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A Torino al via il progetto “Con Testi” per promuovere la lettura inclusiva nella fascia 0-6 anni

Prende il via in questi giorni a Torino il progetto culturale CON TESTI, nato per promuovere la lettura come mediatore di inclusione a supporto dell’infanzia e della genitorialità. Il progetto consolida il patto per la lettura della città; l’idea che sta alla base di CON TESTI è che tutti i bambini di età compresa fra 0 e 6 anni, anche e soprattutto i bambini più fragili, siano partecipi della cultura e abbiano accesso ai libri.

In questi giorni si inaugurano dodici scaffali di libri inclusivi in giro per la città: nei consultori, nei presidi sanitari, nei musei, nelle biblioteche. Sono in programma letture diffuse in piazze e parchi, ricorso ai libri per i piccolissimi anche nelle sedi della salute e nei musei. 

La vera novità di CON TESTI è che nasce da una rete di soggetti, anche molto diversi tra loro, impegnati nell’accoglienza dei bambini da 0 a 6 anni – con particolare attenzione ai soggetti fragili e svantaggiati – mettendo al centro la famiglia. 

La rete è unita dall’obiettivo comune di credere fortemente nell’idea che libri e letture siano motori di processi di comunità inclusive. CON TESTI è promosso dalla Fondazione Paideia, insieme a ASL Città di Torino con la Casa della Salute dei Bambini e dei Ragazzi, Associazione Abbonamento Musei, CCW Cultural Welfare Center, Comune di Torino con le Biblioteche Civiche Torinesi e TorinoReteLibri Piemonte. L’attività progettuale, in programma da marzo 2023 a marzo 2024, è realizzata con il finanziamento del Centro per il libro e la lettura.

La lettura non compete solo alle sedi della cultura, ma anche ai luoghi di cura e sostegno sociale; CON TESTI vuole quindi contaminare spazi di incontro con buone prassi di inclusione. I poco meno di 2500 libri distribuiti in città saranno gli strumenti dell’inclusione. Le voci delle tante e diverse figure educative (genitori, operatori sanitari, bibliotecari, educatori, docenti, volontari) diventeranno gli amplificatori di un’idea di comunità in cui tutti i bambini sono protagonisti della cultura.

CON TESTI nasce per i bambini le famiglie e per la città, grazie ai tanti partner che, pur con competenze e missioni differenti, si sono uniti per lo stesso scopo:abbattere le barriere e fare della lettura un veicolo di inclusività, oltre i limiti della lingua, della comprensione e della comunicazione.  I libri sono tradotti in simboli della Comunicazione Aumentativa Alternativa dalla Bottega Editoriale Paideia e stampati in modo indipendente, contengono pagine gioco interattive, testi funzionali alla lettura multimodale, silent book, di sole illustrazioni…

CON TESTI svilupperà un importante piano di azioni di rete nel quartiere Vallette, dove c’è carenza di risorse per la lettura; non possono esserci bambini lontani da occasioni di crescita culturale. 

CON TESTI ha prospettiva e futuro, perché gli stessi partner sono già al lavoro, nella condivisione degli stessi valori e intenti, su un’altra progettualità: NUTRIRSI DI CULTURA, sostenuto dalla Fondazione Compagnia di San Paolo nell’ambito del bando “Cultura per Crescere”.

Da anni investiamo per rendere la lettura sempre più accessibile a tutti – racconta Fabrizio Serra, Segretario Generale della Fondazione Paideia – e questa progettualità rafforza il nostro ruolo, in sinergia con tutti i partner coinvolti. Il finanziamento del Centro per il libro e la lettura ci permetterà di consolidare le azioni già in parte sperimentate in questi anni, allargando le attività e le proposte a un pubblico più ampio, in modo che la lettura possa essere sempre di più uno spazio inclusivo per tutti i bambini e per le loro famiglie.”

Il progetto prevede la pianificazione e la realizzazione di azioni di comunicazione mirate di CON TESTI, che verranno raccontate nei prossimi mesi sui canali della Fondazione Paideia e su quelli dei partner aderenti.

Report Istat sulle cause di morte: nel 2020 tasso di mortalità in crescita per molte delle principali cause

È il Covid-19 il responsabile del 73% dell’incremento dei decessi nel 2020. È quanto emerge dal report Istat sulle cause di morte.

Il lavoro analizza in dettaglio i dati definitivi sulle cause dei decessi avvenuti in Italia nell’intero anno 2020. I dati sono desunti dalle schede individuali per la denuncia delle cause di morte compilate dai medici, sulle quali sono riportate informazioni demografiche, territoriali, sul luogo del decesso e sulle malattie che hanno contribuito alla morte. Tra queste ultime viene individuata la causa iniziale o diretta di morte.

Nel 2020 il numero complessivo dei decessi è stato di 746.324, 108.496 in più rispetto alla media del quinquennio 2015-19 (+14,7%). I decessi per Covid-19 ammontano a 78.673, il 56% dei quali ha riguardato la popolazione maschile e il 44% quella femminile. Il Covid-19 è responsabile del 73% dell’incremento assoluto dei decessi nel 2020. La quota sull’incremento totale dei decessi è più elevata tra i maschi (77%) che tra le femmine (68%). Le morti per Covid-19 hanno rappresentato il 10,5% delle morti complessivamente osservate nell’anno e, anche in questo caso, la quota è risultata leggermente superiore nei maschi (12,2% sul totale) rispetto alle femmine (9%).

Le cause di morte più frequenti nella popolazione si confermano nel complesso le malattie del sistema circolatorio (227.350 decessi) e i tumori (177.858). Il numero dei decessi per il gruppo delle malattie del sistema circolatorio è rimasto pressoché invariato (-117 casi) mentre per i tumori si è avuta una diminuzione (-1.755 casi). 

Con riferimento alle altre cause di mortalità più frequenti nella popolazione, nel 2020 si è assistito a una crescita importante dei decessi per malattie del sistema respiratorio, il cui numero complessivo è risultato pari a 57.113, con un incremento di 6.345 morti rispetto alla media 2015-19. Anche il numero dei decessi per demenza e malattia di Alzheimer (37.768) è risultato in crescita (3.993 decessi in più), così come il numero dei morti per diabete mellito (25.739, 3.902 decessi in più). L’incremento nei decessi per il complesso delle restanti cause di morte rispetto al quinquennio precedente (che rappresentano circa il 19% del totale dei decessi nell’anno) è di 17.455 unità.

Tasso di mortalità in crescita per molte delle principali cause

Per studiare la variazione della mortalità generale e per causa, in questo lavoro si utilizza il tasso standardizzato per età. In tal modo l’analisi risulta depurata dall’effetto dell’invecchiamento della popolazione italiana.

Nel 2020 il tasso di mortalità generale standardizzato per età è pari a 95,3 decessi ogni 10.000 abitanti, superiore del 12% alla media del quinquennio precedente (85,3).

La mortalità per Covid-19 è stata di 10,1 decessi per 10.000 abitanti, inferiore a quella per il complesso dei tumori (23,9 decessi per 10.000 abitanti) ma superiore a quella rilevata per altre importanti cause di morte quali, ad esempio, le malattie ischemiche del cuore (8 per 10.000) oppure le malattie cerebrovascolari (7,1 per 10.000).

L’analisi delle variazioni dei tassi di mortalità per le principali cause di morte (oltre al Covid-19) consente di evidenziare quali gruppi di patologie hanno subito un impatto maggiore in termini di mortalità nel corso del primo anno della pandemia.

Per molte cause è stato osservato nel 2020 un aumento del tasso di mortalità rispetto alla media del periodo 2015-19.

Tra le malattie del sistema respiratorio sono stati osservati aumenti importanti per polmoniti e influenza (+13%) e per il gruppo delle altre malattie del sistema respiratorio (+24%), quest’ultimo trainato dall’aumento dei decessi per polmonite interstiziale. L’incremento della mortalità dovuta a polmoniti o altre affezioni respiratorie può essere riconducibile a una sottostima di decessi dovuti al Covid-19 legata principalmente alle difficoltà diagnostiche nella prima ondata della pandemia.

Le altre patologie per le quali è stato osservato un sensibile incremento del tasso di mortalità rispetto al quinquennio precedente sono il diabete (+12%), le malattie dell’apparato genitourinario (+11%), la demenza e la malattia di Alzheimer (+6%) e quelle incluse nel gruppo delle altre malattie del sistema circolatorio (+8%), il cui aumento è determinato in larga parte dalla crescita dei decessi per cardiopatie ipertensive. L’aumento della mortalità per cause quali le cardiopatie ipertensive, il diabete e le malattie genitourinarie suggerisce un ruolo indiretto del Covid-19, che potrebbe aver determinato l’accelerazione di processi morbosi già in atto o difficoltà di accesso alle strutture del Sistema Sanitario Nazionale, sovraccariche soprattutto nelle fasi acute della pandemia. Inoltre, è ipotizzabile che parte degli incrementi osservati possa essere dovuta a mancate diagnosi di Covid-19.

Viceversa, per altre cause di mortalità diffuse nella popolazione si nota una riduzione del tasso di mortalità. Tra queste figurano i tumori (-4%), le malattie ischemiche del cuore (-8%), le malattie cerebrovascolari (-5%), le malattie croniche delle basse vie respiratorie (-4%), le malattie infettive (-8%) e le cause esterne (-3%).

Inoltre crescono le morti per polmoniti e influenza negli istituti di cura (+42%), per demenze nelle strutture residenziali (+29%), per tutte le cause nelle abitazioni.

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Dal Congresso Nazionale Medici Radiologi Sindacato SNR: chiediamo tempo

È in corso da ieri pomeriggio a Colli del Tronto (Ascoli Piceno) il Congresso Nazionale del Sindacato dell’Area radiologica SNR-Fassid. Un evento che si distingue per la grande partecipazione da tutta Italia e la voglia di raccontarsi dei delegati, dei quadri sindacali, dei giovani Radiologi.  Medici, prima di tutto, che rivendicano il tempo di cura da dedicare ai malati. Che chiedono alle istituzioni non maggiori risorse finanziarie, (sono 6 volte che si sottoscrivono contratti ad invarianza di risorse), ma tempo. Per il confronto coi colleghi, per le decisioni terapeutiche,  per interpretare un referto, cosa che non può fare una macchina, per quanto intelligente sia. Tempo, diventato ancora più prezioso dopo la pandemia, dopo la fuga dal sistema sanitario pubblico di chi doveva essere premiato per aver combattuto, spesso a mani nude, e si è trovato invece a dover rivendicare, o mendicare, di poter lavorare con ritmi adeguati, ora che la paura è passata. È un po’ la storia di tutte le guerre e dei tanti fanti dimenticati.

Giulio Argalia (vice Segretario SNR e presidente del congresso) apre i lavori del Congresso Il tempo delle scelte. Titolo impegnativo, lo definisce, perché le scelte in sanità sono state poche e spesso errate. “Ora siamo a Fort Alamo, il pessimismo dei camici bianchi è al massimo. Il 74% vede il peggioramento del servizio sanitario nazionale. Tutti hanno molti dubbi anche sul PNRR. Ma il tempo delle scelte è arrivato. La carenza di personale, la questione dei pronto soccorso, l’imbuto formativo, sono problemi reali. Si riuscirà a superare la divisione tra ospedalieri e territoriali? Questione dibattuta da molti anni, cui il DM71 non ha certo risposto. Perché è dall’integrazione tra la medicina del territorio e gli ospedali che si possono affrontare molti problemi dei medici. Medici pubblici secondo Argalia, che cita Adam Smith “Lo stato quando si deve, il mercato quando si può” chiudendo il suo intervento affermando che “Il futuro è una scelta, non una fatalità”.

Gli fa eco il Presidente della Giunta regionale delle Marche Dino Latini, che nel saluto inaugurale ribadisce “Il profilo di un mondo migliore non può prescindere dalla tutela della salute delle persone.  Solo un approccio universale può sanare la battaglia tra aspetti umani del vostro lavoro e il contenimento della spesa. L’impegno delle Marche in questo senso è costante,a breve voteremo il nuovo piano sociosanitario. La sanità futura va ridisegnata con l’aiuto di tutti i rappresentanti delle Regioni di Italia”.

È una donna a porre l’accento sul tempo del confronto tra colleghi come fondamentale: la Presidente dell’Ordine dei Medici di Ascoli Piceno, Fiorella De Angelis ricorda che “il board con i colleghi è tempo di cura. Credo che i politici debbano cominciare a parlare con tutti noi. Basta dire che non ci sono risorse. Il covid dovrebbe averci fatto capire  quanto siano importanti i professionisti della salute. Faccio appello affinché i politici diano ascolto ai sindacati che fanno gli interessi dei pazienti”.

Lo stesso Ministro della Salute, Orazio Schillaci, sottolinea nel suo messaggio augurale: “Siamo consapevoli di quanto sia rilevante la vostra professione nel rispondere alle esigenze di cura e prevenzione di ogni cittadino e della necessità di valorizzare le competenze dei professionisti sanitari”.

Ma è con l’appassionata relazione di Gloria Addeo, rappresentante SNR Giovani, che il Congresso entra nel vivo. “Chi lavora in ospedale oggi lavora anche per chi se ne andato e per chi non è stato assunto. La pandemia è andata ad esasperare problemi già esistenti. Non è la carenza di medici a preoccupare, ma la carenza di specialisti, dovuta all’imbuto formativo in tempi di spending review. La formazione di uno specialista costa all’erario 150.000 euro. Ma 20.000 se ne sono già andati, fuggendo verso il privato per l’incremento insostenibile del 70% dei flussi di lavoro. Un sanitario su due è in burn out”.

I lavori del Congresso continuano mentre si susseguono le riunioni in Aran per il rinnovo del Contratto dei medici (già scaduto) e le manifestazioni di tutto il mondo della Sanità per fermare la deriva del nostro Servizio Sanitario Pubblico, sempre più sofferente.

Il percorso lavorativo dei medici radiologi, reso complicato dal contesto socio-economico del nostro Paese, è al centro della relazione del Segretario Nazionale Fabio Pinto: “Occorre costruire una barriera di protezione del Sistema Sanitario Nazionale, gravemente definanziato rispetto agli altri paesi europei. In secondo luogo occorre porre un freno alla fuga dei nostri medici verso il privato, con provvedimenti legislativi che diano valore al capitale umano, anche attraverso l’uso della leva fiscale. Come radiologi siamo la prima disciplina diventata interamente digitale, ma il peso specifico della nostra attività professionale è ancora troppo spesso misconosciuto e sottovalutato: se guardiamo la storia, maestra di insegnamenti, vediamo che essa esalta le grandi infrastrutture costruite in epoca romana e ne celebra gli imperatori che le commissionarono mentre, dall’altra parte, il lavoro intellettuale e tecnico degli architetti, maestri nel mettere a punto soluzioni che hanno prodotto frutti durevoli per oltre duemila anni, ha raramente trovato riscontro in episodi di encomio dei nominativi di questi grandi professionisti”.

Il Congresso, che si concluderà sabato 27 maggio, ospita  anche un importante momento formativo per il mondo radiologico, dedicato ai temi del PNRR, Intelligenza Artificiale e Radioprotezione. Temi specifici di un sindacato che della specificità fa la propria bandiera, ma non si sottrae a battaglie comuni in difesa della salute dei cittadini e del nostro sistema sanitario.

L’OMS esorta i governi a smettere di sovvenzionare le colture di tabacco

In occasione della Giornata mondiale senza tabacco, l’Organizzazione mondiale della sanità (OMS) esorta i governi a smettere di sovvenzionare la coltivazione del tabacco e sostenere colture più sostenibili che potrebbero sfamare milioni di persone.

“Il tabacco è responsabile di 8 milioni di morti all’anno, eppure i governi di tutto il mondo spendono milioni per sostenere le piantagioni di tabacco”, ha affermato il dottor Tedros Adhanom Ghebreyesus, direttore generale dell’OMS. “Scegliendo di coltivare cibo invece del tabacco, diamo priorità alla salute, preserviamo gli ecosistemi e rafforziamo la sicurezza alimentare per tutti”.

Più di 300 milioni di persone in tutto il mondo si trovano ad affrontare una grave insicurezza alimentare. Nel frattempo più di 3 milioni di ettari di terreno in più di 120 paesi vengono utilizzati per coltivare tabacco killer, anche nei paesi in cui le persone muoiono di fame.

Un nuovo rapporto dell’OMS, “Coltiva cibo, non tabacco” (Grow food, not tobacco), evidenzia i mali della coltivazione del tabacco e i vantaggi del passaggio a colture alimentari più sostenibili per gli agricoltori, le comunità, le economie, l’ambiente e il mondo in generale. Il rapporto espone anche l’industria del tabacco per aver intrappolato gli agricoltori in un circolo vizioso di debiti, propagando la coltivazione del tabacco esagerando i suoi benefici economici e facendo pressioni attraverso lobby dell’agricoltura.

La coltivazione del tabacco provoca malattie agli agricoltori stessi e si stima che più di 1 milione di bambini lavoratori lavorino nelle piantagioni di tabacco, perdendo l’opportunità di ricevere un’istruzione.

“Il tabacco non è solo un’enorme minaccia per l’insicurezza alimentare, ma per la salute in generale, compresa la salute dei coltivatori di tabacco. Gli agricoltori sono esposti a pesticidi chimici, fumo di tabacco e tanta nicotina quanta ne si trova in 50 sigarette, portando a malattie come malattie polmonari croniche e avvelenamento da nicotina”, ha affermato il dott. Ruediger Krech, direttore della promozione della salute presso l’OMS.

La coltivazione del tabacco è un problema globale. Finora l’attenzione si è concentrata su Asia e Sud America, ma gli ultimi dati mostrano che le compagnie del tabacco si stanno espandendo in Africa. Dal 2005, c’è stato un aumento di quasi il 20% dei terreni coltivati a tabacco in tutta l’Africa.

Il Programma alimentare mondiale sostiene l’iniziativa Tobacco Free Farms che fornirà aiuto a più di 5mila agricoltori in Kenya e Zambia per coltivare colture alimentari sostenibili al posto del tabacco.

Ogni anno la Giornata mondiale senza tabacco onora coloro che fanno la differenza nel controllo del tabacco. Quest’anno uno dei premiati, Sprina Robi Chacha, un’agricoltrice del Kenya, viene premiata non solo per essere passata dalla coltivazione del tabacco a fagioli ad alto contenuto proteico, ma anche per aver formato centinaia di altri agricoltori su come farlo per creare una comunità più sana.

182 Le parti della Convenzione quadro dell’OMS sul controllo del tabacco si sono impegnate a “…promuovere alternative economicamente valide per i lavoratori e i coltivatori di tabacco”. Un modo decisivo in cui i paesi possono adempiere a questo obbligo è porre fine ai sussidi per la coltivazione del tabacco e sostenere colture più sane.

Scegliendo di coltivare cibo invece del tabacco, diamo priorità alla salute, preserviamo gli ecosistemi e aumentiamo la sicurezza alimentare.

Le principali 50 economie di coltivazione del tabacco per regione dell’OMS e per ettaro

Fonte: dati derivati da FAOSTAT (2021)

Edilizia sanitaria, Schillaci firma Accordo di Programma con Regione Puglia

Il Ministro della Salute Orazio Schillaci ha sottoscritto l’Accordo di Programma con la Regione Puglia per il completamento del Nuovo Ospedale San Cataldo di Taranto e per la realizzazione del Nuovo Ospedale del Nord Barese.

Alla firma erano presenti il Sottosegretario alla Salute Marcello Gemmato e una rappresentanza di parlamentari pugliesi.

“L’accordo di programma formalizzato oggi – commenta il Ministro Schillaci – assegna un finanziamento di quasi 300 milioni di euro alla Regione Puglia, per dotare la comunità pugliese di due importanti presidi ospedalieri, strategici per il potenziamento della sanità pubblica territoriale. Si tratta di risorse necessarie al completamento degli interventi previsti dal Programma straordinario di investimenti in edilizia e tecnologie sanitarie (ex articolo 20 della Legge 67/1988), che consentiranno di erogare un’offerta di salute più completa, innovativa e vicina ai cittadini”, spiega il Ministro.

“È solo l’inizio di un percorso per razionalizzare gli interventi strutturali destinati alle Regioni e valorizzare il nostro servizio sanitario nazionale, nel giusto bilanciamento tra assistenza ospedaliera e territoriale”.

La sottoscrizione odierna consente di sbloccare i fondi necessari all’ultimazione e alla fornitura di arredi e attrezzature per il Nuovo Ospedale San Cataldo di Bari, per il quale sono allocati 105 milioni di euro e alla costruzione del nuovo ospedale del Nord Barese per un finanziamento di 192,5 milioni di euro. Entrambi i finanziamenti sono coperti per il 95% da fondi statali, le restanti risorse sono stanziate dalla Regione.

“Oggi è una giornata molto importante – è il commento del Sottosegretario Gemmato – perché con la firma di questo Accordo si ufficializza l’atteso potenziamento della sanità pubblica pugliese. Ringrazio per questo il Ministro Schillaci che, insieme al Governo Meloni, si impegnano a dotare di ulteriori fondi la sanità della Regione Puglia, per garantire ai pugliesi servizi sanitari sempre più di qualità, innovativi e di prossimità.”

“Siamo al fianco della Regione Puglia – conclude Gemmato – per sostenere e indirizzare gli investimenti in sanità nel modo più razionale ed efficiente possibile, con spirito collaborativo e il comune obiettivo di assicurare maggiore e migliore assistenza sanitaria ai cittadini”.

Il Nuovo Ospedale San Cataldo, che subentrerà all’ospedale SS. Annunziata di Taranto, svolgerà un ruolo strategico nell’ambito della rete ospedaliera pugliese quale DEA di II Livello. Il presidio ospedaliero sarà, infatti, coinvolto nelle maggiori reti tempo-dipendenti, operando come HUB per la rete cardiologica, dell’ictus e del trauma. Sono inoltre previste altre discipline di alta specialità, quali la chirurgia vascolare; la neurochirurgia; la chirurgia toracica; la terapia intensiva neonatale. L’intervento di completamento consentirà di dotare l’ospedale di apparecchiature moderne e innovative da destinare ai reparti di radiologia, rianimazione e terapia intensiva, medicina nucleare, emodinamica, pediatria, radioterapia, dialisi, terapia intensiva neonatale, UTIC, sale operatorie e sale parto. Tecnologie che consentiranno all’ospedale di essere all’avanguardia e affrontare la sfida della transizione digitale offrendo ai cittadini servizi innovativi e avanzati.

Il “Nuovo Ospedale del Nord Barese” nascerà tra i comuni di Bisceglie e di Molfetta (tra l’ASL di Bari e ASL BT), con una dotazione di circa 250 posti letto. La struttura consentirà di potenziare la rete dell’emergenza-urgenza e ampliare e diversificare l’offerta sanitaria ai cittadini nell’area del nord barese. Il Nuovo Ospedale Nord Barese svolgerà un ruolo strategico nell’ambito della rete ospedaliera pugliese come DEA di I Livello e al proprio interno assicurerà tra l’altro diverse discipline tra cui cardiologia, con l’Unità Operativa di Terapia Intensiva Cardiologica (U.T.I.C.), malattie endocrine, medicina interna, psichiatria, terapie intensiva, geriatria, ortopedia, ostetricia e ginecologia e pediatria.

Vulvodinia e neuropatia del pudendo, invisibili per il SSN

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A un anno dal deposito alla Camera e al Senato della proposta di legge per il riconoscimento di Vulvodinia e Neuropatia del Pudendo come malattie croniche invalidanti e l’inserimento nei Livelli essenziali di Assistenza (LEA), abbiamo fatto il punto con Silvia Carabelli, presidente del Comitato vulvodinia e neuropatia del Pudendo, Chiara Natale, attivista e consigliera per lo stesso Comitato e il dottor Giorgio Galizia, urologo specialista in Chirurgia generale e perfezionato in Neuro-Urologia.

“I miei primi sintomi compaiono verso i 19 anni con i primi rapporti sessuali penetrativi. Il primo campanello d’allarme è stata la cistite, quindi forte dolore alla minzione, frequenza minzionale e peso vescicale, poi sono sorte anche vaginiti, candidosi ed infezioni. Ovviamente, la prima cosa che ho fatto è stata andare dalla ginecologa, che per curare la cistite mi diede l’antibiotico e per la questione vaginale mi prescrisse ovuli e lavande. Da lì è iniziato il calvario, pian piano le cistiti sono diventate sempre più frequenti e con esse le infezioni vaginali. Ma le terapie erano sempre le stesse. Non capivo perché stavo sempre male, perché la cistite continuava a ritornare“. Così si racconta Chiara Natale, influencer, divulgatrice, attivista e consigliera del Comitato Vulvodinia e Neuropatia del Pudendo, dal 2021 conosciuta sui social come chiara.lapelvi.

Dalla comparsa dei primi sintomi alla diagnosi sono passati 12 anni

“Ho iniziato a girare vari specialisti, ma di risposte ne avevo poche, le cure erano invece sempre le stesse. Mi sono sentita dire che ero cagionevole, che la cistite avrebbe fatto parte della mia vita e che mi ci dovevo abituare, che ero un caso raro. Questo mi ha fatto sentire sola, non ascoltata e non capita. La cistite viene molto banalizzata, ma chi ne ha sofferto sa quanto sia dolorosa e debilitante. Purtroppo, più il tempo passava e più i miei dolori diventavano costanti e devastanti. Ma nessuno sembrava capirmi, così durante le mie notti di disperazione mi imbatto in un forum, leggo storie e sintomi simili ai miei e mi si apre un mondo. Capisco che forse una risposta ai miei dolori c’è e così decido di andare da uno specialista in vulvodinia e pavimento pelvico. Dopo tanto dolore finalmente trovo una risposta ed ottengo la mia diagnosi. Dalla comparsa dei primi sintomi alla diagnosi sono passati 12 anni. Il ritardo diagnostico è uno dei problemi che pesa di più sulle spalle di noi pazienti. Arriviamo alla diagnosi sfiduciate e stanche. Inoltre, il percorso di guarigione si allunga, perché il dolore si è cronicizzato”.

Cosa sono la vulvodinia e la neuropatia del pudendo?

Per comprendere meglio cosa siano la vulvodinia e la neuropatia del pudendo, ne abbiamo parlato con il dottore Giorgio Galizia, urologo specialista in Chirurgia generale e perfezionato in Neuro-urologia.

La vulvodinia viene descritta come un disagio, un bruciore, a volte dolore urente in area vulvare. Si parla di vulvodinia generalizzata quando la condizione coinvolge tutta la vulva. Si parla di vulvodinia localizzata quando la condizione coinvolge solo alcune zone, solitamente il vestibolo, il territorio compreso tra le piccole labbra. Nella vulvodinia localizzata sono coinvolte solo alcune zone, solitamente il vestibolo: in questo caso si parla di vestibolodinia, che può essere spontanea o provocata, ad esempio da contatto fisico con gli indumenti e assorbenti o dai rapporti sessuali. Spesso le due forme, spontanea e provocata, coesistono. Si stima che soffra di vulvodinia, in gradi di gravità diversi, il 12-15% delle donne in età fertile”.

L’incidenza della neuropatia del pudendo è incerta

Il dottore Galizia, parlando di neuropatia del pudendo, precisa che “la sindrome è in relazione con la compressione e/o infiammazione del nervo pudendo, per lo più monolaterale. Si tratta di una sofferenza delle fibre nervose del nervo pudendo, cui è deputata l’innervazione somatica, cioè che riguarda i muscoli e non i visceri, di tutta la pelvi, quindi di tutta la muscolatura che ricopre dall’interno e dall’esterno le ossa del bacino. La sindrome che ne deriva è costituita essenzialmente da dolori neuropatici, anche molto forti, in zona pelvica ed in area genitale che si manifestano tipicamente soprattutto in posizione seduta, si alleviano assumendo la posizione eretta e deambulando, e tendono a scomparire quasi del tutto in posizione clinostatica (sdraiati) o stando seduti sul sedile del wc. L’incidenza della neuropatia del pudendo è incerta. Le stime della Pudendal Neuralgia Association (PNA) sono 1 su 100.000 della popolazione generale, mentre altri studi documentano l’incidenza dell’1% nella popolazione generale, che colpisce le donne più degli uomini. Si può affermare che la Neuropatia del Pudendo colpisca il 4% dei pazienti sottoposti a visita per il dolore pelvico cronico e colpisca sette donne ogni tre uomini”.

La diagnosi del Malato Immaginario e la mancanza di preparazione

“I sintomi di queste patologie sono un po’ ginecologici, un po’ urologici, un po’ neurologici, un po’ proctologici. Non esiste una specialistica dedicata e che formi i medici a trattare queste patologie del pavimento pelvico. Spesso la diagnosi più̀ frequente da parte del medico curante o del ginecologo o dell’urologo, mancando il conforto di esami strumentali e le “consuete evidenze cliniche” delle patologie pelviche più̀ conosciute, è in realtà̀ una non-diagnosi; troppo spesso a sostituire la non conoscenza o la difficoltà a trattare questo tipo di patologie da parte dei medici vi è, come extrema ratio, l’invio del paziente allo psichiatra o allo psicoterapeuta, attribuendo così al paziente, anche inconsapevolmente, l’etichetta di “malato immaginario” – continua Galizia -. La difficoltà della diagnosi o la non conoscenza dell’argomento viene scaricata sul paziente:È tutto nella tua testa“. Non esiste attualmente un percorso formativo nelle scuole di specializzazione mediche che orienti su queste patologie. Chi di noi si occupa di queste patologie lo fa avendo sviluppato un interesse personale per l’argomento“.

Patologie ancora non riconosciute da SSN

“Nell’ambito delle molteplici opzioni terapeutiche disponibili occorre sapersi orientare con saggezza ed oculatezza, mettendo sempre al centro il paziente, tenendo ben presente le sue esigenze, incluse quelle logistiche legate al tipo di lavoro svolto, al tempo disponibile per effettuare cure ambulatoriali, alle disponibilità economiche – spiega Galizia -. A tal proposito, il medico prescrittore deve considerare che: tutti gli integratori alimentari, le preparazioni galeniche, i farmaci da banco, quelli di fascia C e quelli prescritti in modalità off label sono a totale carico dell’assistito; il costo degli integratori non è detraibile dalle imposte; alcuni farmaci di fascia A hanno una compartecipazione al costo (ticket) da parte dell’assistito non trascurabile; non esistono tuttora esenzioni per patologia per farmaci ed esami diagnostici per quasi tutte le sindromi dolorose pelviche, eccezion fatta per la cistite interstiziale; le strutture pubbliche che erogano prestazioni di fisioterapia pelvica e psicoterapia del dolore sono poche e di non facile accesso; nella maggior parte dei casi i pazienti provengono già da precedenti percorsi diagnostico-terapeutici non risolutivi, per i quali hanno già dovuto affrontare costi considerevoli.

È estremamente importante portare avanti il percorso per il riconoscimento della patologia da parte del SSN

Prima di impostare un terapia è quindi indispensabile che il paziente abbia chiara la diagnosi e le caratteristiche della malattia di cui soffre, e bisogna aiutarlo ad avere delle aspettative ragionevoli sulle possibilità e sui tempi dei miglioramenti e della guarigione, e bisogna sensibilizzarlo ad avere comportamenti congrui con l’attuale stato di salute e atti a favorire il buon esito delle cure. È di estrema importanza che si arrivi ad un approccio condiviso e consapevole del percorso terapeutico. Per tutto questo è necessario dedicare molto tempo all’ascolto, al dialogo e alle spiegazioni, magari aiutandosi anche con testi informativi standard che il paziente possa rileggere a casa, e quindi prevedere una tempistica adeguata alle visite, soprattutto la prima. Considerando quindi la cronicità̀ della patologia, l’età̀ della popolazione maggiormente colpita, la diffusione della patologia, il fatto che la stessa patologia venga poco e, spesso, tardivamente riconosciuta, o peggio non attribuita a cause fisiche ma psicosomatiche, si può̀ tranquillamente affermare che: parlando di vulvodinia e di neuropatia del pudendo, non si parla di una malattia rara, ma di una patologia che rappresenta un vero e proprio problema sociale. Per questo motivo è estremamente importante portare avanti il percorso per il riconoscimento della patologia da parte del SSN”.

La voce del Comitato vulvodinia e neuropatia del pudendo

Ci curiamo quasi esclusivamente nel privato. Non solo non esiste esenzione, ma nemmeno esistono centri pubblici in cui si possa accedere tramite impegnativa. Non esiste esenzione o agevolazione (ticket) neppure per i farmaci: paghiamo tutto a prezzo pieno. Dal gennaio del 2023, solo per chi assume farmaci per la terapia del dolore, c’è l’esenzione per quella categoria di farmaci. Ma sono i meno utilizzati, anche perché rappresentano l’ultima linea di trattamento e la meno efficace. Così come non abbiamo diritto ad alcuna esenzione, o anche semplicemente al ticket per i nostri farmaci, così non abbiamo diritto all’invalidità, proprio perché non parliamo di malattie riconosciute dallo stato italiano. La speranza è che Stato e Regioni si attivino con molta più attenzione e velocità perché, ad oggi, le nostre restano malattie invisibilizzate e ignorate dalle istituzioni pubbliche“.

Questo è l’augurio di Silvia Carabelli, presidente del Comitato vulvodinia e neuropatia del pudendo, nato come soggetto politico informale nel giugno del 2021 e costituitosi poi come associazione nel maggio 2022. Raccoglie le associazioni italiane che si occupano delle due patologie, un comitato scientifico di esperti e una quarantina di pazienti-attiviste/i. Il Comitato nasce per portare avanti la causa del riconoscimento di vulvodinia e neuropatia del pudendo nelle sedi istituzionali competenti in materia sanitaria, quindi parlamento, governo e regioni”.

Cosa chiede il Comitato?

Chiediamo che vulvodinia e neuropatia del pudendo siano riconosciute come malattie croniche e invalidanti, che il SSN si organizzi per avere almeno un centro dedicato al dolore pelvico cronico in ogni regione d’Italia, anche più di uno nelle regioni più popolose e più estese territorialmente e, infine, che il personale sanitario, oggi impreparato su queste patologie, venga adeguatamente formato tramite università, scuole di specializzazione e formazione permanente (crediti formativi annuali per il personale che già lavora). Ad oggi, l’unica possibilità di cura per le persone malate sono i centri e i professionisti privati.

È cambiato qualcosa da quando è stato proposto il progetto di legge?

Sul piano politico è ancora tutto da fare

Sul piano mediatico, sicuramente sì: oggi si parla molto di più di vulvodinia e neuropatia del pudendo rispetto anche solo a due anni fa. Sul piano politico è ancora tutto da fare: le proposte di legge giacciono chiuse nei cassetti di Camera e Senato, il Ministero della Salute non ha ancora dato nessun riscontro sulla questione e le Regioni arrancano tra la mancanza di finanziamenti, la carenza di personale nel pubblico e l’impreparazione generale sul dolore pelvico cronico.

Quali sono state le vostre vittorie?

La più grande vittoria è la maggior attenzione che vi è oggi sul tema: i numerosi inviti che riceviamo per parlare nelle scuole, nelle facoltà di medicina e a eventi di sensibilizzazione in generale. Sul piano politico, avere una proposta di legge e un dossier scientifico da noi scritti, disponibili pubblicamente sul nostro sito e pronti per le istituzioni, è sicuramente un ottimo punto di partenza. Nelle regioni, purtroppo, bisogna lavorare territorio per territorio, e questo è un lavoro lungo, faticoso e molto oneroso: è un problema avere a che fare con 20 servizi sanitari regionali diversi, dovendo cominciare ogni volta da zero, regione per regione.

Per approfondire

Eccezionale trapianto domino di cuore alle Molinette di Torino

Quando il trapianto diventa donazione. È accaduto a Torino alcuni giorni fa con un trapianto di cuore domino associato ad un trapianto del blocco cuore-polmoni. Un giovane paziente di 43 anni, affetto da una grave patologia polmonare, è stato sottoposto ad un trapianto associato del cuore e dei due polmoni ed il suo cuore espiantato, anziché essere scartato, è stato utilizzato per effettuare un trapianto di cuore in una seconda paziente affetto da una grave malattia cardiaca terminale. Dopo quasi trent’anni che non si effettuava in Italia, il trapianto di cuore domino si è nuovamente dimostrato una strategia “semplice” per risolvere un problema complesso.

Un giovane uomo soffre di una grave disfunzione dei polmoni per la Sindrome di Young. Il paziente di 43 anni è siciliano, ma decide di affidarsi alle cure del Centro Trapianti di cuore e polmone dell’ospedale Molinette della Città della Salute di Torino (diretto dal professor Mauro Rinaldi). Dalle analisi si scopre che il solo trapianto dei polmoni non è praticabile per una grave discrepanza di dimensioni del torace di sinistra rispetto a quello di destra. L’unica possibilità è di sostituire l’intero blocco cardio-polmonare. Ma il suo è un cuore giovane, non malato, e non può essere sprecato. I medici decidono quindi che può essere recuperato e trapiantato in un secondo paziente. Intanto il paziente sta male, viene ricoverato in ospedale più volte ed a lungo, perché ha bisogno di ossigeno ed ha infezioni ricorrenti. La famiglia si trasferisce a Torino, ma l’attesa è lunga e, dopo qualche mese, il paziente decide di ritornare a casa in Sicilia. Scoppia l’epidemia Covid e lui si infetta, ma fortunatamente sopravvive. Intanto il tempo passa ed i suoi polmoni sono sempre più malandati, finchè alla fine di dicembre 2022 viene ritrasferito alle Molinette. Poco prima di Capodanno sta molto male e viene ricoverato nella Terapia Intensiva della Cardiochirurgia (coordinata dalla dottoressa Anna Trompeo, dell’équipe del professor Luca Brazzi), dove viene intubato ed attaccato al ventilatore meccanico.

La gravità della malattia consente ai medici di lanciare un appello nazionale per un trapianto urgente di cuore e polmoni. Trovare tre organi idonei non risulta facile, nonostante l’iscrizione alla lista nazionale delle urgenze. Fortunatamente, la sua funzione polmonare, seppur grave, si stabilizza. Alla fine di aprile ecco la speranza: il Centro Regionale Trapianti (diretto dal professor Antonio Amoroso) segnala, su indicazione del Centro Nazionale Trapianti, la disponibilità di un blocco cuore-polmoni di un donatore di Roma. Parte la corsa contro il tempo e l’organizzazione del complesso trapianto domino. Una équipe della Cardiochirurgia parte per il prelievo, il paziente viene trasferito in sala operatoria e viene chiamata in ospedale una donna di 51 anni, affetta da Displasia Aritmogena biventricolare, per ricevere il cuore che diversamente sarebbe stato sprecato. È un’organizzazione complessa. Tutto è pronto: i due riceventi (uno per il blocco cuore-polmone) e l’altra (per il cuore espiantato nella sala operatoria accanto) sono pronti a ricevere ad incastro il prezioso dono in arrivo a Torino. L’intervento del blocco cuore-polmone è particolarmente complesso: i polmoni sono gravemente danneggiati, il torace è asimmetrico e poi non bisogna lesionare il cuore che la paziente nella sala operatoria a fianco sta aspettando. L’intervento, eseguito dal professor Mauro Rinaldi con l’aiuto del professor Massimo Boffini, durato oltre dieci ore, riesce perfettamente: il cuore e i polmoni nuovi vengono impiantati e nell’altra sala operatoria il cuore espiantato viene impiantato nella seconda paziente.

Le strade di tre persone si incrociano per un momento con il passaggio di un testimone particolare: il donatore dona il blocco cuore-polmone ad un paziente che lo riceve ed a sua volta dona il suo cuore “scartato” ad una seconda paziente.

La realizzazione di questi due trapianti concatenati è il coronamento di un importante sforzo, sia della rete trapiantologica nazionale, sia dell’ospedale Molinette, che traduce in cura la generosità dei cittadini che hanno acconsentito alla donazione.

Attualmente i due pazienti stanno migliorando e il loro decorso appare regolare, facendo ben sperare che possano godere appieno di questo bellissimo “regalo”.

Il Direttore Generale della Citta della Salute di Torino – Giovanni La Valle – si dichiara orgoglioso di questo intervento che sintetizza bene l’alta complessità e l’eccellenza delle cure disponibili nell’ospedale Molinette. Sottolinea, inoltre, come il trapianto di cuore non possa realizzarsi che da donatore deceduto, se non in questa rarissima situazione, dove il donatore è vivente, caso veramente unico, che ha consentito una speranza di vita in un altro ricevente in attesa di trapianto.

Dotare i robot-chirurghi del tatto: l’impatto sulla salute delle donne

Un sistema di sensori e interfacce aptiche sarà in grado di dotare i robot-chirurghi di un “senso del tatto”, aprendo così nuove prospettive in operazioni che già ora sono condotte tramite sistemi robotici, e che sono di grande impatto sulla salute delle donne, come i miomi uterini, molto diffusi e associati a infertilità, abortività e complicanze della gravidanza, e il prolasso dell’utero, di grande incidenza nelle donne sopra i 60 anni. 

Il sistema è stato progettato dal team di robotica del Dipartimento di Ingegneria dell’Informazione dell’Università di Pisa (DII) grazie alla collaborazione con i medici del Dipartimento di Medicina Clinica e Sperimentale dell’Ateneo Pisano nell’ambito del progetto ART (Advancing Robotic gynecologic surgery through artificial Touch).

“Le operazioni condotte in chirurgia robotica –  spiega Matteo Bianchi, docente di Robotica al Dipartimento di Ingegneria dell’Informazione e al Centro “E. Piaggio”, e coordinatore del progetto ART –  permettono al medico non solo di minimizzare l’impatto della procedura chirurgica, ma anche di eseguire un intervento su un paziente che non si trova fisicamente nello stesso luogo.  Nella chirurgia ginecologica, e in particolare nel trattamento della fibromatosi uterina e del prolasso degli organi pelvici, l’efficacia delle operazioni in chirurgia robotica e telechirurgia  è contrastata dall’assenza di informazione tattile, che rende molto difficile la localizzazione dei miomi e l’identificazione delle strutture anatomiche.

Il nostro sistema punta a prelevare tramite sensori l’informazione tattile che avrebbe il chirurgo toccando i tessuti con le proprie mani, e riprodurla mediante interfacce aptiche indossabili, che restituiranno al medico le informazioni sulle proprietà meccaniche dei tessuti, come la rigidezza e la forma delle strutture anatomiche. Lo sviluppo di nuove interfacce aptiche potrò portare anche un deciso avanzamento del training chirurgico dei giovani medici”.

Il sistema robotico verrà inoltre dotato di un certo grado di autonomia: valutando autonomamente le proprietà meccaniche  dei tessuti, il robot farà una stima ottimale della collocazione dei punti di interesse, e restituirà questa informazione al medico sotto forma di impulso tattile.

Il progetto mira quindi a contribuire in maniera significativa agli obiettivi di sviluppo sostenibile che riguardano la promozione della qualità della vita, sia garantendo interventi a tutela della gravidanza e della salute riproduttiva sia a promozione di uno stile di vita salutare e al benessere a tutte le età.

La ricerca delle applicazioni delle interfacce aptiche sviluppate dal gruppo di ingegneri del DII per la restituzione delle informazioni tattili ha inoltre aperto scenari interessanti nell’ambito della realtà tattile aumentata per le mani, attraverso lo sviluppo di uno dei primi sistemi indossabili che permettono “Feel-through”, ovvero “sentire attraverso”.  Come succede già in visione, dove immagini virtuali vengono sovrapposte alla scena reale, il dispositivo indossabile sviluppato all’Università di Pisa, permette di manipolare la percezione tattile degli oggetti toccati, alterandone ad esempio la morbidezza percepita. Queste soluzioni potranno trovare applicazioni fertili per quanto riguarda la formazione dei chirurghi in ginecologia e non solo. Lo studio è stato pubblicato sulla rivista Transactions on Haptics, una delle più prestigiose del settore.

“La realtà aumentata fino ad ora ha riguardato esclusivamente la creazione di contenuti visivi – spiega Giulia Pagnanelli, studentessa di dottorato in Ingegneria dell’Informazione al il DII e coautrice dello studio – Il nostro gruppo è uno dei pochissimi a occuparsi anche della creazione di una realtà aumentata per mani, generata da dispositivi indossabili, che sono gli equivalenti dei visori per gli occhi. Abbiamo dimostrato che si può modulare la percezione della morbidezza di un oggetto reale. Questa manipolazione della percezione tattile di oggetti reali può offrire spunti interessanti per la formazione dei chirurghi, ad esempio per aumentare riproduzioni fisiche-artificiali di parti anatomiche ed aumentarle con effetti e proprietà tattili per accrescere il realismo e quindi migliorare la veicolazione di informazioni clinico-procedurali in sede di training”.

Rimborsabilità della pillola anticoncezionale: il CdA Aifa chiede approfondimenti

Come reso noto dall’Agenzia, il Consiglio di Amministrazione dell’Aifa ha preso atto che le Commissioni consultive dell’Agenzia non hanno ancora elaborato precise indicazioni sulle fasce di età a cui concedere gratuitamente la pillola anticoncezionale, sulle modalità di distribuzione e sui costi per il Sistema Sanitario Nazionale nei vari scenari di adozione della rimborsabilità.

Il CdA ha rilevato, dunque, che non sussistono gli elementi essenziali per deliberare ed ha chiesto approfondimenti. Inoltre, il Consiglio si impegna ad attivare un tavolo di concertazione con i Ministeri vigilanti e la Conferenza delle Regioni. 

Per approfondire

Per gli esperti serve aumentare l’accesso ai Lea odontoiatrici

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8 miliardi contro 85 milioni. Tanta è la spesa dei cittadini e quella dello Stato per quanto riguarda le cure odontoiatriche. Lo Stato spende l’1% rispetto a quanto sostenuto dai privati. È la fotografia emersa da un documento stilato dal Consiglio superiore di Sanità per conto del Ministero della Salute.

“Come organo tecnico forniamo pareri non vincolanti e di tipo tecnico per l’appunto”, commenta Marco Ferrari, professore ordinario di Malattie odontostomatologiche del Dipartimento Biotecnologie mediche dell’Università degli Studi di Siena, tra gli autori del documento.

Il report, che si chiama “Revisione dell’accesso alle cure odontoiatriche nel Ssn”, elenca prima di tutto alcuni numeri sul rapporto della popolazione italiana con i dentisti. Le cifre non sono confortanti: il 5,7% dei cittadini con più di 15 anni e il 5,7% degli over65 non ha effettuato visite o trattamenti dentistici per motivazioni di natura economica nei dodici mesi precedenti l’intervista. I dati provengono dal rapporto Istat sulle Condizioni di salute e ricorso ai servizi sanitari in Italia e nell’Unione europea pubblicato nel gennaio 2022 e basato su dati 2019, dunque pre-pandemia. Siccome tutti gli indicatori dimostrano un impoverimento della popolazione dopo il Covid, è verosimile pensare che queste percentuali si siano alzate.

Lo stesso report ha rilevato poi che il 13% dei cittadini con più di 15 anni e il 19,6% degli over65 ha effettuato le prestazioni odontoiatriche in ritardo o non le ha effettuate per motivi di lista di attesa, sempre nei dodici mesi precedenti l’intervista, con forti disuguaglianze rispetto alla Regione di residenza.

Solo il 4,5% degli over 15 e il 5,7% dei cittadini over 65 si sono rivolti ad una struttura pubblica

Inoltre, solo il 4,5% degli over 15 e il 5,7% dei cittadini di età maggiore ai 65 anni si sono rivolti ad una struttura pubblica per cure odontoiatriche, mentre gli altri sono ricorsi a cliniche private convenzionate o a studi odontoiatrici gestiti da liberi professionisti, pur dovendo sostenere interamente il costo della prestazione.

I dati Istat evidenziano che nel 2019 il 51% della popolazione italiana over 15 ha avuto accesso ad almeno una prestazione odontoiatrica, che il 92% lo ha fatto pagando per intero la prestazione (con o senza un rimborso da parte di un’assicurazione) e che il 91% si è rivolto a un libero professionista al posto di una struttura pubblica o convenzionata.

“Non ritengo si tratti di un problema culturale: in Italia le persone si rivolgono soprattutto al privato perché le prestazioni garantite dal pubblico sono essenziali”, rileva Ferrari.

L’assistenza odontoiatrica pubblica

Per la popolazione generale, i Lea sono garantiti per un numero limitato di prestazioni

L’assistenza odontoiatrica a carico del Servizio sanitario nazionale è infatti limitata ai programmi di tutela della salute odontoiatrica nell’età evolutiva e all’assistenza odontoiatrica e protesica garantita a determinate categorie di soggetti in condizioni di particolare vulnerabilità. Per quanto riguarda la popolazione generale, i Lea sono garantiti per un numero limitato di prestazioni.

Nel 2017 sono stati ampliati gli ambiti di applicazione prevedendo l’introduzione di un nuovo e aggiornato Nomenclatore prestazioni di assistenza specialistica ambulatoriale contenente sia prestazioni di assistenza specialistica ambulatoriale sia di assistenza protesica; l’obbligo di formulare le tariffe massime delle prestazioni previste e la definizione delle “condizioni di vulnerabilità” per l’odontoiatria, distinguendo tra vulnerabilità sanitaria  e vulnerabilità sociale. La prima riguarda l’insieme di malattie e condizioni alle quali sono frequentemente o sempre associate complicanze di natura odontoiatrica o nelle quali le condizioni di salute potrebbero risultare aggravate o pregiudicate da patologie odontoiatriche concomitanti. Per vulnerabilità sociale, invece, si intende una condizione di svantaggio sociale ed economico, correlata di norma a condizioni di marginalità o esclusione sociale. Che hanno come conseguenza il fatto di non potersi permettere le cure odontoiatriche a pagamento.

Alla popolazione generale è sempre garantita la visita odontoiatrica e il trattamento immediato delle urgenze.

“Purtroppo il pubblico non ha risorse umane, economiche e strutturali per coprire queste richieste – afferma Ferrari – ed eroga poco più del 5% delle prestazioni odontoiatriche a livello nazionale. Il restante 95% è coperto dal privato”.

Le proposte degli esperti

Dopo l’analisi dello status quo, gli esperti che hanno stilato il documento fanno alcune proposte.

Prima di tutto hanno suggerito di rivedere i criteri per la definizione delle condizioni di erogabilità delle prestazioni odontoiatriche, poiché è stata riscontrata una forte disomogeneità regionale: nell’attuale sistema, per esempio, rimangono escluse quelle persone o nuclei familiari che, seppur in condizioni di disagio, non rientrano nei limiti Isee, oppure non possono produrre un Isee, come succede per gli stranieri irregolari.

Dal punto di vista operativo, questo si potrebbe raggiungere aumentando il numero di codici di esenzione che possano accedere ai Lea odontoiatrici.

La seconda indicazione riguarda l’ampliamento e l’aggiornamento del “Nomenclatore prestazioni di assistenza specialistica ambulatoriale”, il documento che stabilisce la tipologia e le modalità di fornitura di protesi e ausili a carico del Servizio sanitario nazionale. “Quota parte delle prestazioni di assistenza specialistica ambulatoriale odontoiatrica e di assistenza protesica risultano superate in rapporto alle nuove acquisizioni scientifiche e all’evoluzione tecnologica”, scrivono gli esperti.

Sono pochi i cittadini che, pur avendone diritto, sono a conoscenza dell’esistenza dei Lea odontoiatrici

Il terzo suggerimento riguarda l’incremento delle campagne di promozione della salute orale e di comunicazione e sensibilizzazione delle categorie più fragili, poiché si è riscontrato che sono pochi i cittadini che, pur avendone diritto, sono a conoscenza dell’esistenza dei Lea odontoiatrici.

Gli aspetti economici

Poiché l’odontoiatria è uno dei settori nei quali i cittadini riscontrano maggiori difficoltà in termini di accesso e conseguente maggior tasso di rinuncia alle cure per problemi soprattutto di natura economica e visto il progressivo invecchiamento della popolazione, il gruppo di lavoro ha proposto una riflessione sull’impatto economico che alcuni correttivi potrebbero comportare.

“È la prima volta che viene fatta una stima di quanto si potrebbe investire nei Lea odontoiatrici per ampliare la copertura a quelle categorie deboli e fragili”, rileva Ferrari.

Per quanto riguarda l’allargamento dei criteri e delle condizioni di erogabilità previste dai Lea per l’accesso alle prestazioni, gli esperti hanno stimato un esborso di circa 800 milioni di euro. Per la ridefinizione delle prestazioni erogabili stanti le attuali condizioni lo stanziamento stimato si colloca in un range tra i 200 e i 300 milioni di euro.

Infine, un finanziamento a copertura dei manufatti protesici e ortodontici, a integrazione di quanto già previsto, per i soli trattamenti, destinati agli under15 e agli over65 ammonterebbe a una forbice tra i 170 e i 340 milioni di euro.

Oltre all’aumento di risorse, gli esperti hanno auspicato “un intervallo di tempo sufficientemente lungo da consentire un aggiustamento dei meccanismi di offerta e dei circuiti di produzione, ad oggi quasi del tutto rispondenti a logiche “di mercato” e legate all’iniziativa dei singoli professionisti, nonché una massiccia campagna di educazione e promozione della salute orale nei confronti di tutte quelle categorie che finora hanno maggiormente risentito delle restrittive condizioni di accesso alle cure odontoiatriche. Questa potrebbe essere anche l’occasione per introdurre e generare incentivi forti a stili di vita preventivi associandoli come vincolo per rientrare nei criteri di eleggibilità nel Ssn, ad esempio vincolati a visite di controllo annuali e comportamenti di cura orale corretti”.

“Ci rendiamo conto che l’odontoiatria migliora la qualità di vita delle persone laddove altre branche della medicina le curano e che quindi gli stanziamenti alla nostra branca arriveranno sempre dopo quelli previsti per l’oncologia o le malattie cardiocircolatorie – riflette Ferrari – Tuttavia, riteniamo importante che il Ministero ci abbia chiesto questo documento, sulla base del quale potranno essere prese decisioni politiche”.