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Sepsi nei neonati: la resistenza agli antibiotici è la principale causa dei decessi

Uno studio osservazionale condotto a livello globale tra il 2018 e il 2020 ha dimostrato che molti neonati muoiono perché gli antibiotici usati per curare la sepsi stanno perdendo la loro efficacia. Lo studio ha coinvolto più di 3.200 neonati affetti da sepsi in 19 ospedali di 11 diversi Paesi del mondo.

Per l’Europa, l’Ospedale Pediatrico Bambino Gesù ha partecipato come struttura di controllo in termini di qualità rispetto ai Paesi in via di sviluppo inclusi nella ricerca, dove è stata rilevata un’elevata mortalità tra i neonati con emocolture positive (in media quasi 1 su 5) e un alto livello di resistenza agli antibiotici. Grazie allo studio, sono stati raccolti dati importanti e sviluppati nuovi strumenti che aiuteranno a migliorare il trattamento dei neonati con sepsi.

I risultati dello studio osservazionale sono stati pubblicati in un articolo su PLOS Medicine, a cui ha contribuito un gruppo di oltre 80 ricercatori provenienti da quattro diversi continenti.

Lo studio è stato condotto dalla Global Antibiotic Research and Development Partnership (GARDP), in collaborazione con l’Università St George’s di Londra; Penta – Child Health Research, una rete di ricerca scientifica indipendente che si occupa di salute materno-infantile, con sede a Padova; il Medical Research Council Clinical Trials Unit dell’University College London, il cui gruppo di ricerca ha guidato l’analisi dei dati; e infine, l’Università di Anversa.

Questo studio è stato fondamentale per comprendere meglio il tipo di infezioni che colpiscono i neonati negli ospedali, i germi che le causano, i trattamenti utilizzati e il motivo per cui si registra un così alto numero di decessi. Lo studio ci ha fornito informazioni preziose che ci aiuteranno a progettare meglio gli studi clinici e, in ultima analisi, a migliorare le cure e i risultati clinici dei neonati con sepsi”, ha dichiarato Manica Balasegaram, direttore esecutivo di GARDP.

La sepsi è un’infezione del sangue potenzialmente letale, che ogni anno colpisce 3 milioni di bambini in tutto il mondo. Sono 214.000 i neonati che ogni anno muoiono a causa di sepsi resistente agli antibiotici, soprattutto nei Paesi a basso e medio reddito. I neonati sono tra i pazienti più a rischio di sviluppare infezioni gravi, poiché il loro sistema immunitario è ancora poco sviluppato.

I risultati

Il tasso di mortalità nei 19 ospedali coinvolti nello studio è stato molto variabile, oscillando tra l’1,6% e il 27,3%, con numeri nettamente più elevati nei Paesi a basso e medio reddito. Allo studio hanno partecipato gli specialisti degli ospedali di Bangladesh, Brasile, Cina, Grecia, India, Italia, Kenya, Sudafrica, Thailandia, Vietnam e Uganda.

“Lo studio ha messo in luce la cruda realtà delle infezioni resistenti agli antibiotici, soprattutto negli ospedali dei Paesi meno sviluppati, dove spesso mancano infermieri, letti e spazio. Il rischio di infezioni è molto alto e la maggior parte delle infezioni è resistente agli antibiotici. Se un antibiotico non funziona, spesso il bambino muore. Questa situazione deve cambiare con urgenza. Abbiamo bisogno di antibiotici che coprano tutte le infezioni batteriche”, ha dichiarato Sithembiso Velaphi, primario di pediatria presso il Chris Hani Baragwanath Academic Hospital di Johannesburg, Sudafrica.

La ricerca ha rivelato inoltre un’ampia e preoccupante differenza nei trattamenti. Negli ospedali che hanno preso parte allo studio sono state rilevate oltre 200 diverse combinazioni di antibiotici in uso, con frequenti cambi di antibiotici nel corso della terapia per far fronte all’elevata resistenza ai trattamenti  

Per questa stessa ragione, molti medici si sono visti costretti ad usare antibiotici come i carbapenemi, classificati dall’Organizzazione Mondiale della Sanità come antibiotici “Watch”, cioè da preferirsi solo per casi specifici e limitati, poiché è importante preservarne l’uso. Tuttavia, spesso i carbapenemi sono risultati essere gli unici antibiotici in grado di curare l’infezione.

Infine, antibiotici di ultima linea sono stati prescritti nel 15% dei neonati con sepsi che hanno preso parte allo studio. Il batterio più comune è risultato essere il Klebsiella pneumoniae, solitamente acquisito all’interno dell’ambiente ospedaliero.

I prossimi passi per migliorare il trattamento e la sopravvivenza dei neonati

Sulla base dei dati raccolti, il team ha sviluppato due strumenti da utilizzare negli studi clinici e nelle unità di terapia intensiva neonatale di tutto il mondo:

  • il NeoSep Severity Score, basato su 10 segni e sintomi clinici, che i medici potranno utilizzare per identificare i neonati più ad alto rischio e garantire che ricevano rapidamente le cure necessarie;
  • il NeoSep Recovery Score, che utilizzando molti degli stessi segni e sintomi clinici, fornirà ai medici informazioni chiave sull’opportunità di intensificare le cure.

Lo studio osservazionale è stato fondamentale per fornire dati di alta qualità, di cui abbiamo bisogno per progettare studi sulla sepsi neonatale e sui trattamenti appropriati. È stato un grande sforzo collaborativo da parte di ricercatori e medici dall’Africa, Asia, America Latina ed Europa”, ha dichiarato Neal Russell, Sperimentatore principale nello studio sulla sepsi neonatale presso l’Università St George’s di Londra.

In questo studio, l’Ospedale Pediatrico Bambino Gesù di Roma è stato coinvolto per l’Europa come struttura di controllo in termini di qualità per i Paesi in via di sviluppo inclusi nella ricerca.

Ci auguriamo che NeoObs sia il primo passo per progettare nel prossimo futuro studi clinici volti a identificare nuovi biomarcatori di sepsi e studiare sicurezza ed efficacia nel tempo di nuovi agenti attivi contro i batteri multiresistenti ha sottolineato Maia de Luca, pediatra infettivologa del Bambino Gesù che ha collaborato all’indagine insieme ai clinici dell’Unità operativa di Malattie Infettive e ai ricercatori del Laboratorio di Microbiologia dell’Ospedale.

Lo studio servirà ad aggiornare le linee guida dell’OMS sul trattamento della sepsi nei neonati.

“Gli organismi si evolvono, la resistenza ai farmaci cambia; ecco perché le linee guida cliniche per la sepsi neonatale devono essere costantemente aggiornate. Questo processo richiede evidenze scientifiche solide e recenti; questo studio osservazionale è un passo significativo verso trattamenti migliori”, ha dichiarato Wolfgang Stöhr, statistico nello studio osservazionale presso il Medical Research Council Clinical Trials Unit dell’University College London.

I risultati dello studio sono stati utilizzati per progettare NeoSEP1, un trial clinico strategico per trovare trattamenti migliori per le infezioni neonatali nel contesto della crescente resistenza ai trattamenti esistenti.

Il trial NeoSep1 è guidato da GARDP, Università St George’s di Londra e Medical Research Council Clinical Trials Unit dell’University College London, ed è condotto presso l’ospedale accademico Chris Hani Baragwanath di Soweto, Johannesburg, l’ospedale Tygerberg di Città del Capo e il Kilifi County Hospital in Kenya. Il trial esaminerà anche le formulazioni e le dosi di farmaco appropriate per i neonati.

È fondamentale fare ricerca sulla formulazione e il dosaggio dei medicinali per bambini. I bambini non sono piccoli adulti. I farmaci devono essere formulati in modo da soddisfare le loro esigenze in modo sicuro ed efficace”, ha dichiarato Alessandra Nardone, Clinical Project Manager di Penta – Child Health Research. 

Il nuovo trial beneficerà dell’importante lavoro di laboratorio svolto durante lo studio osservazionale.

“Il Laboratorio di Microbiologia Medica (LMM LAB-Net) ha svolto la funzione di laboratorio centrale, supportando le analisi di laboratorio locali per lo studio osservazionale. Abbiamo anche eseguito un’analisi molecolare approfondita sui patogeni raccolti. Insieme, questi risultati forniscono informazioni preziose per lo studio NeoSep1”, ha dichiarato Surbhi Malhotra-Kumar, responsabile del Laboratorio di Microbiologia Medica dell’Università di Anversa.

Consip: disponibili nuovi contratti per 348 apparecchiature di radiologia acquistabili con i fondi PNRR

L’offerta Consip in campo sanitario si arricchisce con l’attivazione del lotto 3 dell’Accordo quadro per apparecchiature di radiologia – telecomandati e polifunzionali (i cui primi due lotti – per i telecomandati – sono stati attivati a gennaio 2023) e dei lotti 1 e 3 dell’Accordo quadro per ortopantomografi e MOC, che mettono a disposizione delle strutture sanitarie pubbliche rispettivamente 280 sistemi polifunzionali per radiologia digitale diretta (DR), 40 ortopantomografi 2D e 28 densitometri ossei (MOC).

I contratti per i sistemi polifunzionali-DR sono già attivi, mentre lo saranno da martedì 13 giugno per gli ortopantomografi 2D e da giovedì 15 giugno per i densitometri ossei (MOC).

Tali iniziative di gara di Consip sono state realizzate nell’ambito della Missione 6 (Salute), componente 2 “Innovazione, ricerca e digitalizzazione del Servizio Sanitario Nazionale” – “Investimento 1.1 – Ammodernamento del parco tecnologico e digitale ospedaliero” del PNRR, a seguito della raccolta dei fabbisogni effettuata dal Ministero della Salute con Regioni e Province autonome. Attraverso l’aggiudicazione di tali contratti, Consip contribuisce per circa il 90% al programma di sostituzione delle apparecchiature di diagnostica per immagini obsolete in uso presso le strutture sanitarie pubbliche (per un totale di circa 2.800 apparecchiature su oltre 3.100).

Gli accordi quadro hanno una durata di 12 mesi dalla attivazione (più eventuali 6 di proroga), periodo durante il quale le strutture sanitarie potranno stipulare uno o più appalti specifici con gli operatori economici aggiudicatari.

Le amministrazioni hanno la possibilità di inviare l’ordine di fornitura a uno qualsiasi degli aggiudicatari dell’Accordo quadro, in base a specifiche esigenze tecniche(criterio della scelta tecnica), quali la disponibilità di caratteristiche migliorative legate all’utilizzo clinico (possibilità di fornire specifici accessori per la diagnosi clinica) o i tempi di consegna e installazione dell’apparecchiatura dall’ordine.

Tale possibilità risponde all’esigenza di mettere a disposizione delle PA tutte le soluzioni tecnologiche presenti sul mercato e garantisce, inoltre, il rispetto dei tempi di consegna e installazione delle apparecchiature previsti dalla relativa milestone del PNRR, fissata entro la fine del 2024.

Le caratteristiche tecniche delle apparecchiature offerte in gara sono state valutate da una Commissione di esperti, secondo regole e condizioni previste dalla documentazione di gara e redatte in collaborazione con la Società Italiana di Radiologia Medica e Interventistica (SIRM) e l’Associazione Italiana Fisica Medica (AIFM).

Il farmacista ospedaliero fra sostenibilità e qualità delle cure

Il farmacista ospedaliero è oggi uno dei manager-cardine della sanità italiana. Un manager che in alcuni casi gestisce budget che superano i 200 milioni di euro. Un professionista che si trova ad aver a che fare con i fattori più avanzati e decisivi del rinnovamento del SSN: terapie innovative, dispositivi tecnologicamente avanzati, nuovo rapporto con la sanità di prossimità.

Su questi temi e sulle prospettive della professione è in via di svolgimento a Torino il secondo modulo del corso di alta formazione Masterpharm 23, evento formativo sviluppato in tre differenti moduli con il coordinamento scientifico di Francesco Cattel, direttore della struttura complessa di farmacia ospedaliera dell’Azienda Ospedaliera Universitaria Città della Salute e della Scienza di Torino. Il corso, giunto quest’anno alla seconda edizione, con il coinvolgimento di relatori, docenti ed esperti di settore all’interno di un approccio lavorativo dialogico e pratico, si sviluppa su tre momenti: il primo, svoltosi ad aprile, con il modulo base, regionale; il secondo, modulo advanced-nazionale, che si chiude oggi; infine, il modulo international, in programma dall’8 al 10 novembre.

“Il corso nasce dalla considerazione che la farmacia ospedaliera ha avuto uno sviluppo enorme in questi ultimi vent’anni”, spiega Cattel, che abbiamo intervistato. “Negli anni ‘90 il farmacista ospedaliero era un professionista semi-nascosto, che gestiva il magazzino del farmaco nelle strutture di cura, mentre oggi quando riflettiamo sulle sue competenze attuali ci accorgiamo che vanno dall’oncologia alla ricerca, dalla logistica alla discussione dei casi clinici, dalla relazione con i pazienti per favorirne l’aderenza al contributo in termini di sostenibilità e sicurezza di terapie e di medical device. Abbiamo quindi sviluppato il programma di Masterpharm 2023 cercando di mettere sotto la lente l’insieme di tutte le vastissime responsabilità che oggi sono attribuite alla nostra professione. Il corso intende proprio illustrare e approfondire temi e ambiti professionali, con un obiettivo preciso: cercare di mettere a confronto le migliori esperienze realizzate in Piemonte, in Italia e all’estero, per farne tesoro e utilizzarle come best practice operative”.

In questi giorni l’attenzione è stata rivolta alle eccellenze nazionali: una scelta in controtendenza rispetto al dibattito che spesso si concentra sulle criticità. Perché?

L’importanza della formazione è riassunta nel detto: “l’opportunità incontra la preparazione”

Al termine della prima giornata formativa, ho improvvisato un “take home message”: nonostante le difficoltà correlate al fatto di essere perennemente in spending review, con problemi burocratici e difficoltà di organizzazione sanitaria tra Regioni, bisogna mantenersi positivi, perché corsi di alta formazione come questo danno la possibilità a colleghi provenienti da realtà e Regioni diverse di incontrarsi, raccogliere spunti professionali e accrescere il proprio bagaglio culturale per poter essere pronti quando magari le circostanze nel proprio ospedale o nella propria Regione potrebbero essere favorevoli. Un concetto ben riassunto dal detto “l’opportunità incontra la preparazione”.

Sia a detta dei partecipanti che dei docenti, l’obiettivo del corso è stato centrato: l’appuntamento è stato di grande utilità per imparare e capire cosa sta succedendo a livello nazionale e in altre realtà. Potersi confrontare con altri colleghi può dare adito a nuove idee, progetti e stimoli da portare avanti. È un’iniezione di positività.

Tra gli argomenti cui viene dedicata particolare attenzione nel corso, c’è l’innovazione tecnologica: è la priorità per il farmacista ospedaliero oggi?

Sperando che arrivino i fondi del PNRR, l’innovazione tecnologica è importantissima

Sperando che arrivino i fondi del PNRR, l’innovazione tecnologica è importantissima, perché consente di migliorare l’efficienza e di costruire i nuovi modelli organizzativi della farmacia ospedaliera del futuro. Si possono costruire nuovi indici di misurazione che permettono di condurre studi sui Real World Data e di valutare l’appropriatezza. Inoltre, l’innovazione apre alla possibilità di lavorare secondo una visione più ampia, non solo ospedalocentrica ma in un’ottica di continuità ospedale-territorio, pensando ad esempio alla gestione delle RSA e della cronicità.

Ancora, ci sono sfide importanti anche nelle valutazioni di Hta e nell’ambito della riorganizzazione di Aifa e a livello europeo.

Il direttore della farmacia ospedaliera è una delle figure di riferimento in tema di sostenibilità sanitaria e qualità delle cure. Un equilibrio possibile?

Bisogna porsi obiettivi di miglioramento della qualità, ma raggiungibili

È come allenarsi per il salto in alto: bisogna collocare l’asticella nella posizione giusta, né a un metro da terra né a tre. Prima è necessario mettere bene a fuoco qual è l’altezza giusta da saltare, poi esercitarsi per poterlo fare. Serve porsi obiettivi che concedano una crescita nella qualità, ma raggiungibili con le risorse a disposizione.

Si discute molto della carenza di medici specialisti e altri professionisti della sanità, un po’ meno di quella dei farmacisti ospedalieri. Mancano?

Sempre. Siamo costantemente sotto organico.

Cosa comporta?

Le conseguenze ricadono sull’Azienda, proprio perché il farmacista è un elemento chiave in termini di sostenibilità e qualità delle cure. Bisogna acquisire la mentalità dell’investimento: assumere un farmacista – così come un professionista di un’altra professione sanitaria utile – permette nell’arco dei successivi due-tre anni non solo di ripagare i costi, ma di contenere la spesa. Purtroppo, molte volte si rimane legati a una cultura di bilancio di esercizio e questo crea dei problemi, perché se l’obiettivo è di contenere la spesa entro fine anno non si può investire, mentre se si ha la forza di farlo e andare in deficit, nel giro di pochi anni si va in risparmio.

Per approfondire

Cartabellotta (Gimbe): SSN oggi garantisce “Salute diseguale”

Presso la Biblioteca Nazionale Centrale di Roma si è tenuta l’Assemblea annuale Federmanager Roma, l’organizzazione che rappresenta circa 20.000 manager industriali del Lazio. Il convegno pubblico dal titolo ‘Sanità Domani: Strategie per migliorare il Sistema Sanitario‘ ha visto la partecipazione di numerose Istituzioni nazionali e locali, esperti e tecnici del Governo che hanno approfondito le criticità del sistema sanitario anche alla luce delle opportunità che il Pnrr mette a disposizione. “Il Servizio sanitario nazionale (Snn)- ha detto il presidente della Fondazione Gimbe, Nino Cartabellotta, intervenendo all’Assemblea- garantisce una ‘salute diseguale’ in Italia che influisce anche sulla riduzione degli anni di vita“.

“Inoltre- ha continuato Cartabellotta- le analisi condotte dal Gimbe confermano l’attrattività delle regioni del nord e la tendenza delle persone a spostarsi dalle regioni del sud. Nel periodo 2010-2019, 13 regioni, principalmente del centro-sud, hanno accumulato un saldo negativo di 14 miliardi di euro. Le prime quattro posizioni per saldo positivo sono occupate dalle tre regioni che hanno richiesto maggiore autonomia, ovvero Lombardia, Emilia-Romagna e Veneto, insieme alla Toscana“.

Cartabellotta ha poi spiegato che sulla base di dati Eurostat si vive più a lungo nelle regioni del centro-nord rispetto alle regioni del sud. “In testa- ha aggiunto- vi è la provincia autonoma di Trento con una media di 84,2 anni mentre chiude la classifica la Campania con 80,9 anni”. Una differenza che Cartabellotta giudica inaccettabile e che può essere superata attraverso “coraggiose riforme di sistema, una rigorosa governance delle regioni e investimenti vincolati per il personale sanitario”. “Altrimenti- ha concluso il presidente della Fondazione Gimbe- con i soldi del Pnrr dedicati alla salute si rischia di finanziare solo un costoso lifting del Ssn”.

All’evento hanno partecipato Francesco Rocca, presidente della regione Lazio e Andrea Costa, esperto del ministero della Salute in strategie di attuazione del Pnrr. Sono intervenuti inoltre Elena Bonetti, componente XII Commissione Affari Sociali della Camera, Alessandro Cattaneo, componente XIV Commissione Politiche dell’Unione Europea della Camera, Ylenia Zambito, componente 10 Commissione Affari Sociali del Senato, Armando Indennimeo, presidente Assidai, Marcello Garzia, presidente Fasi, Giacomo Gargano, presidente Praesidium, Simona Signoracci, presidente Fondazione Vises, Maria Stella Giorlandino, presidente Fondazione Artemisia, Guido Quici, presidente Cimo-Fesmed e, in chiusura, Stefano Cuzzilla, presidente nazionale Federmanager.

“Il presidente Rocca- ha sottolineato il presidente di Federmanager Roma, Gherardo Zei– ha detto che con oltre 22 miliardi di debito che pesano sul bilancio della regione, la situazione dei Pronto Soccorso, le liste d’attesa, la carenza di personale sanitario e tutto ciò che ne consegue, occorre un intervento urgente e coraggioso. Federmanager Roma si propone alle istituzioni locali come partner attivo anche sui progetti Pnrr per costruire insieme un’azione corale e risolutiva che inverta la rotta del Sistema sanitario Regionale e quindi nazionale”.

Zei ha poi sottolineato l’importanza dei fondi sanitari “poiché sgravano il Servizio sanitario nazionale da un considerevole volume di impegni” ed ha auspicato degli sgravi fiscali alle casse private. “In questo modo- ha sottolineato- si produrrebbe un aumento delle coperture sanitarie private, con un alleggerimento aggiuntivo per il Servizio sanitario nazionale certamente superiore ai volumi degli sgravi concessi”.

Secondo il Presidente di Federmanager Roma è quindi giunto il momento di superare la contrapposizione tra fondi integrativi e Sistema sanitario nazionale: “È il momento di parlare di complementarità o integrazione di sistema nel mondo del Servizio sanitario”. “È quindi necessario non solo avvalersi del Pnrr come occasione di rinnovamento di tutto il sistema salute nel suo complesso- ha concluso Zei- ma anche allargare la platea degli attori coinvolti, cooptando nei progetti in primis proprio i Fondi sanitari integrativi”.

Intesa tra Regione e Inail in Toscana per prevenire incidenti e infortuni sul lavoro

Regione Toscana e Inail stringono un patto, fino alla fine della legislatura, sulla sicurezza nei luoghi di lavoro e la promozione di una cultura della sicurezza. Redatto nei mesi scorsi, il protocollo d’intesa è stato sottoscritto e illustrato l’8 giugno, nel corso di un evento sulla prevenzione e la sicurezza del lavoro in Toscana organizzato da Inail, per discutere di sinergie e strategie per contrastare il fenomeno degli incidenti sul lavoro.

Sulla base dell’intesa, Regione ed Inail organizzeranno insieme eventi e seminari, attività di formazione e informazione alle imprese e ai lavoratori, lavoreranno in modo congiunto alla promozione di iniziative utili a condividere conoscenze, anche tecniche e scientifiche, per prevenire gli infortuni e collaboreranno nello studio dei dati sugli incidenti e le malattie professionali, al fine di analizzare il rischio connesso all’attività lavorativa delle diverse professioni e territori. Faranno anche fronte comune sulla prevenzione degli incidenti domestici, sulla semplificazione di taluni adempimenti e nello scambio di dati sulle morti sul lavoro.

Con il protocollo d’intesa i due enti danno vita anche ad un Comitato di coordinamento composto da quattro referenti (due individuati da Inail e due da Regione Toscana), che avrà compiti di indirizzo, programmazione, coordinamento e monitoraggio. Il comitato elaborerà anche piani operativi annuali che individueranno gli obiettivi da perseguire, le specifiche attività da espletare, gli impegni da assumere e la relativa programmazione.

“Quella degli incidenti sul lavoro, a volte anche gravi, è un fenomeno che vogliamo assolutamente contrastare” commentano il presidente della Toscana Eugenio Giani e l’assessore al diritto alla salute Simone Bezzini, entrambi intervenuti all’iniziativa.

Nel corso dell’anno passato – proseguono – abbiamo potenziato le ispezioni e i controlli nei cantieri, con numeri importanti sopra la media nazionale. Ma la sicurezza si costruisce soprattutto con la prevenzione ed è nostro obiettivo accrescere le iniziative messe in campo su questo fronte: contro gli infortuni ma anche riguardo le malattie professionali”.

In particolare Giani, nel corso del suo intervento, ha sottolineato come “quando si parla della centralità del lavoro, ribadita anche nella nostra Costituzione, tutti devono convenire che la sicurezza è essenziale”. “Contro dati e statistiche con profili ancora troppo alti di rischio – prosegue – non possiamo fermarci alle parole: servono strategie, serve prevenzione, serve formazione, tutti temi richiamati nel protocollo sottoscritto con Inail, di cui verificheremo nel tempo l’efficacia”.

“La Regione – conclude Giani – opera su più fronti: ha ‘prestato’ personale alle procure a supporto dell’azione di controllo. Ci sono progetti specifici, assieme alle Asl, sul tessile a Prato o per la sicurezza nelle cave. Fare rete tra le varie istituzioni è l’approccio giusto”.

“Questo protocollo d’intesa rafforza la collaborazione interistituzionale – sottolinea Anna Maria Pollichieni, direttore regionale Inail Toscana – strumento imprescindibile per la definizione di strategie di prevenzione capaci di rispondere ai bisogni di tutela del mondo del lavoro, caratterizzato da imponenti e repentini mutamenti economici, tecnologici e sociali”.

“La prevenzione – prosegue – deve essere in linea con le trasformazioni in atto. Salute e sicurezza sul lavoro non devono esaurirsi nell’osservanza delle norme vigenti, occorrono programmi aggiuntivi di prevenzione che vadano oltre il quadro ordinamentale previsto e tengano conto delle esigenze peculiari del territorio regionale”.

Allarme FNOPI: dove la carenza di infermieri è maggiore si riducono le donazioni di sangue

“L’Infermiere favorisce l’informazione sulla donazione di sangue, tessuti e organi quale atto di solidarietà; educa e sostiene le persone coinvolte nel donare e nel ricevere”.

Questo afferma l’articolo 26 del Codice deontologico della professione infermieristica, che regola il comportamento professionale che ogni infermiere, poi, declina sulla particolarità del caso clinico o del contesto organizzativo per offrire la migliore risposta in termini di salute.

Ma la Federazione nazionale degli ordini delle professioni infermieristiche (FNOPI), in vista della Giornata mondiale del donatore di sangue 2023, lancia un chiaro allarme: la carenza di infermieri mette seriamente a rischio il numero di donatori che, negli ultimi anni, specie durante e dopo la pandemia, sono pericolosamente diminuiti.

Nelle Regioni dove la carenza di infermieri per mille abitanti è maggiore, infatti, le donazioni, sempre per mille abitanti, sono minori rispetto alla maggior parte delle altre realtà locali.

Così, ad esempio, mentre in Campania dove mancano in media quasi 10 infermieri ogni mille abitanti le donazioni ogni mille abitanti, secondo il dato Avis per lo scorso anno, sono circa 13, in Umbria, dove la carenza di infermieri ogni mille abitanti è solo di 0,7, le donazioni ogni mille abitanti raggiungono quota 310.

Questo fattore, non uniforme in tutte le Regioni, è indicativo di un fatto: l’infermiere, come specifica anche i recenti protocolli d’intesa sottoscritti da FNOPI con Avis e con le associazioni dei donatori, è promotore di campagne di donazione favorendo l’associazionismo e la fidelizzazione del donatore non solo come una risorsa per la programmazione delle donazioni, ma anche tutelando il donare secondo un altro articolo del suo Codice deontologico in cui si afferma che: “L’Infermiere promuove la cultura della salute favorendo stili di vita sani e la tutela ambientale nell’ottica dei determinanti della salute, della riduzione delle disuguaglianze e progettando specifici interventi educativi e informativi a singoli, gruppi e collettività”.

Che il ruolo dell’infermiere sia importante nella donazione è anche evidente per un altro aspetto legato allo sviluppo del processo: l’e-health, che può portare alla riduzione del tempo di attesa del donatore e del percorso di donazione e può essere di incentivo alla prenotazione della donazione e miglioramento della programmazione della raccolta.

In questo senso la stessa norma che regola le attività di donazione (DM 2 novembre 2015) indica diversi campi di autonomia per la professione infermieristica, sulla base di linee guida e protocolli in continuo aggiornamento.

Ad esempio, è un infermiere qualificato che si occupa del triage pre-donazione: verifica l’identità del donatore, controlla peso, pressione sanguigna e frequenza cardiaca del donatore. Lo stesso infermiere qualificato controlla i livelli di emoglobina, ematocrito, conta dei globuli bianchi e delle piastrine. Durante lo svolgimento di queste operazioni verifica anche la completezza del questionario anamnestico e raccoglie il consenso informato del donatore, firmandolo e facendolo firmare al donatore. E se questo ha superato positivamente le prime fasi, il processo si può concludere con l’assegnazione del giudizio di idoneità da parte del medico, anche con impiego di strumenti di telemedicina perché sono state già prodotte le evidenze documentali richieste per l’idoneità.

“È necessario per questo – afferma Barbara Mangiacavalli, presidente FNOPI – dare soluzioni immediate alla carenza di infermieri e valorizzare il loro ruolo e le competenze in medicina trasfusionale, sviluppando percorsi formativi specifici, modelli organizzativi di gestione delle attività centrati sulla sicurezza e gli esiti delle cure e modelli di integrazione e collaborazione multiprofessionale per una corretta gestione delle risorse umane sulla base delle competenze acquisite”.

Donare il sangue permette di svolgere un ruolo attivo e responsabile da parte dei cittadini e promuove uno stile di vita sano. Il sangue è indispensabile, ad esempio, nei servizi di primo soccorso, di emergenza/urgenza, in molti interventi chirurgici e trapianti di organo e di midollo osseo, nella cura delle malattie oncologiche ed ematologiche, in varie forme di anemia cronica, immunodeficienze, emofilia ecc.

Il sangue è indispensabile per la tutela della salute, donare sangue, come recita lo slogan 2023 dell’Avis, è ‘condividere la vita’ e l’infermiere è essenziale per la sua donazione.

“Quello della carenza di personale nei centri trasfusionali – commenta il presidente di AVIS Nazionale, Gianpietro Briola – è un tema per il quale, da tempo, chiediamo l’attenzione delle istituzioni. Si tratta di un fattore che incide notevolmente sul nostro sistema di raccolta, ne sono conferma i dati relativi all’ultimo anno che hanno visto in crescita il numero dei donatori, ma in calo quello delle donazioni. Ciò significa che la generosità e l’impegno dei volontari sono sempre garantiti, ma spesso bisogna scontrarsi con le difficoltà della macchina organizzativa. Nelle scorse settimane, il Senato ha approvato il c.d. Decreto Salute ed Energia: si tratta di un primo passo importante che consentirà l’impiego del personale medico in formazione negli enti e nelle associazioni che svolgono attività di raccolta di sangue ed emocomponenti. Ma la strada è ancora lunga. Per tutto questo sappiamo di avere in FNOPI l’alleato migliore possibile. Il protocollo d’intesa che abbiamo sottoscritto, infatti, punta proprio a rafforzare il ruolo dell’infermiere nell’ambito dell’attività trasfusionale, in quanto ulteriore garanzia di controllo e utilizzo degli emocomponenti. Mi auguro che questa nostra collaborazione possa fornire una spinta sempre maggiore verso il completamento di una riorganizzazione necessaria dalla quale trarranno beneficio tutti gli attori coinvolti: donatori, pazienti, professionisti e sistema Paese”.

Per approfondire

OMS e Fondo globale annunciano l’impegno per una maggiore collaborazione

L’Organizzazione mondiale della sanità (OMS) e il Fondo globale per la lotta all’AIDS, alla tubercolosi e alla malaria (il Fondo globale) hanno firmato un nuovo e rivisto quadro strategico per la collaborazione, progettato per costruire sistemi sanitari più forti e resilienti e massimizzare la collaborazione e l’impatto a sostegno delle risposte nazionali, regionali e globali alle principali malattie trasmissibili.

Il nuovo quadro quinquennale si basa sul precedente accordo firmato nel 2018. Si allinea alla strategia del Fondo globale 2023-2028 e al programma generale di lavoro dell’OMS, che mettono le comunità al centro della risposta sanitaria e affrontano anche la preparazione e le sfide in caso di pandemia poste dal cambiamento climatico. Il quadro si adatta a piattaforme di collaborazione più ampie per accelerare il sostegno ai paesi per raggiungere gli obiettivi di sviluppo sostenibile (SDG) relativi alla salute, inclusa la copertura sanitaria universale (UHC).

“Poiché i bilanci sanitari a livello globale sono tesi e sotto pressione, è imperativo che le nostre due organizzazioni continuino a lavorare insieme per sostenere i paesi ad ampliare l’accesso ai servizi per le tre malattie come parte del loro viaggio verso la copertura sanitaria universale”, ha affermato il dottor Tedros Adhanom Ghebreyesus, direttore generale dell’OMS. “Alla luce del rallentamento dei progressi verso la fine delle epidemie di AIDS, tubercolosi e malaria, insieme alle sfide sanitarie emergenti, è necessaria più che mai una collaborazione più forte tra l’OMS e il Fondo globale”.

Con la missione e l’impegno comuni dell’OMS e del Fondo globale a servire i paesi, il nuovo quadro strategico per la collaborazione rafforzerà ed estenderà ulteriormente la collaborazione.

“In un momento in cui il mondo è assediato da crisi che si intrecciano e si intersecano, dai conflitti ai cambiamenti climatici, la partnership tra il Fondo globale e l’OMS è più critica che mai”, ha affermato Peter Sands, direttore esecutivo del Fondo globale. “Le crisi sconvolgono i sistemi globali e riducono i guadagni, con le persone più vulnerabili del mondo che ne sopportano il peso maggiore. Le organizzazioni come la nostra sono più efficaci quando collaboriamo a stretto contatto con i governi nazionali e altri partner fidati per rafforzare i sistemi sanitari locali guidati dalla comunità”.

La continua collaborazione negli ultimi anni ha contribuito a risultati significativi a livello nazionale:

  • 20 paesi stanno ora implementando, in modo più efficiente ed economicamente vantaggioso, la fornitura di servizi differenziati per il test dell’HIV, il trattamento, la cura avanzata della malattia da HIV, nonché interventi virtuali per raggiungere coloro che non sono a conoscenza del loro stato di sieropositività.
  • La collaborazione ha consentito una guida e indagini precoci sul doppio test per COVID-19 e TB, consentendo un migliore rilevamento delle persone con TB attraverso le innovazioni adottate durante e dopo l’emergenza COVID-19. 
  • Le iniziative strategiche sulla malaria hanno consentito progressi accelerati verso l’eliminazione della malaria. Dal 2018, otto paesi sono stati certificati come liberi dalla malaria dall’OMS, con altri cinque che si stanno preparando per la certificazione nel 2023 e nel 2024.
  • La partnership fornisce anche le basi per accelerare l’attuazione di approcci innovativi, come le nuove linee guida dell’OMS sulle reti trattate con insetticidi per la malaria e l’introduzione di nuovi trattamenti più brevi per la tubercolosi multiresistente ai farmaci.
  • È stato fornito un prezioso supporto nello sviluppo di 50 piani strategici nazionali basati su prove e allineati alle ultime linee guida dell’OMS, che servono come base per richieste di finanziamento di alta qualità al Fondo globale.
  • Il finanziamento sanitario globale rimane un’area importante per una collaborazione continua per aiutare i paesi a sviluppare sistemi di finanziamento sanitario più forti, più sostenibili ed efficienti. Il lavoro dell’OMS per tenere traccia della spesa sanitaria in 59 paesi a basso e medio reddito ha informato il dialogo sulla politica sanitaria nazionale. Il lavoro congiunto per sostenere l’analisi dell’efficienza tra programmi in 13 paesi ha ridotto la frammentazione e la duplicazione.

Anche con questo livello di progresso, resta ancora molto lavoro da fare nei paesi per accelerare i progressi verso la fine delle epidemie di AIDS, tubercolosi e malaria e per costruire sistemi sanitari solidi che siano anche in grado di rispondere alla prossima emergenza.

Attraverso questo nuovo quadro, l’OMS e il Fondo globale faranno leva sui loro punti di forza comparativi in 35 aree di collaborazione suddivise in quattro categorie: 

  1. Politiche sanitarie e orientamento normativo
  2. Advocacy e governance sanitaria
  3. Prodotti per la salute e innovazioni
  4. Supporto tecnico e rafforzamento delle capacità

Medicina di iniziativa e privacy: se la sanità pro-attiva non è prevista dalla norma

La medicina d’iniziativa è un nuovo approccio organizzativo-assistenziale che valuta il bisogno di salute del cittadino e lo accompagna nei suoi percorsi di salute. Non aspetta, quindi, il paziente in ospedale ma gli “va incontro” prima che le patologie insorgano o si aggravino, garantendo interventi adeguati e differenziati in base al livello di rischio. Punta anche sulla prevenzione e sull’educazione del cittadino, rendendolo partecipe dell’intero percorso assistenziale.

La medicina d’iniziativa mira sia alla prevenzione, sia al miglioramento della gestione delle malattie croniche in ogni loro stadio

In particolare, la sanità d’iniziativa mira sia alla prevenzione, sia al miglioramento della gestione delle malattie croniche in ogni loro stadio, con effetti positivi per la salute dei cittadini e per la sostenibilità del sistema sanitario.

La letteratura scientifica evidenzia come tale modalità pro-attiva (che si muove, cioè, attivamente verso la salute del cittadino), inserita nell’ambito delle cure primarie, possa avere ricadute positive soprattutto su alcune tipologie di malattie croniche come diabete, malattie cerebro e cardiovascolari, insufficienza cardiaca, broncopneumopatia, ecc.

Non solo, seguendo da vicino l’evoluzione clinica di queste patologie, consentirebbe una riduzione delle complicanze e della disabilità.

Nella pratica, si traduce in un contatto da parte del medico nei confronti dei pazienti per programmare accertamenti e controlli, per una valutazione dello stato e dell’andamento della malattia cronica e per definire i percorsi diagnostico-terapeutici e assistenziali.

Dati sanitari e GDPR

Il GDPR, il Regolamento UE 2016/679, è stato attuato in Italia nel 2018 integrando la normativa nazionale del Codice della privacy del 2003. Pur non avendo stravolto la norma della protezione dei dati personali in ambito sanitario, ha però inserito alcune novità, tenendo conto della progressiva evoluzione del concetto di privacy alla luce delle nuove tecnologie. Nell’ambito di una materia delicata come il trattamento dei dati sanitari, il legislatore europeo ha dedicato particolare attenzione alla tutela dei dati personali, un diritto fondamentale di ciascun individuo.

Il GDPR si applica direttamente a tutti gli Stati membri UE. In Italia, nell’agosto del 2018 è stato approvato il decreto legislativo n. 101/2018 che, di fatto, non ha abrogato il “vecchio” Codice della privacy (decreto legislativo n. 196/2003), ma lo ha modificato alla luce delle nuove disposizioni europee.

Il trattamento dei dati sanitari è senza consenso se avviene per finalità di medicina preventiva, diagnosi, assistenza o terapia o gestione dei servizi sanitari o sociali. Oppure, per motivi di interesse pubblico, come la protezione da gravi minacce per la salute o per garantire elevati parametri di qualità e sicurezza dell’assistenza sanitaria, dei medicinali e dei dispositivi medici.

In tutti gli altri casi, il trattamento dei dati sanitari richiede il consenso del cittadino, previa informativa. Tra le informazioni che devono essere fornite all’interessato, si segnala, ad esempio, il tempo di conservazione dei dati sanitari: la normativa vigente prevede che le cartelle cliniche e i referti radiologici vanno conservati per sempre; le immagini radiologiche per dieci anni; i certificati di idoneità sportiva per cinque anni.

Non è, quindi, più necessario chiedere il consenso del paziente per i trattamenti e le prestazioni sanitarie, purché si tratti di dati necessari alle “finalità di cura” previste dal GDPR.

Medicina di iniziativa e privacy

Ha fatto discutere la recente sanzione applicata dal Garante per la privacy a tre Asl friulane che avevano fatto uso di algoritmi di Intelligenza Artificiale per classificare i pazienti in base al rischio di incorrere in complicanze in caso di infezione da SARS CoV-2. Secondo l’Authority, le aziende sanitarie avevano elaborato i dati presenti nelle banche dati aziendali per attivare, nei confronti degli assistiti, opportuni interventi di medicina di iniziativa e individuare per tempo i percorsi diagnostici e terapeutici più idonei. In particolare, l’istruttoria, avviata in seguito alla segnalazione di un medico, ha verificato che le aziende sanitarie avevano trattato i dati dei pazienti senza fornire agli interessati l’informativa prevista per legge.

Per il Garante la medicina d’iniziativa non rientra nelle ordinarie attività di cure e prevenzione

In pratica, il Garante per la privacy afferma che la medicina di iniziativa non rientra nelle ordinarie attività di cura e prevenzione, ma va considerata “un trattamento ulteriore e autonomo” per il quale quindi occorre uno “specifico consenso informato dell’interessato”.

Non solo, anche il Fascicolo sanitario elettronico non può essere utilizzato per programmi o attività che rientrano nella medicina d’iniziativa.

Parliamo di medicina di iniziativa e privacy con Stefano Celotto, medico di Medicina Generale e membro della SIMG (Società Italiana di Medicina Generale e delle cure primarie) e Luciano Corino, membro del Consiglio Direttivo di Federprivacy.

Celotto: “La medicina di iniziativa ha un aspetto di prevenzione molto forte. Il problema sta nelle definizioni previste dalle leggi”

Che cos’è la medicina di iniziativa e qual è il suo valore aggiunto rispetto alla prevenzione?

In realtà, la medicina di iniziativa e la medicina di prevenzione si assomigliano. Nel senso che la medicina di iniziativa intende andare incontro al paziente quando il paziente non sa o non si ricorda di avere bisogno di un accesso medico. Quindi, è il medico o la struttura sanitaria a contattarlo. L’esempio più calzante è quello che riguarda gli screening o le procedure legate alle vaccinazioni, in cui il cittadino è chiamato dal medico di medicina generale o dalla struttura sanitaria a svolgere queste procedure di prevenzione. È importante però che il cittadino sia informato su questo bisogno che lui non sempre si accorge di avere.

In altri termini, può non sentire la necessità della vaccinazione antinfluenzale, anche qualora abbia una certa età o una determinata patologia, così come può ignorare l’opportunità di effettuare gli screening del carcinoma della mammella o del colon, per fare un esempio. Diventa allora fondamentale poter mettersi in contatto con il paziente per tutelare la sua salute. Questo può riguardare anche patologie già in atto che necessitino di un follow-up mirato, come l’emoglobina glicata da misurare ogni sei mesi nel paziente diabetico. Quest’ultimo può anche non ricordarsi della necessità di fare questo monitoraggio e il Medico di Famiglia o chi per lui dovrebbe avere la possibilità di convocarlo.

La differenza con la medicina di prevenzione riguarda quindi pazienti che hanno già una patologia?

Non necessariamente. In medicina si parla di quattro livelli di prevenzione:

  • prevenzione primaria, ossia prevenire l’insorgenza delle malattie, con corretti stili di vita e vaccinazioni;
  • prevenzione secondaria, cioè gli screening, per trovare la malattia in una fase precoce;
  • prevenzione terziaria, in cui si ha la patologia ma si evitano le complicanze, come appunto nel caso del diabete;
  • infine, la prevenzione quaternaria che riguarda la prevenzione delle complicanze dell’over-medicalizzazione.

All’interno di questi percorsi di prevenzione si può fare una medicina di iniziativa, quindi chiamare il paziente per dei controlli, ma si può fare anche una medicina di attesa, ossia se il paziente si ricorda di venire in studio si fa tutto ciò che occorre, altrimenti no. Si può fare, invece, una medicina di opportunità, cioè il paziente viene per altri motivi, ad esempio il mal di schiena, e si coglie l’occasione per effettuare altri controlli. In ciascuna fase, quindi, è applicato un diverso tipo di medicina. La più efficace è proprio quella di iniziativa, perché riesce a seguire le tempistiche necessarie per il follow-up o a contattare i pazienti che non sono consapevoli del loro bisogno di salute.

Il garante della privacy non considera la medicina di iniziativa come forma di prevenzione e si dibatte sull’opportunità di inserirla nella norma. Qual è quindi il confine tra prevenzione e iniziativa?

Andare verso il paziente è, di fatto, un atto preventivo per un bisogno di salute che lui non riconosce

Quello su cui dovremmo agire, soprattutto come medicina territoriale, è la prevenzione. Il problema è come viene normata e chi ha effettivamente la possibilità di contattare preventivamente il paziente o di richiamarlo, ma anche banalmente chi può inserirlo in elenchi di pazienti che hanno necessità di richiamo. Io credo che il problema non sia tanto contattare il paziente, quanto il fatto che per inserirlo all’interno di quella lista c’è bisogno di una valutazione dei suoi dati sanitari, che non necessariamente si ha il diritto di analizzare, e questo limita le possibilità nostre e delle Aziende Sanitarie. I termini prevenzione e iniziativa possono parzialmente sovrapporsi. Andare verso il paziente è, di fatto, un atto preventivo per un bisogno di salute che lui non riconosce e farlo agire in quel senso. La medicina di iniziativa, dunque, ha un aspetto molto forte di prevenzione. Il problema sta nelle definizioni inserite nelle leggi.

Corino: “Con il GDPR, il trattamento dei dati sanitari può essere svolto non sulla base del consenso, ma sulla base di ciò che è espressamente previsto dalla normativa”

Ci sono delle malattie specifiche cui la medicina di iniziativa fa riferimento?

Diciamo di sì. Ci sono alcune patologie che sono più predisposte alla sanità di iniziativa. Il diabete è una di queste, perché va monitorato a cadenza regolare, eseguendo, oltre ai comuni esami ematochimici, anche esami strumentali come, ad esempio, l’indice di Windsor o l’elettrocardiogramma, che si possono svolgere negli studi di medicina generale organizzati.

Oppure un altro esempio può essere rappresentato dalla spirometria nei pazienti bronchitici cronici o a rischio di diventarlo, come i fumatori.

Quando si discute con le aziende sanitarie di medicina di iniziativa, occorre definire dei progetti specifici.

In Toscana, ad esempio, ci sono dei progetti aziendali che si occupano proprio di BPCO (Broncopneumopatia Cronica Ostruttiva) e diabete e sono strutturati in piani di azione concordati tramite accordi con le rappresentanze della Medicina Generale. Nell’Azienda Ospedaliero-Universitaria Friuli Centrale si sta iniziando a lavorare in tal senso proprio con il diabete. Perciò, c’è l’idea di fare medicina di iniziativa, il problema è la privacy che in questo senso diventa limitante: basti vedere le sanzioni comminate alle Aziende proprio su questi temi.

Perché privacy e medicina di iniziativa sembrano così distanti?

L’argomento è ampio e affascinante. Il GDPR tutela fortemente i diritti, la libertà, ma direi anche la dignità dei pazienti e lo fa attraverso l’affermazione di un principio generale che spesso viene un po’ dimenticato. Dice che è vietato trattare i dati sensibili, relativi alla salute delle persone, come criterio generale. Dopo di che, dice, in deroga al divieto generale, che è possibile trattare i dati che riguardano la salute quando è necessario fare prevenzione, controllo, terapia, medicina del lavoro, oppure quando occorre per ragioni di interesse pubblico nell’ambito sanitario. È citata espressamente la medicina preventiva. Quindi, tutte le volte che si fa un trattamento medico-sanitario, bisogna tenere a mente questo principio e ricordare che l’obiettivo è tutelare il diritto e la libertà del paziente. Si tratta di aspetti riconducibili alla sensibilità che ciascuna persona può avere per ciò che riguarda la diffusione, la comunicazione, il rendere partecipi altri soggetti sulle proprie condizioni di salute. È necessario quindi conciliare questi principi basilari con le nuove tecnologie, come l’Intelligenza Artificiale, che però non deve mai discriminare o limitare i diritti del paziente.

Perché non si può semplicemente chiedere una liberatoria al paziente finalizzata al trattamento dei dati per la medicina di iniziativa?

Il trattamento dei dati sanitari che riguardano la salute può essere svolto non sulla base del consenso, ma di ciò che è espressamente previsto dalla normativa

La difficoltà risiede in una conoscenza non adeguata della norma, perché con l’introduzione del GDPR e il mantenimento del Codice della privacy, seppur con diversi emendamenti, il trattamento dei dati sanitari che riguardano la salute può essere svolto non sulla base del consenso, ma sulla base di ciò che è espressamente previsto dalla normativa.

Sono tutti casi in cui è lecitamente possibile trattare i dati del paziente senza consenso, ma semplicemente informandolo. Il consenso si chiede, ad esempio, quando si fa sperimentazione di un farmaco, indagini epidemiologiche o statistico-predittive. In questi casi, serve uno specifico consenso. Le terapie sperimentali, infatti, prevedono un margine di rischio, per questo il paziente deve essere correttamente informato.

Ma in tutti gli altri casi non è più necessario. Cionondimeno, la maggioranza degli ospedali, pubblici o privati, continua a richiedere ai pazienti il consenso per trattare i loro dati sensibili, probabilmente per una cattiva informazione dei consulenti cui queste strutture fanno riferimento.

Il consenso con il GDPR è una base giuridica residuale

Il consenso con il GDPR è una base giuridica residuale, cioè è l’elemento che legittima il trattamento quando non è possibile utilizzare altre condizioni di legittimità. Ricorro al consenso se il trattamento non è fatto su base contrattuale, non è previsto da un obbligo di legge, non c’è un interesse pubblico, manca un’azione di terapia di prevenzione, di medicina del lavoro, di medicina sociale, ecc.

È indicativo che sul fascicolo sanitario, quando venne creato, serviva il consenso del paziente. Nel 2018, entrando pienamente in vigore il GDPR, questa necessità fu eliminata dalla gestione del fascicolo ed è rimasto solo il consenso alla comunicazione e la possibilità di scegliere i soggetti cui dare l’accesso ai propri dati. Ma in sé, la raccolta dei dati da parte delle strutture sanitarie, dal medico di base, fino al Ministero, avviene senza il consenso dell’interessato per finalità di salute pubblica.

Il problema nasce con la medicina di iniziativa perché non è normata e si discute se possa rientrare o meno nella prevenzione. In effetti, parrebbe esserci una forzatura da parte dell’autorità sanitaria che prevale sulla volontà del paziente di sottoporsi a delle iniziative di prevenzione e gestione della malattia. Questo è il parere del Garante che va tenuto in considerazione ma che potrebbe essere modificato o con un intervento del legislatore italiano sul codice della privacy o, più probabilmente, inserendo la medicina di iniziativa o aggiungendo alla parola “preventiva” anche “intervento”. In questo modo sarebbe classificata e inserita nella norma anche la medicina di iniziativa. Quello che però è importante è far capire alle persone che cos’è la medicina di iniziativa, perché il confine tra prevenzione e intervento non è così evidente ed immediato.

Il trattamento dei dati genetici, al contrario di quelli sulla salute, richiede il consenso dell’interessato

C’è un’ultima considerazione da fare. Parliamo del trattamento dei dati genetici che, al contrario di quelli sulla salute, richiede il consenso dell’interessato. Molto spesso le malattie che rientrano nel campo d’azione della medicina di iniziativa hanno un presupposto genetico e quindi è possibile che sia anche questa la considerazione che ha indotto l’Autorità garante a porre un freno, proprio per la presenza di questa componente genetica.

Consip: al via la 2^ edizione della gara “Sanità digitale – Sistemi informativi clinico-assistenziali”

Consip ha pubblicato la seconda edizione della gara di Sanità digitale dedicata ai “Sistemi informativi clinico-assistenziali, iniziativa che fa parte del pacchetto di gare funzionali all’attuazione del PNRR.

L’oggetto della gara sono i servizi di cartella clinica elettronica ed enterprise imaging con l’obiettivo di diffondere e consolidare sul territorio standard di riferimento che guidino lo sviluppo di soluzioni applicative per i servizi integrati della rete clinico- assistenziale.

L’iniziativa – del valore complessivo di 880 mln/€ – è suddivisa in 6 lotti, di cui 4 dedicati ai servizi applicativi (2 per la Cartella clinica elettronica e 2 per la Enterprise Imaging) e 2 ai servizi di supporto.

  • I servizi applicativi richiesti sono di sviluppo ed evoluzione software, migrazione applicativa, configurazione e personalizzazione di soluzioni, manutenzione adeguativa e correttiva, supporto specialistico, conduzione applicativa e infrastrutturale. Tra i servizi accessori figurano: prodotti software, SaaS e soluzioni di mercato di cartella clinica elettronica ed Enterprise Imaging.
  • Tra i servizi di supporto, invece, figurano quelli di project management, supporto al monitoraggio, change management, PMO e demand management, digitalizzazione dei processi sanitari, IT Strategy ed Advisory.

Per ciascun lotto è prevista l’aggiudicazione di un Accordo quadro multi-fornitore (in funzione del numero di offerte presentate), che le amministrazioni del SSN potranno utilizzare attraverso ordini diretti o appalti specifici (in questo caso, dunque, con rilancio del confronto competitivo fra i fornitori aggiudicatari).

L’obiettivo dell’iniziativa è dare continuità all’offerta di servizi già presenti nella prima edizione della gara, che è attualmente in fase di esecuzione e si chiuderà nel 2023. Rispetto a quest’ultima, nella nuova gara sono stati ottimizzati i servizi offerti rispetto al contesto del SSN e sono state aggiunti nuovi elementi per valorizzare le soluzioni SaaS in base alla complessità delle strutture sanitarie.

È stata, inoltre, introdotta per le imprese la possibilità di presentare offerta attraverso Raggruppamenti di imprese (RTI) non bloccati, che permetterà una partecipazione più ampia e flessibile da parte del mercato.

Il termine per la presentazione delle offerte è fissato all’11 luglio 2023 (ore 16).

Liuc presenta STEINBOCC: l’algoritmo che “sveglia” la gara

C’è chi – forse per essere sicuro di ricevere le forniture – sovrastima il consumo. C’è chi, al contrario, dichiara abitualmente fabbisogni molto inferiori ai consumi reali, per poi ricorrere ad acquisti fuori gara che fanno spendere di più. Tante gare con una bassa quantità bandita di farmaco e pochissime gare con alti volumi di acquisto, più efficienti, ma spesso “deserte”, perché la voglia di economie di scala, con prezzi troppo bassi – specie per le gare multiregionali – ha messo in fuga i fornitori.

A indagare le incongruenze nella determinazione dei fabbisogni per le forniture farmaceutiche pubbliche è lo STEINBOCC Project (STima dEI fabbisogNi di gara: variaBili di impattO e prediCtive data analytiCs), realizzato dai ricercatori dell’Healthcare Datascience LAB della LIUC-Università Cattaneo, Daniele Bellavia, Francesco Bertolotti e Fabrizio Schettini, con la responsabilità scientifica di Emanuela Foglia, in collaborazione con Egualia (industrie dei generici, biosimilari e value added medicines).

Lo studio, presentato oggi in un convegno a Roma, prende in esame dati AIFA e IHS (Information Hospital Service) per le gare bandite dal 2016 al 2021 e riferite a tre differenti principi attivi (Daptomicina, Midazolam e Paclitaxel) analizzati a livello regionale. Un antibiotico, un anestetico e un antitumorale: tre principi attivi a brevetto scaduto, un grado di innovazione medio-basso e ambiti di applicazione diversi, la cui ottimizzazione dei consumi può rappresentare un’importante fonte di risparmio per il Sistema Sanitario Nazionale.

Tre le fasi di analisi: per prima cosa viene strutturato il confronto con i clinici, per l’individuazione delle variabili che possono influenzare l’andamento dei consumi del singolo principio attivo. In secondo luogo, sono analizzati i dati di consumo degli stessi in rapporto alla prevalenza della patologia. Infine, si struttura la creazione di un algoritmo che consente di simulare il consumo totale di principio attivo all’interno di una determinata popolazione regionale.

Pratiche eterogenee e comportamenti incongrui

«L’analisi ha evidenziato forti scostamenti fra il consumo effettivo e le richieste di approvvigionamento da parte delle stazioni appaltanti in specifici momenti storici – spiega Emanuela Foglia (Ricercatore, Scuola di Ingegneria Industriale e HD LAB – LIUC) – In alcuni casi viene sovrastimato il fabbisogno, creando gravi disagi alle aziende farmaceutiche, impossibilitate a programmare la produzione in modo efficiente; in altri contesti, invece, si evidenzia una sottostima del fabbisogno, che ha costretto le strutture sanitarie e ASL/ATS ad acquistare a costi maggiori fuori gara, o approvvigionandosi all’estero con una qualità inferiore della fornitura». «Dall’analisi dei dimensionamenti – prosegue – è emerso che circa il 20% delle gare contiene l’80% dei fabbisogni: l’informazione risulta fondamentale per la gestione delle procedure di gara, perché indica quali sono i bandi da presidiare con maggiore attenzione e da cui si può ottenere un maggiore possibile efficientamento».

Dalle conclusioni dello studio emerge con chiarezza che due sono gli elementi cruciali per rendere efficienti i processi d’acquisto: il processo di aggregazione e accentramento delle gare a livello regionale o comunque la centralizzazione, nel tentativo di ridurre la complessità determinata dalla frammentazione delle richieste provenienti dalle singole ASL/AO e l’individuazione del prezzo ottimale al di sotto del quale aumenta la probabilità di gare deserte, con conseguente inefficienza per il SSN.

Un algoritmo previsionale a supporto delle centrali d’acquisto

Fabrizio Schettini

«Abbiamo sviluppato un algoritmo previsionale accessibile tramite un’interfaccia web, potenzialmente adattabile per qualsiasi principio attivo – previa calibrazione con dati a supporto – e utilizzabile gratuitamente dagli enti appaltanti regionali e dalle aziende farmaceutiche interessate a identificare i futuri fabbisogni o dimensionare gli acquisti di gare future – spiega Fabrizio Schettini (coordinatore HD LAB) -. Il modello è costruito per effettuare una previsione degli anni 2023, 2024 e 2025, ma può essere aggiornato estendendone l’orizzonte temporale anno dopo anno e può essere arricchito dotandolo di KPI di monitoraggio sul processo d’acquisto. A oggi restituisce il fabbisogno totale di farmaco espresso in milligrammi: potrebbe essere dimensionato anche per un utilizzo da parte delle aziende sanitarie per la previsione dei consumi interni, ma anche come supporto per definire il case mix delle diverse forme farmaceutiche da acquistare all’interno di ogni bando di gara. Questo elemento – conclude Schettini – potrebbe contribuire a chiudere il cerchio del percorso di efficientamento, creando anche una barriera di protezione contro il rischio ricorrente di carenze».

Le gare multi-aggiudicatario contro le carenze

Massimiliano Rocchi

In funzione anti-carenze la proposta avanzata dal vicepresidente Egualia, Massimiliano Rocchi: «Lo studio realizzato da LIUC offre la conferma scientifica di quanto le aziende farmaceutiche denunciano da tempo sulla frammentazione regionale e sulla insostenibilità economica dei modelli di acquisto pubblici in gare per farmaci fuori brevetto, basati su di un unico aggiudicatario al prezzo più basso. È ormai indispensabile introdurre anche per i farmaci fuori brevetto di sintesi chimica, come già accaduto per i biosimilari, la regola degli accordi quadro con più fornitori, con quote predeterminate. Questo, nel panorama attuale, sarebbe l’unico elemento veramente innovativo capace di garantire razionalizzazione della spesa e nel contempo un’ampia disponibilità delle terapie, perché i pazienti avrebbero la possibilità di essere trattati con uno dei primi tre farmaci nella graduatoria dell’accordo-quadro, classificati secondo il criterio del minor prezzo o dell’offerta economicamente più vantaggiosa».