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Convenzione fra Ministeri e fondazione Human Technopole: deliberate le Piattaforme Nazionali

Il Consiglio di Sorveglianza della Fondazione Human Technopole ha deliberato la realizzazione di cinque Piattaforme Nazionali, intese come facility infrastrutturali ad alto impatto tecnologico, a disposizione della comunità nazionale di ricerca.

Come previsto dalla Convenzione stipulata ai sensi della legge 160/2019 tra il Ministero dell’Economia e delle Finanze, il Ministero della Salute, il Ministero dell’Università e della Ricerca e la Fondazione Human Technopole, la delibera è avvenuta a seguito di un processo di consultazione pubblica in due fasi.

La prima fase di consultazione ha coinvolto rappresentanti di università, ospedali di ricerca, enti pubblici di ricerca, industria, regioni, parti sociali ed enti del terzo settore che conducono o finanziano la ricerca nelle scienze della vita. I risultati raccolti durante la prima fase sono stati successivamente, nella consultazione di secondo livello, sottoposti alla comunità scientifica italiana per raccogliere commenti e opinioni. 

Le Piattaforme Nazionali identificate sono le seguenti:

  • Piattaforma Nazionale di Genomica
  • Piattaforma Nazionale di Editing Genomico
  • Piattaforma Nazionale di Biologia Strutturale
  • Piattaforma Nazionale di Microscopia Ottica
  • Piattaforma Nazionale per la Gestione e l’Analisi dei Dati.

Come previsto dalla Convenzione, è attualmente in corso la formulazione, da parte dei Ministeri dell’Università e Ricerca e della Salute, dell’avviso pubblico per la raccolta  delle candidature di scienziati con alta qualificazione, senza affiliazione o incarichi in essere con Fondazione HT, università, IRCCS ed enti pubblici di ricerca italiani, interessati a far parte della Commissione Indipendente di Valutazione Permanente (CIVP) incaricata di valutare le richieste di accesso alle Piattaforme Nazionali.

Dispositivi medici wireless: un Osservatorio per la cybersicurezza

I dispositivi medici, a partire dagli apparati diagnostici ospedalieri fino ai sistemi elettronici indossabili e a quelli impiantabili nel nostro corpo, costituiscono un imprescindibile strumento per la cura e la salute della persona, sia in ambiente ospedaliero sia in quello domestico. La loro rapida evoluzione li ha portati a incrociare le traiettorie delle tecnologie wireless e dei sistemi di Intelligenza Artificiale: se da un lato questo ha permesso di realizzare strumenti sempre più all’avanguardia per la salute dei pazienti, dall’altra moltiplica l’eventualità di possibili rischi per la sicurezza informatica e fisica dei dispositivi, rischi legati proprio alla varietà delle interazioni con l’esterno che questi strumenti rendono possibile. I sistemi wireless, cioè, vanno collegati a una rete: una finestra che va presidiata.

Nell’ambito delle attività di ricerca svolte in collaborazione con il Centro di Competenza Cyber 4.0, l’Università di Roma “Tor Vergata” ha realizzato l’Osservatorio Cyber4Health, una piattaforma per la sicurezza informatica dei dispositivi medici, tra le prime al mondo nel suo genere, finalizzata a fornire una base di conoscenze tecniche e legislative sulla vulnerabilità dei dispositivi medici, soprattutto wireless, rispetto a eventuali attacchi informatici ed elettromagnetici. Cyber4Health si rivolge in particolare a sviluppatori tecnologici, integratori di sistemi, gestori di servizi, ospedali ma anche ai pazienti.

L’Osservatorio vuole stimolare una cultura di “Cyber-Physical Security by Design”

L’Osservatorio vuole stimolare una cultura di “Cyber-Physical Security by Design” che, partendo dalla conoscenza delle problematiche già accertate o plausibili, possa mitigare i rischi già nella fase di definizione del dispositivo medicale. La piattaforma è stata presentata la scorsa settimana in un workshop durante il quale sono stati illustrati anche i primi risultati ottenuti con una dimostrazione dal vivo dell’uso del sito. Sono intervenuti, tra gli altri, il rettore dell’Università di Roma “Tor Vergata” Nathan Levialdi Ghiron, il prorettore al Trasferimento Tecnologico dell’Università di Roma “Tor Vergata”, Vincenzo Tagliaferri, il presidente di Cyber 4.0, Università La Sapienza di Roma, Leonardo Querzoni.

“Possiamo distinguere due tipi di security, la Cybersecurity, che riguarda la protezione nei confronti di attacchi di natura software e la Sicurezza Fisica, che riguarda la protezione nei confronti dell’hardware, la parte elettronica dei dispositivi medici”, ha specificato sin da subito Francesca Nanni, dottoranda in Ingegneria medica all’Università di Roma “Tor Vergata” che ha lavorato alla realizzazione dell’Osservatorio Cyber4Health.

Paolo Abundo del Policlinico Tor Vergata, Responsabile del servizio di Ingegneria Medica, ha elencato i potenziali rischi per la sanità: le interruzioni possono comportare chiusura di intere unità operative, furto di dati sensibili, blocco del servizio sanitario anche per diversi giorni, possibile danneggiamento di dispositivi medici ed elevati rischi per la sicurezza del paziente.

Metodo CVSS, un punteggio di vulnerabilità

“La piattaforma, il cuore dell’Osservatorio, è stata realizzata anche con la collaborazione del Laboratorio  di Elettromagnetismo Pervasivo di “Tor Vergata” della Macroarea di Ingegneria. Se da un alto intende offrire un servizio non solo alle aziende ma a tutti coloro che si occupano dello sviluppo, della certificazione, della manutenzione e della messa in commercio riguardo alle attuali vulnerabilità, dall’altro ha l’obiettivo di innalzare il livello di consapevolezza dell’utente finale, ovvero medici e pazienti”, ha affermato Francesco Lestini, dottorando in ingegneria medica a “Tor Vergata” che ha lavorato alla realizzazione della piattaforma. Tutto questo, ha precisato, perché quando un dispositivo medico subisce un attacco alla sicurezza, un problema di sicurezza cyber diventa un problema di salute.

Split, 280618. Na FESB-u se odrzava Treca medjunarodna multidisciplinarna konferencija o pametnim i odrzivim tehnologijama. Predavanje je odrzao i Gaetano Marrocco. Foto: Jakov Prkic / CROPIX

L’Osservatorio raccoglie dati sui dispositivi esistenti nel settore medicale proveniente, al momento, da organizzazioni governative e articoli scientifici e fornisce in tempo reale il numero delle vulnerabilità dei dispositivi medici e degli attacchi informatici rilevati, assegnando ai sistemi utilizzati un punteggio di vulnerabilità, “Common Vulnerability Scoring System (CVSS)”:”un metodo che non misura il rischio ma la gravità delle vulnerabilità scoperte, con la possibilità per industrie, organizzazioni e governi di definire delle priorità per le attività di risoluzione di tali vulnerabilità”, ha spiegato Gaetano Marrocco, professore ordinario di Campi Elettromagnetici, Università di Roma “Tor Vergata” e coordinatore del corso di studi in Ingegneria Medica, Dipartimento di Ingegneria Civile e Ingegneria Informatica, che ha organizzato il workshop e moderato l’evento.

La piattaforma classifica i dispositivi rispetto ad alcuni campi individuati dai ricercatori di “Tor Vergata: in base al distretto corporeo di applicazione (stomaco, cuore, etc), alla tipologia di dispositivi (pacemaker, risonanza magnetica, rete ospedaliera, ecc.), al tipo di attacco cyber (eavesdropping, sniffing, accesso non autorizzato…), alla tipologia generica del dispositivo (impiantato, wearable, smartwatch, dispositivi ospedalieri), all’anno della vulnerabilità, al tipo di vulnerabilità (cyber o fisica), ma soprattutto sulla base della gravità della vulnerabilità (CVSS) e sulla classe di rischio, sono quattro le classi dal punto di vista della sicurezza del paziente.

Attacchi informatici: dai sistemi informativi ospedalieri ai pacemaker

“Ho chiesto di scrivere a ChatGPT un comunicato stampa apocalittico datato 17 maggio 2028”. Ha aperto così il suo intervento il professor Giuseppe Bianchi, ordinario di Telecomunicazioni a “Tor Vergata”. “Lo scenario descritto dall’Intelligenza Artificiale riguardo a probabili attacchi informatici dei dispostivi medici, seppur realistico, probabilmente non si verificherà perché l’attaccante, che in genere agisce per soldi o per distruggere infrastrutture critiche durante, ad esempio, conflitti bellici, sembra avere altri obiettivi rispetto a quello costituito dalla salute dell’individuo. Quello che però potrebbe succedere – continua Bianchi – è l’evoluzione dei ransomware, predetto già una decina di anni fa. Nel momento in cui passiamo all’Internet delle Cose (IoT) il rischio è che gli attacchi ransomware, che oggi colpiscono i dati, possano bloccare invece gli oggetti e quindi l’attaccante possa chiedere un riscatto semplicemente per sbloccare una lavatrice, il frigorifero oppure un dispositivo medico“. Cosa fare quindi? Serve unire le competenze medicali con quelle “cyber”, ha affermato. Cosa non facile.

In campo medico, le disfunzioni causate oggi ai sistemi informativi degli ospedali, spesso oggetto di attacchi informatici con richieste di riscatto, potrebbero però affliggere in un futuro non lontanissimo anche neuro-stimolatori, pacemaker, pompe di insulina e defribillatori, con conseguenze ben più dannose per la privacy e la salute del paziente. “Il tema della sicurezza cyber-fisica dei dispositivi medici assume una significativa rilevanza per produttori, ospedali e pazienti soprattutto nell’attuale e futuro scenario di crescente interconnessione”, sottolinea il professor Marrocco. “Inoltre, i dispositivi medici del futuro saranno sempre più biointegrati, pensiamo all’utilizzo di protesi sensorizzate, e questo moltiplicherà la numerosità dei dispositivi medici impiegati”.

Diffondere una cultura di cyber sicurezza by design

L’Osservatorio vuole stimolare una cultura di “Cyber-Physical Security by Design” che, partendo dalla conoscenza delle problematiche già accertate o plausibili, possa mitigare i rischi già nella fase di definizione del dispositivo medicale e della catena di valore da esso abilitata. Il workshop ha fornito un punto di vista multidisciplinare sulla tematica emergente della cybersicurezza in ambito medico grazie alla partecipazione di relatori e relatrici del mondo scientifico, regolatorio, legislativo e industriale: uno scenario che ben rappresenta la complessità dello stato dell’arte e le tante sfide ancora aperte.

A illustrare il quadro normativo europeo – a partire da Regolamento UE 2017/745, MDCG 2019-16 Guidance on Cybersecurity for medical devices e indicazioni dell’International Medical Device Regulators Forum – e nazionale è stata Lucia R. Quitadamo del Ministero della Salute, Ufficio Sperimentazioni Cliniche, Direzione generale dei Dispositivi Medici e del Servizio Farmaceutico. “Le vulnerabilità da cybersecurity derivano dalla presenza di software all’interno di un dispositivo medico – ha infine sintetizzato -. Per gestire la natura dinamica del rischio da cybersecurity, il fabbricante deve applicare la gestione del rischio per tutto il ciclo di vita del prodotto. Il rischio deve essere valutato e mitigato nella progettazione, produzione, testing (fase pre-market) e durante il monitoraggio post-market. La gestione del rischio da cybersecurity deve coinvolgere tutti gli stakeholder che intervengono nelle varie fasi di vita di un dispositivo medico“.

Samuela Persia dell’Agenzia per la Cybersicurezza Nazionale ha sottolineato come sia necessario avere fiducia nel fatto che avere un dispositivo medico wireless non comporti la perdita di qualcosa da parte nostra. “Le nuove tecnologie portano con sé enormi opportunità nel settore dell’healthcare grazie alla possibilità di connettere diverse strutture sanitarie e dispositivi abilitando così potenziali applicazioni innovative. Il crescente utilizzo di dispositivi mobili di IoT, AI ed Edge computing porterà a progressi nel settore sanitario grazie ai quali i pazienti possono ricevere diagnosi e cure personalizzate da remoto attraverso la tecnologia digitale – ha spiegato Persia -. Per fare in modo che tutto questo diventi realtà, è necessario che le soluzioni vengano definite e realizzate con sistemi end-to-end affidabili. La sicurezza deve essere assicurata durante la connessione dei dispositivi alla rete e devono essere garantiti elevati livelli di riservatezza, integrità e disponibilità delle informazioni e dei servizi. La protezione delle informazioni private dei pazienti deve essere garantita. Le normative europee (come le direttive NIS e NIS II), recepite a livello nazionale (la seconda in attesa di recepimento), mirano a implementare tutte le misure necessarie affinché ci sia un elevato livello di sicurezza di tutti i componenti per la realizzazione di applicazioni sanitarie d’avanguardia. Lo scrutinio tecnologico di dispositivi di e-Health in ambito Perimetro (CVCN) richiede interventi normativi. In questo processo si concorrerà a rimuovere barriere che ostacolino la fiducia nella digitalizzazione del settore sanitario portando così a sostanziali progressi”.

Safety vs Security

Dai numerosi interventi che si sono avvicendati durante il workshop è emerso che tra i principali motivi di vulnerabilità nel campo dei dispostivi medici ci sono l’obsolescenza tecnologica e la mancanza di aggiornamenti dei sistemi embedded, come ad esempio il macchinario per la TAC, o a livello software (patching) e che spesso i dispositivi risultano ingegnerizzati bene per garantire la safety ma non altrettanto bene per garantire la security. Cosa fare allora?  Innanzitutto cominciare a diversificare le reti su cui viaggiano le informazioni e fare in modo che i tempi dei processi di aggiornamento e quelli di certificazione vadano di pari passo.

Il punto di vista aziendale è stato affidato a Roger Cataldi di Almaviva, che ha ampliato il discorso alla telemedicina, che dei dispositivi medici wireless fa e farà sempre più intenso uso: “L’evoluzione delle tecnologie digitali abilita nuovi modelli di gestione e presa in carico dei pazienti (Connected Care). Nell’ambito sanitario, la pandemia ha accelerato lo sviluppo di alcuni servizi digitali e in particolare la telemedicina. Il PNRR e le recenti iniziative nazionali (Piattaforma Nazionale di Telemedicina e i futuri sistemi di Telemedicina regionali) stanno imprimendo una forte accelerazione alla diffusione dei sistemi di telemedicina a livello nazionale. Nuovi modelli di Connected Care si stanno consolidando con l’avvio del nuovo assetto della sanità territoriale, DM 77/2002“.

Questo comporta diversi vantaggi:

  • Migliore allocazione delle risorse. La possibilità di gestire i pazienti a distanza consente di ottimizzare la distribuzione delle risorse (professionisti) superando i vincoli territoriali
  • Razionalizzazione nell’accesso alle strutture ospedaliere. La connessione continua con i pazienti a domicilio contribuisce a ridurre gli accessi alle strutture
  • Riduzione dei costi. La gestione dei pazienti nelle strutture intermedie (Case della Comunità, Ospedali di Comunità) migliora la compliance
  • Aderenza ai piani di cura. Il monitoraggio continuo migliora il coinvolgimento del paziente nel processo di cura e l’aderenza al percorso terapeutico

Una serie di opportunità da cogliere, nella tutela della sicurezza, attuando tutte le possibili contromisure.

Quali? Secondo il Prof. Lorenzo Bracciale, Docente di Sanità Digitale, Università di Roma Tor Vergata: “Dotarsi di sistemi di intelligence mirati per minimizzare i costi di audit e migliorare le analisi del rischio. Avvicinare la parte regolatoria alle esigenze (anche temporali) della cybersecurity: questo perché i dispositivi impiantabili hanno una durata anche di molti anni. Incrementare le competenze, perché servono contesti culturali e capacità tecniche”.

Minori e pandemia: troppe ore davanti agli schermi, aumentati i disturbi del sonno

Le restrizioni adottate per contrastare la pandemia di Covid-19 hanno drasticamente aumentato l’esposizione ai dispositivi elettronici nei minori, comportando un forte incremento dei disturbi del sonno. È quanto ha rilevato uno studio condotto su più di 1.000 tra bambini e adolescenti e coordinato dall’Ospedale Pediatrico Bambino Gesù insieme all’Università La Sapienza e a quella di Tor Vergata. I risultati sono stati pubblicati sulla rivista scientifica Sleep Medicine

Lo studio

Lo studio è stato realizzato somministrando tra aprile e giugno 2021 1.209 questionari a genitori di bambini e adolescenti di età compresa tra i 2 e i 18 anni. Di questi, 1084 sono stati poi effettivamente utilizzati, dopo aver scartato quelli compilati in maniera parziale. Il questionario era suddiviso in più parti: quella anagrafica, quella sullo stato di salute, quella sull’uso dei dispositivi elettronici prima e durante la pandemia, quella specifica per valutare i disturbi del sonno (Sleep Disturbance Scale for Children). 

La coorte è stata costruita includendo una vasta fascia di popolazione di bambini e ragazzi sani, di età compresa tra i 2 e i 18 anni ed era composta da 569 maschi e 515 femmine. Dei 1.084 tra bambini e ragazzi, il 6,3% frequentava il nido, il 23,5% la scuola d’infanzia, il 39,7% quella primaria, il 15,9% quella secondaria, il 12,9% le scuole superiori e l’1,7% non era ancora scolarizzato. 

La pandemia e l’aumento dell’esposizione agli schermi

Lo studio ha rilevato che rispetto al periodo pre-pandemia l’aumento del tempo trascorso davanti a uno schermo ha riguardato complessivamente il 68.7% dei bambini e dei ragazzi. Nello specifico il tempo di esposizione è più che triplicato per motivi scolastici (da poco meno di un’ora al giorno a tre ore e mezza) e ha riguardato il 72% di bambini e ragazzi. Mentre per uso ricreativo l’uso è quasi raddoppiato (da un’ora e trequarti a tre ore) e ha riguardato il 49,7% dei soggetti. 

Considerando solo le ore serali (dopo le 18) l’aumento del tempo di esposizione ai dispositivi è stato osservato nel 30% del campione (325 bambini). Si è passati da appena il 13,7% di bambini e ragazzi che trascorrevano più di due ore davanti agli schermi prima del Covid al 29,1% (più del doppio). Un dato particolarmente significativo visto che i fattori maggiormente associati al rischio di insorgenza di disturbo del sonno sono proprio quelli relativi al tempo passato davanti a uno schermo nelle ore serali.  

Disturbi del sonno: una crescita del 50%

Obiettivo dello studio era quello di verificare l’aumento dell’uso dei dispositivi elettronici durante la pandemia studiandone gli effetti sul sonno dei minori. Per valutare la presenza o meno dei disturbi del sonno, è stato utilizzato lo Sleep Disturbance Scale for Children, un apposito questionario che consiste in 26 domande che consentono di valutare le abitudini riguardanti il sonno nei bambini e negli adolescenti. Le domande comprendono la durata del sonno, le difficoltà nell’addormentarsi e nello svegliarsi, il numero di volte in cui ci si sveglia durante la notte, lo stato di agitazione durante il sonno, ecc.  

Lo studio condotto dai medici della Neurologia dello Sviluppo e dai ricercatori di Malattie Neurologiche e Neurochirurgiche del Bambino Gesù insieme ai colleghi dell’Università della Sapienza e a quelli di Tor Vergata, ha dimostrato un aumento di oltre il 50% dei disturbi del sonno rispetto al periodo pre-pandemia. Nel dettaglio, si è passati da 240 bambini e adolescenti che mostravano già disturbi del sonno prima dell’inizio della pandemia, ai 367 durante la pandemia: il 33,9% di tutto il campione, praticamente un minore su tre

«I dati dello studio hanno dimostrato una correlazione tra l’aumento dell’uso di dispositivi elettronici durante il Covid e l’aumento dei disturbi del sonno – spiega la dottoressa Romina Moavero della neurologia dello sviluppo del Bambino Gesù – Ma c’è un altro elemento molto importante. E cioè che lo stile di vita dei bambini e di ragazzi è cambiato profondamente. Ormai i dispositivi elettronici fanno parte della loro vita, sia scolastica che sociale, e questo persiste anche ora che siamo molto lontani dalle chiusure pandemiche. Tutto questo non fa che sottolineare l’importanza delle raccomandazioni di igiene del sonno che devono essere sempre considerate la prima linea di trattamento per promuovere comportamenti adeguati a favorire il buon sonno in infanzia e in adolescenza. Soprattutto perché il sonno in questa fascia di età è cruciale per migliorare apprendimenti, abilità cognitive, scolastiche e anche sociali».

Ritardo bando di concorso per la formazione specifica in medicina generale 2023

Già due mesi e mezzo di ritardo rispetto ai termini previsti per legge al 28 febbraio di ogni anno, data entro cui tutte le Regioni e Province Autonome avrebbero dovuto bandire gli avvisi di concorso che ogni anno portano quasi 3000 nuovi medici dentro il percorso di formazione per diventare medici di famiglia; di questi, più dell’80% già dal primo anno assumono incarichi nell’ambito della Medicina Generale, come Medici di Famiglia o di ex Guardia Medica, ma anche medici dell’Emergenza Territoriale (118) o della Medicina Penitenziaria.

Eppure, nonostante l’enorme carenza di medici sul territorio, le Regioni continuano a rimanere immobili, bloccando l’iter necessario a bandire gli avvisi di concorso per il nuovo triennio del percorso di formazione specifica in medicina generale e ritardando l’ingresso dei nuovi medici.

“Negli ultimi anni il ritardo accumulato ha portato ad un’intera annualità persa, con conseguenze disastrose sulla programmazione in un periodo in cui la gobba pensionistica è al suo apice” spiega la Segretaria Nazionale del Settore Formazione della FIMMG, Erika Schembri. “Quest’anno – continua – ci saranno circa 9000 nuovi laureati, tra le sessioni di marzo, luglio e ottobre, ma già da ora riceviamo decine di richieste ogni giorno da parte di medici già specialisti che intendono cambiare percorso professionale ed entrare nella Medicina Generale. Al precedente test di ammissione più della metà dei candidati aveva più di 40 anni e molti di loro oggi sono in attesa del bando per entrare nel Corso di Formazione specifica.”

“Non possiamo più permetterci un anno di ritardo per il test di ammissione al Corso di Formazione Specifica in Medicina Generale. FIMMG chiede al Ministro della Salute, Orazio Schillaci, e alla Commissione Salute della Conferenza delle Regioni, in particolar modo al suo Coordinatore Raffaele Donini e agli Assessori Regionali alla Sanità, di procedere con l’iter previsto affinché i fabbisogni vengano deliberati entro giugno da tutte le Regioni attraverso i rispettivi bandi, per consentire al Ministero della Salute di bandire il concorso entro l’estate e ai medici di sostenerlo entro novembre, con inizio delle attività entro la fine dell’anno. Accettare ulteriori giorni di ritardo significa avere sempre meno medici sul territorio e lasciare sempre più cittadini privi del proprio Medico di Famiglia.” conclude Schembri.

L’OMS lancia una rete globale per rilevare e prevenire la minaccia di malattie infettive

L’OMS e i suoi partner lanciano una rete globale per aiutare a proteggere le persone dalle minacce di malattie infettive grazie alle possibilità offerte dalla genomica dei patogeni. L’International Pathogen Surveillance Network (IPSN) fornirà una piattaforma per collegare paesi e regioni, migliorare i sistemi per la raccolta e l’analisi dei campioni, utilizzare questi dati per guidare il processo decisionale in materia di salute pubblica e condividere tali informazioni in modo più ampio.

La genomica dei patogeni analizza il codice genetico di virus, batteri e altri organismi che causano malattie per capire quanto sono infettivi, quanto sono letali e come si diffondono. Con queste informazioni, scienziati e funzionari della sanità pubblica possono identificare e monitorare le malattie per prevenire e rispondere alle epidemie come parte di un più ampio sistema di sorveglianza delle malattie e sviluppare trattamenti e vaccini.

L’IPSN, con un segretariato ospitato dall’Hub dell’OMS per l’intelligence pandemica ed epidemica, riunisce esperti di tutto il mondo all’avanguardia della genomica e dell’analisi dei dati, provenienti da governi, fondazioni filantropiche, organizzazioni multilaterali, società civile, università e settore privato. Tutti condividono un obiettivo comune: rilevare e rispondere alle minacce di malattie prima che diventino epidemie e pandemie e ottimizzare la sorveglianza di routine delle malattie.

“L’obiettivo di questa nuova rete è ambizioso, ma può anche svolgere un ruolo fondamentale nella sicurezza sanitaria: dare a ogni paese l’accesso al sequenziamento e all’analisi del genoma dei patogeni come parte del proprio sistema sanitario pubblico”, ha dichiarato il direttore generale dell’OMS, il dottor Tedros Adhanom Ghebreyesus. “Come ci è stato chiaramente dimostrato durante la pandemia di COVID-19, il mondo è più forte quando si unisce per combattere le minacce sanitarie condivise”.

COVID-19 ha evidenziato il ruolo fondamentale che la genomica dei patogeni svolge nella risposta alle minacce pandemiche. Senza il rapido sequenziamento del genoma SARS-COV-2, i vaccini non sarebbero stati così efficaci o non sarebbero stati resi disponibili così rapidamente. Nuove varianti del virus più trasmissibili non sarebbero state identificate così rapidamente. La genomica è al centro di un’efficace preparazione e risposta a epidemie e pandemie, nonché parte della sorveglianza in corso di una vasta gamma di malattie, dalle malattie di origine alimentare e dall’influenza alla tubercolosi e all’HIV. Il suo utilizzo nel monitoraggio della diffusione della resistenza ai farmaci dell’HIV, ad esempio, ha portato a regimi antiretrovirali che hanno salvato innumerevoli vite.

“La collaborazione globale nella sorveglianza genomica dei patogeni è stata fondamentale mentre il mondo combatte insieme COVID-19”, ha affermato il dott. Rajiv J. Shah, presidente della Fondazione Rockefeller. “IPSN si basa su questa esperienza creando una solida piattaforma per i partner di tutti i settori e confini per condividere conoscenze, strumenti e pratiche per garantire che la prevenzione e la risposta alla pandemia siano innovative e solide in futuro”.

Nonostante il recente aumento della capacità genomica nei paesi a seguito della pandemia di COVID-19, molti mancano ancora di sistemi efficaci per la raccolta e l’analisi di campioni o l’utilizzo di tali dati per guidare il processo decisionale in materia di sanità pubblica. Non c’è abbastanza condivisione di dati, pratiche e innovazioni per costruire una solida architettura di sorveglianza sanitaria globale. I budget che sono aumentati vertiginosamente durante la pandemia, consentendo un rapido accumulo di capacità, vengono ora ridotti drasticamente, anche nei paesi più ricchi.

L’IPSN affronterà queste sfide attraverso una rete globale, collegando aree geografiche e reti specifiche per malattie, per costruire un sistema collaborativo per rilevare, prevenire e rispondere meglio alle minacce di malattie. I membri lavoreranno insieme in gruppi dedicati concentrandosi su sfide specifiche, supportati da finanziamenti attraverso l’IPSN per ampliare idee e progetti nella genomica dei patogeni. Collegando paesi, regioni e parti interessate più ampie, l’IPSN contribuirà ad aumentare la capacità critica, amplificare le voci a livello regionale e nazionale e rafforzare le loro priorità.

Covid, Fiaso: “Integrare stabilmente i sistemi di rilevazione con quelli dell’influenza”

Il Covid non è più una pandemia, lo conferma l’Organizzazione Mondiale della Sanità. Ma il Covid c’è ancora e resta “una minaccia alla salute globale”, anche nell’epoca della cosiddetta “endemizzazione”. Per questo occorre rendere stabile il sistema di monitoraggio della circolazione del virus SARS-CoV-2 e una proposta in questa direzione arriva dalla Fiaso, la Federazione Italiana Aziende Sanitarie e Ospedaliere, in occasione della pubblicazione sul proprio sito web del report complessivo dei ricoveri per Covid-19 rilevato attraverso il network degli ospedali sentinella.

“Oggi possiamo pensare al SARS-CoV-2 come a patogeno respiratorio, con picchi tipicamente stagionali, che ha un impatto sui soggetti più fragili, simile all’influenza. Chi oggi arriva in ospedale per COVID ha più di 70 anni e spesso altre patologie. Proprio perché non è più una emergenza ma un problema strutturale, potremmo rendere continuativa l’attività di sorveglianza, integrando stabilmente i dati con quelli di rilevazione di Influnet, estendendola anche ad altri virus respiratori oggi non rilevati, come il virus respiratorio sinciziale”, spiega l’epidemiologo Silvio Tafuri, professore di Igiene dell’Università degli Studi di Bari, che è stato responsabile della control room Covid del Policlinico di Bari e ha partecipato alla rilevazione degli ospedali sentinella Fiaso.

“La rete degli ospedali sentinella ci ha permesso di suggerire soluzioni organizzative per gli ospedali, in grado di anticipare l’andamento dell’epidemia, come è avvenuto per il ricorso alle cosiddette ‘bolle’ di isolamento. Un anno fa, quando abbiamo proposto un protocollo per ricoverare i pazienti con infezione da Sars Cov-2 nei reparti ordinari degli ospedali, sembrava impossibile. Oggi rappresenta la normalità”, ricorda il presidente della Fiaso, Giovanni Migliore. “Tuttavia, la nostra consapevolezza derivava dai dati. Abbiamo incrociato le rilevazioni dell’Istituto Superiore di Sanità e siamo stati gli unici a rilevare l’incidenza dei ricoveri ‘Per Covid’ con patologia polmonare e ‘Con Covid’, i pazienti risultati positivi al virus ma in ospedale per la cura di altre patologie e attraverso le nostre rilevazioni abbiamo monitorato anche la complessità del quadro clinico dei pazienti ricoverati e l’impatto della vaccinazione”, aggiunge Migliore. Nel periodo di osservazione dal 7 dicembre 2021 al 7 marzo 2023 la Fiaso ha pubblicato 72 bollettini settimanali con i dati raccolti da 21 strutture per adulti e quattro ospedali e reparti pediatrici distribuiti in maniera rappresentativa su tutto il territorio nazionale. “Grazie ai direttori generali che hanno creduto in questo progetto e a tutti i singoli referenti che hanno costruito e messo a punto in tempi rapidissimi i dati offrendo il loro tempo e le loro competenze per la realizzazione dei report. Abbiamo avviato una comunità di pratica sul tema che potrà tornare utile in futuro per altre attività di monitoraggio”, conclude Migliore.

Dl Energia, studio FIFO Sanità Confcommercio: con Payback 1500 pmi e 12mila lavoratori a rischio

FIFO Sanità, aderente a Confcommercio Imprese per l’Italia, ha inviato richiesta formale a Camera dei Deputati e Senato per il superamento del payback sui dispositivi medici nel Dl Energia che verrà discusso nei prossimi giorni.

La Federazione, a tutela delle pmi del comparto, auspica per il presente e il futuro, un intervento risolutivo del Senato che nei prossimi giorni discuterà il decreto che contiene anche il payback sui dispositivi medici. Le aziende devono rimanere estranee – continua la FIFO – a una criticità che riguarda un rapporto Regioni-Governo.

FIFO Sanità rende noti i dati elaborati dal centro studi di Confcommercio Imprese per l’Italia che ha analizzato l’impatto del payback applicato ai dispositivi medici, in particolare sulle PMI del settore dei fornitori ospedalieri.

Ben 1.500 aziende – secondo quanto emerge dallo studio – sono oggi costrette ad affrontare un payback che va dal 30% al 100% del loro fatturato medio annuo e risultano, di fatto, a serio rischio fallimento. Queste sono composte per lo più da micro, piccole e medie imprese, con circa 12mila lavoratori a rischio licenziamento. FIFO ha analizzato i dati dell’intero comparto che conta complessivamente 6.386 aziende e circa 272mila addetti. 

In una lettera inviata a deputati e senatori, il presidente Massimo Riem ha chiesto formalmente che venga superato il payback all’interno del Dl Energia.

“I dati che emergono dallo studio – commenta il presidente di FIFO Sanità Confcommercio, Massimo Riem – evidenziano una situazione allarmante in particolar modo per le micro, piccole e medie imprese. Tutte queste sono le più danneggiate da questa norma che le mette in condizione, già in questa fase, di fatto, di portare i libri in tribunale e licenziare migliaia di lavoratori del comparto. Sono numeri drammatici, senza considerare che tutto il settore non è a conoscenza di quali saranno gli importi di payback per gli anni successivi al 2018. Una crisi economica e finanziaria che metterà in ginocchio anche chi non fallirà nell’immediato, con l’impossibilità di pianificazione e investimenti vitali per un settore strategico come quello sanitario.

Non abbiamo avuto neanche risposte dal Governo su cosa intendano fare per il futuro. Nonostante lo Stato abbia trovato 1 miliardo di coperture, condizionato alla rinuncia ai ricorsi al TAR, le aziende chiuderanno comunque. Abbiamo fatto appello – conclude Riem – innumerevoli volte alla classe politica, sottoponendo proposte e rendendoci disponibili in ogni caso al confronto, senza avere alcuna risposta. Ci spaventa che le aziende più sane, e con una storia decennale, siano quelle maggiormente penalizzate da questa normativa. E siamo profondamente delusi per il fatto che proprio questo Governo non abbia contezza della gravità della situazione per un patrimonio nazionale di imprese qualificate e competenti che, loro malgrado, saranno costrette ad abbandonare il mercato”.

Anthem, nasce a Milano l’hub tecnologico avanzato per la medicina del futuro

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“Questo progetto nasce nell’ambito del Piano nazionale complementare al PNRR e ha come finalità principale quella di trasferire nuove tecnologie – in parte già disponibili per altre applicazioni, ma in parte da sviluppare ex novo – verso il mondo sanitario, con l’intento di renderlo più efficiente e adeguato alle attuali necessità”. Così Guido Cavaletti, responsabile scientifico del progetto Anthem e prorettore alla ricerca dell’Università di Milano-Bicocca.

La collaborazione tra quest’ultima (l’ente proponente), il Politecnico di Milano, l’Università di Bergamo e l’Università di Catania e altri 19 enti coinvolti intorno a 28 progetti–porta appunto il nome di Anthem (AdvaNced Technologies for HumancentrEd Medicine), l’hub tecnologico avanzato per la medicina del futuro.

Parliamo di oltre 200 ricercatori appartenenti a 10 tra università ed enti di ricerca, 8 tra strutture sanitarie, sociosanitarie e di ricerca medica e 5 tra imprese ed enti privati, ed è previsto un reclutamento di 80 tra ricercatori e tecnologi e di 65 dottori di ricerca.

Un’iniziativa ambiziosa, che consentirà di realizzare dispositivi e strumenti digitali per la raccolta dati a supporto di soluzioni di medicina di prossimità, sviluppare strumenti di monitoraggio e valutazione dei fattori ambientali, di stile di vita e patologici nelle popolazioni fragili e croniche, implementare metodologie di terapia oncologica per quei tumori non trattabili mediante approcci convenzionali.

Il progetto, avviato dall’Università di Milano-Bicocca, fa leva su un impegno profuso non indifferente. A questo proposito, Cavaletti precisa: “Il tempo ha costituito un fattore chiave nella fase preparatoria, ma è stato piuttosto limitato se confrontato alla complessità del lavoro: in sostanza, sono stati necessari circa sei mesi dalla prima bozza alla definitiva approvazione del progetto. Le criticità maggiori che abbiamo incontrato? Senza dubbio la necessità di far coesistere progetti differenti (che abbiamo definito “pilots”), ma che dovevano disegnare un quadro complessivo coerente ed armonico, e le diverse esigenze e organizzazioni dei 23 partner pubblici e privati che compongono il team di ricerca”.

La multidisciplinarietà quale elemento cardine dell’iniziativa

Forte di un investimento complessivo di oltre 123 milioni di euro, finanziato dal Piano nazionale complementare al PNRR, il progetto Anthem – che opererà in profonda sinergia con l’ecosistema economico e industriale, le amministrazioni locali e la società civile in ambito di innovazione sanitaria e assistenziale a livello locale e nazionale – intende raggiungere, nel prossimo quadriennio, un obiettivo principale: colmare, con l’ausilio di tecnologie e percorsi multidisciplinari e innovativi, il gap esistente nell’assistenza sanitaria dei pazienti fragili e cronici all’interno di specifici territori caratterizzati da patologie orfane di terapie.

Qui lavorano insieme medici, biologi, fisici, chimici, economisti, ingegneri, esperti informatici, di sanità pubblica e imprenditori

Proprio in relazione all’approccio multidisciplinare dell’iniziativa, Cavaletti rimarca: “Non è solo un aspetto importante, costituisce proprio l’elemento-chiave essenziale. In questo contesto lavorano insieme medici, biologi, fisici, chimici, economisti, ingegneri, esperti informatici, di sanità pubblica nonché imprenditori. Si tratta di un’orchestra che, se riuscirà ad esprimersi bene insieme, sarà in grado di completare un progetto destinato a proseguire ben oltre il termine del finanziamento, attraendo nuovi partner e risorse aggiuntive, ma soprattutto restituendo prodotti di valore alla comunità”. È opportuno sottolineare che le attività progettuali saranno coordinate, gestite e monitorate dalla Fondazione Anthem, con sede a Milano.

AI e tecniche di Machine Learning per la governance dei dati

Entrando nello specifico, gli ambiti di intervento di Anthem sono quattro, ognuno coordinato da un ateneo:

  • tecnologie e gestione di dati per la diagnostica e la cura (ente coordinatore: Università di Bergamo; enti affiliati: Università di Milano-Bicocca, Università di Messina, Università della Campania “Luigi Vanvitelli”, Diapath, Istituto Mario Negri, Ferb Onlus, Asst Bergamo Est, Asst Monza, Asst Papa Giovanni XXIII);
  • ambienti smart e sensori innovativi per la medicina di prossimità (ente coordinatore: Università di Milano-Bicocca; enti affiliati: Università di Bergamo, Università della Calabria, Artemide, Asst Papa Giovanni XXIII – che di recente ha attivato un sistema di tracciamento automatico (indoor tracking) che consente di localizzare in real-time le principali attrezzature elettromedicali ed informatiche mobili così come il percorso dei pazienti dalla degenza alla sala chirurgica –, Ats Milano, Asst Bergamo Est, Asst Monza, Ferb Onlus);
  • ricerca di fattori di rischio e strumenti per il monitoraggio dei pazienti cronici (ente coordinatore: Politecnico di Milano; enti affiliati: Humanitas University, Università del Salento, Ab Medica, Chiesi Farmaceutici);
  • soluzioni terapeutiche innovative per patologie orfane (ente coordinatore: Università di Catania; enti affiliati: Politecnico di Milano, Istituto Oncologico del Mediterraneo, Humanitas University, Università della Calabria, Università di Messina, Università del Salento, Università della Campania “Luigi Vanvitelli”, Istituto Nazionale di Fisica Nucleare, A.O. Cannizzaro, Biogem).

“Il filo conduttore è l’utilizzo dell’Intelligenza Artificiale e del Machine Learning per ottimizzare la gestione della grande quantità di dati generati da queste attività”, riprende Cavaletti. Precisando poi che “la scelta degli ambiti di intervento risulta influenzata in parte da quanto osservato negli anni scorsi, durante cui è emersa una certa carenza del nostro sistema sanitario nella gestione del territorio di fronte alla emergenza pandemica, ed in parte dallo sviluppo di quella che viene definita digital pathology, ovvero la capacità di ottenere, interpretare e archiviare in modo sicuro e fruibile informazioni allo stato attuale poco disponibili esaminando i campioni biologici con le tecniche classiche”. E ancora, “il terzo elemento di scelta è stato quasi obbligato in progetti di frontiera come questo: cercare di arrivare a trattamenti più efficaci e non per forza farmacologici per malattie, oggi, poco curabili (come nel caso dei tumori cerebrali maligni)”.

Creare sinergie in ambito di innovazione sanitaria e assistenziale

L’iniziativa Anthem agirà su contesti territoriali e sistemi sanitari specifici e rappresentativi della diversità del Paese non solo in termini di organizzazione e tecnologia, ma anche di densità di popolazione, presenza di ospedali e di strutture di prossimità, facilità di accesso, efficienza diagnostica e terapeutica, utilizzo delle tecnologie digitali.

Saranno coinvolte cinque regioni (Lombardia, Calabria, Campania, Puglia, Sicilia), le comunità montane, come la Val Seriana e la Val Brembana in provincia di Bergamo, e le comunità metropolitane e distrettuali (Milano, Monza e Brianza, Napoli, Taranto, Bari, Lecce).

In Europa, a fronte di un’aspettativa di vita ben superiore agli 80 anni, la “vita in salute” vale solo 64 anni

È quindi di un progetto di respiro nazionale che “nel rispetto delle identità regionali, vuole unire le eccellenze di ricerca e di impresa presenti in tutto il Paese per migliorare la vita dei cittadini. Non dimentichiamoci che in Europa, a fronte di un’aspettativa di vita ben superiore agli 80 anni, la “vita in salute” vale solo 64 anni. Vogliamo dare un contributo ad aumentare entrambe ma, soprattutto, a ridurre una differenza che ha costi altissimi per i soggetti interessati, le loro famiglie e la società tutta”, puntualizza Stefano Paleari, presidente di Fondazione Anthem.

Vero e proprio hub tecnologico avanzato per la medicina del futuro, questo progetto rappresenta, nelle parole di Giovanna Iannantuoni, rettrice dell’Università di Milano-Bicocca, “un’opportunità per costruire sinergie e filiere in ambito di innovazione sanitaria e assistenziale e un’occasione di contatto con attori istituzionali e industriali all’avanguardia”.

Alluvione Emilia-Romagna, nascono le task force dei medici di famiglia

Sul campo per assistere i pazienti cronici e con esigenze speciali di salute. Da Faenza, comune tra i più colpiti dall’alluvione, arriva tempestiva la risposta della medicina generale alle richieste di auto di centinaia di famiglie. Nonostante l’alluvione abbia messo in ginocchio ogni genere di servizio, l’intraprendenza e la capacità organizzativa dei medici di famiglia ha ben presto dato vita ad una vera e propria “task force”. Una sorta di unità di risposta rapida capace di operare di concerto con il distretto sanitario di competenza e con il coordinamento delle componenti del Servizio nazionale della Protezione civile.

«Il miglior esempio di come la medicina generale, subordinata solo alla scelta fiduciaria del paziente, sia in grado di offrire risposte di salute efficaci e di adattarsi ad ogni possibile scenario, anche il più drammatico», sottolinea il segretario generale della Fimmg Silvestro Scotti.

A dare vita a quello che sul campo stanno ribattezzando il “modello Faenza” è stato un gruppo di cinque medici di medicina generale, costretti a chiudere il proprio ambulatorio perché inagibile, visto che la struttura nel quale si trova è stata invasa dall’acqua. «Le cose hanno iniziato ben presto ad andare male» spiega Elena Bazzocchi, una delle dottoresse coinvolte. «Ci siamo subito resi conto che non potevamo semplicemente chiudere e aspettare il sereno. Abbiamo deciso di ritrovarci al primo punto di raccolta messo in piedi dal Coc della Protezione Civile e lì abbiamo cercato di dare una risposta alle richieste di salute di quanti erano in arrivo. Ci siamo adoperati per assicurare la prescrizione e la distribuzione, seppur minima, di farmaci necessari per la sera stessa e la mattinata successiva».

Da un primo nucleo, l’esperienza è stata prontamente replicata. In brevissimo tempo, i medici di medicina generale sono riusciti a riattivare quella che si configura come un’assistenza territoriale di “ordinaria emergenza”. Rimboccandosi le maniche per loro iniziativa, in silenzio e senza clamori. Certamente, come è giusto, in accordo con l’ASL di competenza. «Benché sia difficile far comprendere la reale portata del dramma che queste popolazioni stanno vivendo – sottolinea Scotti – e avendo ascoltato direttamente dalla dottoressa Bazzocchi l’entusiasmo e la dedizione con cui questi medici di medicina generale si stanno adoperando, credo che non ci sia per noi un modo più efficace di onorare la Giornata Mondiale del medico di famiglia che raccontando questa storia. L’attualità di un’emergenza può far comprendere, soprattutto a giovani medici indecisi sul proprio futuro, quanto questo modo di “fare il medico”, nella prossimità, ti faccia vivere la migliore esperienza di relazione medico-paziente. Uniti in un territorio comune. Pronti, insieme, a rispondere ai diversi bisogni che le situazioni possono creare. Una professione, la nostra, che ha da sempre come obiettivo primario quello di realizzare il diritto costituzionale alla salute dei cittadini. Non solo in condizioni ordinarie – conclude Scotti – ma anche in situazioni di emergenza. È stato così con la Pandemia, quando l’iniziativa di un’intera categoria ha consentito di salvare centinaia e centinaia di vite; è così oggi. E sarà sempre così difronte alla chiamata dei nostri pazienti».

Per approfondire

OMS, dichiarazione sulla composizione antigenica dei vaccini COVID-19

Il gruppo consultivo tecnico dell’OMS per la composizione del vaccino COVID-19 ha rilasciato oggi una dichiarazione dopo la riunione della scorsa settimana, fornendo consulenza sulla composizione delle future formulazioni dei vaccini COVID-19.

Il gruppo esamina le prestazioni dei vaccini COVID-19 attualmente disponibili nel contesto dell’evoluzione del virus. Il lavoro in corso e gli aggiornamenti che forniscono mirano a migliorare le risposte immunitarie indotte dal vaccino alle varianti circolanti.

Gli attuali vaccini COVID-19 continuano ad essere altamente protettivi contro malattie gravi e morte. L’aggiornamento della composizione del vaccino tiene conto dell’evoluzione del virus e delle varianti circolanti e mira a migliorare la protezione contro la malattia sintomatica.

Il gruppo suggerisce che le future formulazioni dei vaccini COVID-19 utilizzino varianti più recenti nella loro composizione, ovvero i lignaggi discendenti XBB.1.

L’OMS incoraggia fortemente l’uso dei vaccini COVID-19 autorizzati disponibili, che includono il virus indice, secondo le raccomandazioni del gruppo consultivo strategico di esperti sull’immunizzazione (SAGE), aggiornate a marzo 2023. La dichiarazione completa è disponibile cliccando qui.

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