tende a concentrarsi su categorie di malattie basate sulle principali cause del processo patologico e/o sull’organo bersaglio della malattia. In particolare, ciò è vero per le malattie neurologiche e psichiatriche. Tuttavia, è probabile che fattori fisiopatologici simili, in altre parole i diversi fattori eziologici, si manifestino in diverse malattie complesse ed eterogenee, dando luogo a manifestazioni cliniche diverse a causa della concomitanza di altre componenti sia intrinseche (ad esempio, sviluppo del sistema nervoso, fattori genetici/molecolari) sia estrinseche (ambientali, sociali) e di comorbidità, ovvero di malattie concomitanti”.

L’OMS compie 75 anni e auspica equità nelle cure

Il 7 aprile 2023, l’Organizzazione mondiale della sanità (OMS) celebrerà il 75° anniversario della fondazione insieme ai suoi 194 Stati membri e agli altri partner, chiedendo un rinnovato impegno per l’equità.

Settantacinque anni fa, all’indomani della guerra più mortale e distruttiva della storia umana, entrò in vigore la Costituzione dell’Organizzazione Mondiale della Sanità: un trattato tra le nazioni del mondo, che riconoscevano che la salute non era solo un bene umano fondamentale giusto, ma anche fondamentale per la pace e la sicurezza.

Negli ultimi sette decenni e mezzo, sono stati compiuti progressi straordinari nella protezione delle persone dalle malattie e dalla distruzione, tra cui l’eradicazione del vaiolo, la riduzione dell’incidenza della poliomielite del 99%, il salvataggio di milioni di vite attraverso l’immunizzazione infantile, il calo della mortalità materna e il miglioramento della salute e benessere per milioni di altri.

“La storia dell’OMS dimostra ciò che è possibile quando le nazioni si uniscono per uno scopo comune”, ha affermato il dottor Tedros Adhanom Ghebreyesus, direttore generale dell’OMS. “Abbiamo molto di cui essere orgogliosi, ma molto lavoro da fare per realizzare la nostra visione fondante del più alto standard di salute raggiungibile per tutte le persone. Continuiamo ad affrontare vaste disuguaglianze nell’accesso ai servizi sanitari, gravi lacune nelle difese mondiali contro le emergenze sanitarie e le minacce derivanti dai prodotti dannosi per la salute e dalla crisi climatica. Possiamo affrontare queste sfide globali solo con una cooperazione globale”.

Per far fronte a queste sfide, l’OMS sta esortando i paesi a intraprendere azioni urgenti per proteggere, sostenere ed espandere la forza lavoro sanitaria come priorità strategica. Gli investimenti nell’istruzione, nelle competenze e nei posti di lavoro dignitosi per la salute devono avere la priorità per soddisfare la domanda in rapida crescita di salute ed evitare una prevista carenza di 10 milioni di operatori sanitari entro il 2030; principalmente nei paesi a basso e medio reddito.

Recentemente l’OMS ha anche annunciato un programma di educazione globale sulle cure di emergenza di base rivolto al 25% di infermieri e ostetriche di 25 paesi a basso e medio reddito entro la fine del 2025. Questo programma di assistenza fornirà a infermieri e ostetriche le capacità e le competenze per fare la differenza nel salvare vite umane e ridurre le disabilità.

Guardando avanti ai prossimi 75 anni e verso la fine del prossimo secolo, un rinnovato impegno per l’equità sanitaria sarà la chiave per affrontare le future sfide sanitarie. All’ombra della pandemia di COVID-19, la tabella di marcia dell’OMS per la ripresa include un urgente cambio di paradigma verso la promozione della salute e del benessere e la prevenzione delle malattie, affrontando le sue cause profonde e creando le condizioni affinché la salute possa prosperare. L’OMS esorta i paesi a fornire assistenza sanitaria dando la priorità all’assistenza sanitaria di base come fondamento della copertura sanitaria universale.

La pandemia di COVID-19 ha dimostrato che proteggere la salute è fondamentale per le nostre economie, società, per la sicurezza e la stabilità. Imparando dalla peggiore pandemia della storia recente, l’OMS è pronta a sostenere i paesi del mondo mentre negoziano un accordo pandemico, la revisione del regolamento sanitario internazionale e altre iniziative finanziarie, di governance e operative per preparare il mondo a future pandemie.

Negli ultimi cinque anni, l’OMS ha investito nella scienza e nella salute digitale, creando una divisione scientifica guidata dal primo scienziato capo dell’Organizzazione. Ciò è avvenuto in un momento in cui la scienza è costantemente sotto attacco ogni giorno. I paesi devono proteggere il pubblico dalla cattiva informazione e dalla disinformazione. Il futuro della salute dipende da quanto bene alimentiamo la salute attraverso la scienza, la ricerca, l’innovazione, i dati, le tecnologie digitali e le partnership.

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