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Consumi in crescita per le alternative al fumo

In vista della Giornata mondiale senza tabacco del 31 maggio, l’Istituto di fisiologia clinica del Consiglio nazionale delle ricerche di Pisa rende noti alcuni dati relativi alle abitudini al fumo tratti dallo studio IPSAD® (Italian Population Survey on Alcohol and other Drugs) condotto Laboratorio di epidemiologia e ricerche sui servizi sanitari dell’Istituto.

Lo studio evidenzia come per tutti i pattern di consumo, escluso quello giornaliero, le prevalenze siano tornate a crescere nel 2022 dopo che avevano fatto registrare un costante decremento nella popolazione adulta tra il 2006 e il 2017: sono quasi 30 milioni gli italiani tra i 18 e gli 84 anni, soprattutto uomini, che hanno fumato tabacco almeno una volta nella vita (62%), 14 milioni ne hanno fatto uso nel 2022 (29%) e poco più di 12 milioni se si considera l’abitudine al fumo negli ultimi 30 giorni (26%). Oltre 7 milioni di persone hanno fumato quotidianamente nel 2022 (15%). Nelle preferenze di consumo, alle sigarette tradizionali vendute in pacchetti seguono i trinciati e i sigari, mentre l’uso di sigarette elettroniche e dispositivi a tabacco riscaldato coinvolge una percentuale minore di italiani, seppure se in costante crescita.

Poco meno di 7 milioni di adulti hanno provato la sigaretta elettronica almeno una volta nella vita (14%) e nel 2022 l’uso di questi dispositivi ha interessato circa 4 milioni di persone nel corso degli ultimi 12 mesi (7,6%) e 2 milioni nel corso del mese (4,4%). Tra chi ha usato sigarette elettroniche il 49% le ha provate per smettere di fumare le tradizionali, il 39% per curiosità e il 12% perché offerte dagli amici. Il 71% degli svapatori le utilizza perché le ritiene meno dannose per la salute, un terzo perché sono il dispositivo che preferisce e per il 3,8% l’utilizzo è consigliato dal medico come supporto alla cessazione. I dispositivi a tabacco riscaldato sono stati provati almeno una volta dal 12% degli italiani adulti, l’8% li ha utilizzati nel corso del 2022 e il 5,5% ne ha fatto uso nell’ultimo mese e, come per le sigarette elettroniche, le percentuali maggiori si rilevano nella popolazione più giovane, tra i 18 e i 40 anni, nonché tra gli uomini.

“Per la prima volta da quando viene condotto lo studio IPSAD®, cioè il 2001, osserviamo un “ritorno” dei consumi di sigarette tradizionali, mentre d’altra parte continuano a salire quelli riferiti alle sigarette elettroniche” spiega Sabrina Molinaro, dirigente di ricerca Cnr-Ifc. “Se si guarda ai consumi cumulativi, il 63% degli adulti 18-84enni ha utilizzato almeno un prodotto a base di nicotina nel corso della propria vita, il 33% lo ha fatto nel 2022 e il 29% nell’ultimo mese. Percentuali, queste, che non si discostano molto dalle prevalenze di consumo della sola sigaretta tradizionale, e che indicano come la diffusione delle alternative elettroniche e digitali poco abbia impattato sul fumo tradizionale nella popolazione adulta, che per la gran parte ha visto nelle sigarette classiche il medium di ingresso alla dipendenza da nicotina”.

Incrociando i dati con le informazioni rilevate mediante lo studio ESPAD®Italia (European school Survey Project on Alcohol and Other Drugs), anch’esso condotto annualmente dai Cnr-Ifc, i ricercatori sono riusciti a fornire un quadro comprensivo anche delle abitudini della popolazione studentesca 15-19enne, i cui consumi sono secondi solo a quelli alcolici. Su questo target sembra aver avuto gioco più facile l’offerta di dispositivi alternativi alla sigaretta classica, più tecnologici e attraenti, che hanno modificato il panorama delle abitudini giovanili offrendo nuove possibilità di sperimentazione. Le sigarette tradizionali sono ancora le più utilizzate: il 47% degli studenti le ha provate nella vita, il 37% ha fumato nel corso del 2022, 750mila studenti nel mese e quasi il 19% ne fa un uso quotidiano. Tra i più giovani sono le ragazze a far registrare consumi superiori rispetto ai coetanei.

“Per quanto la prevalenza di fumo tradizionale risulti in costante calo tra gli studenti italiani, a eccezione di un picco rilevato nell’anno successivo alla pandemia da Covid-19, sono però soprattutto i consumi cumulativi a destare preoccupazione” prosegue Molinaro. I dati mostrano infatti che il 55% degli studenti 15-19enni ha usato almeno un prodotto a base di nicotina nel corso della propria vita, a indicare che meno della metà dei 15-19enni non è mai venuta in contatto con la nicotina, e il 37% ne ha fatto un uso corrente nel 2022. Sono quasi 1 milione i giovani che hanno sperimentato le sigarette elettroniche (40%), 750mila l’hanno usata nel 2022 (30%) e oltre 400mila ne fa un uso corrente (17%). Per quanto riguarda le sigarette senza combustione, 700mila studenti le hanno provate almeno una volta nella vita (28%), 600mila lo hanno fatto nel corso del 2022 (24%) e oltre 400mila nell’ultimo mese (16%). La prevalenza di uso duale, ossia concomitante di due dispositivi, varia in relazione ai prodotti considerati: il 33% degli studenti ha usato nella vita sigarette tradizionali ed elettroniche, il 25% ha provato sigarette tradizionali e senza combustione e il 24% ha fatto uso nella vita di sigarette elettroniche e senza combustione.

“L’apertura del mercato a una sempre più vasta offerta di prodotti alternativi rischia, soprattutto tra i più giovani, di incentivare la sperimentazione, proponendo opzioni accattivanti e accessibili che si discostano dall’idea classica di fumo, ma che si configurano come possibili precursori di una dipendenza a lungo termine da nicotina” conclude Molinaro.

Giornata Mondiale Sclerosi Multipla: SIN e AISM insieme per promuovere l’accesso alle terapie innovative

In occasione della Giornata Mondiale della Sclerosi Multipla che si celebra oggi 30 maggio, la Società Italiana di Neurologia (SIN) si unisce all’Associazione Italiana Sclerosi Multipla (AISM) per promuovere maggior consapevolezza e supporto per le persone affette da questa grave malattia neurologica.

La Giornata Mondiale della Sclerosi Multipla rappresenta un’importante occasione per sensibilizzare l’opinione pubblica sulla Sclerosi Multipla (SM) e per affrontare le sfide che le persone con SM affrontano quotidianamente. È un momento in cui tutti gli stakeholder sono chiamati a unire le forze per migliorare la qualità di vita delle persone colpite e per promuovere una società inclusiva, in cui ogni individuo abbia pari opportunità, indipendentemente dalla sua condizione di salute.

La SIN, insieme all’AISM, riconosce i progressi significativi che sono stati fatti nel campo della terapia della SM, grazie all’arrivo di numerosi farmaci ad alta efficacia. Questi nuovi trattamenti offrono la possibilità di intervenire precocemente nella malattia e di arrestare la progressione della disabilità, cambiando radicalmente la prospettiva di vita di questi pazienti.

“In questo contesto – commenta il Prof. Claudio Gasperini, Responsabile del Gruppo di Studio Sclerosi Multipla della Società Italiana di Neurologia – la SIN e l’AISM si sono impegnate a promuovere un confronto aperto e costruttivo con l’Agenzia Italiana del farmaco (AIFA), al fine di ottimizzare l’uso di queste terapie innovative e di garantire che siano disponibili quanto prima per coloro che ne possono beneficiare. L’obiettivo è quello di modificare la storia naturale della malattia, riducendo la progressione della disabilità e migliorando la qualità di vita delle persone con SM”.

La SIN sottolinea l’importanza di superare le limitazioni prescrittive della normativa attuale e di adottare un approccio basato sulla personalizzazione del trattamento. Questo permetterebbe ai medici di scegliere la terapia ottimale per ogni paziente con SM, al fine di ridurre il rischio di progressione clinica e l’accumulo di disabilità. La SIN e l’AISM sono fiduciose che attraverso un confronto aperto e costruttivo con AIFA si possano trovare soluzioni appropriate per garantire il migliore supporto possibile a questi pazienti.

“La Giornata Mondiale della Sclerosi Multipla – afferma il Prof. Alfredo Berardelli, Presidente SIN – rappresenta un momento per unire le forze, non solo tra professionisti della salute e associazioni, ma anche tra la comunità nel suo insieme. È essenziale lavorare congiuntamente per garantire che tutte le persone con SM abbiano accesso alle cure necessarie a condurre una vita appagante. Unendo le forze, oggi e tutti i giorni, possiamo fare la differenza nella vita delle persone con Sclerosi Multipla e contribuire a un futuro in cui tutti abbiano pari opportunità e sostegno nella lotta contro questa malattia”.

La sclerosi multipla (SM) è una malattia cronica del sistema nervoso centrale che solo in Italia colpisce circa137.000 persone e fa registrare oltre 3600 nuovi casi ogni anno, 1 ogni 3 ore. Insorge generalmente tra i 20 e i 40 anni con una maggiore frequenza nelle donne. Si tratta di una patologia dal forte impatto emotivo e sociale che comporta una disabilità rilevante, che, spesso, compare dopo alcuni anni di storia clinica e un lungo decorso che si prolunga poi per tutta la vita”.

I sintomi più comuni della SM sono perdita di equilibrio, cattiva coordinazione, tremori, disturbi del linguaggio, alterazioni della vista, riduzione di forza, perdita della capacità deambulatoria, perdita del controllo sfinterico, deficit delle funzioni cognitive, disfagia, dolore, e affaticabilità cronica, che sono presenti in misura variabile da soggetto a soggetto.

Efficacia dell’intubazione video-assistita del paziente critico

L’intubazione tracheale è una delle più frequenti manovre eseguite sia in anestesia che in rianimazione per assicurare le vie aeree e consentire l’avvio della ventilazione artificiale. Nel paziente critico, a causa delle compromissioni delle condizioni di base (shock, insufficienza respiratoria) questa manovra può associarsi a gravi complicanze.

Un team di ricercatori, coordinato dal dott. Vincenzo Russotto, ricercatore del Dipartimento di Oncologia dell’Università di Torino e rianimatore presso l’AOU San Luigi Gonzaga, e dal prof. Pietro Caironi, Direttore dell’UOC di Anestesia e Rianimazione del San Luigi e docente dello stesso Ateneo, ha appena messo in luce il ruolo del videolaringoscopio per l’intubazione del paziente critico attraverso una analisi di quasi 3mila pazienti inclusi nello studio INTUBE, che ha valutato la pratica della gestione delle vie aeree nel mondo.

Il videolaringoscopio è un device già utilizzato da diversi anni in anestesia. A differenza del laringoscopio tradizionale, consente di visualizzare le vie aeree attraverso la visione indiretta fornita da una telecamera. Attraverso tale metodo, la visione è più agevole, consentendo di concludere l’intubazione in sicurezza anche nelle situazioni di maggior difficoltà anatomiche o quando la visione per via tradizionale è estremamente difficile (edema, sanguinamenti, presenza di neoformazioni).

In anestesia, diversi studi hanno dimostrato l’efficacia di questa nuova metodica. Nel paziente critico (terapia intensiva o pronto soccorso) l’evidenza scientifica a supporto del suo utilizzo è stata finora conflittuale, evidenziando originalmente una maggiore probabilità di complicanze quali ipotensione e desaturazione, verosimilmente associate al coinvolgimento di operatori non esperti nell’utilizzo della metodica video-assistita, la cui curva di apprendimento è differente rispetto alla metodica tradizionale.

Lo studio pubblicato dai ricercatori UniTo sulla più importante rivista del settore, British Journal of Anesthesia, ha studiato l’efficacia della videolaringoscopia nella popolazione inclusa nello studio INTUBE dimostrando che, a fronte di pazienti con condizioni cliniche predittive di una maggior difficoltà di intubazione, i pazienti sottoposti a tecnica video assistita con videolaringoscopia venivano più frequentemente intubati con successo al primo tentativo. Inoltre, pur trattandosi di pazienti critici in gravi condizioni, non si è osservata una maggior incidenza di eventi avversi. Questi risultati inattesi ed estremamente importanti sono stati confermati, tramite metodiche di statistica avanzata (inverse probability of treatment weighting) considerando anche tutti i possibili fattori di confondimento, inclusa l’esperienza degli operatori. È possibile che, negli anni, la crescente disponibilità di questo importante device abbia consentito agli operatori di acquisire maggiore competenza con la metodica video-assistita.

I risultati di questo studio sono di grande importanza perché aprono la strada ad un utilizzo sistematico della videolaringoscopianon solo in anestesia ma anche nel paziente critico, dove l’importanza dell’intubazione al primo tentativo è di fondamentale importanza, visto l’incremento notevole dei rischi qualora siano necessari più tentativi, garantendo così una maggior sicurezza nella cura di tali pazienti.

L’attività di ricerca del gruppo continua con due ulteriori studi multicentrici internazionali attualmente in corso, lo studio PREVENTION e lo studio STARGATE, entrambi coordinati ancora dal dott. Russotto e dal prof. Caironi. Il primo studio valuterà l’utilizzo della noradrenalina, un farmaco in grado di incrementare la pressione arteriosa, nella prevenzione del collasso cardiocircolatorio dopo intubazione nel paziente critico e il secondo si pone l’obiettivo ambizioso di descrivere lo stato dell’arte della gestione delle vie aeree durante anestesia nel mondo.

Trentino: telemedicina e AI, il digitale per il territorio

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Le nuove tecnologie e il digitale costituiscono delle leve imprescindibili per dare impulso a un sistema sanitario che, oggi più che mai, necessita di dotarsi di nuovi modelli organizzativi e di professionalità che sposino l’innovazione. In quest’ottica si inserisce il progetto “Sanità digitale e intelligenza artificiale: strumenti per avvicinare il Servizio sanitario ai cittadini e per lo sviluppo del sistema provinciale”, finanziato nel dicembre 2022 dalla Giunta provinciale di Trento con circa 817 mila euro; avviato lo scorso gennaio, ha una durata di 24 mesi e si colloca nella più ampia strategia provinciale di riorganizzazione dell’assistenza sanitaria. Un’iniziativa, questa, la cui messa in campo è del tutto coerente con i principi e gli interventi del PNRR, e in attuazione del DM 77 che prevede l’implementazione di nuovi modelli e standard per lo sviluppo dell’assistenza sanitaria territoriale nel Servizio sanitario nazionale, sempre più vicini alle persone anche mediante l’uso delle tecnologie innovative per la salute.

“Sicuramente la telemedicina e l’intelligenza artificiale possono trovare applicazione ed essere di grande supporto sia nelle attività cliniche – penso ad esempio alle potenzialità nell’assistenza territoriale e nell’erogazione di prestazioni e cure domiciliari – sia in quelle del “governo” e della programmazione, dove una puntuale gestione dei flussi dei dati con le nuove tecnologie può restituire al Servizio sanitario provinciale una serie di informazioni utili e strategiche per gestire i vari servizi e le risorse in modo efficace ed efficiente”, commenta Stefania Segnana, l’assessore provinciale alla salute, politiche sociali, disabilità e famiglia della Provincia autonoma di Trento. Sulla stessa linea Achille Spinelli, l’assessore provinciale allo sviluppo economico, ricerca e lavoro, convinto che “l’intelligenza artificiale, quale tecnologia abilitante con applicazioni trasversali ai differenti settori strategici territoriali, permetterà di compiere rilevanti passi in avanti anche nello sviluppo di servizi innovativi per la salute, assicurando una sempre maggiore efficienza, accuratezza e funzionalità del sistema sanitario provinciale, in raccordo con il mondo della ricerca e dell’innovazione”.

Ricerca e innovazione in sanità: qual è il perimetro del progetto

L’iniziativa “Sanità digitale e Intelligenza Artificiale” ha una finalità che è propria del sistema sanitario trentino. “Nel dettaglio, prevede il coinvolgimento della componente sanitaria e della ricerca tecnologica nel campo dell’AI. Parliamo di un progetto di sistema, che in Trentino avviene attraverso il contro di competenza che è TrentinoSalute4.0, capace di mettere insieme per questo tipo di progettualità l’assessorato provinciale alla Salute (che ha voluto e finanziato il progetto), l’Azienda provinciale per i servizi sanitari e la Fondazione Bruno Kessler”. Così Stefano Forti, direttore del Centro Digital Health and WellBeing della Fondazione Bruno Kessler (ente di ricerca della Provincia autonoma di Trento che opera nel campo scientifico tecnologico e delle scienze umane, la cui attività di ricerca ha trovato riconoscimento anche nella programmazione del PNRR nazionale).

Il percorso intrapreso viaggia su due binari: la ricerca scientifica e la validazione di nuovi modelli organizzativi supportati dalle tecnologie

L’esperto illustra il duplice obiettivo prefissato: “Convalidare nuove modalità con cui si organizza la sanità per assicurare agli assistiti servizi innovativi e contribuire all’avanzamento delle conoscenze scientifiche e tecnologiche anche grazie a strumenti di intelligenza artificiale a sostegno degli operatori sanitari nella pratica clinica”. Il percorso intrapreso, dunque, viaggia su due binari paralleli: la ricerca scientifica (mirando a soluzioni sempre più innovative) e la validazione di nuovi modelli organizzativi supportati dalle tecnologie. Proprio sul tema della ricerca interviene Andrea Simoni, segretario generale della Fondazione Bruno Kessler: “Quando si parla di sanità digitale, intelligenza artificiale e strumenti per avvicinare il Servizio sanitario al cittadino, la ricerca assume un ruolo preponderante. Tanto più se è vicina ai medici e alle loro necessità e se coinvolge i cittadini affinché diventino loro stessi innovatori e sperimentatori delle evoluzioni”.

Sanità digitale e Intelligenza Artificiale: gli ambiti clinici del progetto

Cura e monitoraggio da remoto di pazienti cardiopatici cronici (cardiologia); screening per la diagnosi precoce delle problematiche dell’occhio nel contesto oculistico (oculistica e Pediatri di libera scelta); valutazione del percorso di screening di retinopatia supportato da tecnologie all’avanguardia ed AI (oculistica e diabetologia); prevenzione per favorire l’adozione di corretti stili di vita, e il loro benessere fisico e psicologico delle donne in gravidanza e delle loro famiglie (primi mille giorni di vita). Sono gli ambiti di sperimentazione specialistica coinvolti nel progetto “Sanità digitale e Intelligenza Artificiale”. A spiegarli nel dettaglio è ancora Forti. “In merito alla prima area di intervento, ci preme approfondire la modalità mediante cui validare un modello organizzativo per la gestione remota del paziente con insufficienza cardiaca, fondato sull’uso di device digitali. Parliamo di un’applicazione matura, che si propone di utilizzare dati provenienti da diverse fonti – dalle cartelle cliniche agli stessi dispositivi – per costruire e validare algoritmi predittivi capaci di stimare il rischio per un paziente cardiologico di sviluppare complicanze in un arco temporale definito”.

In rimando al secondo modulo di cura e diagnostica, la tipologia di servizio abbraccia la valutazione di un nuovo modello organizzativo basato sulla teleconsulenza medico-sanitaria in area pediatrica per la diagnosi precoce di patologie visive (infrared reflex e screening per strabismo/ambliopia attraverso l’utilizzo di videorefrattometri a infrarosso). “In questo caso – riprende il direttore del Centro Digital Health and WellBeing della Fondazione Bruno Kessler – ci riferiamo alla realizzazione e al training di un algoritmo di intelligenza artificiale che possa identificare in maniera precoce l’insorgenza o il rischio di sviluppo di opacità del segmento anteriore dell’occhio nei lattanti mediante l’uso di dati anamnestici e di video-refrattometria raccolti dai pediatri al bilancio di salute del 1°, 3° e 6° mese. Nello specifico non c’è l’elemento diagnostico bensì quello predittivo, che anticipa l’insorgere di eventuali problematiche”.

Il terzo ambito clinico riguarda l’oculistica e la diabetologia. Qui il servizio prevede la valutazione del percorso di screening di retinopatia supportato da tecnologie all’avanguardia ed intelligenza artificiale (la strumentazione tecnologicamente avanzata andrà a supporto dell’azienda sanitaria nell’attuazione di un modello mirato ad incrementare l’aderenza al Percorso Diagnostico Terapeutico Assistenziale (PDTA) dei pazienti diabetici. Le immagini acquisite con strumentazione avanzata nel contesto di questo progetto verranno esaminate da sistemi di AI con l’intento al di valutare se un loro possibile uso nella procedura di routine può determinare un miglioramento nella sostenibilità del processo di screening e nel percorso di diagnosi e presa in carico di pazienti con retinopatia diabetica. In relazione alla ricerca, qui il rimando è alla predizione (rischio retinopatia in pazienti con diabete di Tipo 2), attraverso – come riporta la scheda di presentazione – “la realizzazione e il training di un algoritmo predittivo di intelligenza artificiale in grado di predire la traiettoria di salute di pazienti affetti da diabete di tipo II in Trentino”. E ancora, “l’utilizzo di dati retrospettivi e delle immagini acquisite tramite i retinografi presenti sul territorio”.

Quindi Forti sviscera il quarto ambito clinico del progetto. Nel dettaglio, la ricerca rimanda a due tipologie di approccio: intervento interattivo su benessere e stili di vita nella gravidanza fisiologica (“si prevede la realizzazione di assistenti virtuali che eroghino percorsi educativi, per promuovere e agevolare corretti stili di vita a beneficio del benessere della donna nel corso della gravidanza nonché percorsi psico-educativi in ottica di prevenzione, per potenziare, anche mediante interventi cognitivo comportamentali applicati in questo ambito, il benessere mentale e promuovere la gestione di stress, ansia, depressione, volti a prevenire l’insorgenza di complicanze, come la depressione post-partum”) e intervento interattivo su benessere e stili di vita nei primi due anni di vita del bambino (“si intende sviluppare un chatbot, un assistente virtuale che attraverso una app possa seguire e supportare la donna e la famiglia per favorire l’adozione di corretti stili di vita da parte del bambino nel secondo anno di vita – ad esempio, nella corretta alimentazione –, fornendo sia un set di informazioni in modo più puntuale e continuo sia strumenti di empowerment di educazione alla salute. Anche per evitare diagnosi fai-da-te consultando la Rete”).

Intendiamo acquisire elementi che consentano a chi si occupa di organizzazione sanitaria di capire se le informazioni apprese costituiscono un embrione di servizio da mettere in campo nel prossimo futuro

Quali sono, in concreto, gli obiettivi che il progetto – la cui conclusione è in agenda nel dicembre 2024 – si prefigge? Il direttore del Centro Digital Health and WellBeing della Fondazione Bruno Kessler non nutre dubbi sul fatto che “il tempo a disposizione è congruo per consentirci di raccogliere una serie di dati che, da un lato, conducano a risultati pubblicabili su riviste scientifiche; dall’altro, di acquisire quegli elementi che consentano a medici, infermieri, ricercatori e tecnologi – ma soprattutto a chi si occupa di organizzazione sanitaria – di capire se le informazioni apprese costituiscono un embrione di servizio da mettere in campo nel prossimo futuro”.

Tumore dello stomaco: aumenta la sopravvivenza

Il cancro dello stomaco è una malattia che cambia la vita: tornare a vivere recuperando un equilibrio psicofisico stabile non è cosa semplice. Cruciale per questi pazienti è l’assistenza psicosociale, che è rivolta a tutti quegli aspetti che non riguardano la cura del tumore in senso stretto, come i disturbi psicologici e le difficoltà socio-relazionali più disparate.

Al 6° Seminario Nazionale dedicato al tumore gastrico dal titolo Il paziente gastroresecato e il desiderio  di una vita in equilibrio ‘stabile’, promosso e organizzato dall’associazione “Vivere senza stomaco si può”, pazienti e caregiver insieme ai maggiori oncologi, psicologi e psichiatri italiani hanno fatto il punto sui principali bisogni e diritti di questi malati, e sulla necessità di una presa in carico e di una gestione che vada oltre la scienza e la tecnica per mettere al centro la persona/paziente con un’assistenza psicosociale globale.

La giornata di lavoro si è dipanata attraverso moduli interattivi basati su domande e risposte tra pazienti, caregiver ed esperti, quattro tavole rotonde focalizzate su altrettante tematiche: diritti e doveri dei pazienti gastroresecati, necessità di recuperare un equilibrio psicofisico in ambito famigliare e lavorativo dopo la gastrectomia, nutrizione e sessualità.

Subire la resezione dello stomaco comporta numerosi adattamenti, fisici e psicologici: accettare la mancanza dell’organo, convivere con i tanti problemi che ne conseguono, gestire la paura di recidive e quindi di morire, e non ultimo riuscire ad accettare la diversa percezione del proprio corpo legata alla malnutrizione e alla perdita di peso, fenomeno molto frequente tra i gastroresecati  – dichiara Claudia Santangelo, Presidente di “Vivere senza stomaco si può” –. In questo Seminario abbiamo voluto affrontare diversi aspetti della nuova vita post gastrectomia con la speranza che nei centri di cura venga prevista all’interno delle Unità multidisciplinari la figura dello psiconcologo. In Italia sono attivi solo tre PDTA regionali per lo stomaco. Tutto questo ci etichetta come cittadini di serie B. Il sostegno psicologico è ormai ritenuto parte attiva e integrante delle stesse mediche oncologiche dalla comunità scientifica. È tempo di adeguarsi al cambiamento”.

I pazienti gastroresecati sono tra i più complessi, sia per la diagnosi, che di solito arriva tardi, sia per le conseguenze dell’intervento chirurgico e delle terapie pre e post chirurgia, che possono essere pesanti. Il fatto che solo una certa quota (40%) riesca ad essere operata in maniera radicale ed avere quindi una speranza di guarigione, rende il cancro gastrico uno dei più aggressivi con una prognosi particolarmente difficile, costituita da un elevato tasso di recidive e dalla presenza di sintomi solo in fase avanzata. Sebbene il trattamento continui a produrre risultati ancora modesti, l’ultimo decennio ha indiscutibilmente registrato un miglioramento delle strategie terapeutiche sia nella malattia operabile sia in quella avanzata. Chi sopravvive tuttavia deve fare i conti con continui controlli e ha bisogno di aiuto. Il concetto di riabilitazione è fondamentale così come il sostegno psicologico, le corrette indicazioni durante e dopo le terapie sotto il profilo alimentare, comportamentale e sessuale.

Il paziente con tumore gastrico si confronta con una situazione a volte drammatica: sono necessari tutti gli aiuti possibili sul piano psicofisico dall’alimentazione alla depressione, dai problemi economici innescati dalla malattia stessa ai problemi lavorativi, relazionali e sessuali – sottolinea Rodolfo Passalacqua, Oncologo presso l’Ospedale di Cremona e Coordinatore delle linee guida AIOM per l’assistenza psicosociale dei malati oncologici – il paziente va sostenuto e aiutato ad accettare la malattia e a trovare il coraggio per affrontarla, questo è l’obiettivo principale dell’assistenza psicosociale. Non pensare solo a curare il tumore ma contemporaneamente attivare un insieme di attenzioni ricorrendo a psiconcologi, ginecologi, nutrizionisti, servizi sociali, associazioni di volontariato. Dagli studi internazionali emerge che i bisogni principali dei pazienti sono l’informazione e la conoscenza sulla malattia, sulle sue conseguenze e su cosa attende il malato una volta tornato a casa; i pazienti avvertono l’esigenza di comunicare con i medici soprattutto al momento della diagnosi. Tutti questi aspetti non possono essere affrontati in modo casuale ma attraverso interventi strutturati e con personale formato”.

Il paziente di oggi è completamente diverso da quello di 20-30 anni fa, è più informato, più consapevole dei suoi diritti. Come il diritto ad essere riabilitato dagli esiti dei trattamenti oncologici. I pazienti gastroresecati chiedono risposte ai loro bisogni, non solo a quelli legati al controllo della malattia, vogliono raggiungere un benessere complessivo, pensano alla loro qualità della vita. È importante assicurare loro una risposta assistenziale che risponda ai tanti diversi bisogni. Una risposta che deve obbligatoriamente essere multidisciplinare e includere la figura dello psiconcologo che deve lavorare all’interno del team di cura oncologica. Dopo l’intervento chirurgico e le terapie farmacologiche restano le “perdite”, i cambiamenti fisici e dell’immagine corporea che comporta alterazioni della sessualità e della relazione di coppia.

Non offrire una risposta assistenziale globale significa non dare al paziente gastroresecato l’opportunità di riproiettarsi nuovamente nel futuro una volta superata l’esperienza di malattia – spiega Patrizia Pugliese, Psiconcologa e Coordinatrice SIPO Lazio – tra i gastroresecati oltre il 45% patisce cambiamenti della sfera sessuale e più di un terzo chiede un intervento assistenziale. Purtroppo, a questa domanda non corrisponde una adeguata risposta. Il paziente gastroresecato perde peso e ha problemi seri di malnutrizione, che comporta il cambiamento dell’immagine corporea, la fatigue a cui conseguono alterazioni delle abitudini sessuali. L’impotenza maschile e la dispareunia femminile sono i problemi più ricorrenti. Naturalmente intorno alla disfunzione fisica ruota la componente sentimentale, del piacere, dell’erotismo, del desiderio, elementi che decadono. A risentirne è il rapporto di coppia con un rifiuto della ripresa sessuale da parte del paziente che proietta la sua immagine corporea distorta sull’altro. A questo punto è necessario un intervento integrato tra diversi specialisti”.

Sono poche le realtà oncologiche italiane che seguono e attuano questo approccio, che pure è riconosciuto come molto valido. Uno studio internazionale (T. Almont et al. 2018, Supportive Care in Cancer) ha dimostrato una prevalenza di disturbi sessuali nel 40% dei gastroresecati, il 47% chiede un aiuto per superare le problematiche della sfera intima e questo bisogno di supporto psicologico è presente anche in fase avanzata di malattia. La chemioterapia porta il 32% dei pazienti ad interrompere la vita sessuale e il 41% a diminuire la frequenza dei rapporti. Dunque, l’assistenza psicosociale globale si configura come un bisogno emergente che serve non solo a permettere un ritorno alla vita di tutti i giorni ma ad aiutare la coppia ad accettare le limitazioni, ad esprimere i propri desideri per superare insieme le difficoltà.

Piano Nazionale Prevenzione Vaccinale, appello SItI: approvarlo per non compromettere la salute pubblica

La Società Italiana d’Igiene, Medicina Preventiva e Sanità pubblica (SItI) richiama l’attenzione su quanto avvenuto nell’ultima seduta, del 24 Maggio scorso, della Conferenza Stato-Regioni, conclusasi con la mancata approvazione del nuovo Piano Nazionale di Prevenzione Vaccinale (PNPV).

La Società scientifica, infatti, ritiene fondamentale evidenziare le implicazioni di ulteriori ritardi nell’approvazione di questo piano, il quale presenta indicazioni per azioni innovative, che affrontano tematiche di cruciale importanza per la tutela della Salute pubblica, come il contrasto all’antimicrobico-resistenza e la delineazione di strategie per raggiungere gli obiettivi di copertura vaccinale.

Inoltre, il PNPV 2023-2025 include sezioni specifiche che trattano argomenti cruciali come le azioni mirate ad una migliore immunizzazione dei gruppi di popolazione a rischio e l’informatizzazione delle anagrafi vaccinali. Proprio queste sezioni rappresentano un passo avanti fondamentale nella promozione di una prevenzione mirata ed efficace.

Le motivazioni economiche addotte per posticipare l’approvazione del piano, inoltre, non sono supportate da alcuna evidenza oggettiva, laddove dall’analisi degli investimenti nella vaccinazione emerge un ritorno in termini di Salute pubblica e risparmio economico di almeno 10 volte superiore ai costi reali delle malattie, delle ospedalizzazioni e dell’assistenza. Questo dato dimostra l’importanza di investire adeguatamente nelle campagne vaccinali per preservare la salute di tutti i cittadini.

“In assenza di un PNPV aggiornato e corredato dalla corretta trasmissione e promozione a livello delle Regioni – dichiara la Prof.ssa Roberta Siliquini, Presidente della Società Italiana d’Igiene (SItI) stiamo assistendo da un lato ad una riduzione delle coperture vaccinali generalizzata, soprattutto nelle popolazioni fragili, e dall’altro ad una iniziativa non coordinata delle diverse Regioni che non fa altro che creare confusione nella popolazione, nonché aumentare le già marcate differenze di equità d’accesso”.

Il nuovo PNPV è stato elaborato tenendo conto delle sfide attuali e delle nuove minacce alla Salute, ed ogni ulteriore ritardo nella sua approvazione ed attuazione potrebbe compromettere gravemente le attività di prevenzione, con ripercussioni dirette sulla salute dei pazienti fragili, delle persone con patologie croniche e dei residenti in aree disagiate.

Per approfondire

Accesso ai farmaci anti-Covid, Cittadinanzattiva presenta Raccomandazione Civica

Contribuire a definire alcune “linee guida” per un accesso alle cure e ai farmaci più agile, efficiente ed efficace, in particolare per semplificare le procedure e puntare al miglioramento delle condizioni di vita dei pazienti, a cominciare da alcuni strumenti che sono stati implementati durante la pandemia. Questi gli obiettivi della Raccomandazione CivicaVerso un nuovo modello di accesso alle cure farmacologiche. Focus sul grado di accesso alle terapie antivirali per la cura del Covid-19”, presentata oggi da Cittadinanzattiva e frutto di un lavoro che ha coinvolto un board multi stakeholder composto da associazioni di pazienti e da professionisti sanitari. 

Il documento – composto da 25 raccomandazioni civiche suddivise in 3 macroaree – segue la pubblicazione, lo scorso marzo, dei dati di un’indagine civica che ha fotografato anche l’accesso agli antivirali per la cura del Covid-19 negli ultimi 12 mesi. L’indagine ha svelato ad esempio, per quanto riguarda la sanità digitale, che la misura maggiormente implementata durante la pandemia – rispetto al periodo pre-covid – è stata la ricetta dematerializzata (per l’82,6% dei medici di medicina generale, l’84,8% dei rappresentanti delle società scientifiche e il 93,5% dei farmacisti interpellati); la consegna di farmaci e di dispositivi al domicilio del paziente non risulta ancora decollata rispetto al periodo antecedente alla pandemia, come ha confermato il 69,6% dei medici di medicina generale (ma solo il 16%dei farmacisti). Rispetto alle terapie antivirali contro il Covid-19 per i pazienti non ricoverati, il 47,8% dei medici di medicina generale, il 41,3% delle società scientifiche e il 54,3% dei farmacisti ritengono che le difficoltà di erogazione siano da rintracciarsi nei tempi ristretti tra l’accertamento della positività e quelli previsti per l’avvio della terapia. La Raccomandazione civica e i dati della indagine possono essere scaricati a questo link

La prima delle 3 macroaree interessate dalla Raccomandazione Civica è quella dedicata alla semplificazione dei processi e all’innovazione e Digital Health. Fra le raccomandazioni, l’implementazione su tutto il territorio nazionale della ricetta dematerializzata, del Fascicolo Sanitario Elettronico e di altre tecnologie di sanità digitale quali la telemedicina (teleassistenza, telemonitoraggio, tele-visita, tele riabilitazione, tele farmacia); piani terapeutici non cartacei (web based) e procedure semplificate che affidano al medico di medicina generale il rinnovo del piano terapeutico e il monitoraggio della prescrizione.

La seconda macroarea è quella relativa all’approvvigionamento, alla distribuzione e consegna di farmaci e dispositivi, con raccomandazioni che si concentrano sulla necessità di: proseguire nel potenziamento, così come avvenuto durante l’emergenza, della distribuzione per conto che permette di acquistare i farmaci, in confezione ospedaliera, direttamente nelle farmacie territoriali; definire modelli distributivi omogenei in tutte le regioni in modo da abbattere situazioni che generano diseguaglianze nell’accesso; rafforzare l’erogazione al domicilio dei farmaci, per i pazienti più fragili e per quelli affetti da patologie croniche; implementare la procedura di “deblistering” personalizzato.

Riguardo la terza macroarea inerente l’accesso alle terapie anti Covid-19, le raccomandazioni più rilevanti si focalizzano sulla necessità di promuovere: misure per rendere più efficace e tempestivo l’accesso alle cure antivirali favorendo la predisposizione di linee guida su tali farmaci e l’inserimento, ad esempio, di una fornitura minima di riserva presso le farmacie; un’attività di sorveglianza attiva per monitorare in modo costante e tempestivo le condizioni dei pazienti fragili e affetti da patologie croniche e rare;  un processo di interoperabilità che favorisca un dialogo costante, continuo e aggiornato tra medici di base, medici specialisti, farmacisti, aziende ospedaliere.

Anche se il Covid-19 non è più una emergenza pandemica, non deve essere sottovalutato in termini di salute pubblica. Mancano ad esempio delle linee guida per la gestione delle vaccinazioni e più in generale per la gestione della convivenza con il virus. È necessario per questo che si proceda con urgenza all’intesa sul nuovo Piano Nazionale di Prevenzione Vaccinale e all’inserimento della vaccinazione per il Covid-19 nel calendario vaccinale, come già avviene per le altre vaccinazioni, al fine di assicurare una efficace attività di prevenzione, specie per le persone più fragili e vulnerabili. Occorre, inoltre, rendere rapida la filiera e la distribuzione delle terapie implementando tutte quelle misure e buone pratiche attivate da alcune Regioni al fine di rendere più efficace e tempestivo l’accesso alle cure antivirali necessarie soprattutto per le persone più fragili e affette da patologie croniche e rare” dichiara Valeria Fava, responsabile coordinamento politiche della salute di Cittadinanzattiva.

Il progetto “Verso un nuovo modello di accesso alle cure farmacologiche” è realizzato con il contributo non condizionante di Pfizer. 

Al lavoro hanno partecipato: AIOM – AISC – ALICE – BPCO – CARD – CIPOMO – EUROPA DONNA – FEDERFARMA – FIMMG – FNOPI- FOFI – RESPIRIAMO INSIEME – SIC – SID – SIMG – SIP – IRS – SITI – WALCE.

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CCNL medici, CIMO: “Testi attuali non frenano fuga dagli ospedali”

Incredulità e rabbia. Sono state queste le reazioni dei quadri del sindacato CIMO, riunitisi a Roma nella Direzione Nazionale, dinanzi ad alcune delle proposte avanzate dall’Aran nel corso delle trattative per il rinnovo del contratto collettivo nazionale di lavoro dei dirigenti medici, sanitari e veterinari. Proposte che non migliorano le condizioni di vita e la qualità del lavoro, rendendo dunque impossibile porre un freno alla fuga dei professionisti dagli ospedali.

Per questo motivo cresce l’attesa per i prossimi incontri e per i nuovi testi che dovrebbero prevedere aperture significative concesse dalle Regioni. Ma se così non sarà, la Direzione Nazionale della CIMO ha dato mandato al Presidente Guido Quici di assumere una posizione intransigente nei confronti dell’Aran.

Il rinnovo del contratto di lavoro dei medici, infatti, non è una questione che riguarda solo i medici. Perché a queste condizioni saranno sempre meno, fino a scomparire del tutto, i camici bianchi disposti a rimanere nel Servizio sanitario nazionale, preferendo dimettersi da un sistema in crisi già da anni per lavorare in strutture private più moderne o cooperative più remunerative, o optando per la libera professione, il prepensionamento o addirittura il trasferimento all’estero. Ma senza medici non può esistere un Servizio sanitario nazionale. E allora risulta a rischio la tenuta stessa della sanità pubblica, senza la quale i cittadini saranno costretti ad affidarsi a cure private a pagamento oppure a smettere di curarsi.

Per questo CIMO ritiene imprescindibile che il nuovo contratto preveda un miglioramento delle condizioni di lavoro e della qualità della vita dei professionisti che freni la fuga dagli ospedali, renda il SSN nuovamente attrattivo per i giovani e garantisca la qualità e la sicurezza delle cure. Obiettivi che per il sindacato risultano invece incompatibili con le proposte avanzate fino ad oggi dall’Aran in sede di trattativa.

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Il bisfenolo A è pericoloso la salute. Ma dopo cosa c’è?

Poco più di un mese fa, l’Autorità europea per la sicurezza alimentare European Food Safety Authority (EFSA) ha ridotto di 20 mila volte la dose giornaliera di bisfenolo A per i suoi effetti nocivi sulla salute. Un’ottima notizia. E adesso? L’attenzione non deve calare, anzi, è bene che aumenti, soprattutto per i prodotti sostituitivi. Ne parliamo con Stefano Gotti, professore di Anatomia umana dell’Università degli Studi di Torino, ricercatore del gruppo di Neuroendocrinologia del Neuroscience Institute Cavalieri Ottolenghi (NICO).

Professore, il contributo del NICO è stato fondamentale nello scoprire i rischi legati all’esposizione al bisfenolo che hanno orientato la decisione dell’EFSA. Come?

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Storicamente il laboratorio di Neuroendocrinologia si è sempre interessato agli aspetti che tengono in considerazione il sistema endocrino e quello nervoso insieme. In particolare il nostro capo, il professor Giancarlo Panzica, che ci ha lasciato a luglio dello scorso anno, ha lavorato molto sugli ormoni, in particolare su quelli che chiamiamo ormoni gonadici, come testosterone, estradiolo e progesterone; una serie di studi ha messo in evidenza come questi agiscano anche sul sistema nervoso. Questo avviene sia nel periodo dello sviluppo, per indirizzare i caratteri sessuali e l’encefalo verso il sesso maschile o femminile, sia nello sviluppo stesso dei circuiti nervosi ma anche nella vita adulta.

Gli ormoni vengono prodotti sia dalle gonadi che, come si è scoperto successivamente, alla fine degli anni ’80, anche dal sistema nervoso: sono chiamati neurosteroidi. Dopo l’importante scoperta, molti hanno cominciato a indagare queste dinamiche. Il professor Panzica si è interessato poi in modo particolare al tema degli interferenti endocrini (anche definiti distruttori endocrini): sostanze che vanno appunto a “disturbare” il sistema endocrino. Sono sostanze in parte di origine naturale, ma nella maggior parte dei casi sono prodotti dall’uomo, trattandosi per la maggior parte di manufatti di origine industriale.

Il collegamento con le nostre tematiche di ricerca è che molte di queste sostanze mimano l’azione degli ormoni e alcune, su cui si è lavorato di più, mimano ormoni gonadici, proprio come il bisfenolo A (BPA). Adesso i rischi legati a questa molecola sono stati accettati a livello comunitario; quindi, si spera che la Comunità europea recepisca l’indicazione dell’EFSA e legiferi di conseguenza, anche se si apriranno altre questioni.

Cos’è il bisfenolo A?

Il bisfenolo A è una molecola molto simile all’estrogeno (estradiolo) e il motivo per cui era molto usato – sperando che non lo sia più – è che veniva utilizzato come additivo nelle plastiche e nelle resine per renderle più morbide: si usava nei giochi per la dentizione per i lattanti oppure nelle tettarelle dei biberon. Col tempo ci si è resi conto, però, che, ad esempio, se il prodotto viene esposto ad alte temperature si può determinare il rilascio di una parte di plastiche nel liquido che queste contengono.

Il bisfenolo A era dappertutto: eravamo, e forse lo siamo ancora, continuamente esposti

Ma il bisfenolo A non si usava solo nei prodotti per bambini: si trovava anche nelle bottiglie d’acqua e nei contenitori di latta per alimenti, che sono rivestiti all’interno da un film – appunto di BPA – che isola il cibo dal metallo. Il bisfenolo A era dappertutto, compresi gli scontrini: eravamo, e forse lo siamo ancora, continuamente esposti.

Quali sono i rischi dell’esposizione al bisfenolo A?

Il problema che è stato posto dal nostro gruppo di lavoro e grazie anche alle numerose indicazioni in tal senso provenienti da tanti altri gruppi (il che ha permesso di arrivare alle restrizioni da parte dell’EFSA) è che la molecola base è identica all’estradiolo; quindi, nel momento in cui veniamo a contatto con essa, questa passa nel nostro organismo e può legarsi agli stessi recettori cui si legano gli estrogeni: si comporta cioè come un ormone, andando a interferire con gli equilibri normali dell’apparato endocrino.

Diversi studi hanno dimostrato che c’è veramente un’alterazione del sistema endocrino

Ci siamo domandati cosa succede se negli organismi, e in special modo in quelli che sti stanno sviluppando, si aumenta la quantità di estrogeni rispetto a quella prodotta normalmente? Una serie di studi fatti da noi e da molti altri gruppi di ricerca ha messo in evidenza che c’è veramente un’alterazione del sistema endocrino. Nella sua decisione l’EFSA ha citato la pericolosità per il sistema immunitario, ma è solo la punta dell’iceberg.

Uno degli studi più recenti che abbiamo realizzato dimostra che i bisfenoli potrebbero avere un effetto sull’esordio e sul decorso di malattie neurodegenerative come la sclerosi multipla. Un altro lavoro ha indagato gli effetti dell’esposizione ai bisfenoli in gravidanza e allattamento: non solo nascono meno cuccioli, ma le cucciolate ottenute da madri esposte a bisfenoli hanno una mortalità maggiore rispetto al gruppo di controllo. In generale i topi esposti ai bisfenoli, sia maschi che femmine, hanno mostrato minore fertilità, e le femmine uno sviluppo puberale precoce. Una completa alterazione degli aspetti riproduttivi.

Se l’EFSA ha ridotto di ben 20mila volte la dose giornaliera tollerata e la Comunità europea dovrebbe legiferare recependone l’indicazione, perché rimane la preoccupazione?

L’industria si attiverà con dei sostituti, soggetti, almeno all’inizio, a controlli meno rigorosi rispetto a quelli a cui era sottoposta la sostanza “incriminata”

Quando alle industrie viene richiesto di sostituire un elemento bisogna chiedersi: perché veniva usato? L’industria si attiverà con dei sostituti, soggetti, almeno all’inizio, a controlli meno rigorosi rispetto a quelli a cui era sottoposta la sostanza “incriminata”. Per il BPA esistono già dei sostituti usati dalle industrie, e sono sempre bisfenoli. Cambia una parte di molecola, quindi si chiamano per esempio bisfenolo S, il nome del più usato, su cui abbiamo cominciato a lavorare nello studio sulla sclerosi multipla: è sostanzialmente identico al bisfenolo A, quindi si comporta allo stesso modo. Ma per i sostituti ci vuole molto più tempo per una regolamentazione, quindi se la dose di bisfenolo A è stata ridotta di tantissimo dall’EFSA, il problema è che per i sostituti non c’è attualmente una regolamentazione.

I bisfenoli sono l’unico problema?

No. Alcuni colleghi stanno valutando altre sostanze. Per esempio in alcune zone d’Italia, prima in Veneto e di recente anche in Lombardia, è emersa un’esposizione elevata ad alcune sostanze, per- e polifluoroalchiliche (Pfas), cui è collegata una notevole riduzione della fertilità. Un nostro nuovo progetto sviluppato insieme a loro vuole studiare l’esposizione a più sostanze contemporaneamente proprio per valutarne l’effetto sinergico.

Per quanto riguarda il bisfenolo A, molti ricercatori a livello internazionale sostengono che non è solo un interferente endocrino, ma che è anche obesogeno: l’esposizione potrebbe cioè portare all’obesità. Uno dei massimi esperti del settore, Jerry Heindel, Direttore dello Healthy Environment and Endocrine Disruptor Strategies, ha detto chiaramente in diversi suoi interventi che non è più possibile spiegare l’obesità nei Paesi occidentali solo con lo stile di vita sbagliato. Si parla di un’epidemia di obesità: c’è qualcos’altro che sta dietro al fenomeno. Numerosi studi che si stanno facendo a livello internazionale puntano a capire se c’è una predisposizione all’obesità data dall’esposizione probabilmente in età giovanile ad alcune di queste sostanze. Il problema è che questi effetti sono sottili, subdoli e a lungo termine.

Unione europea della salute: accordo fra Commissione e BioNTech-Pfizer su consegna di vaccini anti-Covid

Oggi la Commissione europea, agendo con gli Stati membri dell’UE e per loro conto attraverso l’Autorità per la preparazione e la risposta alle emergenze sanitarie (HERA), e gli sviluppatori di vaccini BioNTech-Pfizer, hanno raggiunto un accordo per rispondere meglio alla valutazione condotta dagli Stati membri relativamente all’evoluzione delle esigenze in materia di vaccini contro la COVID-19. La modifica dell’attuale contratto di fornitura di vaccini tiene conto del miglioramento della situazione epidemiologica, pur continuando a garantire l’accesso all’ultima versione disponibile del vaccino in caso di futura comparsa di varianti della COVID-19 che destano preoccupazione.

L’accordo annunciato oggi ha consentito di apportare i seguenti adeguamenti al contratto esistente:

  • una riduzione della quantità di dosi acquistate dagli Stati membri in virtù del contratto. Le dosi originariamente convenute nel contratto saranno convertite in ordini facoltativi dietro pagamento di una tariffa;
  • una proroga del periodo durante il quale gli Stati membri potranno ricevere i vaccini, che a partire da adesso potrà arrivare a 4 anni;
  • la possibilità, fino al termine del contratto, di continuare ad avere accesso a dosi supplementari fino a concorrenza del volume originariamente convenuto per soddisfare le esigenze in caso di aumento dei casi e di peggioramento della situazione epidemiologica;
  • un accesso continuo a vaccini adattati alle nuove varianti, non appena questi siano stati autorizzati dalle autorità di regolamentazione.

La modifica è stata concordata a seguito di negoziati tra gli sviluppatori di vaccini, gli Stati membri e la Commissione per allinearsi meglio alle strategie in materia di vaccini e all’evoluzione delle esigenze di sanità pubblica negli Stati membri.

Contesto

A partire dal 2020, e in linea con la strategia dell’UE sui vaccini, l’Unione europea ha investito massicciamente nella produzione globale di vaccini contro la COVID-19. Era essenziale poter disporre di vaccini quanto prima e nelle quantità necessarie, il che ha richiesto ingenti investimenti prima ancora di sapere se sarebbero stati efficaci.

L’attuazione della strategia dell’UE sui vaccini ha superato ogni aspettativa: gli Stati membri dell’UE hanno avuto accesso a vaccini sicuri ed efficaci basati su un ampio portafoglio di tecnologie diverse, e nelle quantità necessarie, il che ha permesso di garantire a tutti i cittadini dell’UE vaccinazioni primarie e richiami, di salvare vite umane e attenuare le ripercussioni della pandemia sulla vita sociale ed economica.

Inoltre un gran numero di questi vaccini è stato utilizzato per sostenere gli sforzi globali contro la pandemia. Gli Stati membri hanno condiviso 526 milioni di dosi, circa 494,4 milioni delle quali sono già pervenute ai paesi destinatari.

Nel contempo gli Stati membri devono continuare a garantire scorte strategiche dei vaccini di cui hanno bisogno per proteggere le parti vulnerabili della loro popolazione e far fronte a una eventuale evoluzione epidemiologica del virus della COVID-19.

La Commissione, gli Stati membri e BioNTech-Pfizer hanno precedentemente firmato modifiche del contratto che hanno adeguato i calendari di consegna alle esigenze degli Stati membri e hanno istituito un impianto di stoccaggio centrale che aumenta la capacità di stoccaggio per gli Stati membri.