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Privacy: Thin ribadisce legittimità e anonimato dei dati sanitari raccolti e presenta ricorso all’Autorità giudiziaria avverso il provvedimento del Garante

Riceviamo e pubblichiamo la nota stampa ricevuta da Thin S.r.l.

A seguito dell’avvenuta divulgazione e diffusione della notizia inerente alla vicenda oggetto del provvedimento n. 226 del 1° giugno 2023 del Garante per la Protezione dei Dati Personali, che vede coinvolta la società Thin S.r.l., l’azienda stigmatizza e prende le distanze da ogni notizia pubblicata e da tutti i comunicati diffusi in ordine alla suddetta vicenda, in quanto contenenti elementi, dati e ricostruzioni non aderenti alla realtà dei fatti.

Si rende inoltre necessario precisare che l’Autorità Garante ha provveduto alla pubblicazione del provvedimento nonostante la pendenza dei termini di impugnazione e che, a maggior ragione, la società ha presentato le proprie doglianze in fatto e in diritto avanti all’Autorità giudiziaria preposta.

Riteniamo fondamentale ricordare che The Health Improvement Network-THIN” è un osservatorio creato nell’interesse della salute pubblica. L’osservatorio THIN è alimentato dai dati anonimizzati forniti dai Medici Ricercatori che, volontariamente e liberamente, decidono di aderire al progetto in quanto credono nel suo valore: generare una base di conoscenza per la ricerca medica, che consenta di realizzare progressi nei percorsi di cura dei pazienti.

Il valore di questi dati è fondamentale per prevenire, monitorare e gestire pandemie come COVID-19, per comprendere meglio la diffusione e l’epidemiologia delle malattie, le sintomatologie, le comorbidità, l’efficacia e la sicurezza delle terapie. THIN costituisce una fonte di dati ampiamente riconosciuta, rispettata e affidabile nel campo della ricerca e degli studi accademici, tanto che è citata in circa 2.000 pubblicazioni e riviste scientifiche internazionaliindicizzate; inoltre, numerose Autorità sanitarie in diversi Paesi europei, in primis EMA, l’Agenzia Europea per i Medicinali, prestigiose università, istituti di ricerca internazionali, utilizzano le informazioni THIN come riferimento per l’analisi delle cure primarie.

Nel provvedimento citato, l’Autorità Garante, pur riconoscendo la buona fede nonché l’accountability della società Thin S.r.l. e la qualità delle best practice implementate (e questi elementi motivano l’esiguità della sanzione amministrativa comminata), ritiene che i dati trattati siano pseudoanonimizzati e non anonimizzati, senza tuttavia dimostrarlo.

Noi siamo fermamente convinti che il database THIN, che rispetta gli standard previsti dalle Autorità, sia completamente anonimo e sarà riconosciuto come tale; come del resto, per casi analoghi, si è già espressa la giurisprudenza (da ultimo il Tribunale dell’Unione europea il 16 aprile 2023). Analogamente, siamo certi che la metodologia di anonimizzazione implementata nel progetto THIN sia di gran lunga la più sicura tra quelle presenti sul territorio italiano per database simili.

Inoltre, l’approccio dell’Autorità Garante rischia di bloccare totalmente la ricerca clinica basata sui real world data in Italia, il che provocherebbe un danno in primis per i pazienti. Per evitare che ciò avvenga, per proseguire il progetto THIN e salvaguardare l’immagine di tutti gli attori coinvolti, la nostra società ha contestato formalmente questo provvedimento e adirà le vie legali, in tutti i gradi di giudizio, sia in Italia che in Europa.

Quanto costerebbe curarsi senza il SSN? Anaao presenta il “conto ombra”

L’Anaao Assomed lancia l’allarme: siamo in una fase rischiosa per la tutela del diritto alla salute e le cause hanno radici antiche moltiplicatesi nel tempo:

  • il cronico insufficiente finanziamento pubblico del servizio sanitario nazionale che ci qualifica come “il primo dei paesi poveri”, paragonabile a Grecia e Romania;
  • l’autonomia differenziata, l’eccessiva frammentazione regionale e territoriale che subordina il diritto alla salute alla residenza, causando drammatiche differenze di aspettativa di vita e degradanti viaggi della speranza;
  • la mancanza di riforme organiche nazionali del servizio sanitario che innovando e aggiornando tengano il passo con le straordinarie novità scientifiche e tecnologiche di cui disponiamo, affrontando i cambiamenti demografici e sociali in cui siamo immersi.
  • Per non parlare di Covid e post Covid con tutte le conseguenze sanitarie, sociali economiche. A questo si aggiungono la carenza di personale, l’incremento vertiginoso dei costi di tutte le attività sanitarie.

È dunque arrivato il momento di porsi delle domande che l’Anaao Assomed rimanda al Governo, alle Regioni e alle Istituzioni:

  • Vogliamo ancora un sistema sanitario pubblico e universalistico finanziato dalla fiscalità generale?
  • Che ruolo deve avere la sanità pubblica nella scala di priorità delle politiche nazionali?
  • Riteniamo che il Servizio Sanitario nazionale sia un bene comune da difendere? O vogliamo optare per un sistema universalistico selettivo?
  • Quanta parte della ricchezza nazionale prodotta ogni anno (PIL) siamo disposti a destinare alla salute delle persone? Il confronto con l’Europa è desolante.

Per l’Anaao Assomed è solo una questione di scelte. E i cittadini devono sapere che le decisioni in tema di sanità di chi ci governa avrà inevitabili e pesanti ripercussioni sulle loro tasche.
Si, perchè se non ci fosse più il Servizio Sanitario Nazionale, che oggi grava sui cittadini solo per la fiscalità generale, il conto delle cure sarebbe assai salato.

Vediamo alcuni esempi, quelli più frequenti, in base a una ricerca condotta da Anaao Assomed, giugno 2023.

RICOVERO
QUANTO COSTA AL PAZIENTE UN RICOVERO NEL PRIVATO?
da 422 a 1.278 euro al giorno
Per un ricovero che richiede da una bassa a un’alta complessità assistenziale

QUALI ALTRI COSTI SONO A CARICO DEL PAZIENTE IN CASO DI RICOVERO NEL PRIVATO?
€1.200/ora per la sala operatoria
€ 600/giorno per la degenza in un reparto chirurgico
€ 400/giorno per la degenza in un reparto di medicina
€165/giorno per ricovero ordinario post acuzie

INTERVENTI CHIRURGICI
QUANTO COSTA AL PAZIENTE UN INTERVENTO DI COLECISTECTOMIA NEL PRIVATO?
€ 3.300 per Colecistectomia laparoscopica semplice
€4.000 per Colecistectomia laparoscopica complessa
da 3.000 a 10.000€ la parcella del chirurgo

CHECK UP CARDIOLOGICO
QUANTO COSTA AL PAZIENTE NEL PRIVATO?*
€ 775 (con mammografia) Donna >40 anni
€ 694 (con mammografia) Donna <40 anni
€ 345 Uomo <40 anni
€ 395 Uomo >40 anni

*Le tariffe sono variabili a seconda di età, sesso ed esami previsti (di solito es. Ematici+Ecg di base e da sforzo con visita specialistica finale)

E allora? Vogliamo conservare il nostro servizio sanitario pubblico, o siamo disposti a pagare queste cifre per curarci?
Per noi la risposta è chiara. Ci auguriamo lo sia per tutti i cittadini che ci aiuteranno a difenderlo.

Per approfondire

Il decreto PA Bis abroga il comma 687, soddisfazione Cosmed

“Un grande risultato per i medici e dirigenti sanitari arriva dal decreto PA bis, commenta Giorgio Cavallero, Segretario Generale COSMED. Ieri, infatti, la Camera con voto di fiducia ha approvato la soppressione del comma 687, in vigore della legge di bilancio per il 2019, che imponeva il ritorno della dirigenza amministrativa, tecnica e professionale del Servizio sanitario nazionale nel contratto della dirigenza sanitaria. Il comma è stato differito alla tornata contrattuale 2022-2024, successiva quindi a quella le cui trattative sono in corso. Il testo passa all’esame del Senato”.

“Questa imposizione di Legge, come più volte sostenuto dalla COSMED, avrebbe comportato la commistione di due Dirigenze con stati giuridici profondamente diversi con la coabitazione di nove professioni PTA (Ingegneri, Architetti, Avvocati, Geologi, Sociologi, Analisti, Statistici, Assistenti sociali e Amministrativi) normate esclusivamente dal Testo Unico sul Pubblico impiego (il decreto legislativo 165 del 2001) con la Dirigenza sanitaria normata prevalentemente dalla disciplina speciale contenuta nel decreto 502 del 1992”.

“Evidenti – sottolinea Cavallero – le problematiche di inserimento contrattuale nelle posizioni Dirigenziali e anche per le inevitabili conseguenze retributive di ciascuna Dirigenza. Si sarebbe sconvolto l’assetto contrattuale degli ultimi contratti di lavoro. Inoltre la Dirigenza PTA sarebbe stata privata di qualunque autonomia contrattuale e della possibilità di mobilità verso altre Amministrazioni delle Regioni e degli Enti locali. Le numerose differenze normative e professionali nonché le evidenti differenze in materia di percorsi formativi, reclutamento e formazione che per la Dirigenza sanitaria discendono dalla legislazione europea giustificano largamente una diversa collocazione contrattuale. Tale confusione rischiava di rendere difficoltoso l’accordo quadro sulle aree (preliminare per i contratti di lavoro successivi al 2019-2021 in discussione in entrambe le aree) che ora potrà essere affrontato esclusivamente in sede di contrattazione senza invasioni legislative”.

Si precisa chela Dirigenza PTA resta e continua a far parte del SSN pur avendo una diversa collocazione contrattuale.

“La COSMED, che ha sostenuto insieme ad altre la posizione descritta, accoglie con sollievo il provvedimento come un contributo utile al sollecito rinnovo dei contratti e alla migliore collocazione delle Dirigenze del SSN”.

Al via il Registro nazionale degli impianti protesici mammari

Al via il Registro nazionale degli impianti protesici mammari. Dal 1° agosto, è operativa l’infrastruttura informatica messa a disposizione dal Ministero della salute dove le Regioni che hanno già sottoscritto il relativo accordo – Marche, Calabria, Valle d’Aosta e dal 3 agosto la Campania – potranno iniziare la raccolta dei dati nei rispettivi registri regionali.

Il Registro nazionale sarà, infatti, alimentato con i dati provenienti dai registri regionali e provinciali. Tutte le Regioni e Province autonome hanno aderito all’utilizzo in sussidiarietà della piattaforma informatica fornita dal Ministero della salute, in accordo con il Regolamento sull’istituzione del registro nazionale degli impianti protesici mammari (Decreto 207/2022).

Gli operatori sanitari  che effettuano interventi di impianto o rimozione di una protesi mammaria nelle strutture sanitarie operanti nelle Regioni già attive sono tenuti a registrare le procedure chirurgiche eseguite.

Prima di effettuare l’intervento chirurgico occorre somministrare al paziente la scheda informativa, il consenso informato e l’informativa privacy per i registri regionali e per il registro nazionale (art.4, Legge 86/2012).

Per registrare gli interventi, i chirurghi potranno accedere tramite Spid al registro della Regione o Provincia autonoma dove ha sede la struttura sanitaria in cui è stato effettuato l’intervento.

Accedi ai Registri

Service Desk

  • Per problemi di accesso all’applicazione e per segnalare eventuali errori o malfunzionamenti, è possibile rivolgersi al Service Desk del Ministero della Salute, raggiungibile tramite i seguenti canali attivi 24 ore su 24 e 7 giorni su 7.

Per saperne di più

Info

  • Per richiedere informazioni sull’utilizzo della piattaforma informatica:

Combattere gli interferenti endocrini migliora la salute e ci fa risparmiare

“È scientificamente dimostrato che l’incremento di alcune patologie non è giustificabile solo dallo stile di vita, che pure ha un impatto. L’ambiente gioca un ruolo molto importante, che però non riusciamo a misurare del tutto”. Anna Maria Colao, past president della Società italiana di endocrinologia (Sie) ricorda uno dei dati più allarmanti degli ultimi anni: problemi come obesità, diabete, sindrome dell’ovaio policistico, riduzione della fertilità o pubertà precoce sono in crescita anche a causa degli interferenti endocrini.

“Si tratta di inquinanti ambientali che mimano l’azione degli ormoni oppure che ne bloccano gli effetti – spiega Colao – Purtroppo non siamo in grado di determinarne il livello minimo accettabile per la salute umana. Le società scientifiche come provocazione affermano che andrebbero portate a zero, ma siamo consci che sia impossibile, almeno nel breve periodo”.

Anna Maria Colao

E proprio la Sie, durante il suo ultimo congresso, ha sottoscritto la petizione dell’European Society of Endocrinology, chiedendo all’Unione europea una revisione restrittiva del regolamento n. 1907/2006, il cosiddetto Reach (Restriction, Evaluation, and Authorisation of Chemicals), che riguarda la registrazione, la valutazione, l’autorizzazione e la restrizione delle sostanze chimiche negli Stati membri.

“È fondamentale che la revisione sia adottata nell’ambito dell’attuale mandato politico della Commissione europea e del Parlamento europeo – ha commentato Colao –. Ritardare ulteriormente la revisione del Reach determinerà il persistere di un elevato livello di esposizione della popolazione agli interferenti endocrini, con conseguenze più gravi in particolar modo per i soggetti più vulnerabili, come donne in gravidanza e bambini”.

Le sostanze pericolose

E la situazione è tutt’altro che rosea: si calcola infatti che ogni 1,4 secondi l’industria sviluppi un nuovo composto e ogni anno 1.000 nuove sostanze vengano introdotte sul mercato.
Secondo stime Eurostat, nella sola Unione europea si producono ogni anno 300 milioni di tonnellate di sostanze chimiche e se ne consumano 200 mila tipi diversi, con vendite globali più che raddoppiate tra il 2000 e il 2017.

Ogni 1,4 secondi l’industria sviluppa un nuovo composto e le sostanze pericolose si trovano soprattutto in oggetti di uso comune

Le sostanze considerate pericolose per la salute o l’ambiente sono circa 12 mila e sarebbero presenti in 3 prodotti su 4 di larghissimo utilizzo, dai pannolini alle vernici, dai prodotti per la pulizia agli adesivi.
L’aspetto più preoccupante è proprio che queste sostanze chimiche si trovano in molti oggetti di uso comune fra cui imballaggi, bottiglie di plastica e giocattoli. Tra le sostanze più diffuse, bisfenoli, ftalati e perfluoroalchiliche (Pfas).

“Oltre alla perdita di vite umane e animali, gli interferenti endocrini sono responsabili anche di notevoli costi economici per i cittadini dell’Unione – ricorda Colao –: stime prudenti hanno collegato le esposizioni delle sostanze a circa 157 miliardi di euro tra spese sanitarie effettive e perdita di potenziale di guadagno”. La letteratura scientifica correla tra l’altro l’esposizione a queste sostanze a tumore del testicolo, della mammella, della prostata, del colon retto e malattie cardiovascolari.

I determinanti commerciali di salute

Le attività private, comprese le strategie e gli approcci utilizzati per promuovere prodotti e scelte di consumo, che influiscono sulla salute delle persone si chiamano determinanti commerciali di salute.
La rivista scientifica Lancet ha dedicato a questo tema una collana uscita nella primavera di quest’anno. L’approfondimento analizza il conflitto tra equità di accesso alla salute e profitti.
I dati dicono che quattro industrie (tabacco, alimenti non salutari, combustibili fossili e alcol) sono responsabili di almeno un terzo dei decessi globali all’anno.

Eppure, come si nota nell’editoriale della collana, gran parte del lavoro per comprendere l’impatto dannoso (o benefico) degli attori commerciali è stato finora svolto in silos separati all’interno della ricerca sanitaria. Ogni campo affronta molte delle stesse battaglie tattiche e strategie, ma manca un’agenda unificata per proteggere la salute. Allo stesso tempo, non c’è consenso tra i vari settori della salute per definire e comprendere i determinanti commerciali della salute.

La rivista scientifica Lancet ha dedicato a questo tema una collana. L’approfondimento analizza il conflitto tra equità di accesso alla salute e profitti

Proprio per questo, Lancet parte dando una definizione dei determinanti commerciali della salute, che sarebbero “sistemi, pratiche e percorsi attraverso i quali gli attori commerciali guidano la salute e l’equità”, oltre a un inquadramento per comprendere l’impatto delle entità commerciali sulla salute e un impegno ad affrontare le sfide in modo olistico.
Il curatore della collana ha sottolineato come la serie non sia anti-aziendale, ma a favore della salute. Esistono infatti alcuni buoni modelli di aziende che agiscono a favore della salute.

Per esempio, l’Oms sottolinea come circa 2 miliardi di persone avranno bisogno di dispositivi di assistenza entro il 2050, che miglioreranno notevolmente il loro benessere. L’obbligo di utilizzare dispositivi di sicurezza come le cinture di sicurezza, i sistemi di ritenuta per bambini o i caschi hanno ridotto significativamente le lesioni gravi e mortali. I farmaci e i vaccini hanno un impatto importante: l’immunizzazione dal morbillo, per esempio, ha evitato 25,5 milioni di morti dal 2000.
Proprio per il suo enorme potere (positivo o negativo) secondo gli esperti l’industria va regolamentata.  

Le sfide

“La legislazione europea sta diventando sempre più restrittiva – afferma Anna Maria Colao – Si tratta di un processo lungo, ma è un punto di partenza importante”. In seconda battuta, per la past president Sie occorre intervenire sulla consapevolezza delle persone: “È chiaro che il mondo dovrebbe consumare meno di queste sostanze dannose. Se si riduce la domanda automaticamente cala anche l’offerta e quando qualcosa non è più economicamente sostenibile per le aziende, queste smettono di produrlo”. 

Da un lato per Colao ci sarà dunque “la richiesta da parte dei Governi di spostare la produzione verso mezzi che siano più sostenibili ecologicamente. Dall’altro deve aumentare la coscienza collettiva per cui alcune cose anche molto comode è meglio non usarle. Per esempio il vetro è meglio della plastica perché si può lavare e riciclare”.
E qui si pone ancora una volta un problema di disuguaglianze: spesso ciò che è più salutare per noi o per l’ambiente è anche più costoso.

È importante agire sulla consapevolezza delle persone e intervenire per rendere più restrittiva la legislazione. Il cittadino può correggere il proprio stile di vita per non amplificare l’effetto degli interferenti endocrini

“Tuttavia, dal punto di vista del Paese, all’aumentare del numero di malati la sanità sarà economicamente sostenibile? Occorre ragionare come sistema anche su questi aspetti, attuando dei correttivi che permettano alle persone di evitare le sostanze nocive. Da parte loro, le società scientifiche servono come cassa di risonanza per non smettere di tenere alto il livello di attenzione sul problema”.

Infine, Colao ricorda che sulla salute umana funziona la sommatoria dei dati negativi: “Sebbene noi non possiamo modificare molto gli inquinanti che stanno in acqua, aria e terra, possiamo però intervenire sullo stile di vita. Sovrappeso, carenza di sonno, uso di droghe, alcol e fumo sono elementi che amplificano l’effetto degli interferenti endocrini – ricorda l’esperta – Ci sono cose che non sono modificabili dal singolo e altre che lo sono. Il compito del singolo può essere concentrarsi su questi ultimi”.

Tavolo tematico ministeriale sui medici, SMI: “Occorrono nuove risorse per i medici ospedalieri e per la medicina convenzionata”

“Alla riduzione delle risorse economiche nel corso degli ultimi dieci anni  e alla compressione delle prestazioni sanitarie per i cittadini, si uniscono le misure di contenimento della spesa sul personale che continuano a generare un aumento dell’età media dei medici: in questo modo non si può continuare”. Così Pina Onotri, Segretario Generale Sindacato Medici Italiani, in merito al tavolo tematico  ministeriale su medici, criticità contrattuali, organizzazione del lavoro, che si sta tenendo questo pomeriggio.

“Per quanto riguarda l’area della dirigenza medica e sanitaria è arrivato il tempo di ridare dignità al lavoro pensando alla standardizzazione di un sistema che valorizzi le competenze professionali, che punti al benessere organizzativo, che permetta la progressione di carriera, con l’attribuzione e il rinnovo degli incarichi, che bilanci il sistema di valutazione annuale dei dirigenti medici ai fini dell’attribuzione della premialità di risultato. Bisogna che il Governo preveda una defiscalizzazione del  lavoro, perché non possibile  tassare il lavoro  della dirigenza sanitaria  al 43%; si deve ridurre, da subito la tassazione e in particolare della libera professione; così come riteniamo che sia urgente prevedere misure per la depenalizzazione dell’atto medico, a tutela dei professionisti che sono impegnati in prima linea. Per i giovani medici specializzandi, nella discussione per il rinnovo  del CCNL, occorre prevedere un nuovo contratto di  formazione lavoro che permetta di essere retribuiti adeguatamente mettendo fine ad una discriminazione stipendiale rispetto ad altri colleghi.

La riorganizzazione della medicina territoriale deve essere sostenuta da un adeguato potenziamento del fabbisogno del personale medico, con un’idonea copertura finanziaria, innanzitutto diretta ai medici di medicina generale, nonché dall’implementazione di ulteriori setting territoriali, quali salute mentale, dipendenze patologiche, neuropsichiatria infantile e l’assistenza psicologica di base.

Si dovrebbe ipotizzare  nuova convenzione della medicina generale introducendo da subito la possibilità di poter usufruire dei benefici della legge 104, le ferie, il Tfr, la malattia di cui godono i medici della medicina dei servizi e gli specialisti ambulatoriali che lavorano a quota oraria all’interno di strutture pubbliche.

C’è necessità di introdurre nel nuovo contratto i concetti di pari opportunità; conciliazione vita/lavoro; adeguata retribuzione e valutazione standard dei carichi di lavoro che sicuramente non si esplicitano nelle ore di front office che svolgono in ambulatorio; la possibilità di poter usufruire del part time; una maggiore sicurezza sui luoghi di lavoro. Le risorse del PNRR devono essere destinate essenzialmente per l’assunzione di nuovi medici e per aumentare le loro retribuzioni equiparandole con quelle europee”.

PON: passa l’emendamento per i LEA

Ha ottenuto la fiducia alla Camera dei deputati il Decreto Legge 75/23, meglio noto come Decreto Pubblica Amministrazione bis. La maggioranza si è espressa sul testo approvato dalle Commissioni riunite I (Affari Costituzionali) e XI (Lavoro). All’interno del DL era già passato dopo discussione in Commissione e riformulazione, l’emendamento sugli indicatori dei livelli delle prestazioni che prevede anche il coinvolgimento delle Associazioni pazienti nel momento in cui verrà adottato il Piano Oncologico Nazionale 2023-2027.

Un nuovo traguardo nell’Agenda delle 45 Associazioni aderenti al Gruppo “La salute: un bene da difendere, un diritto da promuovere” e dell’Intergruppo parlamentare “Insieme per un impegno contro il cancro” alla Camera dei deputati.

“Un altro grande successo della buona politica che lavora con le Associazioni dei pazienti oncologici e onco-ematologici è stato raggiunto con l’approvazione dell’Emendamento condiviso tra l’Intergruppo alla Camera “Insieme per un impegno contro il cancro” e le Associazioni del Gruppo “La salute: un bene da difendere, un diritto da promuovere” – dice Annamaria Mancuso, Presidente Salute Donna ODV e Coordinatrice del Gruppo “La salute: un bene da difendere, un diritto da promuovere” – l’Emendamento proposto e approvato chiedeva di inserire nel Piano Oncologico Nazionale (PON) due punti fondamentali: precisi indicatori dei livelli delle prestazioni sanitarie, che dovranno essere stabiliti a livello nazionale  e che le Regioni e le Province autonome saranno chiamate a rispettare per contrastare e misurare le disomogeneità regionali ed evitare che ci siano pazienti di serie A e pazienti di serie B; il secondo punto riguarda l’importanza di avvalersi del parere e dell’esperienza delle Associazioni pazienti per misurare la performance delle Regioni insieme al Comitato permanente per la verifica dell’erogazione dei livelli essenziali di assistenza (Comitato LEA). Il mio grazie alle Associazioni del Gruppo “La salute: un bene da difendere, un diritto da promuovere”, a tutti i parlamentari e a tutti coloro che hanno contribuito a chiudere finalmente il primo capitolo del PON”.

Nuove frontiere per la comunicazione cellulare artificiale 

Cosa succede quando piccole molecole prodotte in laboratorio si trovano all’interno di cellule umane? Come si comportano? Per una di queste la risposta arriva da uno studio pubblicato sulla rivista Advanced Materials, firmato da un team di ricerca guidato dall’Istituto per la sintesi organica e la fotoreattività del Consiglio nazionale delle ricerche (Cnr-Isof) di Bologna e svolto in collaborazione con diversi gruppi Cnr, il Politecnico di Milano, l’Università di Bologna e l’Istituto Italiano di Tecnologia (Iit, sedi di Milano e Pisa). 

È noto che tali molecole possono aggregarsi formando nanostrutture altamente biocompatibili e conduttive: oggi, gli studiosi ne hanno osservato e compreso il meccanismo di crescita. “Dopo oltre dieci anni di studi interdisciplinari, abbiamo constatato la straordinaria capacità di alcune molecole organiche di “autoassemblarsi” in strutture cristalline fibrose (fibrille) all’interno di cellule umane, senza comprometterne la vitalità, e costituendo strutture altamente organizzate con proprietà di conduzione elettrica”, spiega Francesca Di Maria, ricercatrice del Cnr-Isof.  

Attraverso l’utilizzo di tecniche all’avanguardia di imaging cellulare e microscopia, i ricercatori hanno indagato, in particolare, il meccanismo di crescita di una di queste molecole, detta DTTO: “Le strutture che si formano attraverso processi di auto-assemblaggio all’interno delle cellule sono in grado di attraversare la membrana cellulare, facilitando il contatto tra diverse cellule e adattandosi al loro movimento: questo meccanismo di autoorganizzazione è senza precedenti, e ha implicazioni significative in diversi settori”, aggiunge Guglielmo Lanzani dell’Istituto italiano di tecnologia (Iit). “Ad esempio, si aprono nuove prospettive per lo sviluppo di terapie basate sulla stimolazione e sulla regolazione delle interazioni cellulari. Inoltre, potrebbe consentire progressi considerevoli nell’ingegneria dei tessuti, permettendo la creazione di strutture cellulari tridimensionali funzionali”. 

Secondo gli autori dello studio, l’utilizzo di queste molecole organiche rappresenta solo un primo passo all’interno di un vasto campo di ricerca sulle proprietà di autoorganizzazione all’interno delle cellule e pone le basi per ulteriori studi e potenziali applicazioni nel campo della biologia cellulare e della medicina rigenerativa. “Il nostro team è già impegnato nello studio delle potenzialità delle fibrille di DTTO e nell’esplorazione di nuovi composti organici con proprietà simili. L’obiettivo è comprendere appieno i meccanismi alla base di queste strutture organizzate al fine di sfruttarne appieno i benefici per la salute umana”, conclude Francesca Di Maria (Cnr-Isof).  

Malattie neurodegenerative rare, individuata una molecola in grado di debellare i prioni

Uno studio, realizzato dall’Istituto di ricerche farmacologiche Mario Negri in collaborazione con l’IRCCS Ospedale San Raffaele di Milanoe l’Università degli studi dell’Insubria, ha identificato, in modelli sperimentali in vitro, una molecola in grado di bloccare la replicazione dei prioni, le proteine infettive responsabili di malattie neurodegenerative mortali, come la malattia di Creutzfeldt-Jakob e il morbo della mucca pazza. La molecola appartiene alla classe delle porfirine e sfrutta un duplice meccanismo d’azione, finora mai descritto, che la rende attiva contro tutti i tipi di prioni ed evita che possano diventare resistenti ai farmaci.

Le malattie da prioni (o encefalopatie spongiformi trasmissibili), sono malattie degenerative rare del sistema nervoso centrale che colpiscono l’uomo e altri mammiferi. Come suggerito dal nome, queste patologie sono causate dai prioni, cioè forme alterate della proteina prionica (PrP) che è normalmente presente sulla superficie delle cellule nervose. La proteina prionica può cambiare forma, diventando un prione, per cause diverse: spontaneamente senza una ragione nota; a causa di mutazioni genetiche o in seguito a un’infezione da prioni provenienti da un altro organismo, come nel caso della trasmissione all’uomo del morbo della mucca pazza. L’accumulo dei prioni nelle cellule del cervello causa la formazione di forellini microscopici che rendono il tessuto cerebrale simile a una spugna (da qui il termine encefalopatie spongiformi). Dopo la comparsa dei primi sintomi, la malattia evolve rapidamente, portando alla morte.

“Purtroppo – spiega Roberto Chiesa, responsabile del laboratorio di Neurobiologia dei prioni dell’Istituto Mario Negri che ha coordinato lo studio – ad oggi non esistono cure. Una delle ragioni è legata al fatto che man mano che si replicano, i prioni mutano e rendono difficile identificare delle terapie in grado di debellarli. Nel corso dello studio su modelli sperimentali in vitro, abbiamo studiato l’effetto di alcune molecole sulla capacità dei prioni di replicarsi e ne abbiamo individuata una che svolge una doppia azione. Da un lato impedisce alla proteina prionica di trasformarsi in un prione e dall’altro ne induce l’eliminazione dalla superficie delle cellule nervose”.

“Questa scoperta – continua Giovanna Musco che dirige il laboratorio di Risonanza magnetica nucleare biomolecolare dell’IRCCS Ospedale San Raffaele – è molto importante perché evidenzia un meccanismo del tutto nuovo che blocca la replicazione dei prioni ed evita che mutino, sviluppando di conseguenza una resistenza a possibili terapie. Intendiamo sfruttare queste evidenze per poter formulare una nuova classe di farmaci per curare queste terribili malattie”.

“Il prossimo obiettivo in questa direzione – conclude Enrico Caruso del Dipartimento di biotecnologie e scienze della vita dell’Università dell’Insubria – è studiare come modificare chimicamente la molecola individuata (una porfirina), che per le sue caratteristiche al momento non può essere utilizzata come farmaco, o individuare molecole che agiscano con lo stesso meccanismo d’azione ma siano dotate di migliori proprietà farmacologiche”.

Lo studio è stato possibile grazie ai finanziamenti della Fondazione Telethon, Ministero della Salute, la CJD Foundation e Associazione Italiana Encefalopatie da Prioni (A.I.En.P.)

Donazione post mortem e trapianti: cosa frena gli italiani

Le recenti notizie su tecniche che aprono nuove frontiere in campo cardiochirurgico (utilizzo di un cuore che ha cessato ogni attività elettrica da 20 minuti) stanno alimentando la speranza che il numero di trapianti in Italia possa aumentare. Tuttavia perché ciò avvenga è necessario che la persona, finché è in vita, esprima la propria volontà di donare l’organo.

In Italia la normativa che regola la donazione di organi e tessuti post-mortem risale al 1999 (legge 91 del 1 aprile) e sancisce il principio del silenzio-assenso informato. Secondo questo principio sono considerati donatori coloro i quali esprimono la volontà positiva in merito alla donazione e non donatori quelli che invece esprimono parere negativo. Nonostante questo, la normativa è ancora, dopo più di vent’anni, in una fase transitoria, per cui viene adottato il principio del consenso o dissenso esplicito in base al quale – nei casi in cui il potenziale donatore non abbia espresso alcun parere in merito – i familiari hanno la possibilità di opporsi al prelievo di organi.

Il consenso alla donazione si può formalizzare in diversi modi: al distretto ASL di appartenenza, iscrivendosi all’associazione italiana donatori organi (AIDO), on-line e all’Anagrafe comunale al momento del rinnovo della carta d’identità. Come rispondono gli italiani?

I dati di una ricerca, promossa dal Centro Nazionale Trapianti in collaborazione con l’Università di Padova e pubblicati sulla rivista «British Journal of Health Psychology» con il titolo Life beyond life: Perceptions of post-mortem organ donation and consent to donate – A focus group study in Italy fanno luce su questo aspetto.

Si tratta del primo studio che prende in considerazione i diversi gruppi di popolazione direttamente coinvolti nella scelta e nel processo di donazione degli organi, nonché le persone socialmente influenti.  Finora, in Italia sono state condotte poche ricerche che indagano gli atteggiamenti e le percezioni riguardo alla donazione di organi. Inoltre, in termini di risultati, questa pubblicazione aggiunge alla letteratura corrente un sistema di questioni antinomiche che caratterizzano la difficoltà di questa scelta. I ricercatori hanno inteso i dilemmi come questioni generalmente percepite da un individuo come ugualmente rilevanti, ma spesso contrastanti o opposte. I risultati della pubblicazione possono avere importanti implicazioni per lo sviluppo di strategie atte a incoraggiare il consenso alla donazione. È importante specificare che non esiste un unico modo per risolvere il divario tra domanda e offerta di organi, tuttavia, identificando i facilitatori e le barriere alla donazione sulla base dell’analisi dei bisogni, delle convinzioni, delle paure e dei dubbi degli individui, è possibile attuare interventi mirati.

Secondo i dati del Sistema Informativo Trapianti (2022) la percentuale di chi ha espresso la propria volontà sulla donazione è solo del 55,3% e 8.022 pazienti sono ancora in attesa di trapianto.

“A dispetto di un atteggiamento generalmente positivo rispetto alla donazione di organi post-mortem il numero delle espressioni di volontà è ancora troppo basso – dice la Professoressa Sabrina Cipolletta del Dipartimento di Psicologia Generale dell’Università di Padova, autrice della ricerca promossa dal centro Nazionale Trapianti –. Ci siamo chiesti cosa succede tra il “dire” e il “fare”. Si tratta di un importante studio su tutto il territorio nazionale per comprendere le percezioni, conoscenze, paure e difficoltà per l’espressione di volontà alla donazione degli organi post-mortem da parte della popolazione italiana. È il primo approfondimento a livello nazionale e internazionale a coinvolgere un numero così imponente di partecipanti (353) che hanno preso parte a 38 gruppi di discussione (focus group) e che rappresentano fasce diverse della popolazione e diversi ruoli professionali: professionisti socio-sanitari che lavorano in reparti d’urgenza e di lungo degenza o sul territorio, dipendenti dell’ufficio anagrafe e opinion leaders. La ricerca ha permesso di individuare le maggiori resistenze alla donazione quali le false credenze, il desiderio di mantenere l’integrità del corpo anche dopo la morte, alcune credenze religiose e la sfiducia nella scienza e nel sistema sanitario. Al contrario tra i facilitatori dell’espressione di volontà sono stati trovati l’esperienza diretta o la conoscenza di persone che hanno ricevuto un trapianto o che hanno donato i propri organi, la fiducia nella scienza e nel sistema sanitario e la scelta di donare per un bene comune, quindi per il benessere della comunità”.

Gli interventi futuri dovrebbero sostenere la scelta individuale fornendo informazioni affidabili sul processo di donazione, spiegando come esprimere la volontà di donare e utilizzando strumenti accattivanti per quanto riguarda le informazioni. Per rendere affidabili le informazioni è importante anche superare la diffidenza nei confronti delle istituzioni sanitarie e individuare quali strutture sono considerate affidabili e per quali motivi. La condivisione delle conoscenze scientifiche da parte della comunità medica può ridurre i falsi miti e aumentare la fiducia nel sistema sanitario. Le strategie di intervento per promuovere la registrazione dei donatori di organi dovrebbero tenere conto delle barriere alla donazione identificate nello studio, tra cui i falsi miti, la paura della morte e della disintegrazione del corpo e, allo stesso tempo, utilizzare come risorse i facilitatori della donazione che si è detto essere l’esperienza e la familiarità con l’argomento, la fiducia nelle istituzioni coinvolte e la responsabilità sociale.

“L’importante studio effettuato in collaborazione con l’Università di Padova ci ha confermato che in termini generali esiste nel nostro Paese una favorevole attitudine alla donazione degli organi dopo la morte da parte dei cittadini, ma questo non sempre si accompagna ad una formale registrazione di una volontà positiva – conclude Massimo Cardillo, Direttore Centro Nazionale Trapianti –. Sono necessarie per questo misure in due direzioni: da un lato rendere più semplice la manifestazione di volontà in vita, attraverso l’utilizzo di strumenti che oggi la tecnologia mette a disposizione, ma anche accompagnare questa scelta con una più diffusa informazione sull’utilità dei trapianti e sul valore della scelta donativa”.

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