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Nuovo Piano vaccinale, via libera in Stato-Regioni

Armonizzazione delle strategie vaccinali, superando le differenze tra Regioni nell’offerta vaccinale per garantire una maggiore equità secondo i più elevati standard; promozione, sotto il coordinamento dei dipartimenti di prevenzione e dei centri vaccinali territoriali, della vaccinazione attraverso reti professionali di MMG e specialisti, assicurando in tal modo la presa in carico vaccinale dei pazienti cronici e/o fragili da parte dei centri specialistici che li hanno in cura per la malattia di base.

E ancora predisposizione del Calendario vaccinale come documento distinto e, pertanto, facilmente aggiornabile in base ai futuri scenari epidemiologici, alle evidenze scientifiche e alle innovazioni in campo biomedico.

Sono alcune delle principali novità previste dal Piano Nazionale Vaccini 2023-2025 che oggi ha avuto il via libera in Conferenza Stato Regioni.

Il documento individua, tra le finalità da raggiungere nel triennio, azioni concrete e strategie efficaci al fine di incrementare le coperture vaccinali soprattutto nei soggetti ad alto rischio di patologia, rafforzando la Governance, Reti e percorsi di prevenzione vaccinale, nonché attraverso l’adozione di una visione proattiva e di un approccio centrato sulle esigenze del cittadino.

Obiettivi del PNPV 2023-2025 sono:

  • Mantenere lo status polio-free
  • Raggiungere e mantenere l’eliminazione di morbillo e rosolia
  • Rafforzare la prevenzione del cancro della cervice uterina e delle altre malattie HPV correlate
  • Raggiungere e mantenere le coperture vaccinali target rafforzando Governance, Reti e percorsi di prevenzione vaccinale
  • Promuovere interventi vaccinali nei gruppi di popolazione ad alto rischio per patologia, favorendo un approccio centrato sulle esigenze del cittadino/paziente
  • Ridurre le diseguaglianze e prevedere azioni per i gruppi di popolazione difficilmente raggiungibili e/o con bassa copertura vaccinale
  • Completare l’informatizzazione delle anagrafi vaccinali regionali e mettere a regime l’anagrafe vaccinale nazionale
  • Migliorare la sorveglianza delle malattie prevenibili da vaccino ·
  • Rafforzare la comunicazione in campo vaccinale
  • Promuovere nei professionisti sanitari la cultura delle vaccinazioni e la formazione in vaccinologia

Fimmg: “Un potente strumento di salute nelle mani dei medici di medicina generale”

“Un’ottima notizia, perché il Piano è un potente strumento di salute nelle mani dei medici di medicina generale”. Silvestro Scotti, Segretario Generale Fimmg, commenta con favore l’adozione in Conferenza Stato Regioni del Piano nazionale vaccini. La misura, da tempo auspicata dalla medicina generale, è arrivata nella seduta odierna della Conferenza Stato Regioni. Da sempre impegnati nella promozione delle vaccinazioni quali fondamentali strumenti di salute pubblica, i medici di medicina generale avranno indicazioni più aggiornate per la prevenzione vaccinale. “La tragedia del Covid – aggiunge Scotti – ha insegnato molto sull’importanza della prevenzione, riportando al centro del dibattito il ruolo centrale della somministrazione capillare delle vaccinazioni. Temi che, come medici di medicina generale, sosteniamo da sempre e sui quali speriamo di trovare sempre maggior sostegno”.

Tra le diverse novità proposte c’è la riorganizzazione dei servizi vaccinali in funzione dei punti deboli sino ad ora rilevati: la disomogeneità tra le procedure e l’offerta vaccinale in ogni Regione; il mancato raggiungimento dei valori target delle coperture vaccinali o le difformità nell’organizzazione e gestione del processo vaccinale (inclusa la registrazione delle vaccinazioni effettuate sul territorio nazionale). Le novità proposte trovano nella medicina generale una grande valorizzazione, anche grazie alla capillarità dell’offerta assistenziale. “Aver separato il Piano nazionale vaccini dal Calendario vaccinale è un bene”, dice Tommasa Maio, responsabile Area Vaccini Fimmg. “Il Piano è ora determinato come un documento distinto e, quindi, facilmente aggiornabile in base ai futuri scenari epidemiologici, alle evidenze scientifiche e alle innovazioni che verranno. Le vaccinazioni sono fondamentali per tutelare, sia direttamente che indirettamente, la salute dei pazienti fragili e con patologie croniche. In questo senso, la medicina genare è in grado di offrire una personalizzazione delle cure legata alla profonda conoscenza della storia clinica di ogni paziente, riuscendo ad ottenere – in forza di un consolidato rapporto fiduciario, alti livelli di adesione ai vaccini. Da parte nostra – conclude Maio – voglio sottolineare la disponibilità ad una fattiva collaborazione con i Dipartimenti di Prevenzione delle ASL per concorrere al raggiungimento degli obiettivi del Piano”.

Come l’HTA può guidare le scelte regionali di politica sanitaria

In questo periodo la sanità italiana è al centro di importanti riforme e ripensamenti. Uno strumento come l’Health Technology Assessment può essere utile in questo contesto? Perché e per ottenere quali risultati? Quali esperienze sono già attive nelle diverse realtà?

Ne parliamo con Paolo Petralia, Direttore Generale ASL4 Liguria e Vicepresidente nazionale vicario FIASO (Federazione Italiana Aziende Sanitarie e Ospedaliere).

Per approfondire

Borromei (Fnomceo): “La burocrazia va a discapito del tempo di cura”

Prosegue con questa intervista la rubrica di colloqui con i membri del Tavolo Tecnico per lo studio delle criticità emergenti dall’attuazione del Regolamento dell’assistenza ospedaliera (DM70) e dall’attuazione del Regolamento dell’assistenza territoriale (DM77)

Criticità peculiari del Dm 70 o del Dm 77, ma anche problemi comuni: su tutte, il carico burocratico che grava sui medici ospedalieri e del territorio, a discapito del tempo da dedicare al paziente. Il punto con il presidente dell’Ordine dei Medici di Ancona Fulvio Borromei, che siede al Tavolo in rappresentanza della Federazione nazionale degli ordini dei Medici Chirurghi e degli Odontoiatri (FNOMCeO). Un contributo che, sottolinea, porterà alla luce della sua esperienza come medico “in trincea”: oltre quarant’anni di servizio come medico di medicina generale, dell’emergenza-urgenza e nelle cure palliative.

Quali sono a suo parere le principali criticità del Dm 70/2015 sugli standard dell’assistenza ospedaliera?

La riflessione prioritaria che tengo a stimolare riguarda l’organizzazione del lavoro, che è estremamente importante perché deve sottendere a liberare il più possibile il tempo clinico del medico, cioè il tempo di cura. Il medico ospedaliero in tutte le vesti si è visto negli anni portar via il tempo di cura da incarichi burocratici, lacci e lacciuoli che non dovrebbero ricadere su di lui: è come se un ricercatore non avesse il tempo di studiare.

Mi capita di lanciare una provocazione, che però tale non è: se non ha più tempo di fare il medico, il medico perderà la sua efficacia professionale. Quindi, tutta l’organizzazione del lavoro deve essere proiettata a questo: tempo clinico e di cura.

La professione nel tempo ha perso attrattività nel nostro Paese

Un secondo punto centrale è che la nostra professione nel tempo ha perso attrattività in Italia. Il disagio che il medico vive sul posto di lavoro è diventato così rilevante che fare il medico non è più attrattivo e i medici giovani se ne vogliono andare: il medico, che storicamente è uno stakanovista, si allontana e quando lo fa è sollevato, si sente libero da una zavorra. Nessuna organizzazione del lavoro seria può avvenire se non tiene in considerazione gli aspetti psicologici e relazionali del medico e il disagio che lo affligge.

Terzo: la conflittualità, che ha raggiunto estremi impensabili. Chiediamoci: i chirurghi, i medici del pronto soccorso e del 118, quelli più esposti agli attacchi, alle osservazioni e alle recriminazioni sul loro operato, come vanno al lavoro? Tant’è che c’è una grave carenza di questi professionisti.

Un ulteriore aspetto secondo me importante è che il medico non fa più carriera, ma che professionista è quello che non ha prospettive di carriera? Carriera non significa solo ambizione e desiderio di raggiungere un grado di potere rilevante, ma, nel tempo, poter modulare le proprie competenze dedicandosi a questioni più complesse ed essere tutor di altri professionisti in crescita.

Ancora, c’è il discorso del rapporto intraprofessionale e interprofessionale. Al Tavolo tecnico, così come nel lavoro di tutti i giorni, dobbiamo essere in grado di fare progetti insieme, nel rispetto del ruolo, delle abilità e del curriculum delle diverse professioni, nell’interesse nostro e del paziente.

E il Dm 77/2022 sugli standard dell’assistenza territoriale?

Il medico di medicina generale, che è il più prossimo al paziente, è anche il più trascurato

Territorio, questo sconosciuto. Su questo fronte finora non è stato fatto un granché. Andando nelle specifico delle criticità che possiamo elencare, partiamo da questa: tra le potenzialità del territorio, la più importante è il rapporto medico-paziente e in primis la relazione del medico di medicina generale (Mmg) con il paziente. Tra i medici, questo è il più vicino al malato e anche il più trascurato. Negli anni ci siamo trovati a ragionare su formule che dovevano essere applicate di noi ma venivano attinte da altri Paesi dopo uno studio su un sistema piuttosto che un altro. Invece, secondo me, dovremmo partire dall’analisi di chi nel territorio ci lavora, perché il rapporto fiduciario medico-paziente che esiste nella dimensione del territorio deve essere tutelato.

La riforma che viene proposta, anche sulla base della spinta del PNRR, deve essere ben progettata, perché se vogliamo costruire delle Case della Salute che possano davvero avere un ruolo, questo non deve essere fatto a discapito del rapporto medico-paziente. Ciò va sottolineato anche perché quando si lavora sulle criticità non bisogna dimenticare le cose che funzionano. Tra queste resiste, nonostante si possa sostenere che per varie ragioni nell’arco degli ultimi dieci anni sia calato, il rapporto fra medico di medicina generale e paziente.

Torno poi a ripetere che sia sui medici dell’ospedale che del territorio nel tempo sono ricaduti compiti e funzioni cui nemmeno grazie ai sistemi avanzati informatici e al personale di studio riusciamo a tenere testa: una serie di richieste di tipo burocratico che anche a che opera sul territorio toglie tempo clinico. Un importante filo conduttore che pesa sia sull’ospedale che sul territorio.

Oggi il vero lavoro si può fare solo in équipe

Un altro aspetto per me cruciale è che come si instaura un legame con il medico di medicina generale, servirebbe anche uno specialista di fiducia, e che questo dovrebbe lavorare in collaborazione con il Mmg, con l’infermiere, lo psicologo, il fisioterapista di fiducia. Ecco che vengo a delineare la mia idea di lavoro in équipe, perché oggi il vero lavoro si fa in équipe e su questo ho anche una solida esperienza da mutuare come palliativista.

Tutte queste istanze si sommano nell’esigenza di una migliore assistenza: a rischio c’è la nostra salute.

Salute, Schillaci: “Fascicolo sanitario elettronico e Piano vaccinale due risultati importanti”

“Abbiamo segnato due importanti risultati oggi con il via libera dalla Conferenza Stato-Regioni al decreto sul Fascicolo Sanitario Elettronico e al Piano vaccinale 2023-2025. Si tratta di due provvedimenti rilevanti su cui ci siamo impegnati con la fattiva collaborazione delle Regioni – dichiara il Ministro della Salute, Orazio Schillaci -. Il Fascicolo Sanitario Elettronico 2.0 rappresenta un significativo passo in avanti nella digitalizzazione dei dati sanitari, obiettivo tra i più rilevanti del PNRR, e verso una nuova visione della sanità in cui l’innovazione tecnologica contribuisce al potenziamento dell’assistenza territoriale e al superamento delle disuguaglianze.

Con il nuovo Piano vaccinale 2023-2025 vogliamo superare le disomogeneità e promuovere una diffusa capillarità dei punti vaccinali e una maggiore proattività per raggiungere gruppi di popolazione ad alto rischio o difficilmente raggiungibili. Si tratta inoltre di un Piano più flessibile e aperto all’innovazione: il Calendario vaccinale, sganciato dal Piano, potrà essere aggiornato più facilmente sulla base delle evidenze disponibili. In questo modo sarà possibile introdurre e valutare eventuali innovazioni in tempi più rapidi. Sono sicuro che il Piano contribuirà ad armonizzare le strategie vaccinali assicurando a tutti i cittadini misure di protezione e immunizzazione più accessibili ed efficaci”.

Per approfondire

“Mano alla Mano” per massimizzare il senso del tatto

Il tatto è un senso fondamentale per la nostra sopravvivenza, è diffuso su tutta la pelle e ci permette di giudicare il mondo. Lavorare ad una realtà virtuale tattile, per riprodurre un tatto con un sistema artificiale riducendo al massimo il numero di risorse e sensori è la sfida di PERCEIVING (Optimally designed haPtic systEms foR multi-Cue sEnsing and delIVery: foundatIons and techNoloGies). Ad oggi, le interfacce e i sensori che vengono utilizzati per restituire e acquisire l’informazione tattile nell’interazione avanzata uomo-macchina e in robotica presentano grandi limiti sia in termini della qualità e quantità di stimoli che riescono a catturare. Si pensi a quanto potrebbe essere ricca l’esperienza di interagire con il contenuto digitale del nostro smartphone, controllare una mano robotica in teleoperazione od essere immersi in una realtà aumentata se potessimo avere accesso a tutte le informazioni che comunemente riusciamo a percepire mediante il nostro tatto.

“In PERCEIVING – dice il coordinatore del progetto, Professor Matteo Bianchi– , intendo proporre un approccio innovativo alla modellazione del tatto umano, sfruttando tutti quei meccanismi che gli esseri umani utilizzano per semplificare il processamento dell’immenso numero di input sensoriali tattili. Si pensi – continua Bianchi – che la mano umana ha circa 12000 fibre per portare l’informazione dalla periferia al sistema nervoso centrale, ma la nostra percezione spazio-temporale degli oggetti che tocchiamo è quadridimensionale. Tra questi meccanismi ci sono i cosiddetti Descrittori Aptici o Invarianti, che sono quantità fisiche misurabili che sfruttiamo per risalire alle proprietà tattili degli oggetti, come la crescita dell’area di contatto per capirne la morbidezza. Quello che vorrei fare è caratterizzare questi Descrittori, studiarne le correlazioni e trovare un alfabeto basso dimensionale per caratterizzare la percezione delle principali caratteristiche tattili.”

Questo alfabeto verrà utilizzato per progettare un sistema indossabile per la restituzione di queste proprietà e, più precisamente, di un guanto sensorizzato per donare un’esperienza il più possibile completa dal punto di vista del senso del tatto nell’interazione con il mondo che ci circonda, il tutto minimizzando la complessità e il numero degli attuatori e dei sensori utilizzati per la costruzione di questi sistemi. In particolare, l’interfaccia per la restituzione degli stimoli tattili utilizzerà materiali meccanicamente trasparenti, che permetteranno un’implementazione del paradigma del “sentire attraverso” – l’analogo del “vedere attraverso” in visione – per la realtà aumentata. Si potranno quindi toccare oggetti reali ma manipolarne le loro caratteristiche tattili. I sistemi che verranno sviluppati da Professor Bianchi e la sua squadra, avranno un impatto significativo in tutti gli ambiti dell’interazione uomo-macchina, in particolare nella realtà aumentata e virtuale e nella telerobotica, ma anche nella robotica autonoma o per migliorare l’accessibilità del contenuto digitale a persone non vedenti.

Il Professor Matteo Bianchi è 2021 Vice-Coordinatore della Laurea Magistrale in Robotica e Ingegneria dell’Automazione dell’Università di Pisa. Dal 2015 al 2023 è stato affiliato di ricerca clinica presso la Mayo Clinic (Rochester, USA). È stato inoltre copresidente del comitato tecnico RAS su Robot Hands, Grasping and Manipulation (2017-2022) e vicepresidente per l’informazione e la diffusione del comitato tecnico RAS sull’aptica (2018-2021).

Rinnovo contratto medici: si riprende a settembre. I commenti di Anaao e Cimo

“Al di là delle polemiche degli ultimi giorni, la trattativa per il rinnovo contrattuale dei medici, dirigenti sanitari e veterinari prosegue” commenta il Segretario Nazionale Anaao Assomed Pierino Di Silverio al termine dell’ultima seduta prima della pausa estiva.

“Oggi abbiamo registrato un clima di collaborazione e di apertura da parte dell’Aran che ci ha consentito di analizzare i punti del contratto fino ad ora non approfonditi e di ribadire i punti cardini dell’Anaao Assomed rispetto ai quali la nostra posizione non cambia:

  • orario di lavoro
  • guardie e reperibilità
  • corretta distribuzione dei fondi
  • relazioni sindacali/maggioranze periferiche
  • formazione e aggiornamento.

I lavori riprendono il 5 settembre e noi – conclude Di Silverio – continuiamo a lavorare per trovare soluzioni utili a migliorare le condizioni di lavoro di 130.000 medici, dirigenti sanitari e veterinari. Il nostro obiettivo è chiaro, la nostra azione coerente”.

Contratto medici, ottimo risultato per CIMO-FESMED

La firma del contratto dei medici, veterinari e dirigenti sanitari 2019-2021 è rimandata al prossimo autunno, ma la strada per il rinnovo si fa meno ripida. Si è svolto infatti questa mattina, in un clima di reciproca cordialità e disponibilità, un nuovo incontro in Aran nel corso del quale sono stati ottenuti dei risultati ritenuti sostanziali da CIMO e FESMED: l’eliminazione degli articoli sul servizio fuori sede e sulla trasferta, estremamente pericolosi per la qualità della vita dei professionisti; un miglioramento notevole del patrocinio legale, per il quale non sarà più necessario il gradimento dell’azienda; una valutazione, attraverso il confronto regionale, della disposizione relativa al numero di posti letto per ciascuna guardia.

“Nonostante rimanga irrisolto, e non affrontato oggi, il problema dell’orario di lavoro e del numero massimo di guardie e pronte disponibilità mensili, attendiamo con ansia il nuovo testo, che dovrebbe includere le novità annunciate dal Presidente Aran Antonio Naddeo – dichiara Guido Quici, Presidente della Federazione CIMO-FESMED -. Abbiamo intrapreso un percorso molto produttivo, che conferma come il non voler concludere subito, a tutti i costi, la trattativa fosse una posizione corretta e abbia iniziato a dare i suoi frutti. L’obiettivo delle delegazioni CIMO e FESMED sedute al tavolo continuerà ad essere, fino al termine del confronto, il miglioramento della qualità della vita dei medici e della sicurezza delle cure per i pazienti”, conclude.

Il Fascicolo sanitario elettronico 2.0 entra in fase operativa

Entra nella fase operativa il Fascicolo Sanitario elettronico 2.0. Lo schema di decreto del Ministro della Salute e del Sottosegretario di Stato alla Presidenza del Consiglio dei Ministri con delega all’innovazione tecnologica, di concerto con il Ministro dell’economia e delle finanze, ha avuto oggi parere favorevole dalla Conferenza Stato-Regioni ed entrerà in vigore con la pubblicazione in Gazzetta Ufficiale.

Il decreto individua i contenuti del Fascicolo, i limiti di responsabilità e i compiti dei soggetti che concorrono alla sua implementazione, le garanzie e le misure di sicurezza da adottare nel trattamento dei dati personali nel rispetto dei diritti dell’assistito, nonché le modalità e i livelli diversificati di accesso e si compone di tre allegati tecnici.

In particolare, all’interno del FSE saranno contenuti i dati identificativi e amministrativi del cittadino, i referti e verbali di pronto soccorso, le lettere di dimissione, il profilo sanitario sintetico (ossia il documento socio-sanitario informatico redatto e aggiornato dal medico di medicina generale o dal pediatria di libera scelta che riassume la storia clinica dell’assistito e la sua situazione corrente conosciuta), le prescrizioni specialistiche e farmaceutiche e altri documenti quali, tra gli altri, cartelle cliniche, vaccinazioni e dati delle tessere per i portatori di impianto.

Il nuovo FSE risponde alle esigenze dei cittadini che potranno consultare dati clinici, accedere a prestazioni di telemedicina, emergenza-urgenza ed erogazione farmaci, prenotare prestazioni sanitarie. Il cittadino avrà il diritto di accedere al “Taccuino personale”, sezione riservata del FSE dove potrà inserire, modificare ed eliminare i dati e i documenti personali relativi ai propri percorsi di cura.

Consentirà ai medici di medicina generale, pediatri e medici specialisti di consultare e analizzare i dati clinici degli assistiti a supporto delle attività di diagnosi e cura, per la valutazione preventiva dell’appropriatezza prescrittiva e il monitoraggio dell’aderenza alle cure del paziente, per la prevenzione primaria e secondaria e la prenotazione di prestazioni per i propri assistiti.

Sarà uno strumento utile anche alle attività dei farmacisti, tra cui la distribuzione di farmaci e la verifica della terapia erogata, la registrazione e segnalazione di allergie e reazioni avverse ai farmaci; degli infermieri e di altri professionisti sanitari per la ricerca e consultazione dei dati clinici degli assistiti di cui seguono la cura; delle Direzioni Sanitarie Regionali, nell’ambito delle attività di prevenzione e programmazione sanitaria e degli enti di ricerca per supportare le attività di ricerca in campo medico e biomedico.

L’alimentazione del FSE sarà garantita dalle ASL, dalle strutture sanitarie pubbliche e accreditate del Servizio sanitario nazionale e dei servizi socio-sanitari regionali e dai Servizi territoriali per l’assistenza sanitaria al personale navigante (SASN), nonché dalle strutture sanitarie autorizzate e dai professionisti sanitari, anche convenzionati con il SSN, quando operano in autonomia. L’interoperabilità del Fascicolo sanitario elettronico, qualora l’assistito debba rivolgersi a strutture sanitarie di regioni diverse da quella di assistenza, è garantita dall’Infrastruttura nazionale per l’interoperabilità fra i FSE (INI).

La Conferenza Stato-Regioni ha dato parere favorevole anche sui flussi informativi “Sistema informativo per il monitoraggio dell’assistenza riabilitativa” (SIAR), “Sistema informativo per il monitoraggio delle attività erogate dai consultori familiari” (SICOF) e “Sistema informativo per il monitoraggio dell’Assistenza Domiciliare” (SIAD) che sono strettamente collegati e di importanza strategica per l’alimentazione del FSE.

Infine, è stato diramato alle Regioni il decreto di programmazione di parte dei 750 milioni di euro per la realizzazione dei servizi di telemedicina collegati, investimento di cui AGENAS è il soggetto attuatore e per il quale è previsto il raggiungimento del target europeo entro dicembre 2023.

Droghe e acque reflue in Italia: cannabis e cocaina le sostanze più utilizzate

Uno studio nazionale condotto dall’Istituto di Ricerche Farmacologiche Mario Negri, finanziato e supportato dal Dipartimento per le Politiche Antidroga della Presidenza del Consiglio dei Ministri, ha rilevato il consumo di droghe d’abuso in Italia nel biennio 2020-2022. I risultati sono stati pubblicati recentemente nella Relazione Annuale al Parlamento.

Oggetto di studio sono stati i trend di consumo delle sostanze psicoattive “maggiori” (cocaina, amfetamina, ecstasy, metamfetamina, eroina e cannabis) e l’identificazione sul territorio italiano dell’uso di nuove sostanze psicoattive (NPS).

Le sostanze maggiormente consumate si confermano la cannabis e i suoi derivati, con un consumo medio nazionale di 51 dosi al giorno ogni 1.000 abitanti, seguite da cocaina (circa 11 dosi) ed eroina (circa 3 dosi). Consumi inferiori sono stati rilevati invece per metamfetamina, ecstasy e amfetamina che sono risultati pari o inferiori alle 0,1 dosi al giorno ogni 1.000 abitanti. In generale, è stata osservata una notevole variabilità nei consumi tra le città, ad esempio per la cannabis si sono rilevati consumi maggiori di 100 dosi al giorno per 1.000 abitanti a Nuoro, Bologna, Fidenza, Cagliari, Trento e Trieste e consumi pari a 12 dosi giornaliere ogni 1.000 abitanti a Belluno. Per il consumo di cocaina, si osservano i valori più elevati, maggiori di 20 dosi al giorno ogni 1.000 abitanti, a Pescara, Montichiari, Venezia, Fidenza, Roma, Bologna, Merano, mentre i consumi più bassi, compresi tra 1 e 4 dosi al giorno per 1.000 abitanti, si rilevano a Belluno e Palermo. 

Sono state inoltre rilevate variazioni di consumo nel tempo, in particolare i consumi di cannabis e cocaina sono cresciuti nel 2021 rispetto all’anno precedente, e il consumo di ecstasy è cresciuto nella seconda parte dell’anno 2021 rispetto alla primavera 2021 e al 2020. Queste variazioni sono avvenute probabilmente a causa della ripresa di numerose attività ricreative rispetto al periodo di restrizioni per COVID-19 che ha caratterizzato l’autunno 2020. 

“Il progetto “Acque reflue” ha sviluppato una rete di rilevamento nazionale che ha incluso complessivamente 33 centri urbani equamente distribuiti in 20 regioni italiane”, spiega Sara Castiglioni, capo del laboratorio di Indicatori Epidemiologici Ambientali dell’Istituto di Ricerche Farmacologiche Mario Negri. La misura dei consumi di sostanze stupefacenti nella popolazione italiana è stata effettuata attraverso l’“epidemiologia delle acque reflue”, una metodica che analizza i residui metabolici (i prodotti di scarto umani) delle sostanze stupefacenti nelle acque reflue urbane arrivate ai depuratori, per stimare quali e quante sostanze vengono complessivamente consumate da tutta la popolazione.

“La metodologia delle acque reflue – continua Sara Castiglioni – è stata sviluppata dal nostro Istituto nel 2005 e ha riscosso un grande interesse internazionale sia a livello scientifico sia da parte degli addetti ai lavori; oggi è applicata a cadenza annuale in Europa per valutare i trend di consumo delle sostanze stupefacenti principali. Grazie al Dipartimento Politiche Antidroga siamo stati in grado di applicare questa metodologia, per la prima volta, anche in Italia a livello nazionale dal 2010”.

L’analisi delle acque reflue ha permesso di rilevare anche il consumo di nuove sostanze psicoattive, seppur a livelli molto più contenuti rispetto alle droghe “classiche”. Lo studio ha evidenziato la presenza di catinoni sintetici, stimolanti del sistema nervoso centrale in grado di imitare gli effetti della cocaina, amfetamina o MDMA. Particolare attenzione è stata data ai derivati sintetici del fentanile, farmaco oppiaceo derivato dalla morfina, che per la loro potenza farmacologica risultano particolarmente pericolosi. Nessun fentanile sintetico è stato rilevato nelle acque reflue, dove sono stati misurati solo il fentanil (che ha un utilizzo anche farmacologico) e il suo metabolita norfentanil. Questi dati sembrano indicare che i fentanili sintetici siano utilizzati in Italia in misura probabilmente molto ridotta e in maniera occasionale, diversamente da quanto si è osservato negli Stati Uniti negli ultimi anni.

L’uso della ketamina si riscontra in quasi tutte le città analizzate con carichi medi nazionali attorno a 5 mg al giorno per 1.000 abitanti. Si sono rilevati consumi medi di ketamina al di sopra della media nazionale in alcuni capoluoghi di regione quali Bologna, Cagliari, Firenze, Milano, Torino e Venezia.  Nel periodo di studio è emerso inoltre un aumento del consumo di ketamina in alcune città quali Milano (da 6 a 14 mg al giorno ogni 1.000 abitanti), Bologna (da 12 a 22), e Firenze (da 8 a 18).

L’“epidemiologia delle acque reflue” si conferma come utile approccio complementare ai metodi tradizionali di ricerca epidemiologica basati sugli studi di popolazione per misurare quali e quante sostanze vengono collettivamente utilizzate dalla popolazione, con il vantaggio esclusivo di poter monitorare i consumi “oggettivi” e “in tempo reale” in diverse popolazioni e seguire i profili di consumo nel tempo.

Vaccinazioni pediatriche, Gimbe: nel 2021 in Italia coperture sotto soglia

La pandemia COVID-19 ha determinato, negli anni 2020 e 2021, un ritardo rilevante nell’erogazione di servizi e prestazioni sanitarie, in particolare su interventi chirurgici programmati, screening oncologici, visite specialistiche ed esami diagnostici. Ritardo che le Regioni, nonostante i finanziamenti dedicati e la definizione dei Piani Operativi di Recupero con il Ministero della Salute, non sono ancora riuscite a colmare, come documentato da una recente analisi della Fondazione GIMBE.

“Considerato che sulle vaccinazioni pediatriche non è mai stata condotta nessuna analisi sistematica – dichiara Nino Cartabellotta, Presidente della Fondazione GIMBE – abbiamo realizzato uno studio con l’obiettivo primario di valutare l’impatto della pandemia COVID-19 sulle coperture a 24 mesi delle vaccinazioni obbligatorie e raccomandate”.

Analizzando i dati pubblicati dal Ministero della Salute è stato effettuato un confronto delle coperture vaccinali nel 2020 rispetto al 2019 e nel 2021 rispetto al 2020 al fine di valutare l’impatto della pandemia COVID-19. Le analisi sono state effettuate sui seguenti vaccini:

  • Anti-poliomelite, utilizzato come indicatore rappresentativo per tutti i vaccini contenuti nella formulazione esavalente: anti-poliomielite, anti-difterite, anti-tetano, anti-pertosse, anti-epatite B, anti-haemophilus influenzae B;
  • Anti-morbillo, utilizzato come indicatore rappresentativo per tutti i vaccini contenuti nella formulazione trivalente: anti-morbillo, anti-parotite, anti-rosolia;
  • Anti-varicella;
  • Anti-pneumococco;
  • Anti-rotavirus;
  • Anti-meningococco B.

Non sono state analizzate le coperture relative all’anti-meningococco C e all’anti-meningococco ACWY in quanto la raccolta, trasmissione e reporting dei dati risultano eccessivamente eterogenei tra le Regioni.

Per la fascia d’età considerata (24 mesi) sono stati utilizzati i target raccomandati dal Piano Nazionale di Prevenzione Vaccinale 2017-2019 a partire dal 2019: ≥95% per tutte le vaccinazioni, ad eccezione dell’anti-rotavirus (≥ 75% nel 2019 e ≥ 95% dal 2020).

Confronto delle coperture vaccinali 2020 vs 2019

A livello nazionale nel 2020, rispetto al 2019, si è osservata una riduzione generale delle coperture: anti-meningococco B (-2,68 punti percentuali), anti-morbillo (-1,79 punti percentuali), anti-pneumococco (-1,42 punti percentuali), anti-poliomelite (-0,99 punti percentuali), anti-varicella (-0,22 punti percentuali). In controtendenza, si rileva un netto incremento (+36,65 punti percentuali) per il vaccino anti-rotavirus.

Vaccinazioni obbligatorie. Il vaccino anti-poliomielite mostra una riduzione della percentuale di vaccinati in 14 Regioni, con un decremento superiore a 2 punti percentuali in Abruzzo, Basilicata, Calabria e Liguria. Tra le Regioni in cui si osserva un incremento, la Valle d’Aosta è l’unica a raggiungere un aumento superiore a 2 punti percentuali. La riduzione delle coperture appare più marcata per la vaccinazione anti-morbillo, dove 18 Regioni mostrano un calo rispetto al 2019, con decrementi superiori a 2 punti percentuali in Abruzzo, Calabria, Liguria, Piemonte e Basilicata; registrano un incremento solo Sardegna (+0,31 punti percentuali), Provincia Autonoma di Bolzano (+1,59 punti percentuali) e Valle d’Aosta (+2,39 punti percentuali). Per la vaccinazione anti-varicella le coperture diminuiscono in 11 Regioni con Abruzzo, Lombardia, Molise e Liguria che registrano una riduzione superiore a 2 punti percentuali, mentre aumentano nelle restanti 10 Regioni, con Umbria, Sardegna, Provincia Autonoma di Bolzano, Lazio, Valle d’Aosta e Calabria che mostrano un aumento superiore a due punti percentuali.

Vaccinazioni raccomandate. Tra le vaccinazioni raccomandate, quella anti-pneumococco registra il decremento maggiore con solo 4 Regioni che segnano un aumento delle coperture nel 2020 rispetto al 2019 (Provincia Autonoma di Trento, Sardegna, Valle d’Aosta e Veneto). L’anti-rotavirus registra un incremento delle coperture in tutte le Regioni. L’anti-meningococco B segna un incremento delle coperture per 14 Regioni e una riduzione per 7: Lombardia, Basilicata, Umbria, Piemonte, Toscana, Abruzzo e Molise.

Confronto delle coperture vaccinali 2021 vs 2020

Contrariamente a quanto osservato tra 2019 e 2020, il confronto tra 2020 e 2021 mostra un generale aumento delle coperture a livello nazionale: anti-pneumococco (+0,67 punti percentuali), anti-morbillo (+1,15 punti percentuali), anti-varicella (+1,8 punti percentuali), anti-rotavirus (+7,6 punti percentuali), anti-meningococco B (+13,38 punti percentuali); le coperture per l’anti-poliomielite (-0,02 punti percentuali) rimangono sostanzialmente stabili.

Vaccinazioni obbligatorie. Per il vaccino anti-poliomielite il numero di Regioni con una riduzione delle coperture tra il 2020 e il 2021 scende da 14 (2020 vs 2019) a 10, con una riduzione superiore a 2 punti percentuali in Provincia Autonoma di Bolzano, Sardegna, Sicilia e Valle d’Aosta; la Calabria è l’unica Regione a registrare un aumento di oltre 2 punti percentuali delle coperture tra 2020 e 2021. Per il vaccino anti-morbillo il numero di Regioni che mostrano differenze positive passano da 3 del confronto 2019 vs 2020 a 14 con Abruzzo, Basilicata, Lazio, Molise, Veneto che registrano un incremento pari o superiore a 2 punti percentuali, mentre Provincia Autonoma di Bolzano, Sardegna e Valle d’Aosta fanno segnare un decremento di più di due punti percentuali. Per quanto riguarda la vaccinazione anti-varicella, solo 6 Regioni mostrano una diminuzione delle coperture tra 2020 e 2021 e di queste solo Provincia Autonoma di Bolzano e Valle d’Aosta registrano un decremento maggiore di due punti percentuali. Aumenta anche il numero di Regioni con un incremento delle coperture superiore a 2 punti percentuali: Abruzzo, Basilicata, Campania, Emilia-Romagna, Liguria, Lombardia, Molise, Piemonte e Umbria.

Vaccinazioni raccomandate. Le differenze 2021 vs 2020 delle coperture per le vaccinazioni raccomandate sono molto eterogenee, sia tra vaccini che tra Regioni. La vaccinazione anti-pneumococco, ad esempio, mostra una differenza che va -4,6 punti percentuali della Sardegna a +4,8 punti percentuali del Lazio, con 14 Regioni che registrano un aumento nelle percentuali delle coperture, 3 delle quali superano i 2 punti percentuali (Basilicata, Friuli Venezia Giulia e Lazio). L’eterogeneità appare ancora più marcata per l’anti-rotavirus (le variazioni 2021 vs 2020 passano da -3,99 punti percentuali in Sardegna a +24,26 punti percentuali in Umbria) e l’anti-meningococco B (da -8,41 punti percentuali dell’Umbria a +69,98 punti percentuali della Lombardia).

Coperture vaccinali anno 2021

Nell’anno 2021, a livello nazionale, i target non vengono raggiunti per nessuna vaccinazione, anche se si osserva una riduzione della variabilità nelle coperture: dal 70,4% per il vaccino anti-rotavirus al 94% per il vaccino anti-poliomielite.

Vaccinazioni obbligatorie. Il Lazio raggiunge i target per tutte e tre le vaccinazioni obbligatorie. Toscana, Emilia-Romagna, Lombardia, Umbria e Veneto raggiungono i target previsti per i vaccini anti-poliomielite e anti-morbillo, ma non per il vaccino anti-varicella. Infine, Campania, Friuli Venezia Giulia e Molise raggiungono i target raccomandati solo per il vaccino anti-poliomielite, per il quale la Provincia Autonoma di Bolzano (75,62%) si colloca in ultima posizione.

Vaccinazioni raccomandate. Per l’anti-meningococco B solo la Lombardia supera il target raggiungendo una copertura del 95,61%. Le Regioni che non raggiungono il target mostrano valori che variano dal 49,95% della Provincia Autonoma di Bolzano al 91,84% del Veneto. Per la vaccinazione anti-pneumococcica le coperture variano dal minimo della Provincia Autonoma di Bolzano (71,71%) al massimo di Molise e Umbria (94,51%). Le coperture per l’anti-rotavirus, eccetto che nella Provincia Autonoma di Bolzano (39,68%) e in Valle d’Aosta (40,23%), si collocano sopra il 50% in tutte le Regioni, 11 delle quali superano il 75%: Basilicata, Calabria, Emilia-Romagna, Friuli Venezia Giulia, Lombardia, Molise, Piemonte, Provincia Autonoma di Trento, Puglia, Sardegna e Veneto.

Complessivamente dunque le coperture vaccinali risultavano già insufficienti nel 2019, quando solo 14 Regioni raggiungevano il target per il vaccino esavalente, 9 per il trivalente, 3 per l’anti-pneumococco e nessuna per l’anti-varicella e l’anti-meningococco B. I dati del 2020 mostrano che la pandemia ha avuto un impatto rilevante sulla vaccinazione esavalente e trivalente, rispettivamente con una riduzione da 14 a 9 e da 9 a 3 Regioni che hanno raggiunto i target. Nel 2021, invece, si registra un parziale recupero per il vaccino trivalente, con 6 Regioni che raggiungono il target rispetto alle 3 del 2020. Tuttavia nel 2021 il livello delle coperture vaccinali rimane sotto ai target raccomandati, in particolare per i vaccini di introduzione più recente (anti-rotavirus e anti-meningococco B).

“Se già nel 2019 – conclude Cartabellotta – i programmi di vaccinazione pubblica mostravano difficoltà a raggiugere i target raccomandati a causa dell’esitazione vaccinale, la pandemia COVID-19, con l’inevitabile riorganizzazione dei servizi, il limitato accesso alle strutture sanitarie e la paura del possibile contagio, ha avuto un impatto rilevante sulle coperture vaccinali pediatriche. Tuttavia, l’entità della loro riduzione nel 2020 e il rapido recupero nel 2021 dimostrano che i servizi vaccinali del territorio hanno retto adeguatamente l’emergenza riuscendo a garantire, nella maggior parte delle Regioni, la continuità del servizio”.

Per approfondire

Calandra (FNO TSRM e PSTRP): “Responsabilità e autonomia per valorizzare i professionisti”

Prosegue con questa intervista la rubrica di colloqui con i membri del Tavolo Tecnico per lo studio delle criticità emergenti dall’attuazione del Regolamento dell’assistenza ospedaliera (DM70) e dall’attuazione del Regolamento dell’assistenza territoriale (DM77)

La presenza al Tavolo di Teresa Calandra, Presidente della Federazione nazionale dei tecnici sanitari di radiologia medica e delle professioni sanitarie tecniche, della riabilitazione e della prevenzione (FNO TSRM e PSTRP), equivale alla rappresentanza di ben 18 professioni sanitarie e 61 Ordini provinciali e interprovinciali. L’ente racchiude al proprio interno un mondo numeroso, composito e in fermento: proprio sabato scorso, 29 luglio, il Consiglio nazionale ha dato il via libera al documento di posizionamento sull’evoluzione dei profili professionali. Un tema che abbiamo approfondito con Calandra, oltre a quelli più strettamente legati ai DM 70 e 77.

Cosa si aspetta dei lavori del Tavolo?

L’iniziativa è nuova per numerosità ed eterogeneità di figure presenti nel Tavolo, che coinvolge più attori che di solito agiscono in Tavoli separati: credo che sia un’opportunità unica di confronto su temi che, come sappiamo, concretizzeranno la sanità del futuro, se sapremo individuare le criticità e migliorarle e, laddove possibile, superarle. Sappiamo anche che dobbiamo fare i conti con le risorse, che purtroppo non sono infinite, ma confidiamo che si possa ottimizzare l’esistente. Lavorando insieme, sicuramente qualcosa di buono riusciremo a fare.

Quali sono a vostro parere le principali criticità del DM 70?

Il DM 70 è il più datato. Un primo elemento su cui ho già segnalato che bisognerà intervenire è l’impostazione a compartimenti, che certamente non è coerente con quanto ci aspettiamo rispetto all’integrazione tra l’ospedale e il territorio e tra le professioni interessate. Da questa prospettiva e guardando al DM 77, la struttura del DM 70 appare anacronistica.

Un altro elemento critico è l’accreditamento, perché al momento i criteri sono fissati dalle singole Regioni. Ferma restando la loro autonomia, non si può pensare che si proceda con valutazioni del tutto individuali: alcuni criteri devono essere garantiti per tutti, altrimenti si corre il rischio che in alcune Regioni manchi qualcosa o qualcuno, magari proprio le professioni sanitarie. Serve dare criteri omogenei, per garantire un livello minimo di qualità dell’assistenza; dopodiché, ogni Regione potrà determinare il “di più”.

Ancora, il DM 70 è fortemente condizionato dal documento di Agenas sul metodo per la determinazione dei fabbisogni di personale del Servizio sanitario, che per noi è molto critico perché li valuta e li determina solo per alcune professioni sanitarie e non per tutte le altre. Un esempio: delle nostre 18 professioni, ne mancano 16, rimandando la determinazione dei loro fabbisogni a una fase successiva; e per le prime due si sarebbe dovuto fare di meglio, non limitandosi ad adottare modelli che, forse, sono idonei per altri profili. Si tratta di un primo punto di caduta gravissimo: se non abbiamo la determinazione del fabbisogno, non sappiamo di quanto personale abbiamo bisogno per ognuna delle professioni sanitarie. È anche un controsenso, oltre che una criticità molto seria, perché le Regioni fanno riferimento a quel documento, e questo va sempre a detrimento della qualità dell’offerta sanitaria e delle prestazioni erogate al cittadino.

Adottare un metodo di calcolo che sia la mera applicazione alle altre professioni di quel che è adeguato per una di esse è sbagliato: se per una va bene il riferimento al posto letto e per alcune quello al volume delle prestazioni, per tutte le altre non possono essere solo questi elementi a determinare il fabbisogno. Infatti, relativamente al volume delle prestazioni, bisogna sempre anche tenere conto di alcune variabili di specie come la complessità, il tempo, il tipo di tecnologia, i controlli di qualità e di sicurezza, che per alcune prestazioni e alcune tecnologie sono addirittura giornalieri. Siamo consapevoli del fatto che non può essere adottato un metodo diverso per ogni singola professione, ma si può provare a trovarne uno o pochi, ovviamente basandosi sulle evidenze scientifiche, che siano adattabili a ognuna di esse in forza di una o più variabili di specie delle singole professioni.

Altro tema, sempre riguardo lo stesso documento: l’assistenza domiciliare integrata (Adi). Oggi l’Adi è fondamentale: le Regioni, anche in forza dell’opportunità offerta dalle tecnologie digitali, vi punteranno sempre di più. Allora com’è possibile che il documento faccia riferimento a solo due professioni? Non è verosimile pensare che l’Adi si riferisca alla sola assistenza e riabilitazione – peraltro indicando una sola professione. E tutta la diagnostica? E la protesica? E l’altra riabilitazione, che coinvolge più professioni? Pertanto, noi ci auguriamo che dopo la fase di rilevamento delle cose che non vanno nei DM si passi alla revisione anche del modello di calcolo del fabbisogno, altrimenti non riusciremo a trovare il giusto equilibrio, anche in forza del fatto che questo si lega al DM 77, che individua e definisce il fabbisogno di personale solo per alcune professioni, rimandando a momenti successivi la determinazione del fabbisogno del resto dell’équipe multiprofessionale.

Dovremmo cercare di dare ciò di cui c’è bisogno ottimizzando le risorse con modelli organizzativi nuovi

Noi speriamo tanto che non si ripetano gli stessi errori, perché altrimenti davvero non daremmo al cittadino ciò che sta aspettando da tanto tempo: una risposta completa ai suoi bisogni, grazie alle professionalità che servono, seppur non sempre tutte. Non possiamo più accettare di risolvere il problema solo dopo che è emerso il bisogno, perché se poi non c’è il professionista sanitario idoneo per qualifica e abilitazione, non si riesce a rispondere adeguatamente ai bisogni della popolazione e si favorisce l’esercizio abusivo della professione.

Per questo dovremmo cercare di dare ciò di cui c’è bisogno ottimizzando le risorse con modelli organizzativi nuovi.

E il DM 77?

Al di là della determinazione del fabbisogno, c’è il grande nodo della titolarità e della responsabilità professionale. Quando si parla di responsabilità professionale in tema di telemedicina, c’è un inciso particolarmente anacronistico secondo cui l’idoneità dell’assistito alla fruizione di questo tipo di prestazione è in capo ai soli medici. Questo vuol dire che se una persona oggi avesse bisogno di un servizio di telemedicina, potrebbe avere differenti risposte a parità di condizione. Crediamo che bisognerebbe ricondurre l’eligibilità alle prove di efficacia scientifica, a un sapere codificato, in maniera tale da garantire equità a tutti coloro che davvero ne hanno bisogno, consentendo non solo l’omogeneità di trattamento verso l’assistito, ma anche la giusta garanzia di autonomia e responsabilità di tutte le professioni sanitarie. Non si può continuare a pensare in ottica ancillare delle professioni sanitarie: ognuna di esse ha una titolarità e relativa responsabilità, che proviene da un percorso di studio universitario e da un’abilitazione dello Stato; basandosi su prove di efficacia scientifiche, linee guida e protocolli codificati ognuno potrà determinare chi è eligibile a un servizio o una prestazione di telemedicina e chi no. Noi faremo una proposta in tal senso e confidiamo di raccogliere il sostegno di tutte le altre professioni sanitarie.

È importante che il DM 70 e il DM 77 vengano rivisti guardando a nuovi modelli organizzativi che sfruttano le opportunità offerte dalle tecnologie digitali

C’è ancora un discorso da fare. È importante che il DM 70 e il DM 77 vengano rivisti guardando a nuovi modelli organizzativi che sfruttano le opportunità offerte dalle tecnologie digitali. Dobbiamo guardare alle professioni sanitarie come soggetti parimenti importanti, ognuno con una propria responsabilità e ognuno funzionale a un’attività multi e interprofessionale, perché è questo che il sistema richiede oggi per una presa in carico olistica della persona. Altrimenti continueremo a utilizzare modelli che non fanno bene al sistema e non fanno bene al cittadino.

Al di là del Tavolo sui DM 70 e 77, quali sono in questo momento le difficoltà che i professionisti della FNO TSRM PSTRP si trovano ad affrontare?

Innanzitutto la carenza di organico. Seppur venga lamentata in modo costante solo la carenza di due professioni sanitarie, in generale questa ne affligge tante, forse tutte le professioni. Questo lo affermiamo sulla base di dati certi: basti pensare a quelli relativi alle liste d’attesa, così come emergono dal lavoro fatto da Cittadinanzattiva, che certificano come le prestazioni con i tempi più lunghi sono quelle della diagnostica per immagini. C’è allora da domandarsi come mai? Forse anche perché manca personale tecnico per far lavorare tutte le apparecchiature al massimo delle loro potenzialità temporali?

Il problema interessa anche le Rsa e l’attività sociale; noi abbiamo tante professioni che si occupano del socio-sanitario: per citarne alcune, Terapisti occupazionali, Educatori professionali, Tecnici della riabilitazione psichiatrica, Terapisti della neuro e psicomotricità dell’età evolutiva, e anche lì c’è una carenza enorme che però emerge solo dal bisogno del cittadino. Poi c’è tutta la parte della prevenzione: tra le nostre professioni ci sono gli Assistenti sanitari e i Tecnici della prevenzione negli ambienti e nei luoghi di lavoro e sappiamo quanta necessità ci sia di queste professioni.

Pertanto, la carenza di organico è un tema a cui stiamo cercando di dare evidenza, perché paradossalmente si rischia di aumentare il numero di posti, anche nel fabbisogno formativo, di alcune professioni, dimenticandosi di altre che invece in questo momento sono necessarie e lo saranno nei prossimi anni, tenuto conto che per fortuna la nostra popolazione invecchia sempre di più e, quindi, sempre di più avremo bisogno di prestazioni di diagnostica, di riabilitazione e che riguardano il sociale.

Un altro tema che si lega fortemente alla carenza di organico è il salario non adeguato. Seppur come Federazione nazionale non vogliamo entrare nel merito perché compete ad altri soggetti, siamo consapevoli del fatto che il salario dei professionisti sanitari, rispetto ad esempio al resto d’Europa, è decisamente più basso e questo genera disinteresse verso le nostre professioni. Siamo coscienti che se non si interviene anche sull’aspetto economico, difficilmente si riuscirà a generare interesse per le nostre professioni. Crediamo che, da una parte, il riconoscimento pieno della titolarità, dell’autonomia e della responsabilità e, dall’altra, il salario siano i due elementi che potrebbero valorizzare le professioni sanitarie come è giusto e, purtroppo, ciò non avviene ancora in nessuna delle due dimensioni.

In ultimo, c’è il tema della violenza sugli operatori sanitari, una questione assai delicata, poiché la violenza nella maggior parte dei casi è dovuta all’organizzazione, sia sociale che lavorativa. La persona arriva nelle strutture sanitarie, dove si trova di fronte a un’organizzazione che non è adeguata per rispondere in modo appropriato (non necessariamente, il più rapido) al suo bisogno e alla fine diventa aggressiva nei confronti dei sanitari, vittime a loro volta di questi modelli organizzativi. Di conseguenza, misure come l’inasprimento della pena, che in linea generale vanno anche bene, non possono essere pensate come la soluzione: bisogna prevenire questi eventi, cosa che si può fare intanto studiando perché accadono e poi applicando dei correttivi che li prevengano, anziché punire, perché, pur censurando ogni forma di violenza, spesso l’operatore sanitario è una vittima tanto quanto la persona assistita.

Per quanto riguarda le vostre professioni, su cosa vi siete concentrati in questo periodo post-pandemico?

Dopo due anni di lavoro complesso e impegnativo, che ha visto coinvolti i delegati del Comitato centrale, le Commissioni di albo nazionali con i loro rappresentati ed esperti, nonché un nutrito numero di consulenti federativi, abbiamo prodotto il documento di posizionamento che costituisce una pietra miliare della nostra Istituzione, poiché contiene gli elementi essenziali sui quali fondare il processo di evoluzione dei profili professionali delle nostre professioni sanitarie.

Confidiamo che sia un’utile base, condivisa dalla nostra pluralità professionale, su cui avviare ogni interlocuzione sul tema.