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Come costruire ponti tra accademia e imprese

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Connettere mondi diversi è da sempre l’ambizione di molti. Parole come multidisciplinarietà, contaminazione, abbattimento della logica a silos sono slogan che rimangono difficili da attuare. La difficoltà maggiore risiede nella mancanza di competenze necessarie per costruire i ponti e mettere in relazione persone che altrimenti non si incontrano mai.

Per cercare di sopperire a questa mancanza, da un lustro l’Università di Torino ha Ilo, l’Industrial Liason Office, un ufficio pensato per essere il punto di incontro tra università, istituzioni e imprese.

Un riferimento per il trasferimento tecnologico dall’accademia alle aziende e una suggestione per portare nuove competenze all’interno dell’università. Un percorso a doppio senso da alimentare continuamente.

Il 12 luglio l’Ilo ha organizzato un Open Day proprio per connettere le imprese e i ricercatori di Unito: per una giornata le aziende hanno potuto entrare nei laboratori, capire il tipo di attività svolta e valutare se ci fossero margini per instaurare una collaborazione.

La giornata è stata articolata in quattro percorsi tematici e TrendSanità ha preso parte a quello dedicato agli approcci e tecnologie per un settore biomedico e farmaceutico innovativo e sostenibile.

Non solo brevetti

“La nostra attività riguarda essenzialmente la creazione di relazioni – afferma Francesca Natale, dell’Ilo –. Il nostro obiettivo è raggiungere la fidelizzazione, sia tra i ricercatori sia tra le imprese”.

Venticinque gli eventi organizzati dall’inizio dell’anno: oltre all’appuntamento annuale con l’Open Day, l’Ilo si è fatto promotore di aperitivi tematici e di tavoli di lavoro dove i professori universitari hanno affrontato di aspetti specifici.

Di solito quando si parla di trasferimento tecnologico ci si riferisce essenzialmente ai brevetti – rileva Natale –. Il nostro obiettivo è invece rendere fluidi, semplici e anche più veloci ed estesi i contatti con il mondo della ricerca di tutto l’ateneo e le imprese. È un servizio a disposizione di chi è interessato a coltivare questa relazione, che si tratti di ricercatori o imprenditori”.

Per quanto riguarda le collaborazioni, non c’è limite alla fantasia: si va dall’assistenza su progetti specifici di interesse industriale nei quali l’accademia mette a disposizione le proprie competenze attraverso l’attivazione di convenzioni o contatti di ricerca a progetti che nascono direttamente dall’università e che poi vengono valorizzati in ambito universitario e infine proposti per partnership con aziende che hanno interesse a portare avanti.

“Il nostro dipartimento vanta numerose collaborazioni con diversi tipi di aziende, dalle farmaceutiche a quelle che trattano alimenti o prodotti erboristici”, ha confermato Massimo Bertinaria, professore associato di Chimica Farmaceutica del Dipartimento di Scienza e Tecnologia del Farmaco.

Il Dipartimento di Scienza e Tecnologia del Farmaco, per esempio, ha tra i suoi focus la medicina di precisione grazie a tecniche computazionali: “Si tratta di un approccio basato sulla valutazione delle determinanti genetiche, di stile di vita e ambientali che portano allo sviluppo di patologie – ha chiosato la ricercatrice Eleonora Gianquinto – In questo modo si riesce a migliorare l’efficacia del trattamento minimizzando la tossicità dei farmaci e massimizzando l’efficacia terapeutica”.

La collaborazione con le aziende può riguardare anche gli strumenti utilizzati: è il caso per esempio di Katakem, una startup innovativa nata nel 2019 a Catanzaro per modernizzare il mondo della ricerca chimica grazie a Onepot, un macchinario che esegue in modo standardizzato qualunque “ricetta”.

A volte a mancare è un ponte fra università e aziende

“L’idea è che ciò che viene sviluppato in un laboratorio universitario può essere perfettamente replicato per esempio in un’azienda. Per farlo, basta inviare un file, come succede per le stampanti 3D”, ha esemplificato Lorenzo Di Cataldo, CMO dell’azienda. “La nostra filosofia è traslare la ricerca che arriva dalle università nelle aziende, poiché abbiamo visto che a questi due mondi manca un ponte”.

I diversi tipi di connessioni

La collaborazione dell’università non è solo con le aziende, ma anche con le istituzioni: “Oggi parlare di oncologia significa andare oltre a diagnosi, trattamento e ricerca, puntando anche alla prevenzione e coinvolgendo per esempio le scuole”, ha dichiarato Silvia Novello, professoressa associata di Oncologia toracica al San Luigi  di Orbassano. Anche in questo caso la sensibilizzazione ha diversi canali: “Molti messaggi possono essere dati attraverso strumenti poco utilizzati in ambito medico, come per esempio il cinema”.

E i ponti non sono solo quelli tra università e aziende, ma anche all’interno di ambiti diversi: Giorgio Scagliotti, professore ordinario di Oncologia medica al San Luigi, è tra i pionieri della medicina traslazionale, quella che unisce clinica e pre-clinica: “L’incontro tra queste due culture rappresenta la medicina personalizzata, che per quanto ci riguarda è stata raggiunta grazie alla ricerca clinica sviluppata nel corso degli ultimi trent’anni con il perfezionamento delle conoscenze dei meccanismi patogenetici del tumore”.

Oggi la sfida principale è garantire la continuità della ricerca

“Oggi la sfida principale è garantire la continuità della ricerca – afferma Francesca Natale dell’Ilo –. Spesso infatti la collaborazione tra gruppo ricerca e azienda è legata a un problema specifico. Crediamo sia necessario strutturare meglio il legame nel tempo, in modo da far crescere in accademia profili che possono poi essere impiegati in azienda e creando nuove specializzazioni e competenze”.

Un esempio è quello in essere nel settore aerospaziale applicato all’analisi del comportamento umano. “In questo caso abbiamo coinvolto più aziende e ambiti di ricerca come l’informatica, le neuroscienze e la medicina e abbiamo stabilito un’alleanza per far durare l’analisi per almeno 3 anni – racconta l’esperta – In questo modo i ricercatori coinvolti possono crescere in un ambiente ibrido: si pensi per esempio a un esperto di informatica, uno psicologo o un neuroscienziato che conoscano l’esigenza del settore spaziale. Riteniamo che questa sia la strada per contaminare davvero competenze e modalità di lavoro”.

L’interoperabilità delle soluzioni di telemedicina

Obiettivo interoperabilità in telemedicina: a che punto siamo? Quali sono gli ostacoli che la frenano e come arrivare a una funzionalità ottimale, nel pieno rispetto delle normative e della privacy degli utenti? Ne discutiamo sui due livelli del management del processo, grazie alla presenza del direttore generale dell’Università degli Studi di Brescia, Loredana Luzzi, e dell’operatività, con Pinuccia Carena, responsabile Innovazione e Sicurezza Informatica e Ciclo della Performance ASL CN1 di Cuneo, alla luce delle esperienze dell’Azienda Sanitaria piemontese in materia di integrazione della cartella clinica digitalizzata con le procedure della sala operatoria, del laboratorio di analisi e di altri servizi come la radiologia, e nel campo dell’ingresso di apparecchiature tecnologiche nel rispetto dei requisiti necessari qualora vengano donate anziché acquistate dall’Ente pubblico.

Ne parliamo con:

  • Pinuccia Carena
    Responsabile Innovazione e Sicurezza Informatica e Ciclo della Performance ASL CN1
  • Loredana Luzzi
    Direttore generale Università degli Studi di Brescia, consigliera Associazione italiana Sanità digitale e Telemedicina (AiSDeT)

Conduce:

  • Adriana Riccomagno
    Giornalista professionista in ambito sanitario

Documento di riflessione sull’uso dell’intelligenza artificiale nel ciclo di vita dei medicinali

L’EMA ha pubblicato una bozza di documento di riflessione che delinea il pensiero attuale sull’uso dell’intelligenza artificiale (AI) per sostenere lo sviluppo, la regolamentazione e l’uso sicuri ed efficaci di medicinali per uso umano e veterinario. Questo documento, che è ora aperto alla consultazione pubblica, riflette sui principi rilevanti per l’applicazione dell’intelligenza artificiale e dell’apprendimento automatico (ML) in qualsiasi fase del ciclo di vita di un medicinale, dalla scoperta di farmaci all’impostazione post-autorizzazione.

Il documento di riflessione fa parte delle iniziative congiunte HMA-EMA Big Data Steering Group (BDSG) per sviluppare la capacità della rete europea di regolamentazione dei medicinali nella regolamentazione basata sui dati. È stato sviluppato in collaborazione tra il BDSG, il comitato per i medicinali per uso umano (CHMP) dell’EMA e il suo comitato per i medicinali veterinari (CVMP).

“L’uso dell’intelligenza artificiale si sta sviluppando rapidamente nella società e come regolatori vediamo sempre più applicazioni nel campo dei medicinali. L’intelligenza artificiale offre interessanti opportunità per generare nuove intuizioni e migliorare i processi. Per accoglierli pienamente, dovremo essere preparati alle sfide normative presentate da questo ecosistema in rapida evoluzione”, ha affermato Jesper Kjær, direttore del Centro di analisi dei dati presso l’Agenzia danese per i medicinali e copresidente del BDSG. “Con questo documento, stiamo aprendo un dialogo con sviluppatori, accademici e altri regolatori, per discutere le vie da seguire, assicurando che il pieno potenziale di queste innovazioni possa essere realizzato a beneficio della salute dei pazienti e degli animali”, ha affermato Peter Arlett, EMA’s Responsabile Data Analytics and Methods, co-presidente del BDSG.

Gli strumenti di intelligenza artificiale e ML hanno il potenziale per supportare efficacemente l’acquisizione, la trasformazione, l’analisi e l’interpretazione dei dati durante l’intero ciclo di vita del medicinale. La loro applicazione può includere, ad esempio, approcci di modellazione AI/ML per sostituire, ridurre e perfezionare l’uso di modelli animali durante lo sviluppo preclinico. Negli studi clinici, i sistemi AI/ML possono supportare la selezione dei pazienti in base a determinate caratteristiche della malattia o altri parametri clinici; gli strumenti AI/ML possono anche supportare la registrazione e l’analisi dei dati che, a loro volta, saranno sottoposti alle autorità di regolamentazione nelle procedure di autorizzazione all’immissione in commercio.

Nella fase di autorizzazione all’immissione in commercio, le applicazioni di intelligenza artificiale includono strumenti per redigere, compilare, tradurre o rivedere i dati da includere nelle informazioni sul prodotto di un medicinale. Nella fase successiva all’autorizzazione, tali strumenti possono supportare efficacemente, ad esempio, le attività di farmacovigilanza, compresa la gestione delle segnalazioni di eventi avversi e il rilevamento dei segnali.

Questa gamma di applicazioni porta con sé sfide come la comprensione degli algoritmi, in particolare la loro progettazione e possibili distorsioni, nonché i rischi di guasti tecnici e l’impatto più ampio che questi avrebbero sull’adozione dell’IA nello sviluppo della medicina e nella salute.

Il documento di riflessione evidenzia che un approccio incentrato sull’uomo dovrebbe guidare tutto lo sviluppo e l’implementazione di AI e ML. L’uso dell’intelligenza artificiale nel ciclo di vita del medicinale dovrebbe sempre avvenire in conformità con i requisiti legali esistenti, considerare l’etica e garantire il dovuto rispetto dei diritti fondamentali.

Se un sistema di IA/ML viene utilizzato nel contesto dello sviluppo, della valutazione o del monitoraggio di medicinali e si prevede che avrà un impatto sul rapporto rischi/benefici di un medicinale, l’EMA consiglia agli sviluppatori di cercare un supporto normativo tempestivo, ad es. metodi di sviluppo (per medicinali per uso umano) o pareri scientifici.

Tutti gli stakeholder sono invitati a commentare la bozza del documento di riflessione e a identificare opportunità e rischi dell’IA nel campo dei medicinali. La consultazione pubblica è aperta fino al 31 dicembre 2023 e l’argomento sarà ulteriormente discusso durante un seminario congiunto HMA/EMA previsto per il 20-21 novembre 2023. Il feedback delle parti interessate sarà analizzato e preso in considerazione per la finalizzazione del documento di riflessione e lo sviluppo futuro di orientamento se pertinente.

Ondata di calore, riprende servizio 1500

Dalle ore 14 di mercoledì 19 luglio sarà attivo il servizio di pubblica utilità 1500.

Per gestire al meglio la forte ondata di calore il Ministero della Salute mette a disposizione dei cittadini un ulteriore strumento per avere informazioni su come comportarsi per proteggersi dal caldo e indicazioni utili sui servizi socio-sanitari presenti sul territorio nazionale.

Il 1500 sarà attivo tutti i giorni dalle 8 alle 20. A rispondere ai cittadini, in questa prima fase, sarà personale del Ministero qualificato e formato, in attesa che si concludano le procedure con il Mef per il riaffidamento del servizio in outsourcing.

Il 1500 si aggiunge agli altri provvedimenti adottati dal Ministero della Salute per il piano caldo: aggiornamento quotidiano dei bollettini caldo, che i cittadini possono consultare sul sito del Ministero; decalogo con i comportamenti da adottare per proteggersi dal caldo; raccomandazioni alle Regioni per rafforzare l’assistenza.

Per approfondire

Cirone (Fnopi): “Il Tavolo sul DM 77 occasione per definire meglio il ruolo degli infermieri”

Prende il via con questa intervista una rubrica di colloqui con i membri del Tavolo Tecnico per lo studio delle criticità emergenti dall’attuazione del Regolamento dell’assistenza ospedaliera (DM70) e dall’attuazione del Regolamento dell’assistenza territoriale (DM77)

Una partenza travagliata e un’ampia estensione a 54 membri (che pur non soddisfa tutti) ed ecco il Tavolo Tecnico sui DM 70 (Decreto Ministeriale 2 aprile 2015 n. 70, Regolamento recante definizione degli standard qualitativi, strutturali, tecnologici e quantitativi relativi all’assistenza ospedaliera) e 77 (Decreto Ministeriale 23 maggio 2022, n. 77, Regolamento recante la definizione di modelli e standard per lo sviluppo dell’assistenza territoriale nel Servizio sanitario nazionale) pronto a insediarsi. Prima riunione: 20 luglio. I numerosi attori chiamati a dare il proprio contributo si preparano a raddrizzare la rotta della dimensione ospedaliera, di quella territoriale e della fondamentale integrazione fra le due a distanza di otto anni dal primo dei due Regolamenti e alla luce dell’esperienza maturata con la pandemia. Come? Ne discutiamo con gli stessi protagonisti del Tavolo, a partire da Monica Cirone, delegata della Federazione Nazionale degli Ordini delle Professioni Infermieristiche (Fnopi), che oltre all’esperienza nel settore infermieristico vanta anche quella come Direttore Socio Sanitario dell’Asl Liguria 2 di Savona.

Dottoressa, con che spirito la FNOPI si appresta a partecipare al Tavolo?

Con 400mila unità, gli infermieri rappresentano il 40% del personale nei servizi ospedalieri

L’obiettivo della presenza della Federazione è di mettere a disposizione le nostre competenze per immaginare il nuovo Servizio Sanitario Nazionale, grazie alla possibilità di andare a lavorare su due decreti così importanti e di condividere quali aspetti dell’assistenza ospedaliera e territoriale vadano dal nostro punto di vista innovati o modificati, tenendo conto in particolare della necessità di un’integrazione fra i due Regolamenti e della necessità di una corretta definizione del nostro ruolo. Vogliamo dare un contributo costruttivo alla ridefinizione della sanità, dove la componente infermieristica è fortemente presente: con 400mila unità, rappresentiamo il 40% del personale nei servizi ospedalieri.

Quali istanze porterete?

Per quanto riguarda il DM 77, di certo l’opportunità di ragionare meglio sullo sviluppo delle competenze dell’infermiere di famiglia e comunità, perché il suo ruolo comincia a essere definito con il Regolamento, ma c’è la possibilità di approfondire ulteriormente. Su questo aspetto, ho la fortuna che l’Asl “Savonese”, di cui sono Direttore Socio Sanitario, abbia sviluppato, unica nella Regione, gli Ospedali di Comunità: potrò portare l’esperienza di un anno e mezzo di lavoro, in cui si è riflettuto bene su quanto scritto nel Decreto e sulle possibili risposte ad alcune criticità emerse sul campo, da condividere a livello centrale.

Il DM 77 chiarisce numeri, compiti e obiettivi delle nuove strutture territoriali, ma rimangono da definire meglio i percorsi

Dobbiamo ancora sapere se al Tavolo saremo divisi in gruppi di lavoro, ma un altro tema importante sono le transizioni tra i diversi setting assistenziali. Il DM 77 entra abbastanza bene nei discorsi dei numeri, compiti e obiettivi delle varie strutture (Case della Comunità, Centrali Operative Territoriali, Ospedale di Comunità), ma c’è da entrare in maniera più puntuale nel discorso dei percorsi. Anche questo è un ambito in cui ritengo di poter portare la mia esperienza, avendo prima operato come direttore delle Professioni Sanitarie della stessa Asl.

E sul DM 70?

Vedo la necessità di andare a riflettere sulle reti cliniche, per definire meglio il ruolo dell’infermiere come professional. Un eventuale ragionamento potrebbe essere fatto anche in ambito di emergenza-urgenza e sul dimensionamento degli ospedali alla luce delle nuove strutture territoriali, ma vedremo cosa il tavolo propone.

Per approfondire

Salina (Fnofi): “Per i fisioterapisti la priorità è la funzione abilitante”

Prosegue la rubrica di interviste ai membri del Tavolo Tecnico per lo studio delle criticità emergenti dall’attuazione del Regolamento dell’assistenza ospedaliera (DM70) e dall’attuazione del Regolamento dell’assistenza territoriale (DM77)

Una partenza travagliata e un’ampia estensione a 54 membri (che pur non soddisfa tutti). Questo giovedì, 20 luglio, si insedierà il Tavolo Tecnico chiamato ad affrontare le problematiche professionali, organizzative ed assistenziali emerse durante la disamina del DM 70 e del DM 77. Con il Decreto datato 4 luglio, il Ministero della Salute ha istituito presso l’Ufficio di Gabinetto del Ministero il “tavolo tecnico per lo studio delle criticità emergenti dall’attuazione del Regolamento dell’assistenza ospedaliera (Decreto interministeriale 2 aprile 2015, nr.70) e dall’attuazione del Regolamento dell’Assistenza territoriale (Decreto interministeriale 23 maggio 2022 nr 77)”.

I numerosi attori chiamati a dare il proprio contributo si preparano a raddrizzare la rotta della dimensione ospedaliera, di quella territoriale e della fondamentale integrazione fra le due a distanza di otto anni dal primo dei due Regolamenti e alla luce dell’esperienza maturata con la pandemia. Come? Ne discutiamo con gli stessi protagonisti del Tavolo. Tra questi, Melania Salina, Vice Presidente della Federazione Nazionale degli Ordini dei Fisioterapisti (Fnofi) (qui nella foto insieme al presidente Piero Ferrante), che commenta: “La nostra partecipazione sarà improntata alla massima collaborazione e basata sulle nostre più robuste e specifiche competenze, sempre ricordando che il fisioterapista è centrale in una visione integrata delle cure e della riabilitazione, perché è uno dei professionisti che con più continuità è vicino alle persone fragili ed ai pazienti, affiancandoli in tutti i luoghi della loro cura, riabilitazione e vita quotidiana”.

Che valore ha per voi la vostra presenza nel Tavolo?

Ne siamo particolarmente felici perché viviamo un momento storico per la nostra professione, che dal dicembre del 2022 è formalmente costituita come Ordine autonomo: finalmente possiamo parlare di noi con le Istituzioni alla luce dell’importanza che i fisioterapisti hanno nel sistema salute, che ormai è riconosciuta. In Italia siamo oltre 70mila e lavoriamo trasversalmente a tutti i setting: nel pubblico puro, nel privato accreditato, nelle strutture sociosanitarie e socioassistenziali, nella libera professione.

Come vi approcciate al nascente Tavolo tecnico?

Forse l’errore nel 2015 è stato proprio questo: pensare di “tagliare” l’ospedale senza porsi il problema di come stesse il territorio

Riteniamo che sia necessario fermarsi un attimo e discutere dei due decreti, che in realtà vanno visti come vasi comunicanti: l’uno senza l’altro non può funzionare, indipendentemente da quale parte si guardi: bisogna ridefinire l’ospedale, ma senza un territorio forte non si può fare e viceversa, se non si comincia a rafforzare il territorio non si può ragionare di ottimizzazione dell’ospedale. Forse l’errore nel 2015 è stato proprio questo: pensare di “tagliare” l’ospedale senza porsi il problema di come stesse il territorio.

Laddove sono stati tagliati i posti letto ed è stato ridimensionato l’ospedale, se non c’era un territorio in grado di sostituirlo, il risultato è stato un disastro, in cui a rimetterci sono stati i cittadini rimasti senza risposte. Per questo, siamo senza dubbio concordi e allineati con la scelta del ministro Schillaci di affrontare insieme i due tronconi.

Rispetto alla composizione del Tavolo, credo che non sarà facile lavorare in tanti, ma c’è la possibilità di organizzare dei tavoli di lavoro: potrebbe essere una modalità interessante di operare, perché o questa questione si aggredisce con la consapevolezza della sua complessità e della presenza di numerosi attori in campo, oppure ancora una volta si rischia di fare qualcosa che poi non funziona quando viene calato nella realtà. Pertanto concordiamo con la decisione del ministero di allargare il Tavolo. Chiunque lavori nei processi sa quanto sia difficile far lavorare insieme 54 teste, di cui ciascuno rappresenta un pezzo di interessi, ma questa è la realtà del nostro sistema: il Tavolo potrebbe quindi essere un’ottima occasione, se usata bene, e da parte nostra ci sarà il massimo impegno affinché funzioni.

Quali sono le vostre priorità riguardo al DM 70 e al DM 77?

Gli standard del DM 70 in linea di massima ci soddisfano. Sul DM 77, che ci vede maggiormente interessati, non ci siamo. La figura del fisioterapista non ha ancora trovato il giusto riconoscimento e una collocazione adeguata anche termini di affidamento di processi e riconoscimento di standard adeguati, ovvero: ad esempio, quanti fisioterapisti è opportuno che siano calcolati sulla base di una percentuale di over 65enni? Nel resto d’Europa ci sono standard precisi, noi qui siamo ancora molto vaghi e ogni regione fa un po’ come crede. Un discorso analogo si può fare per le strutture intermedie sociosanitarie e socioassistenziali: qual è lo standard adeguato per garantire una buona funzione di riabilitazione o abilitazione, qual è il ruolo del fisioterapista all’interno di queste strutture?

Non possiamo pensare che la vita media si allunghi, ma che gli ultimi vent’anni si passino in condizioni di disabilità importante

Per altro, i numeri italiani (i non autosufficienti sono 4 milioni e le proiezioni dell’ultimo rapporto di Italia Longeva ci dicono che ci sarà un incremento terrificante) denotano un bisogno di abilitazione spaventoso nel Paese, che va di pari passo con il tema dell’invecchiamento della popolazione e con il supporto alla cronicità: non possiamo pensare che la vita media si allunghi tanto, ma che gli ultimi vent’anni si passino in condizioni di disabilità importante. Il fisioterapista in questo senso può essere un elemento chiave, al fianco dell’infermiere: questa coppia di professionisti nel futuro dovrà essere molto più valorizzata, come due facce della stessa medaglia.

Noi stiamo anche ragionando sui modelli di innovazione da proporre sempre all’interno delle strutture intermedie, case di riposo, Rsa, perché non vogliamo dimenticare cosa è successo durante la pandemia. Adesso mediamente lo standard di minutaggio di presenza del fisioterapista è di cinque minuti per posto letto, ma è chiaro che in cinque minuti non si fa nulla. Per questo nulla stiamo avviando delle riflessioni insieme ad alcuni importanti fornitori di servizi per dare significato a questi minuti.

Come pensate di farlo?

Il fisioterapista nelle strutture non deve avere il ruolo di un erogatore di prestazioni, bensì di gestione in ottica abilitante del processo assistenziale

Il fisioterapista nelle strutture – secondo noi, ma per fortuna stiamo trovando molto ascolto – non ha un ruolo di erogatore di prestazioni, bensì di gestione in ottica abilitante del processo assistenziale. Si tratta di un compito completamente diverso, che consiste nell’impostare i tempi, di strutturare gli orari e gli interventi; qualcosa che con i necessari ausili e le nuove tecnologie può davvero modificare e rendere abilitante un ricovero che altrimenti, anziché a un miglioramento, porta a una perdita di funzionamento.

Il nostro apporto in termini di contenuti e soluzioni operative deve essere abilitante all’assistenza

È un fenomeno che conosciamo: persone che entrano nelle strutture, vi restano a volte anche anni e vivono un lento e progressivo decadimento. Per questo il nostro apporto in termini di contenuti e soluzioni operative deve essere abilitante all’assistenza. Ovviamente questo vogliamo farlo insieme al nostro sparring partner principale, che sono gli infermieri: loro sono i responsabili dell’assistenza pura, mentre noi possiamo essere i responsabili della componente riabilitativa. Speriamo di partire a breve con una sperimentazione che dimostri nei fatti come è possibile rendere diverse queste strutture che adesso hanno significative criticità: dobbiamo sforzarci di fare di più, anche alla luce delle esperienze del nord Europa in cui sono gestite in maniera molto differente e molte sono dirette proprio dai fisioterapisti, perché il paradigma è un altro: non si tratta di usare un paradigma di compensazione, in cui tu non ce la fai più e allora lo faccio io, ma di lavorare sul patrimonio residuo, potenziandolo.

Infine, vogliamo ribadire che, al di là delle polemiche che hanno accompagnato il DM 77, in realtà in quel momento non si potesse fare altrimenti, perché in ballo c’era il PNRR e con esso gli impegni presi con l’Europa. Può però essere migliorato. Riteniamo che ci siano le condizioni per farlo e anche per poter dare un contributo concreto.

Università: MUR, da prossimo anno 19.944 posti per corsi laurea in medicina e chirurgia

È di 19.944 posti la proposta che il Ministero dell’Università e della Ricerca (MUR) avanza al Gruppo di programmazione per i Corsi di laurea in Medicina e Chirurgia in italiano e in lingua inglese. Un numero superiore alla richiesta giunta dalla Conferenza Stato-Regioni su parere del Ministero della Salute (18.133 posti) e che tiene conto del recepimento da parte degli Atenei del fabbisogno di nuovi medici così come emerso dal Gruppo di esperti istituito al MUR dal Ministro Anna Maria Bernini. Rispetto allo scorso anno accademico si tratta di oltre 4mila posti in più che verranno messi a disposizione degli studenti, la cui definizione e distribuzione per Università sarà oggetto di uno specifico decreto ministeriale.

Lo scorso anno accademico, il 2022-2023, infatti, i posti totali sono stati 15.876 (14.740 posti in lingua italiana e in lingua inglese per i Paesi Ue + 1136 per i Paesi extra Ue).

Dal prossimo anno, il MUR prevede la possibilità di arrivare a 19.944 posti così definiti:

Garante Privacy sanziona Centro medico per scambio dati di due pazienti

Le strutture sanitarie devono adottare tutte le misure tecniche e organizzative adeguate per garantire che il trattamento dei dati personali dei pazienti rispetti la normativa sulla privacy.

Lo ha ribadito il Garante per la protezione dei dati personali nel comminare una sanzione di 10mila euro a un Centro medico che aveva scambiato nel proprio database i dati e le informazioni sanitarie di due pazienti omonimi.

L’Autorità si era attivata a seguito del reclamo di uno dei due pazienti interessati, che lamentava di aver ricevuto periodicamente, sul numero privato, SMS di promemoria per visite mediche mai richieste e di aver trovato nella dichiarazione dei redditi fatture di circa 4mila euro, emesse con il proprio codice fiscale, su prestazioni mai effettuate. Nella segnalazione il paziente evidenziava poi di aver chiesto ripetutamente alla clinica la risoluzione del problema, senza alcun esito.

Dall’istruttoria del Garante è emerso che l’evento si era realizzato a causa della presenza nel database della struttura dei due soggetti omonimi. Tale omonimia aveva così contribuito ad un’errata attribuzione del codice fiscale ed indirizzo di residenza al momento della consegna di alcune fatture. L’errore di attribuzione aveva inoltre causato l’invio di SMS automatici al reclamante anziché al paziente a cui erano realmente indirizzati.

Numerose quindi le violazioni riscontrate. Il Centro aveva effettuato infatti un trattamento in violazione del principio di esattezza, integrità e riservatezza non avendo registrato correttamente nel database i dati dei due pazienti. Aveva inoltre effettuato una comunicazione di dati relativi alla salute in assenza di un idoneo presupposto giuridico, in violazione dei principi di base del Regolamento europeo e degli obblighi in materia di sicurezza.

Tenuto conto della limitata portata dei trattamenti e del fatto che si è trattato di un singolo caso, il Garante ha applicato al Centro medico una sanzione di 10mila euro.

OMS: vaccinazione dei bambini in recupero dopo il crollo del Covid-19

I servizi di vaccinazione a livello globale hanno raggiunto 4 milioni di bambini in più nel 2022 rispetto all’anno precedente: i paesi hanno intensificato gli sforzi per affrontare lo storico calo delle vaccinazioni causato dalla pandemia di COVID-19.

Secondo i dati pubblicati oggi dall’Organizzazione mondiale della sanità (OMS) e dall’UNICEF, nel 2022 20,5 milioni di bambini non hanno ricevuto uno o più vaccini somministrati attraverso i servizi di immunizzazione di routine, rispetto ai 24,4 milioni di bambini del 2021. Nonostante questo miglioramento, il il numero rimane superiore ai 18,4 milioni di bambini che hanno perso nel 2019 prima delle interruzioni legate alla pandemia, sottolineando la necessità di continui sforzi di recupero, recupero e rafforzamento del sistema.

Il vaccino contro la difterite, il tetano e la pertosse (DTP) viene utilizzato come marcatore globale per la copertura immunitaria. Dei 20,5 milioni di bambini che hanno perso una o più dosi dei loro vaccini DTP nel 2022, 14,3 milioni non hanno ricevuto una singola dose, i cosiddetti bambini a dose zero. La cifra rappresenta un miglioramento rispetto ai 18,1 milioni di bambini a dose zero nel 2021, ma rimane superiore ai 12,9 milioni di bambini nel 2019.

“Questi dati sono incoraggianti e un tributo a coloro che hanno lavorato così duramente per ripristinare i servizi di vaccinazione salvavita dopo due anni di costante calo della copertura immunitaria”, ha affermato il dottor Tedros Adhanom Ghebreyesus, direttore generale dell’OMS. “Ma le medie globali e regionali non raccontano l’intera storia e mascherano disuguaglianze gravi e persistenti. Quando paesi e regioni sono in ritardo, i bambini ne pagano il prezzo”.

Le prime fasi della ripresa della vaccinazione globale non si sono verificate allo stesso modo, con il miglioramento concentrato in pochi paesi. I progressi nei paesi dotati di risorse adeguate con una grande popolazione infantile, come l’India e l’Indonesia, mascherano una ripresa più lenta o addirittura continui cali nella maggior parte dei paesi a basso reddito, in particolare per quanto riguarda la vaccinazione contro il morbillo.

Dei 73 paesi che hanno registrato sostanziali riduzioni* della copertura durante la pandemia, 15 sono tornati ai livelli pre-pandemia, 24 sono sulla via della ripresa e, cosa più preoccupante, 34 hanno ristagnato o hanno continuato a diminuire. Questi trend riguardanti le tendenze fanno eco a modelli osservati in altre metriche sanitarie. I paesi devono garantire che stiano accelerando il recupero, il recupero e il rafforzamento degli sforzi, per raggiungere ogni bambino con i vaccini di cui hanno bisogno e – poiché la vaccinazione di routine è un pilastro fondamentale dell’assistenza sanitaria primaria – cogliere l’opportunità per fare progressi in altri settori sanitari correlati.

La vaccinazione contro il morbillo – uno dei patogeni più infettivi – non si è ripresa così come altri vaccini, mettendo a rischio di infezione da morbillo altri 35,2 milioni di bambini. La prima dose di copertura del morbillo è aumentata all’83% nel 2022 dall’81% nel 2021, ma è rimasta inferiore all’86% raggiunto nel 2019. Di conseguenza, lo scorso anno, 21,9 milioni di bambini hanno perso la vaccinazione di routine contro il morbillo nel loro primo anno di vita – 2,7 milioni in più rispetto al 2019 – mentre altri 13,3 milioni non hanno ricevuto la seconda dose, esponendo i bambini nelle comunità sottovaccinate a rischio di focolai.

“Sotto la tendenza positiva c’è un grave avvertimento”, ha dichiarato il direttore esecutivo dell’UNICEF Catherine Russell. “Fino a quando più paesi non ripareranno le lacune nella copertura vaccinale di routine, i bambini di tutto il mondo rimarranno a rischio di contrarre e morire a causa di malattie che possiamo prevenire. I virus come il morbillo non riconoscono i confini. Gli sforzi devono essere urgentemente rafforzati per recuperare i bambini che hanno perso la vaccinazione, ripristinando e migliorando ulteriormente i servizi di vaccinazione dai livelli pre-pandemici”.

I paesi con una copertura costante e sostenuta negli anni precedenti la pandemia sono stati in grado di stabilizzare meglio i servizi di vaccinazione da allora, indicano i dati. Ad esempio, l’Asia meridionale, che ha registrato aumenti graduali e continui della copertura nel decennio precedente la pandemia, ha dimostrato una ripresa più rapida e robusta rispetto alle regioni che hanno subito cali di lunga data, come l’America Latina e i Caraibi. La regione africana, che è in ritardo nella sua ripresa, deve affrontare una sfida in più. Con una popolazione infantile in aumento, i paesi devono aumentare ogni anno i servizi di vaccinazione di routine per mantenere i livelli di copertura.

La copertura del vaccino DTP3 nei 57 paesi a basso reddito sostenuti da Gavi, Vaccine Alliance, è aumentata all’81% nel 2022 – un aumento considerevole dal 78% nel 2021 – con un calo del numero di bambini a dose zero che non ricevono vaccini di base 2 milioni in questi paesi. Tuttavia, l’aumento della copertura DTP3 nei paesi che implementano Gavi si è concentrato nei paesi a reddito medio-basso, con i paesi a basso reddito che non hanno ancora aumentato la copertura, il che indica il lavoro rimanente per aiutare i sistemi sanitari più vulnerabili a ricostruirsi.

“È incredibilmente rassicurante, dopo la massiccia interruzione causata dalla pandemia, vedere la vaccinazione di routine compiere una ripresa così forte nei paesi supportati da Gavi, soprattutto in termini di riduzione del numero di bambini a dose zero”, ha affermato il dott. Seth Berkley, CEO di Gavi, Vaccine Alliance.“Tuttavia, da questo importante studio emerge anche chiaramente che dobbiamo trovare modi per aiutare ogni paese a proteggere la propria gente, altrimenti corriamo il rischio che emergano due percorsi, con i paesi più grandi e a reddito medio-basso che superano il riposo.”

Per la prima volta, la copertura vaccinale contro l’HPV ha superato i livelli pre-pandemia. I programmi di vaccinazione HPV avviati prima della pandemia hanno raggiunto lo stesso numero di ragazze nel 2022 rispetto al 2019. Tuttavia, la copertura nel 2019 era ben al di sotto dell’obiettivo del 90%, e questo è rimasto vero nel 2022, con coperture medie nei programmi HPV che hanno raggiunto il 67% in paesi ad alto reddito e il 55% nei paesi a basso e medio reddito. La nuova rivitalizzazione dell’HPV, guidata dalla Gavi Alliance, mira a rafforzare l’erogazione del programma esistente e facilitare ulteriori introduzioni.

Molti stakeholder stanno lavorando per accelerare la ripresa in tutte le regioni e in tutte le piattaforme vaccinali. All’inizio del 2023, l’OMS e l’UNICEF, insieme a Gavi, la Bill & Melinda Gates Foundation e altri partner IA2030 hanno lanciato “The Big Catch-Up“, una campagna globale di comunicazione e advocacy, chiedendo ai governi di recuperare i bambini che hanno perso le vaccinazioni durante pandemia, ripristinare i servizi di vaccinazione ai livelli pre-pandemia e rafforzarli con una serie di azioni:

  • Raddoppiare il loro impegno per aumentare i finanziamenti per la vaccinazione e lavorare con le parti interessate per sbloccare le risorse disponibili, compresi i fondi COVID-19, per ripristinare urgentemente i servizi interrotti e sovraccaricati e attuare sforzi di recupero.
  • Sviluppare nuove politiche che consentano ai soggetti vaccinatori di raggiungere i bambini nati appena prima o durante la pandemia e che stanno superando l’età in cui sarebbero stati vaccinati dai servizi di vaccinazione di routine.
  • Rafforzare la vaccinazione nei servizi di assistenza sanitaria di base, compresi i sistemi sanitari comunitari, e affrontare le sfide sistemiche dell’immunizzazione per correggere la stagnazione a lungo termine della vaccinazione e raggiungere i bambini più emarginati.
  • Costruire e sostenere la fiducia e l’accettazione del vaccino grazie all’impegno con le comunità e gli operatori sanitari

Umanità, accoglienza e ospitalità: i tre pilastri del progetto San Bartolomeo

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Estendere e facilitare l’accesso ai servizi sanitari alle persone fragili, favorendo l’inclusione sociale e il diritto alla salute. Nasce per questo il progetto San Bartolomeo, lanciato dall’Ospedale Gemelli Isola Tiberina di Roma in collaborazione con la Comunità di Sant’Egidio e con Deloitte e Fondazione Deloitte. Sono oltre 170 le persone che hanno già trovato assistenza sanitaria nell’ambito della fase pilota dell’iniziativa, che vuole rispondere a un bisogno di salute spesso disatteso per fasce sempre più ampie della popolazione.

Sono tante le persone che si sono rivolte ai centri della Comunità di Sant’Egidio e che hanno manifestato un bisogno di informazione e di aiuto per la salute. Perché molti di loro non avevano avuto accesso ai servizi sanitari da molto tempo e soffrivano di diverse malattie, anche gravi, non adeguatamente trattate. Parte da qui il bisogno di aiutare, sostenere e accompagnare chi è più fragile nel suo percorso di cura.

Il progetto punta ad ampliare la gamma dei servizi clinico-assistenziali e di aumentare il numero dei beneficiari

Il progetto punta ad ampliare la gamma dei servizi clinico-assistenziali e di aumentare il numero dei beneficiari. È una sfida sociale, non priva di scogli, ma che vuole rispondere ai bisogni con iniziative concrete per un più equo accesso alle cure di qualità per tutti.

Abbiamo parlato del Progetto San Bartolomeo con Giusi Lecce, che ne è la coordinatrice per la Comunità di Sant’Egidio e Guido Borsani, Presidente Fondazione Deloitte.

Povertà e deprivazione sociale in Italia: i dati che mostrano un bisogno

Secondo i dati ISTAT 2021, vivono in condizione di povertà assoluta circa 1,9 milioni di famiglie e circa 5,6 milioni di individui. Per la povertà relativa l’incidenza sale all’11,1% (da 10,1% del 2020) e le famiglie sotto la soglia sono circa 2,9 milioni (2,6 milioni nel 2020).

Gli stranieri in povertà assoluta, invece, sono oltre un milione e 600mila, con un’incidenza pari al 32,4%, oltre quattro volte superiore a quella degli italiani (7,2%). Rispetto al 2020, si registra un incremento della povertà assoluta per gli stranieri sia nel Centro, sia nel Sud (rispettivamente 27,5% e 40,3%), mentre al Nord si riduce l’incidenza di povertà assoluta individuale. Le famiglie in povertà assoluta sono nel 68,7% dei casi famiglie di soli italiani (quasi 1 milione e 350mila) e per il restante 31,3% famiglie con stranieri (oltre 614mila), pur rappresentando queste ultime solo il 9% del totale.

Il livello raggiunto dalla povertà assoluta nel 2021 (7,5%) è tra i più elevati dall’anno in cui si è iniziato a misurare questo indicatore. Guardando all’ultimo quinquennio, nel 2017 l’incidenza delle famiglie in povertà assoluta era del 6,9%, in forte crescita sull’anno precedente (6,3%) e nettamente superiore a quella media del quadriennio precedente (2013-2016) quando risultava stabile e pari al 6,1%.

Nel 2022, invece, la popolazione a rischio di povertà o esclusione sociale è pari al 24,4% (circa 14 milioni 304mila persone), sostanzialmente stabile rispetto al 2021 (25,2%).

Tuttavia, con la ripresa dell’economia dopo la pandemia, si riduce la popolazione in condizione di grave deprivazione materiale e sociale (4,5% rispetto al 5,9% del 2021) e rimane stabile la popolazione a rischio di povertà (20,1%).

Nel 2021 il reddito medio delle famiglie (33.798 euro) è tornato a crescere, mentre il reddito totale delle famiglie più abbienti è 5,6 volte quello delle famiglie più povere (rapporto sostanzialmente stabile rispetto al 2020). Tale valore sarebbe stato più alto (6,4) in assenza di interventi di sostegno alle famiglie.

Nel 2022, il 20,1% delle persone residenti in Italia risulta a rischio di povertà

Sempre nel 2022, il 20,1% delle persone residenti in Italia risulta a rischio di povertà (circa 11 milioni e 800mila individui) avendo avuto, nell’anno precedente l’indagine, un reddito netto inferiore al 60% di quello mediano (ossia 11.155 euro). A livello nazionale la quota di popolazione a rischio di povertà rimane uguale all’anno precedente (20,1%).  

Il 4,5% della popolazione (circa 2 milioni e 613mila individui) si trova in condizioni di grave deprivazione materiale e sociale, rispetto al 5,9% del 2021.

Come nasce il progetto e perché

Giusi Lecce

“Il progetto nasce da una collaborazione tra l’Ospedale Fatebenefratelli Isola Tiberina – Gemelli, la Comunità di Sant’Egidio e l’Università Cattolica del Sacro Cuore di Roma – risponde Giusi Lecce – e ha l’obiettivo di fornire prestazioni sanitarie gratuite e di qualità a persone fragili, stranieri, senza dimora, rom e “hard to reach”. Vuole ampliare e facilitare l’accesso ai servizi sanitari alle persone con particolari fragilità, favorendo l’inclusione sociale e il diritto alla salute.

Presso le “Case dell’Amicizia” del Sant’Egidio, la mensa di via Dandolo, durante le cene itineranti per i senza dimora, e in tutti i luoghi in cui la Comunità incontra i poveri, si intercetta l’esigenza di tante persone che hanno difficoltà di accesso alle cure: questo progetto interviene per facilitare e semplificare questo accesso (ad esempio, per la prenotazione delle visite specialistiche e degli esami clinici), nonché per la realizzazione di percorsi facilitati e di presa in carico”.

Perché la Fondazione Deloitte ha deciso di partecipare a questo progetto e quale sarà il suo contributo?

Deloitte e Fondazione Deloitte – interviene il presidente Borsani hanno deciso di partecipare al progetto San Bartolomeo con l’obiettivo di ampliare e facilitare l’accesso ai servizi sanitari alle persone con particolari fragilità, favorendo l’inclusione sociale e il diritto alla salute. Questa iniziativa, che Deloitte svolge pro bono, rappresenta un’opportunità per perseguire il nostro impegno verso i più vulnerabili. Si basa sulle competenze specifiche di settore e di processo di Deloitte, che mettiamo a disposizione per supportare l’organizzazione e l’innovazione dei servizi sanitari. Fin dall’inizio del progetto, siamo stati coinvolti nel processo decisionale e abbiamo collaborato attivamente con l’Ospedale e la Comunità per disegnare un percorso di cura personalizzato, dalla prenotazione alla presa in carico post-prestazione. La nostra partecipazione riflette la volontà di promuovere solidarietà ed equità, poiché riteniamo che superare le disuguaglianze nel sistema sanitario abbia un impatto positivo sulla salute di tutti e contribuisca all’equilibrio complessivo della società”.

Come mai un SSN che, sulla carta, dovrebbe garantire assistenza sanitaria a tutti, anche ai più deboli e fragili, non basta e si è sentita invece l’esigenza di dare vita a un progetto che evidentemente raccoglie i bisogni di chi forse è ignorato dal sistema pubblico o che non riesce ad accedervi?

“Indubbiamente il nostro servizio sanitario garantisce assistenza sanitaria a tutti – risponde Giusi Lecce – ed è uno dei migliori al mondo. Tuttavia, nel nostro Paese ci sono tanti cittadini stranieri che non possono essere iscritti al SSN. Il lavoro della Comunità di sant’Egidio, svolto da volontari, è molto capillare e diffuso nel tessuto cittadino: incontriamo tantissime persone, tante e diverse ma molte sono caratterizzate da fragilità e vulnerabilità e spesso c’è una difficoltà di accesso ai servizi sanitari, perché molti non hanno una “identità sanitaria”.

I titolari di STP o ENI non hanno diritto al medico di base, pertanto è difficile avere un aiuto o un indirizzo nei percorsi di salute

Il primo aspetto fondamentale è il rilascio dell’STP (Straniero Temporaneamente Presente ) o dell’ENI (Europeo Non Iscritto). I titolari di STP o ENI non hanno diritto al medico di base, pertanto è difficile avere un aiuto o un indirizzo nei percorsi di salute.

Il progetto aiuta quindi nei percorsi di salute e supporta un accesso facilitato alle cure e soprattutto prevede la completa presa in carico dei pazienti.

Talora è difficile capire a chi rivolgersi, perché le visite non si fanno per paura, perché non si sa dove andare a farle e spesso la lingua è un ostacolo, ad esempio, anche solo per prenotare una visita al telefono.

Le barriere linguistiche possono essere molto importanti, quindi il progetto si avvale di mediatori culturali della Comunità di sant’Egidio che, quando è necessario, facilitano il percorso sia per i pazienti, sia per gli operatori sanitari nel processo di comprensione del paziente straniero che hanno di fronte.

Abbiamo anche il servizio importantissimo dell’odontoiatria sociale, che è una risposta ai bisogni di salute anche di tanti Italiani in situazione di fragilità economica.

Le patologie odontoiatriche e l’edentulia impediscono la corretta nutrizione e tante persone, anche non anziane, non riescono più a nutrirsi

Le patologie odontoiatriche e l’edentulia impediscono la corretta nutrizione e tante persone, anche non anziane, non riescono più a nutrirsi; pensiamo, ad esempio, a tanti migranti che sono stati per anni nei campi profughi. Quando arrivano in Italia, pur essendo molto giovani, hanno tutti i denti guasti. Poi c’è l’aspetto di restituzione della dignità della relazione umana, del sorriso, di non vergognarsi di parlare a causa dei propri denti”.

“Questo progetto – interviene il Presidente della Fondazione Deloitte – nasce anche dalla consapevolezza che, nonostante il Servizio Sanitario Nazionale abbia l’obiettivo di garantire assistenza sanitaria a tutti, inclusi i più deboli e fragili, esistono ancora persone che hanno difficoltà ad accedervi. Attraverso un’analisi accurata delle criticità, abbiamo riconosciuto che alcuni aspetti dell’assistenza sanitaria, come le cure odontoiatriche e gli screening, possono presentare divari nell’accessibilità tra diverse Regioni o fasce della popolazione. Il progetto mira quindi a colmare queste lacune, concentrando i propri sforzi sulle persone che potrebbero essere escluse o incontrare difficoltà nell’accesso ai servizi sanitari. Con il progetto San Bartolomeo ci poniamo come opportunità complementare sull’offerta dei servizi sanitari, offrendo soluzioni specifiche e personalizzate per i bisogni identificati. Questo approccio integrativo mira a garantire che nessuno venga lasciato indietro e che tutti possano beneficiare di un’assistenza sanitaria adeguata e tempestiva. Siamo fermamente convinti che solo attraverso una collaborazione sinergica tra il settore privato, il settore pubblico e le organizzazioni della società civile, si possano affrontare le sfide complesse nel campo della salute e lavorare verso un sistema sanitario più inclusivo, equo ed efficiente”.

Quali servizi eroga, a chi si rivolge e come vi si accede?

Risponde la coordinatrice del progetto: “I servizi erogati sono ginecologia/ostetricia, senologia e odontoiatria sociale rivolti a persone fragili, stranieri, senza dimora, rom e “hard to reach”.

Durante la pandemia, il il generale Figliuolo ha chiesto alla Comunità di sant’Egidio di aprire un hub vaccinale per gli invisibili e per gli “hard to reach”

Per una migliore comprensione del contesto in cui lavoriamo, dobbiamo fare un piccolo passo indietro nel tempo e più precisamente nel luglio 2021, quando il commissario per l’emergenza Covid, il generale Figliuolo, ha chiesto alla Comunità di sant’Egidio di aprire un hub vaccinale per gli invisibili e per gli “hard to reach”. Abbiamo somministrato più di 30mila vaccini ma abbiamo anche intercettato tanti bisogni di salute.

Cessata l’emergenza, l’hub è diventato un grande centro di orientamento sociosanitario, dove tutta la popolazione fragile può accedere e qui si identificano molti dei beneficiari del progetto San Bartolomeo.

Abbiamo un importante servizio di orientamento sociosanitario, supportato dal lavoro di tanti medici che volontariamente ci affiancano in questa bellissima attività. È occasione di incontro, di conoscenza e in questo siamo aiutati dall’importantissimo lavoro dei mediatori culturali. È anche attivo un Telefono solidale telemedicina al numero 06 8992299.

Ma i beneficiari sono identificati anche durante le cene itineranti per i senza fissa dimora, presso i nostri centri di ascolto, che offrono supporto legale, aiuto alimentare e orientamento sanitario. Poi abbiamo la scuola di lingua e cultura italiana che, solo a Trastevere, ha più di 3mila iscritti con una importante prevalenza femminile”.