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Amianto, la sorveglianza sanitaria e la cura: seminario a Torino

Mercoledì 24 maggio si svolgerà a Torino il seminario “Amianto, la sorveglianza sanitaria e la cura. A che punto è la ricerca?” organizzato dal Centro Scansetti Interdipartimentale e per lo Studio degli Amianti e di Altri Particolati Nocivi dell’Università degli Studi di Torino.

L’evento, programmato sia in presenza presso il Dipartimento di Chimica dell’Università degli Studi di Torino sia online (cliccando qui dall’orario di inizio, 14.30), è patrocinato dall’European Reference Networkn (EURACAN) con la collaborazione dell’Associazione Familiari e Vittime Amianto – AFeVA di Casale Monferrato e del servizio di archiviazione Fondazione Vera Nocentini.

Clicca qui per scaricare la locandina e il programma

Nasce Intergruppo parlamentare a tutela della salute riproduttiva

Ieri alla Camera dei deputati si è riunito per la prima volta l’Intergruppo parlamentare in materia di Salute Riproduttiva e Interruzione Volontaria di Gravidanza (IVG), promosso dall’Associazione Luca Coscioni per la libertà di ricerca scientifica. Lo scopo principale dell’intergruppo è promuovere la corretta applicazione e l’aggiornamento della legge 194/1978, per poter  garantire a tutte le donne, senza ostacoli di alcun tipo, il rispetto del diritto alla salute riproduttiva. Inoltre, l’iniziativa intende dare attuazione pratica alla Petizione presentata dall’Associazione Luca Coscioni al Parlamento alla fine dello scorso anno e su cui ora è aperta una raccolta firme.

In particolare, gli obiettivi sui quali l’intergruppo lavorerà sono:  

Hanno aderito all’intergruppo i seguenti parlamentari: Stefania Ascari (M5S); Susanna Camusso (PD); Cecilia D’Elia (PD); Benedetto Dalla Vedova (Misto, +Europa); Sara Ferrari (PD); Marco Grimaldi (Alleanza Verdi e Sinistra); Riccardo Magi (Misto, +Europa); Celestino Magni (Alleanza Verdi e Sinistra); Ilenia Malavasi (PD); Emma Pavanelli (M5S); Elisabetta Piccolotti (Alleanza Verdi e Sinistra); Lia Quartapelle (PD); Andrea Quartini  (M5S); Rachele Scarpa (PD); Luigi Spagnolli (PD); Gilda Sportiello (M5S).

Nessun esponente di Fratelli d’Italia, Lega e Forza Italia si è finora reso disponibile nel partecipare al gruppo di lavoro.  

L’intergruppo appena nato è l’occasione di una effettiva cooperazione e sinergia politica nell’esclusivo interesse dei cittadini. L’applicazione pratica e concreta di quella che dovrebbe essere l’attività politica in materia di diritti fondamentali”, hanno dichiarato Filomena Gallo e Marco Cappato,  rispettivamente segretaria e tesoriere dell’Associazione Luca Coscioni, “Nel corso degli anni abbiamo evidenziato le criticità legate alla non corretta applicazione della legge 194 del 1978. Con questo intergruppo vogliamo quindi ottenere una maggiore tutela e garanzia per tutte quelle donne che, a oggi, a causa di inadempienze e di una legge ferma nel tempo non vedono garantito il loro diritto alla salute riproduttiva”.

Per approfondire

Alluvione Emilia-Romagna. Farmacisti pronti a intervenire

La Federazione degli Ordini dei Farmacisti Italiani (FOFI) e Federfarma esprimono massima vicinanza e solidarietà alla popolazione colpita dalla gravissima alluvione che ha interessato diversi comuni dell’Emilia-Romagna. I vertici federali sono in costante contatto con le Autorità e con i presidenti degli Ordini e delle Associazioni provinciali per monitorare l’evolversi della situazione, con particolare riferimento al coinvolgimento dei farmacisti e delle farmacie a seguito dell’inondazione. A tutti i colleghi delle zone colpite va il ringraziamento del presidente FOFI, Andrea Mandelli, e del presidente Federfarma, Marco Cossolo, per continuare ad adoperarsi al massimo, nonostante i danni subiti e la situazione di estremo disagio in cui si trovano, per garantire la dispensazione dei farmaci e dei prodotti sanitari necessari ai cittadini.

In questo momento, la situazione più drammatica riguarda la provincia di Ravenna dove 24 farmacie non sono nelle condizioni di garantire il servizio farmaceutico ai cittadini. Alcuni presidi sono stati resi totalmente inagibili dall’inondazione o sono completamente isolati a causa dell’allagamento delle zone circostanti. Alcune farmacie operano a singhiozzo, compatibilmente con le condizioni generali e la mancanza di energia elettrica. A seguito delle prime ricognizioni, altri danni sono stati registrati in 3 farmacie della provincia di Forlì-Cesena. Situazione differente nelle province di Rimini e Bologna dove non risulta compromesso il regolare svolgimento del servizio farmaceutico.

“Le nostre squadre di farmacisti volontari, che fanno parte della Colonna mobile della Protezione Civile, sono pronte ad entrare in azione per fornire ogni opportuno intervento nelle zone in cui la Protezione civile riterrà necessaria la loro presenza”, ha detto il presidente FOFI, Andrea Mandelli. “Attraverso l’Associazione dei Farmacisti volontari, abbiamo a disposizione squadre di farmacisti addestrati e camper attrezzati in grado di muoversi immediatamente per aiutare i colleghi a ripristinare l’operatività dei loro presidi e garantire la continuità del servizio farmaceutico ai cittadini. Siamo in attesa delle indicazioni della Protezione civile che ha il coordinamento. Auspichiamo, inoltre, che si risolva nel più breve tempo possibile la grave emergenza che riguarda la viabilità, con strade interrotte e intere aree invase dal fango, che rendono molto complicata, se non impossibile, la consegna di farmaci e presidi destinati alle comunità locali, anche laddove non si sono registrati danni ingenti. Un sentito ringraziamento va ai presidenti degli Ordini dei Farmacisti e delle Associazioni dei Titolari di Farmacia delle province colpite, per la loro preziosa collaborazione in queste ore concitate di ricognizione e per far fronte alle necessità dettate dall’emergenza, a tutela della salute dei loro concittadini”.

“Grande solidarietà ai cittadini e ai colleghi delle farmacie colpite da questa ennesima calamità naturale” dichiara il presidente di Federfarma nazionale, Marco Cossolo. “Siamo costantemente in contatto con i colleghi delle Federfarma regionali e provinciali dei territori colpiti dal maltempo, per monitorare i danni e le necessità delle farmacie alluvionate, al fine di porre in essere tutte le azioni necessarie per consentire al più presto il ripristino della normale attività di dispensazione del farmaco ed erogazione dei servizi, anche nelle aree più interne, già distanti dalle strutture sanitarie e ora del tutto isolate, dove la farmacia rappresenta il primo, se non l’unico, presidio sanitario di prossimità. Ringrazio quanti si stanno adoperando per fronteggiare l’emergenza e, in particolare, la FOFI per aver allertato i Farmacisti Volontari per la protezione Civile, che si sono prontamente resi disponibili a prestare aiuto”.

“Siamo in uno stato di pre-allerta”, spiega Enrica Bianchi, presidente dell’Associazione Farmacisti Volontari della Protezione Civile. “Siamo pronti a partire con due camper, da Bari e da Verona, e stiamo organizzando le nostre squadre di farmacisti in tutta Italia per intervenire qualora ce ne fosse bisogno. Aspettiamo il via libera della Protezione civile per entrare in azione. Per consentire ai nostri volontari di operare in totale sicurezza, è necessario che le condizioni meteorologiche consentano il deflusso delle acque e che venga ripristinata la viabilità”.          

Per approfondire

Malattie Rare, UNIAMO: è tempo di agire per migliorare la diagnosi

Oggi il tempo medio per avere una diagnosi di malattia rara è di 4,1 anni, impiegati, tra l’altro, a passare da uno specialista all’altro e da un’analisi all’altra con l’incertezza che deriva dalla mancanza di conoscenza e senza poter quindi accedere a terapie mirate. 

UNIAMO Federazione Italiana Malattie Rare è attiva da anni su questa tematica attraverso lo stimolo verso gli Screening Neonatali Estesi, l’uso di tecniche omiche (introdotte anche nel Piano Nazionale Malattie Rare) e partecipando a molti progetti, anche europei. 

L’odissea diagnostica delle persone con malattia rara deve essere il più possibile abbreviata.

Di qui la collaborazione con EURORDIS nella call to action lanciata per una collaborazione e condivisione europea al fine di accelerare e migliorare la diagnosi.

Tutte le parti interessate, compresi gli Stati Membri UE, la Commissione Europea, il Consiglio dell’UE e le organizzazioni attive nel campo delle malattie rare, sono chiamate ad agire ora per cogliere l’opportunità di migliorare significativamente la vita delle persone con malattia rara. 

L’obiettivo principale è di arrivare entro il 2030 a diagnosticare una malattia rara entro un anno dalla comparsa dei primi sintomi.

“Attraverso progetti europei come Solve-RD e SCREEN4CARE  emerge chiaramente come la condivisione dati sia la chiave di volta anche per accelerare o arrivare a diagnosi. Le infrastrutture messe a disposizione a livello europeo devono essere utilizzate e il ruolo centrale delle ERN deve essere supportato anche a livello nazionale se veramente vogliamo raggiungere questo obiettivo”, ha dichiarato Simona Bellagambi, delegato estero di UNIAMO.

Lavorgna (Sin): “Telemedicina, serve una rivoluzione”

Cosa serve alla telemedicina in Italia? Una rivoluzione. Culturale e portata avanti dai medici, utilizzatori finali degli strumenti, insieme ai pazienti. Ne parliamo con Luigi Lavorgna, Neurologo del Policlinico di Napoli e Coordinatore del Gruppo Digitale della Società Italiana di Neurologia (Sin). Il sodalizio è da tempo in campo per la promozione della telemedicina e fa parte delle 16 fra società scientifiche e sanitarie che il prossimo 24 maggio presenteranno a Roma un documento condiviso con l’obiettivo di affiancare fattivamente e in modo cooperativo il generale processo di costruzione dell’Ecosistema digitale della sanità, per evitare che le trasformazioni e gli interventi in atto possano giungere senza tenere conto del punto di vista importante degli operatori sanitari e dell’impatto che modelli avanzati possano avere sui modelli organizzativi e fare in modo che l’innovazione possa decisamente essere messa a sistema utilizzando a pieno i fondi destinati dal PNRR.

Sin e telemedicina: che rapporto c’è?

Luigi Lavorgna

La nostra società si può considerare un paradigma per la digital health in Italia. Alla radice di questa considerazione, c’è innanzitutto il dato epidemiologico che molte malattie croniche hanno un esordio più o meno giovanile: ci siamo trovati a fare diagnosi ai millennial, che hanno tutta la loro vita negli smartphone. Se hanno un problema di salute, per loro non c’è niente di strano nel doverlo gestire con lo smartphone o con un device come un braccialetto: per loro è normale. La sclerosi multipla ha fatto da apripista da questo punto di vista, poi l’orizzonte si è allargato in tutte le direzioni.

Come avete fatto?

Applicando il metodo scientifico. Abbiamo prodotto, già da prima della pandemia, pubblicazioni in tema di salute digitale applicata alle patologie neurologiche. Il gruppo di studio sul digitale della Sin, di cui ancora per poco sono il coordinatore, visto l’imminente rinnovo delle cariche, è stato coraggioso: ha cominciato a fare scienza sulla salute digitale, pubblicando su riviste con impact factor anche alto quali sono le possibilità di applicazione della salute digitale nelle diverse aree neurologiche, dalle patologie neuromuscolari addirittura allo stroke, alla Sla. L’abbiamo fatto per la sclerosi multipla, da dove tutto nato, ma anche per le demenze e per l’epilessia. Abbiamo anteposto la scienza alla necessità clinica: se la scienza lo dice si può procedere a una traslazione nell’attività clinica, ma non il contrario.

Quali sono le potenzialità della telemedicina in neurologia?

Il 90% degli iscritti alla Sin desidererebbe avere strumenti di telemedicina, ma li ha solo il 30%

Il polso ufficiale, che è descritto in una nostra pubblicazione, è frutto di un’indagine che abbiamo condotto internamente agli oltre 3mila neurologi italiani che aderiscono alla Sin: il 90% ha espresso il desiderio di avere supporti digitali, piattaforme o device per la telemedicina o social network per comunicare con i pazienti. Ma li ha solo il 30%.

Cosa manca per colmare questo gap?

La rivoluzione culturale. La telemedicina non c’è ancora nella mente del legislatore e dei direttori generali, forse perché appartengono a un’altra generazione e se la son vista per così dire “cadere addosso” questa salute digitale. Molti di loro, seppur con fatica, la accettano e cercano di supportarla, ma il processo è lento e difficile.

Cosa serve quindi per la rivoluzione?

La rivoluzione deve avvenire con la partecipazione dei medici

Questa rivoluzione deve avvenire con la partecipazione dei medici, perché come in tutte le rivoluzioni sono le masse a fare la differenza. Se la maggior parte dei neurologi si arrabbia e dice “Non ce la faccio più, ho bisogno della telemedicina”, la rivoluzione avviene. Per esempio, come facciamo a seguire altrimenti i pazienti con malattie rare neurologiche? Poniamo che siano quattro pazienti in tutta Italia, in tre Regioni: se non ho la telemedicina, come posso curarli con i più moderni e contemporanei risultati della scienza?

In base all’indagine che avete condotto internamente alla Sin, quanto sono inclini i neurologi italiani a usare gli strumenti digitali?

L’obiettivo dello studio Digital work engagement among Italian neurologists (Digital work engagement tra i neurologi italiani) era indagare l’impegno nella sanità digitale dei neurologi italiani nel periodo 2020/2021, analizzando il loro atteggiamento nei confronti dell’uso del digitale e valutando i cambiamenti nella loro relazione con i pazienti con l’uso di questi strumenti. Tra i dispositivi digitali, pochi partecipanti hanno riferito di utilizzare il tablet per scopi professionali, mentre gli smartphone sono risultati maggiormente utilizzati: sono più portatili, ampiamente disponibili e racchiudono diverse funzioni utili per la pratica clinica.

Per quanto riguarda i dispositivi indossabili, solo pochi neurologi li avevano a disposizione nella loro clinica, anche se alcuni desideravano utilizzarli: questo significa che i dispositivi wearable non erano completamente accessibili per la pratica clinica tra i neurologi che erano inclini a usarli. Al contrario, solo una parte degli intervistati desiderava avere a disposizione questi dispositivi, il che riflette il dibattito aperto sulla superiorità della tecnologia indossabile rispetto agli esami neurologici di follow-up per il monitoraggio continuo e da remoto dei pazienti.

Quasi la metà dei partecipanti nel periodo considerato ha comunicato con i pazienti attraverso i social network. Il 69% è stato disponibile a interagire con i pazienti sui social media e in generale ha riferito che l’uso dei social media ha migliorato il rapporto con i pazienti. Tuttavia, solo pochi neurologi si sono dichiarati completamente a favore dell'”amicizia” sui social network con i pazienti; non a caso, una piattaforma come Facebook, basata principalmente sulla condivisione di contenuti, viene utilizzata soprattutto per motivi personali piuttosto che professionali. Al contrario, WhatsApp, che può essere utilizzata per condividere rapidamente messaggi con individui selezionati, è stata più utilizzata nelle attività cliniche. La preferenza per l’app di messaggistica può essere spiegata con questioni di privacy o anche considerando la necessità di un dispositivo più rapido per veicolare informazioni cliniche in una situazione caratterizzata da notevoli vincoli di tempo.

Tuttavia, nonostante la messaggistica istantanea sia spesso percepita come semplice, economica ed efficace, gli utenti generalmente non sono consapevoli dei potenziali problemi di riservatezza, consenso e sicurezza dei dati e le linee guida per l’utilizzo di tali canali di comunicazione per la telemedicina devono ancora essere definite. In Italia, le norme sul segreto medico non danno indicazioni specifiche sulla protezione e la condivisione delle informazioni sui pazienti sui social media o, più in generale, sulla comunicazione personale online.

Un ulteriore aspetto rilevante da considerare quando si usano i social media o WhatsApp è la sicurezza dei dati

Un ulteriore aspetto rilevante da considerare quando si usano i social media o WhatsApp è la sicurezza dei dati. I rischi di accesso alle informazioni private dei pazienti e altri problemi di sicurezza informatica, come malware, attacchi ransomware o violazioni del sistema, dovrebbero essere attentamente valutati nella scelta dei sistemi di telemedicina. Ciò potrebbe valere anche per l’uso diffuso delle e-mail per comunicare con i pazienti e condividere informazioni cliniche, che sono esposte al rischio di violazione dei dati. Piattaforme online specifiche, come Microsoft Teams, Zoom o Webex sono considerate più conformi alla condivisione di informazioni sensibili e il loro utilizzo potrebbe essere preso in considerazione dalle organizzazioni sanitarie, almeno negli Stati Uniti, dove sono conformi all’Health Insurance Portability and Accountability Act. Secondo uno studio italiano, dal 1° marzo 2020 al 21 maggio 2020 sono stati sviluppati 138 strumenti di telemedicina, tra cui app, sistemi di web-conferencing e piattaforme online.

L’uso di strumenti di telemedicina in neurologia in Italia è omogeneo?

Anche in Italia c’è una spiccata eterogeneità nell’uso della telemedicina per la gestione delle patologie neurologiche

In tutto il mondo ci sono significative differenze nell’uso e nelle normative della telemedicina e la qualità o la disponibilità del supporto tecnologico varia ampiamente a causa dell’elevato costo delle infrastrutture di telemedicina, che dipende dalle risorse economiche dei singoli paesi. Anche in Italia c’è una spiccata eterogeneità nell’uso della telemedicina per la gestione delle patologie neurologiche; in particolare durante l’attuale pandemia si è registrato un aumento della sua attuazione, ma, come già accennato, occorre compiere maggiori sforzi per dotare i neurologi del supporto tecnologico per le visite, aumentare la digitalizzazione dell’assistenza sanitaria, ridurre al minimo i dispositivi digitali necessari e superare altri limiti logistici, garantire la protezione e la riservatezza dei dati dei pazienti e regolamentare il rimborso.

La propensione all’uso dei social media nella comunicazione con i pazienti è associata all’età avanzata e alla provenienza da regioni al di fuori del Nord Italia

Per quanto riguarda le caratteristiche demografiche che possono influenzare la comunicazione con i pazienti con i social network, il nostro studio ha confermato quanto già evidenziato in una precedente indagine: la propensione all’uso dei social media nella comunicazione con i pazienti è associata all’età avanzata e alla provenienza da regioni al di fuori del Nord Italia, mentre il sesso non ha alcun ruolo. È noto che persistono alcune differenze culturali e comportamentali tra Nord e Sud Italia e che i cittadini del Sud sono propensi a una maggiore fiducia negli altri o a comportamenti pro-sociali. Questo potrebbe spiegare perché i neurologi del Nord sono meno propensi all’uso dei social media per comunicare con i pazienti, poiché di solito hanno atteggiamenti più distaccati.

telemedicina Sin

Per quanto riguarda il ruolo dell’età, i risultati possono apparire in contraddizione con la credenza comune secondo cui le generazioni più giovani sono ‘esperte di tecnologia’ e più propense all’uso delle tecnologie. Una possibile spiegazione potrebbe essere che i neurologi più giovani, soprattutto se neolaureati o ancora residenti, di solito non hanno un rapporto profondo con i loro pazienti. È anche possibile che i medici più giovani, che probabilmente hanno una maggiore conoscenza dei social media, siano più consapevoli dei rischi e dei limiti del loro utilizzo nelle attività professionali, essendo quindi meno inclini a comunicare attraverso di essi.

Per approfondire

Il distretto di domani: quali competenze e quali modelli?

Con la riforma dell’assistenza territoriale disegnata dai provvedimenti del PNRR e del DM 77 si sta definendo un nuovo modello organizzativo del SSN per una sanità più vicina alle persone e più attenta alle esigenze di cittadini e pazienti. Uno degli elementi centrali è il Distretto Socio Sanitario (DSS), che dovrà costituire il punto di riferimento per l’accesso a tutti i servizi del territorio, dalla Centrale Operativa Territoriale alle Case di Comunità, dalle Unità di continuità assistenziale agli Infermieri di Famiglia e Comunità, per coinvolgere tutti gli attori non solo a livello sanitario ma anche socio-assistenziale e di welfare.
La sfida è importante e gli obiettivi ambiziosi: a che punto siamo in questo percorso? Come stanno cambiando il ruolo e le funzioni del DSS, anche in relazione all’ampliamento dei compiti che gli vengono assegnati e del territorio di competenza? Quali nuove competenze si dovranno sviluppare e verso quali modelli stiamo andando?

Ne parliamo con:

  • Aldo Atzori
    Presidente CARD Sardegna, Direttore Distretto Socio-Sanitario ASL Carbonia
  • Emanuele Porazzi
    Direttore Healthcare Datascience Lab – HD LAB, LIUC Business School
  • Emanuele Vendramini
    Professore ordinario in economia aziendale, Università Cattolica del Sacro Cuore, Piacenza

Conduce:

  • Rossella IannoneRossella Iannone
    Direttrice responsabile TrendSanità

Tumori: ogni anno in Italia 895mila ricoveri, oltre 4 miliardi di euro per le ospedalizzazioni

Il Piano Oncologico Nazionale (PON) 2023-2027 è un documento ambizioso, come dimostra il consenso ricevuto in Conferenza Stato-Regioni. Però è troppo generico nella formulazione degli obiettivi e non prevede i necessari finanziamenti per la loro realizzazione. A fronte del riconoscimento della centralità dell’assistenza ai malati di cancro, le azioni concrete da mettere in campo non sono definite, rischiando così di “navigare a vista”. Gli aspetti più critici riguardano le Reti Oncologiche Regionali, ancora prive di risorse dedicate, non sono indicati gli strumenti per raggiungere la copertura prevista per gli screening per i tumori della mammella, del colon-retto e della cervice uterina, non vi è alcun riferimento alla qualità delle prestazioni chirurgiche in oncologia e l’ammodernamento del parco tecnologico non contempla le attrezzature per radioterapia. Non solo. Non vengono definiti i criteri per programmare la realizzazione di laboratori di biologia molecolare sul territorio nazionale e non sono previsti i necessari interventi urgenti di carattere normativo per la riabilitazione. La mancata definizione di questi aspetti rischia di compromettere la presa in carico dei pazienti e la loro qualità di vita, oltre ad aumentare i costi della malattia. Ogni anno infatti in Italia si registrano 895mila ricoveri per tumore, con una spesa annuale per i soli costi diretti ospedalieri pari a oltre 4 miliardi di euro, a cui si aggiungono 2,5 miliardi di uscite per le prestazioni assistenziali. Per questo FAVO (Federazione italiana delle Associazioni di Volontariato in Oncologia), insieme a tutte le Società scientifiche autrici del capitolo, chiede di istituire un tavolo di lavoro per la stesura di un regolamento attuativo, strutturato e definito, che nei diversi ambiti renda operativo il PON; di identificare e nominare un gruppo di coordinamento per la valutazione annuale degli indicatori e la loro puntuale pubblicazione e di definire gli strumenti operativi che, sulla base del monitoraggio e degli indicatori annuali, permettano di procedere con le necessarie e tempestive misure correttive. Le richieste sono contenute nel 15° Rapporto sulla condizione assistenziale dei malati oncologici, presentato oggi a Palazzo Madama, nell’ambito della XVIII Giornata nazionale del malato oncologico promossa da FAVO.  

“Per assicurare la realizzabilità e l’allineamento del nostro Piano a quello europeo, che si basa su 3 pilastri (Prevenire il prevedibile; Ottimizzare diagnosi e trattamento e Qualità di vita), è assolutamente indispensabile – spiega Francesco De Lorenzo, Presidente FAVO – l’immediata attivazione delle Reti Oncologiche Regionali e della Rete Nazionale dei Tumori Rari, conditio sine qua non per la presa in carico complessiva dei malati di cancro e per garantire loro la migliore qualità di vita possibile. Alla guarigione clinica spesso si accompagnano infatti disabilità, fisiche e psicosociali, recuperabili proprio attraverso programmi di riabilitazione. Ciò è necessario per restituire alla persona guarita una vita piena e soddisfacente, ma anche un dovere e una responsabilità collettiva per garantire un uso appropriato delle risorse”.

“Si pensi ai vantaggi di reintegrare una persona guarita nel mondo del lavoro: il ritorno alla vita attiva si traduce in un risparmio di spesa previdenziale, al contempo contribuendo a dare sostanza alla condizione di guarito – continua Elisabetta Iannelli, Segretario FAVO -. I tumori rappresentano la causa principale del riconoscimento degli assegni di invalidità e delle pensioni di inabilità, con un trend in costante crescita negli ultimi anni. Le insufficienze del sistema sul piano della riabilitazione sono state riconosciute anche dall’Unione Europea, che ha messo in campo azioni correttive di grande rilevanza. Anche l’Italia deve adottare i provvedimenti normativi necessari perché sia riconosciuto il diritto alla riabilitazione oncologica, definendo percorsi specifici in funzione di ciascuna patologia e assicurandone l’accesso attraverso il riconoscimento nei Livelli Essenziali di Assistenza”.

“Il Piano Europeo di lotta contro il cancro, presentato dalla Commissione Europea, riporta per il 2020 nei Paesi dell’Unione Europea 2,7 milioni diagnosi di cancro e 1,3 milioni di morti per questa patologia, stimando, in assenza di interventi strategici, un ulteriore aumento della mortalità di oltre il 24% entro il 2035. Anche in Italia in questa prospettiva risulta indispensabile programmare nell’ambito del nostro SSN una strategia di controllo della malattia cancro, con iniziative e obiettivi definiti e soprattutto attuabili. Questo può essere l’obiettivo della sanità pubblica per un adeguato controllo del cancro in tutte le fasi della malattia. In una strategia e programmazione sanitaria finalizzata a garantire l’effettiva realizzabilità del PON, è indispensabile integrare l’enunciazione tecnico-scientifica con aspetti più direttamente correlabili alla operatività ed alla efficacia degli interventi. Da un punto di vista di impostazione generale occorre sottolineare che alcuni temi più di carattere strategico richiedono un necessario allineamento con il Piano Europeo, come indicazioni di pianificazione e programmazione specifica in termini di rilevazione del fabbisogno, indicazioni specifiche delle risorse da investire o quantomeno degli standard di riferimento. È indispensabile per la sanità pubblica intervenire in aree con ricadute sui sistemi sanitari regionali, come l’implementazione degli screening oncologici con obiettivi regionali e trend temporali di crescita, la riqualificazione delle cure intermedie e dell’assistenza domiciliare, l’assistenza psicologica e la riabilitazione oncologica. Inoltre, è necessario prevedere interventi operativi a livello delle aziende sanitarie erogatrici che intervengano in merito ai tempi previsti, agli indicatori di monitoraggio, all’appropriatezza dei setting in base al percorso di cura del paziente oncologico e onco-ematologico, valorizzando da un lato la medicina di prossimità e dall’altro il ruolo dei centri di eccellenza, e l’accesso alla innovazione scientifica e alla ricerca”, illustra Carmine Pinto, Presidente FICOG (Federation of Italian Cooperative Oncology Groups).

Una riduzione del 6-8% della mortalità per tumore determinerebbe in Italia 10.000-14.000 decessi in meno ogni anno. “Questo può essere l’obiettivo della sanità pubblica per un’adeguata strategia di controllo del cancro, che comprenda tutte le fasi, dalla prevenzione primaria e sensibilizzazione dei cittadini, allo screening, alla diagnostica fino all’equità di accesso alle cure migliori sull’intero territorio – afferma Saverio Cinieri, Presidente AIOM (Associazione Italiana di Oncologia Medica) -. Nel PON viene dato molto risalto alle Reti Oncologiche Regionali, però non viene fatto cenno al Coordinamento Generale delle Reti Oncologiche, previsto nel Documento adottato dalla Conferenza Stato-Regioni il 17 aprile 2019. Inoltre, perché le Reti Oncologiche Regionali raggiungano una reale efficienza, sono necessarie risorse dedicate che non vengono stabilite dal PON, partendo da una valutazione dei bisogni e con una diretta autonomia di spesa. Elemento centrale delle Reti Oncologiche Regionali sono i Percorsi Diagnostico Terapeutici Assistenziali, ma anche in questo caso mancano indicazioni sui finanziamenti indispensabili per coprire le figure necessarie, quali clinical study coordinator, psicologi, nutrizionisti, fisiatri, assistenti sociali, professionalità che oggi mancano quasi ovunque”.

“Nel PON non viene menzionata la qualità delle prestazioni chirurgiche in oncologia – evidenzia Alfredo Garofalo, Presidente emerito SICO (Società Italiana di Chirurgia Oncologica) -. Nei tumori solidi spesso la chirurgia rappresenta il primo approccio alla malattia e un intervento inadeguato può influenzare tutte le fasi successive della strategia terapeutica integrata. L’individuazione di centri ad alto volume di attività chirurgica per patologie oncologiche è un passaggio obbligato per assicurare ai pazienti una qualità delle prestazioni che consenta l’approccio alla malattia più moderno ed efficace. Per il riconoscimento delle unità operative ‘ad alta specialità in chirurgia oncologica’, i centri dovrebbero certificare i volumi minimi di attività degli ultimi tre o cinque anni ed essere dotati di caratteristiche organizzative per garantire alti livelli di efficienza e qualità”.

“L’oncologia di precisione, una delle più rilevanti innovazioni che sta modificando la prognosi dei pazienti, richiede una caratterizzazione bio-molecolare dei tumori, per ottimizzare i risultati delle terapie in termini di efficacia e di risparmio di tossicità – sottolinea Nicola Normanno, Past President SIC (Società Italiana di Cancerologia) e Presidente di IQN Path (International Quality Network for Pathology) -. Nel PON mancano riferimenti per sviluppare una governance a livello nazionale e regionale per i laboratori di biologia molecolare e, in particolare, per l’esecuzione dei test di sequenziamento genico di nuova generazione. È indispensabile definire criteri stringenti per la realizzazione di laboratori di biologia molecolare nell’ambito delle Reti Oncologiche Regionali, che considerino volumi di popolazione, logistica, qualità dei test e piattaforme informatiche. Infine, devono essere organizzati percorsi di collegamento tra le Reti Oncologiche e le attività di ricerca clinica, per favorire l’accesso dei pazienti oncologici alle nuove terapie”.

“Il PON non prevede un piano di aggiornamento del parco tecnologico per la radioterapia, che invece necessita di tecnologie e risorse umane in grado di offrire cure adeguate in tutto il Paese, nel rispetto del principio di equità e per contenere le migrazioni sanitarie che incidono pesantemente sui pazienti e sui caregiver – afferma Cinzia Iotti, Presidente AIRO (Associazione Italiana Radioterapia e Oncologia clinica) -. Nel PON non è definito cosa si intenda per innovazione né si fa cenno ad un piano di investimento che tenga conto dei bisogni del territorio e del contesto in cui le attrezzature più innovative dovrebbero essere collocate. Vi è inoltre la necessità di costituire il circuito delle reti radioterapiche regionali, in grado di monitorare i fabbisogni e l’appropriata distribuzione delle risorse tecnologiche e professionali”.

“Le persone che vivono dopo una diagnosi di tumore in Italia stanno rapidamente aumentando: dai 2 milioni e mezzo del 2006, il loro numero ha superato, nel 2020, i 3,6 milioni. Quasi un terzo, circa un milione di cittadini, può considerarsi guarito – afferma Giordano Beretta, Presidente Fondazione AIOM -. Le linee strategiche, con riferimento alla realizzazione di interventi specifici per la tutela ed il reinserimento lavorativo dei pazienti, dei guariti e dei caregiver risultano ancora generiche. Nel Piano Oncologico non si interviene sulla necessità di promuovere e sostenere l’approvazione da parte del Parlamento di normative a tutela del lavoro per malati e caregiver e sulla richiesta di una legge sul diritto all’oblio oncologico, per la quale Fondazione AIOM ha promosso una petizione nazionale, che ha già raccolto circa 106mila firme”.

“Il nuovo scenario impone lo sviluppo e un utilizzo sempre maggiore di appropriati strumenti di programmazione e valutazione economica. Riuscire a disegnare percorsi assistenziali e di accesso alle cure tempestive (accompagnati da una puntuale stratificazione dei pazienti) permette una riduzione tanto dei costi diretti quanto dei costi relativi alla spesa previdenziale, senza dimenticare l’obiettivo fondamentale che è rappresentato dal miglioramento dello stato di salute dei pazienti. Un nostro studio recente (EEHTA CEIS Università Tor Vergata) è stato in grado di stimare una spesa annuale per i soli costi diretti ospedalieri pari a oltre 4 miliardi di euro, cui si aggiungono 2,5 miliardi di costi indiretti a carico del sistema previdenziale (spesa assistenziale). L’analisi della mobilità sottolinea ulteriormente la necessità di uno sforzo per appianare le differenze regionali in termini di offerta ospedaliera, prevenzione e medicina territoriale. È necessario che la spesa per programmi di prevenzione e screening torni ai livelli pre pandemia e li superi. L’incremento, infatti, dei costi per l’effettuazione di queste procedure viene comunque largamente compensato da una più efficiente allocazione delle risorse e, soprattutto, da una importante ed evidente riduzione dei costi, sia diretti che indiretti, nel medio-lungo periodo grazie ad una presa in carico precoce seguita da trattamenti efficaci”, spiega Francesco Saverio Mennini, Direttore EEHTA-CEIS, Università degli Studi di Roma ‘Tor Vergata’ e presidente SiHTA.

“FAVO è nata nel 2003 – conclude Francesco De Lorenzo -. In venti anni di attività, in sinergia con le Istituzioni e le società scientifiche, FAVO ha raggiunto traguardi importanti. Ricordiamo, tra gli altri, il diritto dei malati oncologici di poter continuare a lavorare, nel pubblico e nel privato, attraverso la trasformazione, reversibile, del tempo pieno in part-time, la riduzione da un anno a 30 giorni del tempo necessario per ottenere il riconoscimento della disabilità oncologica, il formale riconoscimento del ruolo delle associazioni dei pazienti nelle Reti Oncologiche regionali a tutti i livelli e il necessario coinvolgimento degli advocacy patient nella attività di ricerca. Questi risultati rappresentano una vera e propria rivoluzione del modo di concepire la malattia oncologica. FAVO ha cambiato la vita dei malati e dei guariti, agendo sulle Istituzioni, sulle organizzazioni professionali e sulle società scientifiche ma, soprattutto, sulla cultura, per cambiarla, dando un contributo determinante al superamento dello stigma ‘cancro uguale morte’. La sfida per il futuro sarà consolidare questi risultati”.

In Italia cala la mortalità materna, -24,5% tra il 2011 e il 2019

Sono state presentate oggi, durante il convegno organizzato dall’Italian Obstetric Surveillance System (ItOSS), le prime stime nazionali della mortalità materna, che risulta diminuita da 11 a 8,3 decessi ogni 100.000 nati vivi nel periodo 2011-2019.

“Si tratta – sottolinea Serena Donati, che dirige il Reparto Salute della donna e dell’età evolutiva dell’Istituto Superiore di Sanità ­ di una riduzione statisticamente significativa del rapporto di mortalità materna, che testimonia il grande investimento del Paese nel miglioramento della qualità dell’assistenza alla nascita. Il dato presenta tuttavia una forte variabilità per area geografica, sottolineano i ricercatori, con un gradiente Nord-Sud a sfavore del Mezzogiorno. La stima è infatti pari a 7,7/100.000 al Nord, 5,9/100.000 al Centro e 10,5/100.000 al Sud. Sul totale dei decessi entro 42 giorni dall’esito della gravidanza, la maggioranza (55,1%) ha riguardato morti dirette, ossia quelle dovute a complicanze ostetriche. Tra queste l’emorragia ostetrica figura al primo posto per frequenza (37,1%), seguita dalla sepsi (13,9%), dai disordini ipertensivi della gravidanza (13,4%) e dalla trombo-embolia (11,9%). L’analisi ha permesso di descrivere anche le cause indirette di morte materna, ovvero quelle secondarie a patologie preesistenti complicate dalla gravidanza. Tra queste, la patologia cardiaca è la prima per frequenza (28,8%), seguita dalla sepsi e dal suicidio materno, entrambe pari al 15,9% del totale dei decessi.

Il convegno

Dal 2017, la sorveglianza è stata inclusa nel DPCM su Registri e Sorveglianze di interesse nazionale e quest’anno raggiungerà la copertura nazionale. Dal 2012, ItOSS fa parte dell’International Network of Obstetric Survey System (INOSS), che raccoglie dati a livello internazionale per studiare la mortalità e le gravi complicazioni materne in gravidanza e al parto.

Il convegno ha visto la partecipazione di tre ospiti internazionali, tra cui la Prof.ssa Jennifer Zeitlin dell’Institut National de la Santé Et de la Recherche Médicale (INSERM) di Parigi, che ha illustrato l’andamento dei tagli cesarei in Europa dal 2015 al 2019 in base ai recenti risultati del quinto rapporto EURO-PERISTAT. Nel 2019 il tasso mediano di cesarei in 28 Paesi europei era pari al 26,0%, con un range compreso tra il 16,4% della Norvegia e il 53,1% di Cipro. L’Italia, passando dal 35,0% del 2015 al 33,0% del 2019, fa parte della metà dei Paesi in cui si è registrato un andamento decrescente.

La Dott.ssa Hilde Engjom dell’Istituto di Salute Pubblica Norvegese ha presentato una metanalisi dei risultati dei progetti sull’infezione da SARS-CoV-2 in gravidanza realizzati in 10 Paesi europei aderenti alla rete INOSS.  La Prof.ssa Marian Knight dell’Università di Oxford, responsabile della sorveglianza Mothers and Babies: Reducing Risk through Audits and Confidential Enquiries across the UK (MMBRACE-UK) ha approfondito il tema della patologia cardiaca in gravidanza, quale prima causa di morte indiretta nei Paesi ad avanzato sviluppo economico tra cui l’Italia.

I dati sulla mortalità materna

L’analisi dei 187 casi di morte materna, presi in esame dagli esperti regionali e nazionali che ogni anno effettuano le indagini confidenziali, ne ha delineato i principali fattori di rischio, che includono l’età materna pari o superiore ai 35 anni, il livello di istruzione pari o inferiore alla scuola media inferiore, la cittadinanza non italiana, l’obesità e il concepimento mediante tecniche di riproduzione assistita. La proporzione di morti definite come “evitabili” è risultata pari al 41% del totale, leggermente inferiore rispetto all’ultima rilevazione e in linea con quanto riportato in altri Paesi dotati di un sistema di sorveglianza avanzato.

Oltre alla riduzione della mortalità materna a livello nazionale, ItOSS ha documentato anche una riduzione significativa delle morti materne dovute a complicazioni emorragiche nelle 6 regioni (Piemonte, Emilia-Romagna, Toscana, Lazio, Campania e Sicilia) che, fin dall’inizio alla sorveglianza, hanno aderito e partecipato alle attività di ricerca e aggiornamento progettate per raggiungere questo risultato. Il numero di decessi per cause emorragiche nelle 6 regioni è infatti passato da 2,49 a 0,77 ogni 100.000 nati vivi. “Tale valore – spiega Donati – dimostra che le attività di ricerca e aggiornamento professionale, coordinate da ItOSS e sostenute dalla comunità scientifica nel Paese, sono in grado di ridurre le morti evitabili”.

La nascita durante la pandemia da COVID-19, minori esiti negativi con misure più rigide

Durante il convegno sono stati presentati i dati di uno studio internazionale coordinato da INOSS (che da quest’anno sarà presieduto dall’Italia) in 8 Paesi europei durante i primi 10 mesi della pandemia da COVID-19. L’incidenza di ospedalizzazione per COVID-19 è risultata pari a 0,77 per 1.000 gravidanze, con un range compreso tra nessuna ospedalizzazione in Islanda a 1,9/1.000 nel Regno Unito (0,88/1.000 in Italia). Un risultato originale dello studio riguarda l’impatto che le diverse misure di contenimento della circolazione del virus adottate nei Paesi partecipanti sembrano aver avuto sul rischio di ricovero per COVID in gravidanza. I Paesi che hanno applicato misure più rigide, come l’Italia, hanno registrato minori esiti negativi in gravidanza rispetto a quanto accaduto in contesti come quello svedese, in cui sono state adottate misure meno restrittive per la popolazione. L’Italia ha potuto contribuire a questo progetto grazie allo studio prospettico nazionale coordinato da ItOSS sin dai primi giorni di diffusione del SARS-CoV-2 nel Paese.

Sono state arruolate oltre 11.000 donne in gravidanza positive al virus che si sono rivolte ai presidi sanitari e, durante il convegno, sono stati presentati i dati relativi alla qualità dell’assistenza offerta alla nascita. Specie nel Sud del Paese, molte di loro hanno dovuto rinunciare ad avere una persona di fiducia in sala parto (in Italia, in media, solo il 37,5% delle donne ha avuto questa opportunità) e sono state separate dai propri bambini alla nascita, spesso senza poter praticare il contatto pelle a pelle. In media, l’81,1% dei bambini nati da parti vaginali e il 56,4% di quelli nati con cesareo ha potuto condividere la stanza con la mamma durante il ricovero; l’88,0% dei nati per via vaginale e il 71,9% di quelli nati con cesareo è stato alimentato con latte materno.

Il progetto ItOSS ha previsto anche la raccolta di campioni biologici delle donne con test positivo in gravidanza, permettendo lo studio della trasmissione materno-fetale del virus e la risposta anticorpale materna all’infezione da SARS-CoV-2. La trasmissione del virus al feto in gravidanza è stata confermata come un evento eccezionale, mentre la presenza di anticorpi è stata riscontrata nel 45,2% dei campioni di sangue prelevati da oltre 400 mamme durante la gravidanza e nel 39,7% di quelli prelevati da oltre 500 mamme al momento del parto. I dati raccolti tra gennaio e maggio 2022, durante la circolazione della variante Omicron, hanno permesso di rilevare anche lo stato vaccinale delle donne arruolate nel progetto. Tra le donne per le quali tale informazione era disponibile, il 55,0% aveva ricevuto almeno una dose di vaccino, condizione più frequente tra le meno giovani e le più istruite. In linea con la letteratura internazionale, le donne vaccinate rispetto alle non vaccinate hanno avuto una riduzione significativa sia dei sintomi da infezione da SARS-CoV-2 che della frequenza di polmonite e malattia grave da COVID-19. 

Le novità della rete ItOSS per il dopo pandemia

Il Reparto Salute della Donna e dell’Età Evolutiva del Centro Nazionale per la Prevenzione delle Malattie e la Promozione della Salute (CNaPPS) dell’Istituto Superiore di Sanità, in collaborazione con le Regioni, coordina attività di sorveglianza e ricerca di salute pubblica in ambito ostetrico e perinatale per offrire a decisori, professionisti sanitari e cittadini evidenze utili al miglioramento della qualità dell’assistenza alla nascita nel Paese. ItOSS ha costruito una rete capillare di referenti clinici nei presidi sanitari che in Italia assistono le donne in gravidanza e al parto. L’obiettivo è garantire che ogni morte materna venga segnalata e sia oggetto di un rigoroso e accurato processo di revisione critica, per definirne le cause e valutarne l’evitabilità.

A gennaio 2024 ItOSS avvierà un nuovo progetto sui near miss ostetrici, ovvero quelle condizioni di grave morbosità materna che portano la donna quasi alla morte e che ci consentono di raccogliere dati preziosi in tempi notevolmente più rapidi rispetto alla sorveglianza della mortalità materna che, fortunatamente, raccoglie ormai meno di 35 casi annui in Italia. Il progetto includerà tutte le regioni e prenderà in esame: la cardiomiopatia, che è la patologia cardiaca responsabile del maggior numero di morti materne indirette in Italia; l’embolia polmonare, che è tra le prime cause di morte materna diretta e finora non è mai stata inclusa in un progetto ItOSS; i casi che richiedono un secondo intervento chirurgico dopo un taglio cesareo o un parto vaginale; e l’isterectomia, ossia l’asportazione chirurgica dell’utero a seguito di emorragia ostetrica. Quest’ultima condizione sarà contemporaneamente studiata anche nei Paesi del network INOSS, configurando il più ampio studio prospettico di popolazione mai realizzato a livello internazionale su questa condizione di grave morbosità materna.

Consulta i dati divisi per Regioni

Enpam, maltempo: aiuti a medici e odontoiatri colpiti

L’Enpam, l’ente previdenziale di medici e odontoiatri, manifesta vicinanza nei confronti della popolazione colpita dal disastro in Emilia-Romagna e nelle Marche e annuncia contributi economici per ripristinare gli studi medici e odontoiatrici danneggiati dall’alluvione.

L’ente di previdenza e assistenza potrà contribuire per i danni ai beni immobili (studio o prima casa) o mobili (come ad esempio automezzi, computer o attrezzature) appartenenti a medici e odontoiatri. Per i sanitari che svolgono la libera professione sono previsti aiuti aggiuntivi.

“Staremo accanto ai colleghi sia per quanto riguarda i danni alle loro abitazioni sia per le spese necessarie a rendere di nuovo accessibili ai cittadini i loro studi privati o convenzionati” dice il presidente dell’Enpam Alberto Oliveti, che esprime “a tutti i cittadini delle aree colpite la solidarietà dell’ente dei medici e dei dentisti”.

Le domande di aiuto economico, complete della documentazione richiesta, potranno essere presentate tramite gli Ordini provinciali dei medici e degli odontoiatri appena verrà proclamato formalmente lo stato di calamità per le aree colpite. Avranno diritto ad aiuti anche i pensionati Enpam e gli eventuali familiari superstiti. Per ulteriori informazioni è possibile consultare il sito www.enpam.it.

Scotti (Fimmg): “Solidarietà a popolazioni colpite da alluvione, subito contributi per ritorno a normalità”

“La Fimmg esprime massima vicinanza e solidarietà alle popolazioni di Emilia-Romagna e Marche colpite dalle alluvioni. Anche in queste ore drammatiche, i medici di medicina generale sono al fianco dei cittadini e, dove possibile, restano in prima linea vicini agli assistiti che hanno bisogno di cure e assistenza”. Lo dice in una nota Silvestro Scotti, segretario generale Federazione italiana dei medici di famiglia (Fimmg).

“Mi unisco alle parole del presidente dell’Enpam Alberto Oliveti e ricordo la possibilità di ottenere un contributo per chi ha avuto danni allo studio, alla prima casa, ai computer o alle attrezzature. Un sostegno importante che potrà essere richiesto non appena sarà formalmente proclamato lo stato di calamità per le aree colpite”, aggiunge Scotti, che conclude: “L’auspicio di tutta la Federazione dei medici di medicina generale è che questi interventi consentano di tornare il più presto possibile alla normalità, per i colleghi che in queste ore stanno vivendo momenti difficili, e per i tanti pazienti che hanno bisogno di essere presi in carico”.

Anelli (Fnomceo): “Grazie ai medici e agli operatori. Vicinanza alle popolazioni colpite”

“Vicinanza a tutte le popolazioni dell’Emilia-Romagna e delle Marche colpite dall’alluvione. Un grazie di cuore a tutti i medici e gli operatori sanitari che, ognuno per il proprio ruolo e per le proprie competenze, si sono messi prontamente al servizio dei cittadini e dei sistemi sanitari”. Così, in una nota, il Presidente della Fnomceo, la Federazione nazionale degli Ordini dei Medici, Filippo Anelli.

“Un grazie – specifica Anelli – ai medici degli ospedali, ai colleghi dell’emergenza – urgenza territoriale e ospedaliera, ai medici di medicina generale che, in questi giorni, non si sono fermati un momento, facendo fronte a ogni difficoltà di carattere organizzativo. Un grazie a tutti i colleghi che hanno sfidato le condizioni avverse del meteo e della viabilità pur di raggiungere il loro posto di lavoro. Un grazie a tutti i medici che si sono messi a disposizione delle autorità, ottemperando ai dettami dell’articolo 9 del Codice deontologico”.

“Un ringraziamento particolare all’Enpam – continua – che si è messo subito a disposizione, prevedendo aiuti per i colleghi liberi professionisti e convenzionati colpiti. E gratitudine anche per i componenti della nostra Consulta deontologica e del board, che nel processo di revisione del Codice stanno tenendo in debita considerazione la salute dell’ambiente e un approccio one-health alle politiche sanitarie, per prevenire tragedie di questo calibro”.

“Il primo pensiero – conclude – è per le persone colpite, per le famiglie che hanno perso un proprio caro, per coloro che hanno avuto danni e perdite di ogni tipo. È accanto a loro che i medici, i professionisti della salute, vogliono stare, perché non si sentano mai soli, mai abbandonati, ma, nel tendere la mano, trovino sempre le loro, le nostre, ad accoglierli”.