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Convegno Aiic 2023: tecnologie come sfida sociale per una sanità efficace, equa, universale

È possibile oggi immaginare una sala operatoria senza elettromedicali, senza monitoraggi e senza connessioni? Che penseremmo di una diagnostica senza ECG e TAC? Sono scenari impensabili: oggi non esiste una sanità evoluta senza il supporto tecnologico. E, di conseguenza: è impossibile immaginare un servizio sanitario senza gli esperti che di queste tecnologie devono prendersi cura, dalla progettazione all’implementazione, dalla gestione alla manutenzione. Gli ingegneri clinici, che sono questi esperti, nel loro 23° Convegno dell’Associazione Italiana Ingegneri Clinici lanciano un messaggio professionale, culturale e politico che connette l’innovazione alla Costituzione: le tecnologie non sono “soltanto” uno strumento per una sanità migliore, bensì sono un passaggio obbligato per assicurare il diritto alla salute, così ben definito dall’art.32 della Carta Costituzionale. Il titolo del Convegno 2023 in questo senso lancia un messaggio ampio: Innovazione e accessibilità: il governo delle tecnologie sanitarie come sfida sociale (10-13 Firenze, Fortezza da Basso). Un argomento che si presenta come riflessione nuova sull’innovazione dell’intero SSN e che giunge proprio in occasione del 30 compleanno di AIIC, associazione fondata nel 1993, agli albori della rivoluzione tecnologica delle prestazioni sanitarie. 

I contenuti

Precisa Umberto Nocco (presidente AIIC): “L’Associazione compie trentanni e lo fa con un convegno dai contenuti dirompenti, perché si pone sempre l’attenzione sull’innovazione tecnologica di cui può disporre la sanità e mai sul fatto che queste tecnologie possono realizzare in un modo molto più ampio che nel passato il diritto alla salute. AIIC – che presenterà a Firenze un libro che raccoglie il percorso storico fatto in trent’anni dall’ingegneria clinica in Italia – vuole richiamare l’attenzione di istituzioni, esperti, clinici e decisori, sul fatto che la disponibilità di avere a disposizione le migliori tecnologie su tutto il territorio rappresenta una vera e propria sfida sociale che coinvolge pazienti, clinici, ricercatori, manager pubblici, aziende ed istituzioni”. Prosegue Lorenzo Leogrande (presidente del Convegno): “Che la tecnologia sia sempre più strumento abilitante verso cure di eccellenza e che questo negli ultimi anni abbia permeato ogni ambito della pratica clinica, credo sia ormai un fatto noto e consolidato anche nell’opinione pubblica. Invece che la tecnologia possa rappresentare anche un elemento di criticità laddove non accessibile a tutti, laddove non gestita correttamente e non integrata nei percorsi e nel contesto specifico di riferimento, rappresenta una attenzione nuova che come addetti ai lavori ci sentiamo di sottolineare”.

Il “tema sociale” è così prioritario negli obiettivi di AIIC, che durante i lavori di Firenze verrà lanciato (venerdì 12) il Manifesto Sociale sulle tecnologie realizzato in collaborazione con Cittadinanzattiva, la più importante realtà nazionale di attivismo civico.

Il programma

Innovazione e ricerca, sostenibilità e cybersecurity, intelligenza artificiale e organizzazione, software e multidisciplinarietà, dispositivi mobili e telemedicina, HTA e Regolamenti europei: al Convegno AIIC (cresciuto esponenzialmente negli anni sia in presenze che in ampiezza dei contenuti) grazie al coordinamento scientifico di Stefano Bergamasco (Centro studi AIIC), Giovanni Poggialini e Giovanni Guizzetti (responsabili dei Corsi di formazione AIIC) sono previste oltre 50 sessioni sviluppate in sei mesi di lavoro con il forte contributo dei componenti del Direttivo AIIC (Carmelo Minniti, Francesco Pezzatini, Gianluca Giaconia, Amedeo Lanzani, Leo Traldi, Danilo Gennari, Emilio Chiarolla e Paolo Pari) e dei coordinatori regionali dell’Associazione, a conferma di un radicamento sempre più forte e dinamico della professione sul territorio. “Nella nostra agenda ci sono i temi più sensibili e innovativi che riguardano l’intero comparto delle tecnologie sanitarie”, precisa Stefano Bergamasco, “con importanti risvolti sull’accessibilità di tali tecnologie in uno sviluppo organico del Servizio Sanitario Nazionale. Non potrà poi mancare un richiamo alle sfide e opportunità del PNRR, come anche un approfondimento su varie criticità, basti pensare alla situazione del comparto produttivo biomedicale con le attuali difficoltà legate al payback sui dispositivi medici e alla non semplice transizione ai nuovi Regolamenti sui dispositivi medici e sui dispositivi diagnostici in vitro”.

Le eccellenze

Al Convegno 2023 sono attese circa 2000 presenze, tra professionisti, rappresentanti delle istituzioni, dell’accademia, del mondo produttivo, delle società scientifiche e delle associazioni di pazienti. Al suo interno saranno premiate anche le eccellenze di settore tramite gli AIIC AWARDS, selezione delle migliori progettualità (oltre 170 partecipanti) sviluppate da ricercatori e team nell’ambito delle tecnologie per la salute, e i PREMI INNOVAZIONE (a cui hanno aderito oltre 70 aziende) che saranno attribuiti alle tecnologie più innovative nel campo ingegneristico e biomedico presentate dal mondo della produzione. Quest’ultimo premio – osserva Leogrande – “si presenta come raccolta delle più recenti novità in campo tecnologico. La giuria è rappresentata proprio da noi ingegneri clinici, che siamo la professione che quotidianamente valuta ed introduce l’innovazione tecnologica dentro e fuori dalle strutture sanitarie. E la griglia di valutazione dei giurati tiene conto di tre categorie essenziali: il cambiamento introdotto, i benefici per il paziente ed i vantaggi per il sistema”.

Morti materne e neonatali: progressi fermi dal 2015

Secondo un nuovo rapporto delle Nazioni Unite (ONU), i progressi globali nella riduzione dei decessi di donne incinte, madri e neonati sono fermi da otto anni a causa della diminuzione degli investimenti nella salute materna e neonatale. Il rapporto mostra che oltre 4,5 milioni di donne e bambini muoiono ogni anno durante la gravidanza, il parto o le prime settimane dopo la nascita – l’equivalente di 1 decesso ogni 7 secondi – principalmente per cause prevenibili o curabili se fosse disponibile un’assistenza adeguata.

“Le donne incinte e i neonati continuano a morire a tassi inaccettabilmente elevati in tutto il mondo e la pandemia di COVID-19 ha creato ulteriori battute d’arresto nel fornire loro l’assistenza sanitaria di cui hanno bisogno”, afferma Anshu Banerjee, Director of Maternal, Newborn, Child and Adolescent Health and Ageing dell’OMS. “Se vogliamo vedere risultati diversi, dobbiamo fare le cose in modo diverso. Ora sono necessari investimenti maggiori e più intelligenti nell’assistenza sanitaria di base in modo che ogni donna e bambino, indipendentemente da dove vivano, abbia le migliori possibilità di salute e sopravvivenza”.

Il rapporto Migliorare la salute e la sopravvivenza materna e neonatale e ridurre la natimortalità (Improving maternal and newborn health and survival and reducing stillbirth) valuta gli ultimi dati su questi decessi – che hanno fattori di rischio e cause simili – e tiene traccia della fornitura di servizi sanitari critici. Nel complesso, il rapporto mostra che i progressi nel miglioramento della sopravvivenza sono rimasti fermi dal 2015, con circa 290.000 morti materne ogni anno, 1,9 milioni di nati morti (bambini che muoiono dopo 28 settimane di gravidanza) e l’incredibile cifra di 2,3 milioni di morti neonatali, che sono morti nel primo mese di vita.

La pandemia di COVID-19, l’aumento della povertà e il peggioramento delle crisi umanitarie hanno intensificato le pressioni sui sistemi sanitari in difficoltà. Dal 2018, più di tre quarti di tutti i paesi colpiti da conflitti e dell’Africa subsahariana segnalano un calo dei finanziamenti per la salute materna e neonatale. Solo 1 paese su 10 (su oltre 100 intervistati) dichiara di disporre di fondi sufficienti per attuare i propri piani attuali. Inoltre, secondo l’ultima indagine dell’OMS sugli impatti della pandemia sui servizi sanitari essenziali, circa un quarto dei paesi segnala ancora continue interruzioni della gravidanza vitale e dell’assistenza e dei servizi postnatali per i bambini malati.

“Come troppo spesso accade, la vulnerabilità, la paura e la perdita non sono distribuite equamente in tutto il mondo”, ha affermato Steven Lauwerier, Direttore Salute dell’UNICEF. “Dalla pandemia di COVID-19, i neonati, i bambini e le donne che erano già esposti a minacce al loro benessere, in particolare quelli che vivono in paesi fragili e in situazioni di emergenza, stanno affrontando le conseguenze più pesanti della riduzione della spesa e degli sforzi per fornire un’assistenza sanitaria accessibile e di qualità .”

Le carenze di finanziamento e gli investimenti insufficienti nell’assistenza sanitaria di base possono devastare le prospettive di sopravvivenza. Ad esempio, mentre la prematurità è ora la causa principale di tutti i decessi sotto i cinque anni a livello globale, meno di un terzo dei paesi dichiara di disporre di unità di assistenza neonatale sufficienti per curare bambini piccoli e malati. Nel frattempo, circa due terzi delle strutture per il parto di emergenza nell’Africa subsahariana non sono considerate completamente funzionanti, il che significa che mancano di risorse essenziali come medicinali e forniture, acqua, elettricità o personale per l’assistenza 24 ore su 24.

Nei paesi più colpiti dell’Africa sub-sahariana e dell’Asia centrale e meridionale – le regioni con il maggior carico di morti neonatali e materne – meno del 60% delle donne riceve anche quattro, degli otto raccomandati dall’OMS, controlli prenatali.

“La morte di qualsiasi donna o ragazza durante la gravidanza o il parto è una grave violazione dei loro diritti umani”, ha affermato la dottoressa Julitta Onabanjo, direttrice della divisione tecnica presso il Fondo delle Nazioni Unite per la popolazione (UNFPA). aumentare l’accesso a servizi di salute sessuale e riproduttiva di qualità come parte della copertura sanitaria universale e dell’assistenza sanitaria di base, in particolare nelle comunità in cui i tassi di mortalità materna sono rimasti stagnanti o addirittura aumentati negli ultimi anni. Dobbiamo adottare un approccio di trasformazione dei diritti umani e di genere per affrontare la mortalità materna e neonatale ed è fondamentale eliminare i fattori sottostanti che danno origine a scarsi risultati di salute materna come le disuguaglianze socio-economiche, la discriminazione, la povertà e l’ingiustizia”.

Per aumentare i tassi di sopravvivenza, donne e bambini devono avere un’assistenza sanitaria di qualità a prezzi accessibili prima, durante e dopo il parto, affermano le agenzie, nonché l’accesso ai servizi di pianificazione familiare. Sono necessari operatori sanitari più qualificati e motivati, in particolare ostetriche, oltre a medicinali e forniture essenziali, acqua potabile ed elettricità affidabile. Il rapporto sottolinea che gli interventi dovrebbero mirare in particolare alle donne più povere e a quelle in situazioni vulnerabili che hanno maggiori probabilità di perdere le cure salvavita, anche attraverso una pianificazione e investimenti subnazionali critici.

Per migliorare ulteriormente la salute materna e neonatale è necessario affrontare le norme che discriminano in base al genere, i pregiudizi e le disuguaglianze. Dati recenti mostrano che solo il 60% circa delle donne di età compresa tra 15 e 49 anni prende le proprie decisioni in materia di salute e diritti sessuali e riproduttivi.

Il nuovo rapporto è stato lanciato in occasione di un’importante conferenza globale tenutasi a Città del Capo, in Sudafrica. La conferenza mira ad accelerare la ripresa e il progresso nella salute materna e neonatale, promuovendo investimenti mirati nell’assistenza sanitaria di base, innovazione e partenariati più audaci attraverso programmi che aiutano i paesi a migliorare la sopravvivenza.

Sulla base delle tendenze attuali, più di 60 paesi non sono pronti a raggiungere gli obiettivi di riduzione della mortalità materna, neonatale e dei nati morti previsti dagli Obiettivi di sviluppo sostenibile delle Nazioni Unite entro il 2030.

Violenza su operatori sanitari: una tutela non ancora sufficiente

“Annichiliti, ci uniamo al dolore di familiari e amici della collega Barbara Capovani. Una morte inaccettabile, che lacera nel profondo un’intera categoria. Donne e uomini che ormai da troppo tempo sono esposti ad una violenza inaudita, nell’assordante silenzio di chi avrebbe il dovere di tutelare i lavoratori”. Sono queste le parole del comunicato della FIMMG (Federazione Italiana Medici di Medicina Generale) in riferimento all’omicidio avvenuto il 21 aprile scorso ai danni della psichiatra per mano di un paziente. Un uomo con disturbi antisociali e paranoici di personalità, ma dotato di capacità di pianificazione dei propri gesti, nonché già noto alle forze dell’ordine per precedenti di stalking.

Era evitabile questa tragedia? Non ci sono certezze, ma una cosa è assolutamente evidente: gli operatori sanitari sono vittime facilmente appetibili, paradossalmente proprio a causa della responsabilità che rivestono. Il loro ruolo è tutelare la salute dei cittadini, ma proprio per questo sono più esposti al mirino di individui violenti che non gestiscono la propria rabbia.

Ciò che lascia un enorme sconforto è che il caso della Dottoressa Capovani non è il primo, perché il fenomeno ha già mietuto molte vittime.

Solo lo scorso 12 marzo è stata celebrata la seconda “Giornata Nazionale di educazione e prevenzione contro la violenza verso gli operatori sanitari”, istituita in Italia nel 2022 in seguito alle raccomandazioni dell’art. 8 della legge 113/2020, in materia di sicurezza per le professioni sanitarie. Una legge entrata in vigore il 24 settembre del 2020, nata al fine di prevenire e combattere il costante incremento degli episodi di violenza contro gli operatori sanitari e socio-sanitari. Una legge che mira all’informazione sui diritti del personale sanitario, oltre che ad un inasprimento delle pene.

Purtroppo, ai fini pratici non c’è stata una riduzione della casistica legata alle aggressioni ai medici durante il loro servizio. Un elenco che non solo non sembra ridursi, ma pare anche sottostimato: secondo un recente studio condotto dall’Istituto Superiore di Sanità, molti episodi di violenza (si calcola circa il 70% del totale), non vengono denunciati dagli operatori.

Sempre in occasione dello scorso 12 marzo, inoltre, la Consulenza statistico attuariale Inail ha analizzato i dati relativi ad aggressioni e minacce nei confronti di medici e infermieri durante lo svolgimento del servizio. Il periodo preso come riferimento è stato il triennio 2019-2021, che ha contato ben 4.821 casi (una media di 1.600 all’anno). La maggior parte di essi è concentrata nel settore dell’assistenza sanitaria (ospedali, cliniche, policlinici), e ben il 71% ha riportato le donne come vittime.

Così, mentre lo scorso 10 marzo il Ministero della Salute ha lanciato la campagna #laviolenzanoncura, continua il dibattito su come arginare un fenomeno che non accenna a dissiparsi.

Esistono circostanze che mettono gli operatori sanitari in una condizione di maggiore pericolo, come il sovraffollamento dei pronto soccorso

Non esistono motivazioni valide per alcun gesto di violenza fisica o verbale che sia, ma di sicuro esistono delle circostanze che mettono gli operatori sanitari in una condizione di maggiore pericolo. Tra queste, si riporta spesso il sovraffollamento dei presidi di Pronto Soccorso, che mal si sposa con la scarsità di medici e operatori sanitari in servizio. Ma non è solo il Pronto Soccorso il luogo in cui si realizzano queste situazioni.

Tra le personalità maggiormente impegnate nella difesa dei diritti dei professionisti della sanità e della loro sicurezza vi è Tommasa Maio, Segretario Nazionale della FIMMG per il settore Continuità Assistenziale. Proprio a lei, evidentemente scossa per l’ultima tragedia di cronaca, abbiamo rivolto alcune domande per comprendere meglio lo stato dell’arte in Italia in merito alla tutela dell’incolumità dei medici durante il servizio.

Molti dei provvedimenti presi dalla legge 113/2020 sono stati resi effettivi, ma le violenze sugli operatori sanitari non hanno mai accennato a diminuire. Cosa propone FIMMG per aumentare l’efficacia delle misure prese?

Partiamo dal presupposto che l’emanazione della legge 113/2020 ha rappresentato un cambio di rotta importante, perché per la prima volta ha cercato di affrontare il problema in maniera sistematica. Quello che ancora non prevede purtroppo – e che noi continueremo fermamente a richiedere – è il riconoscimento di pubblico ufficiale per gli operatori sanitari. Sulla base delle analisi del fenomeno che studiamo da anni (il primo Medico di Continuità Assistenziale venne assassinato nel 1984), pensiamo che questo elemento sia essenziale per apportare un cambiamento. Formalizzare in un atto legislativo il riconoscimento di pubblico ufficiale per gli operatori sanitari avrebbe un impatto sia per i cittadini, che così vedrebbero riaffermato per gli operatori sanitari il riconoscimento del valore sociale del proprio ruolo, sia per gli operatori che si vedrebbero pienamente riconosciuta dallo Stato la propria funzione costituzionale, ovvero quella della tutela della salute espressa dall’Art. 32 della Costituzione.

Recentemente, nel cosiddetto decreto bollette, è stato previsto il miglioramento di un aspetto della legge 113/2020: con una modifica al Codice penale viene stabilita infatti la procedibilità d’ufficio e la pena detentiva nel caso di lesione inflitta, indipendentemente dalla sua gravità, diversamente da quanto prima previsto nella legge che considerava solo il caso di “lesioni personali gravi”.  Noi ci auguriamo che si prosegua su questa strada.

Un costante clima di tensione è rischioso non solo per i professionisti, ma anche per i pazienti

Non dobbiamo però dimenticare che sebbene la legge persegua i reati più gravi, quali lesioni e percosse, rimangono da affrontare tutte quelle situazioni più ambigue e ben più frequenti: gli atteggiamenti aggressivi, le espressioni verbali sgradevoli, le velate minacce o intimidazioni che troppo spesso i medici e gli altri operatori subiscono. Tutte queste azioni, che possono apparire di minore rilevanza e restano impunite anche se sistematicamente reiterate, hanno in realtà un effetto molto significativo. Determinano infatti un costante clima di tensione rischioso non solo per i professionisti, ma anche per i pazienti, dal momento che può minare la nostra concentrazione nel momento in cui siamo chiamati a prendere delle decisioni importanti, che dovrebbero invece essere assunte in un contesto il più sereno possibile.

La legge in questione ha previsto l’istituzione di un Osservatorio nazionale sulla sicurezza degli esercenti professioni sanitarie e socio-sanitarie, poi istituito con un Decreto Ministeriale nel gennaio del 2022. Recentemente, da un incontro che il ministro Schillaci ha avuto con i rappresentanti di varie associazioni di categoria, si è parlato di un rilancio di questo Osservatorio, con maggiore possibilità d’azione. Cosa ne pensa?

Va riconosciuta al Ministro Schillaci una grande attenzione al tema perché, appena insediato, ha subito dato un segnale ai componenti dell’Osservatorio incontrandoci e dando un orientamento chiaro.

Insieme agli altri componenti dell’Osservatorio Nazionale, sulla base degli orientamenti indicati e focalizzati gli aspetti principali, stiamo continuando a raccogliere elementi, contributi, dati. L’Osservatorio sta monitorando il fenomeno a livello nazionale, sta realizzando la sistematizzazione delle conoscenze sul tema e sta perseguendo l’individuazione delle migliori prassi attraverso il confronto costante tra esperti, associazioni professionali e sindacali degli operatori sanitari, ordini professionali, rappresentanti di tutti i livelli istituzionali ed enti sussidiari coinvolti.

Una rivoluzione importante al momento dell’istituzione dell’Osservatorio è stata la scelta di includere i professionisti e le organizzazioni sindacali: questo, dal nostro punto di vista, è stato un segnale importante, perché chi vive il problema nella propria quotidianità lavorativa può focalizzare meglio gli elementi critici in tempo reale, può offrire suggerimenti e proposte operative che possano incidere efficacemente sulla sicurezza e sul benessere lavorativo degli operatori sanitari.

Molte aggressioni avvengono negli ambulatori d’emergenza, il Pronto Soccorso, le guardie mediche. Il Ministro Schillaci parla di ‘riorganizzazione delle sedi di Pronto Soccorso’ per evitare il sovraffollamento e, quindi, situazioni pericolose per i medici: lei cosa ne pensa? 

Il fenomeno è complesso e va affrontato con soluzioni adeguate ai diversi contesti coinvolti: passiamo dal Pronto Soccorso (quindi un ambiente strutturato, con numerose presenze di personale sanitario, con la possibilità di tutela garantita dalle forze dell’ordine) a contesti profondamente diversi, territoriali, non strutturati e privi di sorveglianza come gli ambulatori dei medici di medicina generale o le guardie mediche. Ricordo che proprio nelle guardie mediche contiamo ben tre casi di omicidio, nonché un numero infinito di violenze, anche sessuali. Ma voglio ricordare anche i veterinari o gli assistenti sociali: c’è una varietà estremamente ampia di setting a rischio, ognuno dei quali ha caratteristiche peculiari e conseguentemente richiede interventi specifici e soluzioni commisurate a tali caratteristiche.

Il problema ha profonde radici culturali, risente anche di un certo clima che ultimamente non è stato molto positivo: temi come il Covid, il green pass, l’obbligo vaccinale e l’infodemia, esasperati e strumentalizzati da alcuni soggetti, hanno alzato il livello di potenziale aggressività.

Ci sono poi anche condizioni particolari che sembrano pesare. Ad esempio, rispetto agli accessi in PS non limiterei il problema solo alle liste di attesa: non va dimenticato che il Paese sta vivendo da tempo una congiuntura economica delicata e che molto spesso le persone accedono impropriamente al Pronto Soccorso anche semplicemente per avere accesso gratuito a prestazioni che ritengono necessarie.

Nulla può giustificare un atto di aggressione nei confronti di un operatore sanitario il cui scopo è prendersi cura dei propri pazienti

Il principio che però deve sempre passare nei messaggi ai cittadini è che nulla può giustificare un atto di aggressione nei confronti di un operatore sanitario il cui scopo è prendersi cura dei propri pazienti. Le aspettative deluse non devono mai diventare motivo di violenza.

Per questo diventa molto importante anche il lavoro dei media, che possono dare un contributo rilevante informando i cittadini, riguardo le possibili risposte assistenziali dei servizi sanitari, nei termini corretti.

Il Presidente della FNOMCEO, Filippo Anelli, qualche mese fa ha ribadito l’importanza di prevedere la presenza dell’esercito e delle Forze Armate nei presidi ospedalieri, nonché l’annullamento dei turni di notte se si lavora da soli. Crede ci sia resistenza nei confronti di queste misure di sicurezza?

Le proposte vengono fatte, alle volte, anche per suscitare la dovuta attenzione. Quella del Presidente prende spunto dal fatto che, in alcune realtà, ci sono state aggressioni perché le strutture, ad esempio, di continuità assistenziale sono lasciate in condizioni strutturali e organizzative veramente vergognose, da qui questa provocazione. Il Presidente sa bene che non si possono certo militarizzare tutti i setting del Servizio Sanitario Nazionale, anche perché l’assistenza sanitaria non è offerta solo nelle strutture ospedaliere: esiste l’assistenza territoriale spesso portata al domicilio dei pazienti, specie i fragili, gli anziani e coloro che vivono nelle zone più remote. Il modello di offerta, dunque, va rivisto, prendendo sempre in considerazione il tema della sicurezza nel momento in cui si definisce un percorso assistenziale, nel momento in cui si sceglie una struttura e quando cui si crea la modalità di accesso a quella struttura. Non c’è resistenza verso le misure di sicurezza, c’è semplicemente la necessità di individuare e rimuovere tutte le condizioni strutturali e organizzative che possono favorire situazioni a rischio, e fare ognuno la propria parte.

Anni fa, quando accadde un episodio molto grave ai danni di una collega, l’allora ministro Lorenzin mandò un’ispezione dei NAS in tutte le sedi di continuità assistenziale per verificare che queste rispondessero ai requisiti di sicurezza. FIMMG decise di dare il proprio contributo lanciando quella che chiamammo “un’indagine da dentro”, invitando i colleghi rendersi parte attiva segnalando le situazioni a rischio in cui erano costretti ad operare. In meno di dieci giorni creammo così un dossier, che venne consegnato al ministro, contenente oltre 700 denunce corredate da fotografie. Quindi il tema della sicurezza, del contesto e della struttura nella quale i professionisti sanitari vengono messi a lavorare è fondamentale. Altrettanto importante è il tema dell’organizzazione che si pone intorno alle strutture e alle misure che devono essere prese. In passato troppo spesso le nostre denunce e segnalazioni sono cadute nel vuoto. Da questo punto di vista sarà sempre più importante il ruolo dell’Osservatorio, che sta tra l’altro raccogliendo le buone prassi e sta cercando di fare da stimolo in tutte le Regioni perché si adottino anche da parte delle aziende le procedure ritenute più efficaci.

Inoltre, qualora un medico o un operatore sanitario segnali un episodio di violenza, è fondamentale che la risposta avvenga in tempi immediati, perché deve poter tornare il giorno dopo a svolgere lo stesso lavoro nella stessa sede con serenità, avendo la certezza che la propria sicurezza sia tutelata.

Nell’immediato futuro dobbiamo aspettarci qualcosa di nuovo e di positivo per questo problema?

Se non si produrranno soluzioni, assisteremo alla fuga del personale sanitario dai setting più a rischio

È indispensabile che arrivino novità importanti per la sostenibilità stessa dei servizi. Se non si produrranno soluzioni, assisteremo alla fuga del personale sanitario dai setting più a rischio.

Abbiamo tutti il dovere, ciascuno per la propria parte, di operare per creare condizioni di benessere lavorativo e sicurezza per ogni operatore sanitario. Per quanto ci riguarda direttamente, la Federazione dei Medici di Medicina Generale si sta muovendo con numerose iniziative, cercando di definire dei protocolli per creare dei percorsi protetti, soprattutto nei luoghi dove le violenze avvengono più spesso (guardie mediche, servizi di emergenza ad esempio). Stiamo cercando di avviare iniziative di collaborazione con le aziende e con la dirigenza, promuovendo la formazione degli operatori sanitari da un lato, ma anche quella dei dirigenti e dei funzionari, che devono conoscere bene il problema per rendere sicure le condizioni in cui medici e operatori sanitari agiscono.

L’omicidio della Dottoressa Capovani ha avuto molta risonanza mediatica, ma non è possibile che si tratti solo dell’“ennesimo” caso: occorre fare qualcosa di concreto. Come dice lo stesso comunicato della FIMMG, questi atti di violenza sono “ogni volta seguiti da importanti dichiarazioni di intenti e da fiumi di parole che, di rado, si traducono in fatti. Non esistono vite più preziose di altre. Ma di certo esistono persone che, più di altre, scelgono di donare la propria esistenza al prossimo. Persone che danno corpo e sostanza al Giuramento di Ippocrate e all’Articolo 32 della Costituzione. Le istituzioni hanno il dovere fare ogni cosa per tutelare queste persone, lasciando da parte ogni forma di retorica”.

Appello SItI: aumentare risorse per il SSN

Oltre 3.000 professionisti di Sanità Pubblica – provenienti da tutto il Mondo – si sono riuniti, dal 2 al 6 maggio a Roma, per il 56° Congresso Nazionale della Società Italiana di Igiene, Medicina Preventiva e Sanità Pubblica (SItI), che si è svolto in contemporanea al 17° Congresso Mondiale di Sanità Pubblica.

Il Congresso ha rappresentato una straordinaria occasione di confronto internazionale su temi attuali e inconfutabili della Sanità pubblica, ma è stata anche l’occasione per sottolineare le problematiche del Servizio Sanitario Nazionale italiano.

Da tempo la SItI lancia l’allarme sulle poche risorse disponibili nel SSN e, di conseguenza, sulla necessità di investire nella prevenzione delle malattie, promuovere la Salute e prolungare la vita.

Gli attuali investimenti sulla Sanità sono tra i più bassi nei Paesi OCSE. Dopo il picco della spesa emergenziale degli anni 2020-21, a causa della pandemia da Covid-19, assistiamo ora ad un ridimensionamento della crescita della spesa sanitaria fino ad un suo contenimento che, secondo le stime, proseguirà fino al 2024 (previsto un 6,3% del PIL)”, afferma la Prof.ssa Roberta Siliquini, Presidente SItI.

Di fronte a minori risorse, i Decision Makers devono quindi liberare risorse soprattutto sul piano della prevenzione, che diventa fondamentale in quanto ha un costo decisamente più basso rispetto alla cura.  Prevenzione significa incentivare le vaccinazioni, le attività di screening, promuovere gli stili di vita sani e una corretta alimentazione. Tali attività trovano la loro sede naturale nei Dipartimenti di Prevenzione che devono diventare centrali nel coordinamento delle iniziative con i distretti, le ASL e le ASO così come centrale, nell’organizzazione complessiva del sistema, deve essere il ruolo dei Distretti che necessitano di una governance competente nell’organizzazione e nel management sanitario.

Contemporaneamente – ribadisce la Prof.ssa Roberta Siliquini è necessario l’impegno di tutti, Governance e Professionisti del sistema sanitario, per promuovere l’equità sanitaria e costruire un futuro più sostenibile e giusto.”Le possibilità di accesso alla prevenzione e alle cure devono essere a disposizione di tutti, a partire dai più vulnerabili e fin dalla prima infanzia.

Al fine di raggiungere l’obiettivo di offerta di servizi efficaci, efficienti, resilienti e accessibili è necessario attuare programmi strategici mirati ad individuare e superare tutte le barriere che possono frapporsi fra l’individuo e il suo diritto all’equità sanitaria, basandosi su un’attenta analisi, strutturale e culturale, del contesto di riferimento. Solo così ogni individuo potrà ottenere il più elevato potenziale di salute.

“Abbiamo scelto, come medici e professionisti di sanità pubblica, di dedicarci agli altri e alla tutela del bene più importante di cui disponiamo: la salute – sottolinea la Prof.ssa SiliquiniSpinti dal desiderio di solidarietà e di dare aiuto, abbiamo agito per gli altri, per i nostri cittadini, per i nostri pazienti, per i più deboli e gli invisibili, contro l’indifferenza e il narcisismo dilagante che ci circonda. Dobbiamo difendere a tutti i costi l’universalità della salute umana. Le intuizioni e le idee generate durante questo Congresso avranno senza dubbio un impatto di ampia portata sulla sanità pubblica a livello globale. Siamo fiduciosi che le conoscenze condivise e le collaborazioni formate qui ci aiuteranno ad affrontare le sfide e a cogliere le opportunità che abbiamo di fronte.”

Nel trarre le conclusioni del 56° Congresso Nazionale della Società Italiana d’Igiene, la Presidente, Prof.ssa Roberta Siliquini, sintetizzaIl 56° CongressoNazionale della SItI ha trattato tantissimi temi legati alla Sanità pubblica. Il tema centrale, però, ha riguardato la garanzia di tutte le attività preventive a livello del nostro Servizio Sanitario Nazionale. Esso, però, potrà essere sostenibile solo se verranno attuate tutte quelle buone pratiche per ritardare o ridurre la morbosità di patologie infettive o cronico-degenerative. Un forte impulso va dato ai Servizi della Prevenzione ed ai Dipartimenti della Prevenzione, con le loro attività di prevenzione primaria e secondaria, screening, educazione alla salute, vaccinazione ed educazione alimentare. Molto impulso va anche dato al ruolo centrale che i Distretti sanitari dovranno avere nell’organizzazione delle cure primarie e secondarie, anche in connessione con il sistema sociale. I professionisti della Sanità pubblica, gli Igienisti, i Soci della nostra Società scientifica si mettono a disposizione del Paese, e di chi lo governa, affinché i ruoli centrali nella programmazione, nell’organizzazione e nella Prevenzione vengano sostenuti da persone competenti e di elevata professionalità nel management sanitario”.

Per approfondire

https://test.trendsanita.it/evento/il-distretto-di-domani-quali-competenze-e-quali-modelli

Fadoi: il 52% dei medici e il 45% degli infermieri in burnout. Uno su due pensa di licenziarsi

Depressi, stressati e in perenne carenza di sonno per orari di lavoro che vanno ben oltre il lecito, carichi di lavoro impossibili da gestire. Il tutto aggravato da mancanza di riconoscimento del valore di quanto con competenza professionale si fa, un numero di pazienti per medici e posti letto che rende quasi impossibile instaurare un rapporto empatico con i pazienti e la burocrazia che rende tutto ancora più difficile. C’è questo e di più in quello che in gergo tecnico si definisce “Sindrome da burnout”, quell’insieme di sintomi determinati da uno stato di stress permanente con il quale devono vivere il proprio lavoro il 52% dei medici e il 45% degli infermieri che prestano la loro opera nei reparti ospedalieri di medicina interna. Quelli che da soli assorbono un quinto di tutti i ricoveri in Italia. Una minaccia per la loro salute ma anche per quella degli assistiti, visto che lavorare quando si è in burnout significa alzare di molto le possibilità di commettere un errore sanitario, che in Italia sarebbero circa 100mila l’anno.

A fornire la fotografia di medici e infermieri “sull’orlo di una crisi di nervi” è la survey condotta da Fadoi, la Federazione dei medici internisti ospedalieri, su un campione rappresentativo di oltre duemila professionisti sanitari e presentata a Milano al 28° Congresso Nazionale della Federazione.

In totale a dichiararsi in “burnout” è il 49,6% del campione ma la percentuale sale al 52% quando si parla di medici, per ridiscendere al 45% nel caso degli infermieri. E in entrambi i casi l’incidenza è più del doppio tra le donne, dove permane la difficoltà di coniugare il tempo di lavoro con quello assorbito dai figli e la famiglia in genere. Anche se poi c’è un inedito e positivo rovescio della medaglia, costituito dalla larga maggioranza di medici e infermieri ancora gratificati dal proprio lavoro e dal rapporto con i pazienti.

Ad influire sullo stato di stress cronico è anche il fattore età, visto che sotto i trent’anni la percentuale di chi è in burnout cala al 30,5%. Fatto è che proiettando i dati più che significativi delle medicine interne sull’universo mondo dei professionisti della nostra sanità pubblica abbiamo oltre 56mila medici e 125.500 infermieri che lavorano in burnout. E che per questo motivo incappano in qualche inevitabile errore. Uno studio condotto dalla Johns Hopkins University School of Medicine e dalla Mayo Clinic del Minnesota ha rilevato almeno un errore grave nel corso dell’anno nel 36% dei camici bianchi in burnout. Percentuale che proiettata sul totale dei nostri medici da un totale di oltre 20mila errori gravi.

Discorso analogo per gli infermieri. Qui una serie di studi internazionali raccolti dalla Fnopi, la Federazione degli ordini infermieristici, stima siano addirittura il 57% gli errori clinici più o meno gravi commessi nell’arco di un anno. Dato che applicato sul numero degli infermieri pubblici operanti in Italia in burnout da altri 71.500 errori in fase di assistenza per un totale di almeno di 92mila, sicuramente qualcuno in più considerando che uno stesso operatore può essere incappato in più di un errore nel corso dell’anno.

Lavorare sotto stress fa male agli assistiti ma anche a chi ce l’ha. “L’influenza del burnout sulle malattie professionali è un fatto oramai acclarato dalla letteratura scientifica”, afferma Francesco Dentali, Presidente Fadoi. “Il rischio di infarto del miocardio e di altri eventi avversi coronarici è infatti circa due volte e mezzo superiore in chi è in burnout, mentre le minacce di aborto vanno dal 20% quando l’orario di lavoro non supera le 40 ore settimanali salendo via via al 35% quando si arriva a farne 70. Evento sempre meno raro con il cronico sottodimensionamento delle piante organiche ospedaliere”, aggiunge Dentali.

Che lavorando a ritmi e condizioni spesso insostenibili si finisca alla fine per somatizzare lo dimostra il fatto che il 61% de medici testati da Fadoi conclude la sua giornata lavorativa sentendosi “emotivamente sfinito”. Percentuale che scende al 48,4% tra gli infermieri.

Quasi il 50% di medici e infermieri in burnout pensa di licenziarsi entro l’anno

E il problema si fa ancora più sentire quando si ricopre un ruolo di responsabilità. Tra i coordinatori infermieristici il 45% è infatti in burnout e la stessa percentuale pensa di licenziarsi entro l’anno, lasciando così ancora più sguarnita la trincea del pubblico, magari per andare a rinforzare quella del privato o di qualche altro Paese, dove le retribuzioni arrivano ad essere anche il doppio di quelle del nostro Ssn. 

Senso di frustrazione, sensazione di non riuscire ad andare avanti e senso di colpa per avere dovuto trascurare qualche paziente sono tra i sentimenti più ricorrenti tra i coordinatori infermieristici.

Percentuali appena più basse si rilavano tra i coordinatori medici, dove in burnout è il 31,8%, mentre la percentuale di chi pensa di licenziarsi entro l’anno è del 47,4%. Qui a sentirsi “emotivamente sfinito” è l’80% del campione, mentre il senso di frustrazione accompagna il 60% di loro e il 70% sente di non poter assolvere adeguatamente ai propri compiti. Percentuali simili a quelle rilevate per i medici in corsia, dove però scende al 53% la sensazione di trattare adeguatamente in modo troppo impersonale i propri pazienti.

Il risvolto positivo della medaglia: professionisti sanitari ancora motivati e gratificati dal loro lavoro

La ricerca Fadoi contiene però anche un positivo e inedito rovescio della medaglia. Nonostante le difficili se non impossibili condizioni di lavoro e il risvolto che queste hanno su psiche e salute dei professionisti sanitari, tanto la stragrande maggioranza dei medici che quella degli infermieri “sente di aver affrontato efficacemente i problemi dei propri pazienti” e di “aver realizzato molte cose nel corso della propria attività lavorativa”. Mentre nello specifico l’84% dei camici i bianchi “crede di influenzare positivamente la vita delle altre persone con il proprio lavoro” e nel 73% dei casi si sente “rallegrata dopo aver lavorato con i propri pazienti”.

“È proprio da questo senso di attaccamento alla propria mission e dalla realizzazione di se in un lavoro che nonostante tutto e tutti salva vite e aggiunge qualità agli anni di ciascuno che bisogna ripartire se veramente si ha a cuore il destino della nostra sanità pubblica”, commenta Dentali. “E per farlo occorre rendere nuovamente attrattive tra i giovani tanto la professione medica che quelle infermieristica. Portando a un livello di dignità professionale retribuzioni che sono tra le più basse d’Europa, ma riqualificando anche formazione e condizioni lavorative”, conclude il Presidente Fadoi.

“Il lavoro sanitario ai tempi del burnout nuoce tanto alla salute dei cittadini che a quella di medici e infermieri”, commenta a sua volta il presidente della Fondazione Fadoi, Dario Manfellotto. “Un problema -prosegue- tanto più sentito nei reparti di medicina interna, che una anacronistica e vetusta classificazione ministeriale con il codice 26 definisce ancora a bassa intensità di cura, quando basta scorrere l’elenco delle cartelle cliniche per capire che i nostri sono pazienti complessi che necessitano di medio-alta intensità di cura”. “Un problema che sembra di natura burocratico-amministrativa m che in realtà si traduce in una sotto dotazione sia in termini di organico che di tecnologia”, conclude Manfellotto. Che chiede di “ridefinire gli standard di personale sanitario ancora vincolati a un vecchio decreto emesso da Donat Cattin”.

Per approfondire

Tumori: l’obesità riduce l’efficacia dell’immunoncologia

I pazienti diabetici colpiti dal cancro rispondono meno ai trattamenti immunoncologici. In particolare, in queste persone la malattia metabolica è associata a una sopravvivenza peggiore e il rischio di progressione del tumore aumenta del 20% rispetto ai pazienti oncologici non diabetici. Lo dimostra uno studio, coordinato dall’Imperial College di Londra e dalla Fondazione Policlinico Universitario Campus Bio-Medico di Roma, che ha coinvolto circa 1400 persone affette da tumori solidi avanzati e trattati con farmaci immunoncologici in 21 centri. I risultati della ricerca (“Type 2 diabetes mellitus and efficacy outcomes from immune checkpoint blockade in patients with cancer”), pubblicata su “Clinical Cancer Research”, rivista scientifica dell’Associazione americana per lo studio del cancro (AACR), sono illustrati nel convegno “Cancer research: from Orlando to Palermo news from AACR Annual Meeting”, organizzato dall’Associazione Italiana di Oncologia Medica (AIOM), in corso fino a domani a Palermo.

“In passato alcune ricerche avevano evidenziato il cosiddetto ‘paradosso dell’obesità’, perché sembrava che il fatto di essere in sovrappeso potesse favorire l’efficacia delle terapie che stimolano il sistema immunitario contro le cellule cancerose – afferma Saverio Cinieri, Presidente AIOM -. Questo studio, per la prima volta al mondo, evidenzia come i pazienti diabetici, che sono spesso in sovrappeso o obesi, rappresentino invece un sottogruppo che beneficia meno dei trattamenti immunoncologici, con una sopravvivenza ridotta”.

“Abbiamo ricostruito la diagnosi concomitante di diabete mellito di tipo 2, che interessava il 16% della popolazione dello studio – sottolinea Alessio Cortellini, oncologo ricercatore clinico della Fondazione Policlinico Universitario Campus Bio-Medico di Roma e primo autore dello studio -. Abbiamo dimostrato con un approccio bio-statistico complesso ed affidabile che i pazienti diabetici, trattati con molecole immunoncologiche, ottengono risultati di efficacia e sopravvivenza ridotti rispetto alla popolazione generale. E abbiamo visto come i livelli di glicemia nel sangue correlassero con indici di infiammazione sistemica in questi pazienti, fra cui il neutrophil-to-lymphocyte ratio, fattore prognostico molto conosciuto in oncologia”. “L’obesità può includere diverse condizioni specifiche, tra cui rientra il diabete – continua il Presidente Cinieri -. Lo studio ha evidenziato che il microambiente tumorale delle persone diabetiche ha caratteristiche di maggiore ‘esaurimento immunitario’ e immunodepressione”.

“L’obesità è un grave fattore di rischio oncologico, che induce uno stato di infiammazione cronica sistemica, con riduzione dell’attività del sistema immunitario – spiega Antonio Russo, Tesoriere AIOM e Professore Ordinario di Oncologia Medica, DICHIRONS – Università degli Studi di Palermo -. Va ricordato che l’immunoterapia agisce sugli stessi meccanismi che inducono la condizione di infiammazione cronica. Servono più studi che indaghino il complesso rapporto fra metabolismo, composizione corporea, sistema immunitario e tumori, con particolare attenzione ai pazienti oncologici con una concomitante diagnosi di diabete, che devono iniziare un trattamento immunoterapico. I modelli di laboratorio, in particolare quelli sui topi, probabilmente non sono del tutto adeguati a descrivere la complessità che caratterizza la sindrome metabolica, che include obesità, ipercolesterolemia e iperglicemia, di un individuo che si ammala di tumore. L’indice di massa corporea è un parametro approssimativo, poiché non considera il tipo di costituzione fisica, la localizzazione dell’adipe e delle masse muscolari. Va quindi compiuto uno sforzo, in particolare da parte della ricerca indipendente e accademica, per studiare il paziente neoplastico da molteplici prospettive nello stesso momento, cioè dal punto di vista metabolico, endocrinologico, nutrizionale e oncologico”.

Nel 2022, in Italia, sono state stimate 390.700 nuove diagnosi di cancro, in costante crescita anche per la diffusione di stili di vita scorretti. L’eccesso di peso rappresenta un importante fattore di rischio cardiovascolare e oncologico e, nel nostro Paese, questa condizione riguarda 4 adulti su 10: il 33% dei cittadini è in sovrappeso e il 10% è obeso. “Secondo stime del World Cancer Research Fund, circa un quinto dei casi di cancro è attribuibile a un bilancio energetico troppo ricco – conclude Saverio Cinieri -. Il grasso è un deposito naturale di sostanze che favoriscono l’infiammazione sistemica e produce ormoni, come gli estrogeni, coinvolti in vari tipi di neoplasie. Ricerche scientifiche hanno collegato obesità e sovrappeso a ben 13 diversi tipi di tumore e sono state esaminate anche le possibili relazioni genetiche tra obesità, cancro e sindrome metabolica. Il tessuto adiposo è composto non solo da cellule grasse ma anche da cellule del sistema immunitario che permettono che si bruci al momento giusto la nostra energia. Negli individui in sovrappeso o obesi, queste cellule sono ‘disorientate’ e inviano messaggi sbagliati all’organismo. Da qui il maggior rischio di sviluppare il cancro. È importante che tutti i cittadini siano sensibilizzati sull’importanza di adottare stili di vita sani, con una dieta corretta e attività fisica costante”.

Stati generali della professione farmaceutica ospedaliera e territoriale nel SSN: un passo nel futuro per la tutela della salute

Si sono tenuti a Roma il 4 e 5 maggio gli Stati generali della professione farmaceutica ospedaliera e territoriale nel SSN, organizzati da SiNaFO (Associazione Nazionale Farmacisti e Dirigenti del SSN) e Sifact (Società italiana di Farmacia clinica e terapia).

L’obiettivo è ridefinire il ruolo del farmacista in una sanità pubblica che non riesce più a garantire un’efficace assistenza ai cittadini. Anche il settore farmaceutico, sia pubblico che privato convenzionato, è stato pienamente coinvolto dalle tante e annose criticità, più o meno latenti, della sanità pubblica. Parliamo di organici insufficienti, inadeguatezza organizzativa e mancanza di programmazione formativa e assistenziale, per citarne solo alcune. Tutti aspetti emersi con forza durante la fase pandemica e che hanno implicato la figura e il ruolo del farmacista, contribuendo, tuttavia a dare un nuovo indirizzo alla professione.

La crescente evoluzione tecnologica in campo sanitario, con la conseguente commercializzazione di farmaci innovativi e dispositivi medici sempre più complessi e costosi, sta mettendo in crisi i pilastri fondamentali di universalità ed equità sui quali si fonda il SSN.

In un contesto problematico e in trasformazione, il farmacista del SSN assume un ruolo sempre più strategico nel garantire la sostenibilità del sistema

In un contesto così problematico ma in trasformazione, il farmacista ospedaliero e del territorio sta assumendo un ruolo sempre più strategico nel garantire la sostenibilità del sistema, grazie all’acquisizione di conoscenze più approfondite sull’innovazione terapeutica e alla partecipazione a team di lavoro multidisciplinari che mirano a garantire cure costo/efficaci e sicure.

È su questa spinta che nascono gli Stati generali per la Farmaceutica del SSN, includendo le associazioni di categoria e i principali stakeholders, nell’ottica di una visione unitaria, condivisa e proiettata nel futuro.

Farmacia del territorio e nuovi modelli organizzativi

“È nel territorio che il bisogno di assistenza è più alto” – afferma Giovanna Scroccaro, Direttore della Direzione Farmaceutico-Protesica Dispositivi Medici della Regione Veneto, che dà il via alla terza sessione degli Stati generali. “Per questo i servizi farmaceutici territoriali devono garantire l’assistenza in un’ottica di efficacia, efficienza ed economicità delle prestazioni, garantendo l’integrazione ospedale/territorio”.

La gestione del farmaco e dei dispositivi medici è, infatti, un’attività trasversale e multidisciplinare che coinvolge aspetti di tipo tecnico-giuridico e amministrativi, clinici e formativi-informativi.

“Nelle RSA – continua Scroccaro – la gestione del farmaco è più complessa perché si tratta di pazienti anziani e fragili, spesso con più di 3 patologie e non autosufficienti, in cui il rischio clinico è più alto e occorrono procedure strutturate. Le criticità non sono poche: interazione tra farmaci, errori terapeutici, antimicrobico resistenza e reazioni avverse al farmaco. Il ruolo del farmacista assume quindi contorni sempre più precisi e orientati soprattutto alla farmacovigilanza. In sintesi, i compiti dei servizi farmaceutici devono avere un focus speciale su RSA, assistenza sanitaria nelle carceri, farmacia dei servizi, con l’erogazione di servizi e prestazioni professionali ai cittadini anche da parte delle farmacie, carenze dei farmaci sul territorio e assistenza protesica”.

Il ruolo dei servizi farmaceutici territoriali riguarda la verifica dell’appropriatezza prescrittiva, la partecipazione alla stesura di linee guida e alle procedure di approvvigionamento, la formazione e informazione per i medici di medicina generale, l’attività di sorveglianza e analisi e monitoraggio dei dati per migliorare la governance dei farmaci e dei dispositivi protesici.

In quest’ottica, è necessario potenziare il ruolo dei dirigenti farmacisti dei Servizi farmaceutici territoriali, secondo Stefano Palcic, Responsabile SS Farmaceutica convenzionata e per conto, Azienda sanitaria universitaria giuliano isontina (Trieste) e Segretario Regionale FVG SiNaFO.

“Al 1° gennaio 2022 in Italia risiedono 58,9 milioni di persone e applicando l’indicatore previsto dal DM 77 di 60.000 abitanti per distretto, si arriverà a 983 distretti sanitari di ASL. Le farmacie nel nostro Paese sono 19.997, di cui 18.311 private e 1.686 pubbliche, nonché circa 4.000 parafarmacie. La spesa farmaceutica complessiva nel 2021 è di 32.2 miliardi di euro, di cui il 69,2% è rimborsata dal SSN”.

Sono solo alcuni dati dell’area farmaceutica territoriale che tuttavia gettano una luce nuova sui territori e sulle nuove dimensioni da gestire. “Il territorio è un sistema complesso – aggiunge Palcic – composto da ASL, hospice, RSA, carceri, ecc. che va gestito con efficacia e in cui il farmacista diventa il trait d’union tra farmacie, cittadini e medici di medicina generale con un incarico anche di tipo strategico e operativo. Il servizio sanitario farmaceutico è in prima linea nella tutela della salute dei pazienti, per questo è necessario ottimizzare gli interventi terapeutici in un’ottica di appropriatezza prescrittiva e governance farmaceutica. A questo si aggiunge anche un’analisi dei consumi di farmaci e dispositivi, valutazione dell’appropriatezza prescrittiva e monitoraggio dell’innovazione farmaceutica e dei device in accordo con la programmazione nazionale, regionale e locale”.

In un’epoca storica in cui si assiste a una riduzione dei finanziamenti, è sempre più necessario massimizzare le risorse nel settore farmaceutico. Inoltre, il progresso scientifico e tecnologico immette sul mercato nuovi farmaci e dispositivi che richiedono un’adeguata attenzione sulla sostenibilità e appropriatezza delle innovazioni.

Il servizio sanitario farmaceutico è in prima linea nella tutela della salute dei pazienti, per questo deve ottimizzare gli interventi terapeutici in ottica di appropriatezza prescrittiva e governance farmaceutica

“In questo contesto – prosegue Palcic –  “il ‘farmacista 3.0’, deve riuscire a conciliare, oltre alla routine, innovazione ed efficienza rispetto agli standard economici previsti nei servizi farmaceutici territoriali. In questa direzione, sono richieste nuove competenze in ambito clinico e farmaco-economico. Occorre sopperire tuttavia al fabbisogno di personale, potenziare i servizi farmaceutici territoriali, investire nel fattore umano e nelle competenze e adottare nuovi modelli organizzativi sul territorio che sappiano gestire le interazioni tra area farmaceutica ospedaliera e territoriale. Le sfide non mancano: comprendere le esigenze del clinico e del paziente per fornire i trattamenti migliori, orientare le strategie terapeutiche per la qualità delle cure, ottimizzare le risorse, continuare a sviluppare la farmacia dei servizi e investire e potenziare l’assistenza farmaceutica territoriale”.

Il ruolo nelle malattie rare e come farmacista facilitatore

Domenica Taruscio

Quando si parla di malattie rare, si indica un gruppo di patologie molto eterogeno. Si definiscono “rare” per la loro bassa diffusione nella popolazione, con una prevalenza inferiore a 5 casi ogni 10.000 persone. Sembrano pochi, ma in realtà si tratta di milioni di persone in tutto il mondo. In Italia sono più di 2 milioni e 1 su 5 ha meno di 18 anni. “Nonostante i numeri e le diversità, le malattie rare sono accomunate da diversi aspetti tra cui la cronicità, disabilità, complessità nella presa in carico e multisistematicità, ma anche dalla difficoltà a ottenere una diagnosi appropriata e rapida e la scarsa disponibilità di cure risolutive”. Così inizia il suo intervento Domenica Taruscio, già Direttore del Centro Nazionale Malattie Rare dell’Istituto Superiore di Sanità. “Sono malattie che richiedono una gestione complessa, anche dal punto di vista terapeutico. Il Testo Unico delle malattie rare prevede un’uniformità nell’erogazione delle prestazioni e dei medicinali e l’articolo 4 è sicuramente di interesse per il farmacista, poiché prevede un Piano diagnostico terapeutico assistenziale personalizzato e  livelli essenziali di assistenza per le malattie, definendo quali sono i trattamenti a carico del SSN. In linea generale, fornisce una cornice normativa per uniformare i trattamenti sul territorio e promuove la ricerca, monitorando la qualità complessiva della presa in carico dei pazienti e i flussi informativi”.

Il focus si sposta poi sulla figura del farmacista facilitatore con Annalisa Campomori, Direttore UO Farmacia ospedaliera dell’Ospedale di Trento. Si tratta di un progetto nato a Modena alla fine degli anni ‘90 sulla scorta della medicina basata sulle evidenze (EBM – Evidence Based Medicine). “Non basta produrre e diffondere conoscenza, occorre verificare anche l’effetto clinico nella pratica. Gli attori coinvolti nel progetto sono il rappresentante dell’Azienda Sanitaria, il nucleo di cure primarie (tra cui il MMG) e il farmacista facilitatore che consente non solo di applicare le evidenze scientifiche, ma anche di integrare i diversi interventi nella pratica clinica, colmare cioè il gap tra teoria e pratica. Ciò consente di superare la frammentazione delle informazioni cliniche in un’ottica sinergica. Il progetto prevedeva anche corsi di formazione specifici per farmacisti, produzione di reportistica sull’uso dei farmaci, realizzazione di pacchetti informativi specifici e incontri con i MMG in piccoli gruppi. In particolare, i pacchetti informativi presentano una definizione esplicita dei benefici e dei rischi attesi e una valutazione critica delle migliori evidenze disponibili con approfondimenti metodologici”.

Gli incontri con i MMG promuovono un confronto tra pari, in cui il farmacista diventa un riferimento per il medico di base

Gli incontri con i MMG promuovono un confronto tra pari, in cui il farmacista diventa un riferimento per il medico di base: “Ciò consente” – prosegue Campomori – di lavorare insieme sulla base di conoscenze comuni ma nel rispetto dei ruoli, per migliorare il confronto con i MMG, contribuire al controllo della spesa sanitaria e dando un ruolo attivo e qualificato ai farmacisti all’interno della medicina territoriale”.

L’informazione indipendente e il deprescribing

Umberto Gallo

“Informare vuol dire generare cultura” esordisce Umberto Gallo, Dirigente Farmacista UOC Assistenza Farmaceutica Territoriale ULSS 6 Euganea di Padova e componente Consiglio Direttivo SIFaCT. “Serve un cambiamento del ruolo e un completamento, lavorando in un team multidisciplinare, elaborando e analizzando i flussi informativi, gestendo le risorse e fornendo un’informazione indipendente, per promuovere una cultura critica sui farmaci e garantirne un uso appropriato, anche nella gestione dei pazienti con terapie complesse e ad alto rischio. Solo così si crea un cambiamento in termini di efficacia delle cure, di riduzione degli effetti avversi e di ottimizzazione delle risorse”.

Qualità e sostenibilità diventano quindi le parole chiave. Ma come si genera un cambiamento? “Partire dal bisogno informativo, monitorare l’efficacia dell’intervento, conoscere la letteratura internazionale, leggere accuratamente i dati di prescrizione e rilevare le criticità”.

Informare per generare cultura. Generare cultura per innescare un cambiamento

In quest’ottica dunque diventa fondamentale il flusso informativo e l’analisi delle banche dati per monitorare le risorse, per l’analisi dell’appropriatezza prescrittiva e per ridurre il rischio clinico.

Un esempio pratico è quello dell’antibiotico resistenza – prosegue Gallo. “In Europa, 1 decesso su 3 per AMR è in Italia. È un problema che si affronta anche sul territorio e non solo in ospedale, ma i protocolli non bastano. Occorre formare un gruppo di lavoro in cui il farmacista riveste una funzione importante insieme al MMG, infettivologo, infermiere e tutte le altre figure coinvolte. Ma occorre anche un’informazione indipendente e condivisa”.

Continuando su questa scia, Gallo introduce il tema del deprescribing nell’anziano, fornendo qualche dato: quasi il 60% delle persone con età uguale o superiore ai 65 anni usa 6 o più farmaci. “È una vera pandemia iatrogena – continua Gallo – “con un aumento dei ricoveri per gli effetti avversi dei farmaci. Una prescrizione potenzialmente inappropriata espone al rischio di una reazione avversa che supera i benefici del farmaco per vari motivi: dai dosaggi e durata della terapia inappropriati, alle interazioni farmaco-farmaco o farmaco-patologia. Circa il 50-70% delle reazioni avverse (ADR) sono inoltre prevedibili ed evitabili e in questa direzione si è espressa anche l’OMS. Tutto questo richiede al farmacista del SSN nuove azioni per una corretta ricognizione/riconciliazione delle terapie e una riduzione degli errori terapeutici, collaborando con le altre figure professionali per migliorare l’appropriatezza della cura, soprattutto negli anziani e nei soggetti fragili”.

Il farmacista del SSN è coinvolto nella corretta ricognizione/riconciliazione delle terapie, in collaborazione con le altre figure professionali, per migliorare l’appropriatezza di cura

Quali sono allora le nuove competenze richieste al farmacista? Secondo Gallo, un’adeguata formazione in farmacia clinica, poter identificare i pazienti a rischio ADR, eseguire un’attenta ricognizione dei farmaci e delle patologie, impiegare strumenti validati e confrontarsi con il clinico per valutare il deprescribing.

Il decreto 77/2022 fornisce un prezioso suggerimento poiché indica, tra i diversi obiettivi, la promozione della salute attraverso l’identificazione dei bisogni di salute del cittadino, basata sull’uso dei dati, e la stratificazione della popolazione per profili di rischio grazie all’impiego di algoritmi predittivi per identificare il rischio e gestire la presa in carico. “Il farmacista si evolve e passa dall’1.0 al 3.0”, conclude Gallo. “Diventa esperto di farmacia clinica, nella gestione dei dati, nella logistica e negli aspetti legislativi sul farmaco”.

Di delineano pertanto nuove sfide per il farmacista ospedaliero e territoriale, che deve acquisire sempre più competenze “multi ruolo”, ma nello stesso tempo è necessario rivedere la normativa sull’attività del farmacista per formalizzare tutte queste nuove abilità.

Assistenza farmaceutica e analisi dei dati farmaco-epidemiologici

Antonio Addis

Il farmacista sta seduto su una mole di dati e ha un punto di osservazione anche sulla popolazione di pazienti, non solo sul singolo, ed è questo il suo valore aggiunto per un’epidemiologia di servizio” – interviene Antonio Addis, del Dipartimento di Epidemiologia SSR della Regione Lazio.

“I dati sono dati e spesso non si sa come usarli. Occorrono quindi nuovi processi di analisi da cui scaturiranno nuova conoscenza e nuove decisioni. Cosa può fare il farmacista? Per prima cosa descrivere i fenomeni e i percorsi di terapia, compresi gli switch, cioè il passaggio da un farmaco a un altro, non solo in termini economici ma come tema medico, per capire l’appropriatezza della prescrizione, ma per definire i determinanti di una scelta terapeutica piuttosto che un’altra e per individuare i fattori di rischio. C’è poi il bisogno di nuove competenze per leggere i flussi informativi e, per le nuove terapie, la necessità di individuare aree per programmare interventi di salute pubblica, misurare l’impatto delle decisioni per verificarne la funzionalità nelle strutture sanitarie e infine governare le emergenze”.

I dati sono tanti (big data) e devono essere letti e valutati in maniera integrata. Il punto di vista del farmacista, che è trasversale alle diverse aree terapeutiche, presenta pertanto grandi vantaggi in termini di integrazione delle informazioni.

AMR e trasversalità della professione di farmacista

Francesco Trotta

La resistenza antimicrobica (AMR) rappresenta una seria minaccia per la salute globale. L’incidenza, i decessi, la durata del ricovero ospedaliero e i costi sanitari dovuti all’AMR sono, infatti, in netto aumento. “Sono 5 milioni i morti per AMR, 1,3 per ceppi specifici e in cui le vittime sono soprattutto bambini e anziani”. Conclude la sessione Francesco Trotta, Dirigente Settore HTA ed economia del farmaco e dell’Ufficio Monitoraggio della spesa farmaceutica e rapporti con le Regioni per l’AIFA.

Italia e Grecia sono i Paesi meno virtuosi nella lotta all’AMR. Nel nostro Paese l’impatto della spesa è di 787 milioni di euro con una certa variabilità regionale, in cui il Sud presenta un consumo superiore alla media nazionale del 33% e la situazione è piuttosto critica per l’acquisto privato (circa il 24%). I dati non mancano a livello locale e globale, non ne servono altri. È interessante però evidenziare quanto l’Italia sia poco incline a seguire il sistema AWaRE”.

Si tratta di una classificazione dell’OMS degli antibiotici, introdotta nel 2017 e che divide questo tipo di farmaco in tre gruppi:

  • Access: antibiotici che hanno uno spettro di attività ristretto e un buon profilo di sicurezza in termini di reazioni avverse, da usare preferibilmente nella maggior parte delle infezioni più frequenti quali ad esempio le infezioni delle vie aeree superiori;
  • Watch: antibiotici a spettro d’azione più ampio, raccomandati come opzioni di prima scelta solo per particolari condizioni cliniche;
  • Reserve: antibiotici da riservare al trattamento delle infezioni da germi multiresistenti.

L’Italia è poco incline a seguire il sistema AWaRE

“Durante la pandemia c’è stata un’impennata nel consumo di antibiotici, anche in ospedale. In pratica, si prescrivono subito gli antibiotici che dovrebbero essere invece l’ultima risorsa – continua Trotta – “ed è lecito chiedersi se c’è davvero un problema di antibioticoresistenza o si utilizzano questi farmaci in modo inappropriato. Ci sono davvero più infezioni da trattare o usiamo male i farmaci? Nonostante sappiamo tutto o molto, c’è ancora molto da fare. È necessario il controllo delle prescrizioni, la lettura degli indicatori disponibili e degli obiettivi, e il monitoraggio, soprattutto di quelle realtà come le RSA e le carceri in cui i dati nazionali, invece, sono molto scarsi”.

Si chiude così una sessione densa di informazioni e interrogativi. Ma ciò che emerge con forza è la rilettura del ruolo e delle funzioni della figura del farmacista, sia negli ospedali che nel territorio, in prima linea insieme ai MMG nel contrasto alla malattia e alla promozione della salute pubblica. Occorre ripensare compiti e competenze, fare formazione. Dati e informazioni non mancano in una società globalizzata, così come non manca una forte volontà a cambiare il livello di una professione sempre più importante e imprescindibile nella Sanità pubblica.

Da Cittadinanzattiva e Fiaso la Carta della qualità e della sicurezza delle cure

Dieci punti chiave e quarantasette azioni concrete per migliorare la qualità e la sicurezza delle cure in ospedale, attraverso impegni che coinvolgono reciprocamente le aziende socio-sanitarie, i cittadini e le istituzioni.

È questo l’obiettivo della Carta della qualità e della sicurezza delle cure, promossa da Cittadinanzattiva da oggi online in occasione della Giornata Mondiale del lavaggio delle mani, e realizzata con il contributo di rappresentanti delle istituzioni, dei professionisti sanitari, delle società scientifiche, delle associazioni di pazienti. Il grande tema che ha ispirato il lavoro della Carta è relativo al rischio infettivo correlato all’assistenza sanitaria e alla diffusione dell’antimicrobico resistenza, due fenomeni che, per numeri e conseguenze, possono avere un impatto grave sulla salute dei cittadini e sulla sostenibilità anche economica dei servizi sanitari. Secondo l’ultimo rapporto dell’OMS ‘Global report on infection prevention and control, ogni 100 pazienti ricoverati nelle strutture ospedaliere, ben 7 nei Paesi ad alto reddito e 15 in quelli a basso e medio reddito contraggono un’infezione. Uno su dieci va incontro al decesso. Il 70% di questi, dice l’Oms, potrebbe essere evitato attraverso una maggiore prevenzione, formazione del personale per l’implementazione dei protocolli di sicurezza e una migliore igiene negli ambienti ospedalieri.

Dieci i punti chiave della Carta: maggiore trasparenza; umanizzazione ed informazione; responsabilità chiare; risorse; sorveglianza e controllo delle infezioni e dell’antimicrobico resistenza; procedure di igiene, sterilizzazione e sanificazione; motivazione, consapevolezza, comportamenti responsabili; organizzazione a prova di sicurezza e qualità; partecipazione: informazioni e confronto.

Fra le azioni concrete previste dalla Carta, eccone alcune: le aziende rendono evidenti e accessibili sui propri siti istituzionali informazioni inerenti le misure adottate per la prevenzione e la gestione delle infezioni correlate all’assistenza (ICA), individuano in maniera chiara le figure di riferimento definendo responsabilità, compiti e funzioni e promuovendo il lavoro in team per la prevenzione delle infezioni e la gestione del rischio clinico, promuovono la collaborazione con Associazioni civiche e di pazienti all’interno dei Comitati Infezioni Ospedaliere; i cittadini si impegnano a rispettare il decoro degli ambienti e utilizzare con cura i servizi offerti, e a prestare attenzione ai percorsi e ai divieti di ingresso in ambienti dedicati ai professionisti e asettici, seguono tutte le indicazioni ricevute dai professionisti (ad esempio, preparazione prima di un intervento, esame o prestazione, aderenza alle terapie) e adottano comportamenti responsabili, al fine di contribuire alla propria e altrui sicurezza.

Accanto all’impegno delle aziende sanitarie nel seguire i protocolli di sicurezza e incentivare la formazione del personale, crediamo che sia fondamentale promuovere campagne di informazione e educazione sanitaria rivolte ai cittadini per contribuire a prevenire le infezioni in ospedale, attraverso l’adozione di comportamenti corretti, e per ridurre il fenomeno dell’antimicrobico resistenza, attraverso un uso corretto e consapevole degli antibiotici. Su questo Cittadinanzattiva è impegnata anche all’interno delle scuole attraverso iniziative di formazione ed informazione rivolte alle giovani generazioni sul tema dell’educazione al benessere e alla salute. Questa Carta testimonia un ulteriore importante impegno che insieme alle aziende sanitarie e alle istituzioni ci assumiamo per promuovere la sicurezza delle cure nelle strutture sanitarie”, dichiara Anna Lisa Mandorino, segretaria generale di Cittadinanzattiva.

La Carta è uno strumento dinamico che va nella direzione del miglioramento della sicurezza delle cure ospedaliere. Abbiamo messo in campo questa iniziativa consapevoli che il coinvolgimento reciproco delle aziende socio-sanitarie e dei cittadini è essenziale per raggiungere questo obiettivo. Per dare la possibilità a ciascuna azienda di rendere evidente il proprio impegno nel migliorare i propri servizi, Fiaso e Cittadinanzattiva riconosceranno un bollino al momento della sottoscrizione della Carta. Non si tratta di una valutazione ma di un’occasione per sensibilizzare ciascuno sull’importanza della prevenzione delle infezioni correlate all’assistenza. Insieme, possiamo lavorare per garantire un ambiente ospedaliero sicuro e di alta qualità per tutti i pazienti”, dichiara Giovanni Migliore, presidente della Fiaso.     

Per maggiori informazioni sul progetto e per le aziende sanitarie che vogliono aderire alla Carta, visita i siti web di Cittadinanzattiva e di Fiaso.

Rapporto Agenas sui Medici di medicina generale

AGENAS ha pubblicato un approfondimento sui Medici di medicina generale (MMG). In proposito occorre sottolineare come l’assistenza distrettuale, che coordina e integra tutti i percorsi di accesso ai servizi sanitari del cittadino, si avvale soprattutto degli MMG e dei Pediatri di libera scelta.

In Italia nel 2021 si hanno in attività 40.250 MMG (in calo di 1.457 unità rispetto al 2020), di questi circa il 75% ha oltre 27 anni di anzianità.

Sempre nel 2021, il rapporto tra cittadini assistibili e MMG è pari a 1.237, in calo di una unità (1.238) rispetto al 2020, mentre il rapporto tra MMG e cittadini per 10.000 abitanti, a livello nazionale, è di 6,81 in un contesto che vede un minimo di 5,47 (P.A. Bolzano) e un massimo di 8,34 (Umbria).

A livello europeo, nel 2020, il maggior numero di MMG è stato registrato in Francia (94.000), seguita dalla Germania (85.000), mentre il Portogallo (medici abilitati all’esercizio della professione) e l’Irlanda hanno riportato il maggior numero di MMG per 10.000 abitanti (rispettivamente 29,2 e 18,8).

Terapie con radioligandi: Sifo e Aimn protagoniste a Bruxelles

Il presidente della Società Italiana di Farmacia Ospedaliera-SIFO, Arturo Cavaliere, e la presidente dell’Associazione Italiana Medicina Nucleare-AIMN, Maria Luisa De Rimini, sono intervenuti a Bruxelles all’interno del workshop Harnessing the Opportunities of Radioligand Therapies: Infrastructure and Education (Sfruttare le opportunità delle terapie con radioligandi: infrastrutture e istruzione), che si è tenuto al Palazzo comunitario Altiero Spinelli di fronte ad un vasto gruppo di esperti e rappresentanti istituzionali di tutta Europa. La Terapia con RadioLigandi (RLT) – a cui era dedicato l’appuntamento – è una delle frontiere più avanzate delle cure oncologiche di alcuni tumori: sfruttando radiofarmaci selettivi che veicolano radiazioni direttamente sulle cellule tumorali, senza danneggiare quelle sane, rappresenta una delle maggiori innovazioni nell’ambito della medicina di precisione che coinvolge medici nucleari, clinici e professionisti di varie estrazioni, tra cui i farmacisti ospedalieri. L’evento a cui hanno partecipato Cavaliere e De Rimini era inserito nel programma complessivo del progetto SPARC Europe e dell’iniziativa Revolution: Innovation in Cancer care.

A Bruxelles, Cavaliere è intervenuto affermando: “Oggi siamo qui per parlare di RadioLigandi e radiofarmacia, che nello specifico è un’area specialistica della nostra disciplina: la peculiarità dei radiofarmaci è infatti tale da richiedere una professionalità con competenze specifiche aggiuntive, dove si unisce a tutto il sapere nel campo del farmaco, bagaglio del farmacista, la conoscenza dei tecnicismi propri dei composti radioattivi, inclusa la parte che ricade nelle norme di radio-protezione. SIFO ha riconosciuto già da diversi anni le specificità e l’importanza della Radiofarmacia. L’innovazione della RLT ha confermato e accelerato questa attenzione che SIFO ha avviato da tempo: proprio l’estrema specializzazione e complessità di queste nuove opzioni terapeutiche trova nel radiofarmacista la figura professionale che affianca nelle scelte tecnico-scientifiche e cliniche il Medico Nucleare, che rimane la punta di diamante del processo”.

Proprio la presidente dell’Associazione Italiana Medicina Nucleare e Imaging Molecolare (AIMN), Maria Luisa De Rimini, è intervenuta nella capitale belga per presentare il Libro Bianco sulla Terapia con RadioLigandi (RLT), progetto editoriale multidisciplinare frutto del lavoro svolto all’interno del Progetto Revolution da AIMN, con SIFO, Aifm, Aiom, Siuro e Cittadinanzattiva, a dimostrazione di un’attenzione dinamica che nel nostro Paese i professionisti di settore stanno offrendo a queste terapie avanzate. “Ci troviamo di fronte ad un approccio terapeutico davvero innovativo della medicina di precisione” ha detto De Rimini, che ha sottolineato in essa il ruolo unico e specifico del medico nucleare e l’utilità di lavoro in un contesto di multidisciplinarietà. Grazie a tecniche di imaging di medicina nucleare, infatti, è oggi possibile selezionare in modo mirato i pazienti che possono beneficiare di questo tipo di terapia, realizzando il modello più innovativo e promettente del concetto di teragnostica, cioè quell’evoluzione della medicina nucleare grazie alla quale il momento della diagnosi e quello della terapia si integrano sequenzialmente, in maniera tale da farci “vedere quello che possiamo trattare”.

Una sottolineatura è emersa a Bruxelles: la RLT deve essere gestita e affrontata con competenza, facendo particolare attenzione anche ad alcune criticità da affrontare soprattutto in termini di adeguamento tecnologico, strutturale e di personale, difficoltà emerse chiaramente da una survey condotta ad hoc da AIMN nelle Unità di Medicina Nucleare del territorio nazionale su iniziativa della stessa presidente. È indispensabile, quindi, una corretta programmazione in termini di competenze del Personale e di riadeguamento sia per aumento del numero di posti letto che per le infrastrutture, con riassetto di spazi e percorsi, considerando che le direttive del DLgl 101/2020 abilitano l’erogazione di questi trattamenti anche extra regime di ricovero, in base al criterio esclusivo del medico nucleare, sentito il parere di esperto di Radioprotezione e fisico sanitario.

Gli adeguamenti messi in luce dalla survey (in particolare la necessità di personale formato, posti letto e adeguamento delle infrastrutture e apparecchiature), appaiono oggi indispensabili in considerazione del marcato incremento della richiesta di questa terapie, stimabile in tempi brevi su una platea di pazienti ancora più ampia. AIMN, ha confermato De Rimini, considera “come focus principale l’equità di accesso dei pazienti, indistintamente su tutto il territorio nazionale”. Per tale motivo l’Associazione ha ipotizzato anche la proposta di un modello che possa ampliare il raggio di disponibilità delle Strutture di Medicina Nucleare, unendo in rete in un modello di sistema “hub and spoke” la possibilità di accessi in regime di ricovero, day hospital e ambulatoriale, selezionati in base alle criticità dei singoli pazienti. Può essere molto utile, a questo scopo, il confronto realizzato in tempi brevi con le Istituzioni e le singole Regioni per garantire potenzialità di massimo accesso ai pazienti.

La portata contemporanea dell’innovazione rappresentata dalle terapia con radioligandi è talmente profonda, da rilanciare concretamente una specifica necessità formativa per tutte le figure che ne vengono coinvolte a vario titolo, una necessità condivisa dalle due società scientifiche. “Nello specifico della Radiofarmacia – ha commentato il presidente SIFO – se da un lato è auspicabile il potenziamento degli insegnamenti sulle terapie con radiofarmaci nelle Scuole di Specializzazione, è altresì opportuno istituire percorsi specifici post specializzazione e di formazione quali Master o Corsi di alta formazione certificati che coprano gli ambiti di tutte le discipline coinvolte nella RLT, per settare uno standard di qualità omogeneo in tutto il territorio Nazionale delle figure professionali formate”.

Tutte le Società Scientifiche coinvolte nel processo RLT, sono chiamate a collaborare per tracciare linee di indirizzo condivise ed è inoltre indispensabile il supporto delle Istituzioni per arrivare a percorsi formativi accreditati: “occorre arrivare”, ha concluso Cavaliere, “alla selezione delle professionalità ed al dovuto riconoscimento delle competenze acquisite in appositi percorsi formativi ‘istituzionalizzati’, come chiave per ottenere uno standard di qualità professionale elevato e uniforme su tutto il territorio nazionale, a garanzia di qualità, sicurezza, efficacia ed appropriatezza dell’offerta assistenziale. Il nostro impegno in questo senso è in linea con quanto previsto anche a livello europeo: nel contesto del nuovo Piano Europeo contro il Cancro è infatti previsto il piano d’Azione SAMIRA (Strategic Agenda for Medical Ionising Radiation Applications), che sottolinea la necessità di aumentare la formazione dei professionisti in medicina nucleare e fisica medica, radioterapia e radiofarmacisti, riconoscendo la centralità di queste tecnologie nella lotta alle neoplasie”.

Proprio con questo spirito SIFO ha recentemente attivato (l’inaugurazione risale a poche settimane fa) un Corso di Alta Formazione in Radiofarmacia, presso l’Università di Padova, che si distingue nettamente da tutte le iniziative organizzate finora: è infatti il primo corso che vede unite la Facoltà di Farmacia e la Facoltà di Medicina, a sottolineare il rilievo riconosciuto all’approccio multidisciplinare ed alla collaborazione che si deve instaurare tra radiofarmacista e clinico, relazione che vede nel linguaggio comune il vero primo passo per riuscire a integrare le diverse competenze per il governo di una delle più importanti innovazioni terapeutiche del nostro tempo.