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Nasce l’Intergruppo parlamentare per le neuroscienze e l’Alzheimer

È stato lanciato oggi il nuovo Intergruppo Parlamentare per le Neuroscienze e l’Alzheimer, su iniziativa dell’On. Annarita Patriarca (FI-PPE) e della Sen. Beatrice Lorenzin (PD-IDP) supportati dalla Presidente dell’Associazione Italiana Malattia di Alzheimer (AIMA) Patrizia Spadin e dal Presidente Eletto della Società Italiana di Neurologia (SIN) Alessandro Padovani.

Tra i principali obiettivi dell’Intergruppo c’è la costante interlocuzione e sensibilizzazione tra le istituzioni nazionali e regionali, il maggiore coinvolgimento di clinici e pazienti; il supporto alla ricerca scientifica; la promozione di nuovi modelli di diagnosi; migliore gestione dei pazienti ed infine accesso precoce alle cure.

Le Neuroscienze rappresentano uno degli ambiti di ricerca e cura più importanti per il nostro futuro, in particolare per quanto riguarda il ruolo che avranno nell’affrontare una delle più grandi sfide in ambito sanitario e medico di una società sempre più longeva come la nostra, cioè le malattie neurodegenerative.

Queste ultime, di cui la malattia di Alzheimer rappresenta la forma più comune e invalidante, si qualificano come un vero e proprio problema di salute pubblica, in crescita esponenziale, con un forte impatto per il sistema sanitario, sociale ed economico nazionale.

Nel nostro Paese si stimano oggi circa 1.200.000 casi di demenza, con un aumento di circa 150 mila diagnosi ogni anno e con un tasso di crescita destinato a crescere significativamente nei prossimi anni a causa del progressivo invecchiamento demografico. L’Alzheimer, che conta 700.000 casi in Italia, si attesta come terza causa di morte tra gli over 65 in Europa occidentale e una delle principali cause di disabilità nella popolazione over 60 a livello mondiale.

“Uno dei doveri dello Stato è quello di garantire ai propri cittadini i più alti standard di diagnosi, accesso e cura – afferma l’On. Annarita Patriarca –. L’attenzione politica a livello globale è così alta che dal recente summit di Nagasaki, in Giappone, è stato rivolto un appello urgente ai paesi del G7 per impegnarsi maggiormente nella ricerca e cura delle malattie neurodegenerative come l’Alzheimer. Pertanto, è necessario un grande impegno e una collaborazione fattiva tra pubblico e privato per potenziare gli investimenti nelle Neuroscienze e migliorare la presa in carico dei pazienti, tramite un maggiore accesso alle novità in ambito diagnostico e tecnologico e alle innovazioni farmacologiche. Rendere possibile il trattamento di patologie attualmente senza cura e ad alta prevalenza e disagio sociale come l’Alzheimer, sarà l’obiettivo principale dei lavori del nostro Intergruppo”.

“L’Alzheimer è una delle grandi preoccupazioni della nostra epoca, sia dal punto di vista sociale che economico – ha detto l’ex Ministro Beatrice Lorenzin –. Queste patologie colpiscono soprattutto i Paesi con alto tasso di longevità, come l’Italia, che detiene il record di incidenza della malattia, coinvolgendo e condizionando numerose famiglie italiane e compromettendo la stabilità di molte persone e il relativo sviluppo socioeconomico del Paese. Proprio alla luce di queste considerazioni è fondamentale potenziare l’identificazione precoce dei pazienti, al fine di ottimizzare la distribuzione dei trattamenti e garantire la sostenibilità del Sistema, attraverso il rilancio di progetti come ad esempio l’Interceptor, avviato durante il mio mandato da Ministro, finalizzati a stabilire quali marcatori possano predire la malattia e la conversione del lieve declino cognitivo in demenza di Alzheimer”.

Si stima, infatti, che la presa in carico di un paziente affetto da Alzheimer gravi per l’80% sulle famiglie coinvolte. Proprio per questo, è necessario un supporto e un intervento strutturale dello Stato per cercare di colmare le lacune del Sistema, in particolare per quanto riguarda le linee di investimento pubblico: finanziamenti alla ricerca, diagnosi precoce e accesso anticipato alle innovazioni diagnostiche e farmacologiche.

Proprio partendo da queste premesse, e con la volontà di dare risposta ai molti bisogni clinici e diagnostici ancora insoddisfatti dei pazienti affetti da malattie neurodegenerative, l’Intergruppo si pone l’obiettivo di sensibilizzare l’azione politica, aumentare l’attenzione e il confronto pubblico su questi temi, anche attraverso la costituzione di un Comitato Tecnico Scientifico che coinvolga i massimi esperti in Italia in ambito clinico, diagnostico, farmacologico e farmaco-economico. Ciò, al fine di migliorare la costante interlocuzione tra le diverse istituzioni e i pazienti; la rapida e concreta adozione omogenea dei PDTA regionali; il supporto sociopolitico-sanitario per la valorizzazione della rete IRCCS delle Neuroscienze e della Neuroriabilitazione ed infine la promozione di un nuovo modello di accesso precoce ai farmaci.

“Una decisione attesa da tempo. La costituzione dell’intergruppo è uno di quegli eventicommenta il Prof. Padovani, Presidente Eletto della Società Italiana di Neurologia che riaprono la speranza non solo per gli scienziati e i professionisti impegnati nella ricerca di base e clinica di una delle malattie più drammatiche e devastanti, ma soprattutto per i familiari e gli stessi malati, stimati ad oggi in più di 1 milione; cifra destinata a raddoppiare entro il 2050. Abbiamo bisogno di individuare nuove terapie e nuovi strumenti per una diagnosi precoce, ma soprattutto abbiamo bisogno di nuovi modelli assistenziali, sostenibili ed efficaci. Il lavoro dell’Intergruppo consentirà di rispondere con prontezza ai bisogni dei malati e dei loro familiari, garantendo una adeguata presa in carico in tutte le fasi della malattia”.

“Chiedevamo da tempo una ‘cabina di regia’ politica, per un cambiamento necessario sul tema Alzheimer e Demenze – aggiunge la Dott.ssa Spadin, Presidente dell’Associazione Italiana Malattia di Alzheimer. La speranza per le famiglie è riposta in un piano di investimenti strutturali per colmare le lacune organizzative, infrastrutturali, di personale dei CDCD cui collegare la pianificazione sanitaria. È riposta in un PNRR a prova di Alzheimer, attraverso la declinazione della nuova sanità territoriale rispetto alle esigenze specifiche delle demenze. È riposta nel sostegno concreto al caregiver familiare e nella formazione del caregiver professionale. Abbiamo lanciato l’idea di un Patto per l’Alzheimer: nasce oggi un cambio di prospettiva che non può che avere una dimensione sanitaria, di programmazione ed investimenti.”

La sanità digitale vale 1,8 miliardi di euro, +7%, ma non si vede ancora la spinta del PNRR

Nel 2022 la spesa per la Sanità digitale in Italia è stata pari a 1,8 miliardi di euro (+ 7% rispetto al 2021). La maggior parte delle aziende sanitarie coinvolte nella ricerca, svolta in collaborazione con FIASO, investirà in Cybersecurity (58%), Cartella Clinica Elettronica (54%) e nell’integrazione con sistemi regionali e/o nazionali (51%). Rallenta la diffusione del Fascicolo Sanitario Elettronico. Ad averlo utilizzato almeno una volta, nel 2023, è stato il 35% degli Italiani, contro il 33% rilevato nel 2022 e la maggior parte di loro (53%) afferma di averlo usato solo per le funzionalità legate all’emergenza Covid.

Aumenta la richiesta di nuovi prodotti e servizi basati sul digitale in ambito sanitario. Se alcune delle tecnologie a supporto del paziente a domicilio sono già abbastanza diffuse, come le App per la salute (utilizzate dal 38% dei pazienti cronici o con problematiche gravi – coinvolti nella ricerca svolta in collaborazione con AISC, Alleanza Malattie Rare, APMARR, FAND, FederASMA e Onconauti) o i dispositivi indossabili per monitorare i parametri clinici (29%), quelle più innovative destano la curiosità dei pazienti. Il 49% si dichiara interessato alle tecnologie di realtà virtuale o aumentata, il 47% agli assistenti vocali che forniscono informazioni e supporto in ambito salute. E se tra i medici emerge preoccupazione sul possibile utilizzo inappropriato da parte dei cittadini/pazienti dell’intelligenza artificiale, meno di 2 clinici su 10 hanno timore che l’AI possa sostituire, anche in parte, il proprio lavoro.

Sono alcuni risultati della ricerca dell’Osservatorio Sanità Digitale della School of Management del Politecnico di Milano*, presentata oggi durante il convegno “Sanità Digitale: vietato fermarsi!”.  

Mariano Corso

“Prosegue la digitalizzazione del Sistema Sanitario – afferma Mariano Corso, Responsabile Scientifico dell’Osservatorio Sanità Digitale –, ma il tanto atteso cambio di passo che la Missione 6 Salute del PNRR avrebbe dovuto imprimere agli investimenti in Sanità digitale non è ancora tangibile. L’utilizzo delle risorse legate al Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza si sta rivelando una sfida dall’esito tutt’altro che scontato. La difficoltà di comprendere come realizzare concretamente questa opportunità è tra gli ostacoli più rilevanti allo sviluppo della Sanità digitale secondo i principali decisori delle strutture sanitarie (49%), insieme alle limitate risorse economiche (58%)”.

Fascicolo Sanitario Elettronico

Dalla rilevazione svolta in collaborazione con Doxa Pharma, emerge che nel 2023 il 35% dei cittadini ha fatto almeno un accesso al FSE (contro il 33% rilevato nel 2022) e la maggior parte di loro (53%) afferma di averlo usato solo per le funzionalità legate all’emergenza Covid (consultazione del Green Pass, dei certificati vaccinali, ecc.). “Se nel 2022 c’era stato un aumento molto rilevante nell’utilizzo del Fascicolo Sanitario Elettronico da parte dei cittadini, nell’ultimo anno si rileva una sostanziale frenata alla diffusione del suo utilizzo – spiega Paolo Locatelli, Responsabile Scientifico dell’Osservatorio Sanità Digitale -. Essendosi affievolita la necessità di utilizzare i servizi per l’emergenza Covid, c’è il rischio che questo strumento non guadagni ulteriore popolarità. Oltre a proseguire la realizzazione del Fascicolo Sanitario 2.0, alimentandolo in modo omogeneo e pervasivo di documenti e dati ed arricchendolo di servizi utili al cittadino, per spingere sull’adozione di questo strumento sarà necessario rendere maggiormente evidenti ai cittadini i benefici derivanti dal suo utilizzo”.

Anche nell’uso del Fascicolo per i pazienti italiani si riscontra una situazione di stabilità rispetto a quanto rilevato lo scorso anno: il 57% afferma di averlo utilizzato (vs il 54% del 2022). Tra le principali funzionalità utilizzate, ci sono l’accesso ai referti e alle ricette elettroniche – vista la maggiore offerta di questi servizi negli attuali FSE – mentre tra i servizi più interessanti per il futuro ci sono la possibilità di visualizzare l’andamento dei propri parametri clinici (67%) e di consultare informazioni specifiche sulla propria patologia (65%).

La comunicazione tra professionisti sanitari e pazienti

La maggior parte dei medici utilizza e-mail e WhatsApp per comunicare con i propri pazienti. Tuttavia, le App o le piattaforme di comunicazione dedicate all’uso sanitario sono considerate sempre di più un’alternativa valida dai professionisti sanitari (33% dei medici specialisti, 38% dei Medici di Medicina Generale e 40% degli infermieri), come emerso dalla rilevazione svolta sui medici specialisti, in collaborazione con AMD, AME, PKE e SIMFER, sui MMG grazie alla collaborazione con FIMMG, e sugli infermieri, in collaborazione con FNOPI.

Chiara Sgarbossa

“I pazienti vedono nel digitale un alleato anche per migliorare la relazione e la comunicazione con i diversi attori che intervengono nel percorso di cura, in primis con i professionisti sanitari – spiega Chiara Sgarbossa, Direttrice dell’Osservatorio Sanità Digitale -. Risulta consolidato il ruolo di strumenti digitali tradizionali e non specifici per la Sanità, come l’e-mail e le App di messaggistica istantanea (es. WhatsApp). Tuttavia, oltre il 60% dei professionisti sanitari considera le piattaforme di comunicazione dedicate all’uso sanitario tra gli strumenti di maggiore interesse per il futuro: la possibilità di gestire su un unico strumento più funzionalità utili per la gestione dei pazienti e nel rispetto della privacy è tra i benefici maggiormente riconosciuti. Inoltre, tali strumenti permettono di separare i canali di comunicazione personali da quelli professionali, evitando l’utilizzo inappropriato ad oggi associato alle App ‘generaliste’ di messaggistica istantanea”.

La Telemedicina

Dopo la flessione riscontrata nel periodo successivo all’emergenza sanitaria, i servizi di Telemedicina stanno vivendo una nuova ripresa. Il 39% dei medici specialisti e il 41% dei Medici di Medicina Generale afferma di aver utilizzato servizi di Televisita e rispettivamente il 30% e il 39% ha fatto ricorso al Telemonitoraggio. “Nonostante sia importante utilizzare piattaforme dedicate per l’erogazione di questi servizi, solo il 39% dei medici specialisti e il 34% dei MMG dichiara di averlo fatto – afferma Cristina Masella, Responsabile Scientifico dell’Osservatorio Sanità Digitale -. Questo non è ancora sufficiente per coglierne appieno le potenzialità ed espone a potenziali rischi, legati, ad esempio, alla sicurezza e alla privacy dei dati scambiati, nel caso gli strumenti non siano dedicati. Lo sviluppo di piattaforme di Telemedicina a livello regionale e nazionale previsto dal PNRR consentirà, auspicabilmente, di diffondere ulteriormente tali servizi. La tecnologia, però, da sola non basta per favorire l’adozione di queste soluzioni. Occorre, infatti, implementare una strategia organica che tenga conto delle variabili tecnologiche e organizzative che concorrono ad abilitare un’effettiva integrazione della Telemedicina nei processi di cura e assistenza”.

Cartella Clinica Elettronica

Lo sviluppo della Cartella Clinica Elettronica si conferma una priorità per le strutture sanitarie (il 75% ritiene questo ambito molto rilevante). Ad oggi, il 42% delle strutture afferma di avere una CCE attiva in tutti i reparti, mentre nel 23% dei casi la CCE è attiva solo parzialmente. Coerentemente con questo dato, solo la metà dei medici specialisti utilizza una CCE. Le funzionalità più diffuse sono quelle per l’anamnesi e l’inquadramento clinico e per la gestione e la visualizzazione delle informazioni di riepilogo sul paziente, mentre sono ancora poco diffuse quelle più avanzate, legate al supporto decisionale. Su questo fronte, la sfida oggi è l’attuazione dei progetti regionali di Cartella Clinica Elettronica che alcune regioni hanno in essere, anche grazie alla spinta del PNRR.

L’Intelligenza Artificiale

Tra le applicazioni di AI ad oggi più diffuse ci sono le soluzioni che consentono di analizzare immagini e segnali per fini diagnostici o di trattamento: il 29% delle strutture sanitarie afferma di aver avviato prime sperimentazioni in questa direzione. Si tratta delle applicazioni ad oggi più utilizzate dai medici specialisti e considerate come più promettenti per il futuro (60%). “Negli ultimi mesi hanno suscitato un forte dibattito le soluzioni di Generative AI e, in particolare, i Chatbot basati su AI e progettati per rispondere a quesiti emulando la conversazione umana – afferma Emanuele Lettieri, Responsabile Scientifico dell’Osservatorio Sanità Digitale -. Si tratta di soluzioni che potrebbero rappresentare una grande opportunità anche per la sanità, ma su cui non mancano preoccupazioni, soprattutto dal punto di vista etico e legale. Ad oggi 1 medico su 10 ha utilizzato Chatbot basati su AI per cercare riferimenti scientifici rispetto a una determinata patologia, applicazione che per circa la metà dei medici è promettente per il futuro. I professionisti sanitari sono preoccupati del possibile utilizzo inappropriato di tali strumenti da parte dei cittadini/pazienti e ritengono maggiormente opportuno che questi siano utilizzati come un supporto alle decisioni e dell’attività del professionista sanitario. Non emerge, invece, preoccupazione sul fatto che l’AI possa sostituire, anche in parte, il lavoro del medico”.

Indagine Centro Studi Fimmg: Medici di Famiglia preoccupati per l’uso “in solitario” dell’intelligenza artificiale in sanità

È quello che emerge da un’indagine condotta dal Centro Studi della FIMMG (Federazione Italiana Medici di Medicina Generale) in collaborazione con l’Osservatorio Innovazione Digitale in Sanità della School of Management del Politecnico di Milano su un campione nazionale di circa 400 medici di medicina generale nell’ambito della ricerca annuale sull’utilizzo della sanità digitale, presentata oggi a Milano.

I temi trattati dall’indagine hanno riguardato la spesa affrontata dalla professione per i sistemi ICT, l’utilizzo della telemedicina e degli strumenti digitali per la comunicazione, delle App mediche per i pazienti e dell’intelligenza artificiale.

Come in precedenti indagini i Medici di Famiglia dichiarano di utilizzare già le risorse della telemedicina (il 41% la televisita, il 33% la teleassistenza) e laddove non utilizzate, dichiarano il proprio interesse a farlo nel futuro (il 66% di quelli che non utilizzano i sistemi di telemedicina, dichiara comunque l’interesse a poterlo fare).

Dalle risposte del campione emerge un analogo interesse per l’utilizzo della diagnostica di primo livello (il 20% dichiara di utilizzare l’elettrocardiogramma e il 56% dichiara l’interesse a farlo prospetticamente; il 25% dichiara di utilizzare già la spirometria e il 51% dichiara l’interesse a farlo nel futuro).

Per quanto riguarda la comunicazione con i propri assistititi, estesa durante e dopo la pandemia su tanti diversi canali, il campione dei MMG dichiara di utilizzare App di messaggistica istantanea (73%) anche se la prospettiva sembrerebbe essere quella di riuscire a contenerne l’uso (la percentuale scende al 43% se guardiamo l’utilizzo futuro); maggiore interesse sembrerebbe emergere invece per altre App/piattaforme dedicate all’uso sanitario (38% di utilizzo attuale), che diventano oggetto di interesse per un futuro per il 70% del campione.

Attraverso i canali digitali fluiscono oramai molte informazioni tra gli assistiti e i propri medici: il 93% dichiara di utilizzare questi sistemi per inviare ricette elettroniche; il 92%, su questi sistemi, riceve richieste da parte dei pazienti; l’89% ci riceve referti di analisi/esami; l’85% lo utilizza per condividere chiarimenti su terapie e farmaci; il 79% per scambiare informazioni sullo stato di salute; il 67% riceve richieste per prenotare appuntamenti per visite.

Il campione riferisce di aver consigliato ai propri assistiti almeno una volta App per tenere sotto controllo parametri vitali o clinici (43%), per migliorare l’attività fisica (42%), per migliorare l’aderenza terapeutica (40%), per migliorare l’alimentazione (36%).

Il 72% dei medici è preoccupato (da 7 a 10 in una scala fino a 10) per l’uso inappropriato che i pazienti potrebbero fare in autonomia, se lasciati da soli, delle soluzioni basate sull’intelligenza artificiale; il 73% ritiene (con voti da 7 a 10) che questi strumenti debbano costituire risorsa per il medico e non per il paziente.

“Ne emerge un quadro in cui il medico di famiglia sembra fare affidamento, oramai strutturalmente, sulla tecnologia nella gestione della propria professione – afferma Paolo Misericordia, responsabile del Centro Studi della FIMMG – Il medico sta maturando, per le diverse soluzioni tecnologiche disponibili, delle consapevolezze che permettono di distinguere efficacemente benefici e opportunità rispetto ai possibili rischi. Anche rispetto a nuovi scenari, come quelli basati sugli algoritmi dell’intelligenza artificiale, il medico di famiglia sembra essere in grado di apprezzarne i vantaggi, ma anche di individuare pericoli e criticità”.

Per approfondire

Diagnostica in psichiatria, prosegue la ricerca di correlazioni genetiche e indici di patologia

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Distinguere la depressione maggiore dal disturbo bipolare con un semplice test ematico. Uno studio pubblicato su Translational Psychiatry, rivista del gruppo Nature, ha evidenziato una possibile correlazione fra la presenza di specifici marcatori genetici distinti fra due patologie psichiatriche entrambe caratterizzate da sintomi depressivi importanti.

Nella pratica clinica, differenziare il disturbo bipolare dalla depressione unipolare può essere sfidante

Nella pratica clinica, differenziare il disturbo bipolare dalla depressione unipolare può essere sfidante, a causa della similitudine di alcuni sintomi. Mentre nella depressione un tono dell’umore basso può alternarsi ad un miglioramento del sintomo, nel disturbo bipolare si assiste ad una fase opposta, detta maniacale, in cui il tono dell’umore si innalza sopra i livelli di soglia, dando luogo a comportamenti sopra le righe, decisamente opposti alla passività tipica del paziente depresso. Lo studio sottolinea come una errata classificazione degli stati depressivi, spesso i primi sintomi presenti anche nell’esordio del disturbo bipolare, comporti un ritardo nel trattamento adeguato dei pazienti. Abbiamo parlato di questo studio, e delle sue applicazioni cliniche attraverso un nuovo test ematico sviluppato in laboratorio, con il professore di psichiatria e copresidente della Sinpf (Società di Neuropsicofarmacologia), Matteo Balestrieri, dal quale arriva l’invito alla cautela nel considerare questi esami già pronti per l’utilizzo nella pratica clinica.

Lo studio e il test ematico

Utilizzando l’analisi dell’editoma dell’RNA A-to-I, gli autori dello studio hanno scoperto che fra pazienti depressi e pazienti sani c’era una differenza genetica riscontrabile in 366 geni che, nei pazienti affetti da patologia psichiatrica, avevano subito delle varianti. Individuati 8 biomarcatori, l’esperimento si è poi spostato su due diverse categorie: quella dei pazienti che avevano ricevuto la diagnosi di depressione unipolare e quelli che avevano una diagnosi di disturbo bipolare. L’esperimento ha portato i ricercatori a isolare altri 6 marcatori in grado di suggerire una diagnosi differenziale di disturbo bipolare. L’associazione delle modifiche delle varianti di editing dell’RNA con i sottotipi di depressione e l’uso dell’intelligenza artificiale nell’analisi dei dati hanno permesso di ipotizzare lo sviluppo di un nuovo strumento clinico per identificare i pazienti depressi da quelli affetti da disturbo bipolare.

Il test, sviluppato in Italia, si sarebbe rivelato preciso nell’80% dei casi testati

Partendo da questa ricerca, due società impegnate nella diagnostica medica hanno recentemente sviluppato una piattaforma che, attraverso la biologia molecolare avanzata e l’intelligenza artificiale, si dichiara in grado di scoprire e utilizzare clinicamente nuovi biomarcatori proprietari basati sull’editing dell’RNA attraverso un test ematico. Il test, sviluppato in Italia, si sarebbe rivelato preciso nell’80% dei casi testati.

Se l’esame fosse approvato e utilizzato dai clinici, si tratterebbe effettivamente del primo test biologico applicato ad una disciplina medica, come la psichiatria, in cui al momento la diagnostica si basa solo e soltanto sulla analisi clinica.

Fare ricerca è sempre positivo e lo studio presenta degli spunti interessanti che andranno sicuramente approfonditi dal momento che attualmente la psichiatria non beneficia di parametri biologici nelle formulazione delle diagnosi ma solo di dati clinici”, ha affermato il professor Balestrieri. “Periodicamente escono studi che cercano una correlazione fra specifici indici e determinate patologie. La ricerca deve continuare, tuttavia, è prematuro pensare di poter far uso di questo genere di test ematico nella clinica per mancanza di sufficienti dati a supporto – ha spiegato l’esperto –. Servirebbero molti elementi in più, fra cui un campione più vasto e maggiormente differenziato di pazienti testati, provenienti da centri diversi, per arrivare a dimostrarne l’utilità pratica. La strada, insomma, è ancora lunga”.

Disturbo bipolare e depressione maggiore, che differenza c’è?

Il disturbo bipolare in Italia colpisce circa l’1% – 2% della popolazione

Il disturbo bipolare è una patologia psichiatrica altamente invalidante che in Italia colpisce circa l’1% – 2% della popolazione, un dato che si pensa essere ampiamente sottostimato, per via dei tempi necessari ad una diagnosi. Le motivazioni della difficoltà nella diagnosi di questa patologia sono principalmente da ricercare nella somiglianza dei sintomi tra la sindrome bipolare e la depressione maggiore.

La depressione è caratterizzata da un calo dell’umore, perdita di interesse o di piacere nelle cose, sensi di colpa, insonnia, pensieri autosvalutativi o addirittura di suicidio. Il disturbo bipolare invece è caratterizzato dall’alternanza di episodi di depressione con episodi di mania, ovvero di miglioramento dell’umore su base euforica ed espansiva. Questo porta i pazienti a confondere la fase maniacale o ipomaniacale come un momento di apparente benessere, disorientando il paziente che non è incentivato a parlane con il medico in tono negativo vista la sensazione positiva che questo stato sembra regalare al paziente. La fase maniacale o ipomaniacale è infatti caratterizzata da una eccessiva euforia e dall’impulso sfrenato a compiere azioni ardite e disinibite (spese importanti, azioni che richiedono coraggio e spregiudicatezza). Quanto di più lontano dai comportamenti provati da sintomi depressivi. A questo si aggiungono altre problematiche che possono rendere la diagnosi più complicata: la sindrome bipolare può venire confusa con la schizofrenia; l’abuso di sostanze può mascherare altri sintomi; gli sbalzi d’umore nell’adolescenza possono essere percepiti come normali.

La diagnosi di bipolarità può emergere tardivamente anche perché per molti anni il paziente può soffrire solo ed esclusivamente di episodi depressivi altalenanti. L’assenza prolungata di episodi maniacali o ipomaniacali porta quindi il curante a identificare la malattia come depressione unipolare.

L’uso di un test ematico si rivela attualmente prematuro nella pratica clinica

Si tratta di due patologie con sintomatologie simili ma distinguibili quando si manifestano pienamente – ha proseguito il professor Balestrieri –. Per questo, con la giusta diagnosi clinica, che tenga conto di tutti gli elementi, è senz’altro possibile identificarle. L’uso di un test ematico si rivela quindi attualmente prematuro nella pratica clinica, oltre che non sostenibile per via della mancanza di dati a favore che lo rendano sufficientemente affidabile”.

In attesa di dati più certi, i clinici dovranno quindi affidarsi alla diagnosi clinica, che in psichiatria avviene tramite un colloquio strutturato secondo uno schema predefinito che indaga i vari ambiti della struttura emotiva e cognitiva della persona.

La diagnostica in psichiatria

In mancanza di marcatori biologici, la diagnosi psichiatrica può contare solo sulla capacità del clinico di comprendere chiaramente le caratteristiche del paziente che ha di fronte. Questo non sempre è semplice o immediato perché non è detto che i pazienti psichiatrici si trovino nelle condizioni di essere consapevoli o collaborativi. I sintomi ego-distonici, cioè quelli che provocano sofferenza al paziente, non sempre sono prevalenti e possono essere accompagnati da manifestazioni ego-sintoniche che rendono più complicato far comprendere al paziente il suo stato di salute. Nella pratica clinica lo psichiatra sottopone il paziente, se vigile e spontaneamente propenso alla valutazione, ad un colloquio per ricostruzione dell’anamnesi della malattia.

Lo strumento resta quindi solo quello del colloquio con il paziente (o con i suoi famigliari) a cui vengono poste domande aperte che permettono di valutare le diverse aree del funzionamento mentale, tra cui il linguaggio, l’espressività emotiva, il pensiero e la percezione e le funzioni cognitive. Anche l’aspetto generale del paziente indica fattori importanti, quali la capacità di prendersi cura di sé e di essere presente a sé stesso, l’abuso di sostanze stupefacenti o la capacità di conformarsi alle norme sociali. In un consulto psichiatrico vengono considerati il tono della voce del paziente, la postura, la gestualità e le espressioni del volto. Fino a che la ricerca genetica non darà ai curanti dei validi e certificati strumenti esterni di valutazione, la psichiatria resterà l’unica area della medicina in cui l’esame diagnostico viene condotto solo ed esclusivamente dal giudizio del professionista.

Linee guida EMA per l’industria per prevenire e mitigare la carenza di farmaci

L’EMA pubblica le raccomandazioni per l’industria sulle buone pratiche per garantire la continuità nella fornitura di medicinali per uso umano, prevenire carenze e ridurne l’impatto.

La carenza di medicinali è un problema sanitario globale e colpisce sempre più i paesi europei. Le carenze possono portare al razionamento dei medicinali e a ritardi nei trattamenti critici, con un impatto significativo sull’assistenza ai pazienti. Inoltre, i pazienti potrebbero dover utilizzare alternative meno efficaci e affrontare un rischio maggiore di errori terapeutici. Garantire la disponibilità di medicinali autorizzati nell’Unione europea (UE) è una priorità fondamentale per l’EMA e la rete europea di regolamentazione dei medicinali.

La guida descrive gli stakeholder coinvolti nella catena di approvvigionamento dei medicinali e le loro responsabilità e il loro ruolo nella prevenzione e nella gestione delle carenze di medicinali. Fornisce dieci raccomandazioni per i titolari delle autorizzazioni all’immissione in commercio, grossisti, distributori e produttori per ridurre al minimo il verificarsi di carenze di medicinali e il loro impatto. Le raccomandazioni includono:

  • informare quanto prima possibile le autorità nazionali competenti di carenze potenziali o effettive e fornire informazioni dettagliate per prevedere meglio il possibile impatto e attuare misure preventive;
  • stabilire solidi piani di prevenzione e gestione delle carenze;
  • ottimizzare i sistemi di qualità farmaceutica e aumentare la resilienza di catene di approvvigionamento complesse e multinazionali;
  • comunicazione tempestiva tra le varie parti interessate nella filiera del farmaco;
  • principi generali per promuovere una distribuzione giusta ed equa dei farmaci per soddisfare le esigenze dei pazienti.

Le raccomandazioni si basano sull’analisi delle cause delle carenze e sull’esperienza diretta delle autorità di regolamentazione nel coordinamento della gestione delle carenze e sono state consultate le associazioni di settore.

La guida è stata sviluppata dalla Task Force HMA/EMA sulla disponibilità dei medicinali autorizzati, un gruppo di lavoro congiunto istituito dall’EMA e dai direttori delle agenzie per i medicinali (HMA) incentrato sulla disponibilità dei medicinali autorizzati, ed è stata presentata in occasione di una conferenza seminario delle parti interessate sulle carenze tenutosi il 2 marzo 2023.

Completa la guida per le organizzazioni dei pazienti e degli operatori sanitari pubblicata lo scorso anno per aiutare a prevenire e gestire la carenza di medicinali per uso umano.

Dalla Commissione europea inviti a presentare proposte per 122 milioni di € in ambito di innovazione

Oggi la Commissione mette a disposizione 122 milioni di € nell’ambito dell’iniziativa “Ecosistemi europei dell’innovazione”, parte di Orizzonte Europa, e dello strumento di investimento interregionale per l’innovazione (I3), parte del Fondo europeo di sviluppo regionale. Questi inviti a presentare proposte mirano a rafforzare e promuovere gli ecosistemi europei dell’innovazione, collegando tutti i territori dell’UE allo scopo di rispondere alle sfide sociali e promuovere una maggiore coesione. Contribuiscono inoltre a un’iniziativa chiave della “nuova agenda europea per l’innovazione”, volta a promuovere “valli regionali dell’innovazione” interconnesse in tutta l’UE.

Margrethe Vestager, Vicepresidente esecutiva per Un’Europa pronta per l’era digitale, ha dichiarato: “Questi inviti aiutano le regioni europee a prosperare in ecosistemi di innovazione dinamici. Promuovono la coesione e le collaborazioni interregionali. Ciò garantisce che tutti contribuiscano alla leadership dell’Europa in materia di innovazione e ne traggano vantaggio. Dalla diminuzione della dipendenza dai combustibili fossili al rafforzamento della sicurezza alimentare globale. Dalla promozione della trasformazione digitale e della cibersicurezza alla rivoluzione dell’assistenza sanitaria. Le opportunità sono illimitate.”

La Commissaria per la Coesione e le riforme, Elisa Ferreira, ha dichiarato: “Questi inviti costituiscono uno sforzo congiunto dei fondi della politica di coesione e di Orizzonte Europa per sostenere gli attori dell’innovazione nelle regioni con livelli diversi di sviluppo economico e di risultati in termini di innovazione. Questa opportunità consente alle regioni europee di unire le forze e di proporre progetti di innovazione interregionali nel quadro di strategie di specializzazione intelligente, allo scopo di colmare il divario in termini di innovazione e apportare benefici tangibili a tutte le regioni.”

La nuova agenda europea per l’innovazione mira a porre l’Europa in prima linea nella nuova ondata di innovazioni e start-up ad elevatissimo contenuto tecnologico. Aiuterà l’Europa a sviluppare e immettere sul mercato nuove tecnologie per affrontare le sfide sociali più urgenti. 

Le valli regionali dell’innovazione sono volte a sfruttare appieno il potenziale di innovazione, compresa quella ad elevatissimo contenuto tecnologico, dei diversi territori dell’UE allo scopo di affrontare le sfide sociali e il divario in termini di innovazione nell’UE. L’obiettivo è individuare fino a 100 regioni impegnate a rafforzare il coordinamento dei loro investimenti e delle loro politiche in materia di ricerca e innovazione. La Commissione ha recentemente pubblicato un invito a manifestare interesse, invitando le regioni europee a diventare valli regionali dell’innovazione.

Le candidature possono essere inviate qui fino al 17 ottobre 2023. Maggiori informazioni sono disponibili qui.

Psichiatra minacciata con pistola, Anelli (Fnomceo): “Niente armi nei luoghi di cura”

“Le armi non devono entrare nei luoghi di cura. È inconcepibile che in tutte le strutture pubbliche, negli aeroporti, nei palazzi istituzionali ci siano sistemi di controllo all’ingresso, mentre negli ospedali, nei Centri di salute mentale, negli ambulatori non ci sia nessun filtro. Dopo le psichiatre Paola Labriola e Barbara Capovani, uccise con un pugnale e con una spranga, dopo il medico Giorgio Falcetti, trucidato a colpi di accetta, non vogliamo piangere altre vittime: chiediamo una soluzione concreta per la sicurezza degli operatori sanitari”.

Così il Presidente della Fnomceo, la Federazione nazionale degli Ordini dei Medici, Filippo Anelli, commenta quanto accaduto ieri all’ospedale di Secondigliano, Asl Napoli 1, dove una psichiatra è stata minacciata, insieme a un’infermiera, da un paziente armato di pistola.

“Una tragedia sfiorata – continua Anelliche riporta alla mente altri, troppi episodi analoghi, recenti e più lontani nel tempo. Siamo vicini alla collega, e ammiriamo il gesto encomiabile di aver poi accompagnato il paziente in ambulanza per il ricovero in ospedale”.

Una prossimità, una dedizione che non devono però – conclude il presidente Fnomceoandare a discapito della sicurezza sul lavoro. Per questo va elaborata una strategia, un protocollo che, a partire dai controlli all’ingresso, sino alla previsione di presidi di polizia, passando per l’affiancamento dei sanitari con mediatori culturali, che possano parlare con i pazienti e i parenti mentre gli operatori intervengono, renda sicuri i luoghi della cura”.

Malattie cardiovascolari: ogni anno provocano in Italia 900mila ricoveri

Nel contrasto alle malattie cardio-vascolari bisogna superare la rigida distinzione tra prevenzione primaria e secondaria. È sempre più necessario valutare le condizioni e la funzionalità degli organi che sono il “bersaglio” dei principali fattori di rischio. Un nuovo approccio indispensabile per migliorare l’assistenza medico-sanitaria verso patologie che provocano, ogni anno solo in Italia, più di 900mila ricoveri ospedalieri. Causano anche 232mila decessi e costano complessivamente al nostro Paese 21 miliardi di euro (16 per i costi diretti e 5 per quelli indiretti).

L’invito alle istituzioni e al mondo medico-accademico è contenuto in un documento stilato dalla Consulta delle Società Scientifiche per la riduzione del Rischio Cardio-Vascolare. L’alleanza riunisce 16 diverse Società Scientifiche e presenta il suo lavoro nell’ambito di un workshop del titolo “Focus su tre grandi temi per il Ssn: Riflessioni e Proposte della Consulta SCV.

“Le malattie cardio-vascolari rappresentano in tutto il Pianeta la prima causa di morte – afferma il prof. Giuseppe Mancia, Presidente della Consulta-SCV, Professore Emerito dell’Università Milano Bicocca e Presidente della European Society of Hypertension Foundation -. La loro prevenzione rimane di gran lunga la migliore strategia a nostra disposizione per limitarne l’impatto complessivo sul SSN. La prevenzione può essere primaria e comportare interventi sugli stili di vita e altri fattori di rischio. Oppure secondaria e quindi finalizzata all’evitare recidive a persone già colpite da un evento cardio-vascolare. Questa suddivisione ha avuto, e continua ad avere, numerose ricadute positive sulla pratica clinica. Tuttavia presenta dei limiti, che possono essere superati grazie a esami diagnostici più precisi. Oggi sono stati messi a punto biomarcatori del danno d’organo e nuove indagini strumentali come le bio-immagini.

Rispetto a pochi anni fa è quindi possibile quantificare e qualificare il danno strutturale e funzionale al sistema cardiovascolare. Per esempio, le tecniche più avanzate ultrasoniche e tomografiche consentono di identificare precocemente lesioni, anche molto lievi, al sistema vascolare del cuore o dei reni o di altri organi. Tutto ciò porta inevitabilmente a importanti ricadute clinico-terapeutiche e opportunità di intervento precoce per tutti i pazienti. Questa maggiore precisione diagnostica consente una tempestiva identificazione del danno d’organo ed una conseguente adeguata quantificazione del rischio. Andrà perciò rivisto il paradigma classico con cui classifichiamo i pazienti, interpretiamo le nostre linee guida e diamo raccomandazioni terapeutiche alla luce del nuovo ruolo assegnato al danno d’organo, il vero nuovo “killer silenzioso”.

“Un lavoro di aggiornamento va svolto anche per il paziente fragile – sottolinea il prof. Giovanni Corrao, Direttore del Centro Interuniversitario Healthcare Research and Pharmacoepidemiology -. La Consulta-SCV ha infatti proposto di costituire un gruppo di lavoro interdisciplinare, per studiare questa problematica. Ogni persona colpita da una patologia cardiovascolare presenta infatti dei livelli diversi di fragilità, che dipendono da diversi fattori come la complessità clinica, la suscettibilità biologica e anche la vulnerabilità sociale. Sono tutti elementi che devono essere tradotti in un piano assistenziale individualizzato che tenga poi conto dei singoli aspetti d’ogni malato. Questo vale soprattutto nella gestione clinica e assistenziale della cronicità, condizione che interessa un numero crescente di pazienti”.

Al Workshop di oggi a Roma la Consulta presenta anche un terzo documento, dedicato all’arteriopatia periferica degli arti inferiori. “È una patologia decisamente trascurata anche se può interessare fino al 10% della popolazione adulta – prosegue la Prof.ssa Adriana Visonà, Direttore UOC Angiologia Azienza ULSS 2, Marca Trevigiana Regione Veneto-. Si caratterizza per una forte riduzione dell’afflusso di sangue e dell’ossigeno alle arterie degli arti inferiori, a causa dell’ostruzione o restringimento dei vasi sanguigni. La malattia inoltre non si presenta sempre con sintomi specifici. Un paziente con PAD presenta un rischio sei volte maggiore di eventi cardio-vascolari, tra cui l’infarto e l’ictus. Si calcola che l’arteriopatia periferica degli arti inferiori aumenterà in modo significativo nei prossimi 20 anni, anche a causa dell’invecchiamento generale della popolazione”.

“Per fortuna esistono diverse tipologie di terapie in grado di contrastarla efficacemente – aggiunge il dott. Walter Marrocco, Responsabile Scientifico della Federazione Italiana dei Medici di Famiglia/FIMMG e Coordinatore della Consulta-SCV-. Come Consulta siamo però assolutamente convinti che l’arteriopatia si possa sconfiggere anche grazie a nuove campagne di sensibilizzazione che ne aumentino la consapevolezza tra la popolazione. Infine, va resa sistematica la collaborazione multidisciplinare e multiprofessionale di tutti il personale medico coinvolto nel percorso di cura”. 

“La prevenzione cardiovascolare gioca un ruolo fondamentale per la sostenibilità del sistema sanitario nazionale. Un risultato che può essere raggiunto solo garantendo l’accesso rapido ed omogeneo a livello nazionale e regionale e la giusta valorizzazione economica di tutti i farmaci per la prevenzione e la cura delle patologie cardiovascolari – conclude il dott. Marcello Cattani, Presidente di Farmindustria -. Come Paese dobbiamo accelerare le partnership strategiche sui temi fondamentali: ricerca e sviluppo clinico, prevenzione, uso delle evidenze generate con la Real World Evidence, digitalizzazione dei processi in sanità e applicazione dell’intelligenza artificiale e degli strumenti innovativi che mette a disposizione. È infine fondamentale che si realizzi una corretta misurazione e valorizzazione di tutti i benefici clinici, economici e sociali, sia diretti sia indiretti”.

Carenza Amoxicillina: da Sifap e Sifo l’Istruzione Operativa per l’allestimento della sospensione orale

Nel maggio 2022 l’Agenzia Europea dei Medicinali (EMA) ha affrontato la realtà delle carenze dei medicinali industriali, che le tensioni internazionali e la pandemia di Covid avevano portato a livelli preoccupanti.

L’Agenzia sottolineava i pericoli -che i pazienti correvano- di utilizzare alternative meno efficaci o impiegare i farmaci in maniera errata. Tra le raccomandazioni riconosceva il “valore aggiunto” del preparato galenico nel supplire all’indisponibilità del farmaco industriale, suggerendo alle organizzazioni sanitarie di sviluppare protocolli di preparazione laddove necessario.

SIFAP e SIFO, Società Scientifiche di farmacisti, si sono impegnate con l’obiettivo di consentire al paziente di ottenere il farmaco mancante, suggerendo metodiche di allestimento e mettendo a punto istruzioni operative che consentano alle farmacie di realizzare quei preparati che l’industria non riesce a garantire.

L’ultimo caso -che ha visto anche l’intervento delle associazioni di pediatria nel denunciare i pericoli che i bambini stanno correndo- è la carenza di Amoxicillina, farmaco di prima scelta in età pediatrica. La carenza si è acuita nelle ultime settimane per l’aumento delle infezioni di Streptococco e di scarlattina tra bambini e ragazzi. Il rischio è che il medico sia costretto a prescrivere farmaci meno efficaci e meno maneggevoli, con aumento dei rischi per la salute e dei costi. Senza contare il gravissimo pericolo costituito dalla antibiotico-resistenza, diretta conseguenza di ogni uso non appropriato degli antibiotici.

Valida alternativa è anche questa volta l’allestimento in farmacia, pertanto SIFAP e SIFO hanno provveduto a redigere l’Istruzione Operativa per l’allestimento della Sospensione di Amoxicillina, consultabile liberamente sui siti istituzionali di Sifo e Sifap, e utile per rendere disponibili preparati magistrali sicuri ed efficaci.

Il distretto protagonista della nuova sanità territoriale

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Nel 2022, a seguito delle criticità emerse con la pandemia da Covid-19 e con le riforme previste dal PNRR, il governo italiano ha introdotto una significativa riforma nel sistema di assistenza sanitaria e sociale attraverso il Decreto Legislativo 77/2022. Questa nuova normativa, che costituisce uno dei cardini del PNRR e definisce la rete dell’assistenza delineata dalla Missione 6, ha portato alla ridefinizione del concetto di Distretto Socio Sanitario (DSS) in Italia, con l’obiettivo di migliorare l’accesso ai servizi e la qualità dell’assistenza fornita ai cittadini.

Il Decreto Legislativo 77/2022 ha introdotto una significativa riforma nel sistema di assistenza sanitaria e sociale

Il Distretto Socio Sanitario è un’unità territoriale che riunisce diverse strutture e servizi socio-sanitari, al fine di garantire un’assistenza integrata e personalizzata alle persone che ne hanno bisogno. Il suo scopo principale è quello di favorire la continuità dell’assistenza e la coerenza tra i vari servizi, promuovendo una visione olistica della salute e del benessere.

Nuovi principi organizzativi e gestionali del distretto

Il Decreto 77/2022 ha stabilito nuovi principi organizzativi e gestionali per i Distretti Socio Sanitari. È stata introdotta una maggiore autonomia gestionale per consentire ai DSS di adattarsi meglio alle specificità del proprio territorio e alle esigenze della popolazione. Ciò significa che i DSS avranno una maggiore responsabilità nella pianificazione, erogazione e valutazione dei servizi socio-sanitari.

La riforma promuove inoltre l’integrazione delle competenze tra diverse figure professionali, quali medici, infermieri, assistenti sociali, psicologi e operatori socio-sanitari. Ciò favorirà la cooperazione tra i vari settori dell’assistenza, consentendo una risposta più tempestiva e mirata alle esigenze dei cittadini. Inoltre, si incentiveranno anche le collaborazioni tra il settore pubblico e privato, al fine di garantire un’offerta di servizi completa ed efficiente.

I distretti avranno una maggiore responsabilità nella pianificazione, erogazione e valutazione dei servizi socio-sanitari

Il Decreto 77/2022 prevede un potenziamento dell’assistenza domiciliare come alternativa all’ospedalizzazione o all’istituzionalizzazione delle persone che necessitano di cure. L’obiettivo è quello di favorire il benessere delle persone nel proprio ambiente familiare e di ridurre i ricoveri ospedalieri non necessari. Saranno, quindi, potenziate le risorse e le competenze necessarie per fornire un’assistenza domiciliare di qualità.

I numeri del nuovo distretto

Secondo la definizione del Decreto 77, “il distretto deve comprendere una popolazione di circa 100.000 abitanti, con variabilità secondo criteri di densità di popolazione e caratteristiche orografiche del territorio. La programmazione deve prevedere i seguenti standard:

  • 1 Casa della Comunità hub ogni 40.000-50.000 abitanti
  • Case della Comunità spoke e ambulatori di Medici di Medicina Generale (MMG) e Pediatri di Libera Scelta (PLS) tenendo conto delle caratteristiche orografiche e demografiche del territorio al fine di favorire la capillarità dei servizi e maggiore equità di accesso, in particolare nelle aree interne e rurali (tutte le aggregazioni dei MMG e PLS (AFT e UCCP) sono ricomprese nelle Case della Comunità avendone in esse la sede fisica oppure essendo collegate funzionalmente;
  • 1 Infermiere di Famiglia o Comunità ogni 3.000 abitanti (tale standard è da intendersi come numero complessivo di Infermieri di Famiglia o Comunità impiegati nei diversi setting assistenziali in cui l’assistenza territoriale si articola;
  • 1 Unità di Continuità Assistenziale (1 medico e 1 infermiere) ogni 100.000 abitanti;
  • 1 Centrale Operativa Territoriale (COT) ogni 100.000 abitanti o comunque a valenza distrettuale, qualora il distretto abbia un bacino di utenza maggiore;
  • 1 Ospedale di Comunità dotato di 20 posti letto ogni 100.000 abitanti”.

La parola agli esperti

Nell’ultimo Rapporto OASI 2022 realizzato da CERGAS Bocconi, si evidenzia l’evoluzione normativa che ha caratterizzato la definizione del distretto, a partire dalla Legge 83 del 1978 (il distretto era già presente nella legge che ha istituito il Servizio Sanitario Nazionale), attraverso i Decreti legislativi 502 del 1992 e 299 del 1999, fino alla Legge 328 del 2000 e al recente Decreto 77 del 2022, che ha riportato con forza l’attenzione sull’organizzazione e le peculiarità del distretto.

Il distretto è stato al centro di un’evoluzione normativa che ha, di volta in volta, spostato l’attenzione su aspetti diversi, ad esempio dalla partizione territoriale alla popolazione di riferimento

Molto interessante è l’analisi del Rapporto OASI 2022 laddove sottolinea come in questa evoluzione normativa, di volta in volta, si siano sovrapposte e integrate alcune accezioni del distretto, che ne disegnano la complessità: il distretto è stato infatti definito, nel tempo, come una “partizione territoriale della ASL”, “legata alla popolazione di riferimento”, con “responsabilità organizzativa rispetto al territorio di riferimento” e con una “vocazione esplicita rispetto alle relazioni e ai processi di integrazione con i soggetti istituzionali presenti nel suo territorio di riferimento”. Nell’implementazione pratica a livello regionale si sono quindi sviluppati diversi modelli, che hanno enfatizzato in maniera differente alcune di queste accezioni, anche in relazione alle caratteristiche e peculiarità dei territori.

Con questa nuova riforma del distretto, disegnata dal DM77, quali elementi saranno sviluppati in particolare e quali criticità si devono ancora affrontare? Abbiamo intervistato sul tema alcuni esperti che si stanno occupando, a livello accademico o a livello organizzativo, delle nuove competenze e responsabilità del distretto.

Emanuele-Porazzi

Esordisce così Emanuele Porazzi (Direttore Healthcare Datascience Lab – HD LAB e Direttore del Corso per Direttore di Distretto presso LIUC Business School): “Una criticità riguarda sicuramente il personale, in particolare per trovare il giusto equilibrio tra il personale che rimarrà a lavorare in ospedale e quello che deve essere destinato al territorio. Sappiamo che la coperta è corta e dobbiamo essere bravi a trovare il giusto mix di prestazioni da portare sul territorio, spostando in questo setting anche una certa parte di professionisti, senza scoprire troppo l’ospedale. Questa è una criticità non da poco, nel senso che bisogna elaborare i dati, condividere con tutti i professionisti, concordare un piano d’azione, metterlo a terra.

L’altra criticità è quella di formare le persone all’utilizzo di nuove tecnologie sul territorio. Attualmente si dà per scontato che tutti siano già in grado di lavorare con i nuovi strumenti e con la telemedicina ma in molti casi può non essere così: ad esempio, pensando alla gestione dei codici bianchi e i codici verdi da parte dei medici di medicina generale, non darei per scontato che tutti sappiano già come utilizzarli e servirebbe piuttosto una formazione ad hoc”.

Conferma queste criticità anche Aldo Atzori (Presidente CARD Sardegna e Direttore del Distretto Socio-Sanitario ASL Carbonia), che prosegue: “Distinguere tra il contenitore e il contenuto diventa fondamentale: sono necessarie le risorse, e che queste vengano formate adeguatamente. Inoltre dobbiamo anche concentrarci su un altro aspetto, che riguarda il raggiungimento degli obiettivi. Ora stiamo assistendo ad una sorta di ‘corsa’ per raggiungere gli obiettivi previsti nel PNRR e soprattutto nel DM77, ma dobbiamo tener ben presente che è necessario monitorare questa implementazione. Alla fine dovremo effettivamente capire se i vari interventi che faremo nel rafforzamento del territorio corrispondono ad un miglioramento reale dei servizi, se questi interventi avranno degli effetti e, a mio parere, la ricaduta positiva di questi interventi dovrà essere misurata in relazione al miglioramento dei servizi per i cittadini e alla qualità degli interventi e nel coinvolgimento della comunità intesa in senso lato. Non dimentichiamoci infatti che oggi tutti gli interventi che si stanno portando avanti, già nei termini che vengono utilizzati, come ‘casa della comunità’ o ‘ospedale di comunità’, vanno nella direzione di costruire una nuova rete e una nuova forma di interazione tra i vari punti che di questa rete fanno parte”.

Conclude Emanuele Vendramini (Professore ordinario in economia aziendale, Università Cattolica del Sacro Cuore, Piacenza): “Un tema prioritario è la governance: il Decreto 77 e in parte anche il PNRR identificano un modello ma il vero interrogativo è se questo modello possa essere valido e applicabile per tutte le realtà. Per mille motivi, la risposta a questa domanda non può che essere no, e quindi subentra un secondo interrogativo: come dobbiamo affrontare questa diversità? A che livello dobbiamo porci nella programmazione? In pratica, se parliamo di territorio e di sanità di prossimità, un conto è organizzare l’assistenza domiciliare integrata in una città, un altro conto è organizzarla in un piccolo paese: sono contesti completamente diversi, pur rimanendo, in molti casi, in zone sostanzialmente limitrofe. Anche dal punto di vista dei bisogni, ad esempio, la città esprime delle esigenze che altri contesti, con minore densità abitativa e maggiori tempi di percorrenza, non sentono o presentano in maniera diversa. In sostanza, non si può parlare di una ‘taglia’ che vada bene per tutti, anche all’interno dello stesso contesto regionale.

E l’altro tema cruciale emerge proprio dal confronto dei diversi modelli regionali: ci sono Regioni che da più di 10 anni hanno sviluppato le Case della salute, come Toscana ed Emilia Romagna, o altre esperienze in Veneto e in Friuli. Come si collocano le nuove Case di comunità in relazione a queste realtà che già sono esistenti e operative da più di un decennio?”

Le sfide aperte sono tante e in attesa di essere risolte. In particolare, la questione di fondo sembra essere la necessità di contemperare due esigenze: uniformare, programmare e standardizzare l’organizzazione e gli interventi, senza dimenticare però di valorizzare le differenze che esistono tra le diverse realtà.

Per approfondire

https://test.trendsanita.it/evento/il-distretto-di-domani-quali-competenze-e-quali-modelli

L’OMS chiede un’Intelligenza Artificiale per la salute sicura ed etica

L’Organizzazione mondiale della sanità (OMS) chiede cautela nell’uso di strumenti di modelli linguistici di grandi dimensioni (LLM) generati dall’intelligenza artificiale (IA) per proteggere e promuovere il benessere umano, la sicurezza umana e l’autonomia e preservare la salute pubblica.

Gli LLM includono alcune delle piattaforme in più rapida espansione come ChatGPT, Bard, Bert e molte altre che imitano la comprensione, l’elaborazione e la produzione della comunicazione umana. La loro fulminea diffusione pubblica e il crescente uso sperimentale per scopi legati alla salute sta generando un notevole entusiasmo per il potenziale di supportare i bisogni di salute delle persone.

È imperativo che i rischi siano esaminati attentamente quando si utilizzano i LLM per migliorare l’accesso alle informazioni sulla salute, come strumento di supporto decisionale o anche per migliorare la capacità diagnostica in contesti con risorse insufficienti per proteggere la salute delle persone e ridurre le disuguaglianze.

Sebbene l’OMS sia entusiasta dell’uso appropriato delle tecnologie, compresi i LLM, per supportare gli operatori sanitari, i pazienti, i ricercatori e gli scienziati, vi è la preoccupazione che la cautela che normalmente verrebbe esercitata per qualsiasi nuova tecnologia non venga esercitata in modo coerente con i LLM. Ciò include l’adesione diffusa ai valori chiave di trasparenza, inclusione, impegno pubblico, supervisione di esperti e valutazione rigorosa.

L’adozione precipitosa di sistemi non testati potrebbe portare a errori da parte degli operatori sanitari, causare danni ai pazienti, erodere la fiducia nell’IA e quindi minare (o ritardare) i potenziali benefici e gli usi a lungo termine di tali tecnologie in tutto il mondo.

Le preoccupazioni che richiedono una rigorosa supervisione necessaria affinché le tecnologie vengano utilizzate in modo sicuro, efficace ed etico includono:

  • i dati utilizzati per addestrare l’IA possono essere distorti, generando informazioni fuorvianti o imprecise che potrebbero comportare rischi per la salute, l’equità e l’inclusione;
  • Gli LLM generano risposte che possono apparire autorevoli e plausibili a un utente finale; tuttavia, queste risposte possono essere completamente errate o contenere gravi errori, soprattutto per le risposte relative alla salute;
  • Gli LLM possono essere addestrati su dati per i quali il consenso potrebbe non essere stato precedentemente fornito per tale uso e gli LLM potrebbero non proteggere i dati sensibili (inclusi i dati sanitari) che un utente fornisce a un’applicazione per generare una risposta;
  • gli LLM possono essere utilizzati in modo improprio per generare e diffondere disinformazione altamente convincente sotto forma di contenuti testuali, audio o video difficili da distinguere per il pubblico da contenuti sanitari affidabili; E
  • pur impegnandosi a sfruttare le nuove tecnologie, tra cui l’intelligenza artificiale e la salute digitale per migliorare la salute umana, l’OMS raccomanda ai responsabili politici di garantire la sicurezza e la protezione dei pazienti mentre le aziende tecnologiche lavorano per commercializzare gli LLM.

L’OMS propone che queste preoccupazioni vengano affrontate e che vengano misurate chiare prove di beneficio prima del loro uso diffuso nell’assistenza sanitaria e nella medicina di routine, sia da parte di individui, operatori sanitari o amministratori del sistema sanitario e responsabili politici.

L’OMS ribadisce l’importanza di applicare i principi etici e una governance appropriata, come indicato nella guida dell’OMS sull’etica e la governance dell’IA per la salute, durante la progettazione, lo sviluppo e l’utilizzo dell’IA per la salute. I sei principi fondamentali individuati dall’OMS sono:

  1. proteggere l’autonomia;
  2. promuovere il benessere umano, la sicurezza umana e l’interesse pubblico;
  3. garantire trasparenza, spiegabilità e intelligibilità;
  4. promuovere la responsabilità e la responsabilità;
  5. garantire inclusività ed equità;
  6. promuovere un’IA reattiva e sostenibile.

Per approfondire