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Disability Pride Torino: il 15 aprile la parata dell’orgoglio disabile

È tutto pronto per la prima edizione del Disability Pride Torino: la parata dell’orgoglio disabile si svolgerà sabato 15 aprile. L’evento, promosso dalla Cellula di Torino dell’Associazione Luca Coscioni in collaborazione con altre 17 realtà del territorio tra organizzazioni del terzo settore e startup, ha l’obiettivo di promuovere una vera e propria rivoluzione culturale in grado di cambiare le percezioni collettive sulla disabilità attraverso la sensibilizzazione di istituzioni, imprese e cittadinanza. Per sostenere l’iniziativa è ancora attiva una campagna di crowdfunding disponibile sulla piattaforma GoFundMe.

Il percorso del Disability Pride Torino

La manifestazione si snoderà per le vie del centro storico toccando le principali piazze auliche, con ritrovo alle ore 14 in Piazza Carlo Felice angolo Via Roma e partenza fissata per le 14.30. Il corteo percorrerà Via Roma, Piazza CLN, Piazza San Carlo e di nuovo Via Roma per concludersi in Piazza Castello intorno alle 16, con interventi dal palco a cura di alcuni rappresentanti delle organizzazioni promotrici e delle istituzioni patrocinanti.

Il manifesto del Disability Pride Torino

In occasione della prima edizione del Disability Pride Torino, le organizzazioni promotrici hanno redatto un manifesto collettivo contenente alcune rivendicazioni su tematiche molto importanti legate alla disabilità: si tratta di cura e assistenza, barriere architettoniche, barriere digitali, barriere culturali, mobilità e accessibilità, cittadinanza attiva, universal design, lavoro e istruzione. Il documento integrale verrà messo a disposizione di istituzioni, imprese e cittadini in formato digitale: «L’organizzazione del primo Disability Pride di Torino – dichiara la Coordinatrice Miriam Abateha portato alla creazione di un coordinamento di oltre 15 associazioni e startup, con le quali certamente il lavoro proseguirà anche dopo la manifestazione. Sulla base di quanto presente nel Manifesto dell’evento redatto nel corso dei mesi, speriamo di poter proseguire il dialogo con le istituzioni, al fine di cominciare un lavoro che possa portare a dei reali cambiamenti. L’invito a partecipare alla parata di sabato, che sarà volutamente colorata, rumorosa e circondata da un’atmosfera di festa, è rivolto non solo alle persone disabili e neurodivergenti o a chi fa parte della loro rete, ma a tutta la cittadinanza. In particolare, a chi crede in un mondo dove tutti e tutte possano far valere i propri diritti e godere di pari opportunità e pari dignità».

Cosa sono i Disability Pride?

I Disability Pride nascono negli Stati Uniti all’inizio degli anni ’90 su ispirazione dei movimenti per i diritti delle persone disabili, principali protagonisti di una presa di coscienza rispetto all’importanza di farsi portavoce delle proprie istanze senza alcun tipo di intermediazione. I Pride rappresentano un percorso verso una piena autodeterminazione, una piena partecipazione alla vita sociale, politica, culturale ed economica e verso l’eliminazione di ogni forma di discriminazione.

Il fine ultimo è quello di abbattere tutte le barriere che ostacolano il raggiungimento di questi obiettivi a causa della condizione di svantaggio generata dalla società. Questa situazione, riassunta dal concetto di abilismo, si crea come conseguenza della non conformità delle caratteristichefisico-motorie, intellettive, sensoriali e di neurodivergenza rispetto alle definizioni di abilità e norma socialmente accettate dalla maggioranza della popolazione.

I Disability Pride in Italia

In Italia, i Disability Pride vengono organizzati dal Disability Pride Network, rete nazionale informale composta da singoli cittadini e organizzazioni creata dall’attivista Carmelo Comisi.  La prima edizione si svolse nel 2015 in diversi comuni della provincia di Ragusa con il nome di Handy Pride, per poi assumere la denominazione attuale e spostarsi a Palermo l’anno seguente e successivamente a Napoli e infine a Roma. Nel 2022, l’evento si è svolto in tre location diverse: ancora a Roma, Milano e Bologna con lo slogan“Corpi differenti, menti divergenti, stessi desideri”.

Associazioni organizzatrici del Disability Pride Torino: Associazione Luca Coscioni – Cellula Torino, APRI Associazione Pro Retinopatici e Ipovedenti, UICI Unione Italiana Ciechi e Ipovedenti Torino, AIAS Associazione Italiana Assistenza Spastici Torino, Associazione Volonwrite, Associazione CONteSTO, Associazione ZeroTre, Collettivo Mai Ultimi UNITO, Oltranza Festival e Abbatti le Barriere. Startup organizzatrici: AccessiWay, WeGlad, WillEasy, Travelin, Cityfriend, Iocivado e Novis Games. Sponsor: Associazione Luca Coscioni, Accessiway, Exclusive Networks. Enti patrocinanti: Città di Torino, Città Metropolitana di Torino, Università degli Studi di Torino, Politecnico di Torino.

Payback dispositivi medici: il pagamento slitta al 30 giugno

Con il provvedimento del TAR del Lazio, il pagamento del payback slitta da fine aprile a fine giugno. Si legge nel documento:

Avuto riguardo al tenore testuale e alla ratio dell’art. 8 del D.L. n. 34/2023 si ritiene che la predetta norma debba essere interpretata nel senso che, fino all’indicata data del 30.6.2023, le aziende fornitrici di dispositivi medici che abbiano proposto ricorso possano rinunciare ai giudizi intrapresi, usufruendo in tal modo della norma di favore che consente il pagamento di un importo ridotto rispetto a quanto originariamente richiesto, con la conseguenza che, fino all’indicata data, l’amministrazione non può pretendere da parte delle aziende del settore il pagamento di quanto dovuto, sia questo l’importo originariamente richiesto oppure l’importo ridotto previsto dalla norma di cui sopra. D’altronde il richiamato comma 3, nella parte in cui, al secondo periodo, si riferisce alle aziende che non rinunciano al contenzioso attivato, disponendo che “resta fermo l’obbligo del versamento della quota integrale a loro carico, come determinata dai richiamati provvedimenti regionali o provinciali” non specifica il relativo termine di adempimento, non potendosi, pertanto, se non fare riferimento all’indicata data del 30.6.2023.

Per approfondire

APP ENPAM per medici di famiglia e pediatri. FIMMG Formazione: sia estesa ai colleghi in formazione

Nelle score settimane è stata resa operativa l’Anticipo della Prestazione Previdenziale, uno strumento previsto dal vigente Accordo Collettivo Nazionale e messo a disposizione dall’ENPAM per permettere ai medici di famiglia e pediatri di libera scelta prossimi alla pensione di ridurre l’impegno lavorativo fino al 70%, conservando il compenso da convenzionato per l’attività che si continuerà a svolgere e ricevendo una pensione per la restante parte, che verrà invece svolta da un giovane medico che si farà carico dell’attività lasciata scoperta, percependo la relativa retribuzione e ottenendo subito una convenzione a tempo indeterminato.

Questa opzione, inizialmente pensata per incentivare il ricambio generazionale negli studi medici, rappresenta oggi uno strumento concreto per fronteggiare la carenza di nuovi medici ma anche per rendere più sostenibile l’ingresso nella professione da parte dei giovani colleghi, che oggi avviene in modo sempre più rapido e con un carico assistenziale importante già dal primo giorno di convenzione, ma senza la garanzia di ottenere gli incentivi per organizzarsi in rete o in gruppo con altri colleghi o per assumere collaboratori di studio e personale infermieristico.

“L’APP rappresenta un’opportunità per i giovani colleghi e colleghe che avrebbero così la possibilità di entrare nella professione affiancati e con gradualità, senza il timore di ritrovarsi improvvisamente da soli con mille assistiti e di non riuscire a organizzarsi in caso di malattia improvvisa o per il congedo di maternità.” Commenta Erika Schembri, Segretaria Nazionale della FIMMG Formazione. “Penso alle tante giovani colleghe che affrontano la maternità con la paura di non trovare un sostituto o ai tanti giovani colleghi che continuano a lavorare senza riuscire ad assentarsi per il congedo di paternità. Purtroppo, – continua Schembri, – questa opzione al momento esclude i medici in formazione specifica in medicina generale e i medici neodiplomati, essendo vincolata alla graduatoria regionale nella quale essi non sono ancora inclusi, sebbene possano poi partecipare all’assegnazione delle carenze residue.”

“Stiamo tuttavia lavorando affinché questa possibilità venga estesa a tutti, permettendo anche ai medici iscritti al Corso di Formazione Specifica di entrare nella professione in modo graduale, sostenibile e tutorato” conclude Schembri.

Per approfondire

Funghi medicinali: servono maggiori controlli

La prima indagine sulla qualità dei funghi medicinali commercializzati in Italia ha rivelato delle criticità sui micoterapici venduti sotto forma di integratori. La notizia arriva da uno studio pubblicato su Nutrients, una delle riviste scientifiche al più importati del settore nutrizione e dietetica, e condotto dalle università di Pisa, Bari, Bologna, Palermo e Torino insieme all’Azienda ospedaliera-universitaria pisana.

La ricerca, condotta nell’arco di un biennio con le più aggiornate tecnologie analitiche, ha posto in luce diverse importanti non conformità nei 19 prodotti analizzati. Alcuni preparati infatti contenevano una specie fungina diversa da quella indicata in etichetta; altri erano contaminati da micotossine con livelli superiori a quelli di legge; in altri casi, micoterapici della stessa tipologia hanno rivelato una concentrazione di principi attivi molto diversa, compromettendo l’efficacia terapeutica dei prodotti.

“La maggior parte dei problemi riscontrati sono riconducibili al fatto che la coltivazione industriale di questi funghi con proprietà farmacologiche avviene in aree geografiche, come ad esempio la Cina, ancora caratterizzate da basso livello di qualità nei processi manifatturieri – spiega la professoressa Cristina Nali dell’Università di Pisa – e tuttavia anche il controllo esercitato dagli importatori europei non appare del tutto efficace”.

“In definitiva – continua Nali – la nostra ricerca ha messo in evidenza la necessità di una regolamentazione internazionale aggiornata e condivisa tra comunità scientifica ed enti di controllo, basata anche su opportuni programmi di monitoraggio della qualità dei materiali reperibili sul mercato. Il tutto al fine di proteggere la salute del consumatore e dare vita a forme di commercio strettamente vigilate”.

E sempre su questo tema nel novembre 2022 si è svolto all’Università di Pisa il Congresso della Società Italiana Funghi Medicinali, l’associazione scientifica costituita da studiosi interessati a promuovere, appunto, la conoscenza, la ricerca e la diffusione dei funghi medicinali, dei loro effetti sulla salute dell’uomo e le applicazioni in campo medico.

“È stato un fertile momento di confronto, dal quale sono emerse alcune priorità, a cominciare dalla esigenza di assicurare un costante e serio monitoraggio della qualità dei formulati micoterapici – conclude Nali – Infatti, la presenza di contaminanti, come metalli pesanti e micotossine, oppure biologici, come microorganismi patogeni, nonché la mancanza di informazioni in merito alla purezza genetica del materiale presente nei formulati commerciali sono tutti fattori preoccupanti connessi con il fatto che la produzione industriale dei microfunghi è concentrata in regioni orientali carenti dal punto di vista della qualità manifatturiera”.

Il gruppo di lavoro che ha realizzato lo studio pubblicato su Nutrients è composto da Samuele Risoli, Cristina Nali e Sabrina Sarrocco, del Dipartimento di Scienze Agrarie, Alimentari e Agro-ambientali e del Centro Nutrafood dell’Università di Pisa; Arrigo Francesco Giuseppe Cicero, Dipartimento di Scienze Mediche e Chirurgiche, Alma Mater Studiorum Università di Bologna; Alessandro Colletti, Dipartimento di Scienze e Tecnologie del Farmaco, Università degli Studi di Torino; Filippo Bosco, Azienda Ospedaliera Universitaria Pisana; Giuseppe Venturella, Dipartimento Scienze Agrarie, Alimentari e Forestali, Università degli Studi di Palermo; Agata Gadaleta, Maria Letizia Gargano e Ilaria Marcotulli, Dipartimento di Scienze del Suolo, della Pianta e degli Alimenti, Università degli Studi di Bari.

Protocollo di intesa FNOPI-CERSI e Università di Dublino per lo sviluppo della professione

Protocollo d’intesa tra FNOPI-CERSI, il Centro di Eccellenza per la Ricerca e lo Sviluppo dell’Infermieristica istituito dalla Federazione e RCSI University of Medicine and Health Sciences di Dublino, per promuovere la ricerca infermieristica anche a livello internazionale e tutte le iniziative a essa legate.

Il protocollo parte dalla necessità individuata da entrambi le parti di promuovere assieme la ricerca, la formazione, lo sviluppo professionale e l’aggiornamento scientifico in campo infermieristico, anche attraverso indagini interdisciplinari, per sviluppare la qualità delle cure fornite ai cittadini e migliorare la percezione del pubblico nei confronti della professione infermieristica.

Altro obiettivo è stimolare lo sviluppo delle competenze e delle prestazioni dei singoli professionisti e dei team di ricerca impegnati a fornire le evidenze scientifiche per una pratica clinica sicura ed efficace.

Le iniziative congiunte contribuiranno ad ampliare la ricerca infermieristica verso l’indagine interdisciplinare, per sviluppare la qualità dell’assistenza fornita e per far avanzare la percezione pubblica della professione infermieristica.

Per raggiungere questi obiettivi, l’accordo prevede di:

  • creare e implementare progetti di ricerca congiunti multicentrici e su siti multipli;
  • sviluppare e rafforzare progetti di ricerca tra partner nazionali e internazionali;
  • implementare i risultati e le iniziative di ricerca incentrate sulle politiche per lo sviluppo dell’assistenza infermieristica;
  • guidare il cambiamento attraverso pratiche basate sull’evidenza;
  • tradurre i risultati della ricerca in pratiche basate sull’evidenza, diffondendo i risultati della stessa per un’assistenza sanitaria di qualità che tuteli la sicurezza del paziente;
  • promuovere la salute e il benessere nelle comunità attraverso la ricerca.

Per farlo, FNOPI-CERSI e RCSI si impegnano a garantire una fattiva collaborazione perché il protocollo sia divulgato e conosciuto a livelli sovranazionali, e territoriali, promuovendo l’iniziativa e garantendo un’adeguata comunicazione attraverso i canali mediatici a disposizione.

E naturalmente, il tutto grazie a una continua e costante collaborazione tra i rispettivi gruppi di lavoro, necessaria per la realizzazione ottimale delle rispettive attività.

Il nostro compitoha dichiarato Loredana  Sasso,  direttore scientifico del CERSI, presieduto dalla presidente FNOPI, Barbara Mangiacavalli è quello di svolgere un ruolo chiave nella politica e nella ricerca in termini di costruzione di ‘meta capacità’, fungendo da collettore delle massime conoscenze e dei migliori esperti nel campo specifico dell’infermieristica e la sua risorsa e la forza strategica sono lo sviluppo e la condivisione del sapere attraverso studi e ricerche e le collaborazioni a livello locale e internazionale”.

Grazie alla ricerca infermieristica e al suo sviluppo anche a livello internazionaleha detto Barbara Mangiacavalli –  mettiamo a disposizione del Paese le nostre competenze più avanzate, maturate in anni di formazione e ricerca universitaria sugli ambiti strategici per la società contemporanea: invecchiamento della popolazione, gestione delle cronicità, qualità della vita dei più fragili, partendo dal primo luogo di cura e assistenza che è il domicilio delle persone. per potenziare la ricerca infermieristica, migliorando anche la cooperazione tra università, ospedali e territorio e offrendo cure infermieristiche a pazienti e famiglie coerenti con le migliori evidenze disponibili, migliorando gli esiti sui pazienti”.

Una partnership di questo tipoha commentato Thomas Kearns, direttore esecutivo RCSImira a massimizzare la risposta infermieristica alle sfide attuali ed emergenti dei servizi sanitari. Fornisce un modello per supportare lo sviluppo avanzato della pratica dei nostri laureati, che aiuterà a costruire una massa critica di infermieri che lavorano ai più alti livelli e con la massima qualità. Questa è la leadership richiesta a livello locale e internazionale per raggiungere gli obiettivi dell’agenda della salute attraverso l’ampliamento del ruolo e della responsabilità degli infermieri”.

Indoor tracking in ambito ospedaliero: i vantaggi di monitorare pazienti chirurgici e attrezzature

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“Le moderne strutture ospedaliere sono dotate di reti cablate di alta qualità e l’evoluzione tecnologica offre soluzioni software e hardware di asset tracking a costi limitati. La tecnologia BLE, che sfrutta un sistema Bluetooth con basse emissioni simile a quello installato sui nostri smartphone, consente di riconoscere un tag associato a un oggetto/soggetto in movimento. Il localizzatore oggi può dirci in quale punto dell’ospedale si trova un paziente oppure un apparecchio elettromedicale”. Parla così Antonio Fumagalli, Direttore dei Sistemi informativi ICT dell’ASST Papa Giovanni XXIII di Bergamo, riferendosi al sistema innovativo di indoor tracking in ambito ospedaliero che è entrato in funzione all’interno della struttura lombarda.

Le moderne strutture ospedaliere sono dotate di reti cablate di alta qualità e l’evoluzione tecnologica offre soluzioni software e hardware di asset tracking a costi limitati

Una soluzione che consente il monitoraggio in real-time degli ingressi e delle uscite dei pazienti lungo il percorso reparto-blocco operatorio nonché degli spostamenti intraospedalieri delle principali attrezzature elettromedicali ed informatiche mobili.

All’atto pratico, specifici braccialetti vengono allacciati al polso del paziente ricoverato, in reparto oppure in terapia intensiva, al momento del trasferimento in sala operatoria (il primo tracciamento ad essere stato attivato, a fine 2022, ha riguardato proprio le sale operatorie).

Il paziente, dunque, risulta tracciato in automatico lungo l’intero tragitto intraospedaliero per merito di una nuova rete di antenne cablate. Nel settembre scorso, ha preso il via l’apposizione di uno speciale “bottone” su circa 3.000 attrezzature (elettrocardiografi, ecografi e sonde, pompe a siringa, defibrillatori, elettrobisturi, cardiostimolatori esterni, carrelli per la cartella clinica elettronica informatizzata) e la rete di antenne di rilevazione è stata estesa a ogni reparto ed ambulatorio.

Ma Fumagalli già guarda oltre, ritenendo che a breve reti come questa consentiranno la navigazione indoor, sul modello di quella che siamo abituati ad utilizzare per gli spostamenti su strada, orientando il paziente nell’individuare l’ambulatorio per la visita prenotata oppure teleguidando il visitatore fino al letto di degenza del parente ricoverato all’interno di una grande struttura sanitaria. Realtà importanti proprio come l’Ospedale Papa Giovanni XXIII.

Mediante lo smartphone e una specifica app, che sfrutta le antenne già posizionate in ospedale, i pazienti possono essere indirizzati e condotti verso il luogo di cura navigando sulla mappa dell’ospedale

“Molte volte orientarsi in grandi ospedali come il nostro diventa difficile nonostante l’ampia segnaletica e la presenza di appositi punti informativi. Mediante lo smartphone e una specifica app, che sfrutta le antenne già posizionate in ospedale, i pazienti possono essere indirizzati e condotti verso il luogo di cura navigando sulla mappa dell’ospedale analogamente a quanto avviene quando ci muoviamo per strada. All’indicazione visuale del percorso sarà inoltre possibile offrire ulteriori servizi informativi al cittadino per una migliore accoglienza”, evidenzia.

Tracciamento intelligente indoor: decisiva la pianificazione aziendale

Oltre ai servizi ospedalieri dell’Ospedale Papa Giovanni XXIII e dell’Ospedale Civile di San Giovanni Bianco, l’Azienda Socio Sanitaria Territoriale Papa Giovanni XXIII ha la responsabilità di organizzare e gestire anche le prestazioni prima fornite al cittadino dalle ex-Aziende sanitarie locali.

A maggior ragione, è facile comprendere come implementare nella struttura – che conta 4.600 operatori tra medici e dirigenti sanitari (806 unità), dirigenti tecnici e amministrativi (24), personale del comparto sanitario (2.667) e personale comparto tecnico e amministrativo (856) – un sistema di tracciamento real-time indoor abbia richiesto una mole di lavoro non indifferente.

“Per portare a termine un progetto come questo – interviene Maddalena Branchi, Direttore dell’Ingegneria clinica dell’ASST Papa Giovanni XXIII – è necessario un grande lavoro di squadra tra le parti tecniche e le parti cliniche. È una novità nel nostro campo che deve essere ben calibrata per non creare troppe aspettative e neppure essere sovradimensionata, ottimizzando le risorse sempre limitate. Meglio iniziare con un progetto di base, conoscerne i limiti e poi svilupparne le potenzialità”.

Per realizzare un progetto come questo è stato necessario un grande lavoro di squadra tra le parti tecniche e le parti cliniche

L’impegno profuso è stato, in particolare, di “tempo uomo”. Ovvero, riprende Branchi, “identificare dove mettere le antenne simulando il campo di ciascuna, ma anche trovare le giuste soluzioni per i sistemi da usare per il tracciamento ha comportato un’analisi del mercato che è durata qualche mese. La mappatura delle apparecchiature, che deve essere fatta manualmente per associare il numero del dispositivo di tracciamento al rispettivo numero di inventario, è stata effettuata da quattro persone e ha richiesto tre mesi di lavoro”.

I vantaggi delle tecnologie di indoor tracking negli ospedali

Nello scorso anno gli interventi chirurgici svolti all’ospedale di Bergamo sono stati oltre 37.000. Oggi su monitor è possibile controllare in modo automatico i tempi di utilizzo delle sale, quelli necessari per il trasferimento dai reparti di degenza e dalle terapie intensive verso i blocchi operatori (e viceversa).

Implementato dai Sistemi Informativi – ICT dell’Ospedale, il progetto è stato curato da Silvia Scetti, medico dell’Unità Gestione Operativa, in staff alla Direzione del Papa Giovanni XXIII, che illustra: “La digitalizzazione dei processi offre l’opportunità di ottimizzare la gestione e i tempi del blocco operatorio, di individuare eventuali criticità e di ridurre gli sprechi”.

La digitalizzazione dei processi offre l’opportunità di ottimizzare la gestione e i tempi del blocco operatorio, di individuare eventuali criticità e di ridurre gli sprechi

Sottolinea Branchi: “Il nuovo sistema di localizzazione digitale real-time della dotazione tecnologica è stato introdotto per offrire maggiore sicurezza clinica al paziente. Attualmente in qualsivoglia istante e in tempi brevi possiamo recuperare le apparecchiature che occorrono per erogare le prestazioni anche in urgenza. La gestione centralizzata delle informazioni è un fattore basilare in un’azienda complessa come la nostra, che vive di turnazione continua di professionisti, con urgenze 24 ore su 24”.

Mappatura digitale all’interno di un ospedale: possono emergere anche delle criticità? Su questo fronte, Branchi e Fumagalli tengono a precisare che “essendo sistemi fondati su una tecnologia Bluetooth, risulta rilevante verificare che non si creino interferenze con altri sistemi clinici: la rete Wi-Fi che trasmette le immagini cliniche all’interno dell’ospedale, possibili interferenze magnetiche che alterino il funzionamento delle apparecchiature elettromedicali”. Fatto salvo ciò, l’unico “svantaggio” di questi sistemi è rappresentato dal costo di gestione.

Sia i braccialetti usati per i pazienti sia i sistemi di localizzazione delle apparecchiature hanno una durata oltre la quale devono essere sostituiti o almeno si devono ripristinare le batterie. I costi non sono molto alti, ma resta la necessità, almeno per quanto riguarda le apparecchiature, di andare fisicamente ad effettuare l’operazione su ciascuna di esse”, chiariscono entrambi.

Ottimizzare la gestione di processi strategici dell’ospedale

Quella dell’ospedale di Bergamo risulta essere una delle più vaste e capillari operazioni di indoor tracking sulle forniture elettromedicali realizzate a livello nazionale. Con una serie di benefici che vanno oltre quelli sopraelencati. Il digitale, infatti, assicura anche una gestione del bilancio più aderente ai vincoli di certificazione, apre all’opportunità di gestire in modo più efficiente determinati processi in outsourcing sulle attrezzature elettromedicali (come è il caso della manutenzione).

Il digitale assicura un bilancio più aderente ai vincoli di certificazione e consente di gestire in modo più efficiente alcuni processi, come la manutenzione

Conoscere dove si trova un’apparecchiatura, infatti, assicura di poter svolgere la manutenzione preventiva sia rispettando i tempi stabiliti dal produttore sia, soprattutto, garantendo in questo modo la sicurezza del paziente e degli operatori.

Sull’argomento interviene Branchi, spiegando che “per sicurezza clinica si intende proprio la certezza che l’apparecchiatura in uso stia lavorando in modo corretto. Per fare questo, il produttore identifica una serie di attività che devono essere svolte per verificare che questo sia vero, con determinate periodicità. Una sorta di ‘tagliando’ dell’automobile. Se non so dove si trova l’apparecchiatura e non la trovo dove dovrebbe essere, non posso effettuare questi controlli e la macchina potrebbe non lavorare correttamente, fornendo dati non precisi che potrebbero alterare il processo di diagnosi e di cura del malato”.

In aggiunta, a livello di utilizzo, per ciascun device è possibile studiare i tempi di impiego medio giornaliero e la cosiddetta giornata-tipo.

“Ad esempio possiamo registrare quelli di un ecotomografo che viene utilizzato la mattina per le procedure ambulatoriali, mentre il pomeriggio fa rientro per essere utilizzato in reparto. Possiamo ottimizzare la dotazione di ciascuna Unità e sfruttare al meglio le opportunità di condivisione della strumentazione. Possiamo infine evitare sprechi in fase di acquisto, monitorare il sottoutilizzo della strumentazione oppure il mancato utilizzo, dovuti a differenti motivi organizzativi”, chiosa il direttore dell’Ingegneria clinica dell’ASST Papa Giovanni XXIII.

Web e tutela dei minori: è una questione di salute

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Per i minori usare correttamente internet è anche una questione di salute. Ne sono convinte le associazioni di pediatri ACP, FIMP e SIP che, in collaborazione con Fondazione Carolina e Meta, hanno avviato un sondaggio per indagare sul rapporto con il digitale nelle famiglie con figli di età compresa tra 0 e 15 anni.

Un team di medici pediatri ha sottoposto a circa 800 famiglie italiane un questionario anonimo sulle abitudini e i comportamenti sul web. Questa ricerca fa parte del progetto “Connessioni delicate” che persegue l’obiettivo di sensibilizzare i genitori rispetto all’uso dei device digitali da parte di bambini e ragazzi e promuovere buone pratiche per tutelarli online.

È un’iniziativa partita da poco, ma fa già emergere dei dati da non sottovalutare, confermando una scarsa consapevolezza da parte delle famiglie sulle conseguenze di un uso scorretto degli strumenti digitali per i minori. Ad esempio, nella fascia 0-2 anni, il 72% delle famiglie ammette di utilizzare social, chat ed e-mail durante i pasti dei propri figli, mentre il 26% lascia che i bambini utilizzino i device in completa autonomia.

Dobbiamo cominciare a considerare il benessere digitale un tema di salute, perché l’esposizione prolungata ai device, il precoce accesso a questi strumenti, rende necessario un intervento articolato. È difficile raggiungere molti genitori, perché non sentono questa come una questione fondamentale nella crescita e nell’educazione dei propri figli. Per questo abbiamo coinvolto i pediatri. Grazie al sondaggio si possono comprendere quali sono le abitudini delle famiglie italiane rispetto al web e dai dati raccolti la situazione non è rosea. In particolare, la precocità di accesso degli strumenti: quando si deve fare altro, si mette il bambino davanti allo schermo o si delega perfino la fiaba della buona notte ad Alexa. Direi che in termini educativi e di costruzione del rapporto genitore/figlio non è un comportamento sano”. È quanto afferma Ivano Zoppi, Segretario Generale della Fondazione Carolina Onlus.

Si tende quindi a delegare ai dispositivi digitali parte del ruolo genitoriale, anche nei momenti di presenza. Sono, infatti, almeno l’84% delle famiglie intervistate a usare i device per far addormentare il figlio (fascia 0-2 anni), mentre il 59% ammette di usarli durante l’allattamento o al momento dei pasti.

“Il numero delle mamme che allattano guardando il cellulare o facendolo guardare al neonato è un dato preoccupante. Oggi i device, come smartphone, tablet, ecc., fanno parte della quotidianità tanto da “invadere” perfino un momento come l’allattamento, essenziale per stabilire la diade madre-figlio. Oppure la sostituzione della voce della mamma, del papà o dei nonni per la lettura della fiaba serale, un rituale di buonanotte genuino e condiviso, direi sano, con una voce artificiale, anonima” aggiunge il Presidente FIMP (Federazione Italiana Medici Pediatri), Antonio D’Avino.

Dispositivi multimediali e rischi per la salute dei più giovani

Uno studio del 2018 pubblicato su Italian Journal of Pediatrics ha evidenziato i rischi per la salute psicofisica dei minori da un uso precoce, prolungato e non mediato dagli adulti, dei device nei bambini da 0 a 8 anni. Tra questi, le interferenze sullo sviluppo neurocognitivo, sull’apprendimento, sul benessere, sulla vista e sull’udito, sulle funzioni metaboliche e cardiologiche. Inoltre, altri studi, come quello americano pubblicato su Pediatrics, dimostrano che l’utilizzo dei dispositivi mobili da parte dei genitori influenza il senso di sicurezza dei bambini, il benessere emotivo e le interazioni familiari. Infatti, i dispositivi distraggono genitori e figli dalle interazioni faccia a faccia, con un impatto significativo sullo sviluppo cognitivo, linguistico ed emotivo dei più giovani.

È quanto conferma anche Elena Bozzola, Consigliere Nazionale SIP (Società Italiana di Pediatria). “Infatti, se l’uso di applicazioni educative ben strutturate può promuovere l’apprendimento nei bambini in età prescolare e nei primi anni delle elementari, in realtà per un bambino piccolo, per apprendere nuove parole attraverso i device, sono necessarie alcune condizioni come la presenza di un adulto che lo affianchi e lo aiuti. Bisogna prestare particolare attenzione poi a una prolungata esposizione allo schermo, perché vi è il rischio di una scarsa attenzione e alterazione dell’umore, difficoltà nella socializzazione, comunicazione e interazione con gli altri bambini, nonché disturbi nel sonno. Ma vi possono essere anche conseguenze fisiche, tra cui disturbi alla vista, come fotofobia, bruciore, secchezza oculare e all’udito. Passare troppo tempo davanti al tablet può correlarsi anche a maggior sedentarietà, eccesso alimentare, con rischio di sovrappeso e obesità”.

Dai risultati del sondaggio emerge un’insufficiente percezione sui rischi dell’uso improprio della tecnologia

Dai risultati del sondaggio per “Connessioni delicate” emerge un’insufficiente percezione sui rischi dell’uso improprio della tecnologia digitale da parte delle famiglie: dai sintomi della dipendenza, ai principali pericoli in termini di salute psicofisica, come sexting e grooming. In particolare, alla domanda su cosa sia il sexting, il 34% dei genitori della fascia 6-10 non ha saputo rispondere, così come il 49% nella fascia 11-15.

Anche alla domanda “qual è l’età sotto la quale è sconsigliato l’uso della tecnologia o per quante ore bambini e ragazzi possono essere esposti agli schermi” circa la metà delle famiglie intervistate non ha saputo rispondere e ha ammesso di non conoscere l’opinione della comunità medico-scientifica a riguardo.

L’età giusta

Il rischio di un pesante condizionamento del percorso di crescita delle nuove generazioni è dunque concreto. Studi recenti nel campo della neurofisiologia e delle neuroscienze hanno evidenziato che durante l’adolescenza il cervello attraversa alcuni stadi nel suo processo evolutivo che rendono le sue funzioni diverse da quelle del cervello adulto. In altre parole, negli adolescenti il cervello è ancora work in progress, non ha acquisito tutte le sue competenze, soprattutto negli impulsi e nell’autocontrollo, azioni regolate dalla corteccia prefrontale non ancora del tutto matura in questa età della vita.

“L’esposizione a fattori traumatici e tossici può quindi alterarne lo sviluppo cognitivo. Per esempio, la riduzione delle ore di sonno per l’utilizzo dei mezzi digitali comporta spesso problemi sul rendimento scolastico. Inoltre, un uso non regolamentato dello smartphone rischia di causare dipendenza e scarse relazioni sociali in un momento della vita in cui la socialità, reale e non virtuale, assume un ruolo importante per lo sviluppo di autonomia, senso critico, nonché della personalità. I genitori di oggi, di fronte a queste problematiche complesse, devono essere supportati nell’assumere posizioni educative più appropriate”. È quanto afferma Stefania Manetti, Presidente ACP (Associazione Culturale Peditri).

Tutto ciò che viene fatto davanti a un device deve essere fatto insieme al bambino

Qual è quindi l’età giusta? Per D’Avino i bambini devono evitare di utilizzare i device per tutta la prima infanzia. In linea di principio, quanto più si riesce a vivere all’aria aperta, a tornare a quelle sane abitudini del gioco con i coetanei, ma anche con i familiari, meglio è per la salute del bambino. Questo è il messaggio che deve passare. Sì all’utilizzo delle tecnologie digitali, perché sono comunque un’innovazione fondamentale, ma non possono sostituire le figure genitoriali in molte circostanze. Quello che dico sempre alle mamme è che tutto ciò che viene fatto davanti a un device deve essere fatto insieme al bambino, deve esserci sempre il filtro dei genitori”.

La tecnologia pertanto non va rifiutata, ma utilizzata al meglio, tenendo conto dell’età e dello sviluppo dei più piccoli. La Società Italiana Pediatria, infatti, sconsiglia l’esposizione a smartphone e tablet prima dei due anni, durante i pasti e prima di andare a dormire, soprattutto se lo scopo è calmare o zittire l’espressione dei bisogni del bambino. È bene poi limitarne l’uso a non più di un’ora al giorno nei bambini di età compresa tra i 2 e i 5 anni e due per quelli tra i 5 e gli 8 anni.

Bilancio di salute digitale                                                                        

L’assenza o la scarsità di controllo sulla qualità dell’esperienza online nei bambini e negli adolescenti conferma la necessità di elaborare un “Bilancio sulla salute digitale”. Si tratta di un documento che non solo descrive il rapporto tra il minore e la famiglia quando si è online, ma vuole definire un Piano nazionale, da avviare nel corso del 2023, iniziando proprio dalla formazione continua dei pediatri. Dal progetto “connessioni delicate” è scaturita anche una guida sulla sicurezza in rete dei minori, realizzata dalla Fondazione Carolina e Meta. “Sono una serie di consigli e di attenzioni che i genitori devono avere per accompagnare i propri figli all’interno del modo digitale” – spiega Zoppi. “Come quando si va dal pediatra che prescrive un certo alimento o consiglia di fare sport ecc., così il bilancio di salute digitale è una guida con le indicazioni necessarie sul tema del benessere digitale. L’esperienza della rete può essere gioiosa e positiva, cerchiamo però di gestirla con responsabilità e con delle regole che possono essere seguite da tutti, ricordando che i device non sono bay-sitter”.

Di solito ci si concentra sulla responsabilizzazione dei ragazzi, ma si perdono di vista i genitori

Analizzando i dati del sondaggio, non solo emerge una bassa consapevolezza dei rischi della rete per i più piccoli e i più giovani, ma anche una fotografia di un profondo cambiamento culturale che la famiglia sta attraversando. “C’è da chiedersi se c’è ancora il senso della famiglia –  afferma Zoppi -. L’esposizione ai device e l’utilizzo della rete forse è solo una conseguenza. Dobbiamo interrogarci sul perché, qual è la vera causa. È una normalizzazione di comportamenti che probabilmente non garantisce un percorso di crescita costruttivo. Faccio un esempio molto banale. Se prima del compimento del quinto anno di età, i genitori arrivano a condividere fino a 1500 foto e video del figlio, è evidente che c’è un problema. Al di là della questione di sicurezza relativa alle foto dei propri figli che girano in rete senza alcun controllo, è un problema di esempio. Perché se un bambino cresce con il modello genitoriale, il suo primo riferimento, è chiaro che sarà normale poi per lui/lei condividere foto e video senza alcuna attenzione. Di questo tanti genitori non hanno davvero coscienza. Ci si concentra sui ragazzi, si fanno ottimi progetti a scuola sull’utilizzo responsabile alle nuove tecnologie ma si perdono di vista i genitori”.

Il senso del progetto è quindi educare e responsabilizzare. Per questo è stata coinvolta anche la società Meta, quella di Facebook, perché è importante far capire anche a chi vende tecnologia quanto è importante promuovere una cultura di attenzione al digitale legato al tema della salute.

Aggiunge il Consigliere nazionale SIP: “L’educazione digitale dei minori è molto importante, così come lo è insegnare ai giovani come difendere la propria privacy, proteggendo, ad esempio, il proprio account e non pubblicando foto o video personali”.

Internet Addiction Disorder (IAD)

La scienza si interessa sempre di più ai cambiamenti che si verificano nella psiche umana in relazione alla diffusione di internet, analizzandone non solo i benefici, ma i rischi psicopatologici connessi al suo abuso. La rete, infatti, è un mezzo sempre più accessibile, annulla le distanze spazio-temporali, è una fonte di stimoli e consente perfino l’anonimato.

È il 1996 l’anno in cui la statunitense Kimberly Young pubblica su  CyberPsychology & Behavior il suo articolo “The Emergence of a New Clinical Disorder” in cui ipotizza e documenta per la prima volta la IAD, Internet Addiction Disorder, una forma di “dipendenza senza sostanze”.

I genitori devono capire che la tecnologia è uno strumento di cui avvalersi ma che non può e non deve sostituirli

Sono passati molti anni da allora e l’online e i device sono ormai parte integrante della vita quotidiana di adulti, ragazzi e bambini. Proprio per questo i genitori sono chiamati a sorvegliare e a fare attenzione ad alcuni sintomi che possono segnalare la presenza di questo disturbo. “Il bambino usa i device quasi in modo compulsivo, diventa una specie di droga. Rispetto al gioco con i coetanei, preferisce il mondo virtuale che lo porta a isolarsi socialmente. Questo, a lungo andare, può diventare il preludio di condizioni più estreme come il fenomeno Hikikomori, in cui l’adolescente si isola dal mondo esterno e vive in un mondo non reale. Tutto quello che riduce i rapporti relazionali è da guardare con molta diffidenza. È importante che i genitori capiscano che la tecnologia è uno strumento di cui avvalersi ma che non può e non deve sostituirli”, conclude D’Avino.

Omeopatia in Italia: etica e compromessi di una pratica legittimata dallo Stato

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L’omeopatia non ha alcuna plausibilità scientifica e non è supportata da alcuna evidenza clinica, ma in Italia continua ad essere legittimata da alcuni medici, operatori sanitari e dai decisori politici. L’applicazione in clinica dell’omeopatia solleva enormi criticità etiche, l’offerta presso alcuni Servizi Sanitari Regionali (SSR) consuma preziose risorse economiche che potrebbero essere usate diversamente.

I tre princìpi su cui si basa questa pratica, oltre a non essere plausibili rispetto alla chimica, fisica e biologia, sono in contrasto con le conoscenze mediche e sono: l’ipotesi dei simili, della diluizione e del potenziamento per succussione. Più una sostanza è diluita più è attiva, perché ad ogni diluizione si attua il potenziamento per succussione; l’acqua succussa formerebbe cluster specifici per ciascun ceppo omeopatico che, anche quando tolto dalla soluzione per diluizione, lascerebbe la sua impronta mnestica nell’acqua medesima. Infine ‘il fuoco va curato con il fuoco’. Dunque, si somministra una sostanza, che in una persona sana causerebbe sintomi assimilabili al malato, ma che alla persona malata allevia i sintomi, anzi li cura, perché stimola la potenza vitale che porta all’autoguarigione. Tutto ciò basterebbe per declinare tale pratica come esoterica e para-scientifica; invece, non è così e, anzi, capita che venga insegnata all’Università e proposta da medici, farmacisti e medici veterinari.

Che ognuno sia libero di curarsi come meglio crede, può essere più o meno condivisibile, ciononostante, dal punto di vista etico, uno Stato non dovrebbe legittimare una pratica che potrebbe danneggiare i propri cittadini. In più, l’omeopatia in Italia continua a far rima con deducibile, in quanto, sia il prodotto acquistato in farmacia, sia la visita specialistica presso strutture convenzionate, godono di un regime defiscalizzato del 19%. 

Il costo dell’omeopatia in Italia, a carico della collettività, per quanto riguarda la detraibilità fiscale, è stimata in 50 milioni di euro annui, come evidenzia anche il report della Fondazione Gimbe su Omeopatia tra evidenze e contraddizioni.

Alcuni SSR hanno inserito l’omeopatia all’interno di percorsi terapeutici, anche per i pazienti oncologici

Alcuni SSR hanno inserito l’omeopatia all’interno di percorsi terapeutici, anche per i pazienti oncologici, come ad esempio la Regione Toscana, avallando tali decisioni sotto il cappello della Medicina integrata e creando non poca confusione su quest’ultimo concetto. La Medicina integrata, intesa come multidisciplinarietà e attenzione ai corretti stili di vita, è sempre esistita, non è un concetto nuovo, è la base della medicina scientifica, tiene conto della persona nella sua interezza, sottolinea la relazione terapeutica tra professionista e paziente, indirizza la persona verso tutte le terapie appropriate, scientificamente fondate e di comprovata efficacia. La correttezza lessicale e concettuale ci dice che “Medicina integrata” non consiste, quindi, nell’adozione contemporanea di pratiche mediche scientifiche e pratiche non validate nella loro efficacia.

“Non avendo mai dimostrato la sua efficacia, l’omeopatia si aggancia alla medicina, la ‘integra’, per sostenere la propria validità, in realtà sfruttando l’efficacia dei trattamenti medici e l’effetto placebo aspecifico”, come affermato dalla Dottoressa Rossana Garavaglia, ex medico psichiatra, attiva da anni nel contrastare l’anti scientificità delle pratiche omeopatiche in Italia.

Un pericolo per la salute

Parlando di metodo scientifico, etica, cura e dignità delle persone, il Professor Enrico Bucci, Adjunct Professor presso la Temple University di Philadelphia, che conduce attività di ricerca sulla biologia dei sistemi del cancro e si occupa di etica ed integrità della ricerca scientifica, spiega che “il metodo scientifico, applicato in ogni ambito ove sia necessario acquisire conoscenza oggettiva circa il mondo fisico, è garanzia non del rispetto della dignità dei pazienti, ma del valore della conoscenza scientifica. Il metodo scientifico, applicato alla salute umana, garantisce la massima affidabilità per quel che riguarda efficacia e sicurezza di farmaci e diagnosi, oltre che genesi e sviluppo delle attività fisiologiche e patologiche nel nostro corpo.

Tuttavia, questa affidabilità non è di per sé sinonimo di rispetto della dignità e garanzia per i pazienti: le conoscenze acquisite dai medici nazisti attraverso il metodo scientifico erano, per esempio, obiettive e verificabili, ma non certo rispettose dei soggetti a spese dei quali erano ottenute.

D’altra parte, una corretta etica professionale ed il massimo rispetto per il paziente non garantiscono affatto al meglio quest’ultimo: non è sufficiente, infatti, rispettare un essere umano per guarirlo o per migliorare comunque il suo stato di salute.

È la combinazione tra etica medica e integrità scientifica a fornire la massima garanzia di efficacia e sicurezza dei trattamenti e di rispetto per i pazienti e la vita umana”.

La pratica dell’omeopatia viola il precetto fondamentale del giuramento di Ippocrate, quello di operare in scienza e coscienza

La pratica dell’omeopatia, nell’ottica dell’etica medica e della deontologia professionale degli operatori sanitari pone diverse criticità in quanto, prosegue Bucci, “essa viola il precetto fondamentale del giuramento di Ippocrate, quello cioè di operare in scienza e coscienza. La prima parte, ovvero l’agire del medico guidato dalla scienza, è violata perché la base teorica, o per meglio dire, le mille diverse teorie che si cerca di utilizzare a posteriori per giustificare una pratica inventata secoli fa, sono incompatibili con il resto del modello scientifico del mondo che nel frattempo abbiamo costruito; e siccome questo modello funziona molto meglio per spiegare i fatti che vediamo accadere, mentre princìpi come quello dell’ultradiluizione o della “potentizzazione” per succussione non solo sono con esso incompatibili, ma neppure, se presi per veri, possono funzionare per altro che per spiegare “ad hoc” le procedure degli omeopati, ne deriva che la base teorica dell’omeopatia è una pseudoscienza e la sua propugnazione viola persino il più antico statuto etico dei medici, il giuramento di Ippocrate”.

In letteratura scientifica esiste un discreto numero di studi sull’efficacia e sicurezza dell’omeopatia, che vanno dalla descrizione di casi clinici fino alle analisi sistematiche. Per quanto riguarda, in particolare, gli studi clinici, il Prof. Bucci ci dice che “la probabilità di sovrastima degli effetti clinici, dovuta ad una serie di difetti e di scelte problematiche, è stata discussa ed è risultata alta in recenti ri-analisi, come per esempio una pubblicata nel 2022 su BMJ; ma molte volte in precedenza era già stata dimostrata la scarsa qualità della ricerca clinica in omeopatia, sia in generale, per esempio nel 2017, sia con riferimento a singole condizioni, come per esempio l’asma, nel 2019”.

Un’interessante e recentissima revisione di 50 studi clinici randomizzati e in cieco sull’omeopatia, pubblicata a febbraio del 2023 da Ioannidis, descrive l’omeopatia come “campo nullo” della ricerca scientifica, utile come controllo negativo per la ricerca al fine di identificare i bias che producono falsi positivi nelle valutazioni di efficacia dei trattamenti.

L’assenza di un principio attivo nei preparati omeopatici preclude il funzionamento degli stessi

In sostanza, prosegue il Prof. Bucci, “l’assenza di un principio attivo nei preparati omeopatici preclude il funzionamento degli stessi, a meno di non descrivere nuove leggi della fisica e della chimica le quali, oltre a spiegare l’omeopatia, devono avere lo stesso potere esplicativo della scienza moderna nella sua completezza, dai buchi neri alla biologia molecolare di qualunque essere vivente, perché i principi che sarebbero contraddetti dalla nuova teoria sono quelli alla base della scienza moderna.

Per questo motivo, qualunque presunta efficacia di un preparato omeopatico riportata in letteratura riflette ad oggi bias positivi di ogni tipo, dall’effetto placebo fino a bias di selezione e di aspettativa di ogni genere, e dunque, come sostenuto e pubblicato da Ioannidis, le pubblicazioni che riportano analisi di efficacia clinica in studi randomizzati e in cieco sono perfette per valutare l’entità di questi bias e di vari tipi di errore in un “campo nullo” della scienza”.

Nel campo della ricerca scientifica e, in particolare, nel settore delle pubblicazioni scientifiche, si pone poi un altro problema legato alle riviste cosiddette predatorie, cioè quelle in cui gli autori pagano per pubblicare. “Non è tipico delle materie di medicina complementare”, ci dice il Prof. Bucci, “ma è un problema generale della pubblicazione scientifica moderna, perché questo modello di business è alla base della fioritura delle riviste predatorie, cioè di quelle riviste che sollecitano e ricercano la pubblicazione per far soldi, senza nessuna valutazione della qualità di ciò che è pubblicato, venendo così incontro alle esigenze truffaldine di ogni sorta di imbroglioni, che siano sostenitori delle medicine complementari o di qualunque altro campo”.

Facendo l’esempio del SSR toscano che implementa trattamenti omeopatici in pazienti in cura presso il servizio pubblico, anche per pazienti oncologici, il Prof. Bucci ci dice che “utilizzare pubblicazioni scientifiche per avvalorare scelte di sanità pubblica sarebbe da identificare come processo virtuoso purché trasparente, sottoponibile cioè a revisione pubblica da parte di esperti; perché ciò sia possibile, però, il SSR e il SSN avrebbero il dovere di valutare rigorosamente la letteratura, e non di ricercare quelle pubblicazioni che possano artatamente rinforzare scelte preordinate, come avviene tipicamente nel caso dell’omeopatia e delle altre procedure mediche definite SCAM (So-Called Alternative Medicines)”.

Anche quando adottano trattamenti terapeutici “integrativi” e non alternativi, compresi quelli omeopatici, i pazienti oncologici muoiono due volte di più che nel caso contrario

Sulla questione etica e di dignità della persona pensa che “si tratta di un’importante violazione di ogni principio di etica medica e di una chiara violazione di quelli che dovrebbero essere i valori ispiratori della sanità pubblica. Proprio in oncologia, è da tempo noto che coloro che adottano terapie cosiddette alternative, in sostituzione delle terapie efficaci, hanno una mortalità di gran lunga più elevata, sia in generale, che considerando diversi tipi di tumori solidi, come riportato nella ricerca pubblicata sul Journal of the National Cancer Institute;  ma il punto più importante è che, anche quando adottano trattamenti terapeutici cosiddetti integrativi e non alternativi, compresi quelli omeopatici, i pazienti oncologici muoiono due volte di più che nel caso contrario, come è risultato dall’analisi di quasi 2 milioni di pazienti con cancri curabili, perché tendono ad abbandonare i trattamenti efficaci”.

Questi dati, insieme a quelli disponibili per altre condizioni, hanno portato persino istituzioni quali il Royal London Hospital for Integrated Medicine – ex Royal London Homeopathic Hospital – a sospendere la prescrizione di rimedi omeopatici ai propri pazienti.

La regolamentazione in Italia

In Italia, AIFA, l’Agenzia Italiana del Farmaco, sotto l’indirizzo e la vigilanza del Ministero della Salute, gestisce i processi autorizzativi per le sperimentazioni cliniche e la produzione di farmaci, segue il ciclo di vita dei medicinali per garantirne efficacia, sicurezza, appropriatezza e l’accesso sul territorio nazionale. All’AIFA spetta anche la definizione del regime di rimborsabilità di tutti i medicinali autorizzati. Il suo omologo negli Stati Uniti è la FDA, Food and Drugs Administration. Per fare una valutazione comparativa dei sistemi di regolamentazione dei prodotti omeopatici, adottati dai due organi, riportiamo le indicazioni principali contenute nella guida pubblicata da FDA il 6 dicembre 2022:

  • I prodotti omeopatici seguono lo stesso iter regolatorio delle altre sostanze secondo il Federal Food, Drug and Cosmetic Act e attualmente non esistono prodotti omeopatici approvati da FDA. Qualunque prodotto etichettato come omeopatico viene commercializzato senza la certificazione da parte di FDA su sicurezza ed efficacia. Nessun prodotto o pratica omeopatica è certificato da FDA per il trattamento, la cura e la diagnosi di malattie, nemmeno come coadiuvante, in quanto non esiste alcuna prova della loro efficacia;
  • FDA non certifica che i prodotti omeopatici raggiungano gli standard di sicurezza, efficacia e qualità;
  • FDA ha già in precedenza informato i cittadini sulle caratteristiche dei prodotti omeopatici, inclusi quelli contenenti sostanze tossiche e quelli contaminati. FDA ha dimostrato che in alcuni prodotti omeopatici possono esserci sostanze in grado di causare danno nei pazienti. In più, ha riscontrato errori nella produzione, con conseguente rischio di contaminazioni;
  • Alcuni prodotti omeopatici vengono commercializzati come efficaci per il trattamento di alcune malattie. FDA pubblica l’elenco di tali prodotti e li ritira dal mercato;
  • In coerenza con quanto indicato da FDA, negli Stati Uniti non è prevista la deducibilità fiscale delle spese sostenute per l’acquisto di prodotti omeopatici.

Nel report di AIFA si legge: “È opportuno precisare che i medicinali omeopatici soggetti a procedura di rinnovo dell’autorizzazione e soggetti a procedura semplificata di registrazione non hanno indicazioni terapeutiche e di conseguenza non è autorizzata nessuna posologia”.

Per il Ministero della Salute, un medicinale è (DL 219/2006):

  • ogni sostanza o associazione di sostanze presentata come avente proprietà curative o profilattiche delle malattie umane;
  • ogni sostanza o associazione di sostanze che possa essere utilizzata sull’uomo o somministrata all’uomo allo scopo di ripristinare, correggere o modificare funzioni fisiologiche, esercitando un’azione farmacologica, immunologica o metabolica, ovvero di stabilire una diagnosi medica.

Per comprendere meglio la regolamentazione dei prodotti omeopatici in Italia, abbiamo interpellato la Dottoressa Isabella Marta, Direttore Area Autorizzazioni Medicinali di AIFA.

Perché continuiamo a chiamarli medicinali nonostante il Comitato Nazionale per la Bioetica si sia espresso contro l’uso del vocabolo medicinale che confonderebbe i pazienti?

I prodotti omeopatici sono assoggettati alla norma che disciplina l’autorizzazione dei medicinali, ovvero il codice comunitario, rappresentato dalla direttiva 2001/83/CE recepito in Italia dal decreto lgs. 219/2006 che all’art. 1, comma 1 lettera d) definisce il medicinale omeopatico:

“medicinale omeopatico: ogni medicinale ottenuto a  partire  da sostanze  denominate   materiali   di   partenza   per   preparazioni omeopatiche o ceppi omeopatici, secondo  un  processo  di  produzione omeopatico descritto dalla farmacopea europea o, in assenza  di  tale descrizione, dalle farmacopee utilizzate  ufficialmente  negli  Stati membri  della  Comunità  europea;  un  medicinale  omeopatico  può contenere più sostanze”.

Per il medicinale omeopatico è previsto un iter registrativo semplificato ai fini autorizzativi, perché?

L’iter registrativo semplificato (art. 16 del D.lgs. 219/2006) recepisce l’art. 14 della Direttiva comunitaria 2001/83/EC che stabilisce una procedura speciale semplificata di registrazione soltanto per i medicinali omeopatici in possesso di alcuni requisiti (riportati all’art. 16, comma 1 D.lgs. 219/2006) tra i quali quello di non possedere indicazioni terapeutiche. Considerato l’alto grado di diluizione e un elevato livello di sicurezza è stata ritenuta appropriata una registrazione semplificata, ovvero la possibilità di sottomettere un dossier contenente solo informazioni sulla qualità del prodotto senza le prove cliniche, visto che i prodotti soggetti a registrazione semplificata non possiedono indicazioni terapeutiche approvate.

Se un titolare intende ottenere un’autorizzazione per specifiche indicazioni terapeutiche deve presentare un dossier completo delle prove cliniche. Attualmente nessun dossier di questo tipo è stato depositato in AIFA.

AIFA ha il potere di verificare a sorpresa il contenuto dei farmaci per assicurarne la corrispondenza con quanto dichiarato nel file registrativo. Come si comporta AIFA con i prodotti omeopatici?

“Certamente AIFA può disporre la verifica dei medicinali omeopatici al pari di qualsiasi altro medicinale”.

Avrebbe AIFA il potere di imporre l’obbligo di scrivere sulla confezione la composizione dei prodotti omeopatici? Se no, chi lo dovrebbe fare?

Per i medicinali omeopatici sono state previste disposizioni particolari relativamente all’etichettatura e al foglio illustrativo

“Per i medicinali omeopatici sono state previste disposizioni particolari relativamente all’etichettatura e al foglio illustrativo, come indicate nell’art.85 del D.l.gs 219/2006 anche per quanto riguarda la composizione del prodotto. Infatti, al comma 2, lett. b) è indicato che l’etichettatura ed  eventualmente il foglio illustrativo dei medicinali omeopatici, di cui agli articoli 16 e 20, devono recare la “denominazione scientifica del ceppo o dei ceppi omeopatici o, in mancanza di questa, la denominazione scientifica del materiale o dei  materiali di partenza per preparazioni omeopatiche o altra denominazione figurante in  una farmacopea, accompagnata dalla denominazione propria della tradizione omeopatica seguita dal grado di  diluizione, espressa con i simboli della farmacopea utilizzata a norma dell’articolo 1, comma 1, lettera d); se il medicinale omeopatico è composto da due o più ceppi omeopatici, nell’etichettatura  la loro denominazione scientifica può essere completata da un nome di fantasia”.

È opportuno inoltre ricordare che il comma 1 stabilisce che “[…] i medicinali omeopatici sono etichettati in conformità al presente titolo […]” e pertanto l’art. 73 del D. l.gs 219/2006 si applica anche ai medicinali omeopatici, non essendo espressamente previsto il contrario. In particolare, per tutti i medicinali omeopatici autorizzati sono autorizzati anche i contenuti relativi ai paragrafi “composizione qualitativa e quantitativa in termini di principio attivo” ed “elenco degli eccipienti”, riportati nel confezionamento secondario (o in mancanza di questo nel confezionamento primario) e nel foglio illustrativo, se presente.

Esiste la farmacovigilanza per i prodotti omeopatici?

Il titolare del medicinale omeopatico è tenuto a valutare regolarmente la sicurezza dei medicinali omeopatici

Il titolare del medicinale omeopatico è tenuto a valutare regolarmente la sicurezza dei medicinali omeopatici e a segnalare eventuali nuove informazioni che possano influire su tale profilo. Per i medicinali omeopatici in commercio privi di AIC le segnalazioni di eventi avversi sono raccolte nel sistema Vigierbe dell’Istituto Superiore di Sanità che raccoglie le segnalazioni, online, delle sospette reazioni avverse che si verificano dopo l’assunzione di integratori alimentari, prodotti erboristici, preparazioni magistrali, medicinali omeopatici e altri prodotti di origine naturale. Per i prodotti con AIC eventuali segnalazioni sono raccolte analogamente a quanto avviene per i medicinali allopatici autorizzati.

Farmacopea Ufficiale e Preparati omeopatici. Un suo commento.

La Farmacopea Europea si occupa dell’elaborazione di monografie specifiche relative alle sostanze omeopatiche e ai metodi di produzione. La presenza di una monografia nella Farmacopea Europea ha carattere obbligatorio con riferimento alla conformità alle specifiche qualitative del prodotto e ai metodi di produzione del medicinale omeopatico. In sostanza, la Farmacopea Europea si occupa della definizione delle caratteristiche qualitative delle materie prime e dei ceppi omeopatici (tinture madri e macerati glicerici), le fasi successive di produzione prevedono l’incorporazione di tali materie prime in una forma farmaceutica definita ai fini del loro utilizzo, in accordo alle modalità di fabbricazione del produttore del medicinale omeopatico finito e a quanto dichiarato nel dossier di registrazione.

Tra forma e sostanza

In merito alla direttiva 2001/83/CE, la Dottoressa Garavaglia ha affermato che ‘è stata emanata con lo scopo di armonizzare le procedure produttive e registrative dei medicinali per uso umano negli stati membri. L’armonizzazione ha avuto sia scopi amministrativi di semplificazione delle procedure, sia commerciali di facilitazione del libero scambio, ed anche quella di garantire la salubrità dei medicinali standardizzandone la produzione secondo le buone pratiche di produzione e definendo i contenuti dei dossier registrativi in termini di documentazione.

AIFA conferma che in Italia i prodotti omeopatici sono commercializzati senza prove precliniche e cliniche di sicurezza ed efficacia

Rispetto ai prodotti omeopatici, i punti 23 e 24 delle premesse specificano che l’inclusione dei medesimi nel D.Lgs. sui medicinali per uso umano si è resa necessaria sia perché, non dovendo presentare dati di sicurezza clinica, la loro innocuità è garantita dalla diluizione che rende assente il principio attivo e sia per introdurre l’obbligo di non vantare alcuna proprietà terapeutica. AIFA conferma che in Italia i prodotti omeopatici sono commercializzati senza prove precliniche e cliniche di sicurezza ed efficacia, sottolineando che le tecniche di produzione in laboratorio (GMP) e la diluizione devono garantirne l’innocuità in linea con quanto stabilito dalla DE ed il DLgs 219/2006.

La questione dell’inadeguatezza dell’appellativo di “medicinale” per un prodotto senza efficacia approvata è stata sollevata dal Comitato Nazionale per la Bioetica

Invece la questione dell’inadeguatezza dell’appellativo di “medicinale” dato ad un prodotto senza efficacia approvata è stata sollevata dal Comitato Nazionale per la Bioetica in un documento del 28 aprile 2017: “La dicitura “medicinale omeopatico” è, infatti, seguita dalla frase “senza indicazioni terapeutiche approvate”. Al Comitato Nazionale per la Bioetica, tuttavia, ciò non sembra sufficiente ad assicurare la necessaria trasparenza informativa e il rigore che sono un prerequisito essenziale per la commercializzazione di qualsiasi farmaco. Il Comitato chiede, pertanto, che nel nostro Paese il sistema di etichette riguardante i preparati omeopatici venga modificato al fine di ridurre potenziali effetti confondenti e di garantire l’obiettivo di un’informazione corretta, completa e realmente comprensibile”. Il CNB propone: “il termine “medicinale” sia sostituito dal termine “preparato”; la frase “Medicinale omeopatico senza indicazioni terapeutiche approvate” sia modificata e integrata in questo modo: “Preparato omeopatico di efficacia non convalidata scientificamente e senza indicazioni terapeutiche approvate”.

In ambito medico, in materia di trattamenti, cure, diagnosi, etica e rispetto della dignità della persona, il Professor Bucci conclude dicendo che “porsi la domanda se ricorrere o meno a pratiche non basate sulle evidenze scientifiche, ammesso che non causino danni diretti alla persona, equivale a domandare se vi sia bisogno dell’utilizzo di placebo in condizioni in cui il medico ritiene che possano essere utili. Purché si presenti un placebo come un farmaco, rinunciando cioè a tutta la costruzione pseudoscientifica, vitalistica e irrazionale che si accompagna alla somministrazione anche dell’omeopatia, la risposta potrebbe essere positiva. Potrebbe cioè essere utile che un medico somministri finti farmaci, all’insaputa del paziente, per sfruttare effetti di natura psicologica laddove la scienza ha dimostrato che questo sia utile.

Il temporaneo beneficio ottenibile per effetto placebo sarebbe pesantemente controbilanciato dall’offuscamento cognitivo del paziente: tenderà sempre di più a rifugiarsi nelle credenze e aspettative irrazionali

Se però, perché l’effetto placebo possa manifestarsi, si dovesse scoprire che è indispensabile anche trasmettere al paziente false credenze circa il funzionamento della medicina (per esempio, riempendogli la testa di bugie circa costituzioni e diatesi omeopatiche, energie, diluizioni estreme e, ancor peggio, danni dei farmaci), allora il temporaneo beneficio ottenibile per effetto placebo sarebbe pesantemente controbilanciato dall’offuscamento cognitivo del paziente stesso, il quale, tenderà sempre più a rifugiarsi nelle credenze e nelle aspettative irrazionali, diminuendo la sua aspettativa di vita generale in caso di cancro o comunque aumentando la possibilità di incorrere in clamorosi errori, non riuscendo più ad interpretare la realtà in modo corretto. Le bugie circa il fatto che una cosa sia un farmaco, mentre è un placebo, sono un conto; quelle su come funziona la realtà, invece, sono un altro, e rinforzarle o introdurle nelle persone è equivalente a fornire un veleno cognitivo in loro danno certo”.

Le pratiche omeopatiche non hanno mai fornito evidenze di efficacia, se non l’efficacia aspecifica della presa in carico e dell’ascolto della persona che soffre (effetto placebo)

“Le pratiche omeopatiche che vorrebbero integrare la medicina non hanno mai fornito evidenze di efficacia, se non l’efficacia aspecifica della presa in carico e dell’ascolto della persona che soffre (effetto placebo). Non è necessaria l’integrazione per ottenere l’efficacia aspecifica, ma è necessario e sufficiente organizzare meglio i servizi dei SSR e mettere a disposizione equipe multidisciplinari evidence-based (EB), inclusi gli psicologi, e tempi di visita congrui rispetto alle problematiche presentate.’ – Riprendendo un passaggio della Dottoressa Garavaglia, che continua – La medicina persegue da sempre i valori legati all’integrità psico-fisica della persona e da sempre li pone alla base delle proprie pratiche. È la carenza organizzativa dei SSR che impedisce alla medicina e ai medici di implementare appieno le potenzialità della medicina EB. Il miglioramento della salute umana non può prescindere dai mezzi con cui questo fine viene perseguito. I mezzi sono importanti quanto il fine e, tra i molti mezzi a disposizione, solo quelli EB sono etici perché garantiti dalla solidità delle sperimentazioni condotte secondo la dichiarazione di Helsinki e nel rispetto della dignità delle persone”.

Il percorso di cura del paziente cardiologico, tra ospedale e territorio

Il percorso del paziente tra ospedale e territorio in cardiologia richiede la collaborazione di diversi professionisti sanitari, che lavorano in sinergia per garantire la migliore assistenza possibile al paziente.

La gestione integrata del paziente cardiologico, che prevede un’attenzione costante alle sue esigenze a livello ospedaliero e territoriale, rappresenta una delle sfide più importanti dell’assistenza sanitaria moderna, resa ancora più attuale dalla riforma della sanità territoriale che si sta sviluppando a seguito del Pnrr.

Raccogliamo qui l’esperienza della Regione Emilia-Romagna, nella quale sono state condotte esperienze pilota di gestione del paziente con infarto recente o eventi cardiovascolari multipli, coinvolgendo alcuni referenti regionali che si occupano di scelte di politica sanitaria, accesso e distribuzione del farmaco e clinica: Mattia Altini (Direttore dell’Assistenza ospedaliera della Regione Emilia Romagna), Fabio Pieraccini (Responsabile Farmacia Ospedaliera dell’Ospedale Morgagni di Forlì e del Bufalini di Cesena) e Marcello Galvani (Direttore Unità Operativa di Cardiologia, Ospedale Morgagni, Forlì).

Intervista a Mattia Altini, Direttore dell’Assistenza ospedaliera della Regione Emilia Romagna

In base alla sua esperienza, come si può definire un percorso ottimale di gestione del paziente cardiologico tra ospedale e territorio, per agevolare la corretta presa in carico degli episodi acuti ma anche il successivo follow up in modo da favorire la cura del paziente nel distretto più vicino?

Per iniziare dobbiamo chiederci per quale motivo stiamo lavorando sugli approcci di prossimità territoriale. La nostra idea si rifà a Muir Gray, al tema del valore: stiamo lavorando per collocare il bisogno del cittadino nel luogo giusto di cura e con l’asset professionale più adeguato. Perché il rischio, che abbiamo già corso nel passato, è quello di usare sempre la portaerei per far atterrare anche dei piccoli Cessna: fuor di metafora, la risposta ospedaliera può essere a volte sovradimensionata rispetto ad un bisogno che potrebbe essere gestibile in un altro ambito.

Stiamo lavorando per collocare il bisogno del cittadino nel luogo giusto di cura e con l’asset professionale più adeguato

L’idea che i nostri professionisti ospedalieri, insieme ai territoriali, in un approccio da microreti professionali, riescano a collocare la risposta al bisogno giusto in ambito territoriale significa semplificazione, prossimità. Questo, dal nostro punto di vista, attraverso i percorsi significa identificare quali sono le attività che possono essere svolte sull’ambito territoriale e, conseguentemente, da chi possano essere svolte.

Il tema che noi affrontiamo è: fino a dove arriva la medicina generale? Fino a dove arrivano le cure primarie? E dove è necessario un approccio specialistico? In questo senso, stiamo costruendo dei modelli di “movimentazione professionale” per rispondere a questo bisogno.

In Regione Emilia-Romagna la rete delle Case della Salute è già molto strutturata. Come noto, con il Pnrr e la riforma del DM 77 dalle Case della Salute si passa alle Case di Comunità, nell’ottica del miglioramento della qualità e di un approccio sempre più integrato.  Implementare un percorso di gestione del paziente cardiologico all’interno delle Case di Comunità, con competenze ad hoc e in prossimità del paziente, quali benefici può generare per il paziente e per il sistema nel suo complesso? L’ottimizzazione del percorso potrebbe avere riscontri positivi in termini di maggiore capillarità dei servizi e migliore appropriatezza dell’accesso alle strutture sanitarie (es. Pronto Soccorso o Casa di Comunità)?

Per il Servizio sanitario, utilizzare al massimo valore le proprie risorse professionali, tecnologiche e strutturali significa sostenibilità

Per il Servizio sanitario, utilizzare al massimo valore le proprie risorse professionali, tecnologiche e strutturali significa sostenibilità. Se tutte le volte che è necessario verificare il follow-up di un paziente, ad esempio nell’ambito del percorso di neoplasia o per le terapie ipolipemizzanti, lo costringo a recarsi in ospedale, magari percorrendo 100 km, con la necessità di coinvolgere per l’assistenza un familiare che deve rinunciare ad un giorno di lavoro, inquinando il pianeta, questo non genera valore ma disvalore.

Quindi, l’approccio che stiamo immaginando per il Sistema sanitario vuol dire usare bene le risorse della collettività, per il cittadino vuol dire prossimità di cura, semplicità, minor coinvolgimento dell’asset familiare, più facilità nell’accesso ai servizi e forse anche più rapidità.

Su quali aree terapeutiche state immaginando questi percorsi, e quali sviluppi vedete?

Noi abbiamo una lunga tradizione di PDTA e percorsi clinici a tutto tondo, relativi all’ospedale e al territorio. Chiaramente questi percorsi erano stati pensati in un’epoca nella quale la risposta territoriale aveva delle caratteristiche di minore intensità. Ora li stiamo ripensando alla luce del DM 77 e stiamo lavorando su tutte le cronicità (diabete, scompenso cardiaco, oncologia): cioè su tutto ciò che ha bisogno di un intervento sistematico, ripetitivo nel tempo e che vorremmo raccordare tra la medicina territoriale e quella ospedaliera, in un approccio più “da concerto” che “da solista”.

Intervista a Fabio Pieraccini, Responsabile Farmacia Ospedaliera dell’Ospedale Morgagni di Forlì e del Bufalini di Cesena

Dal punto di vista della farmacia ospedaliera, quali sono le criticità della gestione del paziente cardiologico tra ospedale e territorio e con quali strumenti potrebbero essere superate?

Per fare fronte alle “nuove epidemie”, come l’OMS definisce le cronicità, si affacciano nuove parole d’ordine – assistenza multidimensionale e multiprofessionale, globalità dei bisogni, gestione proattiva – che impongono di ripensare l’organizzazione dei servizi.

Le maggiori criticità si registrano durante le transizioni di cura del paziente, e anche in questo il farmacista ospedaliero può contribuire a ridurre le frammentazioni che spesso si riscontrano nel percorso

Da ciò, anche nella gestione delle terapie croniche del paziente cardiologico tra ospedale e territorio, l’esigenza di rivisitare criticamente i percorsi assistenziali e di sperimentare nuove formule organizzative dell’assistenza basate sul concreto affermarsi di una gestione integrata, costruita sulla falsa riga di percorsi assistenziali condivisi che mettano in luce e valorizzino i contributi delle varie componenti professionali lungo il continuum di cura del paziente. Le maggiori criticità si registrano durante le transizioni di cura del paziente, e proprio per questo anche il farmacista ospedaliero può contribuire a ridurre le frammentazioni che spesso si riscontrano nel percorso assistenziale agendo da interfaccia tra professionisti ospedalieri e territoriali nella continuità dei trattamenti farmacologici.

Inoltre, un maggior coinvolgimento del farmacista ospedaliero nella governance con un approccio sistemico e integrato di tipo “disease management” consente di mettere in luce anche aspetti critici legati ad una non corretta assunzione delle terapie prescritte.

Una gestione maggiormente rivolta al territorio, ad esempio per il rinnovo della prescrizione o per la distribuzione dei farmaci, potrebbe andare incontro alle esigenze di questi pazienti, favorendone un accesso più appropriato alle strutture e una maggiore capillarità della cura?

Per alcuni farmaci di prescrizione specialistica ormai consolidata è necessario definire una rete tra ospedale e territorio per garantire maggiore prossimità delle cure ai pazienti.

In particolare per i pazienti in terapia da più tempo e stabili. A tal proposito risulta molto utile anche il coinvolgimento degli specialisti territoriali per allargare la possibilità di prescrizione anche a chi sta sul territorio. Nella nostra Azienda tale modalità è stata avviata per alcune categorie di pazienti tra cui il paziente cardiologico.

Probabilmente anche a seguito della pandemia, oggi sempre più ci si orienta verso queste modalità di presa in carico del paziente che riducono gli accessi agli ospedali favorendo percorsi territoriali coinvolgendo anche i medici di medicina generale come è stato fatto per le note AIFA 97, 99, 100. In futuro, come previsto anche nel PNRR e DM 77, dovranno svilupparsi strutture di cure intermedie come case di comunità, ospedali di comunità per dare una risposta concreta e di prossimità soprattutto ai pazienti con patologie croniche.

PNRR e DM 77 prevedono lo sviluppo di strutture di cure intermedie sul territorio e anche il processo di erogazione del farmaco deve seguire questa logica di orientamento

Analogamente anche il processo di erogazione del farmaco deve seguire questa logica di orientamento.

Una modalità che consente di poter erogare capillarmente sul territorio medicinali con prescrizione specialistica per terapie ormai consolidate a pazienti stabili è certamente la distribuzione per conto (DPC) perché consente di garantire sia l’aspetto economico del farmaco “ospedaliero” ad alto costo sia appropriatezza e sicurezza di impiego se effettuata con criterio, adeguata formazione ai farmacisti territoriali e una rete informativa efficiente delle prescrizioni specialistiche.

Quali cambiamenti potrebbero essere necessari per la farmacia ospedaliera, anche in termini di risorse e competenze?

L’approccio farmacologico al paziente cardiologico oggi ha necessità di specifiche competenze anche da parte del farmacista ospedaliero sia nella fase di implementazione di nuovi protocolli terapeutici innovativi ma anche per valutazioni di “farmacoutilizzazione” di real life molto utili per stabilire e verificare come viene impiegata la “risorsa farmaco” soprattutto nei trattamenti cronici.

È necessario sviluppare e promuovere momenti formativi dedicati e integrati con gli specialisti di branca finalizzati all’aderenza terapeutica e alla “medication review”.

Per questo è necessario sviluppare e promuovere momenti formativi dedicati ed integrati con gli specialisti di branca finalizzati all’aderenza terapeutica e anche alla “medication review”. Recenti dati sull’impiego dei farmaci ipolipemizzanti confermano che circa l’80% dei pazienti a più alto rischio non raggiungono i target terapeutici e proprio su questo dobbiamo interrogarci per capire meglio dove agire e dove migliorare i percorsi di presa in carico di questi pazienti.

È necessario trovare il modo adeguato per raggiungere tutti i pazienti a rischio attraverso una rete ospedale territorio che coinvolga tutti i professionisti sanitari compresi i farmacisti anche in percorsi di medicina di iniziativa e in programmi di prevenzione.

Intervista a Marcello Galvani, Direttore Unità Operativa di Cardiologia, Ospedale Morgagni, Forlì

Quali sono le criticità della gestione del paziente cardiologico tra ospedale e territorio e con quali strumenti si potrebbero superare?

La presa in carico dei pazienti dimessi implica che i pazienti considerati stabili in un arco temporale definito vengano affidati per il follow up successivo al territorio

La mia prima considerazione riguarda le risorse disponibili che, nel caso dell’ospedale, sono fisse. È facile che, nel tempo, per una serie di fattori, molti dei quali anche noti, possano addirittura ridursi piuttosto che aumentare. Essendo le risorse fisse ed essendo la possibilità di visitare i pazienti in maniera adeguata legata al tempo necessario per valutarli, è evidente che l’ospedale ha la possibilità di seguire nel tempo solo un limitato numero di pazienti. Ciò è destinato ad accadere nonostante le malattie cardiovascolari stiano riducendo il loro impatto epidemiologico.

Come doverosamente deve essere fatto, la presa in carico dei pazienti dimessi implica che i pazienti considerati stabili in un arco temporale definito vengano affidati per il follow up successivo al territorio.

Ad esempio, il percorso di cura della malattia coronarica prevede che venga assicurato un controllo a 30 giorni e successivamente un controllo ad un anno, anche se quest’ultimo può essere effettuato da figure professionali differenti (Cardiologo ospedaliero vs. Cardiologo del territorio) a seconda del contesto organizzativo. Il controllo a un anno ha infatti un particolare significato poiché rappresenta il momento nel quale si decide se passare da una terapia orientata alla fase post acuta (in particolare la doppia anti-aggregazione piastrinica) a una fase più cronica che può prevedere o meno il prolungamento della terapia antitrombotica.

Questo snodo è fondamentale per decidere quali pazienti eventualmente il cardiologo ospedaliero debba continuare a tenere in carico, perché giudicati più gravi e quindi destinati a una terapia rinforzata e prolungata, e quali invece essendo più stabili possono essere indirizzati al medico di medicina generale.

Il secondo aspetto è legato agli obiettivi di riduzione di colesterolo LDL che devono essere perseguiti per ottenere i migliori esiti clinici a distanza. A questo proposito è importante che la misurazione dei lipidi, in particolare del colesterolo LDL, venga effettuata con una tempistica adeguata a decidere quale tipo di terapia è opportuna.

In che modo voi cardiologi ospedalieri che avete sempre gestito in prima persona i pazienti nella loro cronicità, potete collaborare efficacemente con i colleghi territoriali trasferendo la vostra expertise, al fine di essere più “liberi” per gestire il paziente acuto? E quindi efficientare le risorse umane della vostra struttura?

Il numero dei cardiologi territoriali è scarso e molto eterogeneo a seconda dei luoghi

Innanzitutto dobbiamo cominciare a definire che cos’è il territorio, cioè quali sono le figure professionali che agiscono sul territorio. Considerando i problemi cardiologici che richiedono attenzioni a lungo termine, dovremmo parlare di cardiologi territoriali, e qui c’è un primo problema. Lo vediamo anche all’interno della nostra Regione: il numero di questi professionisti è scarso, in assoluto, e comunque eterogeneo a seconda dei luoghi. Certamente una adeguata specialistica sul territorio risolverebbe molti di questi problemi soprattutto se, come di regola già accade da noi, al cardiologo territoriale è trasferita anche la possibilità di prescrivere autonomamente i farmaci che sono soggetti a Piano Terapeutico. Questa sarebbe la soluzione ottimale che però difficilmente è realizzabile.

Nella realtà, diventa centrale il ruolo delle Case di Comunità e di coloro che operano o opereranno al loro interno.

In generale, quello che voglio sottolineare è la necessità che i nuovi modelli organizzativi non puntino esclusivamente sul medico di medicina generale ma lo vedano piuttosto come un coprotagonista.

Il cardiologo che vede a un anno di distanza dall’evento coronarico acuto il paziente deve esplicitare in modo formale quello che ritiene essere il destino successivo di questo paziente. Che deve essere diverso a seconda delle condizioni: se, per una serie di ragioni, ad esempio il fatto che la disfunzione cardiaca conseguente all’infarto rimane rilevante e quindi il paziente deve essere seguito per prevenire l’evoluzione verso lo scompenso cardiaco, oppure se la situazione coronarica è stata “aggiustata” ma non risolta, orbene questa tipologia di pazienti è opportuno continui ad essere seguita dal cardiologo ospedaliero.

I nuovi modelli organizzativi non dovrebbero puntare esclusivamente sul medico di medicina generale ma dovrebbero vederlo come un coprotagonista

Per il paziente che invece viene considerato stabile è necessaria maggiore chiarezza, ovvero se, come abbiamo fatto fino ad ora, debba essere riaffidato alle cure del medico di medicina generale o se, al contrario, alla luce di questi nuovi modelli organizzativi che dovrebbero essere operativi in un tempo ragionevolmente breve, quali siano le figure professionali più adatte, infermieristiche da un lato e mediche dall’altro, a prenderlo in carico.

In termini di risorse e competenze quali cambiamenti potrebbero essere necessari per implementare in maniera efficace questo percorso?

Vorrei esporre una mia opinione che va al di là della prevenzione secondaria estendendosi anche alla prevenzione primaria delle malattie cardiovascolari.

Le Case di Comunità, dotate del necessario personale medico e infermieristico, possono diventare il luogo che garantisce l’aderenza non solo alle terapie ma anche alle iniziative di prevenzione

Se questo modello basato su Case di Comunità e presenza infermieristica al loro interno diventa una realtà diffusa e omogenea, cioè fornisce veramente la garanzia di una equità di accesso alla cura per tutti i cittadini, diventando il luogo ideale dove, da un lato, continuare a seguire il paziente che già ha avuto un evento cardiovascolare ma, dall’altro lato, identificare il paziente a più alto rischio cardiovascolare. E in questo caso il lavoro del medico di medicina generale risulta fondamentale, pur richiedendo un salto di qualità. E la casa di comunità può diventare il luogo che garantisce l’aderenza alle cure di prevenzione, in particolare l’aderenza a terapie per riduzione del colesterolo LDL che, come sappiamo, vengono assunte malvolentieri e in maniera erratica da chi ha già avuto un evento cardiovascolare, ed ancor di più da chi non l’ha avuto.

L’aderenza alla cura potrebbe essere perseguita e garantita proprio attraverso l’azione infermieristica all’interno delle case della comunità, dopo una corretta selezione del paziente da parte del medico di medicina generale.

Questo modello potrebbe assumere un valore concreto se, per questi pazienti a rischio molto alto o estremo, la scelta fosse la somministrazione periodica e per via iniettiva dei potenti farmaci più potenti (inibitori PCSK9 e SIRNA) ora disponibili.

Se il certificato va stampato: paradossi della telemedicina

Il certificato va bene telematico se la visita è in presenza. Ma se è una televisita? Entra in gioco la carta, a quanto pare. A lanciare l’allarme è l’Associazione italiana Sanità digitale e Telemedicina (AiSDeT).

Sergio Pillon

“Abbiamo ricevuto segnalazioni relativamente al Certificato telematico di malattia non compilabile dopo una televisita. Alcune Aziende Sanitarie, in particolare in Regione Lombardia ma anche in altre Regioni, hanno esplicitamente affermato che il certificato possa essere compilabile in via telematica solo dopo prestazioni in presenza”, spiega il vice presidente del sodalizio Sergio Pillon. “La notizia ci è parsa un po’ strana perché durante il Covid il certificato telematico dopo una televisita è stato regolarmente fatto. Oggi il Covid non è finito, ma lo stato di emergenza sì, mi hanno spiegato. E la Legge Brunetta, che istituì il certificato telematico di malattia, e i successivi chiarimenti che sono stati inviati, precisano che il certificato telematico di malattia può essere emesso solo dopo una visita in presenza.

Bisogna dire che questa regola sul certificato telematico è nata ben prima del Covid, ma anche che durante la pandemia è stata causa della morte di medici che si sono contagiati andando a casa dei pazienti o ricevendoli in studio. Ecco perché fa quantomeno sorridere sentire queste cose dopo l’esperienza Covid.

Ma dobbiamo pensare pure che non sempre il medico che visita il paziente è un medico del Servizio Sanitario Nazionale e che capita che il certificato telematico di malattia vada emesso sulla base di una certificazione. Prendiamo il medico di medicina generale a cui arriva una paziente che ha avuto cinque giorni di mutua perché ha fatto l’amniocentesi: non è lui che con una visita in presenza può certificare l’avvenuta amniocentesi. Lui prende il referto e riporta nel certificato telematico di malattia la prognosi data dallo specialista. Ecco quindi che si è aggiunto un altro attore, il medico di medicina generale, che dovrebbe andare in presenza a visitare il paziente a fare il certificato telematico di malattia, oppure il paziente lo dovrebbe stampare e inviare per posta raccomandata all’INPS come si faceva una volta”.

Ma cosa dice la legge in proposito? “Nel documento di Approvazione delle Linee guida organizzative contenenti il modello digitale per l’attuazione dell’assistenza domiciliare GU, Serie Generale n. 120 del 24-05-2022, è espressamente indicato come una televisita esiti in un referto strutturato, qualora sia erogata dallo specialista. Nel referto – continua Pillon – sono presenti sia la diagnosi che la prognosi (giorni di inabilità), ma il certificato telematico di malattia, che potrebbe benissimo essere compilato in modalità automatica sulla Piattaforma nazionale di telemedicina (evitando un adempimento burocratico inutile), invece, in ottemperanza alla normativa vigente, può essere esitato solo dopo la visita in presenza.

La televisita è riconosciuta come atto medico e ha valore legale

Non si comprende la contraddizione, perché la televisita è riconosciuta come atto medico e ha valore legale. Il referto della televisita viene, infatti, depositato nel Fascicolo Sanitario Elettronico attraverso la piattaforma di telemedicina e può essere integrato automaticamente nel certificato telematico di malattia, che oggi, invece, può essere compilato ed inviato all’INPS solo dopo una visita in presenza”.

La televisita – aggiunge Pillon – si chiude sempre con un referto, che vale come attestazione di malattia, sia in campo assicurativo che come giustificativo per l’assenza dal luogo di lavoro, ma paradossalmente non può essere compilato ed inviato per via telematica dopo una televisita”.

. La ricetta bianca dematerializzata è un altro grande punto in gioco

A preoccupare il sodalizio sono proprio queste “falle” nel complesso sistema della sanità digitale e della telemedicina: “Ci siamo dimenticati di tutto quello che già c’era: la ricetta dematerializzata, il certificato telematico, la cartella clinica elettronica. In secondo luogo, il medico di solito non emette solo un referto ma quasi sempre anche una prescrizione. Qui, quando spiego che me l’ha mandata il medico, il farmacista pietoso mi dà il medicinale, ma altrimenti dovrei andare dal medico a prendermi la ricetta. La ricetta bianca dematerializzata è un altro grande punto in gioco.

Agenas sta parlando di attuare la telemedicina nel 2024, ma che telemedicina è se un paziente deve ancora andare a prendersi la ricetta per l’ansiolitico dal medico? E che ricetta dematerializzata è, se non è interconnessa con il certificato telematico di malattia? Il problema alla fine è sempre il solito, cioè che le regole si fanno senza interagire con chi le mette in pratica nel quotidiano, cioè i professionisti. Ricordiamo anche che la televisita, essendo già caricati tutti i dati del paziente, è perfetta per automatizzare l’emissione della ricetta dei materializzata: sarebbe un grande incentivo per i medici alla televisita, visto che invece oggi ciascuna di queste azioni deve essere compiuta in modo separato”.

Il fatto che vi sia stato segnalato che in alcuni casi il certificato di malattia debba venire stampato significa che ci sono altri casi in cui ciò non avviene? “C’è chi non segue le indicazioni. C’è anche chi è stato ripreso dalle ASL e dalle Regioni, correttamente, perché ci sono fior di sentenze addirittura della Corte di Cassazione che accusano medici che hanno emesso certificati senza essere andati personalmente dal paziente o senza averlo fatto recare in studio. Oggi, per esempio, in moltissime Regioni non c’è la ricetta bianca dematerializzata. Questo significa che se un paziente ha bisogno di un ansiolitico, il medico scrive la prescrizione su un foglietto, lo fotografa e lo manda; a quel punto il paziente va in farmacia e spiega che quella è la ricetta”.

Non è un po’ caotico? “Quando uscì il DM 71, poi cambiato nel DM 77, il Consiglio di Stato fece osservare che tutte queste nuove norme si appoggiavano su un pesantissimo substrato di regole, spesso contraddittorie l’una con l’altra, e chiese al Ministero e di farsi carico di una revisione delle regole per renderle omogenee. Questo del certificato telematico di malattia è uno degli esempi più lampanti delle contraddizioni che si creano”.

Ai tavoli decisionali si deve sedere chi queste cose le fa tutti i giorni

Come superarle? “Serve un cambio di marcia: ai tavoli decisionali si deve sedere chi queste cose le fa tutti i giorni -. conclude Pillon – Per quanto concerne il tema del certificato di malattia, chiediamo che su questo aspetto, che appesantisce il processo di assistenza e che crea un onere inutile all’assistito e al medico curante, si intervenga per adeguare la Legge Brunetta, conformando il referto in televisita a quello in presenza per gli aspetti legati all’ambito assicurativo e di giustificazione INPS“.

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