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Malattie rare: su 17 Terapie Avanzate autorizzate in UE, 4 sono frutto della ricerca accademica italiana

Cure innovative e ad alta precisione che impattano sulla storia clinica delle persone con malattia rara, cambiando radicalmente il suo evolversi, con benefici per la salute dei pazienti e dei loro caregiver, oltre che sul sistema sanitario  in termini di risparmi diretti e indiretti: sono le Terapie Avanzate, (“ATMP”: Advanced Therapy Medicinal Products), la nuova frontiera per il trattamento e la prevenzione degli effetti di una varietà di patologie rare – dalle malattie genetiche, onco-ematologiche, alle malattie a lunga prognosi – o per ristabilire, correggere o modificare funzioni fisiologiche compromesse negli esseri umani, anche con la correzione di mutazioni acquisite su base genetica.

Domani in Senato il secondo training istituzionale sulle Terapie Avanzate, dedicato alla sostenibilità economica delle ATMP.

Durante il percorso di sensibilizzazione istituzionale promosso da UNIAMO si discute di Terapie Avanzate e criticità legate al tema della capacità di passare dal laboratorio all’applicazione clinica, della sostenibilità economica degli ATMP per un equo accesso, con l’obiettivo di approfondire i meccanismi volti a rendere sostenibili e accessibili queste terapie per il Servizio Sanitario Nazionale e di far conoscere il percorso del paziente affetto da malattia rara. 

Appuntamento martedì 18 luglio alle 15.00 con “La sostenibilità economica degli ATMP per un equo accesso”. L’incontro, ospitato in Senato e guidato dalla presidente di UNIAMO Annalisa Scopinaro, vedrà i saluti istituzionali del Senatore Daniele Manca, Co-Presidente intergruppo Innovazione sostenibile in sanità, del Senatore Francesco Zaffini, Co-Presidente intergruppo Innovazione sostenibile in sanità; e del Sottosegretario al Ministero della Salute Marcello Gemmato*. Tra gli esperti, Guido Rasi, Professore di microbiologia, Università di Roma Tor Vergata e già direttore dell’EMA, interverrà in questa occasione sul framework regolatorio delle ATMP; Americo Cicchetti, Professore di Organizzazione aziendale e Direttore di ALTEMS, interverrà sul tema della valutazione economica delle Terapie Avanzate e sui nuovi modelli di pagamento; Paola Facchin, Professoressa di Pediatria, Università degli studi di Padova e Responsabile del coordinamento della Regione del Veneto, e Manuela Tamburo De Bella, Dirigente UOS Reti Cliniche Ospedaliere e Monitoraggio (AGENAS), si concentreranno sugli aspetti regolatori, relativi alla sostenibilità delle ATMP e a quelli organizzativi per un equo e pronto accesso alle ATMP da parte dei pazienti.

Malattie rare: in Italia per la diagnosi 4 anni

malati rari, in Italia, sono tra i 2 milioni e i 3,5 milioni e per la diagnosi il tempo medio arriva fino a 4 anni. Oggi, e nel prossimo futuro, le ATMP costituiranno sempre più la nuova frontiera per la cura di molte patologie rare, si stima che oltre 500.000 pazienti saranno trattati con le Terapie Avanzate entro il 2030 – Growth & Resilience in Regenerative Medicine Annual Report 2020.

4 terapie su 17: il contributo della ricerca italiana alle ATMP

Secondo l’ultimo Rapporto dell’Alliance for Regenerative Medicinealla fine del 2020 erano oltre 1200 gli studi clinici su terapie geniche cellulari o tissutali in corso nel mondo, di cui circa 150 già in fase 3. Nell’ultimo decennio il contributo dell’Italia a questo settore è stato significativo: delle 17 terapie avanzate autorizzate finora nell’Unione europea, ben 4 sono frutto della ricerca accademica italiana.

Eppure nel nostro Paese l’intero percorso delle ATMP incontra ancora troppi ostacoli, dalla fase pre-clinica e clinica, a quella dell’accesso e sostenibilità fino ad arrivare alle difficoltà che hanno queste terapie ad arrivare concretamente al paziente.

Ed è per rispondere a questa esigenza che UNIAMO (Federazione Italiana Malattie Rare) intende portare a conoscenza della nuova composizione parlamentare della Camera e del Senato la sfida delle Terapie Avanzate attraverso tre momenti formativi ospitati dall’Intergruppo per l’Innovazione sostenibile in Sanità. I training hanno l’obiettivo di intervenire sulla cornice regolatoria per identificare le maggiori criticità legate al tema della ricerca e sviluppo delle Terapie Avanzateapprofondire i meccanismi volti a rendere sostenibili e accessibili queste terapie per il Servizio Sanitario Nazionale e far conoscere il percorso del paziente affetto da malattia rara e le sue principali criticità. Gli esiti di questo percorso formativo saranno raccolti in un documento finale, il “Termometro parlamentare sulle ATMP”, uno strumento tecnico-operativo che presenterà un quadro completo dei temi affrontati e che fornirà agli interlocutori parlamentari gli strumenti conoscitivi e operativi su cui fondare le future attività di policy nell’ambito delle terapie avanzate. Gli incontri e l’evento finale vedranno il coinvolgimento dell’intergruppo parlamentare “Innovazione sostenibile in sanità”.

Scenari futuri

Nei prossimi anni emergerà una domanda crescente per queste terapie, per via dell’introduzione di nuove soluzioni o per l’estensione di quelle già approvate. Questo richiede una pianificazione precisa del sistema alla base dell’accesso alle cure, dalla strutturazione e preparazione dei centri prescrittori ed erogatori alla copertura finanziaria dei costi da sostenere, anche a livello di singola azienda sanitaria. Sarà quindi determinante non farsi trovare impreparati e cominciare a lavorare immediatamente per l’elaborazione di una strategia che veda gli sforzi congiunti di istituzioni e stakeholder, forti di una base di conoscenze comune.

La segreteria organizzativa del progetto è curata da LS Cube – Studio Legale. Il progetto è realizzato con il supporto non condizionante di #VITA – Value and Innovation Advanced Therapies, sigla che riunisce alcune delle più significative aziende farmaceutiche specializzate nel settore delle Terapie Avanzate.

Influenza A(H5N1): l’aviaria uccide i gatti in Polonia

Il 27 giugno 2023, il centro di riferimento nazionale IHR della Polonia ha notificato all’OMS decessi insoliti nei gatti in tutto il paese. All’11 luglio, sono stati testati 47 campioni prelevati da 46 gatti e un caracal in cattività, di cui 29 sono risultati positivi all’influenza A (H5N1). Si dice che 14 gatti siano stati soppressi e altri 11 siano morti, con l’ultima morte segnalata il 30 giugno. La fonte dell’esposizione dei gatti al virus è attualmente sconosciuta e sono in corso indagini sull’epizoozia.

In precedenza era stata segnalata un’infezione sporadica di gatti con A(H5N1), ma questa è la prima segnalazione di un numero elevato di gatti infetti in un’ampia area geografica all’interno di un Paese.

Al 12 luglio, nessun contatto umano di gatti positivi al virus A(H5N1) ha riportato sintomi e il periodo di sorveglianza per tutti i contatti è terminato.

Il rischio di infezioni umane a seguito dell’esposizione a gatti infetti a livello nazionale è valutato basso per la popolazione generale e da basso a moderato per i proprietari di gatti e per coloro che sono esposti professionalmente a gatti con infezione da H5N1 (come i veterinari) senza l’uso di adeguati dispositivi di protezione individuale.

L’OMS continua a monitorare la situazione e a lavorare in stretta collaborazione con i settori della sanità animale e pubblica, le agenzie regionali, l’Organizzazione delle Nazioni Unite per l’alimentazione e l’agricoltura (FAO), l’Organizzazione mondiale per la salute animale (WOAH) e altre agenzie partner in Polonia.

Nel dettaglio

Il 27 giugno 2023, il centro nazionale IHR della Polonia ha notificato all’OMS decessi insoliti nei gatti in tutto il paese. All’11 luglio 2023, sono stati testati in totale 47 campioni di 46 gatti e un caracal (Caracal caracal). Di questi 47 campioni, 29 (62%) erano positivi per l’influenza A(H5N1). I campioni positivi sono stati segnalati da 13 aree geografiche all’interno del paese.

Alcuni gatti hanno sviluppato sintomi gravi tra cui difficoltà respiratorie, diarrea sanguinolenta e segni neurologici, con rapido deterioramento e morte in alcuni casi. In totale, 20 gatti presentavano segni neurologici, 19 segni respiratori e 17 segni sia neurologici che respiratori.

Si dice che quattordici gatti siano stati soppressi e altri 11 siano morti. Gli esami post mortem su un piccolo numero di gatti sono suggestivi di polmonite. Secondo le informazioni disponibili, l’ultimo decesso noto tra i gatti è stato segnalato il 30 giugno.

L’analisi genomica di 19 virus sequenziati da questo focolaio ha mostrato che appartenevano tutti al clade H5 2.3.4.4b ed erano altamente correlati tra loro. Inoltre, i virus sono simili ai virus dell’influenza A(H5N1) clade 2.3.4.4b che circolavano negli uccelli selvatici e che recentemente hanno causato epidemie nel pollame in Polonia.

La fonte di esposizione dei gatti al virus è attualmente sconosciuta e sono in corso indagini sull’epizoozia. Esistono diverse possibilità per la fonte dell’infezione, tra cui i gatti potrebbero aver avuto contatti diretti o indiretti con uccelli infetti o con i loro ambienti, mangiato uccelli infetti o cibo contaminato dal virus. Le autorità stanno indagando su tutte le potenziali fonti e ad oggi non ne hanno esclusa nessuna. Dei 25 gatti per i quali sono disponibili le informazioni, due erano gatti che vivevano all’aperto, 18 erano gatti che vivevano in casa con accesso a un balcone, terrazzo o cortile e cinque erano gatti che vivevano in casa senza accesso all’ambiente esterno. Si dice che sette gatti abbiano avuto l’opportunità di entrare in contatto con uccelli selvatici.

Questa è la prima segnalazione di un numero elevato di gatti infettati dall’influenza aviaria A(H5N1) diffusi su un’ampia area geografica all’interno di un paese. Infezioni sporadiche nei gatti domestici con virus A(H5N1), compresi i virus A(H5N1) H5 clade 2.3.4.4b, sono state segnalate in precedenza, a seguito di stretto contatto dei gatti con uccelli infetti o dall’ingestione di carne di uccelli infetti.

Per approfondire

Piano caldo, Ministero Salute: codice calore in Pronto Soccorso, attivazione ambulatori territoriali e USCAR

Codice calore nei Pronto Soccorso, attivazione degli ambulatori territoriali 7 giorni su 7 – h12 per accessi relativi agli effetti del caldo, potenziamento del servizio di guardia medica, riattivazione delle USCAR per favorire l’assistenza domiciliare ed evitare l’accesso inappropriato ai Pronto Soccorso.

Sono le raccomandazioni del Ministero della Salute contenute nella circolare diramata oggi alle Regioni per fronteggiare l’emergenza caldo e prevenire gli effetti delle ondate di calore che si stanno susseguendo in queste settimane.

Nello specifico, per fronteggiare al meglio gli effetti del caldo sulla salute si invitano le Regioni a valutare la predisposizione di azioni organizzative per rafforzare la risposta ordinaria alle richieste di assistenza sanitaria, in particolare per i soggetti vulnerabili. Tra queste, è fortemente raccomandata l’attivazione del “codice calore” ovvero un percorso assistenziale preferenziale e differenziato nei Pronto Soccorso.

La circolare indica anche di dare massima diffusione alla campagna di comunicazione predisposta dal Ministero della Salute “Proteggiamoci dal caldo” per una capillare informazione ai cittadini sui comportamenti da adottare per affrontare e difendersi dall’ondata di calore.

Si ricorda che ogni giorno sul portale del Ministero della Salute sono pubblicati i bollettini caldo attivati dal 15 maggio e che proseguiranno fino al 15 settembre.

Per approfondire

L’UE intensifica l’azione per prevenire la carenza di antibiotici per il prossimo inverno

La Commissione europea, i direttori delle agenzie per i medicinali (HMA) e l’Agenzia europea per i medicinali pubblicano oggi una serie di raccomandazioni per azioni volte a evitare carenze di antibiotici chiave, che vengono usati per trattare le infezioni respiratorie, per i pazienti in Europa nella prossima stagione invernale. Queste raccomandazioni, che sono state sviluppate grazie al gruppo direttivo esecutivo sulle carenze e la sicurezza dei medicinali (MSSG), completano il processo di sviluppo di un elenco UE di farmaci critici. In stretta cooperazione con gli Stati membri dell’UE, la Commissione intraprenderà azioni operative di follow-up, compresi, se necessario, eventuali, appalti congiunti.

Raccomandazioni per garantire un approvvigionamento sufficiente per i pazienti dell’UE

Se la domanda nella prossima stagione invernale fosse simile a un livello medio di consumo negli anni precedenti, i dati raccolti suggeriscono che la fornitura all’UE di formulazioni orali di antibiotici chiave di prima e seconda linea per le infezioni respiratorie corrisponderà alla domanda nel prossimo inverno stagione. L’EMA e l’Autorità europea per la preparazione e la risposta alle emergenze sanitarie (HERA) continueranno a collaborare con i titolari delle autorizzazioni all’immissione in commercio per rafforzare le misure volte ad aumentare la fornitura di alcuni antibiotici per via endovenosa.

Per essere meglio preparati per la stagione invernale, l’Executive Steering Group on Shortages and Safety of Medicinal Products (MSSG) dell’EMA ha concordato le seguenti raccomandazioni per azioni proattive:

  • Aumentare la produzione di antibiotici chiave: per evitare carenze nella prossima stagione autunnale e invernale, EMA ed HERA raccomandano di continuare a impegnarsi con i titolari delle autorizzazioni all’immissione in commercio per intensificare le misure per aumentare la produzione. Un’azione tempestiva in vista della stagione autunnale e invernale dovrebbe dare ai produttori tempo sufficiente per assicurarsi di disporre di una capacità produttiva sufficiente per soddisfare le richieste.
  • Monitoraggio della domanda e dell’offerta: l’EMA e la Commissione, insieme agli Stati membri, continueranno a monitorare la domanda e l’offerta in collaborazione con le aziende. Dato che le misure adottate sono volte a garantire un approvvigionamento sufficiente, si ricorda a tutte le parti interessate di ordinare i medicinali normalmente, senza necessità di accumulare scorte di medicinali. L’accumulo di medicinali può mettere a dura prova le forniture e causare o aggravare le carenze.
  • Consapevolezza del pubblico e uso prudente: gli antibiotici dovrebbero essere usati con prudenza per mantenere la loro efficacia ed evitare la resistenza antimicrobica. I professionisti medici hanno un ruolo chiave da svolgere e gli antibiotici dovrebbero essere prescritti solo per trattare le infezioni batteriche. Non sono adatti per il trattamento di infezioni virali come raffreddore e influenza, dove non sono efficaci. Si consigliano anche iniziative di sensibilizzazione dei cittadini.

Prossimi passi

In linea con le conclusioni del Consiglio europeo del giugno 2023, l’EMA e la Commissione, attraverso HERA, continueranno a monitorare da vicino la domanda e l’offerta e a interagire con i titolari delle autorizzazioni all’immissione in commercio per tutto il resto dell’anno per rilevare tempestivamente eventuali carenze impreviste delle forniture e adottare le misure necessarie. Giovedì 20 luglio si terrà una riunione dedicata del consiglio di amministrazione di HERA con i rappresentanti dei ministeri della Salute degli Stati membri, della Commissione e dell’industria per discutere ulteriormente la questione e concordare possibili ulteriori passi.

Stella Kyriakides, Commissaria per la salute e la sicurezza alimentare, commenta: “La disponibilità di medicinali è una componente cruciale di una forte Unione europea della salute. È essenziale agire ora per prepararsi in vista del prossimo inverno e garantire che vengano evitate potenziali carenze di farmaci antibiotici. Oggi stiamo compiendo un importante passo avanti verso misure volte a soddisfare le nostre esigenze immediate di antibiotici chiave, integrando il processo in corso per sviluppare un elenco UE di farmaci critici. Il follow-up operativo da parte di HERA ed EMA seguirà ora come una questione prioritaria”.

“Sulla base dei dati ricevuti, stiamo lavorando per assicurarci di essere meglio preparati per la prossima stagione invernale”, afferma il professor Karl Broich, presidente dei direttori delle agenzie per i medicinali (HMA). “Queste prime proiezioni consentiranno alla rete europea di regolamentazione dei medicinali di collaborare con le parti interessate per adottare misure in anticipo e prevenire potenziali carenze di pazienti nella prossima stagione invernale”.

“È importante che i produttori agiscano tempestivamente, prima della stagione invernale, in modo da poter aumentare la capacità produttiva ove necessario”, sostiene Emer Cooke, direttore esecutivo di EMA.

Dati sui principali antibiotici

Le raccomandazioni si basano sui dati raccolti dall’EMA e dall’Autorità per la preparazione e la risposta alle emergenze sanitarie (HERA) della Commissione europea sulla domanda e l’offerta stimate di una serie di antibiotici chiave usati per trattare le infezioni respiratorie (amoxicillina, amoxicillina/acido clavulanico, penicillina V, azitromicina , claritromicina, ceftriaxone, cefotaxime e piperacillina-tazobactam). Gli antibiotici selezionati sono inclusi nei gruppi di accesso e controllo dell’OMS degli antibiotici sottolineando l’importanza del loro uso appropriato e della loro disponibilità. I dati sulle previsioni di offerta e sulla capacità di produzione sono stati forniti dai principali titolari di autorizzazione all’immissione in commercio. Questi sono stati poi confrontati con le stime della domanda derivate dai dati storici sulle vendite di questi medicinali per la stagione invernale nell’UE/SEE.

Elenco UE dei farmaci critici

Le azioni sugli antibiotici fanno parte del quadro più ampio in atto nell’UE per prevenire e ridurre la carenza di medicinali. Integreranno il processo di sviluppo di un elenco UE di farmaci critici. La creazione di questo elenco sta procedendo come previsto sotto la guida della task force congiunta HMA/EMA sulla disponibilità di medicinali autorizzati per uso umano e veterinario (TF AAM). Lo scopo dell’elenco è contribuire a garantire che i medicinali più critici per i sistemi sanitari nell’UE/SEE siano sempre disponibili. Questo elenco catalogherà i farmaci con un impatto significativo sulla salute pubblica per i quali dovrebbero essere prese misure per rafforzarne l’offerta per garantire la continuità delle cure ai pazienti in ogni momento. Si prevede che una prima versione dell’elenco UE dei farmaci critici sarà pubblicata entro la fine del 2023.

EMA e il gruppo direttivo esecutivo sulle carenze e la sicurezza dei medicinali

Nell’ambito del suo nuovo mandato (regolamento sul ruolo rafforzato dell’EMA (regolamento (UE) 2022/123)) , l’EMA ha nuove responsabilità per monitorare la carenza di farmaci critici che potrebbe portare a una situazione di crisi. Il gruppo direttivo esecutivo sulla carenza e la sicurezza dei medicinali (MSSG) è stato istituito per garantire una risposta solida ai problemi di approvvigionamento di medicinali causati da grandi eventi o emergenze di sanità pubblica. I membri del MSSG includono rappresentanti degli Stati membri dell’UE; un rappresentante della Commissione Europea; un rappresentante dell’EMA e un osservatore del gruppo di lavoro dei pazienti e dei consumatori (PCWP) dell’EMA e del suo gruppo di lavoro degli operatori sanitari (HCPWP) . Il gruppo è co-presieduto dal direttore esecutivo dell’EMA Emer Cooke e da Karl Broich, capo dell’Istituto federale tedesco per i medicinali e presidente dell’HMA.

Per ulteriori informazioni sulle responsabilità dell’EMA per il monitoraggio e la mitigazione della carenza di medicinali e dispositivi medici ai sensi del regolamento (UE) 2022/123, consultare Preparazione e gestione delle crisi.

L’Autorità per la preparazione e la risposta alle emergenze sanitarie (HERA)

La missione dell’Autorità per la preparazione e la risposta alle emergenze sanitarie (HERA) della Commissione è prevenire, rilevare e rispondere rapidamente alle emergenze sanitarie. HERA è stata istituita nel settembre 2021 per sostituire le soluzioni ad hoc per la gestione e la risposta alle pandemie con una struttura permanente dotata di strumenti e risorse adeguati per pianificare in anticipo l’azione dell’UE in caso di emergenze sanitarie. Un obiettivo fondamentale di HERA è garantire lo sviluppo, la produzione, l’approvvigionamento e l’equa distribuzione di contromisure mediche chiave per colmare ogni possibile lacuna nella sua disponibilità e accessibilità.

HERA è un pilastro fondamentale dell’Unione europea della sanità e una risorsa fondamentale per rafforzare la risposta e la preparazione alle emergenze sanitarie dell’UE.

A settembre la Festa della nascita alla Reggia di Venaria

Dopo il grande successo delle due precedenti edizioni con oltre 2mila partecipanti, domenica 17 settembre 2023 nello straordinario scenario dei Giardini della Reggia di Venaria torna la Festa della Nascita: la gioiosa festa di “benvenuto alla vita” organizzata per celebrare ed accogliere in comunità l’arrivo dei nuovi nati del 2022 e del 2023. Un’intera giornata, a partire dalle ore 10 fino alle 18, all’insegna della meraviglia e del relax che quest’anno presenta alcune novità: in particolare è aumentato il numero dei Comuni aderenti arrivato a quota 24 (compresa la Città di Torino che parteciperà con le Biblioteche civiche torinesi e una tappa musicale di MITO per la Città), nuovi sostenitori e un’area specifica dedicata al movimento dei neonati.

La festa, completamente gratuita, è rivolta a tutte le famiglie per far conoscere le opportunità offerte dai servizi locali, dal mondo della cultura, della pedagogia e della sanità: nelle diverse isole allestite presso i Giardini dedicate ai vari temi, si svolgeranno laboratori, attività ludico-ricreative e informative. I genitori avranno l’opportunità di vivere momenti emozionanti, scattare immagini indimenticabili e soprattutto incontrare e conoscere esperti, confrontarsi con loro sul benessere delle bambine e dei bambini. Le esperienze culturali e nella natura delle famiglie sono riconosciute da un corpus crescente di evidenze scientifiche come risorse determinanti per lo sviluppo biologico e sociale nei primi mille giorni (uno dei periodi più rilevanti sotto il profilo neurologico, compreso il periodo della gravidanza).

L’appuntamento è curato dal Consorzio delle Residenze Reali Sabaude in collaborazione con CCW-Cultural Welfare Center, l’ASL territoriale TO4 Azienda Sanitaria Locale di Ciriè-Chivasso e Ivrea, il coinvolgimento attivo di tutte le aziende ospedaliere della città di Torino e dell’area metropolitana: AOU-Azienda Città della Salute e della Scienza con l’Ospedale Sant’Anna, ASL Città di Torino con l’Ospedale Martini, AO-Mauriziano, ASL TO3 con gli Ospedali di Rivoli e Pinerolo, ASL TO5 con l’Ospedale di Moncalieri.

Partecipa una rete di città dell’hinterland torinese che hanno adottato il Passaporto culturale – #naticonlacultura ideato dalla Fondazione Medicina a Misura di Donna, che consente il libero accesso alle famiglie in oltre 40 musei Family and Kids Friendly della rete Abbonamento Musei nel primo anno di vita dei bambini (consegnato dalla Sanità o inviato dalle amministrazioni cittadine e scaricabile tramite il sito web www.naticonlacultura.it).

I Comuni che partecipano all’edizione 2023 sono: Alpignano, Borgaro Torinese, Carmagnola, Caselle Torinese, Chieri, Chivasso, Ciriè, Collegno, Cuorgnè, Druento, Foglizzo, La Cassa, Leinì, Moncalieri, Pianezza, Rivoli, Rosta, San Gillio, San Maurizio Canavese, San Mauro Torinese, Settimo Torinese, Venaria Reale, Volpiano, Torino (con le Biblioteche civiche torinesi e una tappa del festival MITO per la Città).

Il format Festa della Nascita è patrocinato da: CSB-Centro per la Salute del Bambino, Unicef, Fondazione Medicina a Misura di Donna

con la collaborazione di: Legalarte, Associazione Culturale TerraTerra, Rete per le Donne, Unicef Piemonte, l’azienda di giocattoli educativi Quercetti, Rotary Club Torino San Carlo

e il coordinamento di: Cultural Welfare Center (CCW)

Modalità di partecipazione

La partecipazione è rivolta alle famiglie con bambine e bambini nati nel 2022 e 2023 (2 adulti con ogni nuovo nato, oltre ad eventuali fratelli e sorelle) residenti nei comuni aderenti.

Dall’edizione 2023 potranno prendere parte all’evento anche le donne in gravidanza che hanno ricevuto il Passaporto Culturale per la Mamma, consegnato durante i corsi di accompagnamento alla nascita dal mese di settembre, per un progetto pilota sperimentale.

Per aderire è necessaria la prenotazione entro il 14 settembre 2023 tramite invio di e-mail a: servizieducativireggia@lavenariareale.it

In caso di maltempo persistente l’iniziativa sarà rimandata al 2024.

Per altre informazioni sul programma in aggiornamento: www.lavenaria.it

Per approfondire

CNS, West Nile Virus: trasfusioni sicure grazie alla rete dei controlli sui donatori di sangue

Il sistema di controlli in atto nei servizi trasfusionali degli ospedali italiani garantisce la sicurezza delle trasfusioni anche dalla minaccia del West Nile Virus (WNV). E lo testimonia anche quanto è successo nei giorni scorsi a un donatore di sangue di Parma che nel 2023 è stato il primo caso rilevato umano di infezione da WNV.  

Nel periodo tra 2018 e 2022 sono stati 195 i donatori di sangue risultati positivi dai controlli sulle sacche di sangue, con picchi registrati nel 2018 e nel 2021 (rispettivamente 68 e 89 casi rilevati). La Regione dove sono stati trovati più donatori positivi è stata l’Emilia Romagna, con 63 casi. Seguono poi la Lombardia con 55, il Veneto con 42 e il Piemonte con 31, 3 casi sono stati poi registrati nel Friuli Venezia Giulia e uno in Sardegna

Il sistema di sorveglianza permette di rilevare le positività al virus dei donatori asintomatici e di conseguenza protegge dal contagio i pazienti che hanno bisogno di una trasfusione.  Il sistema si basa sull’attuazione del Piano Nazionale Arbovirosi 2020-2025 che mette in stretta connessione i diversi sistemi di sorveglianza (veterinaria, entomologica e umana) e prevede il monitoraggio costante del principale vettore del virus, un particolare tipo di zanzara chiamata zanzara Culex, ma anche di altri ospiti come gli uccelli e gli equini, che sono un segnale della presenza del virus. 

Non appena riscontrata la positività di vettori o animali ospiti, grazie a degli appositi controlli, viene subito diramata l’allerta. Il Centro Nazionale Sangue dispone quindi l’effettuazione di esami specifici, i cosiddetti test NAT, su tutte le sacche di sangue raccolte nella provincia interessata (o nelle due province interessate qualora il virus venga rilevato in un comune vicino al confine del territorio provinciale). Questo sistema permette di attivare i controlli sui donatori prima ancora che si verifichi il contagio di un umano. Il Centro Nazionale Sangue dispone anche la sospensione per 28 giorni di ogni donatore che, pur residente altrove, abbia viaggiato in una delle zone dove è stato rilevato il virus.  

Il monitoraggio del virus dura per tutta la stagione estivo-autunnale, in concomitanza con la presenza delle zanzare, e non si limita al territorio italiano. Grazie ai bollettini dello European Centre for Disease Prevention and Control tutti i servizi trasfusionali e le unità di raccolta associativa possono individuare in tempo reale in che zone il virus è presente anche a livello europeo e mondiale, sospendendo, se necessario, i donatori che hanno viaggiato, per vacanza o lavoro, nelle zone a rischio. Anche per questo è importante comunicare, durante la visita di controllo con il medico responsabile della selezione del donatore, ogni viaggio o spostamento effettuato in tempi recenti.  

“Questi numeri testimoniano l’efficacia di un sistema che ha come obiettivo quello di tutelare non solo la salute del paziente ma anche quella del donatore stesso – ha commentato il direttore del CNS Vincenzo De Angelis – È chiaro poi che qui parliamo di donatori infetti ma privi di sintomi, perché non è possibile donare sangue e plasma se si ha anche il minimo sintomo influenzale. Quando in un donatore viene riscontrata la positività al virus del West Nile è sicuramente una brutta notizia, perché vuol dire che il virus sta circolando nel nostro paese. Ma è anche una buona notizia, perché vuol dire che le trasfusioni sono sicure e le trasfusioni rappresentano la salvezza per circa 1.800 persone al giorno.  

West Nile Virus 

Il West un virus della famiglia dei Flaviviridae isolato per la prima volta nel 1937 in Uganda. È molto diffuso in Africa e anche in America e da qualche anno è presente anche in Italia, principalmente nella zona della Pianura Padana, ma non solo. I serbatoi del virus sono gli uccelli selvatici e le zanzare del tipo Culex), le cui punture sono il principale mezzo di trasmissione all’uomo. La febbre West Nile non si trasmette da persona a persona tramite il contatto con le persone infette. La maggior parte delle persone infette (75-80%) non mostra alcun sintomo. Fra i casi sintomatici, circa il 20% presenta sintomi leggeri: febbre, mal di testa, nausea, vomito, linfonodi ingrossati, sfoghi cutanei. Questi sintomi possono durare pochi giorni, in rari casi qualche settimana, e possono variare molto a seconda dell’età della persona. I sintomi più gravi si presentano in media in meno dell’1% delle persone infette (1 persona su 150), e comprendono febbre alta, forti mal di testa, debolezza muscolare, disorientamento, tremori, disturbi alla vista, torpore, convulsioni, fino alla paralisi e al coma. Alcuni effetti neurologici possono essere permanenti. 

Per approfondire

PNRR e SSN: serve un cambio di paradigma

Il Servizio Sanitario Nazionale (SSN) è sottofinanziato, soprattutto se si fa un confronto con il resto d’Europa. Eppure, un recente report dell’Istituto Toniolo, pubblicato nel maggio scorso, sottolinea il fatto che nel lungo periodo la tendenza della spesa sanitaria in Italia sia stata quella di un aumento. La crisi del SSN può allora essere frutto più di un problema di percezione che economico? Quali potrebbero essere quindi le risposte più appropriate? Si possono trovare nel PNRR? Ne abbiamo discusso con Eleonora Mazzoni, Direttore Area Innovazione dell’Istituto per la Competitività (I-Com).

Che rapporto c’è fra Servizio Sanitario Nazionale e PNRR?

Il PNRR nasce come strumento di breve-medio periodo e di certo rappresenta una grande opportunità perché stanzia delle risorse che rispetto al finanziamento ordinario del SSN sono aggiuntive. È questo il nodo centrale: il PNRR stanzia delle risorse che si aggiungono e sono da spendere nel breve-medio periodo, con scadenze controllate e monitorate dalla Commissione Europea necessarie affinché questo finanziamento possa effettivamente avvenire, entro il 2026.

Allo stesso tempo, tuttavia, si lancia una riforma che invece vuole e deve essere strutturale. Il legame fra PNRR e SSN è proprio questo: il SSN deve cioè trovare nel PNRR un supporto e un aiuto aggiuntivo rispetto a quella che sarà una sua riforma strutturale più di lungo periodo. Questa è la ragione per cui la visione legata all’attuazione del PNRR deve andare oltre alla scadenza del Piano stesso. Se vogliamo, quindi, il legame fra le due cose è paragonabile a quello fra investimenti e loro risultati: gli investimenti per definizione avvengono in un periodo limitato, però dalla loro messa a terra dipende quello che sarà il futuro in cui dovranno comunque continuare ad avere degli effetti da mettere a sistema. In questo momento io non sono convinta che si vada in questa direzione.

Il SSN è sottofinanziato?

I problemi ci sono ed è inutile cercare di nasconderli. Uno è legato alle risorse e al regime del finanziamento ordinario, che, al di là dell’ammontare più o meno ingente, consiste di risorse pubbliche che per definizione sono vincolate. Con questo dovremo fare i conti sempre e per fortuna, perché il nostro SSN è costruito per essere pubblico, universalistico, equo e accessibile a tutti i cittadini. Un altro grande problema è legato anch’esso alle risorse, ma in misura maggiore alla governance e al personale: parlo della carenza di medici di medicina generale, specialisti e infermieri che è testimoniato dai dati del ministero della Salute e fa venire anche delle preoccupazioni per il futuro per il turnover, visto che la differenza fra professionisti del SSN in uscita e in entrata nei prossimi anni è un rapporto negativo.

Una riforma più di lungo periodo del SSN non può prescindere dalla capacità di aggiornare in maniera flessibile e tempestiva le prestazioni e servizi che vengono erogati ai cittadini

Per quanto riguarda la messa a terra proprio della Missione 6 del PNRR – perché al di là delle strutture sono le persone, le competenze e le funzioni che svolgono a poterne garantire l’operatività e il raggiungimento degli obiettivi – questi sono degli scogli e non possiamo far finta che non esistano, così come un altro problema è l’aggiornamento dei livelli essenziali di assistenza (LEA), perché una riforma più di lungo periodo del SSN non può prescindere dalla capacità di aggiornare in maniera flessibile e tempestiva le prestazioni e servizi che vengono erogati ai cittadini; altrimenti si va verso uno scollamento fra la domanda di cure delle persone e quello che il SSN è capace di erogare, indipendentemente dal fatto che costruiremo o meno delle strutture diverse o daremo a esse un’organizzazione diversa. Però c’è da dire che siamo abbiamo appena cominciato.

Cosa intende?

Il PNRR non va visto come qualcosa che dall’oggi al domani stravolgerà il sistema, bensì come un processo da accompagnare passo passo e che deve essere partecipato. Nel PNRR, così come nel DM 77, che poi è la vera riforma della parte quantomeno di assistenza territoriale, ci sono delle  linee guida che, giuste o sbagliate che possano sembrare, di fatto indicano degli standard; ma questo non significa che il relativo processo di attuazione, che deve avvenire piano piano nel tempo, non possa essere partecipato. Credo quindi che la cosa importante sia che tutti coloro che sono coinvolti in questo processo continuino a contribuire e a collaborare l’uno con l’altro per trovare soluzioni fino a dove possono essere individuate.

Al processo di decisione e di investimento devono partecipare tutti gli stakeholder del settore

Questo vale anche per tutti gli spazi di collaborazione fra pubblico e privato, che poi oggi non è più solo una collaborazione ma una partnership cross settoriale. Al processo di decisione e anche di investimento allora devono partecipare il pubblico, il privato, il terzo settore, i cittadini, la politica, gli amministratori locali: in un contesto di risorse pubbliche comunque limitate, la compartecipazione del livello sia decisionale che operativa deve essere tra tutti gli stakeholder del settore. Credo che da parte della politica ci sia una buona apertura nei confronti di questo approccio e c’è anche tanto movimento tra gli operatori privati, le associazioni di pazienti, i cittadini.

I rischi ci sono sicuramente, ma non si può dare per fallito l’esperimento, un po’ perché spero che non sia così, un po’ perché credo sia ancora presto e un po’ perché penso che dopo due anni di emergenza sanitaria sia giusto anche dare una fiducia costruttiva invece di essere disfattisti nei confronti di questo progetto. C’è tanto lavoro da fare e penso che siano chiare a tutti le criticità, quindi mi auguro che abbiamo ingranato la marcia in avanti e adesso vediamo dove riusciamo ad arrivare.

Come far funzionare il piano complessivo?

Spesso ripetiamo che i processi di cambiamento arrivano dal basso e poi salgono verso l’alto. La capacità deve essere di mettere a sistema e rendere replicabili tante esperienze virtuose che ci sono a livello territoriale nelle ASL, nei distretti sanitari e tra i professionisti.

Adesso cosa si aspetta?

Un grande sforzo da parte delle Regioni, che sono i primi soggetti attuatori del PNRR. Questo sforzo deve essere di avere una visione sulla pianificazione sanitaria e sulla programmazione che va oltre la mera attuazione della Missione 6 e deve essere accompagnato da un intervento a livello centrale che renda possibile innanzitutto l’aggiornamento dei LEA, perché senza di esso non avremo prestazioni e servizi adeguati alla domanda di salute. Possiamo riformare tutto quello che vogliamo, dotarci delle strutture, assumere le persone, ma senza l’aggiornamento dei LEA non garantiremo una risposta adeguata da parte del SSN. Perciò allo sforzo regionale si deve accompagnare un commitment centrale molto forte su questo aspetto e anche per quanto riguarda gli investimenti in competenze e persone. Questo richiede di rivedere sia la parte della formazione che i contratti, in un’ottica di maggiore attrazione delle figure del SSN.

L’altro sforzo che serve a livello centrale è quello volto a rendere possibile la raccolta e l’uso dei dati sanitari per la stratificazione della popolazione e il monitoraggio dei bisogni di salute per guidare la pianificazione sanitaria

L’altro sforzo enorme che serve a livello centrale è quello rivolto a rendere veramente possibile la raccolta e l’utilizzo dei dati sanitari per la stratificazione della popolazione e il monitoraggio dei bisogni di salute per guidare la pianificazione sanitaria. Oggi siamo pieni di dati e la possibilità di raccoglierli c’è. C’è una tema di tutela di privacy molto importante perché i dati sanitari sono particolarmente sensibili, però si può gestire nei confini della normativa europea e nazionale. Anche questa, insieme ai LEA, è una conditio sine qua non per poter rispondere in maniera adeguata alle esigenze della popolazione e sapere chi bisogna andare a prendere in carico, dove e perché.

Altrimenti si rimane all’interno di un modello in cui è la persona a dover fare il primo passo verso il SSN, invece quello che vuole l’impostazione del DM 77 è che sia il SSN a essere proattivo verso il cittadino e questo si può fare solo se si riesce a raccogliere e a mettere a sistema tutti i dati. A livello locale, durante il Covid, già molte Aziende Sanitarie hanno cominciato a raccogliere dati utili da inserire in piattaforme grazie alle quali poter prendere in carico i cittadini anche con gli strumenti digitali come la telemedicina. Questa modalità di lavoro va convogliata e fatta salire al livello centrale, perché, sempre in una cornice di risorse scarse, permette di individuare le priorità di intervento e valutare dove crea più valore andarle ad allocare. Questo è un obiettivo molto importante, che spero si raggiungerà.

Per approfondire

Schillaci: “Con gli IVN la Rete ha creato un modello organizzativo”

Intervenendo alla Camera dei Deputati al convegno Alzheimer e Neuroscienze: una priorità per il Paese, evento dedicato alle malattie neurodegenerative per avviare un confronto tra i principali interlocutori delle Istituzioni alla luce della nascita dell’intergruppo voluto dalla senatrice Beatrice Lorenzin e dalla deputata Annarita Patriarca, il Ministro della Salute, Orazio Schillaci, ha sottolineato l’importanza della RIN – chiamata a far parte dello stesso intergruppo – nel progresso della ricerca e della cura sulle malattie neurodegenerative con un particolare riferimento alla creazione di un modello organizzativo basato sugli Istituti Virtuali Nazionali.

“Sul fronte della ricerca della cura che ritengo fondamentali – ha detto – va ricordato il lavoro portato avanti dalla rete degli IRCCS delle Neuroscienze e della Neuroriabilitazione che oggi hanno in Italia 30 istituti. Dalla Rete è nato un modello organizzativo che include la dimensione degli Istituti Virtuali Nazionali, fra i quali l’IVN Demenze che vede la partecipazione di 18 IRCCS leader nel campo, che sta svolgendo un ruolo importante nella ricerca sull’Alzheimer mirando alla comprensione dei meccanismi della malattia finalizzati allo sviluppo di trattamenti efficaci ma, anche, a migliorare la qualità della vita dei pazienti grazie al progresso della ricerca. Grazie al progresso della ricerca, oggi – ha proseguito il Ministro – abbiamo di fronte prospettive impensabili fino a pochi anni fa; il lavoro che si sta svolgendo porterà a selezionare i pazienti che saranno destinatari dei nuovi trattamenti farmacologici che dovrebbero essere disponibili nel prossimo futuro, ovviamente anche in Italia. In attesa di una terapia farmacologica di disease-modifying, la RIN ha sviluppato / validato anche attraverso la piattaforma di teleneuroriabilitazione protocolli di riabilitazione cognitiva di neuromodulazione che dimostrano l’efficacia nel rallentare la progressione del declino cognitivo”.

Il Presidente della RIN, prof. Raffaele Lodi, ha parlato di riconoscimento importante da parte del Ministro che ha parlato di creazione di una infrastruttura permanente al servizio del Paese. Lodi ha altresì definito l’intergruppo “fondamentale perché si propone di affrontare finalmente in maniera organica gli aspetti assistenziali, scientifici e di impatto dell’Alzheimer sia sui pazienti sia sui loro familiari tenuto conto che il singolo malato impatta, oltre che su sé stesso su almeno tre familiari. Senz’altro utile potrà essere, al conseguimento degli obiettivi, il contributo della RIN, “infrastruttura permanente al servizio del Paese nello studio e nel trattamento del disturbo cognitivo nelle malattie neurodegenerative con metodologia diagnostico–terapeutica condivisa tra gli IRCCS associati che, in questi anni, hanno armonizzato i propri protocolli clinici, sviluppato piattaforme tecnologiche comuni con cui svolgere esami strumentali e di laboratorio e creato data base in cui vengono raccolti e condivisi permanentemente i dati. Un patrimonio – ha aggiunto Lodi – che ci consente di affrontare i diversi aspetti della patologia con gli stessi strumenti clinici. In Italia la RIN ha individuato marker genetici, biologici e di neuroimaging sempre più precoci del deficit cognitivo nelle malattie neurodegenerative e, in attesa di trattamenti farmacologici, si sta occupando – con strumenti comuni agli IRCCS – di terapie basata sulla neuromodulazione, sul trattamento cognitivo e sulla teleriabilitazione del deficit cognitivo – validando, proprio su quest’ultimo versante, protocolli applicati a livello nazionale dai centri aderenti”.

Secondo Lodi, infine, il riordino della disciplina degli IRCCS “rafforza il ruolo delle Reti come infrastrutture permanenti al servizio di Istituti nell’esigenza di mettere a fattor comune non solo competenze ma anche strumentazione e che (il riferimento è all’articolo 4 della stessa legge), contribuiranno a potenziare la capacità operativa del Servizio Sanitario Nazionale e delle Reti Regionali. Tra i nostri compiti precipui, infatti, vi è anche quello di rapportarci con i territori che hanno già sviluppato, localmente, esperienze di networking tra le varie strutture”.

L’OMS: l’aspartame è potenzialmente cancerogeno

Le valutazioni degli impatti sulla salute del dolcificante non zuccherino aspartame sono state pubblicate oggi dall’Agenzia internazionale per la ricerca sul cancro (IARC) e dal Comitato congiunto di esperti sugli additivi alimentari dell’Organizzazione mondiale della sanità (OMS) e dell’Organizzazione per l’alimentazione e l’agricoltura (FAO) (JECFA). Citando “prove limitate” di cancerogenicità nell’uomo, la IARC ha classificato l’aspartame come possibilmente cancerogeno per l’uomo (IARC Gruppo 2B) e JECFA hanno riaffermato l’assunzione giornaliera accettabile di 40 mg/kg di peso corporeo.

L’aspartame è un dolcificante artificiale (chimico) ampiamente utilizzato in vari alimenti e bevande dagli anni ’80, tra cui bevande dietetiche, gomme da masticare, gelatina, gelati, latticini come yogurt, cereali per la colazione, dentifricio e farmaci come pastiglie per la tosse e pastiglie masticabili di vitamine.

“Il cancro è una delle principali cause di morte a livello globale. Ogni anno, 1 persona su 6 muore di cancro. La scienza è in continua espansione per valutare i possibili fattori scatenanti o facilitanti del cancro, nella speranza di ridurre questi numeri e il bilancio umano “, ha affermato il dott. Francesco Branca, direttore del Dipartimento di nutrizione e sicurezza alimentare dell’OMS. “Le valutazioni dell’aspartame hanno indicato che, sebbene la sicurezza non sia una preoccupazione importante alle dosi comunemente utilizzate, sono stati descritti potenziali effetti che devono essere studiati da ulteriori e migliori studi“.

I due organismi hanno condotto revisioni indipendenti ma complementari per valutare il potenziale rischio cancerogeno e altri rischi per la salute associati al consumo di aspartame. Questa è stata la prima volta che IARC ha valutato l’aspartame e la terza volta per JECFA.

Dopo aver esaminato la letteratura scientifica disponibile, entrambe le valutazioni hanno rilevato limiti nelle prove disponibili per il cancro (e altri effetti sulla salute).

La IARC ha classificato l’aspartame come potenzialmente cancerogeno per l’uomo (Gruppo 2B) sulla base di prove limitate per il cancro nell’uomo (in particolare, per il carcinoma epatocellulare, che è un tipo di cancro al fegato). C’erano anche prove limitate per il cancro negli animali da esperimento e prove limitate relative ai possibili meccanismi per causare il cancro.

Il JECFA ha concluso che i dati valutati non indicavano motivi sufficienti per modificare la dose giornaliera accettabile (DGA) precedentemente stabilita di 0-40 mg/kg di peso corporeo per l’aspartame. Il comitato ha quindi ribadito che è sicuro per una persona consumare entro questo limite al giorno. Ad esempio, con una lattina di bibita dietetica contenente 200 o 300 mg di aspartame, un adulto del peso di 70 kg dovrebbe consumare più di 9-14 lattine al giorno per superare l’assunzione giornaliera accettabile, assumendo nessun’altra assunzione da altre fonti alimentari.

Le identificazioni dei pericoli della IARC sono il primo passo fondamentale per comprendere la cancerogenicità di un agente identificando le sue proprietà specifiche e il suo potenziale di causare danni, ad esempio il cancro. Le classificazioni IARC riflettono la forza delle prove scientifiche sul fatto che un agente possa causare il cancro negli esseri umani, ma non riflettono il rischio di sviluppare il cancro a un dato livello di esposizione. La valutazione dei pericoli IARC considera tutti i tipi di esposizione (ad esempio, dietetica, professionale). La classificazione della forza dell’evidenza nel Gruppo 2B è il terzo livello più alto su 4 livelli, ed è generalmente utilizzata quando ci sono prove limitate, ma non convincenti, per il cancro negli esseri umani o prove convincenti per il cancro negli animali da esperimento, ma non entrambi.

“I risultati di prove limitate di cancerogenicità negli esseri umani e negli animali, e di prove meccanicistiche limitate su come può verificarsi la cancerogenicità, sottolineano la necessità di ulteriori ricerche per affinare la nostra comprensione sul fatto che il consumo di aspartame rappresenti un rischio cancerogeno”, ha affermato la dott.ssa Mary Schubauer – Berigan del programma Monografie IARC.

Le valutazioni del rischio del JECFA determinano la probabilità che un tipo specifico di danno, come il cancro, si verifichi in determinate condizioni e livelli di esposizione. Non è insolito che il JECFA tenga conto delle classificazioni IARC nelle sue deliberazioni.

“Il JECFA ha anche preso in considerazione le prove sul rischio di cancro, negli studi sugli animali e sull’uomo e ha concluso che le prove di un’associazione tra consumo di aspartame e cancro negli esseri umani non sono convincenti”, ha affermato il dott. Moez Sanaa, responsabile degli standard e della consulenza scientifica dell’OMS su Unità alimentare e nutrizionale. “Abbiamo bisogno di studi migliori con un follow-up più lungo e questionari dietetici ripetuti nelle coorti esistenti. Abbiamo bisogno di studi controllati randomizzati, compresi studi sui percorsi meccanicistici rilevanti per la regolazione dell’insulina, la sindrome metabolica e il diabete, in particolare in relazione alla cancerogenicità”.

Le valutazioni dell’IARC e del JECFA sull’impatto dell’aspartame si basavano su dati scientifici raccolti da una serie di fonti, tra cui documenti sottoposti a revisione paritaria, rapporti governativi e studi condotti a fini normativi. Gli studi sono stati esaminati da esperti indipendenti ed entrambi i comitati hanno adottato misure per garantire l’indipendenza e l’affidabilità delle loro valutazioni.

IARC e OMS continueranno a monitorare nuove prove e incoraggiare gruppi di ricerca indipendenti a sviluppare ulteriori studi sulla potenziale associazione tra l’esposizione all’aspartame e gli effetti sulla salute dei consumatori.

Contratto medici, CIMO: “Impossibile chiusura entro luglio, troppi nodi ancora aperti”

“Invidiamo l’ottimismo del Ministro della Pubblica Amministrazione Paolo Zangrillo, che ritiene plausibile la chiusura del contratto dei medici entro fine luglio. Peccato, tuttavia, che rimangano ancora aperti nodi cruciali come l’orario di lavoro, la composizione dei fondi contrattuali ed altri aspetti fondamentali per la qualità della vita dei medici e la sicurezza delle cure, come le sostituzioni dei direttori di unità operativa ed il servizio fuori sede. E considerata l’impossibilità di intervenire sugli stipendi, che devono essere equiparati a quelli del resto della dirigenza della PA, sono proprio questi gli aspetti che motivano il personale, come auspicato dal Ministro”. Così Guido Quici, Presidente del sindacato dei medici CIMO, commenta le dichiarazioni rilasciate dal Ministro Zangrillo a margine di un evento organizzato a Milano da uno dei maggiori gruppi di ospedali privati italiani.

“Della parte economica del contratto – continua Quici – addirittura non abbiamo ancora ricevuto neanche una bozza, e per quanto riguarda l’orario di lavoro la stessa Aran nell’ultima riunione ha ammesso la difficoltà di giungere ad un compromesso, considerata l’ostinata resistenza a qualsivoglia miglioramento del testo più volte dimostrata dalle Regioni. Riteniamo dunque impossibile concludere un contratto in così poco tempo, quando questioni tanto complesse e determinanti risultano ancora ampiamente aperte. A meno che la vera intenzione della controparte non sia proprio quella di confermare l’attuale bozza, ritenuta inaccettabile dalla CIMO”.

“Evidentemente – conclude Quici – il Ministro è informato superficialmente sull’andamento delle trattative. Per questo CIMO chiederà un incontro al Ministro Zangrillo per discutere della reale portata del nuovo contratto e delle criticità che esso dovrà necessariamente risolvere al fine di frenare la fuga dei medici dagli ospedali pubblici. E se è questo l’obiettivo che ci poniamo, non possiamo pensare solo a rispettare determinate scadenze”.