La Commissione Europea ha finanziato “CARE about IT” il progetto di Eccellenza per la Formazione Professionale (CoVE) dedicato alla Sanità Digitale. CARE about IT ha l’obiettivo di creare un nuovo ecosistema della formazione professionale in ambito sanitario finalizzato all’implementazione delle tecnologie digitali e allo sviluppo della telemedicina coinvolgendo i settori tecnologico-informatico e quello socio-assistenziale.
Dall’analisi del settore sanitario europeo è emersa la necessità di sviluppare le competenze digitali degli operatori sanitari (che già gli anni scorsi l’Unione Europea ha promosso con iniziative quali l’Health Workforce Planning and Forecasting) e nuovi percorsi formativi che forniscano agli operatori socio-sanitari competenze digitali specifiche e allineate agli obiettivi del programma europeo EU4Health (adottato come risposta alla pandemia COVID-19). Questi percorsi di formazione potranno migliorare le competenze degli operatori già sul campo, ma anche orientare l’interesse di molti giovani “nativi digitali” verso le professioni di cura.
L’obiettivo
Il programma prevede di potenziare la telemedicina, la digitalizzazione e l’archiviazione dei dati sanitari, introducendo nuovi strumenti e servizi digitali nell’assistenza sanitaria. Gli operatori sanitari, grazie alle competenze digitali acquisite, potranno utilizzare in modo efficace le soluzioni di sanità elettronica disponibili, in modo responsabile ed etico, ponendo al centro gli interessi del paziente.
I team di lavoro
CARE about IT coinvolge quattro team provenienti da Paesi Bassi, Finlandia, Estonia e Italia, ciascuno composto da enti formativi, imprese del settore HealthTech e aziende sanitarie locali.
Il Team italiano, coordinato da APRO Formazione, è affidatario di un budget di €.700.000 circa per 4 anni di attività, di cui quasi €.300.000 da destinare ai partner del progetto ASL CN2 e T4Med (la divisione di Tesi Spa dedicata alla telemedicina).
Formazione professionale, azienda sanitaria e ricerca industriale insieme per lo sviluppo di nuove strategie della formazione nell’ambito della sanità digitale: da settembre si lavorerà per aggiornare il sistema di competenze in ambito informatico e socio-assistenziale per studenti e professionisti che dovranno confrontarsi con le nuove sfide della telemedicina.
A supportare i partner nei lavori, anche un nutrito gruppo di enti ed istituzioni: la Regione Piemonte (Direzione Istruzione, Lavoro e Formazione Professionale e la Direzione Sanità), l’Agenzia Piemonte Lavoro/EURES, l’Università del Piemonte Orientale, Confindustria Cuneo, Fondazione ITS per le Tecnologie dell’Informazione e della Comunicazione, INNOVO e Fondazione Piemonte Innova.
APRO FORMAZIONE : Coordinatore del team italiano
Con 90 partner in 25 Paesi Europei ed extra Europei attualmente coinvolta in 18 progetti internazionali, APRO è stata scelta dall’istituto olandese a capo del progetto come coordinatore del team italiano.
APRO con la sua divisione socio-sanitaria Healthcare vanta un’esperienza ventennale nella formazione professionale degli operatori-socio-sanitari grazie alla collaborazione consolidata con l’ASL CN2 e il Consorzio Socio-Assistenziale Alba-Langhe e Roero.
Sono 2.500gli operatori socio sanitari qualificati in questi anni nella sede di Alba dove, dal 2020, è anche possibile ottenere la qualifica di “Assistente Familiare” in ottemperanza agli standard richiesti dalla Regione Piemonte.
Per rispondere alle esigenze di aggiornamento professionale e perfezionamento delle competenze degli operatori del settore e dei dirigenti, APRO attiva annualmente anche corsi di formazione per gli addetti delle strutture socio-sanitarie, attraverso il fondo interprofessionale FON.DER.
Prorogare il cosiddetto “scudo penale” per i professionisti sanitari, introdotto durante l’emergenza Covid, per far fronte a un’altra crisi: quella della carenza di medici nel Servizio sanitario nazionale.
Lo chiede la Fnomceo, la Federazione nazionale degli Ordini dei Medici Chirurghi e degli Odontoiatri, audita ieri sulla “Colpa professionale medica” presso la Commissione ad hoc del Ministero della Giustizia.
“In maniera analoga a quanto previsto durante la pandemia – ha motivato nel suo intervento il presidente, Filippo Anelli– si ritiene che le particolari condizioni di lavoro derivanti dalla carenza di personale, nonché dalla scarsità dei mezzi a disposizione, siano tali da dover sollevare i professionisti sanitari dalla responsabilità penale in tutti quei casi di morte o lesioni, eventualmente provocate ai pazienti, diversi dalla colpa grave, almeno fino a quando le attuali criticità non risulteranno risolte o quantomeno attenuate. Questa sarebbe una norma utile anche per i cittadini perché questi ultimi hanno il diritto ad essere curati e a trovare medici a disposizione”.
Cittadini che, precisa il presidente Fnomceo, “potranno sempre rivolgersi al giudice civile per ottenere – in tempi più rapidi – il risarcimento dei danni, qualora si sentano danneggiati”
“Riteniamo – ha affermato sempre Anelli – che il primo passo per la prevenzione e la gestione di una nuova emergenza dettata dalla carenza di personale sanitario, qualsiasi ne possa essere la causa, sia sollevare i professionisti sanitari dalla responsabilità penale in tutti quei casi di morte o lesioni, eventualmente provocate ai pazienti, diversi dalla colpa grave. I medici rappresentano infatti per il Servizio Sanitario Nazionale il capitale umano, la risorsa indispensabile, che, nella crisi pandemica, ma anche nella quotidianità, si è rivelato esserne il vero tessuto connettivo, l’elemento di coesione non solo sanitaria ma anche sociale”.
Una risorsa che, però, è sempre più depauperata a causa delle condizioni di lavoro, spesso insostenibili, che portano i medici ad abbandonare il Servizio sanitario nazionale: verso il privato, la libera professione, l’estero, il pre-pensionamento. E, a subire questa desertificazione, sono soprattutto le aree più a rischio di denunce, o comunque messe a più dura prova dalla pandemia, come dimostrano i dati della stessa Fnomceo, del Cogeaps, il Consorzio della Gestione anagrafica delle Professioni sanitarie, e del Sindacato Anaao-Assomed. Eppure, nel 95% dei casi la denuncia si risolve con la piena assoluzione del medico.
“Spesso la denuncia penale – spiega ora Anelli, a margine dell’audizione – è vista, su consiglio di organizzazioni che invitano i cittadini a liti anche temerarie con il miraggio di un risarcimento, come una ‘scorciatoia’ per ottenere perizie e pareri gratuiti, che possono essere poi usati in sede civile. Anche se, in questo modo, i tempi per l’eventuale risarcimento civile si allungano di molto, con disagio anche per quei cittadini che ne avrebbero realmente diritto. E con gravi ripercussioni sul medico,dal punto di vista professionale, mediatico, economico e della qualità di vita privata e professionale”.
Per questo la Fnomceo, per voce di Anelli, ha chiesto alcuni correttivi al quadro normativo vigente.
“Al fine di evitare la strumentalizzazione del processo penale ai fini del risarcimento civile”, la Fnomceo ha proposto infatti di verificare la “percorribilità di un provvedimento che preveda che, nel caso in cui il professionista sia assolto, le spese siano a carico del soggetto denunciante” e, in ogni caso, di “prevedere un risarcimento per quei professionisti ingiustamente accusati”. Auspicato anche un controllo più stringente sui messaggi pubblicitari che invitano a intentare azioni giudiziarie contro i medici. La Fnomceo ha poi proposto alcuni interventi per rendere più attrattivo il sistema degli indennizzi assicurativi rispetto a quello dei risarcimenti civili. Ha, infine, sollecitato l’applicazione e revisione del Protocollo d’intesa firmato nel 2018 con il CNF, il Consiglio Superiore della Magistratura per promuovere e orientare la revisione degli albi dei periti e dei consulenti tecnici presso i Tribunali, la verifica, al momento dell’iscrizione all’albo dei CTU e dei periti, del possesso di elevate competenze tecniche e procedurali, e l’emissione dei decreti attuativi della Legge Gelli – Bianco sulla sicurezza delle cure, attesi dal 2017.
Con l’intervento del presidente AIIC Umberto Nocco si è aperto a Firenze il23° Convegno dell’Associazione Italiana Ingegneri Clinici, evento che coincide con il 30° anniversario della fondazione dell’associazione. Il titolo del Convegno 2023 in questo senso lancia un messaggio ampio: Innovazione e accessibilità: il governo delle tecnologie sanitarie come sfida sociale (10-13 Firenze, Fortezza da Basso).
Nell’occasione Nocco ha presentato la fotografia della professione dell’ingegnere clinico oggi in Italia. I professionisti di settore iscritti ad AIIC sono 1976, numero che certifica una progressione importante, strettamente connessa con lo sviluppo dei corsi formativi accademici in ingegneria clinica: basti pensare che nell’anno della fondazione (1993) gli iscritti AIIC erano 18, passati a 382 nel 2008 ed arrivati a 1293 nel 2014.
“I numeri degli ingegneri clinici sono in costante crescita”, ha sottolineato il presidente AIIC, “ed indicano una distribuzione geografica pressoché omogenea tra Nord (39%), Centro (23%) e Sud (38%). Inoltre è interessante osservare la popolazione professionale: la componente giovane è sempre più rilevante, mentre la componente ‘al femminile’ sta diventando la maggioritaria, anche se oggi c’è assoluta parità nell’equilibrio dei generi”.
Proprio la composizione professionale dal punto di vista dell’età offre questo dato importante: il 52% della professione è di 30-39enni, mentre gli over 50 rappresentano il 15% degli ingegneri clinici, laddove gli under 30 sono già il 12% del totale. “Dati che offrono un’immagine dinamica e giovane di questo nostro mondo – dice Nocco – che è sempre più attrattivo e che segue l’impennata di attenzione offerta a tutto il mondo delle tecnologie avanzate”.
Da ultimo, nell’identikit dell’ingegnere clinico in Italia si nota che oggi questa figura è presente in differenti aree di attività: il 56% è occupato in area pubblica ed il 33% nell’area dei servizi. “I dati dimostrano il fatto che proprio il settore della sanità pubblica ha compreso l’importanza di questa professione”, ha concluso Umberto Nocco, “Trent’anni di lavoro puntuale e incessante a servizio del SSN e dei cittadini oggi dimostrano la loro efficacia e utilità. Il nostro continuo aggiornamento, gli interventi in ordine a sicurezza, manutenzione e implementazione, la disponibilità dimostrata anche in periodo pandemico a supportare ogni criticità con le competenze che sono specificamente nostre sono oggi la miglior carta di presentazione di una professione che è riconosciuta come chiave di una sanità avanzata e di qualità, vale a dire la sanità del futuro”.
Gli interventi della sessione d’apertura del Convegno AIIC – da Maria Chiara Carrozza, presidente CNR, alla senatrice Beatrice Lorenzin, dal professor Walter Ricciardi ad Enrico Sostegni, presidente della Commissione Sanità della Regione Toscana – hanno tutti confermato la centralità che il ruolo dell’ingegnere clinico ha interpretato nell’evoluzione tecnologica della sanità italiana e auspicato il sempre più ampio coinvolgimento nella governance della sanità del Paese.
Terminata l’emergenza pandemica, i cittadini si trovano a fare i conti più di prima con le conseguenze di scelte improvvide che durano da decenni: lunghissime liste di attesa, pronto soccorso allo stremo, medici di medicina generale assenti in molte aree non per nulla definite “deserti sanitari”. Il ricorso alla spesa privata aumenta ed è incompatibile con un sistema universalistico, oltre a essere possibile solo se le condizioni economiche dei singoli lo permettono. Per molte cittadine e molti cittadini l’attesa si è trasformata in rinuncia.
Sono le tante urgenze sanità che Cittadinanzattiva fotografa nel Rapporto civico sulla salute 2023, presentato oggi a Roma presso il Ministero della Salute. Quest’anno il Rapporto viene diffuso all’interno di una giornata più generale dal titolo appunto “Urgenza sanità”, un primo momento pubblico della mobilitazione permanente promossa da Cittadinanzattiva a difesa del Servizio Sanitario Nazionale. Dopo la presentazione del Rapporto, dalle ore 14 gli attivisti dell’organizzazione provenienti da numerose regioni scenderanno in piazza davanti al Ministero per manifestare le urgenze sanitarie dei loro territori. Altre iniziative si svolgeranno a livello locale anche nei prossimi giorni.
“I dati presentati in questo Rapporto e le storie che le persone raccontano ai nostri attivisti sul territorio, ci mettono nella urgenza di proclamare come cittadini lo stato di emergenza sanitaria e una mobilitazione permanente a difesa del nostro SSN, come annunciamo nel nostro Manifesto e nella petizione su Change”, dichiara Anna Lisa Mandorino, Segretaria generale di Cittadinanzattiva. “Per superare l’Urgenza Sanitàchiediamo che siano riaffermate cinque condizioni, cinque chiavi di accesso alla casa comune del Servizio Sanitario Nazionale: l’aggiornamento periodico e il monitoraggio costante dei Livelli essenziali di assistenza che devono essere garantiti ed esigibili su tutto il territorio nazionale; l’eliminazione delle liste di attesa, attraverso un investimento sulle risorse umane e tecniche, una migliore programmazione e trasparenza dei vari canali, un impegno concreto delle Regioni per i Piani locali di governo delle liste di attesa; il riconoscimento e l’attuazione del diritto alla sanità digitale per ridurre la burocrazia, comunicare meglio con i professionisti e accedere a prestazioni a distanza; la garanzia di percorsi di cura e di assistenza dei malati cronici e rari e, in particolare, delle persone non autosufficienti, finanziando la nuova legge per gli anziani non autosufficienti e riprendendo l’iter normativo per il riconoscimento dei caregiver; l’attuazione della riforma dell’assistenza territoriale prevista dal PNRR, con il coinvolgimento delle comunità locali e dei professionisti del territorio”.
Il Rapporto civico sulla salute, alla seconda edizione, integra i dati provenienti dalle 14.272 segnalazioni dei cittadini, giunte nel corso del 2022 alle sedi locali e ai servizi PIT Salute di Cittadinanzattiva, con dati provenienti da fonti istituzionali, accademici o della ricerca. L’obiettivo è mostrare come si traduce oggi il diritto alla salute dei cittadini nel complesso sistema del federalismo sanitario.
Accanto ai mai risolti problemi generali di liste di attesa e accesso alle prestazioni (che raccolgono quasi una segnalazione su tre, 29.6%), i cittadini denunciano carenze in tutti e tre gli ambiti dell’assistenza sanitaria, ossia quella ospedaliera (15,8%), quella territoriale (14,8) e l’area della prevenzione (15,2%). Al quinto posto la sicurezza delle cure (8,5%). Seguono le segnalazioni su accesso alle informazioni e documentazioni (4,5%), assistenza previdenziale (2,8%), umanizzazione e relazione con operatori sanitari (2,6%), spesa privata e ticket elevati (1,7%) e assistenza protesica e integrativa (1,4%).
A crescere rispetto al 2021, sono soprattutto le problematiche che riguardano l’accesso alle prestazioni (+5.8%) e quelle legate all’assistenza in ospedale (+4,4%).
Urgenza liste di attesa e rinuncia alle cure
Due anni per una mammografia di screening, tre mesi per un intervento per tumore all’utero che andava effettuato entro un mese, due mesi per una visita specialistica ginecologica urgente da fissare entro 72 ore, sempre due mesi per una visita di controllo cardiologica da effettuare entro 10 giorni. Sono alcuni esempi di tempi di attesa segnalati dai cittadini che lamentano anche disfunzioni nei servizi di accesso e prenotazione, ad esempio determinati dal mancato rispetto dei codici di priorità, difficoltà a contattare il Cup, impossibilità a prenotare per liste d’attesa bloccate.
Tempi di attesa per prime visite specialistiche: per le visite che hanno una Classe B-breve (da svolgersi entro 10 giorni) i cittadini che ci hanno contattato hanno atteso anche 60 giorni per la prima visita cardiologica, endocrinologica, oncologica e pneumologica. Senza codice di priorità, si arrivano ad aspettare 360 giorni per una visita endocrinologica e 300 per una cardiologica.
Tempi di attesa per visite specialistiche di controllo: Una visita specialistica ginecologica con priorità U (urgente, da effettuare entro 72 ore) è stata fissata dopo 60 giorni dalla richiesta. Per una visita di controllo cardiologica, endocrinologica, fisiatrica con priorità B (da fissare entro 10 giorni) i cittadini di giorni ne hanno aspettati 60. Per una visita ortopedica, sempre con classe d’urgenza B ci sono voluti addirittura 90 giorni. Una visita endocrinologica senza classe di priorità è stata fissata dopo 455 giorni, dopo 360 giorni una visita neurologica.
Tempi di attesa per prestazioni diagnostiche: ci sono stati segnalati 150 giorni per una mammografia, con classe di categoria B breve (da svolgersi entro 10 giorni), e 730 giorni sempre per una mammografia ma con classe di categoria P (programmabile), 365 giorni per una gastroscopia con biopsia in caso di classe non determinata.
Tempi di attesa per interventi chirurgici: per un intervento per tumore dell’utero che doveva essere effettuato entro 30 giorni (Classe A), la paziente ha atteso 90 giorni, 3 volte tanto rispetto ai tempi previsti. Per un intervento di protesi d’anca, da effettuarsi entro 60 giorni (classe di priorità B), c’è stata un’attesa di 120 giorni, il doppio rispetto al tempo massimo previsto.
La quasi totalità delle Regioni non ha recuperato le prestazioni in ritardo a causa della pandemia, e non tutte hanno utilizzato il fondo di 500 milioni stanziati nel 2022 per il recupero delle liste d’attesa. Non è stato utilizzatocirca il 33%, per un totale di 165 milioni. I dati raccontano che il Molise ha investito solo l’1,7% di quanto aveva a disposizione, circa 2,5 milioni. Male anche la Sardegna (26%), la Sicilia (28%), la Calabria e la Provincia di Bolzano (29%).
Dalle indagini Istat si rileva nel 2022 una riduzione della quota di persone che ha effettuato visite specialistiche (dal 42,3% nel 2019 al 38,8% nel 2022) o accertamenti diagnostici (dal 35,7% al 32,0%) – nel Mezzogiorno quest’ultima riduzione raggiunge i 5 punti percentuali. Rispetto al 2019 aumenta la quota di chi dichiara di aver pagato interamente a sue spese sia visite specialistiche (dal 37% al 41,8% nel 2022) che accertamenti diagnostici (dal 23% al 27,6% nel 2022).
Il ricorso a prestazioni sanitarie avvalendosi di copertura assicurativa sanitaria risulta più diffuso nel Lazio (nel 2022 il 10,8% delle persone dichiara di averne fatto ricorso in caso di visite specialistiche), in Lombardia (9,7%), nella Provincia autonoma di Bolzano (9,1%) e in Piemonte (8,1%); si attesta intorno al 5% in Liguria, Emilia Romagna e Toscana, mentre nelle regioni del Mezzogiorno copre in media solo l’1,3% per le visite specialistiche.
Urgenza Pronto Soccorso
Le segnalazioni più ricorrenti riguardano: eccessiva attesa per effettuare o completare il triage (18,9%) pronto soccorso affollato (15,4%), carente informazione al paziente o al familiare (9,8%), mancanza di posti letto in reparto per il ricovero (9,2%), mancanza del personale medico (8,7%), pazienti in sedia a rotelle o in barella lungo i corridoi per ore/giorni (7,5%).
Negli ultimi 10 anni facciamo i conti con una riduzione costante e cospicua dellestrutture di emergenza: si conta una riduzione sul territorio nazionaledi 61 dipartimenti di emergenza, 103 pronto soccorso, 10 pronto soccorso pediatrici e 35 centri di rianimazione; per quanto riguarda le strutture mobili negli ultimi 10 anni abbiamo avuto una riduzione di 480 ambulanze di tipo B, un incremento di sole 4 ambulanze di tipo A (ma nel 2019 il decremento rispetto al 2010 era di 34 unità), un decremento di 19 ambulanze pediatriche e di 85 unità mobili di rianimazione.
A livello regionale vi sono delle realtà con delle percentuali sicuramente più esigue e sotto la media sia per la presenza di DEA sia di pronto soccorso; è l’esempio di Basilicata (22,2% di DEA e PS), Calabria (43,5% di DEA e 69,6% di PS), Molise (20% DEA e 60% PS).
Anche rispetto alla tempestività dell’arrivo dei mezzi di soccorso, la situazione è peggiorata significativamente e in modo preoccupante; è il caso della Calabria in cui il mezzo di soccorso arriva mediamente in 27 minuti, Basilicata 29 minuti e Sardegna 30 minuti, quando la media nazionale è di circa 20 minuti.
Urgenza prevenzione
Sono sei le regioni (erano tre nel 2019) che non raggiungono la sufficienza rispetto ai criteri LEA per la prevenzione: in particolare a Sicilia, PA di Bolzano e Calabria, che mostrano i dati più bassi, si aggiungono nel 2020 Liguria, Abruzzo, Basilicata.
Vaccini. Aumentano le coperture per morbillo, varicella, meningococco c, ma diminuiscono nella stagione 2021-22 quelle per il vaccino antinfluenzale soprattutto negli anziani, la cui copertura scende di ben 7 punti percentuali rispetto alla stagione precedente (58,1%). In particolare sono la P.A di Bolzano e Trento, la Valle d’Aosta, e la Sardegna ad avere i dati di copertura più bassi. Le migliori risultano la Basilicata (68,5) e l’Umbria (68,8%). Chi mostra i dati peggiori è la P.A di Bolzano (36,1%) e Sardegna (41,2%).
La copertura vaccinale nazionale per HPV nelle ragazze nella coorte più giovane (2009), che compiono 12 anni nell’anno di rilevazione, è al 32,22%, nessuna Regione o PA raggiunge il 95%; idem per la copertura nazionale nei ragazzi nati nel 2009 che è appena al 26,75%.
Screeningoncologici. Calano nel 2020 gli inviti per gli screening organizzati: -29% per quello mammografico, -24% per quello colorettale e per il cervicale. La riduzione negli inviti si registra soprattutto al Nord mentre in generale è al Sud che le percentuali di adesione agli stessi restano le più basse: per lo screening mammografico fanalino di coda sono Calabria (9% di adesione) e Campania (21%); per il colorettale Calabria (2%) e Puglia (5%); per lo screening per il tumore alla cervice Campania (13%) e Calabria (31%).
Urgenza personale sanitario: i dati di una nuova indagine su 10mila professionisti
10mila operatori sanitari appartenenti a venti categorie professionali hanno partecipato alla prima indagine condotta da Cittadinanzattiva, in collaborazione con FNOPI e FNO TSRM e PSTRP, con l’obiettivo di sondare le motivazioni dei professionisti a restare o lasciare il SSN. L’8% dei professionisti coinvolti nell’indagine è relativo ad infermieri ed infermieri pediatrici appartenenti alla FNOPI, il 92% aderisce alla FNO TSRM e PSTRP, dietro queste sigle ben 18 professioni sanitarie: quelle che hanno maggiormente contribuito alla survey sono educatori professionali (15,4%), tecnici sanitari di radiologia medica (13,7%), tecnici di laboratorio biomedico (12,8%), logopedisti (9,6%), tecnici della prevenzione nell’ambiente e nei luoghi di lavoro (6,2%), igienista dentali (4,6%), dietisti (4,2%), assistenti sanitari (4,1%).
Oltre il 46% afferma di essere soddisfatto del proprio percorso professionale, ma non altrettanto del proprio ambiente di lavoro che stimola poco o niente la realizzazione personale (per il 42,6%) e la crescita professionale (48,5%)
Oltre il 40% dichiara di avere carichi di lavoro insostenibili e uno su tre non riesce affatto a bilanciare i tempi lavorativi con quelli della vita privata. Il 31,6% denuncia di essere stato vittima, negli ultimi tre anni, di aggressione (verbale o fisica) da parte degli utenti, il 20,7% da parte di un proprio superiore e il 18,4% da parte di colleghi. E l’assenza nel posto di lavoro di un punto di ascolto psicologico è lamentata in particolare dal 65,9% degli intervistati.
Nonostante queste difficoltà, i professionisti sanitari credono fermamente nel valore del SSN e nella salute come bene pubblico: la maggioranza si sente orgogliosa di contribuire personalmente a dare risposta ai bisogni sociali e sanitari del cittadino (66,9%) e quindi di poter contribuire al benessere della comunità (71,6%). Soprattutto, la maggioranza (83,5%) crede che ogni persona debba avere diritto alle cure di cui ha bisogno indipendentemente dalla gravità delle patologie o dal costo delle cure. Ciò detto, gli interpellati si dividono a metà tra chi sente di essere parte di un sistema che garantisce cure sanitarie a tutti i cittadini indipendentemente dalla loro condizione economica e sociale (46,9%) e chi non ci crede (53,1%), e praticamente solo uno su due si sente parte di un’organizzazione che tutela l’interesse pubblico (52,1%) e l’equità sociale (47,9%).
Urgenza assistenza territoriale: un focus su assistenza domiciliare, consultori, servizi di salute mentale
Assistenza domiciliare integrata. Ad oggi in Italia meno di 3 anziani over65 su 100 è inserito in percorsi di ADI, con una forbice tra le diverse aree del paese che va da meno dell’1% in Molise, Valle d’Aosta e Provincia aut. di Bolzano, al quasi 5% (in Abruzzo). Dati decisamente più bassi rispetto alla maggior parte dei Paesi europei, mentre in controtendenza in Italia si mantiene stabile o in crescita il numero di posti letto in residenze sanitarie assistenziali. Combinando i servizi resi in ADI e le cure residenziali, si evince come diverse Regioni italiane riescano ad offrire assistenza a più di un anziano su 6.
Particolarmente difficoltosa la fase di attivazione dell’assistenza domiciliare, come denuncia quasi il 34% dei cittadini che si rivolge a Cittadinanzattiva. Il 21% ritiene insufficiente il numero di giorni/ ore di assistenza erogati insufficienti, il 17% inadeguata la gestione del dolore (17,4%), l’8% carente l’assistenza psicologica.
Consultori familiari. Istituiti nel 1975, l’attuale Decreto di riforma dell’assistenza territoriale ne prospetta un rilancio prevedendone 1 ogni 20.000 abitanti con possibilità di 1 ogni 10.000 nelle aree interne e rurali. La situazione attuale è molto diversificata nei territori. In Italia ci sono 2.227 consultori attivi a fronte di uno standard minimo di 2.949: rispetto alla popolazione, il rapporto medio è di 1 ogni 35 mila residenti, nel 2008 era 1/28.000, nel 1993 era di 1/20.000. Dunque numeri in costante decrescita per un servizio centrale per la prevenzione e la promozione della salute, soprattutto per le giovani generazioni e per le donne. Solo in 5 Regioni e una Provincia autonoma – Valle D’Aosta, Emilia Romagna, Toscana, Umbria, Basilicata e PA di Bolzano – il numero medio di residenti è compreso entro i 25.000, mentre in 6 Regioni ed una Prov. Aut.– Lombardia, Veneto, FVG, Lazio, Molise, Campania e PA di Trento – il numero medio è superiore a 40.000 residenti per consultorio, che quindi copre un bacino di utenza più che doppio rispetto a quanto previsto dal legislatore.
Anche a livello di composizione delle equipe che vi lavorano, il quadro è assai variegato: la disponibilità della figura del ginecologo varia da 5,4 (PA Bolzano) a 22,4 ore a settimana (Emilia-Romagna) mentre quella dell’ostetrica da 12,4 (Liguria) a 80 ore (PA Trento). Le ore settimanali dello psicologo variano da 1,9 (Piemonte) a 31,2 (Lombardia) mentre quelle dell’assistente sociale da 0 (Valle d’Aosta) a 29,8 (Basilicata).
Diversificato anche il numero di ore e i giorni in cui i servizi restano aperti: le medie più basse, 22-26 ore a settimana, si registrano per le strutture di Piemonte, Toscana, Umbria, Marche e Basilicata, mentre quelle più elevate, 35-37 ore settimanali, si registrano in Lombardia, PA di Trento, Molise e Calabria. Complessivamente il 10,2% è aperto di sabato, era il 14% nel 2008. In Valle d’Aosta, Friuli Venezia Giulia e Campania questa modalità è del tutto assente ed è poco diffusa in Piemonte, Veneto, Lazio, Sicilia e Sardegna. La quasi totalità dei consultori del Nord, Centro e Sud, svolge attività nell’ambito della salute della donna; le attività nell’area adolescenti/giovani e nell’area coppia/ famiglia e adozioni sono riportate con percentuali più basse soprattutto nelle strutture del Centro mentre in più dell’80% del Sud si effettua attività in tutte e tre le aree.
Salute Mentale. Su cento segnalazioni ricevute da Cittadinanzattiva in tema di assistenza territoriale, il 27,8% di esse fa esplicito riferimento alla salute mentale, in forte aumento rispetto al dato del 2021 pari al 12,8%. Le segnalazioni delineano uno scenario di crescente deficit strutturale dei servizi di salute mentale: l’assenza o quanto meno la palese carenza di intervento del servizio pubblico fa sì che la gestione se non proprio la cura del paziente psichiatrico sia demandata in moltissimi casi interamente alla famiglia. Le segnalazioni più frequenti nell’ambito della salute mentale raccontano le grandi difficoltà che gravano sui pazienti e sule loro famiglie, se non proprio la disperazione per la gestione di una situazione ormai diventata insostenibile a livello familiare (lo denuncia quasi il 28%), la carenza di figure sanitarie sul territorio (17%), la scarsa qualità dell’assistenza (14,4%), la mancanza o carenza di strutture e centri pubblici (10,8) lo strazio legato alle procedure di attivazione del trattamento sanitario obbligatorio (9%), gli effetti delle cure farmacologiche (8,1%), la difficoltà di accesso alle cure pubbliche (4,5%).
Urgenza PNRR. Online una piattaforma interattiva su Case ed Ospedali di Comunità
Grazie ad una collaborazione tra Cittadinanzattiva e Fondazione Openpolis, è stato avviato un monitoraggio sul tema dell’assistenza territoriale a partire dalla mappatura degli interventi previsti dal PNRR. Il lavoro si è basato sulla raccolta dei dati sui singoli interventi previsti dai contratti istituzionali di sviluppo stipulati dal Ministero della salute e dalle singole Regioni. Questi sono stati successivamente georeferenziati e arricchiti con ulteriori informazioni estratte da siti istituzionali e documenti pubblici. La fotografia è contenuta in un report pubblicato da Openpolis e da Cittadinanzattiva “Il PNRR e la sanità territoriale”, navigabile nei suoi focus regionali a questo link (piattaforma OpenPNRR). I dati disponibili sulle Case e gli Ospedali di Comunità ci permettono di verificare che, come previsto dal PNRR, la programmazione e la collocazione delle strutture ha rispettato gli standard previsti dalla riforma del DM 77/22: avremo una Casa della Comunità hub ogni 40.000-50.000 abitanti, mentre con un numero inferiore di abitanti è stata prevista una Casa spoke. Ma dai dati è altrettanto chiaro che ci saranno molti territori soprattutto appartenenti ad aree interne che, caratterizzati da un numero basso di abitanti, rimarranno senza questo servizio. Il modello previsto dalla riforma del DM 77/22 non riesce a tenere conto delle differenze territoriali. La prossimità in alcuni territori richiede di integrare le strutture con la loro digitalizzazione (COT e la telemedicina), di valorizzare quello che già è disponibile nei territori, adottando un approccio di comunità.
Il Rapporto è stato realizzato con il sostegno non condizionato di: FOFI, FNOPI, FNOMCeO, FNO TSRM e PSTRP; e con il contributo non condizionato di: Alexion, Chiesi, Sanofi.
Intelligenza Artificiale, quanti pericoli. Ma se fosse l’unica possibilità di salvezza per il Servizio Sanitario Nazionale in uno scenario realistico – non pessimistico – in cui alle carenze di personale si somma l’invecchiamento della popolazione? Del ruolo dei Big Data e dell’AI nella sanità del futuro si è discusso ieri all’Italy Healthcare Innovation Summit organizzato a Milano da Bamberg Health.
“La sanità sta attraversando una fase di rapida crescita e trasformazione: secondo il Rapporto “Il Digitale in Italia” di Anitec-Assinform, Il mercato della sanità digitale in Italia è in espansione: i dati del 2022 – se confermati – mostrano un mercato che per la prima volta supera i 2 miliardi di euro di valore, con una previsione di raggiungere 2,8 miliardi nel 2025. Si tratta di numeri che riflettono l’impatto della digitalizzazione sulla società e sull’economia ma soprattutto evidenziano l’importanza di un approccio strategico alla digitalizzazione della Sanità – ha dichiarato il presidente Aintec-Assinform Marco Gay, moderatore del panel -. La sfida per gli stakeholder è massimizzare il valore per i cittadini scalando best practices e progetti innovativi e appianare la doppia disuguaglianza – nell’accesso ai servizi sanitari e nell’accesso al digitale – che mina le fondamenta della digital Transformation in Sanità in Italia“.
Per affrontare questa tematica, Gay ha sottolineare tre punti che ritiene essenziali per il futuro della sanità digitale in Italia:
Data Centricity: I dati rappresentano la base della Digital Transformation nel settore sanitario. È fondamentale estrarre valore dal patrimonio informativo della sanità, trasformando il volume di dati in valore e farlo in diversi ambiti: dall’assistenza, alla prevenzione fino alla medicina di iniziativa.
Collaborazione tra pubblico e privato: Un rapporto efficiente tra pubblico e privato è cruciale per realizzare le potenzialità dell’Intelligenza Artificiale e dei Big Data nel settore sanitario. Un’efficace sinergia tra questi due mondi permette di “mettere a terra” progetti su larga scala, accelerando l’innovazione e migliorando la qualità dei servizi sanitari offerti. La collaborazione tra pubblico e privato deve essere basata su obiettivi comuni e una visione condivisa, promuovendo un ecosistema in cui entrambi possano operare in maniera complementare.
Importanza delle competenze digitali: Le competenze digitali sono essenziali sia per i professionisti che operano nel settore sanitario sia per la popolazione in generale. Dobbiamo puntare sulla formazione e sullo sviluppo delle competenze digitali per garantire che le nuove tecnologie migliorino concretamente la qualità dei servizi sanitari offerti.
Mantovani (Auxologico): “Nel giro di pochi decenni dovremo curare il doppio dei cittadini con la metà del personale”
“La conoscenza richiede informazione, che a sua volta richiede dati, e mai come sono disponibili dati: questo almeno in teoria, anche se la pratica è un po’ differente – ha sostenuto Lorenzo Giovanni Mantovani, Direttore del Laboratorio Sperimentale di Sanità Pubblica dell’IRCCS Auxologico -. Se vogliamo governare il sistema, non possiamo che partire dai dati, che alla fine si devono tradurre in azione. Al momento abbiamo una mole di dati mostruosa che giace molto spesso all’interno dei computer, ma finalmente disponiamo di strumenti in grado estrarla e di metterla insieme a partire dai dati amministrativi comunemente raccolti: se lo facessimo, riusciremmo a descrivere i fenomeni con una granularità mai avuta prima”.
Con due finalità principali, sostiene Mantovani: “Innanzitutto per l’analisi dei bisogni di popolazione e programmazione sanitaria. I dati amministrativi che abbiamo usato fino adeso non sono sufficienti a questo scopo, ma abbiamo anche dati clinici come i referti e le lettere di dimissione che possono essere tradotti in numeri, analizzati e legati ai primi. Se non lo facciamo, perdiamo una grande occasione. Il secondo punto è ancora più fondamentale perché il nostro Paese, insieme al Giappone, è in una fase di transizione demografica ed epidemiologica che comporterà nel giro di pochi decenni che ci sia il doppio delle persone da curare con la metà degli operatori sanitari. Questo significa anche una transizione dei bisogni, che da acuti quali sono stati per millenni diventeranno sempre di più bisogni cronici, che richiedono tecnologie che rendano semplice il monitoraggio e l’acquisizione di dati da usare per rendere più semplice l’attività di chi si deve prendere cura”.
Possibile? “Il passaggio è già stato fatto per fini di ricerca con record linkage probabilistici che legano dati amministrativi e clinici mantenendo i dati anonimi. Lo spostamento alla pratica, avendo decenni di ricerca dietro, è un passo tecnicamente possibile: basta volerlo, o più probabilmente essere costretti a farlo perché si tratta dell’unica cosa che potrebbe salvare il sistema, rendendo infinitamente più efficace la produttività degli operatori sanitari. In alternativa il nostro Servizio Sanitario collasserà e non per motivi finanziari, ma per la mancanza di personale”.
Voci (Città della Salute, Torino): “Servono le competenze e obbligare le Direzioni a usare i dati”
Serve qualità dei dati, ha affermato Claudio Voci, direttore della Struttura Complessa Analisi dei processi assistenziali, programmazione e controllo di gestione dell’AOU Città della Salute e della Scienza di Torino: “Se la qualità dei dati non è sufficiente, parliamo del nulla. L’obiettivo è di prendere decisioni, ma se non ci sono le competenze per lavorare su indicazioni diagnostiche e terapeutiche andiamo verso il fallimento. Oggi sono disponibili terapie avanzate con costi elevati: serve una valutazione di efficacia che si fa con strumenti diagnostici, altrimenti non riusciamo a capire se le risorse sono state allocate adeguatamente sul paziente”.
Ma non basta: servono competenze, ha detto. Ci sono best practice da citare sul tema? “Usare i dati. Se quando si va a compilare una scheda di dimissione ospedaliera non si cita la patologia, si perde un pezzo. Oggi noi insegniamo ai medici a inserire le informazioni e a fare riferimento al Programma nazionale esiti di Agenas: il clinico si abitua a capire che ha un benchmark nazionale e che deve migliorare la qualità del dato trasformando il più possibile il dato amministrativo in dato clinico. Per le prestazioni ambulatoriali non c’è un codice di patologia, ma solo quello del nomenclatore: ad esempio visita oculistica, ma per cosa? Qui dobbiamo invitare il Ministero a costruire un’architettura per collegare le informazioni. L’art. 50 della Costituzione prevede il federalismo e questo riguarda anche dati, che sono divisi e diversi; bisogna metterli a sistema, cosicché ogni cittadino possa vedere la qualità e da dove proviene e i clinici potranno comprendere le ricadute”. Cosa serve? “Obbligare le Direzioni a usare i dati. Se non li usano loro, non li usa nessuno”.
Faraci (Run 2 Cloud): “Fondamentale la collaborazione fra pubblico e privato”
Giuseppe Faraci di Run 2 Cloud ha aggiunto: “Per arrivare ai modelli giusti di AI e a soluzioni con un impatto reale sulla vita dei pazienti sono importanti due fattori: innanzitutto la consapevolezza che i dati sanitari presenti nei computer e sui server sono un asset molto importante, che lo sarà sempre di più nel futuro. In secondo luogo il coraggio di sviluppare questi nuovi modelli in partnership con le aziende: la collaborazione fra pubblico e privato è centrale“.
E le aziende? “Devono creare software semplici, facili da usare”. Anche Faraci è convinto che strumenti tecnologici potranno diventare una sorta di ChatGpt della sanità, non sostituendosi al medico ma rendendo più veloce il suo lavoro ma rendendolo più veloce attingendo a un’infinità di fonti scientifiche. “Inoltre, l’AI potrà rendere i sistemi sanitari più equi e rendere accessibili le cure migliori e a qualunque tipologia di paziente e in qualsiasi fascia di reddito: ciascuno avrà a disposizione il massimo livello di conoscenza, poi sarà medico a validarla”.
Noto (AUSL Valle d’Aosta): “Dobbiamo superare gli ostacoli legati alla privacy e all’incertezza normativa”
Infine Lorenzo Noto, direttore Struttura Complessa Sistemi Informativi e TLC della Azienda USL della Valle d’Aosta, si è soffermato sulle criticità che ancora gravano sull’uso dei dati nel quotidiano: “Le nostre organizzazioni non sono data driven e ragionano sempre su dati amministrativi e non sanitari. C’è poca visione, ma non la trovo neanche nel privato inteso come fornitori: quando parliamo di modelli di business che puntano ancora su sistemi verticali sono molto forti, ma quando ci spostiamo su modelli trasversali, con al centro il cittadino, il sistema comincia a essere debolissimo”.
Dov’è il problema? In primis nelle competenze, conferma, ma solleva anche il tema della necessità di superare degli ostacoli che permangono, legati alla privacy e all’incertezza normativa. “Alcune Regioni sono state sanzionate dal Garante per aver fornito dati Nsis al al ministero della Salute, con un trattamento che è stato giudicato illegittimo, ma noi stiamo cercando di usare l’AI per la programmazione sanitaria, la stratificazione del rischio e la personalizzazione cure – ha spiegato -. Il Dm 34/2020 dice che solo il ministero può fare stratificazione, ma la stratificazione è alla base della medicina di iniziativa che è citata in tutti gli atti di programmazione sanitaria: c’è un bias. Nel Dm 77 si prevede la stratificazione in sei cluster e comunque la programmazione sanitaria compete alla regione: qualcosa non torna. Ci sono un livello regionale e uno nazionale e le due cose devono quadrare, quindi la nostra idea è di stendere una legge regionale con un regolamento sul trattamento e la finalità dell’uso dei dati da sottoporre al Garante. Le problematiche maggiori concernono il fatto che i dati siano usati per una finalità di cura o meno; il Garante dice di no, ma noi cerchiamo di usare i dati Nsis, in formato anonimo, per sapere che quel paziente è da inserire ad esempio nel cluster 2 per l’ipertensione e a quel punto eventualmente accompagnare il medico nelle sue valutazioni”.
“Oggi in Italia più di 144mila cittadini vivono dopo la diagnosi di tumore del rene. Anche per i pazienti con la malattia in fase avanzata sono sempre più concrete le possibilità di sopravvivenza a lungo termine, grazie a terapie innovative”. È il commento dell’Associazione Nazionale Tumore del Rene (Anture) alle parole di Michela Murgia che ha recentemente rivelato in un’intervista di essere colpita da carcinoma renale al quarto stadio.
Anture vuole fare i migliori auguri a Michela e sottolineare ciò che ricordano gli esperti. “Oggi come oggi, soprattutto per il tumore renale, i pazienti lungosopravviventi anche in stadio IV sono una realtà, e iniziamo timidamente a parlare di guarigione. E guadagnare tempo, non è solo guadagnare vita, ma anche poter beneficiare domani di nuovi farmaci sempre più attivi”, ha recentemente twittatoCamillo Porta, Professore Ordinario di Oncologia Medica all’Università Aldo Moro di Bari e Direttore della Divisione di Oncologia Medica del Policlinico di Bari.
“Più di sette pazienti su dieci sono vivi a 5 anni dalla diagnosi di un carcinoma del rene in Italia; questi risultati sono oggi possibili grazie ad un integrazione di cure farmacologiche, sistemiche o loco regionali”, aggiunge il Prof. Giuseppe Procopio, Direttore dell’Oncologia Medica Genitourinaria e del Programma Prostata dell’Istituto Nazionale Tumori di Milano.
“In questi ultimi anni abbiamo notevolmente aumentato il nostro livello di conoscenza della malattia e questo, unitamente al numero crescente di opzioni terapeutiche, non solo farmaci, e alla frequente consuetudine al confronto multidisciplinare fra specialisti sta portando ad una crescente probabilità di controllo della malattia e a una sua cronicizzazione, anche ‘indefinita nel tempo’, basti pensare a quanto successo alle forme con componente sarcomatoide”, conclude il Prof. Sergio Bracarda, Direttore della struttura complessa di Oncologia medica e traslazionale e del dipartimento di Oncologia presso l’Azienda Ospedaliera Santa Maria di Terni e Presidente della Società Italiana di Uro-Oncologia (SIUrO).
Anture invita tutti i pazienti affetti da tumore renale e le loro famiglie a non perdere mai la speranza e, soprattutto, a fidarsi dei progressi della Medicina. La lotta contro il cancro è difficile, ma la ricerca e la scienza ci offrono ogni giorno nuove opportunità di guarigione e miglioramento della qualità della vita.
Secondo un nuovo rapporto pubblicato oggi dalle agenzie e dai partner delle Nazioni Unite, nel 2020 sono nati pretermine circa 13,4 milioni di bambini, di cui quasi 1 milione è morto per complicazioni pretermine. Ciò equivale a circa 1 bambino su 10 nato prematuramente (prima delle 37 settimane di gravidanza) in tutto il mondo.
Nato troppo presto: un decennio di azioni sulla nascita pretermine (Born too soon: decade of action on preterm birth), prodotto dall’Organizzazione mondiale della sanità (OMS) e dal Fondo delle Nazioni Unite per l’infanzia (UNICEF) insieme a PMNCH, la più grande alleanza mondiale per donne, bambini e adolescenti, lancia l’allarme su una “silenziosa emergenza” di parto pretermine, a lungo sottovalutata per portata e gravità, che sta ostacolando il progresso nel miglioramento della salute e della sopravvivenza dei bambini.
Il rapporto include le stime aggiornate dell’OMS e dell’UNICEF, preparate con la London School of Hygiene and Tropical Medicine, sulla prevalenza delle nascite pretermine. Nel complesso, rileva che i tassi di natalità pretermine non sono cambiati in nessuna regione del mondo nell’ultimo decennio, con 152 milioni di bambini vulnerabili nati troppo presto dal 2010 al 2020.
La nascita pretermine è ora la principale causa di morte infantile, rappresentando più di 1 su 5 di tutti i decessi di bambini che si verificano prima del loro quinto anno di età. I sopravvissuti pretermine possono affrontare conseguenze sulla salute per tutta la vita, con una maggiore probabilità di disabilità e ritardi nello sviluppo.
Divari di sopravvivenza per regione, reddito, razza
Partendo da un rapporto fondamentale sull’argomento del 2012, questo nuovo documento fornisce una panoramica completa della prevalenza della nascita pretermine e del suo profondo impatto su donne, famiglie, società ed economie.
Troppo spesso, il luogo in cui nascono i bambini determina se sopravvivono. Il rapporto rileva che solo 1 bambino estremamente pretermine su 10 (<28 settimane) sopravvive nei paesi a basso reddito, rispetto a più di 9 su 10 nei paesi ad alto reddito. Le profonde disuguaglianze legate a razza, etnia, reddito e accesso a cure di qualità determinano la probabilità di parto pretermine, morte e disabilità, anche nei paesi ad alto reddito.
L’Asia meridionale e l’Africa subsahariana hanno i più alti tassi di parto pretermine e i bambini pretermine in queste regioni affrontano il più alto rischio di mortalità. Insieme, queste due regioni rappresentano oltre il 65% delle nascite pretermine a livello globale. Il rapporto sottolinea inoltre che gli impatti dei conflitti, i cambiamenti climatici e i danni ambientali, il COVID-19 e l’aumento del costo della vita stanno aumentando i rischi per donne e bambini ovunque. Ad esempio, si stima che l’inquinamento atmosferico contribuisca a 6 milioni di nascite premature ogni anno. Quasi 1 bambino pretermine su 10 nasce nei 10 paesi più fragili colpiti da crisi umanitarie, secondo una nuova analisi contenuta nel rapporto.
I problemi per la salute materna, come la gravidanza adolescenziale e la preeclampsia, sono strettamente legati alle nascite pretermine. Ciò sottolinea la necessità di garantire l’accesso ai servizi di salute sessuale e riproduttiva, compresa un’efficace pianificazione familiare, con un’assistenza di alta qualità durante la gravidanza e al momento del parto.
Programma d’azione: più investimenti nel paese e attivismo guidato dai genitori
L’ultimo decennio ha anche visto una crescita dell’attivismo della comunità sulla prevenzione della nascita pretermine e della morte in utero, guidato da reti di genitori, operatori sanitari, mondo accademico, società civile e altri. In tutto il mondo, i gruppi per le famiglie affette da parto pretermine sono stati in prima linea nel sostenere l’accesso a cure migliori e il cambiamento delle politiche e nel sostenere altre famiglie.
In vista della Conferenza internazionale sulla salute materna neonatale, a Città del Capo, in Sudafrica, dall’8 all’11 maggio, OMS, UNICEF, UNFPA e PMNCH chiedono le seguenti azioni per migliorare l’assistenza alle donne e ai neonati e mitigare i rischi derivanti dalle nascite pretermine:
Maggiori investimenti: mobilitare risorse internazionali e nazionali per ottimizzare la salute materna e neonatale, garantendo un’assistenza di alta qualità quando e dove è necessaria.
Attuazione accelerata: raggiungimento degli obiettivi nazionali di progresso attraverso l’attuazione delle politiche nazionali stabilite per l’assistenza materna e neonatale.
Integrazione intersettoriale: promuovere l’istruzione durante tutto il ciclo di vita; sostenere investimenti economici più intelligenti, con cofinanziamenti intersettoriali; rafforzare le risposte di adattamento climatico lungo tutto il corso della vita; e promuovere il coordinamento e la resilienza dei sistemi di emergenza.
Innovazione guidata a livello locale: investire nell’innovazione e nella ricerca guidate a livello locale per sostenere il miglioramento della qualità dell’assistenza e l’equità nell’accesso.
«L’approfondimento che Agenas ha dedicato alla medicina generale è un utile strumento di politica sanitaria e auspichiamo che possa essere lo strumento che ci aspettavamo per un’azione legislativa e contrattuale per realizzare quel cambio di passo sull’assistenza territoriale del quale il nostro Paese ha bisogno». Silvestro Scotti, segretario generale Fimmg, esprime apprezzamento per il lavoro di integrazione rispetto al precedente Rapporto Agenas sul personale del SSN e sottolinea come i nuovi dati raccolti e diffusi dall’Agenzia ben descrivono come l’Italia abbia in questi anni investito molto poco sul potenziamento di una medicina di prossimità.
Stando al rapporto, nel 2021 risultavano in attività 40.250 medici di medicina generale (in calo di 1.457 unità rispetto al 2020), di questi circa il 75% con oltre 27 anni di anzianità. Sempre nel 2021, il rapporto tra cittadini assistibili e medici di medicina generale risultava pari a 1.237, in calo di una unità (1.238) rispetto al 2020. Mentre il rapporto tra medici di medicina generale e cittadini per 10.000 abitanti, a livello nazionale, era di 6,81. «Illuminante – dice Scotti – il paragone con gli altri Paesi europei, che vedono un rapporto tra medici di medicina generale e popolazione ben più equilibrato» .
A livello europeo, nel 2020, il maggior numero di medici di medicina generale è stato registrato in Francia (94.000), seguita dalla Germania (85.000), mentre il Portogallo (medici abilitati all’esercizio della professione) e l’Irlanda hanno riportato il maggior numero di medici di medicina generale per 10.000 abitanti (rispettivamente 29,2 e 18,8).
«Nel nostro Paese – conclude il leader della Fimmg – si assistite ad una desertificazione della medicina territoriale, con un forte sbilanciamento di investimenti verso la specialistica che ha limitato gravemente il diritto alle cure dei cittadini, indotti negli anni a rinunciare alla prossimità dell’assistenza e a rivolgersi sempre più spesso al secondo livello, pubblico o privato che sia. La nostra speranza è che questo autorevole rapporto di Agenas diventi il punto di partenza di una programmazione che metta in condizione il territorio di tornare attrattivo, attraverso un necessario reinvestimento di risorse umane ed economiche, per rispondere in modo efficace alle esigenze di salute dei cittadini. Riteniamo, infine, questa integrazione di particolare rilevanza anche sui modelli in discussione per lo sviluppo di una sanità territoriale che sembra oggi guardi troppo a modelli esterofili, quasi affermando la primarietà dei modelli portoghesi o di altri paesi europei. Questi modelli, solo per la differenza di risorse umane in campo, mai potranno essere efficaci nel nostro paese con gli attuali numeri e con quelli che peggioreranno nei prossimi anni; forse bisognerebbe cominciare a confrontarsi, e come FIMMG siamo disponibili, su un modello italiano che, con i numeri giusti e le giuste programmazioni, ha sempre dimostrato di essere una eccellenza che ancora per tanti aspetti resiste, nonostante l’aumento di carichi di lavoro e la scarsità degli investimenti su personale e strumenti».
Investire sull’assistenza territoriale e pianificare meglio. Sono queste le due direttrici principali che, secondo i partecipanti al progetto europeo Ahead (Action for Health and Equity Addressing Medical Deserts) permetteranno di contrastare i medical deserts, i deserti sanitari che caratterizzano, seppur in modo diverso, i cinque Paesi che hanno preso parte all’iniziativa: Italia, Moldavia, Paesi Bassi, Romania e Serbia.
I risultati del lavoro, durato 26 mesi, sono stati presentati giovedì 27 aprile al Parlamento europeo all’interno della conferenza “Addressing medical deserts in Europe: a call to action”. Obiettivo: illustrare alle istituzioni europee le principali raccomandazioni, gli strumenti e le proposte concrete, basate sull’analisi e la ricerca condotte nei Paesi del progetto per affrontare il fenomeno della desertificazione medica.
All’interno dell’iniziativa, la situazione italiana è stata analizzata da CittadinanzAttiva, che in un suo recente report ha fotografato in dettaglio la situazione del nostro Paese.
La conferenza a Bruxelles, ospitata dall’eurodeputata italiana Beatrice Covassi, è partita proprio dalle peculiarità italiane: un sistema sanitario frammentato, con grandi differenze territoriali e una carenza di medici di medicina generale. “Oltre 40.000 andranno in pensione nei prossimi cinque anni”, ha ricordato Covassi.
Tra gli elementi di preoccupazione registrati in tutti e cinque i Paesi che hanno partecipato al progetto c’è proprio la carenza di medici, soprattutto di medicina generale, sul territorio. O, nel migliore dei casi, la loro distribuzione non uniforme.
“Abbiamo carenze di figure professionali di tutti i tipi – ha sottolineato Anna Lisa Mandorino, segretaria generale di CittadinanzAttiva -. Oltre ai medici del territorio, mancano anche gli specialisti e gli infermieri. Il Covid ha esacerbato questa situazione, ma non ne è stato certamente la causa”.
Che la pandemia abbia evidenziato ulteriormente le disuguaglianze e le differenze tra i sistemi sanitari degli Stati membri dell’Unione è sottolineato anche dal rapporto 2021 State of Health in Eu Companion: partendo dall’indicatore di base della densità degli operatori sanitari nei vari Stati membri, i dati disponibili indicano una differenza di 5,6 volte tra le regioni a più alta e quelle a più bassa densità di medici. Il documento ha richiamato dunque l’attenzione sulla necessità di ripensare le strategie per il personale sanitario in tutta l’Unione.
Cos’è un deserto sanitario
All’interno del progetto, sono state elaborate strategie e politiche specifiche per ogni Paese, che sono state attuate in varia misura e con successo. In questo contesto, i partner del consorzio hanno sviluppato una definizione operativa di “deserto medico” per facilitare il processo di individuazione delle aree che potrebbero essere a rischio di compromissione dell’accesso all’assistenza sanitaria per le loro popolazioni: “Un deserto sanitario è il punto finale di un processo complesso chiamato ‘desertificazione sanitaria’, che implica la continua e crescente incapacità di una determinata popolazione di accedere ai servizi sanitari in modo tempestivo e contestualmente rilevante”.
Le regioni che rischiano di diventare un deserto sanitario possono essere identificate dai fattori comunemente utilizzati per descrivere le tre dimensioni dell’accesso all’assistenza sanitaria: barriere fisiche, sociali e politiche. La disponibilità di un numero sufficiente di operatori sanitari emerge in tutte le dimensioni.
Nel dettaglio:
Fattori di accesso fisico
Disponibilità di medici generici, centri sanitari comunitari, servizi di emergenza, ospedali, farmacisti;
Distanza dalle strutture sanitarie primarie;
Tempo medio per raggiungere la struttura sanitaria o il paziente, utilizzando i servizi di emergenza
Fattori sociali
Sensibilità culturale e adeguatezza al contesto dell’assistenza offerta;
Aspettative della popolazione
Fattori politici
Strategie di sviluppo regionale e rurale;
Strategie per le risorse umane per la salute; decisioni politiche sulla disponibilità e la distribuzione del personale sanitario di base; metodi di retribuzione; regolamentazione, comprese le strategie per l’abilitazione e lo sviluppo professionale continuo;
Strategie per le strutture di assistenza sanitaria primaria e la loro gestione;
Strategie per i servizi specialistici (come la distribuzione degli ospedali specializzati o i servizi forniti);
Costo dei servizi per il paziente e finanziamento del sistema sanitario.
Ascoltare a livello locale
Katarzyna Ptak-Bufkens, Policy Officer presso l’Unità responsabile della performance dei sistemi sanitari nazionali della Direzione generale per la salute e la sicurezza alimentare (Sante) della Commissione europea, ha sottolineato come, quando si parla di deserti sanitari, siano da considerare anche gli aspetti sociali. Dello stesso avviso anche Dorota Tomalak, vice capo unità del Segretariato generale del Comitato europeo delle regioni: “Se una persona in un’area rurale non riesce a raggiungere l’ospedale o il medico più vicino, è solo un problema di distribuzione del personale sanitario o anche di offerta di trasporto pubblico?”.
Sebbene le aree considerate marginali non siano solo quelle rurali, infatti, è qui che si registrano le disuguaglianze maggiori rispetto alle aree urbane. E non solo in termini sanitari, ma in generale di accesso a diversi servizi, dai trasporti all’istruzione.
“Occorre fare considerazioni più ampie – ha proseguito Tomalak – che vadano oltre la sanità. Per esempio: bene la telemedicina, ma occorre che in quel territorio ci sia una buona connessione internet e che le persone siano in grado di utilizzare la tecnologia. Gli anziani, per esempio, difficilmente saranno a proprio agio con queste nuove tecnologie e avranno bisogno di essere assistiti nel capire come funzionano. La tecnologia è una soluzione, ma non deve essere considerata la soluzione”.
L’esperta ha citato il caso della Francia, che ha provato a contenere il problema grazie alle farmacie, che fanno da mediatrici tra i cittadini e i livelli più alti del Servizio sanitario nazionale. Un modello simile a quello che dovrebbe essere in Italia la farmacia dei servizi.
Proprio perché non si può pensare di mitigare gli effetti dei deserti sanitari restando dentro i confini della sanità, il progetto Ahead ha evidenziato come sia fondamentale coinvolgere i vari portatori di interesse, a partire da quelli locali, per capire davvero quali sono i loro bisogni.
“Ascoltare le comunità locali è fondamentali – ha ribadito John Wynn-Jones, Past President dell’Europa, l’European Rural and Isolated Practitioners Association – È importante avere un approccio bottom-up”. L’esperto è tornato a sua volta sull’importanza delle cure primarie: “La maggior parte delle consultazioni avviene sul territorio, non in ospedale – ha ricordato – Se miglioriamo le cure primarie, avremmo anche migliori outcome di salute”.
A livello locale, poi, vanno coinvolte anche le istituzioni: “Non abbiamo un unico Servizio sanitario europeo – ha ribadito Tomalak – e i due terzi dei sistemi nazionali sono a loro volta decentrati. Per questo è importante coinvolgere in questo processo anche i politici locali. Senza di loro, nessun cambiamento sarà mai possibile”.
A livello politico, poi, si possono prendere alcune decisioni importanti, come per esempio evitare di concentrare i centri di ricerca nelle città. “In Australia ci sono centri di ricerca rurali che funzionano bene e sono attrattivi – ha riportato Wynn-Jones – È poi importante intervenire anche nel percorso di studi: un medico in formazione dovrebbe obbligatoriamente trascorrere un lungo periodo in un’area marginale”.
La capacità di pianificare
Un altro elemento emerso come comune in tutti i Paesi che hanno preso parte al progetto è l’importanza di una corretta pianificazione, che non sempre è semplice da fare. Riuscire ad avere una visione di cosa potrebbe essere la sanità nei prossimi 10-20 anni, però, è fondamentale per intraprendere azioni efficaci.
Anche per queste considerazioni, da qualche mese è partita una Joint Action sempre finanziata dal programma europeo Eu4Health, coordinata da Agenas e che coinvolge 19 Stati membri. Si chiama HEROES (HEalth woRkfOrce to meet health challEngeS) e il coordinatore per l’Agenzia nazionale per i servizi sanitari regionali è Paolo Michelutti, presente all’evento conclusivo del progetto Ahead.
“Una pianificazione efficace può contribuire a contrastare il fenomeno dei deserti sanitari”, ha affermato l’esperto, secondo cui le sfide sono tre: i dati, il coinvolgimento e l’empowerment degli stakeholder e il coinvolgimento dei politici.
“Partiamo dai dati: è importante averli, ma dal mio punto di vista lo è ancora di più saperli usare. Spesso in sanità abbiamo a disposizione informazioni che non utilizziamo nel modo corretto”. Sul secondo aspetto, Michelutti ha sottolineato come sia fondamentale riuscire a coinvolgere anche gli operatori sanitari in questo processo: “Sono tanti, ma possono fornire un valore aggiunto notevole: in Italia sono 30 le professioni sanitarie riconosciute ed è importante riuscire a intercettarle tutte”. Infine, i politici: “Le attività tecniche di cui discutiamo sono funzionali alle decisioni. E chi è chiamato a prenderle è un politico: le conseguenze delle sue scelte avranno un impatto probabilmente dopo 10 o 20 anni. Il rischio maggiore per un policy maker è mantenere lo status quo perché non è in grado di governare il cambiamento. La sfida quindi è supportare i politici con gli aspetti tecnici e comunicare bene ai cittadini le ragioni delle decisioni che si prendono”.
Dopo nove anni da una diagnosi di cancro il 16% delle pazienti ha abbandonato il lavoro. Si riscontra anche un aumento del lavoropart-time femminile: dal 14% al 16%. Da qui l’esigenza di abbattere tutte quelle barriere che impediscono alle malate oncologiche di rientrare nel mondo lavorativo. E’ questo l’obiettivo che si pone il progetto TrasformAZIONE, quest’anno giunto alla seconda edizione. Viene promosso da Europa Donna Italia, con la collaborazione di Fondazione Human Age Institute, ManpowerGroup e Studio Fava & Associati e il supporto non condizionante di Pfizer, Daiichi Sankyo e AstraZeneca – vede quest’anno l’ingresso di un nuovo partner, l’Università di Torino. Secondo i promotori del progetto le barriere sono: il non adeguamento delle ore di lavoro alle necessità delle terapie, lavori fisicamente o mentalmente troppo impegnativi per le condizioni del paziente, lo scarso supporto dal datore di lavoro e dai colleghi, altri fattori economici e psicologici.
La seconda edizione di TrasformAZIONE
Alla prima edizione hanno partecipato circa 100 donne da tutta Italia e 62 hanno concluso il percorso.
La seconda edizione, partita lo scorso 28 aprile con un workshop dedicato alle associazioni aderenti a Europa Donna Italia, prevede la realizzazione di un TALENT LAB, un percorso di orientamento finalizzato al reintegro nel mondo del lavoro, interamente online il coinvolgimento di persone da tutta Italia. Il percorso si sviluppa attraverso tre fasi principali. La prima è una overview sul come attivarsi per la ricerca attiva del lavoro: dal curriculum vitae a come affrontare il colloquio di lavoro, fino alla ricerca attraverso i diversi canali. La seconda fase è dedicata alla conoscenza della persona, all’analisi delle aspettative, competenze, aspirazioni. Infine, il percorso prevede un passaggio fondamentale di conoscenza della legge 68/99.
Aderire al progetto è semplice, basta un click sul link di seguito per poter condividere il proprio cv e iniziare un percorso ad hoc che tiene conto delle storie uniche di ciascuna paziente, fino a esaurimento posti: https://europadonna.it/trasformazione/
“Ricevere una diagnosi di cancro al seno è sempre destabilizzante, sia sul piano professionale che famigliare. Il lavoro, o meglio il rientro al lavoro, rappresenta, quando possibile, un elemento motivante e propositivo in un percorso di cura: tuttavia affrontare questo contesto specifico per le pazienti non è sempre semplice. Il quadro normativo del nostro Paese è ancora frammentato ed è necessario non solo promuovere nuove misure di natura contrattuale finalizzate a migliorare la qualità della vita professionale, ma anche supportarle nei percorsi di reintegrazione nel mondo del lavoro, ed è proprio in questa direzione che abbiamo spinto la seconda edizione del progetto TrasformAZIONE.” spiega Rosanna D’Antona, Presidente di Europa Donna Italia.
“Ci siamo sempre impegnati per aiutare nel rientrare nel mondo del lavoro chiunque fosse, per vari motivi, in una situazione occupazionale più fragile. Ed è evidente, come mostra la ricerca dell’Università di Torino, che la situazione di chi ha un tumore o è appena guarita sia tra le più fragili dello scenario lavorativo”, ha dichiarato Anna Gionfriddo, Presidente Fondazione Human Age Institute e Amministratrice Delegata ManpowerGroup. “Per questo siamo orgogliosi di essere accanto a Europa Donna Italia in questo progetto e di dare il nostro contributo alla realizzazione di un percorso verso il mondo del lavoro, che rappresenti in primo luogo un’opportunità per ritrovare nuove energie e obiettivi di vita per le donne colpite da malattia oncologica”.
I dati dello studio di UNITO
L’Università di Torino ha condotto uno studio di 9 anni su oltre 2600 sopravvissuti e sopravvissute a neoplasie maligne, che mostra la perdurante incidenza della malattia oncologica nel ritornare al lavoro anche una volta guariti. Come riportato, dopo nove anni dalla diagnosi, il tasso di occupazione degli individui di entrambi i sessi evidenzia una notevole diminuzione, con un’incidenza maggiore per le donne che hanno abbandonato il lavoro più spesso anche rispetto agli uomini (-16% vs. -15%). Lo studio mostra anche un aumento del lavoropart-time per le donne con esperienza di cancro nell’arco dei 9 anni considerati (dal 14% al 16%), mentre è stata registrata una riduzione dal 13% all’8,5% per il gruppo di controllo femminile, composto da pazienti sane. (Dipartimento di Scienze Cliniche e Biologiche- UniTO).
In sostanza, l’indagine prodotta ha messo in evidenza come la malattia oncologica non ha effetti soltanto sulla salute di una persona, ma anche sulla sua vita lavorativa. Negli anni considerati dallo studio, gli individui di entrambi i sessi hanno perso il lavoro più spesso rispetto ai gruppi di controllo composti da persone sane, e le donne con esperienza di tumore hanno abbandonato il lavoro significativamente più spesso rispetto ai gruppi di controllo di entrambi i sessi e agli uomini sopravvissuti a tumore. Inoltre, un numero significativamente inferiore di donne con diagnosi di tumore ha lavorato a tempo pieno.