La sopravvivenza al trapianto è una sfida globale. Si calcola un tasso del 20% di fallimento del trapianto a lungo termine. Non solo, chi si sottopone al trapianto ha bisogno di assumere farmaci antirigetto per tutta la vita e questo li espone al rischio di infezioni, malattie cardiovascolari e, a un certo punto, anche tumori. PHOENIX è un progetto all’avanguardia, che avrà durata tre anni, supportato dal Programma Horizon Europe Research and Innovation per il quale si è già tenuto il primo meeting tra i partecipanti a Barcellona, in Spagna.
Il progetto sarà coordinato e svolto per una parte importante presso l’Istituto Mario Negri che si avvarrà della collaborazionediesperti provenienti dalla Spagna con la Fundacio Clinic Per A La Recerca Biomedica, dalla Francia con il Centre Hospitalier Universitaire De Rennes e dall’Irlanda con la Pintail Ltd.
PHOENIX si pone l’obiettivo di rivoluzionare la medicina del trapianto sviluppando una nuova forma di immunoterapia che sappia indurre tolleranza: vuol dire che il ricevente imparerà a “tollerare” l’organo come se fosse proprio, senza compromettere l’attività normale del sistema immunitario che ci difende da infezioni e tumori.
L’obiettivo non è solo di migliorare la sopravvivenza del trapianto attraverso l’induzione della tolleranza, ma anche di migliorare la qualità di vita dei pazienti, ridurre le liste d’attesa, i costi per i trattamenti medici e alla fine di salvare più vite da noi e in tutto il mondo.
“L’alleanza che si è creata attraverso PHOENIX è molto interessante, nuova, dinamica – commenta Giuseppe Remuzzi, Direttore dell’Istituto Mario Negri –; comprende quattro gruppi europei (Italia, Francia, Spagna e Irlanda) e un gruppo basato in Canada che mette insieme scienziati, clinici, ricercatori dell’industria e specialisti nel campo dell’amministrazione e della disseminazione dei risultati, per accelerare il progresso delle conoscenze e raggiungere questo obiettivo estremamente ambizioso che potrebbe rivoluzionare il campo della medicina del trapianto”.
Il trapianto di organi solidi è spesso l’unica opzione per i pazienti con insufficienza d’organo in fase terminale. Nonostante i tassi di successo dei trapianti siano migliorati negli ultimi anni, l’immunosoppressione è necessaria per prevenire il rigetto del trapianto, e comporta un rischio di cancro, infezioni e altre complicazioni. Questo pone ai medici un dilemma, in quanto è necessario bilanciare il rischio di rigetto e la perdita di trapianto con il rischio di progressione di infezione o cancro. Questo ambizioso progetto potrebbe essere un punto di svolta nel campo dei trapianti.
PHOENIX è coordinato dal Professor Giuseppe Remuzzi, Direttore dell’Istituto Mario Negri, medico ematologo e nefrologo, Primario emerito della Divisione di Nefrologia dell’Ospedale di Bergamo. La sua attività scientifica riguarda soprattutto le cause delle malattie renali e della loro progressione, il rigetto del trapianto e le possibilità di cura. Con un approccio innovativo le sue ricerche hanno permesso di aumentare il numero dei trapiantati. Per la sua attività ha ottenuto numerosi riconoscimenti tra cui nel 2007 il “John P. Peters Award” – il premio più prestigioso nel campo della nefrologia – dalla Società Americana di Nefrologia (ASN).
I partner del progetto sono: Pere Santamaria (FCRB, Spagna), Karim Boudjema (CHU Rennes, Francia) e Ciaran Clissmann (Pintail, Irlanda).
Informare e accrescere la conoscenza e la consapevolezza della popolazione sui rischi di sviluppare forme severe di COVID-19, in particolare per le persone con fragilità o con specifiche condizioni di salute: questo l’obiettivo della guida “Covid, Long Covid e fragilità. Teniamo alta l’attenzione!” che Cittadinanzattiva pubblica online sul suo sito web, all’interno delle attività previste per il programma “BE A.W.A.R.E” (Be Active citizens for Widespread Awareness, infoRmation and Education).
La guida, disponibile anche in lingua inglese, contiene i consigli di Cittadinanzattiva, la lista dei 113 ambulatori territoriali per il trattamento del long Covid, i riferimenti per la tutela, e informazioni aggiornate su: fine pandemia e “nuova normalità”, il “long Covid”, il punto sulla vaccinazione anti Covid-19, l’impatto della malattia sui pazienti fragili, i fattori di rischio e la profilassi, la vaccinazione anti Covid-19 in gravidanza, allattamento e in età pediatrica.
Nonostante l’Organizzazione Mondiale della Sanità abbia dichiarato la fine della pandemia, il Covid-19 può rappresentare ancora una minaccia per un’ampia fascia di popolazione: sono i pazienti fragili, le persone con patologie e con altre condizioni preesistenti, esposti a maggiori fattori di rischio e a un decorso più grave della malattia. Secondo i dati disponibili in Italia, cardiopatie, diabete e insufficienza renale cronica sono significativamente più frequenti e numericamente più consistenti fra i pazienti Covid-19 deceduti, rispetto alla popolazione generale.
In questo quadro, il programma BE A.W.A.R.E di Cittadinanzattiva e la Guida “Covid, Long Covid e fragilità. Teniamo alta l’attenzione!”, grazie all’apporto di competenze ed esperienze da parte della comunità scientifica, dei professionisti e degli operatori sanitari e delle Associazioni di pazienti, evidenziano l’importanza di non “abbassare la guardia”, continuando a monitorare l’evoluzione del COVID-19, mantenendo e potenziando i servizi sanitari costruiti in questi tre anni e investendo sulla prevenzione della malattia (con piani di vaccinazione rivolti a tutta la popolazione e protocolli specifici per coloro che rientrano nei “target” più a rischio in caso di infezione da COVID- 19). Il programma prevede, tra giugno e novembre, anche alcuni incontri (che si svolgeranno in Campania, Emilia Romagna e Lazio) e un ciclo di 7 webinar per informare i cittadini, in particolare quelli con patologie croniche e rare o in condizioni di fragilità, sui rischi legati alla malattia da Covid.
“Alcune procedure e tecnologie che ci sono state utili nell’emergenza pandemica devono essere implementate stabilmente nei servizi sanitari – commenta Valeria Fava, Responsabile del coordinamento delle politiche sanitarie di Cittadinanzattiva – per migliorare la vita e ridurre i rischi per la salute a causa del covid-19 soprattutto per le persone più fragili, affette da patologie croniche e rare. Per questo, ad esempio, con le nostre Raccomandazioni civiche presentate a fine maggio, abbiamo sollecitato: misure per rendere più efficace e tempestivo l’accesso ai farmaci ed in particolare alle cure antivirali; un’attività di sorveglianza attiva per monitorare in modo costante e tempestivo le condizioni dei pazienti fragili e affetti da patologie croniche e rare; un processo di interoperabilità che favorisca un dialogo costante, continuo e aggiornato tra medici di base, medici specialisti, farmacisti e aziende ospedaliere. Torniamo inoltre a chiedere a Stato e Regioni di procedere con urgenza all’inserimento rapido della vaccinazione covid-19 nel calendario vaccinale. Con questa guida e gli incontri formativi vogliamo fornire ai pazienti e ai loro caregiver informazioni e strumenti utili per prevenire e ridurre i danni da Covid-19 e long Covid, per conoscere e adottare i giusti comportamenti nei confronti di una patologia con la quale dovremo convivere ancora nel prossimo futuro.”
Per maggiori informazioni e un dettaglio delle altre attività previste nell’ambito di BeAware, consulta la pagina web dedicata.
Un recente articolo su JAMA a firma di Donald M. Berwick, intitolato “Salve Lucrum (salve profitto). La minaccia esistenziale dell’avidità nell’assistenza sanitaria americana”, sottolinea che “…se da un lato il profitto può svolgere un ruolo nel motivare l’innovazione e migliorare la qualità delle cure”, dall’altro “in sanità i comportamenti cleptocapitalistici che portano all’aumento dei prezzi, dei salari e del potere del mercato, finiscono poi per danneggiare i pazienti, le loro famiglie, le istituzioni e i programmi governativi”.
Si parla di un sistema sanitario profondamente diverso, quello americano, ma forse non quanto in passato. Perché sempre di più anche il nostro Servizio Sanitario Nazionale scivola verso il privato. Se ne è discusso nel dibattito “Salve lucrum: salvare il SSN dalla privatocrazia” organizzato dal Centro Studi di Politica e Programmazione Socio-Sanitaria dell’Istituto di Ricerche Farmacologiche Mario Negri di Milano.
I rischi della privatocrazia
“Privatocrazia e servizio pubblico: quali rischi”. Questo il tema dell’intervento di Chiara Cordelli, filosofa, professoressa associata di Scienze Politiche presso il Dipartimento di Scienze Politiche dell’Università di Chicago, autrice di “Privatocrazia. Perché privatizzare è un rischio per lo stato democratico”. “Qualche anno fa ho scritto un libro gemello, “Lo stato privatizzato”, in inglese, da una prospettiva americana, senza pensare di scriverne uno sull’Italia – ha spiegato -. Una volta tornata qui, ho fatto alcune verifica per capire se gli argomenti del volume si potessero in qualche modo estendere al nostro Paese e sono rimasta molto sorpresa dai dati che ho trovato. Innanzitutto il 60% dei fondi pubblici finisce in mano ai privati, in sanità, per l’acquisto di servizi medici e farmacologici; più del 50% di istituzioni sanitarie che si occupano di malattie croniche è in mano ai privati; più dell’80% delle istituzioni di assistenza territoriale residenziale è in mano ai privati“.
Negli anni abbiamo assistito a un’incalzante privatizzazione di funzioni pubbliche essenziali
Non si tratta, ha precisato la professoressa, di un caso isolato: “Il fenomeno della privatizzazione in sanità rimane un piccolo tassello di un cambiamento istituzionale molto più ampio, di scala globale: non solo America, Europa, ma anche in alcuni Paesi africani e asiatici troviamo dalla fine degli anni ’70 in particolare con un inizio inglese sotto Margaret Thatcher, poi sempre di più negli anni ’90 con la progressiva privatizzazione di funzioni che comprendono perfino il combattimento militare o la gestione delle prigioni: un’incalzante privatizzazione di funzioni pubbliche essenziali”.
Ma cosa significa privatocrazia? “Nel libro italiano ho usato questa definizione per identificare una modalità di amministrare le funzioni pubbliche che si distanzia dal modello socialdemocratico tipico del Dopoguerra, in base al quale, semplificando, governare significava spendere e amministrare direttamente, ma che non corrisponde a una progressione verso lo Stato minimo tanto amato da libertari e anarchici, perché non vediamo una riduzione della spesa pubblica complessiva o una riduzione delle dimensioni del governo e dello Stato. Si assiste invece a una redistribuzione del potere politico all’interno del sistema amministrativo, in cui il potere viene delegato a privati che vengono chiamati ad agire come amministratori pubblici, a pari merito gli con enti pubblici. Si trasforma lo Stato al suo interno, si privatizza lo stato internamente. Per questo ho preferito “privatocrazia” al termine privatizzazione, che secondo me confonde perché fa pensare a un modello già completamente americano, in cui si delega interamente al privato, mentre qui il privato è chiamato ad agire come braccio del pubblico“.
È un processo presenta dei pericoli. “Negli anni del Dopoguerra si è verificata una crisi di legittimità dello Stato amministrativo: crescendo sempre di più, la burocrazia è stata sempre di più percepita dai cittadini come elefantiaca e inefficiente. Terreno molto fertile per quella oggi chiamiamo ideologia neoliberale, cioè l’idea che introducendo meccanismi di mercato nell’amministrazione pubblica si potessero raggiungere un risparmio e quindi una diminuzione delle tasse, una crescita della concorrenzialità del mercato e di conseguenza un miglioramento della qualità dei servizi e maggiore efficienza. In questo contesto si sono innestate negli anni ’90 le politiche di austerità e la partnership pubblico-privato è stata vista come una strategia utile per aumentare l’austerità e allo stesso tempo continuare a fornire i servizi che i cittadini vogliono e si aspettano, poiché molte spese legate al partenariato, almeno in alcuni Paesi, non vengono nemmeno registrate in bilancio come spesa pubblica.
Le “promesse” della privatizzazione in molti casi non sono state rispettate
Queste promesse della privatizzazione spesso non sono state rispettate. Per quanto riguarda il risparmio, ci sono pochi dati ma di frequente si è visto che quando si calcolano i costi di monitoraggio e supervisione i benefici di molte forme di esternalizzazione non superano i costì. Per quanto riguarda la concorrenza, in molti casi, tra cui la sanità, si è registrata una tendenza al monopolio, in parte per economie di scala, cioè servono molti fondi per acquistare macchinari e mantenerli: solo i grandi riescono a entrare nel mercato e poi “soffocano” tutto il resto. Non essendoci un aumento della concorrenza, anche l’argomento della qualità dei servizi perde parte della propria forza. Ancora, come emerso in Lombardia, quando parliamo di qualità dei servizi, dobbiamo anche chiederci quali servizi, perché quelli meno lucrativi, come la prevenzione, sono penalizzati. Perdendo la prevenzione importanza, tutto il sistema diventa anche meno sostenibile perché le cure costano di più”.
Eppure, nonostante si tratti di argomenti importanti, secondo Cordelli, se intendiamo la privatizzazione della sanità come parte della privatocrazia dobbiamo porci una domanda ancora più fondamentale di quella sull’efficienza e sui risultati: “Uno stato privatocratico si può dire democratico e può pertanto governare legittimamente? Se per ipotesi arrivasse uno Stato come la Germania e proponesse di assumersi in toto la gestione del nostro servizio sanitario, pur magari piacendoci l’idea di una maggiore efficienza, molti di risponderebbero di no, perché siamo uno Stato democratico e ci vogliamo autogovernare: un potere coloniale che viene da fuori, anche se potesse dare migliori risultati, lascerebbe molti insoddisfatti perché c’è l’idea che le istituzioni debbano essere non solo efficienti ma anche democraticamente legittime”.
Secondo Cordelli c’è un conflitto fondamentale irrisolvibile fra privatocrazia e legittimità democratica
Nel libro, l’esperta sostiene che ci sia un conflitto fondamentale irrisolvibile tra privatocrazia e legittimità democratica, ovvero con uno Stato democratico in cui si assicurano le condizioni di libertà, uguaglianza e giustizia sociale senza dominio, cioè senza che nessuno debba dipendere dalla volontà privata, arbitraria e unilaterale di un altro. “Ritengo che il fondamento democratico sia incompatibile con una modalità di amministrazione della cosa pubblica che usa la privatizzazione sistematica come meccanismo per la pianificazione e l’erogazione di servizi essenziali, inclusa la sanità. Perché ci possa essere una legittimità democratica, le forme di potere politico, e con questo non intendo solo il potere coercitivo ma anche prendere decisioni discrezionali importanti, ad esempio allocare risorse pubbliche o servizi fondamentali come l’istruzione o la sanità, servono determinate condizioni. Una è l’autogoverno democratico, per quanto ciò possa avvenire anche in modo indiretto; inoltre le decisioni devono essere prese in maniera rappresentativa, cioè sulla base di considerazioni che mettano al centro l’interesse pubblico. La privatocrazia inficia entrambe queste condizioni.
Non solo: l’amministrazione di funzioni fondamentali deve essere sottomessa a norme di responsabilità e accountability, ma più aumenta la privatizzazione, più le istituzioni perdono non solo la capacità di svolgerle, ma anche il controllo direttivo e la possibilità di accesso alle informazioni, diventando dipendenti dai privati. Inoltre si indebolisce anche l’attaccamento affettivo alle istituzioni che è necessario per la vigilanza civica: più si privatizza e più è difficile per i cittadini vedere abusi di potere; più i cittadini vedono il privato come erogatore di servizi essenziali che dovrebbero rappresentare lo Stato, meno hanno ragioni per votare o per partecipare alla vita pubblica”.
Si entra quindi in un circolo vizioso, in cui anche a livello di politiche è sempre più difficile per lo Stato porre un freno alle istanze del privato. Ed esponendo al rischio di ingerenze da parte della politica nell’amministrazione della salute. Secondo l’esperta, lo strapotere del privato dovrebbe allora essere costituzionalmente limitato per proteggere gli interessi dei cittadini.
Perché evitare una deriva all’americana
Punto di partenza dell’intervento di Giuseppe Remuzzi, direttore dell’Istituto Mario Negri di Milano, è stata proprio la Costituzione, e in particolare l’articolo 32, secondo cui è la Repubblica a dover tutelare la salute come fondamentale diritto dell’individuo e interesse della collettività. Un diritto fondamentale che tuttavia nello stato attuale delle cose è disatteso, facendo emergere, ha spiegato Remuzzi, un problema culturale laddove si avalla una società che fonda il benessere della popolazione sul libero mercato e dà sempre più credito e più potere a un sistema orientato al profitto, finendo per rispondere alle esigenze degli azionisti invece che ai bisogni degli ammalati.
In altre parti del mondo, avere un malato in famiglia significa spendere tutto e indebitarsi
Il titolo del suo era “Perché e come evitare una deriva all’americana”: “A noi sembra normale che un malato possa avere un trapianto di cuore o di fegato e le cure più avanzate per il cancro senza spendere un euro”, ha affermato. “Ma in altre parti del mondo non è così: avere qualcuno malato in famiglia significa spendere tutto e indebitarsi”.
La proposta di una quarta riforma
Secondo Ivan Cavicchi, medico e filosofo, professore di Filosofia della scienza e sociologia dell’organizzazione sanitaria alla Facoltà di medicina dell’Università di Tor Vergata di Roma, l’unico modo per invertire questa deriva è avviare una quarta riforma che riparta dalla legge 833 del 1978, correggendo gli squilibri causati dalle controriforme attuate negli anni ’90 e che ne hanno deviato l’evoluzione.
Il primo squilibrio riguarda la rottura del rapporto tra economia e sanità, per cui oggi la sanità viene concepita come un costo in antitesi alla produzione di ricchezza del paese. Va trovata una nuova alleanza di compossibilità che li renda privi di contraddizione. Il secondo squilibrio riguarda la riduzione al minimo essenziale della spesa per la prevenzione. Il terzo squilibrio riguarda il rapporto tra pubblico e privato. In quarant’anni, secondo Cavicchi, il pubblico è passato da una condizione di monopolio a una di gregario, dove il privato ha preso il sopravvento, annullando ogni forma di democrazia. La situazione è aggravata dal fatto che il privato è fortemente agevolato fiscalmente creando una concorrenza sleale verso il pubblico. Un altro sbilanciamento, grande errore della riforma sanitaria, è che sono stati riordinati i servizi senza modificare le prassi professionali che c’erano nel sistema mutualistico, danneggiando il sistema.
L’idea della quarta riforma propugnata da Cavicchi punta a rimettere in equilibrio questi aspetti per sanare la situazione con l’obiettivo, poi, di rimettere in pista una programmazione sanitaria vera, concepita per obiettivi piuttosto che seguendo logiche locali e regionali come accade oggi, in modo da facilitare un rapporto organico tra economia e sanità; di riaffermare il principio per cui le tutele integrative devono essere a carico del singolo e non compartecipate dal pubblico, esplicitato dall’articolo 46 della Legge 833, dedicato alla “Mutualità volontaria”: “La mutualità volontaria è libera. È vietato agli enti, imprese ed aziende pubbliche contribuire sotto qualsiasi forma al finanziamento di associazioni mutualistiche liberamente costituite aventi finalità di erogare prestazioni integrative dell’assistenza sanitaria prestata dal servizio sanitario nazionale”.
Ancora, di sollecitare un finanziamento straordinario alla sanità, per abbattere il tetto alle assunzioni, ma solo a patto che si sia disposti a superare gli squilibri del passato.
Oggi in Italia sono 800mila i pazienti in cura a seguito di un evento aterosclerotico-cardiovascolare e sottoposti quindi a ‘rischio residuo’, ovvero alla probabilità di sviluppare un evento cardiovascolare maggiore anche se in cura con le terapie standard raccomandate. Un nuovo approccio terapeutico per abbattere il 5% dei ricoveri nella cura del rischio cardiovascolare residuo potrebbe assicurare al Servizio Sanitario Nazionale un risparmio di 170 milioni di euro (considerando una remunerazione teorica delle prestazioni di ricovero ospedaliero pari a 3 miliardi di euro). È ciò che è emerso da uno studio realizzato da Altems (Alta Scuola di Economia e Management dei Sistemi Sanitari dell’Università Cattolica del Sacro Cuore) e presentato questa mattina nel corso dell’evento ‘Prevenzione cardiovascolare secondaria. Un nuovo paradigma di trattamento del rischio cardiovascolare residuo’, patrocinato dalle società scientifiche Sic, Anmco, Gise e dall’Intergruppo Parlamentare sulle malattie cardio, cerebro e vascolari.
Le malattie cardiovascolari in Italia sono ancora la principale causa di morte, essendo responsabili del 44% dei decessi: in particolare, la cardiopatia ischemica è tra i ‘big killer’ nel 28% dei casi, mentre gli accidenti cerebrovascolari (13%) sono al terzo posto dopo i tumori. A livello globale, nel 2019, è stata stimata una prevalenza per le malattie cardiovascolari di 523 milioni di casi, tra malattie cardiache, cerebrovascolari e interventi di bypass aortocoronarico o angioplastica, con un costo di 210 miliardi l’anno solo nell’Unione europea.
‘Le malattie cardiovascolari sono in assoluto la prima sfida sanitaria per il paese perché rappresentano la causa di morte e di ricovero ospedaliero più diffusa in Italia, come in tanti altri paesi- ha commentato Pasquale Perrone Filardi, Presidente Sic (Società Italiana di Cardiologia)- E per i cittadini la sfida è essere curati al meglio, con tutto ciò che oggi la ricerca in campo biomedico fornisce in tema di prevenzione. È tantissimo quello che noi possiamo fare per ridurre il rischio cardiovascolare, tra coloro che non hanno avuto un evento e anche tra coloro che un evento l’hanno già subito. Spetta a noi e spetta alla politica mettere a terra tutte le possibilità che oggi la scienza ci mette a disposizione. Oggi questa è una sfida assolutamente importante, che va intensificata anche alla luce delle tante differenze che purtroppo oggi esistono, a livello nazionale e persino all’interno delle singole regioni, nell’accesso alle cure e in generale alla prevenzione cardiovascolare’.
Nel nostro Paese i disturbi dell’apparato cardiocircolatorio rappresentano, inoltre, la maggiore causa di ricovero: nel 2019 si sono registrate per queste patologie 863.505 dimissioni (14,3% del totale), con 6.222.673 giornate di degenza (7,2 giorni di degenza media). Le malattie cardiovascolari rappresentano, quindi, una delle voci più impattanti sulla spesa farmaceutica in Italia. Dal Rapporto Osmed 2021 risulta che la spesa complessiva pro capite per i farmaci dell’apparato cardiovascolare è pari a 54,92 euro, in aumento del 2,2% rispetto all’anno precedente.
Tutto questo va poi iscritto in un quadro di cronicità: chi sopravvive a un attacco cardiaco diventa infatti un malato cronico, con complicazioni che causano notevoli ripercussioni sulla qualità della vita e sui costi economici e sociali che la società deve affrontare. In Italia il 40% della popolazione, circa 24 milioni, è affetto da almeno una patologia cronica e, negli over 65, circa il 50% soffre di almeno 3 o più condizioni croniche. Ad oggi, si registrano 66,7 miliardi di spesa per la cronicità, con una previsione di aumento a 70,7 miliardi nel 2028. ‘C’è bisogno di una strategia comune in Italia- ha affermato la senatrice Elena Murelli (Lega), Presidente dell’Intergruppo Parlamentare sulle malattie cardio, cerebro e vascolari- Servono investimenti su ricerca e sviluppo, per trovare nuovi farmaci, sull’innovazione tecnologica, ma soprattutto serve ascoltare direttamente i pazienti per creare una rete tra personale sanitario, ospedaliero e gli stessi pazienti, che sono i primi a poter dare feedback sulla malattia stessa’.
A influenzare il rischio cardiovascolare residuo, oltre a elementi non modificabili come età, sesso e predisposizione genetica, ci sono fattori noti e modificabili come colesterolo, pressione arteriosa e diabete mellito, fumo, adiposità addominale e i trigliceridi, microparticelle lipidiche che circolano nel sangue e che contribuiscono a indurre una risposta infiammatoria nelle pareti delle arterie e favoriscono, unitamente al colesterolo, la formazione delle placche aterosclerotiche.
La dislipidemia è responsabile di circa il 55% del rischio di sviluppare un infarto miocardico. La terapia con statine rappresenta pertanto il caposaldo di tale trattamento, tanto è vero che le linee guida nazionali, incluse quelle specifiche per il diabete, raccomandano in prima istanza la riduzione del colesterolo LDL per ridurre tale rischio. Questo approccio ha dato risultati importantissimi, che a fronte di riduzioni del LDL fino al 50% dei suoi valori, ha associato una riduzione degli eventi cardiovascolari del 40-45%.
Giovanni Esposito, presidente della Società Italiana di Cardiologia Interventistica Gise e membro della cabina di regia nazionale del Piano nazionale cronicità presso Ministero della salute ha sottolineato che ‘oggi esistono numerose opportunità, non soltanto di tipo interventistico ma soprattutto farmacologico. È possibile raggiungere i target ambiziosi delle linee guida portando il colesterolo su livelli sempre più bassi. Non solo il colesterolo rappresenta uno dei fattori di rischio più importanti, la cui riduzione è stato dimostrato essere associata a una riduzione della mortalità cardiovascolare. Ma esiste un rischio residuo collegato ad altri fattori, come i trigliceridi. Oggi abbiamo delle armi che possono essere utilizzate a questo scopo, quindi occorre fare in modo che venga valutato il rischio cardiovascolare e che vengano utilizzate tutte le armi a nostra disposizione per fare in modo che la mortalità cardiovascolare continui a ridursi nel tempo’. Tuttavia, i trial clinici in cui sono state utilizzate le statine in prevenzione primaria e secondaria, sebbene abbiano evidenziato una riduzione del rischio relativo di eventi cardiovascolari, dopo il trattamento lasciano i pazienti esposti a un consistente rischio residuo.
Leonardo De Luca, vicepresidente Anmco (Associazione Nazionale Medici Cardiologi Ospedalieri) ha commentato: ‘Il paziente in prevenzione secondaria ha oggi a disposizione svariate strategie farmacologiche. Abbiamo una grande ricchezza di presidi e di strategie grazie alla ricerca degli ultimi decenni. Abbiamo terapie farmacologiche che riducono il rischio trombotico, con terapie anti-aggreganti e terapie anticoagulanti a lungo dosaggio, cosiddetto vascolare, con degli studi dedicati che hanno dimostrato un beneficio anche in termini di mortalità in pazienti ad alto rischio che prolungano la terapia anti-aggregante doppia, quindi aspirina più inibitore del P2Y12, oppure con questa strategia innovativa di aspirina più anticoagulante a dosaggio vascolare. Abbiamo delle strategie di terapie ipolipemizzanti, che sono molteplici ed estremamente efficaci. Non solo le statine, ma anche farmaci cosiddetti non statinici, anticorpi monoclonali, i cosiddetti ‘sirn’, i silenziatori dell’RNA, e ad oggi anche nuovi farmaci simili alle statine ma che non producono gli effetti collaterali delle mialgie, dei dolori muscolari. Abbiamo poi nuove terapie che riducono i trigliceridi, quindi farmaci che riducono il cosiddetto rischio residuo al di là dell’ottimizzazione della terapia. E poi ci sono sempre gli stili di vita, l’abolizione dell’abitudine tabagica, l’esercizio fisico, l’alimentazione corretta, che riduce notevolmente il rischio dei pazienti in prevenzione secondaria. Quindi terapie farmacologiche più o meno innovative, nuove strategie e terapie non farmacologiche’.
All’evento hanno partecipato la senatrice Elena Murelli (Lega), presidente dell’Intergruppo Parlamentare sulle malattie cardio, cerebro e vascolari; Elisa Pirro (M5S), senatrice della X Commissione Affari sociali, sanità, lavoro pubblico e privato, previdenza sociale; l’onorevole Ilenia Malavasi (PD), membro XII commissione Affari sociali e membro dell’Intergruppo Parlamentare sulle Malattie Cardio, Cerebro e Vascolari; l’onorevole Luigi Marattin (IV), membro V Commissione Bilancio, Tesoro e Programmazione; Pasquale Perrone Filardi, Presidente SIC; Giovanni Esposito, Presidente della Società Italiana Di Cardiologia Interventistica Gise e membro della cabina di regia nazionale del Piano nazionale cronicità presso Ministero della salute; Leonardo De Luca, vicepresidente ANMCO; Tiziana Nicoletti, Responsabile Coordinamento delle Associazioni Malati Cronici e rari di CittadinanzAttiva Eugenio di Brino, Co-founder and partner at Altems Advisory, Ricercatore ALTEMS, Università Cattolica del Sacro Cuore.
Oggi la Commissione ha autorizzato l’Arexvy, il primo vaccino che protegge gli adulti di età pari o superiore a 60 anni dalla malattia delle basse vie respiratorie causata dal virus respiratorio sinciziale (RSV). Questa decisione è un passo importante, particolarmente atteso alla luce dell’aumento, lo scorso inverno, delle infezioni da RSV nell’UE. Il vaccino Arexvy, da oggi autorizzato in tutta Europa, contribuirà a rafforzare la risposta immunitaria al virus. L’autorizzazione fa seguito a una valutazione rigorosa nell’ambito del meccanismo di valutazione accelerata dell’EMA. Ritenendo la prevenzione dell’infezione da RSV nella popolazione anziana di grande interesse per la salute pubblica, la Commissione ha accelerato l’autorizzazione del vaccino.
Stella Kyriakides, Commissaria per la Salute e la sicurezza alimentare, ha dichiarato: “Questo è il nostro primo vaccino autorizzato contro l’RSV. Ci auguriamo che eviti alcuni dei problemi che si sono verificati lo scorso inverno. La pandemia di COVID ha dimostrato chiaramente la necessità di azioni decisive per preparare meglio l’UE alle minacce emergenti per la salute. Si tratta di un principio fondamentale di quella forte Unione europea della salute che stiamo costruendo. In considerazione della minaccia rappresentata dall’RSV, oggi abbiamo autorizzato in via prioritaria il primo vaccino per proteggere i cittadini anziani nell’UE da un’importante minaccia sanitaria. Invito ora gli Stati membri ad agire rapidamente sulla base di questa autorizzazione e a definire strategie nazionali di vaccinazione affinché le persone più a rischio possano accedervi nei mesi a venire, entro l’inizio del prossimo autunno”.
Il 31 ottobre 2022 la Commissione aveva già autorizzato in Europa l’anticorpo monoclonale Beyfortus (nirsevimab) per la prevenzione della malattia delle basse vie respiratorie nei neonati e lattanti durante la loro prima stagione di RSV, ossia quando vi è un rischio più elevato di infezione.
L’RSV è un virus respiratorio comune che di solito causa sintomi lievi simili a un raffreddore. La maggior parte delle persone guarisce entro un paio di settimane. Ma questo virus può rivelarsi pericoloso nelle persone vulnerabili, tra cui gli anziani o chi è affetto da malattie cardiovascolari o polmonari e diabete. Stando alle stime, ogni anno l’RSV causa in Europa 250 000 ricoveri ospedalieri e 17 000 decessi in ospedale tra le persone di età pari o superiore a 65 anni.
Il Centro europeo per la prevenzione e il controllo delle malattie (ECDC) e l’Agenzia europea per i medicinali (EMA) hanno rilasciato una dichiarazione congiunta sui vaccini COVID-19 adattati e considerazioni per il loro utilizzo durante le prossime campagne di vaccinazione dell’autunno 2023.
I vaccini attualmente autorizzati continuano a essere efficaci nel prevenire l’ospedalizzazione, le malattie gravi e la morte dovuta a COVID-19. Tuttavia, la protezione contro il virus diminuisce nel tempo man mano che emergono nuove varianti SARS-CoV-2.
In linea con l’esito delle recenti riunioni delle autorità di regolamentazione internazionali e dell’Organizzazione mondiale della sanità, la task force di emergenza dell’EMA raccomanda di aggiornare i vaccini per colpire i ceppi XBB (un sottogruppo di Omicron), che sono diventati dominanti in Europa e in altre parti del mondo.
L’EMA e l’ECDC osservano inoltre che i vaccini monovalenti (vaccini mirati a un solo ceppo come XBB.1.5) sono una scelta ragionevole per fornire protezione contro gli attuali ceppi dominanti ed emergenti.
Revisione proposta delle informazioni sul prodotto
I titolari dell’autorizzazione all’immissione in commercio nell’UE dovrebbero discutere la revisione delle informazioni sul prodotto per i vaccini con il comitato per i medicinali per uso umano (CHMP) dell’EMA, per riflettere l’approccio semplificato proposto, come segue:
Per gli individui di età superiore ai 5 anni, quando la vaccinazione è raccomandata secondo le linee guida nazionali, è indicata una singola dose del vaccino appena adattato.
Per i bambini di età inferiore ai 5 anni, senza storia di vaccinazione o precedente infezione da SARS-CoV-2, è indicata una serie primaria composta da 2 o 3 dosi a seconda dello specifico vaccino di nuova adattamento da somministrare. Si prevede che l’uso nella popolazione pediatrica segua le linee guida nazionali.
Le persone con un sistema immunitario indebolito potrebbero aver bisogno di dosi aggiuntive in linea con le raccomandazioni nazionali.
Per i richiami deve essere rispettato un intervallo minimo di 3 mesi, tuttavia si può prendere in considerazione un intervallo di 4 mesi tra le dosi alla luce delle prove che mostrino un alto livello di protezione contro malattie gravi 4 mesi dopo la vaccinazione.
Le decisioni finali sulla formulazione delle informazioni sul prodotto saranno prese dal CHMP dopo la valutazione dei dati pertinenti.
Gruppi raccomandati da prendere di mira dalle campagne di vaccinazione nel 2023
L’ECDC e l’EMA consigliano che le future campagne di vaccinazione in vista della prossima stagione fredda dovrebbero dare la priorità alle persone che sono maggiormente a rischio di contrarre malattie gravi. Questi includono persone di età pari o superiore a 60 anni, persone con un sistema immunitario indebolito e condizioni sottostanti che le espongono a un rischio maggiore di COVID-19 grave indipendentemente dall’età, e donne incinte. La vaccinazione degli operatori sanitari dovrebbe essere presa in considerazione anche a causa della loro probabile maggiore esposizione a nuove ondate di SARS-CoV-2 e del loro ruolo chiave nel funzionamento dei sistemi sanitari.
Fattori da considerare nelle campagne vaccinali autunnali
La vaccinazione tempestiva in vista di una potenziale ondata di casi di COVID-19 nell’autunno e nell’inverno 2023 è essenziale per proteggere le persone dal COVID-19 grave e i sistemi sanitari dall’essere sopraffatti.
Le autorità nazionali dell’UE prendono decisioni definitive sull’introduzione dei vaccini, compresi i richiami, e sul tipo di vaccini raccomandati, tenendo conto di fattori quali la situazione epidemiologica, l’impatto del COVID-19 nei diversi gruppi di popolazione e l’emergere di nuove varianti.
L’ECDC e l’EMA continueranno a valutare attentamente l’efficacia dei vaccini emergenti ei dati epidemiologici e aggiorneranno di conseguenza le loro raccomandazioni.
Il farmacista ospedaliero è oggi uno dei manager-cardine della sanità italiana. Un manager che in certi casi (stiamo parlando dei grandissimi ospedali) arriva a gestire budget che superano i 200 milioni di euro. Un professionista che si trova ad aver a che fare con i fattori più avanzati e decisivi del rinnovamento del SSN: terapie innovative, dispositivi tecnologicamente avanzati, nuovo rapporto con la sanità di prossimità.
Su questi temi e sulle nuove caratteristiche professionali del farmacista ospedaliero si apre a Torino il secondo modulo di Masterpharm 23 (7-9 giugno, Centro Congressi Lingotto, Via Nizza, 280, Torino), evento formativo patrocinato da SIFO, SIFACT e SIHTA ed indirizzato ad un numero limitato di farmacisti ospedalieri, diretto da Francesco Cattel (Direttore Struttura Complessa Farmacia Ospedaliera AOU Città della Salute e della Scienza di Torino Board) e realizzato con il supporto scientifico di Marcello Pani (Segretario nazionale SIFO, Direttore Farmacia IRCCS Policlinico Gemelli, Roma), Emanuela Omodeo Salè (Direttore di Struttura Complessa Divisione di Farmacia, IEO, Milano), Roberto Langella (Dirigente Farmacista ATS della Città Metropolitana di Milano) e Anna Marra (Direttore U.O. Farmacia Ospedaliera Azienda Ospedaliero Universitaria S. Anna, Ferrara).
Masterpharm (che ad aprile ha già realizzato il suo “primo modulo”) giunge al suo secondo appuntamento per il 2023, dedicando il programma alle “eccellenze nazionali” di questa professione così nevralgica: cosa caratterizza questo modulo “Advanced”? “Il filo conduttore di Masterpharm 2023 è sempre quello di far emergere e portare a confronto le best practice su alcune aree professionali”, risponde Francesco Cattel, “Stiamo parlando di una professione da cui passa tutta la gestione delle terapie ed allora ecco i macro temi che vogliamo condividere: la logistica e la gestione del farmaco e dei dispositivi; la ricerca e la valutazione delle terapie; il contributo professionale all’appropriatezza ed alla sanità di prossimità. Se questi sono i temi di riferimento, c’è anche da dire che in questo secondo modulo del nostro percorso ampliamo la prospettiva in senso territoriale: nell’appuntamento di aprile lo sguardo di Masterpharm era concentrato sulle esperienze piemontesi, mentre qui creiamo un confronto con le eccellenze nazionali. L’obiettivo naturalmente è sempre quello di stabilire un percorso di crescita del discente all’interno di un viaggio che lo porta dal piano locale a quello internazionale, con lo scopo di apprendere con sempre maggiore profondità ed ampiezza gli strumenti per la propria professione”.
Strumenti che oggi sono sempre più nuovi rispetto al passato, sviluppati alla luce di nuove tecnologie e dinamiche organizzative che devono tener conto di nuovi bisogni e di differenti servizi sanitari. Quali sono dunque i temi centrali del 2° modulo del Corso? “I contenuti principali sono quelli correlati all’innovazione”, risponde il coordinatore scientifico di Masterpharm, “in un confronto che permetterà a chi è in una struttura medio-piccola di confrontarsi con chi invece opera in un ospedale di grandi dimensioni, mettendo a fattor comune esperienze così differenti. E quindi ci occuperemo specificamente di robotizzazione, vista l’accelerazione che i sistemi di automazione stanno avendo, dai magazzini ai laboratori; entreremo nel merito dello sviluppo delle farmacie satellite, tenendo anche di uno sguardo attento verso una sanità che sempre più si integra tra ospedale e territorio, in una distinzione sempre più marcata tra acuto e cronico; e poi ci occuperemo di Real World Data, che sono ormai la base di supporto alle decisioni più appropriate”.
A questi argomenti si aggiunge poi all’interno del programma di Masterpharm l’intervento del presidente SIFO Arturo Cavaliere su farmacista ospedaliero e PNRR, l’approfondimento sul farmacista ricercatore tra studi osservazionali, epidemiologica e di Real Word Evidence (a cura di Andrea Marinozzi e Barbara Meini), il dialogo sul ruolo di AIFA nella valutazione e assessment delle nuove terapie (con Pierluigi Russo) e gli approfondimenti sui nuovi Regolamenti europei, su radiofarmaci e malattie rare, sulla mobilità sanitaria dei pazienti, per finire proprio con un ampio confronto sulla gestione del budget, che – come detto inizialmente – per alcuni centri di cura raggiunge e supera oggi i duecento milioni di euro, “rendendo” – conclude Cattel – il direttore della farmacia ospedaliera una delle figure di riferimento di tutto il tema della sostenibilità sanitaria e della qualità delle cure”.
Dalla relazione emerge che la crescita demografica rimane una delle cause principali della produzione di emissioni. Allo stesso tempo vi è un disallineamento tra i tassi di crescita della popolazione e i livelli di emissioni di gas a effetto serra nei diversi paesi. I principali responsabili delle emissioni sono le regioni in cui la crescita della popolazione si è ormai fermata o è rallentata. La maggior parte della crescita demografica mondiale si sta invece verificando nelle regioni del mondo che attualmente registrano le emissioni più basse e sono meno responsabili delle emissioni passate. Ciò significa che i principali responsabili delle emissioni dovranno garantire tagli netti e rapidi, mentre i paesi con le emissioni più basse ma con un’elevata crescita demografica hanno bisogno di sostegno per trovare modi di crescita che evitino forti aumenti delle emissioni.
La relazione sottolinea inoltre l’esigenza di politiche che prendano in considerazione sfide e soluzioni per le diverse fasce di popolazione e di età, come le persone anziane o con un basso reddito. Vengono proposti modi per mitigare l’impatto sui gruppi demografici più vulnerabili e per contribuire a trovare misure di adattamento a tali cambiamenti, in linea con la strategia dell’UE di adattamento ai cambiamenti climatici.
Dubravka Šuica, Vicepresidente per la Democrazia e la demografia, che è intervenuta in occasione dell’evento di presentazione della relazione al Centro comune di ricerca della Commissione di Ispra, ha dichiarato: “Per elaborare politiche climatiche e ambientali efficaci è importante capire il modo in cui i cambiamenti demografici incidono sulle emissioni e il modo in cui cambiamenti climatici e degrado ambientale influenzano i diversi gruppi di popolazione. La relazione del Centro comune di ricerca fornisce informazioni preziose sulla relazione tra popolazione umana e cambiamenti climatici e contribuirà a garantire che le nostre politiche siano ben concepite per affrontare la mitigazione dei cambiamenti climatici e l’adattamento agli stessi”.
La relazione fa parte dell’impegno della Commissione a integrare le informazioni demografiche nell’elaborazione delle politiche dell’UE. Fornisce dati scientifici sulle implicazioni della crescita demografica mondiale per le emissioni ed esamina le possibili conseguenze dell’invecchiamento della popolazione in Europa per gli obiettivi climatici dell’UE.
La Commissione europea e l’Organizzazione mondiale della sanità (OMS) hanno annunciato l’avvio di uno storico partenariato per la sanità digitale.
Nel giugno 2023, l’OMS adotterà il sistema di certificazione COVID-19 digitale dell’Unione europea (UE) per istituire un sistema globale che contribuirà ad agevolare la mobilità a livello mondiale e a proteggere la popolazione dalle minacce sanitarie attuali e future. Si tratta del primo elemento costitutivo della rete globale di certificazione sanitaria digitale dell’OMS, che svilupperà un’ampia gamma di prodotti digitali per garantire a tutti una migliore salute.
L’iniziativa, basata sulla strategia globale dell’UE in materia di salute e sulla strategia globale degli Stati membri dell’OMS in materia di sanità digitale, fa seguito all’accordo del 2 dicembre 2022 firmato dalla Commissaria Kyriakides e dal direttore generale dell’OMS Tedros Adhanom Ghebreyesus, volto a consolidare la cooperazione strategica sulle questioni sanitarie globali. In questo modo si rafforza ulteriormente un solido sistema multilaterale imperniato sull’OMS, alimentato in maniera forte dall’Europa.
Il partenariato prevede una stretta collaborazione nello sviluppo, nella gestione e nell’implementazione del sistema dell’OMS, beneficiando dell’ampia competenza tecnica della Commissione europea nel settore. Un primo passo consiste nel garantire che gli attuali certificati digitali dell’UE continuino a funzionare efficacemente.
Un sistema dell’OMS globale che si basa sul lavoro compiuto dall’UE
Uno degli elementi chiave dell’attività dell’Unione europea nella lotta alla pandemia di COVID-19 è stato il certificato COVID digitale. Per agevolare la libera circolazione al suo interno, l’UE ha rapidamente realizzato certificati COVID-19 interoperabili (denominati “certificati COVID digitali dell’UE” o “EU DCC”). Sulla base di tecnologie e standard open source, i certificati consentivano anche il collegamento di paesi terzi che rilasciano certificati conformi alle specifiche EU DCC, e si sono convertiti nella soluzione più utilizzata in tutto il mondo.
Dall’inizio della pandemia, l’OMS ha avviato un dialogo con tutte le sue regioni per definire linee guide generali per tali certificati. Per contribuire a rafforzare la preparazione sanitaria globale di fronte all’aumento delle minacce sanitarie, l’OMS sta istituendo una rete globale di certificazione sanitaria digitale fondata sulle solide basi del quadro, dei principi e delle tecnologie aperte dell’EU DCC. Grazie a questa collaborazione l’OMS agevolerà questo processo a livello globale nell’ambito della propria struttura con l’obiettivo di consentire al mondo di beneficiare della convergenza dei certificati digitali. Il processo comprende la definizione di norme e la convalida delle firme digitali per prevenire le frodi. In tale contesto l’OMS non avrà accesso ai dati personali, che continuerebbero a essere di esclusiva competenza dei governi.
Il primo elemento costitutivo del sistema globale dell’OMS sarà operativo nel giugno 2023 e dovrebbe essere progressivamente sviluppato nei prossimi mesi.
Un partenariato digitale a lungo termine per garantire a tutti una migliore salute
Per facilitare l’adozione dell’EU DCC da parte dell’OMS e contribuire al suo funzionamento e ulteriore sviluppo, la Commissione europea e l’OMS hanno convenuto di formare un partenariato nel settore della sanità digitale.
Questo partenariato si adopererà per sviluppare il sistema dell’OMS a livello tecnico con un approccio graduale per coprire ulteriori casi d’uso che potrebbero includere, ad esempio, la digitalizzazione del certificato internazionale di vaccinazione o profilassi. Ampliare tali soluzioni digitali sarà essenziale per garantire una migliore salute alla popolazione di tutto il mondo.
Questa cooperazione si basa sui valori e i principi condivisi della trasparenza e dell’apertura, dell’inclusività, della responsabilità, della protezione dei dati e della privacy, della sicurezza, della scalabilità a livello globale e dell’equità. La Commissione europea e l’OMS collaboreranno per incoraggiare la massima diffusione e partecipazione a livello globale. Particolare attenzione sarà prestata alle pari opportunità di partecipazione dei soggetti più bisognosi, ossia i paesi a basso e medio reddito.
Sebbene siano passati oltre 30 anni dalla legge che ha messo al bando l’amianto, in Italia sono molte le persone che, in alcune aree, continuano a morire a causa dell’esposizione al materiale. Uno studio dell’Istituto superiore di sanità uscito l’anno scorso ha messo in evidenza come, tra il 2010 e il 2016, in Italia ci siano stati circa 4.400 decessi all’anno dovuti all’esposizione ad amianto. Di questi, 1.515 sono persone decedute per mesotelioma maligno (più dell’80% dei mesoteliomi è causata dall’amianto), 58 per asbestosi (una malattia polmonare causata da inalazione di fibre di amianto), 2.830 per tumore polmonare e 16 per cancro ovarico.
“Oggi, a Casale Monferrato, muoiono ancora 30-40 persone ogni anno per mesotelioma”, ha evidenziato Diego Marchioro, sindacalista dell’Istituto Nazionale Confederale di Assistenza di Torino (Inca) della Cgil durante il seminario “Amianto, la sorveglianza sanitaria e la cura” che si è tenuto il 24 maggio a Torino.
Il mesotelioma pleurico maligno è una malattia rara (colpisce cioè meno di 6 persone ogni 100.000), eppure in alcune zone, come Casale Monferrato, ma anche Broni, in provincia di Pavia, l’incidenza è molto superiore. Entrambe le città sono state sede di industrie che lavoravano l’amianto, la cui inalazione è considerata uno dei principali fattori di rischio della malattia. “Il tempo dell’esposizione esterna e interna è diverso – ha ricordato Dario Mirabelli, epidemiologo già responsabile Registro dei mesoteliomi del Piemonte -. Quella esterna a un certo punto è cessata, mentre quella interna è continuata, seppur in modo invisibile, a volte per decenni”.
L’epidemiologo Dario Mirabelli
Il seminario torinese ha ripercorso le vicende di quegli anni, concentrandosi sul Piemonte e sulla Lombardia, e ha fatto il punto sulla ricerca e sulle terapie disponibili.
La raccolta dei dati
La legge spartiacque in Italia è la 257/92, una delle prime al mondo a vietare l’estrazione, l’importazione, l’esportazione, la commercializzazione e la produzione di amianto o di prodotti che lo contengono.
In conseguenza del boom edilizio degli anni ‘60, però, molto del nostro patrimonio edilizio contiene questo materiale. Nel 2020 sono stati stanziati 385 milioni di euro per la bonifica di edifici pubblici, in gran parte scuole e ospedali. La scadenza per l’esecuzione dei lavori è fissata per il 31 dicembre 2025.
Nello stesso anno sono stati messi sul tavolo altri 8 milioni per un’ulteriore mappatura degli edifici e per la digitalizzazione e la catalogazione degli atti sulle bonifiche.
A oggi non esiste una mappatura completa degli edifici che contengono amianto
A oggi, nonostante siano passati oltre 30 anni dalla legge, non esiste una mappatura completa e omogenea a livello nazionale degli edifici che contengono amianto.
Per quanto riguarda invece la salute, sono due gli strumenti con cui intercettare le persone che si sono ammalate per l’esposizione alle fibre di albesto: il Registro nazionale mesoteliomi (ReNaM) e la costruzione di un elenco di ex-esposti professionali realizzato a partire dagli archivi dell’Inail e dell’Inps. Purtroppo entrambi hanno dei limiti. Nel caso del ReNaM, sebbene la raccolta dei dati sia abbastanza capillare, alcuni Centri operativi regionali sono in difficoltà: “La Campania ha sospeso le attività, l’Abruzzo le ha appena riprese, l’Umbria è in difficoltà, mentre Calabria, Sardegna e Molise mostrano una capacità di rilevazione non sufficiente e la capacità di raccolta anamnestica è ridotta in Liguria, Lazio e Sicilia” è il quadro descritto da Enrica Migliore, epidemiologa e responsabile del Registro dei mesoteliomi del Piemonte.
Anche la costruzione dell’elenco degli ex-esposti non è esente da difetti: prima di tutto considera solo chi ha respirato amianto per motivi professionali e non chi lo ha fatto perché viveva in un’area contaminata. In secondo luogo, si basa sui lavoratori assunti presso aziende che hanno pagato il premio assicurativo per asbestosi. “Siamo convinti che questi numeri siano sottostimati – ha affermato Diego Marchioro – e crediamo che i medici di medicina generale possano avere un ruolo fondamentale nell’intercettare i casi sospetti e indirizzarli presso i percorsi più adeguati”.
I filoni di ricerca
A lungo l’unica opzione terapeutica per il mesotelioma è stata la chemioterapia, che non ha mai prodotto risultati significativi.
Da qualche anno è disponibile anche in Italia un’immunoterapia combinata di ipilimumab e nivolumab, due checkpoint immunitari che hanno un’azione sinergica. “Purtroppo questa terapia, che ha mostrato vantaggi significativi, in Italia è rimborsata solo per i mesoteliomi non epitelioidi, che rappresentano circa il 25% – ha ricordato Federica Grosso, oncologa e responsabile della Struttura Mesotelioma dell’Asl di Alessandria – Nel caso degli epitelioidi, si stanno sperimentando combinazioni di chemio e immunoterapia”.
L’immunoterapia ha permesso di migliorare la sopravvivenza di 18 mesi e un miglioramento della qualità di vita dei pazienti
Nell’istologia più rara, l’immunoterapia ha permesso di migliorare la sopravvivenza di 18 mesi, a fronte di una mediana di 8,8 mesi della chemioterapia. Oltre a questo, è stato dimostrato anche un miglioramento della qualità di vita dei pazienti.
L’esperta ha poi ricordato come in questo settore sia fondamentale la collaborazione multidisciplinare tra professionisti, che comprenda anche la figura del case manager, che aiuta i clinici a gestire, tra le altre cose, i contatti dei pazienti con le associazioni. “Stiamo lavorando anche per migliorare la comunicazione con il paziente, perché avere una condivisione dei percorsi è l’aspetto che più di tutti migliora la qualità di cura”, ha aggiunto Grosso.
L’oncologa Federica Grosso
Un altro filone di ricerca promettente riguarda quello sul microbioma: “Mentre il microbiota è la popolazione di microrganismi che ci colonizza, il microbioma caratterizza le diverse specie di germi – ha esemplificato Laura Deborah Locati, oncologa dell’Università di Pavia e Irccs-Ics Maugeri di Pavia -. Abbiamo capito che la tipologia di microrganismo può influenzare la risposta immunitaria: quando un tumore si sviluppa significa che c’è stato un fallimento nell’immunosorveglianza”.
Un ulteriore passo in avanti è stato compiuto quando i ricercatori hanno capito che i microrganismi non colonizzano solo l’essere umano, ma anche il tumore: esiste quindi un microbiota del cancro. “Oggi siamo in grado di manipolare questo microbiota: l’obiettivo è interrompere questo processo infiammatorio prima che viri in cancro”.
L’intuizione è stata pensare che il microbioma possa variare nelle varie fasi della malattia: quello del soggetto sano è diverso da quello della persona esposta che differisce ancora da quello del paziente con il mesotelioma.
“Abbiamo risultati molto preliminari condotti su un piccolissimo gruppo di pazienti che testimoniano che le specie batteriche osservate mostrano differenze significative – ha continuato Locati -. Trattandosi di una malattia rara, i numeri sono piccoli: forse in futuro l’intelligenza artificiale potrà venirci in aiuto grazie ai digital twin, modelli di simulazione molto utilizzati dagli ingegneri e ancora poco in medicina”.
L’oncologa Laura Deborah Locati
Sebbene il principale fattore di rischio rimanga l’esposizione all’amianto, vi è anche una predisposizione genetica che può giocare un ruolo. “Da quello che abbiamo osservato, questa incide nel 10% dei casi circa”, ha affermato Irma Dianzani, professoressa di Patologia Generale all’Università del Piemonte Orientale, Al momento non è stato documentato se individui predisposti possano sviluppare il mesotelioma in assenza di esposizione all’amianto. Tutti i casi studiati sono stati esposti, seppur in modo sporadico, all’albesto.