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Gentilezza digitale: quando l’educazione approda in Rete

“Gentilezza Digitale” è un progetto portato avanti da Fondazione Carolina, Crédit Agricole Italia e CASCO (Centro per gli Apprendimenti e lo sviluppo di Competenze), tre realtà diverse, che hanno deciso di unire le forze e mettere in campo un impegno concreto contro la violenza online.

L’iniziativa al momento è un progetto pilota e si rivolge agli istituti secondari di II grado di Parma, Milano e Lucca con percorsi educativi mirati. È però un progetto ambizioso che intende raccogliere una sfida educativa per il benessere delle nuove generazioni nell’ambito del digitale e che vuole arrivare in tutta Italia.

Cyberbullismo: alcuni dati

Il cyberbullismo è un fenomeno in crescita, grazie all’uso sempre più ampio dei mezzi di comunicazione online da parte di preadolescenti e adolescenti. La facilità con cui i giovani accedono a pc, smartphone o tablet consente al “cyberbullo” di commettere atti di violenza fisica e/o psicologica, anche in anonimato, attraverso i social network e la diffusione di materiale denigratorio (testi, foto e immagini) o la creazione di gruppi che si scagliano contro la vittima.

Si tratta di un uso errato della rete, senza il controllo dei genitori, con cui i ragazzi si scambiano contenuti violenti, denigratori, discriminatori, rivolti a coetanei considerati diversi per aspetto fisico, abbigliamento, orientamento sessuale, classe sociale o perché stranieri.

Già a 11 anni risultano vittime di cyberbullismo il 17,2% dei maschi e il 21,1% delle femmine

Già a 11 anni risultano vittime di cyberbullismo il 17,2% dei maschi e il 21,1% delle femmine; i 13enni coinvolti sono il 12,9% dei ragazzi e il 18,4% delle ragazze; gli adolescenti di 15 anni sono il 9,2% dei maschi e l’11,4% delle femmine.

È quanto emerge dai dati della rilevazione 2022 del Sistema di Sorveglianza HBSC Italia, promosso dal Ministero della Salute e dal CCM – Centro per il Controllo e la prevenzione delle Malattie del Ministero della Salute, coordinato dall’Istituto Superiore di Sanità insieme alle Università di Torino, Padova e Siena e svolto in collaborazione con il Ministero dell’Istruzione e del Merito, le Regioni e le Aziende Sanitarie Locali.

Bullismo e cyberbullismo rappresentano un serio problema di salute pubblica, come dimostrano sempre più studi, e hanno un impatto reale e negativo sulla salute, ma non solo.

Diversi studi indicano, infatti, anche un’associazione tra essere vittima di atti di “bullismo” e abbandono scolastico.

I problemi di salute più ricorrenti invece includono disturbi d’ansia e dell’umore, ideazione suicidaria, autolesionismo, disturbi da deficit di attenzione e disturbo oppositivo-provocatorio e sono spesso associati a un maggior rischio di incorrere in abuso e dipendenza da alcol e/o sostanze psicoattive.

Le parole fanno più male delle botte

Gentilezza Digitale vuole dare ai ragazzi strumenti concreti per affrontare e prevenire atteggiamenti di prevaricazione nati dall’uso improprio di web, social network e App di messaggistica

Andando controcorrente, “Gentilezza Digitale” vuole dare ai ragazzi strumenti concreti per affrontare e prevenire atteggiamenti di prevaricazione che nascono da un uso improprio o poco consapevole del web, dei social network e delle App di messaggistica. L’obiettivo è contrastare la diffusione, sempre più dilagante, di fenomeni allarmanti come hate speech, grooming, dissing, sexting e bodyshaming. E lo si fa attraverso laboratori e attività di formazione dedicate, per creare una nuova cultura basata sull’ascolto e il dialogo con i teenager, che ormai “abitano” la Rete allo stesso modo con cui frequentano la scuola, le palestre e i contesti sociali e familiari.

L’iniziativa, che ha preso il via a gennaio 2023, ha visto il coinvolgimento di 24 classi e circa 540 ragazzi.

All’interno del progetto è stato stilato un decalogo che aiuti i ragazzi a portare con sé uno strumento utile per vivere più serenamente l’estate e per imparare nuove regole per vivere la Rete.

Lo zaino dei valori da portarsi dietro per la gentilezza digitale prevede:

1. Il boccaglio del rispetto. Ricordati di pensare! Prima di spiegare le tue ragioni, lascia che gli altri possano esprimere se stessi e le proprie idee. Una regola d’oro che vale nella vita di tutti i giorni, ma anche per le chat e i social network.

2. Il moschettone della prudenza. Anche se la salita non ti spaventa, assicurati alla parete per avere sempre una rete sulla quale contare. Se hai un problema online, parlane con un adulto di fiducia. Camminare da soli può sembrare più facile, ma insieme si fa più strada.

3. La corda della solidarietà. In barca o in cordata ognuno ha un compito. Il benessere dei singoli determina la forza del gruppo. Se il canale di un tuo compagno, o una tua amica, è oggetto di insulti o di commenti offensivi, non voltarti dall’altra parte. La prossima volta potresti essere tu ad aver bisogno di aiuto.

4. La muta dell’empatia. Quando non sai come comportarti con qualcuno, ascolta sempre il tuo cuore e rivolgi una domanda a te stesso: «E se capitasse a me?». Mettersi nei panni dell’altro è il modo più efficace per comprendere la bontà delle nostre azioni, anche nell’ambiente digitale.

5. La bussola della positività. Se hai un dubbio su quale direzione prendere, ricorda che la strada più facile non è sempre quella giusta. I pericoli della Rete non vanno ignorati, per poterli superare bisogna prima riconoscerli.

6. Il telo della leggerezza. Quando sei in vacanza, stenditi bene sull’erba o sulla sabbia e goditi il relax. Le notifiche possono aspettare.

7. Le lenti dell’armonia. Che vacanza è senza l’album dei ricordi? Immortalare il racconto di un viaggio o l’avventura di un’escursione è un piacere, non un dovere. Assicurati di goderti pienamente ciò che ti sta attorno, prima di condividere sui social.

8. La torcia della curiosità. Le avventure più autentiche sono quelle in tre dimensioni. Quelle che scorrono sugli schermi degli smartphone si possono vivere ovunque. Fatti rapire dalla bellezza della natura, e condividila poi con i tuoi amici!

9. La borraccia della vitalità. Oziare sotto l’ombrellone o all’ombra di un abete è un piacere, non una condanna. L’estate è la stagione dello sport, dei giochi all’aria aperta, delle corse e delle nuotate.

10. L’ombrello della riservatezza. Durante le vacanze estive vorremmo ci fosse sempre il sole, ma talvolta arrivano temporali improvvisi. Proteggi la tua riservatezza e quella dei tuoi amici. Prima di condividere un video o una foto, pensaci bene. Su internet è per sempre!

Abbiamo parlato di “Gentilezza Digitale” con gli ideatori del progetto: Ivano Zoppi, Segretario Generale della Fondazione Carolina, Alessandro Catellani, Co-founder e Community & general manager di CASCO e Stefania Sessi, Responsabile del Servizio Responsabilità Sociale di Crédit Agricole Italia.

Come nasce il progetto “Gentilezza Digitale”?

Nasce dall’esigenza di dare alla dimensione del digitale qualcosa che non andasse sempre solo e soltanto nella direzione del brutto e cattivo – risponde Ivano Zoppi – ma provare a convogliare i ragazzi sul tema della gentilezza. Si può essere gentili anche in Rete, tornare forse a essere gentili sul web, perché siamo convinti che l’esperienza della Rete deve essere promossa come esperienza positiva, aggregante. Ma poiché ormai è da considerare come un vero e proprio ambiente, ci vogliono delle regole da rispettare che fanno parte dello stile della gentilezza.

Perché si è sentita l’esigenza di stilare un decalogo di comportamenti da adottare nel web? La situazione è così negativa?

In Rete, lo vediamo quotidianamente, le situazioni di vessazione, di mancanza di gentilezza e di diseducazione sono sempre più frequenti. Da qui l’idea di raccontare – prosegue Zoppi – soprattutto in estate, dove ci si dimentica più facilmente delle regole e si usano molto di più i device per dire dove siamo o condividere le esperienze, qualcosa da considerare simpaticamente, alcuni consigli sugli atteggiamenti da tenere. Quando si va in vacanza, si prepara la valigia e dunque perché non metterci anche questi strumenti che riteniamo fondamentali per relazionarsi con gentilezza e senza violenza? Ne dico uno soltanto: l’empatia. Diciamo spesso ai ragazzi quando affrontano la Rete “se capitasse a te, come ti sentiresti?”. Da quel momento si può capire che si può agire comportandosi in un altro modo.

Insultare qualcuno in Rete troppo spesso diventa una quotidianità frequente e “normale”

Del resto i dati sul cyberbullismo sono sempre in aumento purtroppo, proprio perché c’è una mancanza di consapevolezza nell’atteggiamento che si ha in Rete e una normalizzazione di comportamento, cioè insultare qualcuno in Rete, troppo spesso diventa una quotidianità frequente e “normale”.

Ma i genitori hanno una qualche responsabilità?

I genitori hanno una grandissima responsabilità – prosegue Zoppi. Primo perché mettono in mano questi strumenti ai bimbi in tenera età; secondo perché troppo spesso danno il cattivo esempio e terzo perché lasciano questi ragazzi completamente da soli davanti allo schermo. Quindi, c’è una triplice responsabilità dei genitori che ci spaventa. Non solo, ma sono genitori troppo assenti nella vita dei ragazzi. Occorre puntare sul coinvolgimento e sulla responsabilizzazione della comunità educante (in particolare in genitori) attraverso percorsi di formazione. Lasceremmo mai i nostri figli da soli, di notte, in mezzo a un bosco? Credo di no. E allora, mi chiedo, perché lo permettiamo in Rete?

Occorre puntare sul coinvolgimento e sulla responsabilizzazione della comunità educante (in particolare in genitori) attraverso percorsi di formazione

Come nasce la collaborazione con CASCO e Crédit Agricole Italia e in che modo contribuiscono al progetto?

Riprende Zoppi: CASCO è un ente di formazione che fa un lavoro molto bello e abbiamo collaborato spesso insieme e per questo progetto ci è sembrato il partner ideale. Loro fanno formazione e progetti di formazione nelle scuole. Mentre per Crédit Agricole, oltre al discorso economico, c’è stata una collaborazione anche sul fronte comunicativo e dei contenuti. Il progetto ha visto un lavoro di condivisione importante. Credo che l’impegno delle aziende, che siano banche o altro, inizi a essere orientato anche al benessere digitale. Ci si rende sempre più conto che questo tema è prioritario, non soltanto accessorio, e l’impegno delle aziende con cui lavoriamo va in quella direzione.

Interviene Stefania Sessi di Crédit Agricole Italia: Questo progetto si inserisce all’interno del nostro programma FReD, un percorso internazionale che nasce con l’obiettivo di accompagnare e rafforzare i valori della Responsabilità Sociale del Gruppo, rappresentati da 3 pilastri: Fiducia (il rispetto del cliente), Rispetto (il rispetto delle persone e della comunità) e Demetra (il rispetto e tutela dell’ambiente). In particolare, “Gentilezza Digitale” si inserisce nel primo di questi tre pilastri, dove il focus riservato alle tematiche di “Data Protection” ha l’obiettivo di lanciare diverse attività riguardanti il tema della sicurezza digitale. Grazie a questa iniziativa, proseguiamo inoltre nel nostro percorso d’attenzione e sostegno ai territori e alle nuove generazioni, attraverso attività di formazione e laboratori condotti da esperti – rivolti anche a docenti e famigliari – che si avvalgono di tecniche di insegnamento all’avanguardia e strumenti innovativi. La nostra ambizione è di accompagnare le nuove generazioni nel loro percorso di crescita, aiutandole a sviluppare una solida coscienza critica, per declinare i valori del rispetto e dell’empatia anche nel mondo online e contrastare i fenomeni allarmanti del cyberbullismo.

Siamo tre partner – sottolinea Catellani di CASCO. Noi in particolare lavoriamo da tanti anni con le scuole e con i docenti, con competenze nell’ambito psicopedagogico per le attività socio-affettive nell’ambito anche dei conflitti e del cyberbullismo. È quindi un co-progetto che prevede degli interventi di tipo pedagogico-educativo all’interno delle classi di secondo grado, dislocate in tre territori differenti, Parma, Lucca e Milano. Noi ci occupiamo dei laboratori espressivo-creativi, ossia i ragazzi interessati a proseguire il laboratorio in orario extrascolastico diventano dei piccoli tutor per i loro coetanei sul tema della gentilezza digitale soprattutto attraverso lo strumento del visual storytelling.

Ogni scuola ha realizzato una propria clip-spot di comunicazione sociale in cui ha trattato il tema con due sguardi diversi

Infatti, ogni scuola ha realizzato una propria clip-spot di comunicazione sociale in cui ha trattato il tema con due sguardi diversi: chi è partito dalla problematica, per cui lo spot indicava nel cyberbullismo un comportamento negativo, da evitare. Chi, invece, spiegava cos’è la gentilezza digitale e qual è il vantaggio di essere gentili in Rete. Poi c’è stato un evento finale che ha rappresentato un momento di riflessione, scambi e confronti, mettendo al centro sia i ragazzi che gli educatori. In una fase successiva sarà prevista anche la presenza dei genitori e si chiuderà il progetto.

Ciò di cui ci siamo occupati nello specifico, pertanto, sono i laboratori esperienziali che partono da due concetti base: un oggetto catalizzatore (o una tecnologia o un linguaggio, ad esempio una stampante 3D o il podcasting) e un “apprendo facendo”, realizzando cioè un prodotto coerente con il tema dato. Con il tema della gentilezza digitale i ragazzi si sono aperti alla tematica, hanno acquisito delle competenze tecniche e hanno lavorato insieme.

Al momento è una sperimentazione, un progetto pilota, ma l’idea è di “esportarlo” a livello nazionale.

Per la futura sanità territoriale è fondamentale la formazione dei medici

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Il DL Enti Pubblici proroga fino al 31 dicembre 2026 la facoltà delle singole regioni o province autonome di elevare, portandolo fino a 1.000 (invece che fino a 850), il numero massimo di assistiti in carico presso i medici di medicina generale aventi anche nell’ambito del ruolo unico dell’assistenza primaria un incarico ad attività oraria di 24 ore settimanali.

“La sanità territoriale è all’ennesimo banco di prova”. A dirlo è Manuela Petino, Coordinatrice del Dipartimento di Medicina Generale del Segretariato Italiano Giovani Medici (S.I.G.M.). “Lo ripetiamo da tempo, eppure il cambiamento è a più di un passo dall’essere attuato, nonostante una parte cospicua delle risorse del PNRR sia dedicata allo sviluppo della rete dei servizi territoriali”.

In base a quanto definito dalla Missione 6 Salute del Piano, le Case di Comunità e gli Ospedali di Comunità costituiscono il luogo di cura deputato a fornire l’assistenza sanitaria di prossimità in virtù di un approccio multidisciplinare che includa anche interventi di carattere sociale e di integrazione sociosanitaria. L’auspicio è che non rappresentino un modello meramente strutturale ma che siano realmente in grado di dare risposta ai rinnovati e crescenti bisogni di salute della popolazione nel contesto di un servizio sanitario gravato dalla sempre maggiore prevalenza delle patologie croniche e delle multi-morbilità, dalla carenza di personale, dalla scarsa integrazione tra ospedale e territorio e dal conseguente sovraccarico dei Pronto Soccorso.

La sfida che le Cure Primarie devono affrontare ormai da tempo è quella di fornire risposte adeguate a bisogni di salute sempre più complessi, che richiedono una presa in carico globale dei pazienti cronici e fragili attraverso il passaggio da un modello ‘ospedalocentrico’ ad un modello assistenziale proattivo e interdisciplinare che abbia quale fulcro le cure primarie e quale regista il medico di medicina generale.

Il progetto delle Case di Comunità presuppone, pertanto, una riforma in toto dell’assistenza sanitaria territoriale, a partire dalla formazione dei medici di medicina generale.

Per formare un medico di famiglia servono almeno dieci anni ed un percorso formativo all’altezza

Per formare un medico di famiglia servono almeno dieci anni ed un percorso formativo all’altezza, incentrato su un core curriculum omogeneo sul territorio nazionale che tenga conto delle competenze specifiche necessarie, incluse le competenze nel campo della digitalizzazione, altro pilastro centrale all’interno del Piano di riforma.

È sempre più un problema anche di numeri. Strettamente connesso alla realizzazione delle Case di Comunità e all’applicazione ed implementazione dei nuovi modelli sul territorio è il nodo del personale. Quali investimenti sulle figure che saranno impiegate all’interno di queste strutture?

I medici di famiglia stanno diminuendo in modo preoccupante. L’allarme è ormai chiaro, da tutte le Regioni, e i dati sono fortemente significativi a riguardo. Ne mancano quasi 2900 ed entro il 2025 ne perderemo oltre 3400. Ondata pensionistica, ricambio generazionale disomogeneo e altalenante, scarsa attrattività per la professione, mancata programmazione, crescente complessità dei fabbisogni di salute e della gestione del lavoro.

Le criticità, evidenti ormai da anni, sono emerse drammaticamente durante la pandemia scoperchiando da un lato le falle dell’assistenza territoriale e dall’altro la necessità di un piano di riforma non più procrastinabile. Il PNRR, e con esso il DM 77/2022 (Regolamento recante la definizione di modelli e standard per lo sviluppo dell’assistenza territoriale nel Servizio sanitario nazionale), chiede che le Istituzioni agiscano concretamente in questa direzione.

L’Italia è uno dei pochi Paesi in Europa a non avere un percorso di tipo accademico in medicina generale

Da anni come rappresentanti dei giovani medici sosteniamo che tra gli obiettivi da raggiungere vi sia il rinnovamento, in primo luogo culturale e scientifico, e quindi organizzativo e strutturale, della medicina generale, rimasta ancorata ad un modello formativo anacronistico, non universitario, frammentato in corsi regionali estremamente disomogenei e poco professionalizzanti”, afferma Petino. Si tratta, peraltro, di un caso isolato, dal momento che l’Italia è uno dei pochi Paesi in Europa a non avere un percorso di tipo accademico in medicina generale.

È necessaria una medicina territoriale in grado di rispondere ai bisogni del paziente, centrando la propria pratica quotidiana sulla promozione della Salute e sulla medicina di prossimità, vicina ai pazienti e alla loro realtà, anche familiare e sociale.

È fondamentale che il ricambio generazionale in atto diventi un’opportunità per superare vecchie logiche e costruirne di nuove, attraverso un dialogo costante tra i professionisti della salute e tra di essi e le Istituzioni, su un piano che sia culturalmente e deontologicamente più alto della banale contrattazione sindacale.

Ancora, è necessaria una medicina territoriale non chiusa in sé stessa, deburocratizzando la gestione dell’ambulatorio e recuperando competenze cliniche di alto spessore. Perché capacità di analisi, sintesi e ricerca sono essenziali per un medico che lavorerà a contatto con l’estrema eterogeneità del territorio, che richiede una formazione adeguata sin dal percorso universitario, nel quale invece, attualmente, l’insegnamento della medicina generale e delle cure primarie è spesso relegato a brevi moduli all’interno di altri settori disciplinari o addirittura assente.

Conclude Petino: “Come possiamo pensare di credere ancora in un Sistema Sanitario Pubblico, universalistico ed accessibile a tutti, se non a partire dalla medicina territoriale? Gli scenari epidemiologici e sociosanitari stanno cambiando: il numero di persone anziane affette da patologie croniche è sempre più alto, i nuclei familiari si snelliscono, spesso gli anziani vivono da soli, in RSA o muoiono in ospedale. Il tradizionale approccio si è rivelato fallace”.

Psichedelici, un trip lungo 80 anni

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“Era dal 2017 che non organizzavamo una conferenza nostra e avevamo come obiettivo un pubblico di 10.000 persone. Ci sembrava un numero enorme. Quando abbiamo superato le 12.000 registrazioni, siamo stati sorpresi positivamente prima di tutto noi”. Federico Menapace è Deputy Director di Maps Usa (Multidisciplinary Association for Psychedelic Studies), un’organizzazione no-profit nata negli Stati Uniti nel 1986 per supportare la ricerca sulla scienza psichedelica e aiutare a creare contesti in cui queste sostanze possano portare benefici riducendo i potenziali danni.

Con psichedelici si intendono sostanze in grado di alterare lo stato di coscienza in maniera temporanea (i cosiddetti “trip”)

A luglio Maps ha organizzato Psychedelic Science 2023, un evento da oltre 300 speaker che si è tenuto a Denver e che ha visto alternarsi sul palco scienziati, attivisti, autori e ricercatori. “Si è fatto il punto sulla ricerca scientifica, ma si è anche parlato della riforma delle politiche della droga – racconta Menapace – E poi c’è stata una discussione molto vivace dal punto di vista culturale, oltre al confronto sugli usi indigeni di queste sostanze”.

Con psichedelici si intendono sostanze in grado di alterare lo stato di coscienza in maniera temporanea (i cosiddetti “trip”). Lsd, Mdma, mescalina o psilocibina (la sostanza presente nei funghi allucinogeni) ne sono alcuni esempi.

Luci e ombre

Esattamente 80 anni fa il chimico svizzero Albert Hofmann scoprì casualmente l’Lsd studiando un fungo parassita delle graminacee nella speranza di ricavarne un farmaco che stimolasse le funzioni cardiorespiratorie.
Hofmann si accorse delle potenzialità della molecola a causa di un’assunzione involontaria che lo portò a vivere un’esperienza allucinatoria.

Negli anni successivi fiorì la ricerca sulle sostanze psichedeliche, anche se non sempre effettuata in modo rigoroso. Inoltre, l’entusiasmo nei loro confronti fece sì che si diffondesse anche un uso fuori dai contesti terapeutici e sperimentali, con conseguenze non sempre positive. È noto che l’assunzione incontrollata di queste sostanze può portare a un crollo psicotico che può provocare danni permanenti in persone con certe predisposizioni psichiche.

Syd Barrett, co-fondatore dei Pink Floyd, per esempio, è uno dei primi casi documentati di disturbo persistente della percezione da allucinogeni, una condizione nella quale gli effetti visivi tipici delle fasi di alterazione della coscienza legati all’assunzione dell’Lsd non si esauriscono in poche ore ma permangono a volte per anni.

Per contro, è dimostrato che queste sostanze possono servire per combattere dipendenze e alcuni problemi di salute mentale se inserite in un percorso di psicoterapia. La loro assunzione da parte di persone senza alcuna preparazione e senza un accompagnamento professionale ha contribuito al proibizionismo iniziato negli anni Sessanta.
Negli Stati Uniti erano gli anni della contestazione alla guerra in Vietnam, della Summer of Love e del movimento hippie, i cui membri erano grandi consumatori di questo genere di sostanze.

Gli psichedelici non sono per tutti e sono ancora in fase di studio, per cui hanno dei rischi, come molte altre sostanze

La Convenzione sulle sostanze psicotrope del 1971 include gli psichedelici tra le sostanze disponibili solo a scopo di ricerca. Nel 1985 la Drug Enforcement Administration (Dea) americana ha reso illegale l’Mdma (conosciuta anche come ecstasy). Proprio in risposta a questa scelta l’anno successivo Rick Doblin ha fondato Maps negli Stati Uniti.  

“È importante ricordare che gli psichedelici non sono per tutti e che queste sostanze sono ancora in fase di studio, per cui hanno dei rischi, come molte altre – ricorda Menapace – Tuttavia, ritengo che bloccare completamente per 40-50 anni alcuni trattamenti che hanno il potenziale di aiutare persone che soffrono molto sia stato un danno incalcolabile”.

Oggi, per esempio, ci sono studi che mostrano miglioramenti significativi legati alla somministrazione dell’Mdma in persone che soffrono del disturbo da stress postraumatico, una patologia che colpisce i veterani di guerra, ma anche le vittime di violenza e in generale chi ha vissuto un forte trauma.

Esistono poi studi che mostrano come gli psichedelici aiutino i malati terminali ad accettare la morte, oppure come possano combattere le dipendenze ed essere utilizzati per la depressione che non risponde ad altre terapie. Restano tuttavia da chiarire gli effetti a lungo termine di queste sostanze.

La ricerca scientifica

Dal punto di vista della ricerca scientifica, il punto di svolta è stato il 2016, quando il gruppo dell’Imperial College di Londra ha capito, grazie alla risonanza magnetica, come l’Lsd agisce sul cervello e perché ha proprietà terapeutiche. Queste sostanze si legherebbero infatti ai recettori della serotonina inibendo la selezione degli stimoli e creando una sorta di caos che sarebbe responsabile dell’alterata percezione sensoriale. Una seconda fase, quella che sembra essere efficace dal punto di vista terapeutico, è quella in grado di spezzare i circoli viziosi legati a traumi o dipendenze: qui il cervello stabilisce nuove connessioni elaborando in modo diverso rispetto a quanto fatto fino ad allora gli stimoli che riceve.

Tuttavia, gli studi sull’uomo per quanto riguarda l’Lsd e la psilocibina non sono a uno stadio molto avanzato. Tra i motivi, anche il fatto che l’aspetto allucinatorio di queste sostanze rende impossibile la sperimentazione in cieco o doppio cieco.
Vanno meglio l’Mdma per il trattamento del disturbo da stress post traumatico e la ketamina per la depressione (due sostanze non considerate propriamente psichedeliche).

“In autunno Maps dovrebbe depositare all’Fda un pacchetto di evidenze per chiedere l’approvazione della terapia assistita con l’Mdma per il trattamento del disturbo da stress post traumatico. L’obiettivo è farla diventare una medicina legale e prescrivibile”, afferma Menapace. L’organizzazione ha infatti finanziato, grazie a donazioni private, uno studio di fase 3 proprio su questo. La risposta da parte dell’ente regolatorio americato è attesa per la prima parte del 2024.

Dal 2014, poi, esiste una società controllata, Maps Pbc (Public Benefit Corporation), azienda profit con capitale sociale posseduto interamente da Maps e fondata per poter commercializzare le sostanze. “Se otterremo l’approvazione, la nostra no-profit dovrebbe riuscire ad avere degli introiti provenienti dalla vendita dell’Mdma, che potranno essere utilizzati per continuare su larga scala la nostra missione”.

La normativa

L’Oregon è stato il primo Stato negli Usa a legalizzare l’uso negli adulti della psilocibina, che dal 1° gennaio 2023 è dunque legale a determinate condizioni. La sostanza, a differenza della cannabis, non è venduta nei negozi, ma erogata in centri dotati di apposita licenza. Il secondo Stato nel quale è avvenuta una cosa analoga è il Colorado (la legge sarà effettiva dal 2024). Inoltre, una dozzina di città hanno depenalizzato l’uso e il possesso di funghi allucinogeni.

L’Oregon è stato il primo Stato negli Usa a legalizzare la psilocibina negli adulti, seguito dal Colorado. Da luglio 2023 in Australia si può prescrivere Mdma e psilocibina

Il primo Paese al mondo a rendere legali Mdma e psilocibina a scopo terapeutico è stata l’Australia: da luglio 2023 le due sostanze possono essere prescritte rispettivamente per il disturbo da stress postraumatico e per la depressione resistente ad altre terapie.

In Italia la coltivazione di funghi allucinogeni è reato e tutti gli psichedelici sono classificati nella tabella 1 delle sostanze stupefacenti e psicotrope. Tuttavia, la legge permette, nel caso di cure compassionevoli, di utilizzare nei malati terminali terapie non ancora approvate. Nel mondo anglosassone si parla a questo proposito di right to try, il diritto a tentare il tutto e per tutto in presenza di una situazione disperata.

In questo caso, anche in assenza di un protocollo, è possibile somministrare una sostanza non approvata, purché si senta il parere del Comitato etico della struttura, ci sia un consenso informato e un medico si assuma la responsabilità della prescrizione. Infine, la terapia deve essere accreditata da dati scientifici, anche internazionali.

In Italia la legge sulle cure compassionevoli permette di somministrare sostanze non approvate a persone in fin di vita

“Questo è uno spiraglio in cui ci si potrebbe inserire per sperimentare alcune sostanze psichedeliche – afferma Menapace – Noi da molti anni supportiamo delle no-profit in giro per il mondo che hanno missioni paragonabili a Maps, permettendo loro di utilizzare il nostro nome e logo. Si tratta di organizzazioni indipendenti, ma con questi strumenti hanno più peso nelle discussioni istituzionali o durante le raccolte fondi”.

E dopo Canada, Israele e Germania, potrebbe essere il turno dell’Italia: “C’è un gruppo di volontari molto intraprendenti con cui ci stiamo interfacciando da oltre un anno e mezzo – rende noto Menapace – Maps Italy potrebbe diventare una realtà già a partire dall’autunno”.

Intelligenza artificiale conversazionale: l’Asp di Messina lancia l’assistente virtuale DINA

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Un dispositivo che a breve potrà essere utilizzato da ogni cittadino ed è unico in tutto il sud Italia poiché dotato di un’intelligenza artificiale conversazionale particolarmente avanzata, capace di rendere più solleciti e gradevoli i rapporti tra gli utenti e l’Azienda sanitaria provinciale di Messina. Si tratta dell’assistente virtuale DINA (Digital Interface Network Assistant), in fase di completamento, “che nasce dall’esigenza di dare risposte immediate, corrette e veloci su alcuni servizi, puntando su un’intelligenza artificiale di eccellenza che si adatta alle esigenze degli utenti. Si può pensare come un “cervello” che alimenta un chatbot in grado di comprendere le intenzioni dell’utente, decifrare il linguaggio e il contesto, per poi rispondere in modo più utile”. Parole del commissario dell’Asp di Messina, Bernardo Alagna, che tiene subito a precisare: “C’è stato molto lavoro preparatorio e ce ne sarà molto altro per migliorare sempre l’agente virtuale. Il tutto in sinergia tra l’azienda sanitaria e le imprese che si occupano di servizi avanzati di IA”.

DINA può interagire sia vocalmente sia via chat, usando l’app sullo smartphone o sul sito web aziendale

Addestrata per simulare un tipo di dialogo del tutto simile a quello tra umani, ponendo così a proprio agio i cittadini, orientandoli, assistendoli ed informandoli in merito a tutti i servizi dell’Azienda, DINA – che sarà al servizio della popolazione, 24 ore su 24, per prenotare prestazioni sanitarie, pagare il ticket, ricevere informazioni (ad esempio, gli utenti potranno essere “guidati” non solo da casa propria al parcheggio della struttura, ma anche all’interno fino alla porta dell’ambulatorio per la visita) – riesce ad adattare le risposte allo stato d’animo di chi ha di fronte. Riprende Alagna: “Un navigatore semplice e intuitivo darà al paziente tutte le indicazioni necessarie in real time. Si potrà inoltre, tra i vari servizi, richiedere informazioni sulle nostre visite programmate e aggiornate sulla struttura, ottenere un numero identificativo per l’accettazione che potrà così funzionare per la gestione delle code”. DINA può interagire sia vocalmente sia via chat, usando l’app sullo smartphone o sul sito web aziendale, ed ha una caratteristica unica: programmare le strategie future sulla base delle richieste, presenti e passate, dei cittadini”.

Chatbot e sistemi di AI conversazionale a servizio della sanità

In particolare, il commissario dell’Asp di Messina afferma che “l’intelligenza artificiale conversazionale utilizza l’apprendimento automatico (machine learning) e sofisticati algoritmi per riconoscere gli input vocali e testuali, elaborare grandi quantità di dati e riprodurre il linguaggio naturale”. Però, “a differenza della maggior parte dei chatbot presenti sul mercato, DINA supporta un’interazione di tipo user- iniziative, cioè la conversazione non viene guidata dalla macchina (con “step” tipo wizard), ma cambia in base alle richieste degli utenti. I flussi conversazionali non sono fissi, ma si modificano a seconda delle informazioni fornite dagli utenti durante l’interazione, per raggiungere lo scopo richiesto”, incalza Alagna. Di fatto, se DINA non comprende bene una richiesta, non si limita a chiedere di formularla in maniera più semplice bensì cerca di disambiguare soltanto l’informazione dubbia o mancante.

Fornire assistenza ai cittadini tramite interfacce conversazionali può ridurre le code e i costi aziendali

Parliamo di un chatbot che ha alla base un sistema spiegabile e governabile. Le risposte, infatti, sono di tipo estrattivo a cominciare da fonti certificate individuate dall’Asp Messina (dunque, non vengono riformulate con tecniche generative che potrebbero modificare il contenuto dell’informazione) ed esplicitate nelle risposte. L’intelligenza artificiale conversazionale consente, inoltre, l’efficientamento della gestione delle richieste. Con quali vantaggi? “Le risorse umane possono dedicarsi ad attività di assistenza più complesse e di valore. Il numero di richieste risolte aumenta e il flusso di contatti viene gestito al meglio. E ancora, i tempi di attesa risultano più brevi e la messaggistica diretta assicura interazioni più rapide e semplici. Senza dimenticare che fornire assistenza ai cittadini tramite interfacce conversazionali può ridurre le code e i costi aziendali”, replica il commissario dell’Asp di Messina.

L’assistente virtuale dell’Asp di Messina ha il compito di identificare i sinonimi, interpretare e riconoscere il sentiment, scomponendo una richiesta in parole e frasi che agevolino la comprensione. Quindi subentrano una serie di modelli, che permettono di identificare l’intento corretto di una richiesta e di estrarre le informazioni più rilevanti. Una volta che la richiesta viene compresa correttamente, si formula una risposta all’utente. L’agente virtuale è in grado di comunicare in maniera personalizzata combinando le informazioni raccolte e replicando in modo adeguato. Nel tempo – man mano che l’agente virtuale risponde a più domande e che i formatori di AI aiutano a migliorare le sue conoscenze – DINA diverrà sempre più intelligente, apprendendo nuove variazioni per ogni intento e migliorando le sue risposte.

Intelligenza Artificiale emotiva: l’algoritmo dell’empatia

Dina è un’avatar empatica. A questo proposito Alagna puntualizza che “l’assistente virtuale DINA è dotata di criteri di ampia comprensibilità poiché usa un linguaggio chiaro e semplice per facilitare la fruizione, fornendo istruzioni e aiuti contestuali per guidare gli utenti durante l’interazione con l’app”. In riferimento alla componente “emozionale” dell’assistente virtuale, l’Asp di Messina ha espressamente richiesto che sia una donna . Nell’immaginario collettivo dei messinesi, infatti, DINA rievoca anche il nome di una delle due leggendarie figure femminili legate allo storico assedio della città siciliana da parte di Carlo d’Angiò, che ebbero un ruolo decisivo per informare i cittadini del pericolo imminente durante il Vespro siciliano.

DINA è stata progettata per essere accessibile anche a persone anziane e con disabilità

“In un certo senso, anche DINA è al servizio della popolazione per aiutarla, in modo celere ed efficiente”, continua il commissario dell’Asp di Messina, per poi entrare nell’aspetto tecnico relativo all’interfaccia dell’app. “È stata realizzata dopo uno studio approfondito delle linee guida rilasciate per la progettazione di interfacce per la Pubblica Amministrazione dall’Agid e presenta un design innovativo e fresco, con icone tanto semplici quanto intuitive”. E ancora, “l’accessibilità dell’interfaccia è assicurata dalla forma e dimensione dei pulsanti e dalla chiarezza e semplicità del menù. La scelta dei colori, della dimensione e tipologia di icone, del font, replicano ai criteri di percepibilità, fornendo alternative testuali per elementi non testuali nonché trasparenza delle informazioni (come i titoli e le descrizioni dei contenuti) e ricorrendo al contrasto di colori per assicurare la leggibilità del testo”. Importante: DINA è stata progettata per essere accessibile anche a persone anziane e con disabilità: sono state infatti seguite le linee guida per l’accessibilità dei siti web, Web Content Accessibility Guidelines, essenziali per garantire un’app fruibile da tutti.

La medicina territoriale e la digitalizzazione umana rappresentano dunque il modello da seguire, oggi e domani, per dare la giusta risposta agli utenti nella sanità pubblica? “Certamente – replica Alagna –, in ambito nazionale si sta lavorando in questo senso e lo stesso sta facendo l’Asp a Messina e provincia. Il modello degli ospedali come unica soluzione per qualsiasi patologia è ormai datato ed inutile, si deve invece investire nella medicina territoriale per risolvere la maggior parte dei problemi, che non hanno bisogno di ricoveri e ospedalizzazione. In questo modo si decongestionano i pronto soccorso e tutto è più efficiente e appropriato”.

In questo senso, l’Asp di Messina è già in fase avanzata con le Cot (Centrali operative territoriali). “Puntiamo a utilizzarle subito, prima del 2026. Lo stesso stiamo facendo per gli Ospedali di comunità. E nel 2023 non si può pensare di agire senza una digitalizzazione dei servizi in modo da sburocratizzare le procedure. In pratica, la digitalizzazione pervasiva dei servizi sanitari ha spalancato le porte a nuovi modelli di accesso alle cure che mettono il paziente al centro di percorsi più virtuosi e personalizzati. Percorsi improntati a una gestione più efficiente della spesa pubblica, al miglioramento della qualità della vita dei pazienti cronici, al potenziamento dei servizi di medicina territoriale”, conclude.

Telemedicina e salute nelle carceri italiane: a che punto siamo?

Il diritto alla cura per le persone detenute è un diritto umano fondamentale, sancito e protetto dalla nostra Costituzione come ambito inviolabile della dignità umana. Tuttavia, a volte, questo diritto può costituire un problema per l’organizzazione dei servizi ad esso collegati.

Negli anni scorsi, l’ente responsabile dell’erogazione e della cura delle persone detenute è passato di competenza dal Ministero della Giustizia al Ministero della Salute senza peraltro risolvere le problematiche,  già carenti sotto il profilo di programmazione sanitaria in mancanza di dati epidemiologici e soprattutto per le questioni in ambito psichiatrico, (erano uno degli obiettivi che si prefiggeva la legge) e che, attualmente, costituiscono un’emergenza in molte realtà penitenziarie, aggravata anche dalla restrizione ulteriore, e come conseguenza della pandemia da Covid-19.

Il percorso della telemedicina nelle carceri italiane è ancora molto a macchia di leopardo, ma in alcuni istituti si iniziano a vedere dei progetti strutturati per migliorare l’accesso alle cure per le persone ristrette.

Il percorso della telemedicina nelle carceri italiane è ancora molto a macchia di leopardo, ma in alcuni istituti sono avviati progetti strutturati per migliorare l’accesso alle cure per le persone ristrette

Un fattore da considerare è l’innalzamento dell’età delle persone detenute all’interno delle case circondariali italiane. Questo costituisce un nodo cruciale per l’aumentato bisogno di assistenza sanitaria, offuscato ulteriormente da situazioni di deterioramento delle condizioni di vita, spesso dovuto al sovraffollamento presente nelle carceri italiane:  questa è una problematica purtroppo endemica con un tasso di affollamento, al 30 aprile 2023, pari al 119%, e circa 9 mila persone in eccedenza rispetto ai posti disponibili.

“Oltre a ciò – come sottolinea Roberto Ranieri, infettivologo, Direttore dell’Unità Dipartimentale di sanità penitenziaria dell’ASST Santi Paolo e Carlo di Milano, dell’Unità Operativa della Sanità Penitenziaria di Regione Lombardia – questi numeri, per i servizi sanitari, andrebbero considerati maggiori, poiché nelle case circondariali dove c’è l’attesa di processo, le entrate e le uscite sono più fluide e il periodo di permanenza medio non supera i tre mesi. Quindi sono molte di più le persone che, nel corso di un anno, fruiscono dei servizi sanitari penitenziari. Le regioni con più concentrazione di popolazione carceraria sono Lombardia, Piemonte, Lazio, Campania e Sicilia, di conseguenza vi è un maggiore impegno sanitario anche per la presenza di detenuti con maggiori complessità di cura. Le risorse per questi detenuti, che vengono allocate dal Ministero della Salute, sono ‘per numero di detenuti o per regione’, tuttavia sarebbe meglio allocare i fondi per intensità di cura”.

Andrebbe inoltre ad aggiungersi un’esigenza di sicurezza che potrebbe inficiare la fruizione del diritto alla cura, e su questo punto, gli esperti, anche a livello internazionale, riferiscono che il problema della sicurezza potrebbe determinare una limitazione di accesso alle cure.

Pertanto, la telemedicina nelle carceri può e deve essere considerato uno strumento di miglioramento dell’assistenza e delle cure per le persone ristrette.

Come il Covid-19 ha favorito l’ingresso in Lombardia della telemedicina in carcere

“Dopo l’esperienza del Covid-19, che gli Istituti penitenziari lombardi sono riusciti a controllare molto bene – sottolinea Roberto Ranieri – si sono profilati aspetti che hanno favorito la telemedicina. Infatti, si sono tenuti colloqui e incontri con specialisti che altrimenti non sarebbero potuti accadere. Incontri con psicologi, psichiatri e operatori del Ser.D (Servizi per le Dipendenze) e i Ser.T (Servizi per le Tossicodipendenze) si sono spostati ‘on line’ e non sono stati ridotti, così come le attività dei gruppi sulle tossicodipendenze, non potendo essere operate in presenza”.

La telemedicina nelle carceri può e deve essere considerato uno strumento di miglioramento dell’assistenza e delle cure per le persone ristrette

“La piattaforma dedicata che è stata utilizzata era dotata di requisiti particolari di sicurezza e tutela, anche per la persona ristretta. E l’isolamento nell’isolamento dovuto al Covid-19 non ha creato problemi, anzi, –  sottolinea Ranieri – i detenuti hanno avvertito sia il sostegno sanitario sia quello da parte della Direzione penitenziaria. Gli sforzi di equivalenza nelle cure corrispondono ad un ottimo coinvolgimento da parte delle persone detenute. Taluni si provavano da soli la saturazione o lo facevano ad altri sotto il controllo dell’infermiere, e detenuti di nazionalità araba, che non parlavano italiano, hanno imparato a fare il test del cammino e a misurare la saturazione. Sono stati momenti educativi con una ricaduta ottimale che ha reso responsabile la persona della propria cura. E queste azioni, a mio avviso, dovrebbero essere mantenute anche dopo la pandemia”.

Ranieri ricorda come, non potendo utilizzare gli smartphone, alcune applicazioni siano state utilizzate sul desktop dell’infermeria delle carceri di Milano con il supporto degli operatori sanitari, in particolare degli infermieri, e della Direzione penitenziaria che ha consentito questa operazione.

La telemedicina nelle carceri in Italia è diffusa a ‘macchia di leopardo’. In Lombardia esistono servizi di tele radiologia con tele refertazione e, all’interno di alcuni Istituti dove si possono fare radiografie ed ecografie, Ranieri auspica di poter avere presto, grazie ai fondi del PNRR, anche una strumentazione TAC per esami diagnostici più approfonditi.

Prosegue Ranieri: “In Lombardia, stiamo mettendo a regime presso tutti gli Istituti così come già in Emilia-Romagna, le cartelle informatizzate, spina dorsale della telemedicina e importantissime per conoscere il trascorso sanitario della persona detenuta, oltre ad essere importanti anche dal punto di vista legale, che però, purtroppo, sono ancora molto limitate perché è impossibile importare dati tra una regione e l’altra”.

La piattaforma dedicata che è stata utilizzata in Lombardia era dotata di requisiti particolari di sicurezza e tutela, anche per le persone detenute

Un ulteriore “nodo da sciogliere” sono i dati epidemiologici, che non vengono raccolti da nessun osservatorio dei servizi sanitari e quindi non si hanno dati precisi riguardo alle patologie presenti negli Istituti, se non quelli raccolti dalla Società Italiana di Medicina e Sanità Penitenziaria o raccolti da singole realtà. Viene così a mancare a monte una raccolta tecnologica corretta.

Ogni intervento di telemedicina è legato all’ospedale territoriale di riferimento e –  continua Ranieri – la carta che ci stiamo giocando attualmente è quella della presa in carico delle Case di Comunità e con la riforma del DM 77 anche con l’aiuto del PNRR. L’istituto penitenziario appartiene all’ospedale, così come la Casa di Comunità e il Ser.D, il Centro di salute mentale e il consultorio. Con il Direttore generale e l’Assessore preposto di Regione Lombardia sto lavorando in questo senso, così, gli Istituti di pena diventerebbero territorio dell’ospedale, dove i Professionisti prenderebbero in carico nella Casa di Comunità la persona ristretta per tutte le patologie”.

Conclude Ranieri: “Con il modello hub&spoke abbiamo il vantaggio di avere tutto: il territorio, il carcere, la digitalizzazione, il PNRR e la Casa di Comunità; si avrebbero così dei risparmi sulle attività mediche e su quelle infermieristiche”.

Diabete mellito in carcere: la digitalizzazione aiuta

Un esempio virtuoso che non è propriamente considerato telemedicina, ma monitoraggio digitale con app è stato pensato per l’applicazione di infusori per monitoraggio del diabete mellito ai detenuti con questa patologia. Presso la Casa Circondariale di San Vittore, recentemente, è stata fatta formazione di una giornata con i medici e gli infermieri di tutti gli istituti penitenziari della Lombardia.

Così la ricorda Ranieri: “Una dottoressa responsabile dell’ambulatorio di diabetologia dell’Ospedale Santi Paolo e Carlo di Milano ha spiegato ai detenuti come gestire l’applicazione dei microinfusori per insulina per far in modo che si minimizzino gli episodi di scompenso. Purtroppo, l’incidenza di questa patologia nelle carceri sta aumentando, siamo tra il 3 e il 5% soprattutto con la presenza di stranieri di origine araba che, secondo alcuni dati di Real World, hanno maggiore incidenza per questa patologia”.

Asl Roma 2: si digitalizzano i percorsi sanitari del Carcere di Rebibbia

Con il progetto Liberi@mo la Salute, la ASL Roma 2 ha digitalizzato i percorsi sanitari del Carcere di Rebibbia al fine di migliorare l’efficacia dell’assistenza sanitaria per la popolazione detenuta. Sono già 1.744 le cartelle cliniche digitalizzate: 753 nel Carcere Femminile e 991 nel Nuovo Complesso. Ben 2.256 le visite registrate digitalmente, 417 gli esami strumentali refertati (ecografie, elettrocardiogrammi, RX, mammografie, rilevazione dei parametri vitali) e 992 gli esami di laboratorio rendicontati.  Attraverso i diari clinici digitali e la presenza di un sistema informativo omogeneo è possibile condividere informazioni per giungere a diagnosi precoci e definizione di percorsi di cura mirati. Già individuate 283 persone affette da patologie croniche (diabete, cardiopatie, BPCO).

Con dispositivi di telemonitoraggio e una piattaforma software è possibile attivare servizi di teleassistenza, teleconsulto e telecooperazione sanitaria tra Rebibbia e il Presidio Ospedaliero Sandro Pertini

Con dispositivi di tele monitoraggio e una piattaforma software è possibile attivare servizi di teleassistenza, teleconsulto e tele cooperazione sanitaria tra Rebibbia e il Presidio Ospedaliero Sandro Pertini.  Sono stati recentemente effettuati già nove teleconsulti in tempo reale, senza bisogno di trasferire i detenuti nelle strutture sanitarie.

La protezione del diritto alla salute per le persone ristrette è centrale e costituisce l’applicazione del principio di eguaglianza, con impegno alla “rimozione degli ostacoli” dati da oggettivi svantaggi situazionali. Come sottolinea il Direttore Generale della ASL Roma 2, Giorgio Casati, “sovraffollamento delle carceri, disagio psicologico, stili di vita scorretti, impongono un’accelerazione sull’assistenza sociosanitaria, innovando metodologie e terapie mediche verso una sanità digitale e una medicina in rete che agevoli lo scambio di informazioni tra professionisti, con abbattimento anche dei costi di trasferimento, scorte e piantonamenti. Ciò richiede una revisione profonda delle modalità organizzative-operative e la digitalizzazione dei percorsi sanitari in ambito penitenziario.”

Asl Liguria 4: al via i percorsi di telemedicina per i detenuti della Casa di reclusione di Chiavari

La Casa di reclusione di Chiavari ospita una settantina di persone detenute, tutti uomini, con età media di circa 50 anni e quasi tutti a ‘fine pena’; molti di loro usufruiscono di misure di semilibertà o di percorsi di inclusione in laboratori interni e possono usufruire di percorsi di recupero. In questo carcere lo standard di assistenza sanitaria è allineato con gli standard che indica AGENAS: ovvero 14 ore al giorno di assistenza con medici ed infermieri presenti.

“Un presidio nell’arco della giornata, afferma Daniela Mortello, Direttrice della SSD Cure Primarie e dei Distretti di ASL 4 Liguria, garantisce l’adeguata presa in carico tempestiva delle varie necessità sia mediche che infermieristiche. Tale presidio sanitario costituisce altresì elemento di forza nella collaborazione con l’Amministrazione carceraria contribuendo a garantire sia ai detenuti che al personale interno un contesto “protetto” e tutelante”.

“Oltre alle 14 ore di assistenza di base in presenza 7 ore su 7, la Asl ha da sempre garantito anche i necessari interventi dei medici specialisti a partire dai servizi del Dipartimento di Salute Mentale e Dipendenze. Recentemente tale attività viene garantita anche attraverso la telemedicina; sono stati, infatti, attivati da poco i percorsi di telemedicina presso il carcere, già sperimentati nell’ambito del progetto aziendale Tigullio Luogo di Salute (TLS), il cui impatto potrà essere valutato nei prossimi tempi.

Come illustra Daniela Mortello, “abbiamo rilevato il fabbisogno delle prestazioni specialistiche attraverso i medici ASL impegnati nella medicina penitenziaria. Abbiamo sfruttato tutte le applicazioni di telemedicina già sviluppate nell’ambito del TLS, con particolare riferimento ai percorsi di cardiologia, medicina interna per i pazienti polipatologici e la diabetologia. Si stanno costruendo anche nuovi percorsi di teleconsulto a supporto dei medici di medicina penitenziaria per dermatologia e psichiatria”.

Le applicazioni di telemedicina sviluppate per il progetto Tigullio Luogo di Salute sono state ampliate alla medicina penitenziaria

Dal punto di vista tecnico, per la telemedicina viene utilizzata una piattaforma regionale, per il cui utilizzo i singoli medici vengono opportunamente formati e assistiti su campo al bisogno. L’accesso alle prestazioni specialistiche avviene attraverso agende apposite, per specialità, sulle quali il medico di medicina penitenziaria effettua la prescrizione/prenotazione. Ogni visita o teleconsulto si eroga dietro prenotazione e viene rilasciato un referto con l’eventuale prescrizione farmacologica o piano terapeutico.  I dati che ne scaturiscono confluiscono in un dossier digitale che raccoglie tutti gli interventi effettuati per la persona detenuta e consultabili dai sanitari che l’hanno in carico.

Radiologia in Tele gestione negli istituti penitenziari della provincia di Frosinone

Carlo Pirolli, responsabile della radiologia domiciliare di ASL di Frosinone, racconta così l’esperienza: “In Asl Frosinone sono circa quattro gli anni di attività in ambito di tele radiologia per i tre Istituti penitenziari nella provincia. Frosinone e Paliano sono quelli che ne usufruiscono, mentre Cassino non ne usufruisce poiché non ha le strumentazioni, e le persone detenute, all’occorrenza, vengono portate negli ospedali di riferimento”.

Nel 2022 sono stati effettuati 411 esami di radiologia tradizionale e 32 ecografie. Nel periodo che va dal 1° gennaio 2023 alla fine di aprile 2023 sono stati effettuati 197 esami radiologici e 30 ecografie, in modalità telegestione, come dai riscontri effettuati su piattaforma RIS/PAC che gestisce le richieste e dove il radiologo di Frosinone referta direttamente in telegestione.

Pirolli conclude con una prospettiva verso il futuro: “Stiamo lavorando affinché si possa andare direttamente anche a Cassino, Istituto privo di strutture radiologiche, ampliando il servizio di radiologia domiciliare che già normalmente viene svolto per i pazienti a casa, ed ampliare anche per le ecografie”.

Comitati Etici, Petrini: “La ricerca in Italia deve funzionare, nell’interesse dei pazienti”

È stata pubblicata nei giorni scorsi la Relazione annuale di attività del Centro di Coordinamento Nazionale dei Comitati Etici, relativa al secondo anno di attività (luglio 2022 – luglio 2023). Occasione per fare il punto sul lavoro del Centro e sulle prospettive della ricerca in Italia con Carlo Maria Petrini, che lo presiede.

Cos’è e cosa fa il CCNCE?

Carlo Petrini

Il “Centro di coordinamento nazionale dei comitati etici territoriali per le sperimentazioni cliniche sui medicinali per uso umano e sui dispositivi medici” (CCNCE) è un organo indipendente che coordina i comitati etici territoriali istituiti con il decreto 26 gennaio 2023, in vigore dal 7 giugno scorso. Il CCNCE è nominato dal Ministro della Salute ed è composto da 15 persone, di cui due indicate dalla Conferenza Stato-Regioni e due dalle associazioni dei pazienti più rappresentative sul territorio nazionale (attualmente sono tre: Cittadinanzattiva, Uniamo e la Federazione Italiana Associazioni Genitori e Guariti Oncoematologia Pediatrica Onlus – Fiagop Ets). Ai sensi della legge istitutiva (11 gennaio 2018, n. 3) e del decreto ministeriale di nomina (27 maggio 2021), il CCNCE è istituito presso l’Agenzia Italiana del Farmaco (AIFA), a cui è attribuita la funzione di Segreteria; dalla collocazione consegue il fatto che, nonostante la competenza sia non solo sui farmaci ma anche sui dispositivi medici, l’attività verta maggiormente sul farmaco. L’insediamento, per l’attuale mandato, è avvenuto il 6 luglio 2021.

Sulla base della Relazione appena pubblicata, quali sono state in questo periodo le attività e i temi che hanno impegnato maggiormente il CCNCE?

Con l’entrata in vigore, dal 7 giugno, del decreto istitutivo dei nuovi 40 comitati etici territoriali, l’impegno maggiore è per il funzionamento dei comitati stessi, sebbene alcuni non siano ancora operativi. I compiti principali del Centro sono di coordinamento, di indirizzo e di monitoraggio, come previsto già dalla legge istitutiva. Una svolta si è avuta il 31 gennaio 2023, con la fine del primo anno di applicazione del Regolamento (UE) 536/2014 del parlamento europeo e del consiglio, del 16 aprile 2014, sulla sperimentazione clinica di medicinali per uso umano: e dal 30 gennaio di quest’anno tutte le sperimentazioni cliniche devono essere presentate in conformità al Regolamento europeo e tramite il portale Clinical Trials Information System (CTIS). Da quel momento è diventato indispensabile rendere operativo il nuovo assetto dei comitati etici territoriali: il decreto istitutivo è stato firmato il 26 gennaio, pubblicato in Gazzetta Ufficiale il 7 febbraio e con 120 giorni per l’entrata in vigore. Siamo, così, arrivati alla data del 7 giugno.

L’avvio della nuova rete dei comitati etici e la transizione dai vecchi 90 agli attuali 40 è stata in questo periodo l’impegno maggiore.

In questo senso, e più in generale per l’attività dei comitati etici, nell’ultimo anno abbiamo pubblicato una serie di documenti: una nota sulle richieste di condivisione dei dati anagrafici e clinici dei pazienti, una serie di domande e risposte per i comitati etici, un documento sulla ricerca osservazionale che definiamo un pilastro nel processo di produzione della conoscenza perché, oltre alla sperimentazione clinica, è una risorsa molto potente per la produzione di nuove conoscenze.

Abbiamo, inoltre, pubblicato una nota congiunta con l’AIFA sui tempi, le modalità di valutazione e le scadenza degli studi clinici e degli emendamenti sostanziali presentati ai sensi del Regolamento 536/2014, un documento sulle criticità etiche e normative nel trattamento dei dati sanitari personali nella ricerca osservazionale, che è stato anche consegnato all’Autorità Garante per la Protezione dei Dati Personali, e un’altra nota congiunta sugli adempimenti a carico di tutti i comitati etici territoriali a partire dal 7 giugno 2023, in cui si rilevano anche le inadempienze e si formula una richiesta di adeguamento immediato ed urgente. Ancora, abbiamo prodotto le Linee di indirizzo per i regolamenti di funzionamento dei comitati etici territoriali, che costituiscono il modello per la redazione del Regolamento di ciascun comitato. Abbiamo anche inviato una nota ai nuovi comitati etici appena istituiti e, da ultimo, nei giorni scorsi, anche una segnalazione al Ministro della Salute sulla situazione a circa due mesi dell’entrata in vigore del decreto istitutivo dei comitati etici territoriali.

Abbiamo lavorato per dare ai comitati etici e ai promotori gli schemi di contratto per le sperimentazioni cliniche su medicinali e per le indagini cliniche su dispositivi medici, che sono stati aggiornati proprio perché nel frattempo la normativa si è assestata. Abbiamo aggiornato i contratti per la sperimentazione clinica su medicinali, per l’indagine clinica su dispositivo medico non marcato CE oppure marcato CE ma utilizzato al di fuori dell’ambito della sua destinazione d’uso, per la sperimentazione clinica indipendente sui medicinali (cioè sugli studi not-for-profit). Abbiamo redatto e adottato ex novo un contratto per le indagini cliniche finalizzati a valutare i dispositivi medici marcati CE e usati nell’ambito della destinazione d’uso (Post Market Clinical Follow Up – PMCF). Questi documenti sono stati tradotti e resi disponibili in lingua inglese per i promotori da altri Paesi: come ho sempre sottolineato, garantire l’attrattività dell’Italia rispetto ad altri Paesi è un punto cruciale.

È stata inoltre aggiornata tutta la modulistica per i comitati etici territoriali che devono, ai sensi del Regolamento, obbligatoriamente valutare una serie di elementi indicati dal Regolamento stesso: a questo fine abbiamo predisposto, in conformità ai modelli europei, i modelli nazionali per il curriculum vitae dello sperimentatore principale, per le dichiarazioni di interesse ed eventuali conflitti d’interesse, per l’idoneità del sito e delle strutture che partecipano alla sperimentazione, per i rimborsi spese per i partecipanti alle sperimentazioni e la conformità alle norme applicate negli Stati membri dell’Unione europea per l’uso di campioni biologici umani. Abbiamo anche tradotto e pubblicato in inglese il foglio informativo e il modulo di consenso informato per partecipare alle sperimentazioni cliniche.

Soprattutto, rispondiamo a moltissime domande: c’è un continuo flusso di quesiti provenienti dai comitati etici territoriali, dagli sponsor e dai promotori, dalle aziende sanitarie, dalle Regioni e dai referenti regionali e dalle Contract Research Organization (Cro). Queste istanze costituiscono una mole di lavoro assai imponente e spesso molto difficile da reggere per mancanza di risorse.

Quali aspetti della vostra attività considera più importanti?

Oltre all’assolvimento dei compiti istituzionali e degli aspetti formali e procedurali, i comitati etici devono avere e promuovere una cultura etica

È certamente importante e prioritario tutto ciò che riguarda gli aspetti procedurali e di funzionamento: una modulistica adeguata, schemi di contratto nazionale completi e adeguati per tutti i tipi di sperimentazione, etc. Questo è fondamentale per il buon funzionamento del sistema. Ma c’è un altro ambito che va oltre la norma e che ritengo estremamente importante: è la prospettiva culturale più ampia dei comitati etici. Al di là dell’assolvimento di tutti i compiti istituzionali e degli aspetti formali e procedurali, i comitati etici devono avere e promuovere una cultura etica, devono svolgere un ruolo di tutela dei diritti delle persone.

È soddisfatto dell’attività svolta? C’è qualche aspetto su cui avrebbe voluto che si facesse di più?

Sono soddisfatto dell’attività svolta, credo che abbiamo compiuto bene il nostro dovere. C’è però un punto su cui avrei voluto e vorrei che si facesse di più. Nel decreto istitutivo dei comitati territoriali, si legge che i 40 nuovi comitati etici “sono competenti in via esclusiva per la valutazione delle sperimentazioni cliniche sui dispositivi medici e sui medicinali per uso umano di fase I, II, III e IV per gli aspetti compresi nella parte II dell’art. 7 del Regolamento (UE) n. 536/2014, richiamato in premessa, e, come consentito dall’art. 4 del medesimo Regolamento, congiuntamente con l’Autorità competente, per la valutazione degli aspetti relativi al protocollo di studio, compresi nella parte I della relazione di valutazione di cui all’art. 6 del citato Regolamento (UE) n. 536/2014. Essi sono, altresì, competenti in via esclusiva per la valutazione di indagini cliniche sui dispositivi medici e di studi osservazionali farmacologici. I comitati etici territoriali esercitano, altresì, le attività di cui al comma 2 sin qui svolte dai comitati etici esistenti, altrimenti definiti comitati etici locali”.

I comitati etici territoriali, quindi, sono competenti su tutte le tipologie di ricerca: nei comitati etici abbiamo sempre fatto un grande lavoro sulla ricerca di altro tipo rispetto alle sperimentazioni dei medicinali e alle indagini sui dispositivi medici, come, ad esempio, gli studi osservazionali, diagnostici ed epidemiologici, gli studi  con materiale biologico e molto altro ancora. Tutto questo costituisce addirittura la parte quantitativamente maggiore dell’impegno dei comitati, o almeno così è stato finora. Il fatto che il Centro di Coordinamento abbia competenze solo per le sperimentazioni cliniche su medicinali e per le indagini cliniche su dispositivi medici lascia questo ampio ambito di ricerca di fatto non coordinato. Nel Centro di Coordinamento non abbiamo il mandato per intervenire, sebbene dalla Relazione sull’attività si evinca che abbiamo effettivamente prodotto documenti anche su  tipi di ricerca diversi dalle sperimentazioni cliniche, come per esempio i due documenti che riguardano gli studi osservazionali. Tutto questo, a mio giudizio, è cruciale perché, mentre le sperimentazioni cliniche sui medicinali e i dispositivi medici sono completamente regolate a livello normativo, per quanto riguarda il resto non è così: ci sono invece normative frammentarie oppure non ci sono proprio. Quindi, per tutto quest’ambito sarebbe a maggior ragione importante un’attività di coordinamento e di regolamentazione, che allo stato attuale è difficile da svolgere; la stessa collocazione del CCNCE presso l’AIFA ha comportato una connotazione soprattutto nel campo della farmaceutica.

Si tratta di una questione evidente a tutti e di cui il Ministro è consapevole, e che auspichiamo si possa risolvere a livello normativo. Tuttavia, siamo consci del fatto che l’attività legislativa parlamentare comporta passaggi e tempi lunghi e incerti. A oggi, in qualche modo interveniamo ugualmente anche se non si tratta di sperimentazioni cliniche, ma ci muoviamo su questo in modo molto meno efficace perché al di fuori del mandato.

Cosa si aspetta e cosa auspica per il futuro del vostro operato?

Il monitoraggio è fondamentale: non possiamo permetterci che ci siano comitati etici territoriali che viaggiano a velocità diverse

Mi aspetto prima di tutto, ed è il nostro obiettivo prioritario, che si instauri immediatamente un dialogo con i nuovi comitati territoriali, e a questo scopo vorrei organizzare al più presto un incontro, perché credo che l’attività del Centro di Coordinamento possa essere efficace solo alla luce di un continuo scambio con i comitati etici territoriali: non possiamo lavorare a porte chiuse. Inoltre, uno dei compiti assegnati al CCNCE è il monitoraggio dei comitati etici territoriali. Finora questo è stato svolto in modo non ancora sistematico per il semplice motivo che i comitati territoriali non erano istituiti: c’erano ancora i vecchi 90 comitati etici con cui abbiamo dialogato con costanza. ma di fatto non era nostra competenza. Ora che ci sono i comitati etici territoriali, il monitoraggio diventa importante per garantire la qualità dell’attività dei comitati e anche per favorire l’uniformità del lavoro: non possiamo permetterci che ci siano comitati etici territoriali che viaggiano a velocità diverse.

Per il prossimo futuro credo poi che sia importante per il CCNCE avviare un’attività di formazione. In questo, ritorno al concetto espresso prima su un ambito procedurale e uno più culturale. Sul primo, l’AIFA ha già fatto e sta facendo un’ottima attività con le Segreterie dei comitati etici, per aiutarli con il nuovo portale CTIS, che è certamente complesso. Vorrei, però, che il CCNCE promuovesse il lavoro dei comitati etici anche a livello più generale di cultura etica, per rendere sempre migliore la ricerca in Italia.

A proposito. A che punto è la ricerca nel nostro Paese?

Per tenere alta la qualità della ricerca deve funzionare tutto il sistema, a cominciare da un ripensamento più generale dell’assetto normativo

In una fase di grandi potenzialità, però anche di necessità di non disperderle. Dalla mia prospettiva, ovviamente è importante il funzionamento efficiente, omogeneo e tempestivo dei comitati etici, ma più in generale la ricerca in Italia soffre di una regolamentazione frammentaria e in alcuni casi addirittura assente. Per tenere alta la qualità della ricerca non è sufficiente il buon funzionamento dei comitati etici territoriali: deve funzionare tutto il sistema, a cominciare da un ripensamento più generale dell’assetto normativo. In quest’ottica, è utile il Tavolo di lavoro sulle sperimentazioni cliniche e sulla ricerca istituito presso il ministero della Salute, di cui io stesso faccio parte: può proporre soluzioni che rendano la ricerca in Italia più efficiente e il nostro Paese più attrattivo. Tutto ciò, al servizio anche e soprattutto dei pazienti, che non devono perdere opportunità terapeutiche.

La Camera approva la legge sull’oblio oncologico: ora la misura passa al Senato

Nella seduta di giovedì 2 agosto la Camera ha approvato con 281 voti a favore e nessun contrario la proposta di legge per la prevenzione delle discriminazioni e la tutela dei diritti delle persone che sono state affette da malattie oncologiche, il cosiddetto oblio oncologico. Ora il testo, che introduce misure volte ad assicurare che alla guarigione clinica della persona corrisponda la possibilità di esercitare i propri diritti in condizioni di eguaglianza rispetto al resto della popolazione, con particolare riferimento all’accesso ai servizi finanziari, bancari e assicurativi, nonché alle procedure di adozione di minori, passa al Senato.

L’oblio oncologico è definito nel testo come il diritto delle persone guarite da una patologia oncologica di non fornire informazioni né essere oggetto di indagini sulla propria pregressa condizione patologica. In tema di accesso ai servizi bancari, finanziari ed assicurativi, si statuisce che ai fini della stipula o del rinnovo dei relativi contratti non è ammessa la richiesta di informazioni relative allo stato di salute della persona fisica contraente concernenti patologie oncologiche da cui essa sia stata affetta in precedenza, qualora il trattamento attivo si sia concluso, senza episodi di recidiva, da più di dieci anni alla data della richiesta; il periodo è ridotto della metà nel caso in cui la patologia sia insorta prima del ventunesimo anno di età.

Per approfondire

Margiotta (Farmaciste Insieme): “La priorità per il farmacista è esserci”

Prosegue con questa intervista la rubrica di colloqui con i membri del Tavolo Tecnico per lo studio delle criticità emergenti dall’attuazione del Regolamento dell’assistenza ospedaliera (DM70) e dall’attuazione del Regolamento dell’assistenza territoriale (DM77)

Angela Margiotta

“Il Tavolo è formato da 52 membri, di cui 24 donne: una presenza giusta perché, come sappiamo dagli ultimi dati Istat, il 70% del personale sanitario è formato da donne”. Così esordisce Angela Margiotta, Presidente Nazionale di Farmaciste Insieme, interpellata all’indomani della prima riunione del Tavolo del 20 luglio scorso: “Alla luce della composizione estesa del consesso, è fondamentale per me sottolineare sia l’obiettivo di un impegno comune che del lavoro di rete. Un concetto, quello di rete, che è nel Dna della nostra categoria: gli anni dell’emergenza Covid ci hanno dimostrato come la capillarità della presenza dei farmacisti abbia confermato la farmacia come presidio fondamentale di prossimità”.

L’associazione Farmaciste Insieme è nata otto anni fa dalla volontà di tre farmaciste di dare vita a una realtà che avesse cura dei cittadini e che scendesse in campo con iniziative nel sociale, con particolare attenzione al femminile, come nel caso del Progetto Mimosa, campagna in favore delle donne vittime di violenza domestica. “Attualmente stiamo collaborando all’importante campagna di sensibilizzazione sul tumore ovarico Conosciamoci, consapevolmente, promossa da Loto Odv con Federfarma – spiega Margiotta -. Il tumore ovarico è un killer silenzioso che colpisce ogni anno in Italia circa 5mila donne, ma insieme possiamo combatterlo. È silenzioso nel senso che purtroppo è una malattia difficile da diagnosticare in fase precoce, in quanto può manifestarsi con sintomi generici, simili a quelli di altre patologie, quali ad esempio: gonfiore addominale persistente, perdita di appetito, senso di pienezza poco dopo l’inizio del pasto, dolore pelvico/addominale, necessità di urinare frequentemente. Per questo viene spesso individuato quando ormai è troppo tardi: ecco quindi il ruolo centrale della prevenzione.

I farmacisti, soprattutto negli ultimi anni emergenziali, si sono rivelati un prezioso alleato dell’informazione e della prevenzione

I farmacisti, soprattutto negli ultimi anni emergenziali, si sono rivelati un prezioso alleato dell’informazione e della prevenzione in virtù della capillarità della distribuzione e del contatto ravvicinato con i cittadini. Inoltre, l’indotto prevalente delle farmacie sono proprio le donne: quale luogo migliore per sensibilizzarle sull’importanza di sottoporsi a regolari controlli ginecologici”.

L’altro grande obiettivo del progetto è di portare all’attenzione delle istituzioni la necessità di poter accedere alle opportunità terapeutiche in modo uniforme sul territorio nazionale, superando il gap delle diseguaglianze sanitarie ancora presenti nel nostro Paese.

Il progetto pilota, realizzato appunto in collaborazione con Farmaciste Insieme, è stato attuato in tre città campione: Roma, Napoli e Rovigo, dall’inizio di marzo alla fine di maggio 2023. In queste province i farmacisti, opportunamente formati attraverso un corso FAD, sono stati coinvolti in attività volte ad offrire alle donne un concreto supporto di ascolto, aiuto, orientamento.

L’altro impegno principale del sodalizio è il Campus della Salute: l’Università Federico II e l’Università Vanvitelli, l’Ordine dei Medici Chirurghi e degli Odontoiatri di Napoli, insieme a numerose strutture private e all’associazione Farmaciste Insieme, da anni mettono in piedi periodicamente il più grande ospedale da campo realizzato sul lungomare di Napoli, garantendo la possibilità di migliaia di visite in tutte le principali specialistiche mediche, dall’endocrinologia alla neurologia, dall’oncologia alla nefrologia.

Il farmacista fa da front office e da primo operatore sanitario, che è poi quello che facciamo nella vita quotidiana

“Nell’ambito di questa iniziativa, che al momento è napoletana ma speriamo possa diventare nazionale, nelle giornate di Campus ci occupiamo della misurazione della glicemia, della pressione e della redazione di una scheda con altezza e peso che precedono l’accesso alle visite – commenta Margiotta -. Il farmacista fa quindi da front office e da primo operatore sanitario, che è poi quello che facciamo nella vita quotidiana, tanto più in zone in cui c’è una forte carenza di medici di medicina generale come il Sud”.

Qual è quindi in questa fase la priorità per i farmacisti? “Esserci. Siamo 19mila in tutta Italia: una luce sempre accesa“.

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AVIS: importante integrare il Fascicolo Sanitario Elettronico con la donazione di sangue e plasma

Nel nuovo Fascicolo Sanitario Elettronico (FSE) sarà importante inserire tutte le informazioni sulla donazione di sangue e plasma dei cittadini. A sottolinearlo è AVIS, la più grande associazione di donatori italiana, che ha diramato una sua nota a seguito del parere favorevole della Conferenza Stato-Regioni allo schema di decreto del Ministro della Salute, Orazio Schillaci, e del Sottosegretario alla Presidenza del Consiglio dei Ministri con delega all’innovazione tecnologica, Alessio Butti.

“Accogliamo con favore la volontà di riformare il Fascicolo Sanitario Elettronico”, ha commentato il Presidente nazionale di AVIS, Gianpietro Briola. “Siamo tuttavia concordi con la raccomandazione emanata dalla Conferenza Stato-Regioni di intervenire per ampliare i contenuti del fascicolo stesso.

Auspichiamo che la donazione di sangue e plasma venga presto inclusa, così come è già stato fatto per quella di organi. Riteniamo importante, infatti, che anche i dati del sistema di raccolta sangue vengano integrati come informazioni essenziali tra i documenti del FSE, sia a supporto delle figure professionali del Sistema Sanitario Nazionale sia in un’ottica di semplificazione e agevolazione dei servizi offerti ai cittadini, come la ricerca dei centri di raccolta e la prenotazione delle donazioni”.

Il nuovo fascicolo entrerà in vigore con la pubblicazione del decreto in Gazzetta Ufficiale e conterrà i dati identificativi e amministrativi del cittadino, i referti e verbali di pronto soccorso, le lettere di dimissione, la sua storia clinica, le prescrizioni specialistiche e farmaceutiche e altri documenti quali, tra gli altri, cartelle cliniche e vaccinazioni.

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La Pediatria di Famiglia a colloquio con il Ministro Schillaci per il rilancio delle Cure Primarie sul territorio

“Desidero esprimere un sincero ringraziamento al Ministro della Salute, Orazio Schillaci, per il dialogo aperto e collaborativo avviato con la Pediatria di Famiglia, e per aver ascoltato le nostre proposte per il rafforzamento delle Cure Primarie sul territorio, di cui la Pediatria di Famiglia rappresenta un pilastro fondamentale. Ho apprezzato la particolare attenzione e la sensibilità del Ministro nei confronti del nostro lavoro di Pediatri di Famiglia, basato sul rapporto fiduciario e continuativo con le famiglie, che inizia dal giorno della prima visita e prosegue per tutto l’arco della crescita e dello sviluppo del bambino, rappresentando un elemento irrinunciabile che contraddistingue la Pediatria nell’ambito delle Cure Primarie”, ha commentato Antonio D’Avino, presidente della Federazione Italiana Medici Pediatri (FIMP), che ha incontrato il Ministro Schillaci insieme ai rappresentanti della Medicina Generale e della Medicina Ambulatoriale.

“Insieme al Ministro, abbiamo convenuto sulla necessità di investire sulla prossimità e sulla capillarità della Rete delle cure pediatriche primarie, nell’interesse della salute dei bambini e degli adolescenti che abbiamo in cura e delle loro famiglie. Rinnoviamo la nostra piena disponibilità a individuare le migliori strategie per un rinnovamento della sanità sul territorio. Ma questa riforma – conclude D’Avino – non può prescindere dalla salvaguardia del rapporto fiduciario che ci lega alle migliaia di famiglie italiane che scelgono il proprio Pediatra di Famiglia a garanzia di una continuità di presa in carico, dalla culla fino all’adolescenza, a tutela della salute e del benessere complessivo dei bambini di oggi, che rappresentano il 100% degli adulti di domani”.