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AIIC, payback sui dispositivi medici: la necessità di un dialogo

Il tema del Payback sui dispositivi medici irrompe con forza all’interno del 23° Convegno dell’Associazione Italiana Ingegneri Clinici, svoltosi a Firenze dal 10 al 13 maggio. L’occasione è offerta da una sessione plenaria che ha visto una riflessione offerta da Claudia Biffoli (Ministero della Salute), Paolo Tranquilli Leali (past president SIOT) e Battistina Castiglioni (GISE) sull’importanza della raccolta, analisi e utilizzazione dei dati in funzione programmatoria.

Ma il dato e la programmazione devono diventare strumenti concretamente utili: anche attraverso di loro si può arrivare ad evitare per il futuro quelle dinamiche che portano a sforamenti di spesa che poi si traducono in ricorso al payback. E nel frattempo? A che punto siamo nel dialogo su questo meccanismo da molti considerato perverso? Diciamo che il mondo della produzione oggi inizia ad essere moderatamente più “ottimista” che nel passato, come affermato da Massimiliano Boggetti, presidente di Confindustria Dispositivi Medici: “Oggi ci troviamo in una posizione di dialogo istituzionale, dopo che negli ultimi mesi abbiamo avuto confronti anche molto duri con il Governo. Direi che si è aperta una fase di ascolto reciproco. Chiaramente il nostro obiettivo è la cancellazione del payback pregresso e futuro, accompagnata dalla scrittura di nuove regole che aiutino a trovare una governance stabile di settore. In questo senso devo sottolineare come da anni siamo già in sintonia con gli ingegneri clinici perché condividiamo un obiettivo comune, ovvero quello di sviluppare e attuare un sistema di governo delle tecnologie per la salute che offra una sempre più efficace sanità agli italiani, assicurando nel contempo un sistema sostenibile per il Governo e il Paese”. 

A sua volta il presidente AIIC, Umberto Nocco, ha sottolineato come il “tema del payback possa oggi essere affrontato da due opposti punti di vista: il primo è quello puramente finanziario, uno sguardo che troppo spesso ha dimostrato la sua miopia; in alternativa – e noi preferiamo questa strada – si deve far largo un approccio di scenario, che richiede la disponibilità di tutti gli stakeholder ad un dialogo che non sottovaluti gli elementi in gioco. In questo scenario a nostro modo di vedere dovranno emergere sia i valori della programmazione, che della cost-effectiveness, che le capacità decisionale sulla base delle risorse. Noi ci dichiariamo già disponibili a contribuire a questo tipo di percorso”. Ha poi concluso il presidente AIIC: “Non possiamo nascondere la ovvia distanza di intenti di fondo che c’è tra noi e l’industria, ma nell’abito di questa ovvia differenziazione di ruoli, c’è più che mai ampio spazio per trovare punti di lavoro comune come già è accaduto negli anni scorsi, in modo tale che il valore della produzione, della ricerca ed anche dell’imprenditoria italiana non sia penalizzato o mortificato”.

Terapia genica e malattie rare: indicazioni e limiti dell’editing genetico

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I progressi della ricerca biomedica nell’ambito delle terapie geniche hanno sollevato importanti questioni etiche, in particolare per quanto riguarda l’applicazione della tecnologia dell’editing genetico.

La storia della terapia genica non ha inizio in questo secolo, ma negli anni ’70 del secolo scorso, quando alcuni ricercatori cominciarono a porsi la domanda se un DNA esogeno ‘buono’ potesse sostituire quello non funzionante che era causa di malattia nell’uomo.

Da allora sono stati fatti enormi passi in avanti, sia in materia di conoscenza del genoma umano e delle sue alterazioni, sia nella messa a punto di tecniche di ingegneria genetica in grado modificare il DNA, arrivando fino all’approvazione, da parte degli enti regolatori, di terapie geniche efficaci nei confronti di diverse malattie.

Oggi è possibile modificare, con grande precisione, il DNA di qualunque cellula, per eliminare alcune parti, correggerne e/o sostituirne altre

Se prima dell’editing genetico, la terapia genica consisteva nel fornire all’organismo, attraverso il trasferimento virale o non virale, una copia corretta del gene difettoso o un altro gene che potesse compensarne il malfunzionamento, oppure utilizzare la tecnica del knockdown per ridurre o silenziare l’espressione di un gene mutato, oggi con l’entrata in campo della tecnologia dell’editing genetico e in particolare con il sistema CRISPR-CAS9, è possibile modificare, con grande precisione, il DNA di qualunque cellula, al fine di eliminare alcune parti, correggerne e/o sostituirne altre.

Il sistema si basa sulla combinazione di due elementi: la proteina Cas9 e un RNA guida che si appaia al DNA. La correzione può avvenire anche per una singola base e in qualunque porzione del genoma. La tecnica è facile e veloce e questo ne amplia le potenzialità terapeutiche in medicina e le applicazioni in agricoltura e nell’industria.

La scoperta del sistema CRISPR-CAS è derivata dallo studio dello Streptococcus pyogenes, e dall’uso del batterio di tale sistema per difendersi dai virus. Replicando, riprogrammando e semplificando il sistema, è stato possibile ottenere, nel 2012, la tecnica del ‘taglia e cuci’ in grado di modificare il DNA. Per tale scoperta è stato assegnato il Premio Nobel per la Chimica 2020 alle due ricercatrici Emmanuelle Charpentier e Jennifer Doudna perché, come ha affermato Claes Gustafsson, capo del comitato del Nobel, “grazie a tale strumento è stato possibile sviluppare colture resistenti alle muffe, ai pesticidi e alla siccità. In medicina sono in corso sperimentazioni con nuove terapie contro i tumori e il sogno di poter curare malattie genetiche ereditarie sta diventando sempre più reale”.

Le possibili applicazioni terapeutiche riguardano in particolare alcune malattie rare (come la distrofia muscolare di Duchenne, la Talassemia, Emofilia B, X_SCID, Fibrosi cistica), i tumori, le malattie neurologiche come Alzheimer e Parkinson e infezioni come quella trasmessa da HIV.

Tale tecnica è stata al centro di importanti dibattiti sulle possibili implicazioni future e su un’autoregolamentazione sia su territorio nazionale che internazionale.

L’editing genetico sulla linea somatica e sulla linea germinale

Il 23 febbraio 2017, la Presidenza del Consiglio dei Ministri, insieme al Comitato Nazionale per la Bioetica, ha pubblicato un documento dal titolo ‘L’editing genetico e la tecnica CRISPR-CAS9: considerazioni etiche’, dal quale emergono sia punti di condivisione, sia visioni contrapposte, soprattutto sulla possibilità di avviare sperimentazioni sulla linea germinale utilizzando la tecnica CRISPR-CAS9.

Il Comitato si dichiara favorevole alla sperimentazione in vitro e animale, secondo le regole internazionali, e ritiene eticamente auspicabile un incremento della ricerca sulle cellule somatiche umane, sia nell’ambito della ricerca in laboratorio che nell’ambito della ricerca clinica o in vivo.

Rispetto all’editing genomico sulla linea germinale umana, si ritiene non lecita la sperimentazione su gameti, destinati al concepimento, e embrioni umani, destinati all’impianto, concordando sull’opportunità di una moratoria sulla ricerca clinica o in vivo, per ragioni di sicurezza ed efficacia della tecnica.

Per l’editing genetico in laboratorio sui gameti non destinati alla riproduzione e su embrioni in vitro non destinati all’impianto, i pareri sono discordanti. In particolare, chi è favorevole, sottolinea l’importanza della ricerca di base sulla linea germinale, sia per finalità conoscitive sia per le potenziali applicazioni terapeutiche. I dubbi invece sono relativi alla mancanza di sicurezza della tecnica, all’impossibilità di valutarne l’efficacia e per questioni di giustizia che riguardano la distribuzione di risorse scarse.

Anche l’OMS si è pronunciata con un report pubblicato il 12 luglio 2021 dal titolo ‘Human Genome Editing: Recommendations’, tracciando linee guida flessibili e individuando criticità e potenzialità. In particolare si evidenzia la necessità di un’accessibilità equa a livello mondiale e si individuano specifici strumenti, istituzioni e contesti grazie ai quali implementare la ricerca sul genoma umano, con regole condivise e azioni di vigilanza.

Nel mese di marzo 2023 si è tenuto a Londra il terzo Summit internazionale sull’editing genetico umano, organizzato da UK Royal Society,  US National Academies of Sciences and Medicine e The World Academy of Sciences, al quale hanno partecipato ricercatori provenienti da tutto il mondo. Le dichiarazioni del Comitato organizzatore, formulate a fine Summit, sono state le seguenti:

  • i notevoli progressi dell’editing genetico sulla linea somatica hanno dimostrato la possibilità di curare malattie prima ritenute incurabili anche se rimane il problema dei costi troppo elevati. Per questo è necessario e urgente uno sforzo globale per garantire accesso equo a questo tipo di trattamenti;
  • l’editing genetico sulla linea germinale ereditabile è ad oggi inaccettabile. Non vi sono ancora i presupposti per standard di sicurezza ed efficacia;
  • per garantire la sicurezza dell’editing genetico sulla linea somatica è necessario un follow-up di lungo periodo per comprendere bene le conseguenze di questo tipo di intervento e identificare in anticipo eventuali effetti avversi;
  • l’editing genetico sulla linea germinale per scopi di ricerca di base dovrebbe continuare per comprendere meglio aspetti precoci dello sviluppo e valutare come le tecniche potrebbero essere usate per correggere alterazioni genetiche causa di malattie

Malattie rare e terapie geniche in Italia

In Italia, l’Osservatorio Malattie Rare (O.Ma.R.), nato nel 2010, ha come obiettivo quello di aumentare la sensibilità dell’opinione pubblica in materia di malattie rare, tumori rari e farmaci orfani, attraverso una comunicazione chiara e scientificamente corretta su ricerca, legislazione, servizi e assistenza di cui i malati possono usufruire. Uno dei progetti portati avanti è l’Osservatorio Terapie Avanzate attraverso il quale vengono illustrate le varie tipologie di terapie utilizzate, come le diverse tecniche di terapia genica, le terapie cellulari e altre terapie di precisione, focalizzandosi sui recenti progressi in ogni specifico ambito.

Abbiamo intervistato la Dott.ssa Ilaria Ciancaleoni Bartoli, fondatrice e direttore di O.Ma.R., per comprendere meglio l’importanza della ricerca nelle malattie rare, le esigenze legate a terapie appropriate e accessibili a tutti.

Quante sono ad oggi le malattie rare senza una cura?

Ilaria Ciancaleoni Bartoli

Sono circa 10mila malattie rare note, per lo più di origine genetica e purtroppo sono poco più di un centinaio quelle che hanno una terapia specifica, che non sempre però significa guarigione. Spesso i danni prodotti dalla malattia prima della terapia sono irreversibili, in altri casi non tutti i sintomi possono essere annullati. Le terapie geniche sono tra le terapie che producono risultati più radicali, fino al raggiungimento di una vita pressoché normale, soprattutto se attuate tempestivamente, cioè prima che ci siano danni irreversibili. Insomma, la grandissima parte delle malattie rare non ha una terapia specifica e tantomeno definitiva, c’è moltissimo da fare nel campo della ricerca e le terapie avanzate avranno un ruolo fondamentale in questo ambito.

Quante sono invece le patologie rare che hanno trovato una cura, ad oggi, grazie alla terapia genica?

Attualmente, sono 8 le terapie geniche che hanno ricevuto autorizzazione nell’Unione Europea e che sono sul mercato con indicazioni per malattie rara:

  • Imlygic per melanoma inoperabile
  • Strimvelis per ADA- SCID, una rara e gravissima forma di immunodeficienza
  • Luxturna per distrofia retinica ereditaria
  • Zolgensma per SMA, l’Atrofia Muscolare Spinale
  • Libmeldy per leucodistrofia metacromatica
  • Upstaza per AADC, l’ultima approvata pochi giorni fa in ordine di tempo, per una rarissima   malattia che colpisce il sistema nervoso centrale
  • Roctavian per emofilia A grave
  • Hemgenix per emofilia B grave e moderatamente grave

In Italia sono autorizzate e rimborsate dal Servizio Sanitario Nazionale (SSN) 4 di queste terapie: Strimvelis, Luxturna, Zolgensma, Libmeldy. Mentre Upstaza ha ricevuto l’approvazione dalla Commissione Europea a luglio 2022 e deve finire l’iter di rimborsabilità in Italia; nel frattempo verrà somministrata ricorrendo a strumenti di accesso precoce.

Il Servizio Sanitario Nazionale è molto eterogeneo sul territorio, basti pensare allo screening neonatale per alcune patologie rare. Cosa sta succedendo sul nostro territorio?

Ormai si fa anche fatica a parlare di Servizio Sanitario Nazionale, il ruolo delle Regioni è determinante. Nonostante ci siano delle norme nazionali e l’esistenza dei Livelli Essenziali di Assistenza (LEA), siamo ben lontani dall’offrire le stesse opportunità e la stessa assistenza, in tempi uniformi, a tutte le persone che ne hanno bisogno.

Nelle malattie rare, dove i pazienti sono pochi e distribuiti in tutte le Regioni, queste le disparità sono ancora più evidenti

Nelle malattie rare, dove i pazienti sono pochi e distribuiti in tutte le Regioni, queste disparità sono ancora più evidenti e ci sarebbe bisogno di una cabina di regia nazionale, prevista dal Testo Unico Malattie Rare di cui si attende ancora la piena attuazione con l’approvazione dei decreti mancanti. Ci sono Regioni in cui i nuovi farmaci sono disponibili in tempi brevi, altre che vanno ben oltre i termini stabiliti dalla legge. Ci sono amministrazioni regionali che hanno introdotto esenzioni per i farmaci di fascia C e anche per gli integratori, se previsti dal piano terapeutico, mentre altre non lo hanno fatto perché non vogliono o perché, se sottoposte a piano di rientro, non possono.

Stessa cosa vale per lo screening neonatale che è una misura di prevenzione secondaria straordinaria: la maggior parte delle Regioni per fortuna si è, se pur lentamente, messa in regola nel ricercare le 49 malattie metaboliche previste dalla legge 167/2016, ma solo alcune hanno avuto la volontà e la capacità di andare oltre, anticipando un aggiornamento nazionale della lista che doveva avvenire da tempo, ma non ha mai visto la luce. Un altro decreto bloccato a livello centrale e che produce disparità nel diritto alla vita e alla salute. Il caso della SMA – Atrofia Muscolare Spinale è esemplare: ci sono stati pareri positivi in tutti i tavoli ministeriali, eppure il decreto è rimasto nei cassetti del Ministero della Salute. Diverse Regioni si sono mosse per contro proprio e i bambini che vi nascono hanno un’opportunità di salute ad altri negata.

Non sono pochi i casi di ritiro dal mercato di terapie geniche efficaci e il definanziamento in ricerca a causa della poca redditività. Come agire?  Bisogna continuare a ragionare in termini di redditività quando si parla di malattie?

Credo che ci sia prima di tutto un punto fermo da tenere: una terapia che funziona e per di più funziona in modo da cambiare totalmente la vita come nel caso delle terapie geniche, fino ad arrivare alla tanto impegnativa parola ‘cura’, deve essere assicurata. Il punto è quindi come fare. Se avessi una risposta il problema sarebbe già risolto, purtroppo però così non è. Per fortuna fino ad oggi i ritiri per motivi commerciali sono stati pochi, ma è possibile che aumentino con il progressivo sviluppo di nuove terapie e con le maggiori difficoltà del SSN a sostenerne i costi. La soluzione di problemi complessi, come questo, è certamente a sua volta complessa e per arrivarci, o avvicinarsi per quanto possibile, sarà necessario muovere diverse leve. Intanto bisognerebbe smettere di ragionare a compartimenti stagni, da una parte la spesa per farmaci e dall’altra il peso economico della malattia in termini di invalidità e assistenza.

Ci domandiamo quanto costa curare un malato raro, invece dovremmo sottrarre da questo importo quanto si risparmierà dal momento in cui avrà una vita sana

Ci domandiamo quanto costa curare un malato raro, dovremmo invece sottrarre da questo importo quanto si risparmierà dal momento in cui avrà una vita sana. Ma questo semplice calcolo non viene fatto. Se lo si facesse, in molti casi il costo reale sarebbe decisamente minore. Ovviamente ciò significa immettere sul mercato, a determinati prezzi, solo terapie veramente efficaci e che cambiano la vita. Per fare questo occorre un’attenta valutazione dei dati di efficacia, da effettuare a livello europeo. Va poi trovato un meccanismo di pagamento che sia adeguato tanto per le aziende quanto per il SSN. Infine, ma non ultimo, dovremmo finanziare di più il fondo sanitario, un aspetto essenziale non solo per garantire le terapie avanzate, ma tutti i livelli di cura.

Pensando al domani. Che futuro vede per i bambini del domani con patologie rare? Nutre delle speranze nello sviluppo della terapia genica sulla linea germinale?

Per i bimbi con alcune malattie rare il futuro potrà essere radicalmente diverso, se si riuscirà a incentivare una diagnosi sempre più precoce, a partire dallo screening neonatale, e se si troverà soluzione alla sostenibilità. Basti guardare a ciò che sta già succedendo nella SMA. Per quel che riguarda la terapia genica su linea germinale, entriamo nel campo dell’editing genomico. Al momento, è vietato modificare il DNA della linea germinale sia perché non si conoscono ancora bene tutte le potenzialità e i rischi, sia perché diventa una modifica che viene ereditata dalla progenie e di fronte a queste prospettive bisogna procedere con il massimo della sicurezza e quanti più dati possibile.

È un dibattito con grandi implicazioni etiche: ad oggi non si è in grado di procedere in questa direzione con sicurezza, ma ciò non vuol dire che per il futuro si debba escludere a priori. Per il momento però è meglio procedere passo dopo passo e prepararsi all’arrivo dell’editing sulla linea somatica in clinica, lì c’è ancora molto da fare ed è una prospettiva sicuramente promettente per il prossimo futuro. È probabile che la prima autorizzazione sarà sulla B-talassemia. La scienza ha i suoi tempi e vanno rispettati.

Tecnologie e diritti: il manifesto di AIIC e Cittadinanzattiva

Le tecnologie in sanità sono una sfida sociale: lo affermano gli ingegneri clinici all’interno del loro XXIII Convegno in corso di svolgimento a Firenze. Ma nel concreto questa “sfida” che dimensioni e che contenuti può assumere? Su quali temi questa sfida richiama l’attenzione e la responsabilità di politici, decisori e società intera? Lo hanno definito l’Associazione Italiana Ingegneri Clinici (AIIC) e Cittadinanzattiva, proponendo il Manifesto Le tecnologie come sfida sociale: 8 obiettivi per una società tecnologicamente avanzata. Il documento, frutto di un lavoro congiunto e collaborativo, intende richiamare l’attenzione del Paese sulle sfide che occorre da subito assumere con responsabilità per un equilibrato, tempestivo e utile sviluppo di sistema.

“Abbiamo fatto un lavoro congiunto con l’obiettivo di mettere a fattor comune la sensibilità dei professionisti di settore con quella dell’attivismo civico”, commentano Stefano Bergamasco e Giovanni Guizzetti, che hanno guidato il team AIIC che ha lavorato sul Manifesto, “Ci è sembrato necessario dover offrire a tutti una prospettiva di lavoro concreto che potesse emergere dal nostro Convegno 2023. Una prospettiva di impegni chiari, che potesse essere piattaforma di un impegno socio-politico per tutti coloro che hanno a cuore la reale implementazione delle tecnologie a servizio dei bisogni di salute. Oggi spesso le prestazioni tecnologiche sono circondate da un aurea tecnicistica, invece ci sembrava doveroso e necessario ricordare che le innovazioni di settore sono una delle chiavi di volta della realizzazione del diritto alla salute in tutto il SSN”.

“Come associazione abbiamo contribuito in modo convinto a questo documento”, sottolinea Elio Rosati, coordinatore Cittadinanzattiva Lazio, che ha seguito passo dopo passo la creazione del Manifesto, “Da tempo noi siamo presenti sul tema delle tecnologie healthcare e della digitalizzazione della sanità e siamo convinti che ci troviamo di fronte ad un momento nevralgico: una corretta e ‘sociale’ implementazione e diffusione dell’innovazione tecnologica può fare la differenza e permettere anche a territori oggi meno performanti di offrire servizi sanitari di altissima qualità. Ma perché questo accada debbono proprio essere realizzati gli otto contenuti che abbiamo inserito nel Manifesto, che sono secondo noi le tappe irrinunciabili per giungere ad una nuova sanità italiana”.

“Tappe irrinunciabili che intendiamo percorrere insieme anche nell’immediato futuro”, precisa il presidente AIIC Umberto Nocco, “perché i messaggi che vengono lanciati dal nostro Convegno hanno l’obiettivo di rimanere nel tempo, creando un’azione virtuosa a livello di Istituzioni centrali e regionali, società civile, rappresentanti delle professioni e della sanità intera”.

Il Manifesto propone otto differenti contenuti della “sfida sociale” in termini di diritti dei cittadini italiani.
Eccoli nella loro forma più completa
:

Sfida 1: del diritto alla salute

Sì alle tecnologie per realizzare oggi l’Art. 32 della Costituzione

Il valore di riferimento della sanità italiana è rappresentato dall’Art. 32 della Costituzione: La Repubblica tutela la salute come fondamentale diritto dell’individuo e interesse della collettività. La realizzazione del diritto alla salute passa oggi dalla corretta, vasta e puntuale implementazione dell’innovazione tecnologica e dalla corretta gestione delle tecnologie sanitarie: questa sfida politica, culturale e sociale deve essere accolta in Italia dalle Istituzioni nazionali e regionali, dalle agenzie, dall’università, dalle professioni, dai cittadini e dalle loro rappresentanze, dai media.

Sfida 2: dell’accesso

Sì alle tecnologie come strumento per una sanità universale

Le tecnologie biomediche rappresentano una risposta irrinunciabile per l’accesso universale e uniforme alle risposte di salute su tutto il territorio nazionale. La sfida tecnologica può rappresentare un salto in avanti per l’universalismo e per l’equità dei servizi. Non è accettabile che le tecnologie avanzate si concentrino solo dove già la sanità è d’eccellenza. Se la risposta tecnologica in sanità non è garantita e accessibile su tutto il territorio, penalizzando il Sud del Paese, le zone rurali, le piccole isole, le zone montane, le stesse tecnologie diventeranno nuovo motivo di disequilibrio e differenziazione, aumentando il fenomeno della mobilità sanitaria, una tra le prime criticità del SSN.

Sfida 3: della programmazione

Sì all’approccio accurato e concreto degli investimenti tecnologici

Una disponibilità omogenea delle tecnologie può essere ottenuta solo tramite una programmazione territoriale rigorosa, che tenga conto del bacino di utenza e delle competenze realmente presenti e non attraverso una distribuzione “a pioggia” di tecnologie avanzate. Corretta programmazione significa quindi investimenti mirati a beneficio di tutti, ottenendo la massima risposta in termini di servizi offerti. La sfida della programmazione delle tecnologie healthcare deve prevedere un approccio olistico all’uso consapevole della tecnologia e deve porre massima attenzione nella operatività concreta per evitare fenomeni distorcenti. La tecnologia diviene così un’opportunità da usare in modo adeguato, lungimirante ed appropriato.

Sfida 4: dell’integrazione socio-sanitaria

Sì alle tecnologie come strumento della sanità di prossimità

L’intero SSN si sta ripensando in termini territoriali, con una rinnovata centralità attribuita alla sanità di prossimità. Le tecnologie divengono centrali anche in questo ambito, permettendo – anche in formati di telemedicina, di applicazioni mobili e di devices con controllo da remoto – un nuovo approccio alle cronicità, ai bisogni della terza-quarta età, delle RSA e dell’Assistenza domiciliare integrata. La sfida dell’integrazione sociosanitaria è dunque quella che, sia a livello centrale che a livello regionale e territoriale, occorre sostenere, organizzare, programmare e monitorare come innovazione radicale, anche grazie al coinvolgimento concreto, vasto e tempestivo delle forze dei cittadini e dell’attivismo civico.

Sfida 5: delle prestazioni

Sì alla misurabilità delle prestazioni tecnologiche

Le tecnologie utili e coerenti con i bisogni di salute offrono prestazioni misurabili all’interno dei percorsi diagnostico-terapeutici. Occorre che la sfida della misurazione degli esiti – anche attraverso la definizione dei Livelli Essenziali delle Prestazioni Tecnologiche – diventi, nel percorso di valutazione, uno degli assi fondamentali attraverso i quali far passare il paradigma della qualità, non solo come rispondenza a criteri tecnici e normativi, ma anche di coerenza con le scelte di politica sociosanitaria, economica e di programmazione sanitaria.

Sfida 6: del modello organizzativo

Sì all’integrazione delle tecnologie nei processi di cura

Una corretta cultura tecnologica e dei servizi sanitari utili e disponibili impone l’affermazione di un modello organizzativo basato su nuovi processi operativi e decisionali nei quali si affermi l’integrazione delle tecnologie “a monte” dei processi di cura. È la sfida dell’individuazione di nuovi modelli che aprano la strada ad una “gestione” che veda le competenze come elemento distintivo di questo nuovo processo, anche gestionale, di implementazione delle tecnologie nelle politiche sanitarie.

Sfida 7: delle competenze

Sì al ripensamento della formazione

L’introduzione di nuovi modelli organizzativi genera una nuova sfida: quella legata alla formazione degli operatori sanitari che utilizzano le tecnologie e degli specialisti che sono chiamati a scegliere, valutare e gestire le stesse. È una sfida interna al Servizio Sanitario Nazionale, senza la quale si rischia di creare o ampliare gap tra territori e tra professionisti. Questa sfida mette al centro dell’attenzione sia la formazione accademica del comparto sanitario, che la formazione come strategia continua, per la quale occorre sia rilanciare in modo aperto e trasparente le opportunità di aggiornamento offerte anche dal settore industriale, sia prevedere meccanismi più agili per la formazione dei professionisti presso altre strutture del SSN.

Sfida 8: dello sviluppo

Sì al comparto industriale-tecnologico come elemento del sistema paese

Le tecnologie salvavita e le innovazioni devono essere disponibili e sostenibili anche in una logica di sistema produttivo. Il comparto industriale delle tecnologie per la salute deve essere osservato, valutato e giudicato come elemento di sviluppo di sistema e deve essere incentivato nella sua presenza, ricerca, produzione, distribuzione e implementazione. Non può e non deve essere penalizzato a motivo di carenze programmatorie, gestionali o di controllo della spesa, né a causa di un mutato contesto regolatorio europeo che, pur ponendosi il giusto obiettivo della sicurezza, rischia di costituire un freno all’innovazione nel nostro continente.

L’Unione Europea finanzia il Programma Nazionale Equità nella Salute

Il Programma Nazionale Equità nella Salute, previsto nell’Accordo di Partenariato dell’Italia sulla Programmazione della politica di coesione 2021-2027, è stato approvato con Decisione di esecuzione della Commissione Europea C (2022) 8051 del 4 novembre 2022.

Il Programma interviene per rafforzare i servizi sanitari e renderne più equo l’accesso, anche nell’ottica di sviluppare un’azione di sistema e di capacitazione dei sistemi sanitari regionali, in sette Regioni del Paese (Decisione di esecuzione della Commissione (UE) 2021/1130 del 5 luglio 2021): 

  • Basilicata
  • Calabria
  • Campania
  • Molise
  • Puglia
  • Sardegna
  • Sicilia.

In queste Regioni si registrano infatti, rispetto al resto del Paese, minori livelli di soddisfacimento degli standard definiti a livello nazionale (LEA, Livelli Essenziali di Assistenza) e maggiori difficoltà finanziarie e organizzative nella gestione del servizio sanitario.

Per perseguire la promozione, il mantenimento e il recupero della salute fisica e psichica di tutta la popolazione è necessario sia che i servizi sanitari garantiscano la qualità delle prestazioni erogate (azioni di sistema) sia che l’organizzazione sanitaria includa attivamente le fasce più vulnerabili della popolazione, che subiscono più frequentemente e gravemente gli effetti delle barriere di accesso economiche, sociali e culturali.

Il Programma persegue l’Obiettivo di Policy 4, previsto dal Regolamento (UE) 2021/1060, di “un’Europa più sociale e inclusiva attraverso l’attuazione del Pilastro europeo dei diritti sociali”.

Per approfondire

Antibiotico-resistenza: in aumento in Europa i casi di E. coli portatori del gene blaNDM-5 che non rispondono ai carbapenemi

I paesi dell’UE/SEE segnalano un aumento del numero di isolati di Escherichia coli (E. coli) portatori del gene blaNDM-5 che li rende resistenti ai carbapenemi, antibiotici spesso utilizzati come ultima risorsa per il trattamento di gravi infezioni da E. coli.

Mentre nell’UE/SEE la resistenza ai carbapenemi nell’E. coli è stata finora molto bassa, i risultati di questo studio indicano che i ceppi di E. coli portatori di blaNDM-5 sono già presenti e rappresentano una nuova minaccia per i paesi dell’UE/SEE.

Inoltre, un’elevata percentuale di isolati di E. coli portatori di blaNDM-5 è anche resistente ad altri gruppi di antibiotici come aminoglicosidi, fluorochinoloni e trimetoprim-sulfametossazolo, il che limita ulteriormente il numero di opzioni per il trattamento di pazienti con queste infezioni da E. coli, sia nella sanità che nella comunità.

Il rapporto dell’ECDC report Increase in Escherichia coli isolates carrying blaNDM-5 in the European Union/European Economic Area, 2012–2022 ha analizzato 874 isolati di E. coli portatori di blaNDM-5, provenienti da 13 paesi UE/SEE. Nonostante la limitata completezza dei dati, quasi l’85% degli isolati con informazioni disponibili su viaggi e/o ricoveri era collegato a paesi al di fuori dell’UE/SEE, principalmente in Africa e in Asia.

Sebbene ciò suggerisca che l’acquisizione correlata al viaggio possa essere l’origine più probabile di questi isolati di E. coli, ci sono alcuni esempi di cluster di isolati strettamente correlati che potrebbero potenzialmente essere correlati alla trasmissione all’interno del paese.

Gli E. coli portatori di blaNDM-5 si stanno diffondendo rapidamente e su vasta scala geografica, ed esiste il rischio che il numero di casi di infezioni da E. coli resistenti ai carbapenemi aumenti nell’UE/SEE entro pochi anni. L’ulteriore diffusione di isolati di E. coli portatori di blaNDM-5 all’interno e tra i paesi dell’UE/SEE, in particolare all’interno e tra le strutture sanitarie, aumenterebbe l’onere sanitario ed economico delle infezioni da E. coli nell’UE/SEE.

Le misure di diagnosi precoce e controllo devono essere ulteriormente rafforzate per mitigare le conseguenze negative per i pazienti e i sistemi sanitari.

Gli E. coli sono batteri molto comuni nel tratto gastrointestinale e fanno parte della normale flora batterica nell’uomo, ma sono anche una causa comune di gravi infezioni. È la causa più frequente di infezioni del flusso sanguigno e delle vie urinarie nell’UE/SEE ed è coinvolta in infezioni sia di origine comunitaria che sanitaria. Inoltre, è associato a infezioni intra-addominali e può causare meningite neonatale.

Ogni anno più di 35 000 persone muoiono a causa di infezioni resistenti agli antimicrobici nell’UE/SEE, secondo le stime dell’ECDC. L’impatto sulla salute della resistenza antimicrobica (AMR) è paragonabile a quello dell’influenza, della tubercolosi e dell’HIV/AIDS messi insieme.

Dl Semplificazioni, Schillaci: “Ricetta elettronica a regime e agevolazioni per malati cronici”

“Abbiamo reso strutturale la ricetta elettronica, sia quella rossa che quella bianca, molto apprezzata da cittadini e medici. Abbiamo ritenuto che fosse giusto porre fine alla sperimentazione e alle proroghe per semplificare il lavoro dei medici di famiglia e la vita dei cittadini che non dovranno recarsi negli studi medici ma potranno ricevere la ricetta tramite mail o altri canali sul proprio cellulare”.

È quanto dichiara il Ministro della Salute Orazio Schillaci in merito alle misure per la salute contenute nel Dl Semplificazioni approvato dal Consiglio dei Ministri.

Il provvedimento contiene anche un’altra importante novità che riguarda i pazienti cronici per i quali la ricetta dematerializzata sarà valida per un anno e permetterà di fare scorta di farmaci per 30 giorni di terapia, sempre in base alle indicazioni del medico.

“Un malato cronico ha bisogno periodicamente di assumere lo stesso farmaco – aggiunge il Ministro – grazie a questa norma i pazienti o chi si prende cura di loro in caso di non autosufficienza, hanno il doppio vantaggio di non dover andare ripetutamente dal medico per ritirare la ricetta e ripetutamente in farmacia per ritirare i farmaci. Non dimentichiamo che molti pazienti cronici sono persone anziane, spesso affette da più di una patologia cronica, non autosufficienti o che hanno difficoltà a spostarsi. È evidente la portata semplificativa di questa misura non solo per le persone ma anche per i medici di famiglia per i quali si alleggerisce il carico di lavoro amministrativo a vantaggio della cura dei pazienti”.

Il disegno di legge infine contiene una norma per far fronte alle carenze di medicinali che modifica l’attuale normativa rendendo più tempestiva la comunicazione in caso di carenza e agevolando l’approvvigionamento dei farmaci. In particolare, si stabilisce che la comunicazione delle aziende all’Aifa, in caso di interruzione temporanea o definitiva della commercializzazione di un farmaco, riguardi le singole confezioni dei medicinali e che la comunicazione di carenza sia effettuata entro due mesi e non più quattro. Ciò consentirà ai medici di valutare per tempo i farmaci da prescrivere per il regolare proseguimento della terapia, evitando disorientamento e disagio ai pazienti preventivamente informati.

Scotti (Fimmg): “Un bene rendere strutturale la misura, le Camere approvino rapidamente il testo”

Silvestro Scotti

“Sin dai primi mesi della pandemia, e anche quando si rischiava di perdere ogni conquista fatta (rischio che si è palesato alla scadenza di ognuno dei provvedimenti emanati in costanza di emergenza), la Fimmg si è sempre battuta affinché il provvedimento venisse reso definitivo. Il passo fatto oggi è certamente importante, ma il ricorso ad un disegno di legge delega richiede che le Camere mettano in discussione e calendarizzino per la discussione nelle Commissioni parlamentari con una successiva rapida approvazione del testo”. Silvestro Scotti, segretario generale Fimmg, commenta con favore le misure per la salute contenute nel Dl Semplificazioni approvato in Consiglio dei Ministri, ma allo stesso tempo chiede un iter che sia quanto più rapido possibile. “Andiamo finalmente verso una reale sburocratizzazione della professione – prosegue Scotti – cosa che ci consentirà di liberare tempo preziosissimo da destinare alla cura dei nostri assistiti. Se le aspettative saranno confermate non potremo che essere soddisfatti, oggi possiamo e vogliamo ringraziare il ministro Orazio Schillaci e il Governo per il provvedimento”.

Oltre alla misura che punta a rendere strutturale la ricetta elettronica con l’invio del promemoria via mail o su dispositivo mobile, il leader Fimmg sottolinea l’importanza delle misure che puntano a ridurre il numero delle prescrizioni necessarie per i pazienti cronici. “La possibilità di indicare la posologia e le confezioni dispensabili per 12 mesi è un cambiamento che razionalizza in modo determinante il numero di prescrizioni da compilare – dice Scotti – riduce una parte spesso solo amministrativa del nostro lavoro e razionalizza il controllo dell’aderenza alle terapie, oltre  rende più facile soprattutto ai caregiver familiari – spesso in età lavorativa che assistono i loro genitori o nonni – di provvedere ai loro cari senza dover attivarsi su più soggetti”. Un sistema che in forma elettronica garantirà anche un maggior controllo da parte dei medici di famiglia che, come detto, potranno sempre rivedere le terapie prescritte e valutare l’aderenza alle cure da parte dei loro assistiti. Il tutto grazie ad una comunicazione con le farmacie nella creazione di una rete che garantisca appropriatezza sia nell’aderenza alle terapie che nel controllo degli sprechi, non sottovalutando che questo sistema crea possibilità più ampie sulla programmazione della produzione e distribuzione e conseguente erogazione dei farmaci. “Il ché, in un periodo come questo, sarà utile – sottolinea Scotti – a metterci al riparo da difficoltà legate alla carenza di farmaci. Tema che questo provvedimento tiene in ampia considerazione migliorando i sistemi di alert, grazie ai quali sarà anche possibile sapere con il dovuto anticipo quali sono le necessità legate al territorio”.

Mandelli (FOFI): “Bene Governo su messa a regime ricetta elettronica. Ora proseguire sulla strada della semplificazione a beneficio di cittadini e professionisti”

Andrea Mandelli

“Accogliamo con grande soddisfazione la decisione del Governo di rendere strutturale la ricetta elettronica. E’ un importante passo in avanti per semplificare la vita dei cittadini e rendere il servizio farmaceutico ancora più efficiente ed accessibile, con particolare riguardo alla dispensazione delle terapie ripetute dei pazienti cronici. L’implementazione del sistema della ricetta dematerializzata, introdotta durante il primo lockdown, è stata un’operazione di successo grazie all’apporto determinante dei farmacisti di comunità, in una logica di sempre maggiore prossimità al cittadino. Ora l’auspicio è che si prosegua sulla strada della semplificazione, sburocratizzando, per quanto possibile, l’attività dei professionisti affinché possano concentrarsi sui bisogni di salute dei pazienti, e dando un’ulteriore spinta all’implementazione del Fascicolo Sanitario Elettronico e alla sua integrazione con il Dossier Farmaceutico. Si tratta di una tappa fondamentale per migliorare la presa in carico e l’efficacia delle prestazioni, con benefici sull’aderenza terapeutica e l’appropriatezza delle cure quali obiettivi primari del SSN sui quali si concentra l’attività quotidiana dei farmacisti impegnati sul territorio”. Così Andrea Mandelli, presidente della Federazione degli Ordini dei Farmacisti (FOFI), commentando la messa a regime della ricetta elettronica contenuta nel Dl Semplificazioni approvato oggi dal Consiglio dei Ministri. 

Governo clinico dell’innovazione: i Pdta digitali

Tra tecnologie in crescita esponenziale, medici e pazienti più o meno pronti e qualche paradosso, oggi la telemedicina in Italia è realtà. Ma restano ancora aspetti da dettagliare e lo possono fare soltanto le società scientifiche e sanitarie: è il caso dei percorsi diagnostici terapeutici assistenziali (Pdta) digitali, o per meglio dire del governo clinico dell’innovazione. Sarà, questo, uno dei punti cardine del documento condiviso da ben 16 società scientifiche e sanitarie in materia di telemedicina che sarà presentato a Roma, il 24 maggio, all’Auditorium “Cosimo Piccinno” del Ministero della Salute – Lungotevere Ripa, dalle 10.30.

Ne parliamo con Sergio Pillon, responsabile per la trasformazione digitale della Asl di Frosinone, vice presidente Associazione italiana Sanità digitale e Telemedicina (AiSDeT).

A cosa ci si riferiamo quando diciamo Pdta digitali?

Sergio Pillon

È la traduzione sintetica di governo clinico dell’innovazione. Noi che siamo medici, qualche volta abbiamo sentito criticare, anche in forma un po’ aggressiva, da una parte di tecnologi, il governo clinicocentrico dell’innovazione. Pensiamo però a tutta l’innovazione in sanità, a partire ad esempio dall’introduzione della Tac, uno strumento che ha cambiato il modo di gestire molte malattie. Prima non esisteva, poi è arrivata e ha cambiato tutto, così come l’ecografia che è poi diventata ecodoppler e anche questo ha rivoluzionato le cure. Dobbiamo moltissimo agli ingegneri, perché senza di essi non avremmo mai avuto questi strumenti disponibili e le possibilità dovute al loro costante aggiornamento, ma gli esami qualcuno li deve prescrivere: deve dire quando è oppure non è opportuno farli, e, una volta che questo è stato stabilito, qualcuno, visto che abbiamo un servizio sanitario pubblico, deve definirne aspetti come la rimborsabilità.

Un Pdta è innanzitutto un percorso di cura

Tutte le innovazioni tecnologiche innanzitutto sono state recepite dai medici, che le hanno inserite nei percorsi di cura: ecco cos’è un Pdta, un percorso di cura. Quando l’art. 32 della Costituzione è stato scritto, un medico aveva in mano il fonendoscopio e pochi altri strumenti, al massimo i raggi X, e quello che definiamo diritto alla salute per tutti, non è un diritto alla salute ma alle cure per tutti, che man mano cambiano. È un diritto che costa e va regolamentato, anche perché sappiamo che uno dei problemi alla base delle liste d’attesa è proprio l’eccesso di prescrizione di esami e di uso di strumenti tecnologici anche quando non serve. A questo punto dobbiamo pensare all’inserimento nei percorsi anche delle della telemedicina, della teleassistenza, del telemonitoraggio e del teleconsulto, i quattro tipi di atti medici che il governo ha previsto come obbligatorie per ogni azienda sanitaria.

Come si arriva a definire l’inserimento nei percorsi?

Con il professionista. È cioè necessario per prima cosa che le società scientifiche e professionali si esprimano. Una volta che si sono espresse, il gestore pubblico prende atto del fatto che i diabetologi hanno detto che è fondamentale per il diabete di tipo 1 fare il telemonitoraggio e la televisita a certe condizioni e a quel punto spetta a lui, al decisore, decidere sulla rimborsabilità, l’eventuale inserimento nei Livelli essenziali di assistenza, le modalità in cui ci (Lea) si può sottoporre all’esame nel pubblico o in convenzione. Il cittadino deve essere protetto da una serie di regole che mettono la prestazione a carico del SSN secondo certe condizioni.

Torniamo agli atti medici, che sono quei quattro, e chiediamoci per esempio quando è opportuno fare un teleconsulto nel pronto soccorso? Poniamo: in caso di ictus, quando non è presente il neurologo. A questo punto si mette insieme una serie di atti da parte dei medici che spiegano come deve essere fatto il teleconsulto in assistenza neurologica, e i regolatori, ovvero lo Stato, che dice: dove non è presente il neurologo di guardia, c’è l’obbligo di disporre di strumenti di teleconsulto neurologico.

A che punto siamo in Italia?

Oggi il teleconsulto non è valorizzato in termini economici, ma solo la televisita e in modo disomogeneo

All’inizio. Agenas ha fatto una proposta di Pdta sulla sclerosi multipla che include anche la telemedicina. Le aziende sanitarie, ognuna più o meno per proprio conto, cercano di inserire queste prestazioni, ma non c’è nessun obbligo e mancano ancora moltissime cose, a partire dal fatto che il teleconsulto non è valorizzato in termini economici, ma solo la televisita, e nemmeno in tutte le regioni, e in modo assolutamente diverso dall’una all’altra.

il teleconsulto è fondamentale per l’interazione del medico di medicina generale con lo specialista, ma non c’è nessuna regolamentazione, o, peggio ancora, si dice: siccome è un atto normale tra medici, non deve essere rimborsabile. Ma ad esempio nella rete dell’emergenza neurologica in Regione Veneto si faceva esattamente il contrario: era previsto il teleconsulto dall’azienda sanitaria hub verso lo spoke con una valorizzazione per esecuzione di 100 euro.

Le società scientifiche non sono d’accordo sul fatto che il teleconsulto non sia monetizzabile e rimborsabile. C’è una tariffa solo per le tre principali patologie in cui si usa la telemedicina, cioè lo scompenso cardiaco, il diabete e la Bpco, si sa che ci sono dei fondi con questa finalità nel Pnrr e anche per l’oncologia e la sclerodermia. Ma per tutto il resto? Chi ha l’artrite reumatoide non ha diritto al telemonitoraggio? E una persona con disabilità oppure chi ha una mal circolatoria? Su questi fronti ci sono molte associazioni di pazienti che si battono per questo diritto, ma non è esigibile se non è rimborsato. Soprattutto è fondamentale che si siedano a un tavolo le società scientifiche perché non basta dire va bene il teleconsulto per l’artrite reumatoide, ma bisogna definire quando, su quali pazienti, in quali casi. Serve quindi stabilire nei percorsi clinici dove questi mattoni – televisita, teleconsulto, telemonitoraggio e teleassistenza – siano inseriti. 

Tocca ai medici chiarire dove debbano essere messi, quindi rivolgersi ai decisori pubblici per specificare aspetti come: avere la telemedicina in caso di artrite reumatoide o sclerosi sistemica è un obbligo da Lea? Probabilmente sì, allora, nel momento in cui diventa un obbligo, le Regioni per prima cosa domanderanno: con quali fondi?

Noi medici da sempre ci apriamo all’innovazione definendo quando serve e la prescriviamo, perché quando un medico prescrive qualcosa si prende la responsabilità in scienza e coscienza di indicare al paziente che la cosa migliore da fare per lui in quel momento è quella. Andando a guardare la storia dell’innovazione di questi anni, ci rendiamo conto che non è stato l’ingegnere a “spingere” la Tac, bensì ha mostrato ai medici quali potevano essere i vantaggi. A loro volta i medici li hanno fatti propri e poi, insieme ai pazienti, hanno fatto sì che queste istanze venissero rappresentate.

Sono un angiologo e la mia generazione di esperti di malattie circolatorie ha visto la nascita dell’angioplastica con gli Stent. Quando la inventarono non c’era rimborsabilità, quindi i pazienti dovevano andare nelle case di cura per sottoporvisi. Col tempo, dato che questa procedura evita interventi chirurgici che sono molto più importanti per il paziente, le associazioni hanno cominciato a protestare rivolgendosi al governo per chiedere: perché quello che è ricco può andare in clinica e fare l’angioplastica e io no? Così come qualcuno domanderà: perché il ricco può avere la televisita e farsi prescrivere questi farmaci mentre io non posso? Quindi il decisore pubblico dovrà creare una tariffa per rendere rimborsabile la prestazione nelle strutture, ovviamente dando delle indicazioni sull’appropriatezza.

L’innovazione digitale in sanità deve essere governata clinicamente

L’innovazione digitale in sanità deve essere quindi governata clinicamente. Facciamo un paragone con altre risorse, l’acqua o l’oro. Se si desiderano le prime, c’è la possibilità di andare ad acquistarle, ma se si vuole comprare salute c’è bisogno di un broker, proprio come di un venditore di azioni. Il broker è il medico. Serve per la ricetta per la Tac e per poter comprare un farmaco: i medici sono gli intermediari fra i cittadini e le cure e scavalcarli immaginando dei sistemi di cura che non contemplino il medico in mezzo (ad esempio ipotizzando che il cittadino si prescriva una televisita o un telemonitoraggio) non ha alcun senso.

È questo il rischio?

Si possono immaginare piattaforme di televisita in cui il cittadino si prenota da solo. Ma non esiste! Gliela deve prenotare un medico di famiglia! I pericoli sono sotto i nostri occhi. La gente è disposta a pagare 600 per comprare un farmaco contro il diabete, per dimagrire. Non importa che non abbiano il diabete e che il medico non l’abbia di conseguenza prescritto: hanno iniziato a comprarlo così tanti che è diventato introvabile, cogliendo di sprovvista perfino la stessa azienda che lo produce e che avrebbe tutto l’interesse a venderne il più possibile. La mancata prescrizione a chi non è diabetico si potrebbe aggirare con la televisita. Nei Paesi anglosassoni e nel Regno Unito c’è stato un enorme abuso di televisite non pubbliche perché la nicotina per la sigaretta elettronica deve essere prescritta dal medico, così come alcuni oppiacei antidolorifici. La gente ha iniziato a farseli prescrivere con la televisita perché il proprio medico di base non li prescriveva ed è anche molto più economico: costa poco e si fa al volo.

Chi si deve far carico di reprimere questo tipo di abuso?

È lo Stato che lo impedisce, ma sono le società scientifiche che devono esprimersi, ad esempio producendo dei codici etici.

Per approfondire

AIFA approva rimborsabilità farmaci profilassi pre-esposizione a HIV-1 (PrEP)

Con Delibera CdA n. 15 del 26 aprile 2023, l’Agenzia Italiana del Farmaco ammette l’indicazione alla rimborsabilità dell’associazione Emtricitabina/Tenofovir Disoproxil per la “Profilassi pre-esposizione (PrEP) e al fine di ridurre il rischio di infezione da HIV-1 sessualmente trasmessa in adulti e adolescenti ad alto rischio”. Si tratta di uno strumento aggiuntivo di prevenzione per le persone HIV-negative che abbiano comportamenti sessuali a rischio elevato ed è una misura di notevole impatto sulla sanità pubblica.  

L’Agenzia ha, quindi, accolto la proposta avanzata dalla Sezione per la lotta contro l’AIDS del Comitato Tecnico Sanitario del Ministero della Salute, condividendone l’impostazione generale, i criteri di selezione dei pazienti e la strategia di presa in carico globale. 

Lo specialista infettivologo può prescrivere la terapia, subordinandola alla compilazione di una scheda di prescrizione che contiene i criteri di inclusione ed esclusione al trattamento e le principali caratteristiche del programma di presa in carico e monitoraggio. La distribuzione del trattamento avviene unicamente da parte delle farmacie ospedaliere

Il provvedimento entrerà in vigore il giorno successivo alla sua pubblicazione in Gazzetta Ufficiale.  

Italy Healthcare Innovation Summit: focus sulle sfide dell’innovazione tecnologica

L’Italy Healthcare Innovation Summit, evento organizzato da Bamberg Health, ha richiamato i professionisti del settore sanitario interessati a conoscere le sfide legate al futuro dell’innovazione tecnologica.

Il Prof. Walter Ricciardi, che guida il Board della Commissione Europea per la lotta al cancro, ha indicato nel corso del suo intervento che l’interoperabilità, la validazione scientifica della salute digitale e il cambiamento culturale degli operatori e dei cittadini sono le grandi sfide della trasformazione digitale nella complessità del contesto dell’Unione Europea la cui popolazione rappresenta circa il 10% della popolazione mondiale e sopporta il 40% del carico mondiale delle malattie croniche e il 30% di quelle oncologiche.

All’evento è intervenuto anche Paolo Misericordia, responsabile del Centro studi della Fimmg, che ha parlato di Netmedica, una soluzione che permette di superare i problemi di interoperabilità tra i diversi software.

Secondo la Dott.ssa Pierpaola D’Alessandro, vicedirettore generale vicario del Comune di Roma, la risposta a queste sfide arriverà attraverso l’auspicato sviluppo del partenariato pubblico privato che dovrà essere caratterizzato dalla condivisione del rischio tra le parti e dalla trasparenza come elemento di garanzia del massimo rispetto degli standard etici.

Ma qual è la differenza tra innovazione del digitale e innovazione della medicina digitale? Lo spiega Gianni Origgi, Chief Information Officer presso l’Asst Melegnano e Martesana e socio dell’Associazione italiana Sanità digitale e Telemedicina (AiSDeT).

Nel corso dell’evento si è anche evidenziato come la trasformazione digitale della sanità richieda un’informazione di qualità che permetta all’intelligenza artificiale di trasformare i dati amministrativi in dati clinici migliorando l’efficienza dei processi che i medici svolgono giornalmente.

L’equità di accesso è stato il punto nevralgico delle discussioni del summit essendo l’anello di congiunzione che permette ai pazienti italiani di beneficiarsi della tecnologia disponibile nell’Unione Europea. Gli esperti hanno concluso che per essere sostenibile un sistema  sanitario non solo deve completare il cammino cominciato con la diagnosi adottando l’innovazione tecnologica opportuna, ma deve anche monitorarne la sicurezza e l’efficacia nel tempo utilizzando i dati di Real World che oggi posso essere raccolti attraverso i dispositivi medici, anch’essi innovatori, che contribuiscono anche a migliorare l’aderenza terapeutica dei pazienti massimizzando cosi l’investimento in salute e che altri paesi dell’Unione finanziano. Dispositivi medici che, ha ricordato Fernanda Gellona, direttore generale Confindustria Dispositivi Medici, avranno quindi un ruolo sempre più rilevante.

“Per aumentare la fiducia nella pubblica amministrazione c’è bisogno di un cambio di  paradigma con l’introduzione di indicatori che permettano identificare i progetti che realmente contribuiscono allo sviluppo della prestazione sanitaria”, ha sottolineato Ignazio del Campo, responsabile del controllo di gestione dell’azienda ospedaliera universitaria del Policlinico di Catania e membro del direttivo dell’Associazione italiana Sanità digitale e Telemedicina (AiSDeT).

Giuseppe Navanteri, responsabile Ingegneria clinica e Tecnologie e sistemi informatici dell’Ifo di Roma, all’Italy Healthcare Innovation Summit svoltosi a Milano, spiega qui come la loro struttura ha cercato di innovare i processi in sanità, per garantire una migliore presa in carico e un risparmio di risorse.

Ancora, Valentino Bertasi ha parlato del caso del Veneto, tra le prime Regioni a istituire il prontuario ospedaliero ed è stata anche la prima a toglierlo, dopo il decreto Balduzzi: ecco perché.

E l’ospedale del futuro? Sarà così, secondo Paola Testori Coggi, Ambassador Future of Health, Federated Innovation Mind.

“Siamo costantemente impegnati nella ricerca e sviluppo per promuovere attivamente la digitalizzazione del sistema sanitario italiano e per questo motivo abbiamo deciso di prendere parte a questo Summit e portare avanti la nostra mission: educare il mercato a una nuova sanità più accessibile e vicina”, afferma Andrea Orani, CEO & Founder di DaVinci Salute.

Con in suo intervento Giorgio Casati, direttore generale della ASL RM2, ha concluso l’evento sottolineando l’importanza di adeguarsi al cambiamento nella direzione dell’innovazione tecnologica per dare risposte alle necessità dei cittadini che sono la ragione di essere del  Servizio Sanitario Nazionale.

Per approfondire

Appello Anaao e associazioni dei cittadini e pazienti: salviamo il SSN

I medici e i dirigenti sanitari dell’Anaao Assomed e le Associazioni di cittadini, di pazienti e di professionisti sanitari, promuovono un appello e una mobilitazione in difesa del Servizio Sanitario nazionale.

La tenuta del sistema è oggi a rischio tra tagli, carenze e mancati investimenti che rendono difficile l’accesso dei cittadini ai servizi sanitari, anche per il peggioramento senza precedenti delle condizioni di lavoro dei Medici e dei Dirigenti sanitari, in perdurante carenza numerica. 

Il diritto alla salute, che la Costituzione vuole uno e indivisibile, è oggi declinato in 21 modi diversi, figli di autonomie regionali che violano il principio costituzionale di uguaglianza dei cittadini, e negato in tempi di attesa che si misurano in semestri, pronto a diventare una commodity di lusso. 

Il progetto di autonomia differenziata proposto al Governo accentuerà le differenze in una ulteriore parcellizzazione basata sulla spesa storica nella logica del povero sempre più povero e ricco sempre più ricco in un momento in cui sarebbe necessaria una più forte presenza dello Stato e una maggiore unità di intenti delle sue articolazioni nella difesa della salute dei cittadini, specie dopo le fasi drammatiche del Covid.

Il definanziamento previsto nei prossimi anni costringerà, ulteriormente, molti cittadini a pagare le cure di tasca propria e ne spingerà tanti altri nel limbo, già oggi affollato, di coloro che non possono permetterselo.

I segnali di una sanità pubblica in prognosi riservata sono molteplici: 

  • l’agonia delle strutture deputate alla emergenza-urgenza, unica via lasciata aperta alle cure pubbliche, ridotta a spazio affollato, indecoroso e, spesso, indecente
  • il boom delle cooperative di medici a gettone, con compromissione della qualità e della sicurezza delle cure
  • la fuga di giovani e meno giovani dal lavoro pubblico
  • la lunghezza delle liste di attesa per rispondere ai bisogni di salute dei cittadini
  • la necessità di ricorrere alla sanità privata, con oneri insostenibili per persone con patologie croniche.

Medici e cittadini vivono lo stesso dramma su parti opposte della barricata, in un sistema che ancora regge solo perché chi è rimasto in corsia e nei servizi continua a credere nella alleanza terapeutica con i cittadini dando prova di abnegazione, senso del dovere e professionalità. Nonostante tutto. 

È necessario investire sul Fondo Sanitario nazionale (l’Italia è all’ultimo posto tra i Paesi del G7 per spesa pubblica nella tutela della salute, sia in rapporto al PIL che pro capite), incrementare il personale e i posti letto negli ospedali, e contestualmente rafforzare la sanità territoriale, per garantire la continuità e il miglioramento dell’applicazione del dettame costituzionale a un servizio sanitario, pubblico e nazionale, che renda accessibili a tutti i cittadini prestazioni sanitarie appropriate, contro le liste d’attesa semestrali e i viaggi della speranza. 

Chiediamo quindi interventi legislativi a tutela dei soggetti con malattie croniche e dei LEA, spesso disattesi, che incidono pesantemente sulla qualità e quantità di vita delle famiglie. 

Abbiamo impiegato molti anni per costruire la più grande infrastruttura sociale e civile del Paese. Romperla risulterà facile, ma difficilissimo evitare che siano, poi, reddito e residenza a decidere della salute di ognuno. 

Il diritto alla salute dei cittadini è strettamente legato al destino professionale dei Medici e dei dirigenti sanitari dipendenti. Perciò, la battaglia in difesa della sanità pubblica è la battaglia di tutti. 

Solo se stiamo dalla stessa parte potremo vincerla.

ANAAO ASSOMED

ADMO Associazione Nazionale Donatori Midollo Osseo

AISLA Associazione Italiana Sclerosi Laterale Amiotrofica

AISTOM Associazione Italiana Stomizzati

AMICI ETS Associazione Nazionale per le Malattie Infiammatorie Croniche dell’Intestino

ANED Associazione Nazionale Emodializzati

ANLAIDS Associazione Nazionale per la Lotta contro l’Aids

APSILEF Associazione Professioni Sanitarie Italiane Legali E Forensi

APMARR Associazione Nazionale Persone Con Malattie Reumatologiche e Rare Aps 

ASSOCIAZIONE PAZIENTI BPCO 

CITTADINANZATTIVA 

EUROPA DONNA ITALIA 

FAMIGLIE SMA Associazione che raduna affetti e genitori di affetti da Atrofia Muscolare Spinale, familiari e simpatizzanti.

FAVO Federazione Italiana delle Associazioni di Volontariato in Oncologia

FEDERASMA E ALLERGIE Federazione Italiana Paziente Odv 

FINCOPP ODV Federazione Italiana Incontinenti e Disfunzioni del Pavimento Pelvico

FORUM TRAPIANTI 

NADIR ETS  UILDM Unione italiana lotta alla Distrofia Muscolare