Nel 2021 sono 617.246i dipendenti del Servizio sanitario nazionale, personale delle Asl e degli Istituti di ricovero pubblici ed equiparati (Asl, Aziende ospedaliere, Aziende ospedaliere universitarie integrate con il SSN, Aziende ospedaliere integrate con Università). Nel 2019 erano in totale 603.856.
In particolare, nel 2021 lavorano per il SSN 102.491 medici e odontoiatri (erano 102.316 nel 2019) e 264.768 infermieri (256.429 nel 2019). Il rapporto fra infermieri e medici, a livello nazionale, si attesta sul valore di 2,6 infermieri per ogni medico.
Nel 2021, il 69,1% del personale del SSN è composto da donne, contro il 30,9% degli uomini.
Il 72,5% (447.359 dipendenti) appartiene al ruolo sanitario, il 17,7% al ruolo tecnico (analisti, statistici, sociologi, assistenti sociali, etc.), il 9,6% al ruolo amministrativo e lo 0,2% a quello professionale (avvocati, ingegneri, architetti, etc.).
Con particolare riferimento al ruolo sanitario, il 59,2% è rappresentato da infermieri, il 22,9% da medici e odontoiatri e il 17,9% da altre figure professionali sanitarie (dirigenti professioni sanitarie, personale tecnico-sanitario, personale funzioni riabilitative, personale vigilanza e ispezione).
“L’aumento dei casi di Covid-19 registrato in Italia nelle ultime settimane, legato alla circolazione delle nuove varianti del virus, trova riscontro in una maggiore richiesta di tamponi in farmacia e in una più alta incidenza del numero dei positivi che osserviamo tra coloro che si sottopongono al test”, afferma il presidente della Federazione degli Ordini dei Farmacisti Italiani (FOFI), Andrea Mandelli.
“In assenza di misure di contenimento dei contagi, a seguito dell’abolizione dell’obbligo di isolamento per le persone risultate positive, è importante ricordare ai cittadini che il virus non è scomparso e che bisogna agire con buon senso, evitando, in caso di positività o in presenza di sintomi, i luoghi di forte aggregazione e soprattutto il contatto con le persone più vulnerabili”.
“Proteggere gli anziani e i fragili dal rischio di avere una malattia severa e di essere ospedalizzati – aggiunge Mandelli – resta un obiettivo prioritario: per questo, come raccomandato dall’Organizzazione Mondiale della Sanità, risulta fondamentale mantenere la sorveglianza sul Covid e sensibilizzare i gruppi a rischio a sottoporsi alle vaccinazioni anti-Covid e antinfluenzale nel prossimo autunno. I farmacisti di comunità sono in prima linea per rispondere alle esigenze di prevenzione dei cittadini e la possibilità di farsi vaccinare dal proprio farmacista di fiducia rappresenta un fattore positivo per innalzare le coperture vaccinali delle fasce di popolazione più vulnerabili”.
Le metodologie Lean offrono opportunità di miglioramento ed efficienza, promuovendo una cultura di costante crescita e collaborazione tra diverse figure professionali. Da alcuni anni si stanno affermando anche in ambito sanitario, e ancora di più in questi mesi di profonda revisione dell’SSN l’approccio olistico verso il cambiamento risulta fondamentale per trasformare il modo in cui le strutture sanitarie operano, garantendo un servizio più efficace e centrato sul paziente. La prospettiva di integrare tali metodologie nei progetti nazionali di riforma come il PNRR e il DM77 rappresenta una significativa opportunità per il settore sanitario.
Approfondiamo l’argomento con Emanuele Porazzi, Rossella Pozzi ed Elisabetta Garagiola, di LIUC Business School, che alle tematiche di Lean e Operation Management dedica il nuovo Master OPTIMA, in partenza a ottobre 2023.
Professor Porazzi, perché la metodologia Lean può essere utile nell’ambito sanitario?
Emanuele Porazzi Condirettore Master Optima, LIUC Business School
In epoca pre-Covid, apportare modifiche ai processi nel contesto sanitario rappresentava una sfida considerevole. Tuttavia, con l’avvento della pandemia, gli operatori hanno notato con sorpresa che importanti cambiamenti potevano essere implementati in pochi giorni, persino su processi consolidati nel tempo, che si ripetevano solo perché “si era sempre fatto così”. Questo ha alimentato la volontà di esplorare la possibilità di rivedere alcune organizzazioni e processi. Di conseguenza, è emersa la necessità di misurare tali cambiamenti al fine di verificare se le modifiche apportate comportavano un valore aggiunto rispetto alle procedure precedenti. L’identificazione di indicatori che confermassero il successo delle modifiche è stata cruciale in questo contesto.
Un tema di grande rilevanza che si sta affacciando nel contesto sanitario è la visione centrata sul paziente. È vero che sono anni che si parla del “paziente al centro”, e sicuramente è così dal punto di vista clinico e medico, ma non si è mai data particolare attenzione al percorso del paziente all’interno delle strutture: ad esempio, sono frequenti i momenti di attesa che potrebbero essere migliorati, e su questo aspetto la possibilità di applicare metodiche Lean che permettono di misurare, analizzare dei dati e comprendere come migliorare il processo dell’organizzazione in ottica win-win potrebbe fare davvero la differenza, considerando il miglioramento sia per il professionista che deve lavorare a quel processo sia per il singolo assistito o per il caregiver. Ciò potrebbe significare una riduzione dei tempi di attesa tra visite, terapie e rilascio di referti.
Nell’ottica del miglioramento del percorso del paziente, le metodologie Lean, come il Value Stream Mapping, si dimostrano estremamente utili. Attraverso questa tecnica, è possibile analizzare i dati per individuare eventuali colli di bottiglia e valutare la possibilità di svolgere alcune attività in parallelo anziché sequenzialmente.
L’approccio olistico verso il cambiamento risulta fondamentale per trasformare il modo in cui le strutture sanitarie operano, garantendo un servizio più efficace e centrato sul paziente
Riteniamo sia essenziale che alcune competenze manageriali, attualmente associate a specifici ruoli come gli ingegneri gestionali, vengano condivise con altri professionisti. Questo permetterebbe di attivare cambiamenti sia a livello individuale che attraverso la collaborazione di team, dove tutti contribuiscano a migliorare il lavoro complessivo. Un approccio olistico a 360° è essenziale per consentire a ciascuno di mettere a disposizione le proprie competenze per il miglioramento del sistema. Ad esempio, un responsabile degli acquisti, anziché concentrarsi esclusivamente sulle diverse tecnologie disponibili, dovrebbe considerare come la scelta di una specifica tecnologia impatti l’intero contesto organizzativo, non limitandosi a valutare soltanto il costo singolo.
Professoressa Pozzi, quali tecniche Lean possono essere applicate con successo alla sanità?
Rossella Pozzi Condirettrice Master Optima, LIUC Business School
Le esperienze di adozione delle pratiche Lean, come il Toyota Production System, originariamente sviluppate nel contesto delle fabbriche, si sono progressivamente estese oltre il perimetro della produzione, trovando un’applicazione efficace anche negli uffici e su processi più “soft”. Negli ultimi anni, tali metodologie sono state implementate con successo anche all’interno delle strutture ospedaliere, coinvolgendo processi che riguardano pazienti e altre tipologie di “risorse” al di fuori delle tradizionali macchine su cui si basa la Lean Production.
Questo processo ha portato a una trasformazione nota come “Lean Thinking“, una prospettiva orientata verso l’approccio Lean, finalizzata alla rimozione degli sprechi presenti in qualsiasi attività o processo, con l’obiettivo di conseguire risultati più efficaci e di qualità superiore con minori risorse impiegate.
L’implementazione delle 5S, un sistema organizzativo che si basa sui principi del Visual Management. L’obiettivo è organizzare l’area di lavoro in modo tale che con una sola occhiata si possa capire rapidamente lo stato delle cose, ad esempio, identificare le persone in attesa o coloro che hanno già completato il percorso.
L’ambito dello Standard Work, che si riferisce alle istruzioni operative per garantire che tutte le attività siano svolte correttamente e nei tempi previsti.
L’attenzione alla qualità attraverso l’utilizzo di tecniche di problem solving. In particolare, si fa uso di strumenti di formalizzazione come il foglio A3, che consente di applicare il ciclo PDCA (Plain-Do-Check-Act) per individuare la causa radice di un problema e definire contromisure adeguate per risolverlo. Inoltre, l’analisi di Pareto viene utilizzata per identificare quelle poche cause che contribuiscono maggiormente ai problemi, al fine di concentrare gli sforzi su aspetti che hanno un impatto significativo sul processo.
Tra le tecniche del Just In Time, si può menzionare il Value Stream Mapping, una pratica di mappatura del flusso del valore applicabile anche nei processi di cura. Questa tecnica fornisce uno strumento per individuare possibili miglioramenti nel sistema. Ad esempio, permette di oggettivare i tempi di attraversamento del processo, identificare attese prolungate o tempi variabili, e fornire un’analisi dettagliata alle persone responsabili del processo, aiutandole a individuare aree di miglioramento che potrebbero non essere state chiare in precedenza. In questo modo, è possibile creare un flusso più efficiente e privo di interruzioni, intoppi e rilavorazioni, riducendo così perdite di tempo e tempestività.
Le analisi Lean, nate in ambito produttivo, hanno avuto e continuano ad avere un impatto estremamente positivo e promettente in sanità
L’evidenza dimostra che queste pratiche, originariamente sviluppate nell’ambito produttivo e successivamente estese ad altri settori, compresa la sanità, hanno avuto e continuano ad avere un impatto estremamente positivo e promettente. Inoltre, va sottolineato che spesso queste tecniche richiedono un investimento quasi insignificante, in quanto, ad esempio, la realizzazione di una mappatura di questo tipo non comporta costi elevati come potrebbe essere necessario per l’acquisto di un nuovo macchinario.
Le pratiche impiegate nell’ambiente ospedaliero e nel contesto sanitario sono molteplici e comprendono diverse tecniche per garantire stabilità e miglioramenti nei processi. Tra queste, è possibile menzionare:
Tuttavia, è fondamentale riconoscere che queste attività richiedono un’analisi approfondita e, pertanto, il supporto di personale adeguatamente formato è essenziale.
Dottoressa Garagiola, partendo da questo contesto, a chi si rivolge il nuovo Master OPTIMA?
Elisabetta Garagiola Coordinatrice Master Optima, LIUC Business School
L’approccio alle operazioni nel settore sanitario sta subendo un significativo cambiamento, caratterizzato da una maggiore apertura verso l’adozione dei metodi Lean, che fino a soli 10-15 anni fa non venivano praticamente utilizzati. Queste pratiche hanno avuto origine negli Stati Uniti e stanno gradualmente guadagnando terreno anche in Italia. Uno degli ospedali pionieri nell’adozione delle metodiche Lean in Italia è stato l’Ospedale Galliera di Genova, che ha istituito un gruppo di lavoro dedicato all’implementazione di tali metodologie. Altri enti e strutture hanno successivamente seguito questo esempio, adottando a loro volta le metodiche Lean.
A livello di istituzioni regionali, a partire dal 2018, la Regione Lombardia ha istituito l’unità operativa per la gestione operativa, con l’obiettivo di garantire che ogni azienda sanitaria disponga di un dipartimento dedicato all’osservazione, all’analisi e al miglioramento dei processi. Questo approccio rappresenta un autentico cambio di paradigma che, partendo dalla Lombardia, si sta gradualmente diffondendo anche in altre Regioni.
Tuttavia, nonostante gli sforzi fatti, le metodiche Lean spesso vengono applicate in modo non del tutto consapevole, e sarebbe pertanto opportuno fornire una formazione adeguata agli operatori sanitari riguardo a questa cultura di miglioramento continuo. Ecco l’obiettivo del nostro Master: promuovere una formazione specifica finalizzata a sviluppare una mentalità orientata al miglioramento costante, coinvolgendo tutte le figure professionali, non solo ingegneri gestionali, economisti o manager, ma anche medici, farmacisti, operatori sanitari, infermieri e ingegneri clinici.
Un approccio integrato con il coinvolgimento di tutti i professionisti della sanità è essenziale per ottimizzare i processi e migliorare l’efficienza delle strutture sanitarie
Il nostro Master si rivolge dunque a una vasta gamma di professionisti, al fine di coinvolgere tutti coloro che operano nel settore sanitario e che desiderano acquisire competenze e conoscenze in ambito Lean, indipendentemente dal ruolo ricoperto, perché crediamo che un approccio integrato sia essenziale per ottimizzare i processi e migliorare l’efficienza delle strutture sanitarie. Questo percorso formativo è specificamente indirizzato a studenti che sono già inseriti nel mondo lavorativo. Le lezioni prevedono una parte teorica, integrata da esercitazioni e casi studio, e una parte applicativa. Lo scopo è quello di mettere a disposizione degli studenti uno strumento completo, una sorta di “cassetta degli attrezzi”, che consenta di comprendere le diverse metodologie e di applicarle in maniera concreta nella propria realtà lavorativa.
Al termine del corso, gli studenti avranno l’opportunità di sviluppare un project work finale, con il supporto dei nostri tutor, al fine di applicare le metodiche apprese durante il corso al contesto aziendale in cui operano.
Professor Porazzi, in conclusione, nell’ambito del PNRR, si stanno utilizzando le metodiche Lean per rivedere i processi?
Dalla nostra esperienza riguardo all’introduzione di nuove attività nel processo di modifiche organizzative in ottica PNRR, anche a livello territoriale, possiamo affermare che molto dipende dall’aspetto che il PNRR stesso sta sottolineando con forza, ovvero l’importanza di avere un bravo project manager a capo dei progetti. Pertanto, auspichiamo che il project manager incaricato di introdurre, modificare o apportare cambiamenti all’interno del processo sanitario sia una figura competente che possieda una solida formazione nelle tecniche di gestione e di Lean management.
Il territorio può diventare un terreno fertile per sperimentare e implementare i processi migliori
Inoltre, riteniamo che il successo nell’implementare queste metodiche sia strettamente connesso alla sensibilità del contesto in cui si opera. Ciò si estende anche al livello territoriale, dove è fondamentale che vi siano coordinatori che comprendano appieno le problematiche e che si siano impegnati a superare le resistenze al cambiamento. In tal modo, sarà possibile adottare un approccio innovativo, evitando di riproporre vecchie dinamiche e cercando, invece, di sperimentare nuovi processi organizzativi. Considerando che spesso le modifiche organizzative comportano anche modifiche nel layout e nella struttura del luogo di lavoro, il territorio può diventare un terreno fertile per sperimentare e implementare i processi migliori.
Il PNRR rappresenta un’ottima opportunità per promuovere l’utilizzo delle metodiche Lean. Speriamo che tali opportunità vengano sfruttate al massimo e che, attraverso l’applicazione di queste metodologie, si possa raggiungere un risultato significativo e un impatto positivo sulle organizzazioni coinvolte.
La carenza infermieristica non si combatte con iniziative spot: la professione va resa attrattiva riformando il percorso formativo e prevendendo un chiaro sviluppo di carriera.
Nel 2025 si celebreranno i primi cento anni dal Regio Decreto numero 1832 del 1925: la norma che ha istituito in Italia le prime ”scuole convitto per infermieri professionali” , per ufficializzare una figura che, fino a quel momento, era stata costruita su base volontaria, spontaneistica, regolamentata in diverse modalità, senza alcuna uniformità nazionale. Basti pensare che nel 1902 risultavano attive in Italia scuole di formazione solo in 25 ospedali; negli stessi anni nel Regno Unito se ne contavano oltre 500.
Oggi, a quasi un secolo da quella data fondamentale non solo per l’infermieristica italiana, ma per l’assistenza in generale nel nostro Paese, la FNOPI (Federazione Nazionale degli Ordini delle Professioni Infermieristiche) mette in campo fin d’ora i cardini di quella che dovrà essere la nuova formazione infermieristica.
Tre le priorità che dovranno trovare spazio nelle prossime leggi, a partire da quella di Bilancio:
Valorizzare la formazione infermieristica e le specializzazioni all’interno delle università anche con maggiori investimenti per il fondo previsto per sostenere la docenza universitaria e per aumentare il numero dei professori MED/45 (quelli in Infermieristica, appunto), per rendere qualitativamente sostenibile la nuova formazione.
Implementare il percorso di formazione universitaria infermieristica, prevedendo le lauree magistrali a indirizzo clinico in risposta ai bisogni del sistema salute e della popolazione.
Correlare strutturalmente i posti del corso di laurea abilitante e delle lauree specialistiche adeguandoli al fabbisogno del sistema salute.
Il Regio decreto del 1925 fu il primo di molte norme di rilievo storico riguardanti l’infermieristica in Italia, dando valore all’infermiere specializzato, definito così già nella legge 1098 del 19 luglio 1940 per la sua ricaduta sulla qualità dell’assistenza e sulla riduzione degli accessi impropri in ospedale. Nel 1954 furono istituiti i Collegi (oggi Ordini) quali organi di tutela professionale, etica e deontologica della professione. Successivamente (1999) sono stati superati i mansionari, gabbie in cui una professione intellettuale non poteva trovare i suoi sbocchi naturali; istituite quindi le lauree e i percorsi universitari, prima triennali, poi anche magistrali seguiti dai dottorati di ricerca, dai ruoli di insegnamento accademico e così via.
Ora, per i cento anni della nascita della formazione e professionale degli infermieri, l’obiettivo – sottolinea la FNOPI – dovrà essere quello del salto di qualità: specializzazioni, sviluppo della laurea magistrale per consentire anche l’accesso più agevole all’area del ‘personale di elevata qualificazione’ previsto dal contratto, riorganizzazione delle docenze infermieristiche.
Senza qualità dell’assistenza, la mera quantità degli operatori non risolve i problemi dei cittadini e del SSN, conclude la FNOPI “senza infermieri qualificati non c’è salute”.
La Società Italiana d’Igiene, Medicina Preventiva e Sanità Pubblica (SItI) accoglie con soddisfazione la circolare emessa dalla Direzione Generale della Prevenzione del Ministero della Salute relativa alla vaccinazione anti Sars-CoV-2.
“Era più che necessario avere un quadro di riferimento chiaro in vista della prossima stagione autunnale per permettere alle Regioni la migliore organizzazione dei percorsi vaccinali – sottolinea la Prof.ssa Roberta Siliquini, Presidente della Società Italiana d’Igiene – Della Circolare è particolarmente rilevante l’attenzione ai più fragili, in linea con il recentemente approvato Piano Nazionale della Prevenzione Vaccinale e le raccomandazioni della comunità scientifica. Nello specifico si sottolinea l’importanza della vaccinazione dei conviventi di pazienti fragili così come il ricorso agli anticorpi monoclonali in caso di soggetti non immunocompetenti, in primis i pazienti trapiantati. Va inoltre ricordato che i vaccini disponibili sono sicuri ed efficaci nel prevenire la patologia severa ed è pertanto consigliata la vaccinazione anche a chi non rientra nelle categorie a rischio ancor più se a contatto con anziani e con il pubblico”.
FIMMG Formazione plaude la decisione di posticipare i termini di presentazione delle domande di iscrizione al prossimo Concorso per l’accesso al Triennio 2023/26 del Corso di Formazione Specifica in Medicina Generale.
“È una notizia positiva, in quanto permetterà a più colleghi di iscriversi al prossimo triennio di Formazione Specifica in Medicina Generale, anche a coloro che nelle ultime settimane non avessero avuto modo di leggere la notizia dell’apertura delle iscrizioni, oppure ai colleghi che, non risultando vincitori della borsa SSM, volessero intraprendere la strada della Medicina Generale”, commenta la Segretaria Nazionale di FIMMG Formazione, Erika Schembri.
“Auspichiamo tuttavia che questa proroga non provochi un posticipo della data stessa del concorso, attualmente prevista per il 30 di novembre, che ricordiamo essere già in ritardo rispetto al cronoprogramma previsto per legge”, aggiunge Schembri.
Dopo le numerose sollecitazioni di FIMMG Formazione, inoltre, è stato pubblicato il Decreto Ministeriale che proroga al 30 novembre 2023 gli scorrimenti della graduatoria di concorso per l’accesso al triennio di formazione specifica in medicina generale 2022/25.
“Ringraziamo il Ministro Orazio Schillaci per il suo intervento, che permetterà l’assegnazione delle borse MMG rimaste libere alle decine di colleghi ancora in attesa in graduatoria”, conclude Schembri.
L’automonitoraggio del diabete permette una maggiore aderenza e fa risparmiare. È quanto emerso da uno studio condotto da alcuni ricercatori dell’azienda sanitaria Barletta-Andria-Trani in collaborazione con Altems e alla società benefit CliCon sull’impatto economico dei diversi sistemi di monitoraggio del glucosio.
“Si tratta di un’analisi di real word che ha coinvolto l’Asl BT e che ha incrociato vari flussi amministrativi: quello della farmaceutica, le schede di dimissione ospedaliera e la specialistica ambulatoriale”, spiega Cataldo Procacci, Dirigente Farmacista presso Azienda Sanitaria Locale BT.
Il gruppo di lavoro ha comparato i tradizionali sistemi di monitoraggio del glucosio attraverso il sangue capillare con quelli di monitoraggio del glucosio interstiziale, dispositivi che forniscono il risultato in base a un intervallo di tempo prestabilito (flash o FGM) oppure on demand, su richiesta dell’utilizzatore (CGM). L’analisi pugliese ha utilizzato i device del primo tipo, che all’epoca della raccolta dati erano gli unici disponibili in Italia.
“Il nostro quesito di ricerca è partito dalla considerazione che l’innovazione tecnologica è un investimento – afferma Procacci – La domanda è quindi stata se questo investimento ha un ritorno dal punto di vista economico e di salute”.
La riduzione delle ospedalizzazioni
La risposta è stata affermativa. Sebbene infatti le strisce per il monitoraggio del sangue capillare siano più economiche, il lavoro ha evidenziato come il 70% dei pazienti che utilizzano questa formula non sia aderente. “Questo dato ci dice che ci deve essere un’educazione al paziente e forse anche una moral suasion dell’utilizzo delle risorse sanitarie da parte dei medici di medicina generale”, commenta Procacci.
Il secondo elemento di interesse è di natura economica: sebbene i dispositivi per il monitoraggio flash siano più costosi e vadano sostituiti ogni 15 giorni, infatti, è stata evidenziata una riduzione della spesa legata ai ricoveri. Dall’analisi è emerso che il costo medio annuo per paziente che utilizzava le strisce era di 3.614 euro e quello per gli utilizzatori di dispositivi avanzati era di 4.064 euro; per contro, la media del costo delle ospedalizzazioni per i pazienti con monitoraggio tradizionale è stata di 934 euro, contro i 268 delle persone con monitoraggio flash.
“E non si tratta solo di una riduzione di costo da trattamento evitato, ma anche un guadagno di salute del paziente”, commenta l’autore dello studio.
Il monitoraggio flash si è dimostrato costo-efficace: l’aumento del costo del dispositivo è supportato da un incremento di qualità di vita
Per l’analisi costo-efficacia del trattamento è stato usato l’indicatore della qualità della vita misurata come ”utilità” (QALYs). “Per farlo, abbiamo mutuato gli elementi necessari dal rapporto Hta di Agenas – commenta Procacci – Dopodiché, siamo andati a vedere se l’aumento dei costi era supportato anche da un incremento di qualità di vita. Abbiamo dimostrato che il monitoraggio di glucosio interstiziale è un trattamento costo-efficace: l’aumento di costo annuo dovuto alla tecnologia viene compensato sia da una riduzione dei costi sanitari dovuti ai ricoveri sia da un aumento della qualità della vita delle persone”.
Non è stato valutato alcun costo per la formazione dei pazienti, poiché questa è svolta dal diabetologo e supportata dall’infermiere durante la prima visita specialistica, quando viene anche consegnato il dispositivo. Facendo parte della visita ambulatoriale, dunque, non è considerato un costo aggiuntivo.
Come funziona il monitoraggio
In Italia secondo l’Istat ci sarebbero oltre 3,5 milioni di persone affette dal diabete e, secondo gli esperti, la patologia sarà una delle sfide sanitarie del futuro.
Per la forma di malattia che non risponde agli interventi dietetici e ai farmaci ipoglicemizzanti orali, è indicata la terapia insulinica con iniezioni multiple giornaliere. In questo contesto, il monitoraggio della glicemia è essenziale per prevenire l’ipoglicemia o le complicanze acute e croniche.
Per l’Istat in Italia ci sarebbero oltre 3,5 milioni di persone con diabete, che per gli esperti sarà una delle sfide sanitarie del futuro
Da alcuni anni i diabetici hanno acquisito la possibilità di gestire la malattia a casa, grazie alla disponibilità di dispositivi minimamente invasivi per l’automonitoraggio della glicemia. Le strisce reattive monouso misurano il glucosio da una goccia di sangue prelevata tramite puntura del dito con un glucometro (o pungidito).
Le linee guida italiane raccomandano per il diabete di tipo 1 in terapia basal-bolus un minimo di 3 o 4 misurazioni giornaliere, corrispondenti rispettivamente a 1.095 e 1.460 strisce all’anno, mentre per il diabete di tipo 2 in terapia insulinica le misurazioni giornaliere raccomandate sono comprese tra 1 e 4 (rispettivamente 365 e 1.460 all’anno).
La recente introduzione dei sistemi di flash glucose monitoring (FGM) ha consentito la misurazione automatica in continuo dei livelli di glucosio nel liquido interstiziale attraverso sensori applicati sul dorso del braccio interfacciabili con smartphone.
L’applicazione a altre patologie
I risultati dello studio sono particolarmente interessanti alla luce della loro potenziale applicabilità anche per l’automonitoraggio di altre patologie croniche, la cui gestione sarà sempre più decentralizzata sul territorio. “Credo che siano due le direttrici sulle quali si muoverà la sanità del futuro – afferma Procacci – Da una parte sarà sempre più importante l’home delivery di un farmaco o di un dispositivo, per migliorare la prossimità delle cure. Dall’altra, per quanto riguarda il cronico compensato, diventerà fondamentale la possibilità di svolgere l’automonitoraggio e di inviare i dati al clinico in tempo reale. In questo modo, il professionista può verificare da remoto qual è lo stato del paziente”.
Nella sanità del futuro sarà sempre più importante l’home delivery del farmaco o del dispositivo e la possibilità di svolgere automonitoraggio per il paziente cronico compensato
Uno dei limiti del lavoro è aver preso in considerazione soltanto un’Asl: “Si tratta di uno studio pilota e la scelta è dovuta a esigenze di analisi dei vari flussi di dati – spiega Procacci – Infatti, sebbene oggi si parli molto di superamento dell’ottica a silos, dal punto di vista ragionieristico è più semplice comparare le singole voci. Tuttavia, mettere a confronto in modo trasversale i diversi flussi è l’unico modo per valutare la sostenibilità del sistema”.
La volontà è che il lavoro ispiri altre realtà a effettuare studi simili, per poter migliorare la programmazione sanitaria. “Ad oggi, per esempio, nella nostra Asl i dispositivi FGM rappresentano uno dei capitoli di spesa più elevato sul territorio – rileva Procacci – Il nostro direttore amministrativo, per esempio, ha voluto studiare i dati emersi dal nostro lavoro per valutare gli investimenti futuri e compiere scelte di governance sanitaria strategiche”. La sfida, infatti, è capire se i trattamenti per l’automonitoraggio siano costi evitabili o investimenti per la popolazione.
“La mia speranza è che anche i dashboard di monitoraggio futuri a disposizione delle Regioni vadano a misurare non solo i costi effettivi, ma anche quelli evitati e il miglioramento dello stato di salute delle persone. Oggi con il DM77 e le risorse per il PNRR abbiamo tutte le carte in regola per costruire un telemonitoraggio valido per patologie come il diabete, l’ipercolesterolemia o le patologie reumatiche. In questo modo, inoltre, abbiamo visto che aumenta anche la compliance dei trattamenti”.
Cyber security in sanità: nel 2022 il comparto healthcare è stato il più colpito dai criminali informatici (escludendo il fatto che la maggioranza degli attacchi è stata rivolta ai cosiddetti “multiple targets”, i bersagli multipli). E nel primo trimestre di quest’anno viene confermato il trend di crescita: i cyber attacchi sferrati alla sanità a livello globale sono stati il 17% sul totale da gennaio a marzo 2023 (contro il 12% del 2022). Non fa eccezione l’Italia, dove gli attacchi negli ultimi quattro anni sono triplicati.
I dati emergono dal focus Healthcare del Rapporto Clusit relativo al primo trimestre 2023, da cui affiora che l’obiettivo della criminalità nel settore sanitario – un comparto che, è bene precisarlo, al pari di tanti altri è stato costretto a una veloce digitalizzazione e risulta particolarmente sotto pressione dagli anni di pandemia – rimane la monetizzazione, piuttosto che le azioni dimostrative o di spionaggio: gli attacchi nei primi tre mesi dell’anno sono stati infatti quasi tutti riferibili al cybercrime, in linea con la tendenza del 2022, eccetto per una minima percentuale (3%) riferibile ad episodi di hacktivism, forma di attivismo digitale non violento, il cui obiettivo principale risulta scevro da interessi economici personali.
Dettaglia Alessandro Vallega, membro del comitato scientifico di Clusit, Associazione italiana per la sicurezza informatica, che rappresenta oltre 600 organizzazioni, appartenenti a tutti i settori del sistema Paese: “Il Rapporto ci mostra che la quasi totalità degli attacchi sono effettuati dalla criminalità allo scopo di trarne profitto. La tassonomia utilizzata nella nostra ricerca riporta anche le motivazioni di espionage/sabotage e hacktivism per le quali tuttavia misuriamo, per la sanità, percentuali risibili”. Le ragioni? “Sono di facile comprensione – riprende – osservando che spionaggio e sabotaggio riguardano soprattutto settori a rilevanza statale strategica (guerra e conflitto) e aziende che crescono rapidamente in termini di ricerca e sviluppo e hanno segreti importanti da proteggere, e che l’hacktivism colpisce aziende che sono percepite dall’attaccante come ingiuste, inique, non rispettose dell’ambiente e dei diritti dell’uomo o degli animali. La sanità è invece di grande interesse per i cybercriminali perché è relativamente arretrata dal punto di vista della protezione degli asset digitali ed è quindi un bersaglio facile. A parità di sforzo, i criminali guadagnano di più”.
Ma non è tutto. Dal Rapporto Clusit emerge che nel primo trimestre del 2023 le strutture italiane sono state colpite, in un terzo circa dei casi, ed escludendo i casi in cui la tecnica di attacco non è conosciuta al pubblico, da malware. L’utilizzo di vulnerabilità come punto di ingresso per violare sistemi ha rappresentato invece nello stesso periodo il 16% dei casi. Di ulteriore rilievo, secondo i ricercatori dell’Associazione italiana per la sicurezza informatica, anche il 9% di attacchi basati su furti di identità e violazione di account, più alto della media.
La sanità è di grande interesse per i cybercriminali perché è relativamente arretrata dal punto di vista della protezione degli asset digitali ed è quindi un bersaglio facile
Al contempo, va evidenziato che la gravità dell’impatto degli incidenti nel settore healthcare è stata complessivamente, per i primi tre mesi dell’anno, più bassa rispetto alla media, con il 71% di incidenti classificati come “grave” o “critico” rispetto a una media dell’80%. Ciò nonostante, trattandosi del settore più colpito, l’impatto globale risulta comunque assai alto, e gli effetti sociali dell’interruzione di servizi in questo ambito, oppure la diffusione di informazioni in merito allo stato di salute dei cittadini, sono rilevanti. Oggi il numero crescente di incidenti in sanità in assoluto (262 nel 2021 contro 304 nel 2022) e rispetto agli altri settori aziendali (12,21% nel 2021 contro 16,77% nel 2022) desta apprensione, dimostrando che il comparto fatica non poco a reagire alla sfida di cyber security in sanità.
Healthcare e cyber attacchi: gli strumenti e le tecniche dei criminali informatici
I dati sanitari, dunque, sono preziosi per numerosi soggetti – hanno sottolineato i ricercatori di Clusit – e vanno ad alimentare un mercato nero, individuabile nel dark web, nel quale, infatti, sono quelli che vengono venduti a prezzo più elevato. E non è una coincidenza che questa tipologia di furto sia in costante aumento.
I dati sanitari sono preziosi per numerosi soggetti e la sanità non è più al riparo dagli attacchi criminali solo perché è un servizio ai cittadini
Sulla sicurezza dei dati in ambito sanitario l’Italia sta facendo abbastanza? Quanto ancora può fare e dove, nel caso, occorre migliorare? Pronta la replica di Vallega: “L’idea di appartenere a un’organizzazione che non meriti l’attenzione degli attaccanti – e, quindi, non è nel loro mirino e perciò non vale la pena investire grandi risorse per proteggersi – è sempre stata piuttosto popolare, soprattutto in questo settore. Tale percezione è fortunatamente in diminuzione, ma in passato ha avuto ancora più presa per via del servizio che la sanità porta ai cittadini (“noi facciamo del bene”). Alcuni gruppi criminali, addirittura, dichiaravano sui loro portali di non voler vendere i loro servizi e software d’attacco a chi intendesse usarli contro gli ospedali ma, ormai, anche questo fatto non è più vero”.
Al contempo, va osservato che ci sono due differenti modi per essere identificato come un possibile bersaglio da colpire. “Quello numericamente più rilevante consiste nel semplice fatto che gli attaccanti continuano a scansionare tutti i dispositivi raggiungibili dalla Rete per verificare se sono vulnerabili a causa di un difetto del software o di configurazione. Una volta trovata una “porta aperta” – incalza Vallega – l’informazione viene venduta ad altri che decideranno se proveranno ad ‘entrare’ sulla base delle loro capacità, della vulnerabilità e delle caratteristiche del bersaglio”.
Altresì, “ci sono acquirenti di ogni tipo per ogni tipo di bersaglio. È evidente che in questa ‘pesca a strascico’ possono essere prese organizzazioni di ogni tipo e grandezza”. Da qui la ‘caccia alla balena’, nel cui caso “l’attaccante identifica per vari motivi un bersaglio e prova a violarlo. In tale situazione le tecniche usate includono le precedenti ma si estendono ad altre in una sfida di intelligenze, di attacchi e di misure di sicurezza. Ma neanche in questa situazione le organizzazioni ‘minori’ sono esonerate perché le loro vulnerabilità e debolezze possono essere un veicolo per raggiungere il bersaglio grosso. Si parla, nel dettaglio, di supply chain attack e di supply chain security”.
Sicurezza informatica in sanità: il ruolo dell’IT e dell’Ingegneria Clinica
Vallega puntualizza che “l’informatica è arrivata in ospedale da due strade diverse: l’IT per gestire gli aspetti contabili e amministrativi e l’Ingegneria Clinica con le macchine di diagnosi e cura. Queste seconde nel tempo sono state potenziate con software sempre più sofisticati, poi sono state connesse alla rete interna e quindi a Internet. Oggi una parte del loro funzionamento può essere delegata al cloud per le elaborazioni più sofisticate, per esempio con l’intelligenza artificiale, oppure per una gestione centralizzata ottimizzata a vantaggio del medico o dell’ingegnere clinico. La superficie di attacco, ovvero quello che un attaccante può facilmente raggiungere per iniziare la sua esplorazione, è quindi cresciuta a dismisura”.
Il comparto sanitario ha affrontato una veloce digitalizzazione e risulta particolarmente sotto pressione dagli anni di pandemia
Quindi il membro del comitato scientifico di Clusit aggiunge: “Ho osservato che l’IT è consapevole del problema cyber security in sanità ma spesso non riesce a ottenere l’attenzione del management per i fondi e le risorse necessarie a mettere in sicurezza i sistemi”, per poi dettagliare le figure e i ruoli professionali interessati.
“In Italia il responsabile dei sistemi informativi e quello dell’Ingegneria Clinica sono di prassi due persone diverse che condividono la rete di trasmissione dati ma hanno vincoli operativi differenti. Il responsabile del servizio di Ingegneria Clinica deve garantire la continuità di funzionamento dei dispositivi medici, anche quando questi risultino infettati da un virus informatico perché sono usati in quel momento per delle cure vitali. Inoltre, è abbastanza comune che tali dispositivi si basino su sistemi operativi obsoleti e, quindi, non siano più aggiornati dal produttore, anche rispetto a tutte le vulnerabilità scoperte dopo la data di de-supporto”.
La situazione è complicata ulteriormente per via dei requisiti delle certificazioni che devono essere di nuovo ottenute qualora il sistema sia aggiornato dal produttore. “La certificazione, che ha lo scopo di garantire il paziente rispetto ai malfunzionamenti che possono causare errori di diagnosi e cura, è un ostacolo per la sicurezza informatica che ad oggi consiste in una correzione continua degli errori immessi involontariamente nel software”, ammette Vallega.
Formazione e consapevolezza nell’uso delle tecnologie sanitarie digitali
Oggi le organizzazioni sanitarie ricorrono alle tecnologie sanitarie digitali, alla rete e agli strumenti innovativi per gran parte della loro attività: a vantaggio della tutela dell’intero sistema, però, è imprescindibile che ciascuno sia consapevole del loro uso, conosca i rischi informatici e le contromisure. In caso contrario, si permette ai cyber criminali di creare grandi danni alle persone e alle organizzazioni, interrompendo i servizi di cura, ricattando gli uni e gli altri e vendendo i dati rubati sul dark web.
“Parliamo di minacce per le quali le organizzazioni sanitarie dovrebbero attrezzarsi meglio, anche con costanti verifiche delle vulnerabilità dei sistemi, poiché le conseguenze di questi attacchi non sono solo economiche e organizzative: a rischio ci sono i cittadini e la società”, circoscrive Vallega, convinto (a ragione) che anche nel settore healthcare la migliore forma di prevenzione è rappresentata dalla formazione (“utile a condurre alla consapevolezza nell’uso delle tecnologie digitali, per operare in sicurezza e non compromettere eventuali contromisure già messe in atto”).
Anche nel settore healthcare la migliore forma di prevenzione è rappresentata dalla formazione
Purtroppo però, al contrario di quanto spesso si crede – e il focus “Healthcare” del Rapporto Clusit relativo al primo trimestre 2023 lo rimarca – non sono solamente gli utenti con posizioni intermedie all’interno delle aziende sanitarie e farmaceutiche a necessitare di formazione; sovente, accade che anche i vertici delle organizzazioni con competenze specifiche e di elevato livello in economia, in temi legali e di salute, non abbiano consapevolezza in ambito di cybersecurity. Gli stessi profili ai quali, tutt’altro che di rado, sono riservati accessi ad account privilegiati, con autorizzazioni per compiere operazioni bancarie e fornire input amministrativi (ragione per cui sono bersagli molto interessanti per i cyber criminali).
Certamente il PNRR prevede finanziamenti pari a 2,5 miliardi circa in relazione al potenziamento degli strumenti digitali, dell’infrastruttura e del fascicolo sanitario, ma non sono compresi gli investimenti per la formazione specifica del personale sanitario. Ragione per cui è basilare che le singole organizzazioni investano in programmi di sensibilizzazione e formazione per il personale e, in parallelo, adottino una serie di politiche e procedure di sicurezza appropriate per proteggere i dati sanitari e prevenire gli attacchi cyber.
A livello di singola azienda sanitaria, le iniziative di consapevolezza e formazione del personale devono prevedere diversi livelli di approfondimento, a seconda delle responsabilità
A livello di singola azienda sanitaria, invece, si possono suggerire una serie di azioni funzionali da mettere in campo? “La risposta è sì – interviene Vallega – e devono includere diverse iniziative tese ad aumentare la consapevolezza e la formazione del personale aziendale facendo attenzione a distinguere almeno tre diverse audience e livelli di approfondimento adeguati. In particolare, bisogna formare gli utenti “normali” (quelli che semplicemente usano l’IT come strumento di lavoro e devono semplicemente conoscere le regole di “igiene” cyber), gli utenti di tipo IT (amministratori di sistema, sviluppatori e altre figure che devono conoscere e adottare le “buone pratiche”) e il management aziendale (che deve comprendere in cosa consiste la sfida cyber e sostenere praticamente con l’esempio e adeguati mezzi la cultura della sicurezza).
E ancora, non vanno sottovalutati “il controllo e il monitoraggio della rete di trasmissione dati e dei dispositivi connessi tramite tecnologie atte a impedire l’accesso da parte di entità non autorizzate, a scoprire la presenza ostile di un attaccante all’interno del perimetro aziendale sia esso on-premises sia nel proprio cloud” né “l’analisi e la riduzione delle vulnerabilità tecnologiche seguendo un approccio che tiene in conto delle priorità di lavoro tramite costanti aggiornamenti e ‘patching’ dei sistemi. Dunque, a seconda della maturità aziendale e dello stato dell’arte, si possono scegliere percorsi di miglioramento anche assai differenti tra loro”.
È prioritario perciò investire quanto prima il tempo e l’energia sulla formazione e sulla consapevolezza, poiché – a maggior ragione in sanità – la sicurezza non si implementa a stretto giro ed è tanto il gap accumulato da recuperare.
La diagnostica radiologica domiciliare si rivolge prevalentemente a pazienti fragili che si trovano in condizioni di non potersi muovere dal proprio domicilio e che necessitano di esami radiologici, non in regime di urgenza, con qualità e processo allineati a quanto il paziente potrebbe fruire presso strutture ospedaliere. In Piemonte questo percorso è attivo anche in alcune case di reclusione che non hanno strumenti diagnostici propri a disposizione.
Con la telemedicina nelle carceri si hanno vantaggi di tipo economico ma non solo, ad esempio con la riduzione dei costi complessivi in quanto non è più necessario il trasporto protetto verso strutture di cura esterne e il conseguente impiego di operatori di polizia penitenziaria e dispiego di mezzi, abbattendo anche tutti i rischi correlati. Vi sono anche vantaggi per le persone ristrette che vedono migliorare la qualità delle proprie cure con gli screening eseguiti in ambito carcerario mediante radiologia domiciliare, come ad esempio per la tubercolosi e numerose altre patologie, da quelle infettive a quelle cronico-degenerative. Gli screening presuppongono vantaggi per la salute dei detenuti e per l’intera collettività e di miglioramento dell’equità nelle cure per le persone ristrette.
Ne abbiamo parlato con Marco Grosso, Project manager di Asl Torino 3, che ha sperimentato un progetto di radiologia domiciliare con telemedicina in carcere già nel 2010.
Come è nata l’esperienza di radiologia domiciliare in carcere in Piemonte? E con quali motivazioni?
La storia della radiologia penitenziaria, che si svolge dove non ci sono servizi di radiologia interna, nasce in Piemonte intorno al 2010 nell’esperienza di r@dhome per l’allora Servizio di Radiologia Domiciliare e Territoriale di Città della Salute e della Scienza- Molinette di Torino, a seguito delle prime esperienze fatte nel territorio sulla radiologia di prossimità e nelle RSA. È venuto naturale pensare che la telemedicina avesse un significato dove le barriere erano più imponenti e dove potesse esprimere il meglio, come negli ambienti montani, dove le condizioni orografiche sono complesse ed esistono barriere, e si è quindi deciso di affrontare anche l’argomento tele radiologia in carcere”.
Ogni volta che un detenuto esce con il nucleo traduzioni per una visita o un esame diagnostico impatta dal punto di vista economico per circa 2.500€. Questo è uno dei motivi per i quali la medicina penitenziaria cerca di limitare questo tipo di uscite.
In aggiunta, mantenendo i detenuti all’interno delle strutture carcerarie, si elimina il rischio di fuga, che rappresenta una delle principali preoccupazioni. Di conseguenza, l’integrazione della radiologia domiciliare supportata dalla telemedicina all’interno delle carceri soddisfa entrambe queste esigenze.
L’argomento è stato affrontato con il dipartimento dell’amministrazione penitenziaria che ha giurisdizione su Piemonte, Liguria e Val d’Aosta, però abbiamo deciso di scrivere il primo progetto incardinato solo su un setting peculiare di case di reclusione: quelle di Saluzzo, Fossano e Asti, e solo in un secondo momento quello di Ivrea, tutti Istituti di pena che non hanno un servizio di radiologia interno.
In carcere si verifica un’esigenza di radiologia per le patologie di stagione, come le polmoniti, peggiorate dal sovraffollamento
Con l’entrata in vigore del d.p.c.m. 1° aprile 2008 tutte le competenze sanitarie sono state trasferite al Servizio Sanitario Nazionale, quindi a Regioni e ASL, pertanto il lavoro di screening è stato fatto in primo luogo con una verifica dello stato epidemiologico dei detenuti: le patologie sono state suddivise, ad esempio classificando quelle emergenti urgenti, per lo più patologie di stagione e in modo particolare per le persone che hanno come pena l’ergastolo; essendo una popolazione che sta invecchiando, questi soggetti hanno le stesse probabilità di contrarre le patologie geriatriche concomitanti come tutte le persone che invecchiano.
La popolazione anziana nelle carceri è molto fragile per età, ma anche per condizioni sociali. Si verifica quindi un’esigenza di radiologia per tutti i fenomeni transitori delle malattie di stagione, tipicamente polmoniti nosocomiali, peggiorate dal sovraffollamento. Oltre a ciò, la tele radiologia è utile in caso di diagnosi per malattie trasmissibili, come ad esempio la tubercolosi per la quale, in caso di positività sia al test di Mantoux sia al Quantiferon test, è prevista l’esecuzione di una radiografia del torace per verificare gli addensamenti. Inoltre, le patologie epatiche come le epatiti possono albergare in quei frangenti, allora anche la sorveglianza, non radiologica, ma ecografica sarebbe utile.
Come si è sviluppata questa esperienza nel corso degli anni e come funziona la procedura?
A seguito di questa analisi, abbiamo individuato la coorte di studio. Nel 2010 i detenuti in Piemonte erano un po’ meno di 4 mila e, fatta una classificazione per patologie, si è deciso di andare a lavorare nelle carceri che non avevano un servizio di radiologia interno e dove erano evidenti queste caratteristiche epidemiologiche più vicine alla sorveglianza radiologica.
Il servizio è partito negli Istituti penitenziari di Saluzzo, Asti, Alba e Fossano ma ad oggi è attivo solo nella Asl di Asti
Sono stati identificati gli Istituti penitenziari di Saluzzo, Asti, Alba e Fossano e nel 2011, grazie all’accordo con il Dipartimento di amministrazione penitenziaria, è stata fatta la convenzione che ha portato ad un contributo economico da parte della Cassa delle Ammende di circa 40 mila Euro, apporto sufficiente per l’avvio del progetto nel 2012.
Per quanto riguarda la filiera, la procedura inizia con la richiesta da parte del medico penitenziario che, tramite un’email, evidenzia la necessità di prenotare un servizio di radiologia domiciliare: le sessioni sono settimanali di quattro ore, con orari prestabiliti dal carcere.
Una volta arrivati ai cancelli del carcere, dopo i controlli di routine, l’equipe si avvia in infermeria, monta la strumentazione e nel frattempo, arriva il primo paziente, scortato dagli agenti penitenziari, per effettuare la radiografia. Il secondo paziente arriva solo dopo che il primo è stato riaccompagnato in cella. I tempi di produzione sono quindi piuttosto dilatati.
Quali difficoltà avete dovuto affrontare e quali prospettive ci sono per il futuro?
Le complicazioni si sono rese evidenti nelle convenzioni con le ASL sulle quali insistono le Case circondariali: le tecnologie di telemedicina prevedono una trasmissione di dati (nel nostro caso i dati sono delle immagini) e la difficoltà consisteva nel fatto che nessuna tecnologia di comunicazione poteva entrare in carcere, ma è stata superata nel 2013 con l’utilizzo di VPN (Virtual Private Network – rete privata, anonima e criptata-), collegata con l’ospedale, dove viaggiava solo l’immagine.
Il progetto è andato avanti fino a quando l’Ospedale Le Molinette Città della Salute di Torino ha chiuso tutte le attività verso l’esterno e il progetto si è spostato all’ASL di Asti, unica Azienda in Piemonte ad avere il servizio di radiologia a domicilio per il carcere di Asti.
La sicurezza dei dati gestiti con la radiologia in telemedicina è essenziale
L’auspicio è che le cose cambino. L’assessorato Regionale che si occupa di medicina penitenziaria ha appena realizzato un’indagine sul numero e la qualità delle macchine presenti nelle carceri che hanno la radiologia, il PNRR offre questa opportunità.
L’idea di Regione Piemonte e Azienda Zero è quella di poter incorporare le attività radiologiche domiciliari legate al carcere nel Piano Nazionale di Telemedicina, il Centro di riferimento della radiologia domiciliare, le strutture pubbliche e ognuna andrà a soddisfare il bisogno radiologico del carcere di riferimento, riversando inoltre tutti i dati sulla Piattaforma Nazionale di telemedicina che provvederà a distribuire la refertazione.
In questo momento, come detto, in Piemonte è il servizio di radiologia domiciliare è attivo solo sul carcere di Asti, per le altre case di reclusione mancanti di radiologia interna siamo pronti a partire anche domani.
Le scuole di specializzazione mediche in Italia svolgono un ruolo fondamentale nella formazione dei medici specializzati, ma il sistema attuale presenta diverse criticità che richiedono urgentemente interventi riformatori. In un’intervista a Massimo Minerva, Presidente Nazionale Associazione Liberi Specializzandi, esperto nel campo delle scuole di specializzazione, abbiamo esplorato le principali problematiche legate a questi istituti formativi.
L’accreditamento e l’accesso alle scuole di specializzazione di medicina sono disciplinati dal Decreto Legislativo 17 agosto 1999, n. 368, che attua la direttiva europea 93/16/CEE sulla libera circolazione dei medici e il reciproco riconoscimento dei loro titoli. Gli standard e i requisiti sono disciplinati dal Decreto Interministeriale n. 402 del 13 giugno 2017 che approva i nuovi standard e requisiti per le scuole di specializzazione di area sanitaria, sostituendo quelli del Decreto Ministeriale 29 marzo 2006.
Il finanziamento insufficiente limita la capacità delle scuole di fornire una formazione di alta qualità
Una delle criticità riguarda la mancanza di risorse finanziarie a disposizione delle scuole di specializzazione. Il finanziamento insufficiente limita la capacità delle scuole di fornire una formazione di alta qualità. La carenza di fondi si riflette sulla mancanza di docenti qualificati, strumentazioni moderne e materiali didattici adeguati. Queste limitazioni ostacolano il percorso di formazione dei medici specializzandi e ne limitano le competenze nell’affrontare le sfide mediche attuali.
Un altro problema è relativo alla struttura obsoleta dei programmi formativi delle scuole di specializzazione. Molti programmi si basano su approcci tradizionali e metodologie datate, non tenendo il passo con gli avanzamenti scientifici e tecnologici. È essenziale che i curricula formativi si adattino ai progressi scientifici e alle esigenze della pratica clinica moderna, al fine di garantire una formazione all’avanguardia e di qualità.
Il sistema di selezione dei candidati alle scuole di specializzazione è un’altra area che presenta criticità. Attualmente, la selezione si basa principalmente su esami scritti, che potrebbero non essere sufficienti per valutare appieno le competenze richieste, la capacità di lavorare in equipe, il pensiero critico e la gestione dello stress.
Il sistema delle scuole di specializzazione spesso manca di adeguata supervisione e controllo di qualità
Il sistema delle scuole di specializzazione spesso manca di adeguata supervisione e controllo di qualità. Mentre alcune scuole di specializzazione eccellono nella formazione, altre presentano carenze organizzative e di gestione. È essenziale implementare un sistema di monitoraggio e valutazione rigoroso per garantire che tutte le scuole di specializzazione rispettino gli standard di qualità richiesti e offrano una formazione di eccellenza.
Minerva ha sottolineato alcune irregolarità preoccupanti all’interno delle scuole di specializzazione mediche. Una delle principali criticità riguarda l’accreditamento di scuole che non soddisfano i criteri necessari, creando un ambiente in cui le scuole cercano di ottenere specializzandi dichiarando informazioni false.
“Il sistema di accreditamento delle scuole di specializzazione così com’è strutturato non funziona”, afferma Minerva, perché il sistema di controllo delineato dal decreto prevede che ci siano 16 persone, di cui tre dell’Università, tre del Ministero della Salute, tre del Ministero dell’Università e Ricerca, tre delle Regioni, tre specializzandi e un presidente. Quindi la componente universitaria dovrebbe essere in minoranza, ma non è così perché il presidente è sempre un universitario, il Ministero della Salute nomina due universitari e il Ministero dell’Università nomina due universitari, con il risultato che l’Osservatorio Nazionale della formazione medica specialistica, che dovrebbe controllare la qualità delle scuole di specializzazione delle università, in realtà diventa un caso in cui il controllore controlla sé stesso. “Un esempio della fallacia di questo sistema di controllo è rappresentato dalla scuola di specializzazione di otorinolaringoiatria del Vanvitelli, che al fine di soddisfare i criteri per l’accreditamento, dichiara di fare migliaia di interventi l’anno. Andando a vedere quali siano gli interventi, si scopre che si tratta di interventi di chirurgia generale perché si tratta di un’unica unità. Gli interventi che dichiarano di fare per formare otorinolaringoiatri sono in realtà interventi alla cistifellea, emorroidi, ernie. Oppure scuole a Napoli che dichiarano di avere dei Pronto Soccorso pur non essendo vero”.
Inoltre, gli specializzandi spesso si trovano a svolgere mansioni che vanno oltre il loro ruolo di formazione, coprendo le carenze numeriche degli strutturati, senza ricevere adeguata supervisione e supporto.
Gli stipendi degli specializzandi non sono stati adeguatamente aggiornati dal 2005
L’intervista ha evidenziato problemi relativi agli stipendi degli specializzandi, che non sono stati adeguatamente aggiornati dal 2005. La borsa ammonta a 1650 euro i primi due anni e 1710 euro per gli anni successivi. “Dal 2005 a oggi il potere d’acquisto di questa borsa di studio si è ridotta del 40% e non si pensa proprio ad aumentarla, causando una riduzione del loro potere d’acquisto”.
Inoltre, i diritti degli specializzandi, come orari congrui e trattamento, spesso non vengono rispettati. “Il contratto prevede che l’orario debba essere pari a quello degli strutturati, ovvero 38 ore settimanali. Il numero massimo di ore settimanali che si possono fare è 48 e vale per qualunque tipo di lavoro. Poi ci sono altre regole, come le 11 ore di riposo ogni singolo turno, un riposo ogni sette giorni. Queste regole spesso non vengono rispettate e ci sono casi in cui alcuni specializzandi della Ginecologia di Udine hanno fatto più di 300 ore mensili, cioè circa il doppio di quanto previsto dal contratto”.
Minerva racconta che dopo aver fatto segnalazione al Rettore dell’Ateneo e alle autorità ospedaliere, il risultato ottenuto è stato quello di ricevere minacce di denuncia per diffamazione per far desistere l’Associazione dall’effettuare questi controlli.
Per quanto riguarda il diritto degli specializzandi ad essere trattati con rispetto, Minerva riferisce che alcuni fatti in cui tale diritto è stato negato sono stati pubblicati anche sui quotidiani nazionali come ad esempio quello in cui gli specializzandi di Salerno erano costretti a compiere flessioni o quello degli insulti e minacce da parte della professoressa di Neurologia dell’Università di Perugia. Oppure come di recente il 118 della Lombardia, l’Agenzia Regionale di emergenza e urgenza, che ha organizzato un corso di formazione per gli specializzandi al costo di 1200 euro a persona, quando invece, per legge, dovrebbe essere compreso tra le attività formative degli specializzandi.
“Succede anche che per gli specializzandi non vengano organizzate lezioni o che la formazione erogata sia di bassa qualità come ad esempio gli specializzandi in Medicina dello Sport che devono assistere alle medicazioni dei femori di pazienti anziani”.
Servono un aumento degli investimenti, l’aggiornamento dei programmi formativi, un processo di selezione più accurato e un controllo di qualità rigoroso
È evidente che il sistema delle scuole di specializzazione mediche in Italia necessita di riforme significative. È indispensabile un aumento degli investimenti finanziari, l’aggiornamento dei programmi formativi, un processo di selezione più accurato e un controllo di qualità rigoroso. Solo attraverso tali interventi sarà possibile garantire una formazione di eccellenza per i medici specializzandi e un sistema sanitario all’altezza delle sfide attuali.
Le criticità presenti nelle scuole di specializzazione mediche richiedono un’azione immediata. È necessario un impegno congiunto delle istituzioni, delle università e dei professionisti del settore per apportare le riforme necessarie. “Solo così potremo assicurare una formazione di qualità ai medici specializzandi e garantire un futuro di eccellenza nella pratica medica in Italia”.
L’ultimo intervento normativo, valutato positivamente da Minerva, in materia di scuole di specializzazione è contenuto nel DL Enti pubblici, pubblicato in Gazzetta Ufficiale il 3 luglio 2023, che prevede la partecipazione degli specializzandi del secondo anno ai concorsi per l’accesso alla dirigenza pubblica del ruolo sanitari.