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Gimbe: in Italia la spesa sanitaria 2022 rimane sotto la media OCSE, anche dopo l’emergenza Covid

L’imponente sotto-finanziamento, la progressiva carenza di personale sanitario, i modelli organizzativi obsoleti, l’incapacità di ridurre le diseguaglianze e l’inevitabile avanzata del privato hanno determinato la progressiva erosione del diritto costituzionale alla tutela della salute, in particolare nelle Regioni del Sud.

 «I princìpi fondamentali del Servizio Sanitario Nazionale (SSN) – dichiara Nino Cartabellotta, Presidente della Fondazione GIMBEuniversalità, uguaglianza, equità, sono stati traditi e oggi sono ben altre le parole chiave del nostro SSN: infinite liste di attesa, affollamento dei pronto soccorsi, aumento della spesa privata, diseguaglianze di accesso alle prestazioni, inaccessibilità alle innovazioni, migrazione sanitaria, rinuncia alle cure».

In questo contesto, il tema del finanziamento pubblico per la sanità infiamma da mesi il dibattito politico, vista l’enorme difficoltà delle Regioni a garantire un’adeguata qualità dei servizi, la mancata erogazione da parte del Governo dei “ristori COVID” e, più in generale l’assenza del tema “sanità” dall’agenda dell’Esecutivo. «Per tale ragione – spiega Cartabellotta – con l’imminente Nota di Aggiornamento del Documento di Economia e Finanza (NaDEF) e, soprattutto, in vista della discussione sulla Legge di Bilancio 2024, la Fondazione GIMBE ha analizzato la spesa sanitaria pubblica nei paesi dell’OCSE al fine di fornire dati oggettivi utili al confronto politico e al dibattito pubblico ed evitare ogni forma di strumentalizzazione».

La fonte utilizzata è il database OECD Stat, aggiornato al 3 luglio 2023 con dati 2022 (o anno più recente disponibile) dei paesi dell’area OCSE: spesa sanitaria pubblica, sia in percentuale del PIL, che in $ pro-capite a prezzi correnti e parità di potere d’acquisto.

La spesa sanitaria pubblica include per ciascun paese diversi schemi di finanziamento, di cui uno solitamente prevalente: fiscalità generale (es. Italia, Regno Unito), assicurazione sociale obbligatoria (es. Germania, Francia), assicurazione privata obbligatoria (es. USA, Svizzera).

Spesa sanitaria pubblica in percentuale del PIL

La spesa sanitaria pubblica del nostro Paese nel 2022 si attesta al 6,8% del PIL, sotto di 0,3 punti percentuali sia rispetto alla media OCSE del 7,1% che alla media europea del 7,1%.

Sono 13 i Paesi dell’Europa che in percentuale del PIL investono più dell’Italia, con un gap che va dai +4,1 punti percentuali della Germania (10,9% del PIL) ai +0,3 dell’Islanda (7,1% del PIL) (figura 1).

Spesa sanitaria pubblica pro-capite

In Italia, anche la spesa sanitaria pubblica pro-capite nel 2022, pari a $ 3.255, rimane al di sotto sia della media OCSE ($ 3.899) con una differenza di $ 644, sia della media dei paesi europei ($ 4.128) con una differenza di $ 873. E in Europa sono ben 15 paesi a investire più di noi in sanità, con un gap che va dai +$ 583 della Repubblica Ceca ($ 3.838) ai +$ 3.675 della Germania ($ 6.930) (figura 2).

Il gap con i paesi europei si è ampliato progressivamente dal 2010, a seguito di tagli e definanziamento pubblico, sino a raggiungere $ 590 nel 2019; poi si è ulteriormente esteso negli anni della pandemia quando, a fronte di un netto incremento della spesa sanitaria in Italia, gli altri paesi europei hanno comunque investito più del nostro (figura 3).

«Al cambio corrente dollaro/euro – precisa Cartabellotta – il gap con la media dei paesi europei dell’area OCSE oggi ammonta ad oltre € 808 pro-capite che, tenendo conto di una popolazione residente ISTAT al 1° gennaio 2023 di oltre 58,8 milioni di abitanti, si traduce nella cifra monstre di oltre € 47,6 miliardi».

Trend 2008-2022 della spesa sanitaria pro-capite nel G7

Impietoso il confronto con gli altri paesi del G7 sul trend della spesa pubblica 2008-2022 (figura 4), da cui emergono alcuni dati di particolare rilievo.

Innanzitutto, negli altri paesi del G7 (eccetto il Regno Unito) la crisi finanziaria del 2008 non ha minimamente scalfito la spesa pubblica pro-capite per la sanità: infatti dopo il 2008 il trend di crescita si è mantenuto o ha addirittura subìto un’impennata. In Italia, invece, il trend si è sostanzialmente appiattito dal 2008, lasciando il nostro Paese sempre in ultima posizione.

In secondo luogo, spiega Cartabellotta «l’Italia tra i paesi del G7 è stata sempre ultima per spesa pubblica pro-capite: ma se nel 2008 le differenze con gli altri paesi erano modeste, con il costante e progressivo definanziamento pubblico degli ultimi 15 anni sono ormai divenute incolmabili».

Infatti, nel 2008 tutti i Paesi del G7 destinavano alla spesa pubblica pro-capite una cifra compresa tra $ 2.000 e $ 3.500 e il nostro Paese era fanalino di coda insieme al Giappone; nel 2022 mentre l’Italia rimane ultima con una spesa pro-capite di $ 3.255, la Germania l’ha più che raddoppiata sfiorando i $ 7.000.

Infine, commenta il Presidente «se per fronteggiare la pandemia tutti i Paesi del G7 hanno aumentato la spesa pubblica pro-capite dal 2019 al 2022, l’Italia è penultima poco sopra il Giappone». Ma soprattutto, dopo l’emergenza COVID-19 il gap con gli altri paesi europei del G7 continua a crescere: infatti, nel nostro Paese la spesa sanitaria pubblica nel 2022, rispetto al 2019, è aumentata di $ 625, quasi la metà di quella francese ($ 1.197) e 2,5 volte in meno di quella tedesca ($ 1.540) (tabella 1).

«I confronti internazionali sulla spesa sanitaria pubblica pro-capite relativi al 2022 – conclude Cartabellotta – confermano che l’Italia in Europa precede solo i paesi dell’Est (Repubblica Ceca esclusa), oltre a Spagna, Portogallo e Grecia. E tra i Paesi del G7, di cui nel 2024 avremo la presidenza, siamo fanalino di coda con gap ormai incolmabili, frutto della miopia della politica degli ultimi 20 anni che ha tagliato e/o non investito in sanità ignorando – a differenza di altri paesi – che il grado di salute e benessere della popolazione condizionano la crescita del PIL. Ovvero che la sanità pubblica è una priorità su cui investire continuamente e non un costo da tagliare ripetutamente.

Ecco perché il nostro Paese ha urgente bisogno di invertire la rotta, con segnali già visibili nella NaDEF 2023 e, soprattutto, nella prossima Legge di Bilancio. Altrimenti sarà l’addio al diritto costituzionale alla tutela della salute».

Telemedicina nella rete trasfusionale, l’Usl Umbria 2 avvia progetto pilota nazionale

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“La telemedicina ha numerose applicazioni nella pratica assistenziale quotidiana e il Servizio Trasfusionale della Usl Umbria 2 ha già in attivo diversi percorsi di consulenza a distanza come la telemedicina per le trasfusioni domiciliari, la donazione del cordone e il monitoraggio di pazienti con anemia cronica o che necessitano di salasso terapia. Tali percorsi hanno risolto diverse criticità che prima del Covid sembravano inestricabili e, di certo, ci ha aperto la mente per valutare nuove opportunità. In questo percorso abbiamo pensato alla telemedicina nella rete trasfusionale, da utilizzare per la selezione del donatore”.

Parole di Marta Micheli, Responsabile del Servizio ImmunoTrasfusionale della Usl Umbria 2. L’Azienda ha dato il via al progetto pilota nazionale “Assessment donors”, che ha permesso di coordinare l’attività in remoto del medico trasfusionista e l’attività in presenza del personale infermieristico già formato con il supporto del medico del Primo soccorso del distretto Valnerina della Usl Umbria 2, diretto dalla Dott.ssa Simona Marchesi.

Un lavoro di squadra con l’obiettivo di raggiungere l’autosufficienza nazionale di sangue e farmaci plasmaderivati. Seguendo le indicazioni stabilite dal comitato medico-scientifico dell’Istituto superiore di sanità e con l’approvazione del Centro nazionale sangue, il progetto è stato avviato presso l’unità di raccolta di Cascia (Perugia).

Nel caso della donazione di sangue – riprende la responsabile del Servizio ImmunoTrasfusionale dell’Azienda Usl Umbria 2 – la telemedicina può agevolare molte delle attività rendendole più veloci ed efficienti. Parliamo in modo particolare delle sedi decentrate, contraddistinte da una media non molto alta di donatori e costrette a limitare il numero delle sedute per la mancanza del dirigente medico che può recarsi in presenza nel centro”.

L’intento, dunque, è sviluppare una gestione più efficiente dei processi di accettazione, colloquio, valutazione di idoneità e follow-up dei donatori, potenziando le sedute disponibili e le donazioni di sangue ed emocomponenti.

Incrementare le donazioni di sangue adottando soluzioni digitali innovative

Nella fase iniziale del progetto, i primi cinque donatori (“ormai adeguati ai nuovi device, si sono dimostrati collaborativi e contenti per la rapidità del percorso”, specifica la Dottoressa Micheli) potranno svolgere tutte le procedure di accertamento di idoneità alla donazione da remoto, utilizzando un tablet.

Attraverso l’uso del device, i donatori potranno compilare online il questionario, effettuare un colloquio a distanza con i medici e velocizzare il processo di valutazione dell’idoneità alla donazione.

La telemedicina permetterà di integrare il processo di donazione mediante l’uso di dispositivi specifici per la fornitura di servizi sanitari.

Sarà possibile effettuare controlli periodici dello stato di salute del donatore, consulenze a distanza, assistenza e monitoraggio tramite le televisite, il teleconsulto e la teleassistenza.

Nella donazione di sangue la telemedicina può agevolare molte attività rendendole più veloci ed efficienti, soprattutto nelle sedi decentrate

Questa rete digitale migliorerà l’esperienza del donatore, consentendo la prestazione di servizi che in passato richiedevano la presenza fisica e che ora possono essere erogati facilmente da remoto, supportati da nuovi dispositivi. A questo proposito la Dott.ssa Micheli – che, in qualità di responsabile del servizio, rimarca l’importanza di aver fornito, prima di iniziare il progetto, le adeguate informazioni alle Avis regionali, provinciali, comunali e agli operatori – spiega che “il percorso del donatore non viene modificato in modo significativo: l’accesso è ormai programmato con appuntamenti forniti dalle Avis del territorio. Al momento dell’accesso, il personale infermieristico valuta le condizioni del donatore, stampa la sua cartella ed acquisisce il consenso alla donazione, registra i parametri vitali ed esegue il prelievo per l’emocromo che viene svolto presso il Primo soccorso”.

Quindi il donatore viene fatto accomodare in una stanza dedicata dove gli viene consegnato un tablet “attraverso cui può eseguire il questionario informatizzato, e viene collegato online con il medico che farà il colloquio e darà (o meno) l’idoneità alla donazione”.

A quel punto – prosegue la Dott.ssa Micheli – “il medico ha la possibilità di visionare il questionario compilato dal donatore e di valutarlo per poi aggiungere delle note e indicare all’infermiere le modalità di salasso terapeutico oppure gli esami da eseguire”.

Subito dopo “il medico collegato in rete cloud virtuale (Virtual Network Computing, VNC) con il computer presente in sede, ha modo di stampare l’intera modulistica e le etichette indispensabili. L’infermiere, invece, acquisisce le firme necessarie ed esegue il salasso. Le bilance interfacciate tracciano il percorso della donazione che il dirigente medico può controllare per eventuali note da comunicare al centro Hub di lavorazione”.

Telemedicina a servizio della rete trasfusionale: l’implementazione delle attività sui territori disagiati

Lo scorso 3 marzo, nell’ambito del convegno “Telemedicina e la sua applicazione nelle unità di raccolta” organizzato a Roma da Avis nazionale e Simti (Società italiana di medicina trasfusionale e immunoematologia), con il supporto dell’Istituto superiore di sanità, Fnopi (la Federazione italiana ordini professioni infermieristiche, particolarmente attenta al ruolo dell’infermiere nella sanità digitale) e Centro nazionale sangue, il direttore di quest’ultimo, Vincenzo De Angelis si è detto certo che la telemedicina può supportare le procedure di accertamento di idoneità della donazione: “Si pensi alla possibilità di compilare online il questionario, a cui potrebbe far seguito un colloquio da remoto tra il medico e il donatore. Questo comporterebbe da un lato un miglioramento dell’efficienza nel processo di selezione e dall’altro un conseguente incentivo alla prenotazione delle donazioni”.

Il percorso di innovazione digitale vuole assicurare un sostanziale miglioramento dell’efficienza nel processo di selezione dei donatori, riducendo i tempi di attesa e incentivando le prenotazioni

In tal senso è significativo il progetto “Donatori re-volution” – la telemedicina a servizio della rete trasfusionale –, promosso da Avis regionale Lombardia, esattamente come il progetto pilota nazionale “Assessment donors” avviato dall’Usl Umbria 2. Quest’ultimo è un percorso di innovazione digitale (sostenuto con forza dalla direzione strategica dell’azienda sanitaria) per assicurare un sostanziale miglioramento dell’efficienza nel processo di selezione dei donatori, riducendo i tempi di attesa e incentivando la prenotazione delle donazioni. L’obiettivo è raggiungere l’autosufficienza di componenti labili del sangue e di prodotti derivati dal plasma in Umbria.

L’integrazione della telemedicina nelle normali attività trasfusionali, pur nell’ottica della massima tutela del donatore, costituisce un passo in avanti fondamentale non solo in termini di trasparenza e sicurezza, ma anche una soluzione preziosa dal punto di vista organizzativo che porta con sé una natura nuova e digitale che fornisce un’immagine del Servizio Trasfusionale della Usl Umbria 2 moderna e al passo con i tempi”, commenta la Responsabile del Servizio ImmunoTrasfusionale della Usl Umbria 2.

Telemedicina e implementazione delle attività sui territori disagiati costituiscono un binomio inscindibile. “Sono entrambi temi al centro del PNRR e il progetto “Assessment donors” li riassume. Abbiamo presentato il progetto in Regione Umbria per capire se potrà rientrare nei finanziamenti del Piano nazionale di ripresa e resilienza”, conclude la Dott.ssa Micheli.

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Prevenzione: italiani più attenti, ma meno della metà fa controlli regolari

Cresce, seppur di poco, l’attenzione degli italiani per la propria salute: a dirlo è l’ultima rilevazione dell’Osservatorio Sanità di UniSalute, svolto in collaborazione con l’istituto di ricerca Nomisma. L’indagine, che periodicamente sonda l’attitudine alla prevenzione degli abitanti del Bel Paese, ha riscontrato un aumento del numero di persone che fanno controlli regolari, sintomo forse di una maggior serenità nel frequentare le strutture sanitarie dopo gli anni di pandemia. Restano però ancora una minoranza gli italiani che svolgono visite ed esami di prevenzione.

Secondo la ricerca, infatti, appena il 41% degli intervistati dichiara di monitorare la propria salute attraverso controlli regolari. Un aumento comunque incoraggiante rispetto al 2022, quando a farlo era solo il 33% del campione. A questo dato corrisponde inoltre un calo di chi dice di curarsi solo quando inizia a soffrire di un disturbo o di una malattia – in discesa dal 48% al 45% – e anche di chi dice di non fare nulla di particolare per tutelare la propria salute (5%, contro il 9% l’anno scorso).

Andando ad analizzare meglio i dati, però, si riscontrano variazioni significative a livello geografico: se al Nord fa controlli regolari circa il 40% della popolazione, e al Centro addirittura il 45%, al Sud e nelle Isole la percentuale crolla al 31%. Così come si notano differenze tra il campione maschile e quello femminile: dice di fare controlli regolari il 42% delle donne, contro appena il 33% degli uomini. Nonostante ciò, la ricerca evidenzia anche come meno della metà delle italiane si sia sottoposta a una visita ginecologica nell’ultimo anno (47%), con una su quattro (25%) che addirittura non ha mai effettuato la visita o non la svolge da molti anni.

In generale, l’esame di controllo di gran lunga più diffuso è quello delle analisi del sangue: ben tre italiani su quattro (75%) dicono di averlo svolto nell’ultimo anno. Al secondo posto l’esame delle urine, che più di un italiano su due (54%) ha effettuato negli ultimi 12 mesi. Appaiono invece trascurati altri esami importanti, come la visita dermatologica per il controllo dei nei: nonostante la crescente pericolosità dell’esposizione eccessiva ai raggi solari, il 64% degli italiani dichiara di aver fatto “molti anni fa” l’ultima visita di questo tipo, o addirittura di non averla mai fatta, mentre solo il 19% l’ha svolta nell’ultimo anno.

Tra chi non fa controlli, uno su cinque (20%) indica i tempi di attesa troppo lunghi tra le motivazioni

Per concludere l’indagine, UniSalute ha sondato dunque le ragioni per cui molti italiani ancora sottovalutino l’importanza di monitorare regolarmente il proprio stato di salute. Da quanto emerso, la difficoltà ad accedere alle cure risulta un ostacolo importante: tra chi non ha svolto alcun controllo nell’ultimo anno, ben il 20% dà come motivazione i tempi di attesa troppo lunghi, e il 19% i costi troppo elevati. Ma c’entra anche una scarsa cultura della prevenzione, tanto che le motivazioni più citate sono la tendenza a fare visite solo quando ci si sente poco bene (29%), e la convinzione di non avere bisogno di fare controlli (25%).


Malattie rare, arriva l’UNIAMO Academy: formazione da pazienti per pazienti

La Federazione Italiana Malattie Rare, dopo aver raccolto i bisogni e le aspettative dei soci delle Associazioni federate, riprende l’attività di formazione per pazienti e caregiver e lancia l’UNIAMO Academy.

L’Academy, che viene inaugurata da un ciclo di incontri su ricerca e sperimentazione, sarà arricchita di contenuti e temi, sviluppati con il supporto di relatori istituzionali, che possano coprire tutte le aree di interesse della comunità delle persone con malattia rara. Una “palestra” nella quale le associazioni dei pazienti potranno cominciare ad allenarsi per affrontare sfide via via più importanti: dal diventare membro o delegato del Consiglio di UNIAMO al rappresentare la propria associazione o l’intera Federazione in Tavoli di lavoro, comitati etici, gruppi di discussione, eventi e convegni.

La partecipazione pro-attiva dei pazienti e dei loro rappresentanti, infatti, sarà sempre più richiesta anche per la valutazione delle terapie (HTA), per la definizione e raccolta di PROMs (Patient Reported Outcomes), PREMs (Patient Reported Experience Measures) e real world data.

Il primo ciclo di incontri, il 27 settembre, sarà dedicato a ricerca e sperimentazioni cliniche
per una partecipazione attiva e consapevole

Il continuo cambiamento tecnologico e lo sviluppo di nuove terapie (geniche, digitali, innovative etc.), le sfide poste dalla condivisione dei dati per la ricerca e il confronto fra legislazioni spesso molto diverse, la comprensione di come i regolamenti europei influenzino i nostri percorsi paziente, la partecipazione ai processi decisionali sono scenari sempre più attuali, per i quali i rappresentanti dei pazienti devono essere preparati.

A fianco quindi dei corsi di formazione già esistenti, erogati da enti istituzionali, privati e non, UNIAMO vuole offrire l’opportunità di un percorso accessibile a tutti fatto dai pazienti per i pazienti, con l’ottica di far crescere la consapevolezza del loro ruolo prima ancora di fornire nozioni e competenze tecniche.

Il primo corso, in partenza il prossimo 27 settembre, sarà dedicato alla ricerca, una priorità pubblica che impegna da anni governi e istituzioni di molti Paesi, Italia inclusa, come dimostra lo stanziamento di 50 milioni previsto dal PNRR, e che rappresenta la speranza per tutte le persone con malattia rara: lo sviluppo di una cura, di un trattamento trasformativo, di qualcosa che possa migliorare la qualità di vita.

Tutte le informazioni e le modalità di partecipazione su www.uniamo.org.

HappyAgeing: “L’approvazione del Piano Nazionale di Prevenzione Vaccinale 2023-2025 è un atto atteso e necessario”

L’approvazione del Piano Nazionale di Prevenzione Vaccinale 2023-2025 (PNPV) da parte della Conferenza Stato-Regioni, appena prima della pausa agostana, è un’ottima notizia, un atto atteso e necessario che HappyAgeing – Alleanza Italiana per l’Invecchiamento Attivo ha accolto con soddisfazione. Si tratta di un documento operativo fondamentale, che contiene il calendario vaccinale, le indicazioni per le vaccinazioni delle categorie a rischio (per età, per patologia o per ragioni professionali) e gli obiettivi strategici da perseguire nel triennio di riferimento. Tutti elementi necessari a portare avanti campagne vaccinali efficaci e capillari sul territorio nazionale”. Lo afferma Michele Conversano, Presidente Comitato Tecnico Scientifico di HappyAgeing.

Come si legge nel documento, il Calendario ha tre finalità principali: ottimizzare l’organizzazione delle attività vaccinali, avviare un processo per uniformare l’offerta presente nelle Regioni e adattarne l’articolazione alle mutate caratteristiche di alcuni vaccini in uso e alla disponibilità di nuovi vaccini. Nel Piano, invece, vengono indicati numerosi obiettivi, tra cui il raggiungimento o il rafforzamento di alcune specifiche coperture vaccinali, la promozione di interventi vaccinali nei gruppi di popolazione ad alto rischio per patologia (con un’attenzione particolare alle esigenze del cittadino/paziente), la riduzione delle disuguaglianze con azioni specifiche rivolte a gruppi di popolazione difficilmente raggiungibili, il completamento dell’informatizzazione delle anagrafi vaccinali regionali, la messa a regime dell’anagrafe vaccinale nazionale e il miglioramento della sorveglianza delle malattie prevenibili da vaccino.

“Questi ultimi obiettivi sono strategici anche per HappyAgeing, che ha sempre considerato l’immunizzazione degli over 65 come uno dei principali pilastri di un invecchiamento attivo e in salute. Dedicare campagne di chiamata attiva per le vaccinazioni consigliate in terza età, ridurre le disuguaglianze migliorando l’accesso all’immunizzazione significa proteggere un’ampia fascia della nostra popolazione, con ricadute positive sul welfare, sulla tenuta del Servizio Sanitario Nazionale, ma soprattutto sulla qualità della vita di queste persone”, osserva Conversano. “La nostra speranza è che il Piano si riveli un efficace strumento per accrescere i livelli di copertura vaccinale, soprattutto tra le fasce anziane della popolazione, dando così un motivato sostegno alla richiesta di ulteriori risorse da parte delle Regioni. È sempre importante ricordare che – prosegue il Presidente CTS di HappyAgeing – le risorse utilizzate per le vaccinazioni e in generale per la prevenzione della salute sono investite e non semplicemente spese. Non si tratta di una banale differenza lessicale, ma di un cambio di paradigma nell’impiego del denaro pubblico”.

“Un altro aspetto rilevante contenuto nel Piano – continua Conversano – è il ‘mantenimento della gratuità in caso di adesione ritardata, sia per le vaccinazioni raccomandate nell’età pediatrica e nell’adolescenza, sia per quelle destinate all’adulto nel rispetto delle indicazioni contenute nel Riassunto delle Caratteristiche del Prodotto di ogni specifico vaccino’.  Si tratta di una garanzia importante perché consente di recuperare le vaccinazioni non effettuate negli anni scorsi, nonostante fossero nei Livelli Essenziali di Assistenza (LEA) e sebbene fossero richieste elevate coperture. Su questo tema, il nostro auspicio è che finalmente si raggiungano coperture vaccinali tali da poterle definire veri e propri interventi di Sanità Pubblica e non solo di protezione individuale”.

Le risorse utilizzate per le vaccinazioni sono “investite” e non semplicemente “spese”: non è una banale differenza lessicale, ma un cambio di paradigma nell’impiego del denaro pubblico

Appena prima di Ferragosto, il Ministero della Salute ha diffuso la Circolare con le indicazioni per le vaccinazioni anti-Covid, “un documento irrinunciabile per rendere completa la protezione dei cittadini, in questo caso dalle forme gravi di malattia, dai ricoveri ospedalieri e dal rischio morte – sottolinea il Presidente CTS di HappyAgeing – e per mettere a terra i criteri di base per la ‘normalizzazione’ della prevenzione del Covid negli anni a venire. La diffusione della Circolare – sostiene Conversano – è anche un segnale molto positivo da parte del Governo perché ha dato risposta alle sollecitazioni pervenute in diverse interrogazioni parlamentari che evidenziavano la mancanza di un piano di vaccinazione contro il Sars-CoV-2 per proteggere la popolazione più fragile nella prossima stagione autunnale e l’assenza delle indicazioni relative al Covid nel PNPV”.

Un ulteriore passaggio importante contenuto nella Circolare, secondo HappyAgeing, è quello che chiarisce definitivamente la necessità di vaccinare la popolazione più fragile, di cui gli over 60 rappresentano una grande parte. “Teniamo tuttavia a ricordare – aggiunge il Presidente CTS di HappyAgeing – che per proteggere tale fascia d’età sarebbe importante agire anche sul resto della popolazione, dando la possibilità di vaccinarsi anche a quei soggetti che volessero farlo in maniera volontaria.  Non c’è ormai alcun dubbio infatti che i vaccini, quelli contro il Covid a fianco a quelli per la prevenzione dell’influenza, delle patologie da pneumococco e dell’Herpes Zoster, rappresentano uno degli strumenti più importanti di Sanità Pubblica. In definitiva, l’auspicio di HappyAgeing è che le indicazioni contenute in questo documento entrino a tutti gli effetti, in futuro, nel calendario vaccinale”.

Francesco Macchia

I vaccini (contro il Covid, l’influenza, le patologie da pneumococco e l’Herpes Zoster) rappresentano uno degli strumenti più importanti di Sanità Pubblica

“Il Piano Nazionale di Prevenzione Vaccinale è un documento di importanza strategica per la salute collettiva e quindi per quell’ampia e fragile fascia di popolazione rappresentata dagli anziani – ribadisce Francesco Macchia di HappyAgeing – Per questo, in occasione degli Stati Generali dell’Invecchiamento attivo, che si terranno a Roma il prossimo 3 ottobre, dedicheremo al PNPV  e alla normalizzazione dell’immunizzazione contro il COVID, una sessione di lavoro, per analizzare a fondo i temi, individuando punti di forza e criticità su cui lavorare in futuro

Portare un sogno nei reparti pediatrici è la missione della Fondazione Theodora

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Fondazione Theodora nasce con una specifica missione: portare momenti di gioco, ascolto ed evasione ai bambini ricoverati in ospedale. E lo fa con delle visite davvero speciali, quelle dei Dottor Sogni, artisti professionisti e specificamente formati dalla Fondazione per operare in reparti pediatrici di alta complessità. Operano in sinergia con il personale ospedaliero, portando avanti una visione di processo di cura integrato.

Del resto la Fondazione nasce dall’ispirazione di una mamma, Théodora, quando suo figlio André fu ricoverato da bambino in un reparto di lunga degenza per un brutto incidente. Aveva 10 anni e la sua vita era appesa a un filo, ma sua madre, ogni giorno, portava momenti di gioia e allegria non solo al proprio bambino, ma anche a tutti gli altri piccoli pazienti del reparto, alleviando paura e dolore.

Alla sua morte, André e suo fratello Jan hanno deciso di diffondere ciò che la loro madre faceva spontaneamente per dare forza ai bambini ospedalizzati. Nascono così i Dottor Sogni e la Fondazione, nel 1993 in Svizzera. Nasce invece nel 1995 in Italia con 35.000 pazienti visitati ogni anno, 105.000 familiari affiancati, 17 ospedali, 50 reparti, 200 volontari, 33 Dottor Sogni.

In Italia la Fondazione Theodora è presente in 17 ospedali e 50 reparti, con 200 volontari e 33 Dottor Sogni

Patch Adams diceva che “lo humour è un eccellente antidoto allo stress. Poiché le relazioni umane amorevoli sono così salutari per la mente che vale la pena sviluppare un lato umoristico. L’umorismo è vitale per sanare i problemi dei singoli, delle comunità e delle società. Sono stato un clown di strada per trent’anni e ho tentato di rendere la mia vita stessa una vita buffa. Non nel senso in cui si usa oggi questa parola, ma nel senso originario. Buffo significava buono, felice, benedetto, fortunato, gentile e portatore di gioia. Indossare un naso di gomma ovunque io vada ha cambiato la mia vita”.

Abbiamo parlato di cura, sorrisi ed empatia con il Consigliere Delegato della Fondazione Theodora Emanuela Basso Petrino e con Danila Fiorino, Dottoressa Sogni con il nome d’arte di Dottoressa Peppa.

La Fondazione aiuta i bambini malati e le loro famiglie ma anche gli ospedali

Dottoressa Basso Petrino, come nasce il progetto Theodora e con quale missione?

La Fondazione nasce in Svizzera nel 1993, in onore di mamma Theodora. Quando la madre morì, i due figli decisero di “esportare” il suo messaggio di gioia e supporto alle emozioni, creando la Fondazione. Quindi, la missione è molto semplice: donare momenti di gioco e di evasione ai bambini ricoverati in ospedale, offrendo un supporto alle emozioni sia del bambino, sia della sua famiglia. Perché non dimentichiamoci che, quando la malattia colpisce un bambino o comunque un familiare, in realtà colpisce l’intero nucleo. Il piccolo paziente deve subire le terapie, affrontare la degenza, l’intervento, tutto quello che serve per guarire, ma ci sono anche le emozioni dei fratelli, dei genitori che vivono insieme al bambino, tutto il dramma di questo ricovero. Noi ci occupiamo di reparti ad alta complessità e purtroppo le prognosi non sono sempre positive. Spesso accompagniamo il paziente e la famiglia in un percorso di fine vita.  In questi momenti è ancora più importante supportare le emozioni. La missione, quindi, è cercare di far vivere un po’ meno drammaticamente questi momenti. Perché il medico è concentrato sulla patologia, l’infermiere e il personale sanitario sulla degenza, per garantire che il paziente riceva le terapie adeguate. Il genitore è spesso devastato dal dolore, quando poi non si aggiunge il dramma di cambiare città per far curare il figlio in un ospedale adeguato per quella patologia. Di fatto nessuno si occupa delle emozioni ed è in questa carenza che ci inseriamo noi”.

Voi, quindi, integrate alla cura “tradizionale” una cura “dell’anima”, se così possiamo dire?

L’OMS definisce la salute come uno stato di benessere complessivo, fisico e psichico, non solo l’assenza di malattia. Nel percorso di cura di questi bambini e delle loro famiglie, ci occupiamo a 360° di tutte le persone che troviamo nella stanza, con la massima cura, delicatezza e rispetto per la fragilità del momento. Soprattutto per capire e supportare la dimensione psicologica ed emotiva del bambino. Anche perché spesso il piccolo non capisce la gravità della sua malattia, né perché debba sottoporsi a cure spesso dolorose, senza la consapevolezza delle emozioni. Di fatto c’è una complessità anche soltanto operativa, come effettuare alcune manovre sul bambino che non vuole, piange, urla. Il Dottor Sogni, invece, va a stimolare altre parti. I bambini sono attratti da tutto quello che è gioco: se il piccolo paziente vede un dottore vestito da dottore e uno più strano, che gli fa vedere che anche il suo peluche sta subendo lo stesso trattamento, è ovviamente attratto da quello. Questo consente anche di supportare il personale medico durante l’esecuzione delle manovre.

Molti ospedali richiedono questo tipo di intervento che rientra nel processo di cura integrata e umanizzazione dei reparti

È chiaro che il primo beneficiario è il bambino, per cui al centro della nostra missione c’è il bambino malato, la sua famiglia e tutto il personale ospedaliero e medico. Infatti, riceviamo molte più richieste di quelle che possiamo esaudire, proprio dai primari degli altri reparti dell’ospedale che ci vedono all’opera. Ma per l’alto livello di professionalità dei nostri operatori e per tutto quello che la Fondazione garantisce loro, affinché possano mantenere questo livello di professionalità, ci sono dei costi molto alti. Per questo motivo non possiamo accogliere tutte le richieste. Questo per dire come l’ospedale chieda questo tipo di intervento, perché rientriamo in un processo di cura integrata per cui il paziente non è più solo un malato, ma un essere umano che va considerato nella sua totalità e complessità. E questo approccio integrato coinvolge tutti, il medico, l’infermiere, l’insegnante nel caso di degenze molto lunghe, gli psicologi e poi noi. Perché le emozioni devono essere ascoltate. Quindi la cura e l’ascolto”.

Qual è l’impatto della vostra attività?

“L’impatto non è semplice da quantificare, è molto complesso per noi fornire dati quantitativi che siano comparabili. Se ci occupassimo, ad esempio, di acquistare dispositivi medici e apparecchiature, sarebbe molto più facile raccontare ai nostri stakeholder e ai donatori cosa facciamo. Nel nostro caso è più impegnativo, anche perché operiamo in reparti ad alta complessità, dove già solo per entrare ci sono delle regole molto articolate, non solo per la pandemia. Spesso può entrare un solo genitore, un solo Dottor Sogni alla volta, pertanto diventa difficile far capire ai nostri donatori quale sia l’impatto. Per questo stiamo cercando di trovare dei sistemi sempre più accurati, oltre al nostro Bilancio sociale visibile sul sito, come dei questionari per fornire sempre più un riscontro quantitativo.

Inoltre ci affidiamo a degli studi di settore, che non sono pochi, come quelli citati nel nostro bilancio sociale. Ce n’è uno molto recente, pubblicato su Acta Paediatrica (Medical clowns versus sedation for paediatric urinary catheter insertion – A randomised pilot study) con due cluster di pazienti per l’applicazione del catetere urinario: una parte di questi pazienti era accompagnata da un operatore ludico e l’altra no, e sono stati registrati i livelli di dolore e di ansia nei due gruppi. Lo studio ha dimostrato che la durata della procedura e della degenza ospedaliera era significativamente più breve nel gruppo accompagnato da un Dottor Sogni. Inoltre la totalità dei genitori e del personale medico aveva chiesto il supporto e la presenza dell’operatore per svolgere meglio il proprio lavoro. Ci sono anche studi più vecchi, svolti dal famoso Patch Adams, che affermava che la terapia del sorriso fa bene perché scatena le endorfine e attiva dei meccanismi cerebrali per cui si subisce meno lo stress da procedura.

La presenza dei Dottor Sogni durante l’accompagnamento chirurgico ha dimostrato ottimi risultati sia per il paziente sia per il personale medico e la struttura

Faccio un esempio concreto. Siamo presenti in Italia in 50 reparti, con 33 Dottor Sogni e 4 programmi di visita: visite in reparto, accompagnamento chirurgico, patologia neonatale e l’hospice pediatrico, cioè l’accompagnamento del bambino in un percorso di fine vita. Ma è l’accompagnamento chirurgico l’attività in cui possiamo determinare l’impatto reale del nostro lavoro, perché il bambino accompagnato dal Dottor Sogni riceve meno pre-anestetico rispetto al bambino che va lì da solo, perché è meno stressato. Il momento in cui il piccolo lascia la stanza per andare in sala operatoria è stato considerato dalla letteratura scientifica il momento di massimo stress. Perché è il momento del distacco, in cui anche i genitori devono lasciare andare il loro bimbo. Accompagnare il bambino in questo percorso, anche fisicamente fino all’ascensore della sala operatoria, aiuta tanto, non solo il personale medico, ma anche l’ospedale. Perché se si accorciano i tempi di degenza, l’ospedale può accogliere più pazienti. Ma non solo, la presenza dei Dottor Sogni, operatori professionali e qualificati e per di più gratuiti, aumenta il gradimento dell’ospedale. L’umanizzazione dei reparti pediatrici è una componente qualitativa per il benessere del paziente ma anche quantitativa nella valutazione di una struttura ospedaliera, anche in termini di minor uso delle medicine e riduzione dei tempi di ricovero.

Il vostro lavoro è quindi svolto a titolo gratuito negli ospedali?

Sì, i fondi sono totalmente privati. Gli ospedali, tranne alcune eccezioni, sono in affanno economico e i pochi soldi li usano per i macchinari, materiale sanitario, ecc. Ciò che è trascurato sono le emozioni, il supporto emotivo. È chiaro che davanti a un tumore è più importante curarlo. Ma è anche vero che a questo bambino e alla sua famiglia è detto che perderà i capelli, se non la gamba o il braccio, subirà ricoveri con richiami per la terapia anche per anni, con prognosi incerte. Proviamo solo a immaginare il dramma che vivono queste persone. Non smettiamo mai di lavorare, anche perché i reparti dove siamo riguardano in gran parte le patologie oncologiche, dal trapianto di midollo osseo, alla degenza, fino al day hospital. Ne cito uno per tutti: il professor Dufour dell’Ospedale Gaslini di Genova ci ha fortemente voluto anche nel day hospital oncologico, perché ha richiesto che il supporto emotivo del Dottor Sogni ci fosse in tutto il ciclo di cura del bambino.

La presenza è continuativa, con planning trimestrali condivisi con l’ospedale per le attività dei professionisti che lavorano come Dottor Sogni

La nostra attività è fissa negli ospedali, con i quali sottoscriviamo dei protocolli e stabiliamo un rapporto professionale che ci consente anche di entrare nei reparti di alta complessità. I Dottor Sogni sono tutti dipendenti della Fondazione che seguono corsi di formazione professionalizzanti e sono supportati e tutelati anche psicologicamente per il carico emotivo che affrontano.

La nostra presenza è continuativa, predisponiamo dei planning trimestrali condivisi con l’ospedale, in base ai quali i bambini ricoverati sanno che, ad esempio, il lunedì pomeriggio ricevono una visita speciale e c’è grande attesa. Ho memoria di un bambino che doveva essere dimesso il giorno prima della visita del Dottor Sogni e chiese di fermarsi ancora un giorno.

Perché Dottor Sogni?

In francese è Dottor Rêve, che vuol dire sogno, evasione, perché è la dimensione extra ospedaliera, perché noi regaliamo sogni ai bambini. Quando entriamo nella stanza, in quel momento il bambino non è più malato, torna a essere un bambino nella sua dimensione di gioco ed è un regalo, un sogno da donare. E poi abbiamo già una Theodora generation, cioè tutti i bambini guariti e diventati grandi che si ricordano di noi, ci scrivono, alcuni hanno deciso di studiare medicina. Il nostro vuole essere anche un messaggio di speranza, di positività e di vita. Perché quando non si possono aggiungere i giorni alla vita, si aggiunge vita ai giorni.

Artisti professionisti al lavoro nel contesto sanitario

Dottoressa Fiorino, come e perché si diventa Dottor Sogni?

Per noi è un lavoro: abbiamo un contratto, una formazione e degli obblighi verso la Fondazione. Dico questo non per sminuire il volontariato, ma perché c’è professionalità in chi lavora come Dottor Sogni. Siamo artisti professionisti con diverse specificità: chi arriva dal teatro, chi dalla danza, chi è un mago o altro. Siamo tutte persone con una formazione artistica che ci consente di impersonare il clown, con il suo lato di comicità ma anche di poesia. Un clown teatrale, che è un lavoro diverso da quello del circo. Non è solo attoriale ma anche di ricerca su se stessi. Il clown è quello che fa ridere anche sul fallimento.

Sono 20 anni ormai che lavoro in ospedale. Sono entrata in Theodora grazie a una pubblicità: visto che facevo teatro e avevo studiato la poetica del clown, decisi di inviare il curriculum. La Fondazione seleziona i CV, fa sostenere un colloquio motivazionale e poi, se si supera l’iter, si deve seguire un corso di formazione multidisciplinare gratuito, in cui si viene formati anche su nozioni socio-sanitarie, con lezioni tenute da medici e psicologi che raccontano come funziona l’ospedale e quali sono le patologie che si possono incontrare, per capire come approcciarsi.

I Dottor Sogni seguono una formazione iniziale e di aggiornamento per capire come si lavora in ospedale e in reparti complessi, come l’oncologia pediatrica

È un lavoro molto delicato in cui i bambini e le famiglie non sono un pubblico ma i protagonisti. Non siamo noi che ci mettiamo in scena ma attraverso il gioco e le proposte del Dottor Sogni, il protagonista diventa il bambino o la famiglia. Non deve uscire l’ego dell’attore.  Alla fine del percorso di formazione, che prevede anche una parte artistica per capire come si lavora in ospedale e comportamenti da tenere anche dal punto di vista igienico, inizia il tirocinio in ospedale. Prima, solo come osservatore, poi piano piano si inizia, si riceve un camice e parte l’affiancamento con un Dottor Sogni senior, fino a quando non inizi a fare delle proposte e delle piccole visite in reparto. Un passaggio graduale dalla teoria alla pratica”.

Come si gestisce l’impatto emotivo?

Si impara a gestirlo con gli anni ma abbiamo anche una supervisione psicologica di gruppo una volta al mese. Ed è una grande fortuna, se pensiamo che medici e infermieri, invece, non sempre ne possono usufruire. Ci aiuta come persone ma anche a mantenere il focus sul lavoro. Perché ci sono dei contesti ad impatto emotivo importante e il lavoro che facciamo è incentrato tutto sulle emozioni che trovi entrando in una stanza, tue e del bambino, e che vanno sostenute. È un lavoro profondo sulle emozioni, in cui ci vuole molta empatia, un aspetto fondamentale. La capacità empatica la puoi allenare con la formazione, ma la devi avere, deve far parte di te.

Per gestire l’impatto emotivo una volta al mese viene svolta una supervisione psicologica di gruppo

La formazione è continua, perché la Fondazione ci offre due seminari di aggiornamento intensivi, due volte l’anno, in cui ci ritroviamo tutti noi Dottor Sogni e lavoriamo insieme, ci confrontiamo. Ad esempio, i Dottor Sogni di Genova hanno partecipato a un progetto sull’hospice pediatrico e quindi abbiamo fatto una formazione su questo aspetto, per accompagnare verso il fine vita, anche per capire come affrontare questa situazione artisticamente. Ma si fanno anche corsi sulla narrazione, per imparare a raccontare una storia partendo dagli oggetti presenti in una stanza. È un momento che aiuta anche a tenere la fiammella accesa.

Come la Dottoressa Peppa ha cambiato la sua vita?

Sono davvero molto grata per questo lavoro. A volte è una gran fatica, perché il bambino non ha voglia, è stanco, perché la mamma non è disponibile, hanno paura… È tutto carico in quel momento. Eppure ci sono volte in cui entri nella stanza e senti di essere entrata in un altro mondo: c’è il Dottor Sogni, il bambino e i familiari, ma diventa un’altra cosa, non è più la stanza di un ospedale, ma una dimensione diversa.

Anche se faccio questo lavoro da tanti anni, tutte le volte mi sorprendo.

Perché si fa questo lavoro? Lo fai perché sei innamorato del genere umano, perché stringi un’alleanza con la parte sana delle persone e lo fai con cose semplici. La parte sana e la parte malata di ognuno di noi sono come due esseri, bisogna che facciano pace, ma occorre nutrire il più possibile quello sano.

Partenariato pubblico-privato al servizio del PNRR

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Un obiettivo – la gestione di un network su tutto il territorio nazionale di Infrastrutture Tecnologiche d’Innovazione per la produzione di radiofarmaci – e una squadra di esperti in campo per raggiungerlo, grazie ai fondi del Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza (PNRR). Come fare? Sfruttando le possibilità offerte dal Partenariato Pubblico-Privato (PPP).

All’avvocato Andrea Stefanelli, vice-Presidente della società di professionisti Best In Health Stapa (società tra avvocati per azioni), il progetto è valso il Premio Professionista dell’Anno, Categoria Sanità nell’ambito del Top Legal Industry Awards giunti all’ottava edizione. Il progetto premiato, gestito per la parte legale dall’avvocato Stefanelli e per la parte fiscale e finanziaria dal professor Luigi Recchioni, vede l’assistenza all’Università di Pavia per la costituzione di una società mista pubblico-privata volta alla gestione di un network su tutto il territorio nazionale di Infrastrutture Tecnologiche d’Innovazione per la produzione di radiofarmaci.

Il progetto, dal valore di quasi 16 milioni di euro, risulta finanziato dal Ministero dell’Università e della Ricerca (MUR) con 7 milioni nell’ambito della Missione 4- Componente 2 (“Dalla ricerca all’impresa”) del PNRR.

Dovendo combinare la componente scientifica-pubblica con quella imprenditoriale-privata, il MUR ha acconsentito infatti a finanziare il progetto a condizione che i fondi a disposizione venissero versati per la costituzione di una società mista, la cui quota pubblica non superasse il 49% e, per la scelta del partner privato, ha imposto lo svolgimento di una gara, nel rispetto della normativa comunitaria. Pertanto l’Università di Pavia, con l’assistenza di Best in Health, ha proceduto ad un Partenariato Pubblico Privato (PPP) tramite l’indizione di una gara a dialogo competitivo per la scelta del soggetto in grado di proporre il miglior progetto per la realizzazione di una rete nazionale di Laboratori nonché la successiva concessione di produzione e vendita dei radiofarmaci per rimborsare l’investimento iniziale. Vediamo come insieme a Recchioni e Stefanelli.

“Il progetto è nato su iniziativa del MUR, che ha indetto un bando, al quale l’Università di Pavia ha partecipato, coinvolgendo una serie di altri attori – spiega Recchioni -. Già nel bando ministeriale era previsto che lo sviluppo poi del progetto venisse svolto in collaborazione con almeno un soggetto privato. La sinergia fra pubblico e privato in questo quadro ha la funzione di potenziare l’attività, perché il privato, oltre alla capacità professionale, conferisce anche risorse, di fatto andando raddoppiare quella che sarebbe stata la potenzialità del progetto finanziato dal PNRR”.

L’intervento del team di professionisti è arrivato nel momento in cui l’Università di Pavia, dopo aver presentato per il bando un progetto da oltre 15 milioni di euro, ha ricevuto dal Ministero una risposta positiva e di accoglimento, prevedendo che l’ateneo individuasse sul mercato un partner disponibile a finanziare il rimanente 51% dell’iniziativa. “Un rapporto – precisa Stefanelli – da istituire ovviamente nel rispetto della normativa vigente e pertanto con una gara pubblica, ai sensi del Testo unico delle società partecipate”.

Business plan di questo genere devono essere redatti non soltanto guardando alla capacità reddituale e ai risultati attesi, ma anche alla disciplina del PNRR e alle relative determinate modalità di rendicontazione

Quali sono state le principali criticità da affrontare? “Le sfide legate a questa iniziativa sono di due ordini: uno strettamente legale e uno connesso al fatto che per questo tipo di finanziamento ministeriale è prevista una serie di regole particolari per poter poi effettivamente svolgere il progetto, rendicontarlo e conseguirne i benefici – afferma Recchioni -. La complessità discende anche dalla presenza di numerosi attori che si sono radunati intorno all’Università di Pavia come capofila e, ancora, dalla circostanza che business plan di questo genere devono essere redatti non soltanto guardando alla capacità reddituale e ai risultati attesi, ma anche alla disciplina del PNRR e alle relative determinate modalità di rendicontazione”.

“Per quanto riguarda la parte legale, si opera in una materia molto complicata, in cui si intrecciano diverse normative: la norma sul PNRR, la normativa dei contratti pubblici, il Testo unico sulle partecipazioni statali – commenta l’avvocato Stefanelli -. In questo caso inoltre l’Università si è trovata a far fronte a una sorta di cambio in corsa a seguito della nuova richiesta da parte del Ministero di trovare un partner privato disposto a finanziare la metà del progetto per la creazione di un network su tutto il territorio nazionale di Infrastrutture Tecnologiche d’Innovazione per la produzione di radiofarmaci, particolarmente delicati perché hanno un tempo di decadimento molto veloce. Il soggetto doveva pertanto aderire a un progetto già esistente in nuce così come descritto dall’ateneo o presentarne uno alternativo che però prevedesse la disponibilità di un minimo di cinque siti di produzione distribuiti in macro aree.

Qui la complessità è stata quella di adattare il progetto costruendo una gara di dialogo competitivo per l’individuazione di un concessionario, perché a questo punto entra in gioco l’ulteriore peculiarità del fatto che il soggetto privato che deve finanziare il 51% dell’iniziativa sarà poi remunerato con una successiva concessione per la durata di 15 anni del servizio, in parte a favore del soggetto pubblico ma che in realtà in parte potrà essere legata alla produzione del radiofarmaco rivolta anche al privato e di conseguenza alla vendita del prodotto, che gli consentirà un rientro dell’investimento”.

Dal punto di vista giuridico è quasi un caso di scuola, in cui hanno trovato applicazione molteplici istituti che di solito viaggiano separatamente l’uno dagli altri

Quali sono gli aspetti di maggiore innovatività? “Dal punto di vista giuridico è quasi un caso di scuola, in cui hanno trovato applicazione molteplici istituti che di solito viaggiano separatamente l’uno dagli altri, mentre per una “tempesta perfetta” sono stati necessariamente tutti applicati per riuscire a conseguire il risultato – risponde il legale -. Il dialogo competitivo è di per sé una tipologia procedimentale poco usata, perché il confronto fra la stazione appaltante e l’operatore economico avviene nel corso della gara, cioè la stazione appaltante non definisce ab origine un oggetto della gara per poi cercare il soggetto che la realizzi, bensì nel corso della stessa procedura va definendo con i concorrenti qual è il progetto migliore. In concreto, ogni operatore economico che partecipa presenta un proprio progetto, diverso dagli altri, e strada facendo l’Amministrazione dialoga con ciascuno di essi al fine di individuare il progetto che maggiormente soddisfa i propri interessi.

Il progetto scelto non viene poi affidato alla realizzazione del promotore-aggiudicatario, il quale acquista al contrario il diritto di costituire con l’appaltante una società mista pubblico-privata a cui viene contestualmente concesso, in via diretta, l’incarico di realizzare e gestire il progetto prescelto (costruzione e/o gestione/ammodernamento dei cinque laboratori) per i successivi 15 anni dal loro completamento. Ecco che si intrecciano diverse figure previste nelle varie normative che di rado si vedono tutte contemporaneamente“.

“Sotto l’aspetto scientifico, l’aspetto innovativo del progetto è quello di studiare e applicare nuovi radiofarmaci. Sul piano economico-finanziario, come già accennato, il piano è stato strutturato tenendo conto delle particolarità dei progetti finanziati dal MUR, che prevedono delle modalità particolari di effettuazione degli acquisti, per cui ad esempio un contratto di leasing incide in maniera diversa rispetto all’acquisto di un bene strumentale fatto in maniera diretta – chiosa il professor Recchioni -. Alla luce di tali considerazioni e circostanze, il piano economico-finanziario è stato costruito tenendo conto non solo di una prospettazione di costi e ricavi futuri ma anche delle particolarità e delle regole che sottendono all’erogazione del beneficio, che è stato adesso erogato all’Università, però l’effettivo conseguimento del diritto è previsto una volta che la rendicontazione dei costi verrà approvata dal Ministero”.

Quanto alle tempistiche, l’avviso ministeriale per trovare il soggetto erogatore del servizio è stato pubblicato il 28 dicembre del 2021; tuttavia, solo in seguito è stato stabilito che il finanziamento avvenisse con i fondi del PNRR e quindi con una modalità diversa, tale per cui del progetto si potesse finanziare al massimo il 49%: da qui la necessità di redigere la documentazione per esperire la gara, che è stata pubblicata a cavallo fra la primavera e l’estate di quest’anno. “La bella notizia è che due progetti sono stati presentati nei termini e ora l’Università sta iniziando il dialogo competitivo con i due proponenti“, dice Stefanelli.

Il PPP è lo strumento ideale e applicabile in moltissimi campi, in ambito sanitario a maggior ragione, visto l’alto contenuto tecnologico dei progetti da realizzare

Ma potrebbe non rimanere un caso unico nel panorama nazionale. Anzi, secondo il legale, “si tratta della plastica dimostrazione dell’applicabilità del partenariato pubblico privato, che è un macro contenitore dentro al quale possono stare moltissime modalità di rapporti fra il privato e il pubblico, e i fondi del PNRR possono essere messi in campo probabilmente, non dico esclusivamente ma ragionevolmente attraverso l’uso di questo strumento. Dopo vent’anni di contrazione della possibilità di investire da parte del pubblico, a partire dalla spending review, oggi con il PNRR sono in arrivo 2mila miliardi che dobbiamo investire in cinque anni. Quale strumento migliore ha l’Amministrazione se non cercare nel privato la progettualità che ne è tipica e avendo lei la disponibilità di fondi? Al di là dei tecnicismi e del tipo di procedure usate, il PPP è lo strumento che a mio parere è ideale e applicabile in moltissimi campi e in ambito sanitario a maggior ragione, visto l’alto contenuto tecnologico dei progetti da realizzare”.

Dall’European Society of Cardiology le nuove linee guida per il trattamento delle malattie cardiovascolari in persone con diabete

Le nuove Linee Guida per le malattie cardiovascolari nelle persone con diabete, appena pubblicate in occasione del Congresso ESC di Amsterdam, sono un documento innovativo per l’ampiezza di argomenti trattati: dalla stratificazione del rischio CV, allo screening, diagnosi e trattamento. Le Linee Guida valutano e riassumono le evidenze scientifiche disponibili al momento della loro stesura, con l’obiettivo di supportare gli operatori sanitari nel proporre il miglior approccio diagnostico o terapeutico. Si stima infatti che il 25-40% di pazienti con malattie CV abbia un diabete non diagnosticato.

“I pazienti con diabete di tipo 2 corrono un rischio da due a 4 volte maggiore di sviluppare malattie cardiovascolari (CVD) con le sue manifestazioni di malattia coronarica (CAD), insufficienza cardiaca (HF), fibrillazione atriale (FA) e ictus, nonché́ malattie delle arterie aortiche e periferiche. Inoltre, il diabete è un importante fattore di rischio per lo sviluppo della malattia renale cronica (IRC) che a sua volta peggiora la funzione cardiaca” spiega il Professor Massimo Federici, che ha coordinato la task force insieme al Prof. Nikolaus Marx. “In tutti i casi poi, la prognosi è peggiore. Ad esempio, la morte per malattie CV è del 50-90% più alta nei soggetti con insufficienza cardiaca associata al diabete, rispetto a quelli con la sola insufficienza cardiaca”.

Nuovo punteggio SCORE2-Diabetes: stima del rischio di malattie cardiovascolari a 10 anni

Gli esperti dell’ESC hanno sviluppato un algoritmo disponibile in una app, SCORE2-Diabetes, che supera i limiti dei modelli precedenti. Dato che avere il diabete ha un impatto importante sulla prognosi, è della massima importanza valutare il rischio cardiovascolare negli individui con diabete che non abbiano ancora evidenza clinica di malattia cardiovascolare al fine di individuare quelli a rischio più alto nei quali si deve immediatamente attivare la massima prevenzione correggendo stili di vita e implementando la terapia più adeguata.

Quando si valuta il rischio cardiovascolare in individui con diabete di tipo 2, è importante considerare i diversi elementi della storia naturale di malattia: l’anamnesi medica e familiare con rilevazione dell’età al momento della diagnosi, i sintomi, i risultati degli esami (in particolare glicemia e colesterolo), i risultati di test di laboratorio e di altri test diagnostici oltre agli stili di vita come il fumo e l’attività fisica.

Le attuali Linee guida raccomandano l’uso del modello SCORE2-Diabetes che stima il rischio a 10 anni in individui con diabete di età̀ compresa tra 40 e 69 anni che non abbiano ancora evidenza di malattia cardiovascolare (ASCVD) o renale (TOD), e per stimare il rischio individuale a 10 anni di eventi CVD fatali e non fatali (Infarto del miocardio, ictus).

“Le nuove raccomandazioni prevedono l’uso degli inibitori SGLT2 e/o gli antagonisti del recettore GLP-1 per ridurre significativamente il rischio di infarto e ictus in tutti i pazienti con diabete e malattia CV. Un obiettivo speciale è poi la gestione dell’insufficienza cardiaca: i pazienti con diabete, infatti, presentano un rischio da due a quattro volte superiore rispetto a quelli senza diabete: la terapia con inibitori di SGLT2 ha ridotto le probabilità di ricovero e morte”, sottolinea il Professor Federici.

“Il coordinamento di Linee Guida ufficiali della Società Europea di Cardiologia (ESC) affidata ad un esperto italiano è di grande rilevanza per vari motivi. Il primo è ‘ad personam’: il Professor Federici è uno dei ricercatori più brillanti nell’ambito della malattia cardiovascolare nel paziente diabetico ed è italiano; il secondo motivo è che il Prof. Federici è soprattutto un esperto di diabetologia, una disciplina, questa, tenuta sempre più in considerazione dai cardiologi; terzo motivo è che questa designazione conferma il ruolo di primo piano della Società italiana di diabetologia nel campo della clinica e della ricerca scientifica”, ha dichiarato il Professor Angelo Avogaro, Presidente della Società Italiana di Diabetologia (SID) che ha aggiunto “Le nuove Linee Guida sono di fondamentale importanza strategica nel dialogo tra specialisti impegnati nel trattamento delle persone con diabete”.

Screening in entrambi i gruppi di pazienti

Avere diabete e malattie cardiovascolari, soprattutto in giovane età̀, ha un impatto importante sulla prognosi, è quindi della massima importanza sottoporre a screening i pazienti con malattie cardiovascolari per il diabete e valutare il rischio cardiovascolare negli individui con diabete e valutarli per malattie cardiovascolari e renali.

Danno renale

Il diabete ha un effetto diretto sul rene con un alto rischio di insufficienza: per questo le linee guida raccomandano lo screening annuale con misurazione della velocità di filtrazione glomerulare e livelli di albumina nelle urine. I pazienti con diabete e malattia renale cronica inoltre dovrebbero ricevere una terapia con inibitore SGLT2 e/o finerenone (in aggiunta alle cure standard) per ridurre i rischi.

Fibrillazione atriale

Nel diabete di tipo2 aumenta del 3% il rischio di sviluppare Fibrillazione Atriale, che a sua volta è correlata a ictus e morte precoce. Per la prima volta le Linee Guida raccomandano uno screening specifico e misurazioni regolari con ECG o pulsiossimetria in pazienti dai 65 anni e in quelli di età inferiore con ipertensione.

Stile di vita e diabete come strumento di riduzione del rischio

I cambiamenti dello stile di vita sono raccomandati come misura di base per prevenire e gestire il diabete e dovrebbero essere implementati mediante un approccio multifattoriale con una comunicazione centrata sul paziente adattata allo stato di salute e all’alfabetizzazione sanitaria del paziente stesso. Nel T2DM, come riportato nello studio Action for Health in Diabetes, un intervento sullo stile di vita mediante consulenza nutrizionale, la variazione quali e quantitativa del pasto e l’esercizio fisico hanno indotto una perdita di peso media dell’8,6%, associata a una significativa riduzione di HbA1c e pressione arteriosa.

La riduzione del peso è uno dei caposaldi del trattamento: in questo contesto le linee guida raccomandano esercizio fisico quotidiano e una dieta mediterranea ricca in fibre e acidi grassi insaturi.

Fuga dalla sanità pubblica, nel 2021 meno 601 medici rispetto al 2020

È bastato solo un anno per annullare l’effetto delle assunzioni straordinarie di medici fatte in piena emergenza Covid. Se infatti nel 2020, nel Servizio sanitario nazionale, lavoravano 776 medici in più rispetto al 2019 (+0,76%), nel 2021 ne risultavano 601 in meno rispetto al 2020 (-0,58%), per cui tra il 2019 e il 2021 l’aumento di camici bianchi registrato nella sanità pubblica è stato pari ad un misero +0,17%, che corrisponde a 175 professionisti su un totale di 102.491.

Numeri cui fa da contraltare l’aumento, tra il 2019 e il 2021, degli avvocati (+15,3%), degli ingegneri (+9,5%) e dei direttori amministrativi (+7,1%) dipendenti del SSN. È quanto emerge dall’analisi dei report del Ministero della Salute “Personale delle ASL e degli Istituti di ricovero pubblici ed equiparati” condotta dal sindacato dei medici Federazione CIMO-FESMED.

«È come se in Italia il Covid non fosse mai esistito – commenta Guido Quici, Presidente CIMO-FESMED -. Complici il tetto di spesa sul personale sanitario che impedisce di assumere, la fuga dei medici dalle condizioni di lavoro esasperanti che si riscontrano negli ospedali e la scelta politica di prediligere i gettonisti ai dipendenti, ci troviamo dinanzi ad uno scenario preoccupante, che spiega le ragioni per cui in tutto il Paese i cittadini accedono ai servizi con estrema difficoltà. Ma invece di investire sui sanitari si preferisce assumere altre figure professionali, sintomo di un sistema sempre più burocratizzato e amministrato che vicino ai bisogni di salute dei pazienti, per i quali l’offerta sanitaria risulta sempre più ridotta. Basti guardare all’aumento dei direttori amministrativi, in evidente contrasto con il taglio del 33% delle unità operative complesse e del 48% delle unità operative semplici che si è verificato negli ultimi dieci anni».

«In assenza di una rivisitazione delle priorità e di un investimento strutturale sul Servizio sanitario nazionale a partire dalla prossima legge di Bilancio, questi dati sono destinati a peggiorare drasticamente nei prossimi anni – aggiunge Quici -. Ma oltre alle risorse occorrono standard di riferimento corretti: per questo continueremo a monitorare il lavoro dell’Agenas sul fabbisogno di personale sanitario e, come fatto nei mesi scorsi, a proporre dei miglioramenti significativi per scongiurare il rischio di un’ulteriore contrazione del numero di professionisti previsto in ogni struttura», conclude. 

Il 15 settembre a Genova il corso SIFO “HTA e Value Based Healthcare: governance, procurement e network nella sanità ligure”

La sfida dei Sistemi Sanitari moderni è rappresentata dalla loro sostenibilità in un tempo caratterizzato da un drastico e continuo aumento del bisogno assistenziale a fronte di risorse umane, tecniche ed economiche limitate. Alla tenuta dei sistemi contribuisce anche il dato epidemiologico di una popolazione che invecchia e vive più a lungo grazie alla cronicizzazione di patologie un tempo fatali con conseguente aumento dei costi associati.

In questo scenario l’HTA, come valutazione multidisciplinare e multi-prospettica delle tecnologie sanitarie, acquisisce sempre maggiore centralità accrescendo contestualmente il bisogno critico e di competenze specifiche a supporto dei decisori per garantire una governance sostenibile.

Il corso residenziale di aggiornamento in collaborazione tra Sezione Regionale SIFO Liguria e Laboratorio HTA SIFO “HTA e Value Based Healthcare: governance, procurement e network nella sanità ligure”, in programma per venerdì 15 settembre a Genova, è rivolto a “utenti e operatori” della salute, figure istituzionali responsabili del processo decisionale, mondo accademico, industria e rappresentanti di gruppi/associazioni di pazienti, interessati a conoscere i vari aspetti dell’HTA con particolare riferimento alla sua implementazione con l’obiettivo di generare Valore nel sistema sanitario.

Per approfondire