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Liste d’attesa, Cittadinanzattiva dopo il maxi blitz dei Nas: “Una situazione da aggredire con urgenza”

I controlli dei Nas condotti fra luglio e agosto hanno rivelato il mancato rispetto dei tempi, la chiusura delle agende e problemi anche nella pratica dell’intramoenia. Inefficienze organizzative, mancanza di personale e veri e propri reati minano l’accesso a visite, esami e interventi su tutto il territorio nazionale.

I controlli condotti fra luglio e agosto hanno rivelato il mancato rispetto dei tempi, la chiusura delle agende e problemi dell’intramoenia

Da Udine a Catania, da Torino a Campobasso, i controlli dei Nas hanno fotografato in tutta Italia il fenomeno delle liste d’attesa per l’accesso alle prestazioni sanitarie. Il quadro che emerge è drammatico: quasi il 30% delle 3884 agende esaminate non rispetta i tempi stabiliti dalla legge.

“Il blitz dei Nas ci dimostra che, nonostante il Piano Nazionale di Governo delle liste di attesa e i fondi stanziati ad hoc per ridurre le liste di attesa, siamo molto lontani dall’aver migliorato la situazione. Ci sono molte cause che alimentano il fenomeno: alcune di natura organizzativa, ad esempio la carenza di personale, altri sono veri e propri reati come la sospensione delle prenotazioni, il cosiddetto problema delle liste bloccate. Questi vanno prevenuti e affrontati con tutti gli strumenti a disposizione per ripristinare il diritto alla salute dei cittadini e garantire la sostenibilità del nostro Servizio Sanitario Nazionale”, dichiara Anna Lisa Mandorino, Segretaria generale di Cittadinanzattiva che a maggio ha dato il via alla campagna “Urgenza Sanità” e che ha aderito alla mobilitazione nazionale del prossimo 7 ottobre.

Purtroppo si tratta di una situazione non nuova e che conferma gli ultimi dati del Rapporto annuale di Cittadinanzattiva sulla sanità: le segnalazioni dei cittadini raccontano di attese fino a 2 anni per una mammografia di screening, o di 3 mesi per un intervento per tumore all’utero che andava effettuato entro un mese, 2 mesi per una visita specialistica ginecologica urgente da fissare entro 72 ore. Inoltre, i cittadini lamentano anche disfunzioni nei servizi di accesso e prenotazione, ad esempio determinati dal mancato rispetto dei codici di priorità, difficoltà a contattare il Cup, impossibilità a prenotare per liste d’attesa bloccate o sospese.

Mandorino

“Per aggredire il problema delle liste di attesa – aggiunge Mandorino – occorre investire sulle risorse umane e tecniche e ampliare gli orari di apertura al pubblico degli ambulatori; mettere in rete nei Cup le agende di prenotazione di tutte le strutture sanitarie pubbliche e private convenzionate, per favorire una migliore programmazione e trasparenza dei tempi di attesa; bloccare, a livello regionale, le prestazioni in intramoenia laddove superino nel numero quelle erogate nel canale pubblico, come già previsto dallo stesso Piano Nazionale di Governo delle liste di attesa 2019-2021”.

Rischi dell’alcol in gravidanza per mamma e neonato

L’uso di sostanze stupefacenti e alcol nel periodo della gravidanza può avere effetti avversi sulla salute della donna e del feto. Le donne sono a più alto rischio di sviluppare un disturbo da uso di sostanze (DUS) durante il periodo fertile rispetto agli uomini perché, nel fenomeno della “addiction”, esiste una differenza di genere che le rende più suscettibili a passare dall’uso sporadico, all’uso problematico e, infine, al disturbo da uso di sostanze conclamato.

Il consumo di alcol in gravidanza è comune in molti Paesi e circa il 10% delle donne nella popolazione generale consuma alcol durante la gravidanza (Rapporto ISTISAN 23/3).

Non essendo stata a tutt’oggi stabilita una dose di alcol sicuramente esente da rischi durante la gravidanza, la Società Italiana di Neonatologia (SIN), in occasione della Giornata mondiale della sindrome feto-alcolica e disturbi correlati, celebrata il 9 settembre, ribadisce che è opportuno astenersi completamente durante tutto il periodo.

Sono ancora poche, in Italia e in Europa, le azioni in atto a livello regionale e nazionale per contrastare i rischi correlati all’alcol in gravidanza

Il consumo cronico di quantità eccessive di alcol può, infatti, causare seri problemi a madre e neonato, aumentando il rischio di abortività spontanea, morte intrauterina, sindrome della morte improvvisa in culla, parto pretermine, basso peso alla nascita, ma, in particolar modo, può essere responsabile dell’insorgenza di difetti dello sviluppo fetale a carico di vari organi e apparati e di disabilità dello sviluppo neurocognitivo infantile. Queste disabilità, conseguenti all’esposizione all’etanolo in utero, sono note come Disturbi dello Spettro Alcolico Fetale (FASD) e la FAS, o Sindrome Feto Alcolica, ne è la forma clinica più grave.

Nell’ambito del complesso quadro della FAS, le sostanze alcoliche possono, inoltre, causare la Sindrome da Astinenza Neonatale (SAN), una condizione patologica causata dalla brusca cessazione dell’effetto di queste sostanze, cronicamente assunte dalla madre in gravidanza e trasferite al feto per via placentare.

Sebbene ci siano interventi efficaci per arginare e prevenire i rischi correlati all’alcol, molte donne in gravidanza, in Europa, continuano a bere e ci sono ancora poche azioni in atto a livello regionale e nazionale.

Dal Rapporto ISTISAN 23/3 si evince, infatti, che l’Unione Europea ha i tassi più alti al mondo di FASD, oltre 2,5 volte la media globale.

“Da anni, come Società Italiana di Neonatologia, insieme al Ministero della Salute e all’Istituto Superiore di Sanità, auspichiamo ad aumentare la consapevolezza nelle donne in gravidanza, in età fertile e che stanno programmando una gravidanza, attraverso campagne di comunicazione e prevenzione”, afferma il Dott. Luigi Orfeo, Presidente SIN. “È importante, infatti, garantire un’informazione quanto più corretta, immediata ed esauriente possibile, che renda le donne consapevoli, evitando di esporre loro ed i nascituri ai rischi di danni evitabili, sostenendo uno stile di vita più sano e azzerando il consumo di alcolici”.

Neuroriabilitazione robotica: la Fondazione Santa Lucia IRCCS sperimenta James, robot sociale

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Neuroriabilitazione robotica: prende il via all’interno di due Unità Operativa Complesse di Neuroriabilitazione della Fondazione Santa Lucia IRCCS di Roma una nuova sperimentazione dedicata all’uso di robot sociali che hanno la funzione di interagire con i pazienti sia stimolandone le funzioni cognitive sia incrementando il benessere emotivo e le interazioni sociali. I robot impiegati (dispositivi commerciali dal costo relativamente contenuto) sono stati dotati di esercizi cognitivi, funzioni di riproduzione video e audio, videochiamata per le interazioni sociali e di esercizi di rilassamento e meditazione, utili per mantenere la mente allenata e ridurre la condizione di stress legata all’ospedalizzazione.

I robot impiegati (dispositivi commerciali dal costo relativamente contenuto) sono stati dotati di esercizi cognitivi e funzioni utili per mantenere la mente allenata

Il sistema, da oltre due anni in fase di sperimentazione presso il domicilio di alcuni anziani che hanno aderito al progetto, è stato al centro di un ulteriore sviluppo, con nuove funzioni adatte all’utilizzo presso i reparti di neuroriabilitazione ospedaliera di alta specialità e da alcuni mesi viene impiegato nella UOC di neuroriabilitazione 3, diretta dal professor Ugo Nocentini – neurologo che si occupa del coordinamento delle attività cliniche di neuroriabilitazione per pazienti trattati in ricovero ordinario e day-hospital, curando l’organizzazione dei Progetti Riabilitativi Individuali (PRI) in collaborazione con i medici e il corpo infermieristico – e nella UOC di neuroriabilitazione 6, diretta dal dottor Stefano Paolucci dell’ospedale della Fondazione Santa Lucia IRCCS di Roma (specialista in Neurologia, si occupa soprattutto della gestione riabilitativa di pazienti con postumi di malattie cerebrovascolari, con attenzione ai fattori prognostici per il recupero funzionale e al trattamento delle complicanze cognitive e psichiatriche correlate).

Le neuroscienze si attestano quindi come un campo di indagine dove la medicina, la biologia, la fisica e le scienze cognitive si fondono per studiare il cervello e sviluppare potenziali terapie per le malattie che colpiscono il sistema nervoso.

Robotica cognitiva per la neuroriabilitazione, il progetto ReMember-Me

Neuroriabilitazione robotica per studiare i meccanismi di controllo motorio del soggetto umano e sviluppare tecnologie utili nei programmi dedicati. Da qui, la robotica quale strumento per eseguire esercizi cognitivi. Federica Piras, responsabile degli studi neurolinguistici condotti presso il laboratorio di Neuropsichiatria della Fondazione Santa Lucia IRCCS di Roma e dei protocolli di valutazione neuropsicologica per lo studio delle capacità cognitive nelle malattie psichiatriche – insieme al team del laboratorio di Neuropsichiatria della Fondazione – sta studiando le possibilità offerte dai robot per tenere costantemente in esercizio, anche a casa, le funzioni cognitive, soprattutto nelle persone anziane.

Lo studio si inserisce nel programma europeo Active and Assisted Living (AAL) che mira a trovare soluzioni per consentire agli anziani di rimanere attivi, autonomi e sani ed è parte del progetto ReMember-Me che prevede l’impiego di nuove tecnologie da utilizzare presso il domicilio, a servizio delle persone anziane per il monitoraggio continuo e la prevenzione del declino cognitivo.

Il progetto ReMember-Me è giunto al terzo anno e quindi alla fase conclusiva del suo piano triennale, coinvolgendo diversi partner in sei paesi europei.

Psicologa, logopedista e ricercatrice responsabile del progetto, Piras dettaglia: “James, ossia questo modello di robot sociale che stiamo contribuendo a sviluppare, può essere di supporto per il paziente e il personale per espletare una serie di funzioni come facilitare le comunicazioni con l’esterno per ridurre il senso di solitudine e di isolamento, fornire attività di stimolazione cognitiva (serious games) personalizzate e adattate alle condizioni del degente, provvedere all’intrattenimento del paziente (lettura dei quotidiani o di libri, visione di film, documentari, viaggi virtuali) fornendo anche contenuti (sessioni di meditazione, suoni della natura, musica) in grado di ridurre il distress legato all’ospedalizzazione”.

Nel dettaglio, il compito della Fondazione Santa Lucia IRCCS è stato la creazione del modulo di valutazione e degli esercizi cognitivi secondo basi scientifiche riconosciute nonché la conduzione dello studio sul campo in cui il sistema è stato proposto ad anziani sani e pazienti con deterioramento cognitivo lieve, valutandone l’impatto nella quotidianità.

Tecnologie e-health di monitoraggio continuo per gli anziani

Il progetto ReMember-Me intende modificare il paradigma attuale di assistenza dell’anziano sano, per lo più medicalizzato e centrato sulla cura fornita essenzialmente da familiari, oppure da lavoratori addetti. In particolare, riprende Piras, “il lavoro dei partner – sviluppatori di software e neuropsicologici esperti di invecchiamento – è stato indirizzato alla creazione di un sistema che permettesse il monitoraggio continuo dello stato di benessere della persona anziana, promuovendo al contempo la partecipazione ad attività cognitivamente stimolanti, favorendo la socializzazione ed incrementando le competenze tecnologiche e il senso di autoefficacia e autostima dell’anziano.

Il sistema sviluppato durante i tre anni appena trascorsi permette la valutazione costante di una serie di parametri. Spaziando “dai livelli di attività fisica alla qualità del sonno (attraverso dei sensori), dalle capacità cognitive e del tono dell’umore al benessere auto-percepito, al senso di solitudine e di isolamento sociale (con test e questionari somministrati via tablet o mediante un agente artificiale), fornendo un programma di stimolazione personalizzato”, afferma Piras.

Il sistema permette la valutazione costante di una serie di parametri, anche su tono dell’umore e benessere auto-percepito, fornendo un programma di stimolazione personalizzato

Come anticipato, sulla base delle rilevazioni il programma promuove lo svolgimento di attività quali – ad esempio – esercizi di stimolazione cognitiva (“giochi” per migliorare l’attenzione e la memoria), meditazione ed esercizi di rilassamento, lezioni di danza e ginnastica dolce, fornendo anche una serie di consigli per l’adozione di uno stile di vita sano.

“I dati raccolti, inclusi quelli sullo svolgimento delle diverse attività, possono essere condivisi – previa autorizzazione della persona –, con un familiare che può monitorare a distanza lo stato di salute/benessere del proprio congiunto e svolgere con la persona ulteriori attività consigliate dal sistema. Gli stessi dati vengono monitorati anche dal medico (geriatra o neuropsicologo) che ha in carico l’anziano e può eventualmente suggerire ulteriori approfondimenti, riuscendo così a seguire la persona a distanza con un minor numero di controlli in presenza”, circoscrive ancora Piras. Ad oggi, il prototipo del sistema (approdato alla sua quinta versione) è stato notevolmente arricchito e comprende una serie di moduli per la valutazione e la stimolazione non solo cognitiva, una piattaforma sociale ed un modulo per comunicare con il medico referente.

Robotica assistiva per la neuroriabilitazione: le peculiarità di James

“Il modello che avevamo in mente quando abbiamo cominciato a lavorare al progetto ReMember-Me era quello di un agente artificiale che fosse in grado di fornire agli anziani quel supporto sociale che solitamente viene assicurato da un familiare o da un caregiver”.

Una precisazione importante, quella formulata da Piras, poiché nell’ambito della neuroriabilitazione robotica questo tipo di robot assistivi devono essere capaci di riprodurre un modello di supporto – complementare e pertanto additivo (e non sostitutivo) di quello provvisto da un essere umano – che dia all’utente un sostegno dal punto di vista emotivo, fornendogli anche le informazioni e l’aiuto pratico di cui necessita.

L’agente artificiale deve essere quindi in grado di “leggere” i dati che provengono dall’individuo per interpretare e classificare il suo stato d’animo, mostrando al tempo stesso un’attenzione “affettuosa” e un comportamento proattivo rispetto ai bisogni espressi/inferiti.

L’agente artificiale deve “leggere” i dati che provengono dall’individuo, mostrando un’attenzione “affettuosa” e un comportamento proattivo

“Per riprodurre questo modello neuroscientifico del supporto sociale – specifica Piras – abbiamo dotato James di una serie di questionari (sul tono dell’umore, il benessere auto-percepito, il senso di solitudine) che vengono periodicamente somministrati all’anziano”.

I dati raccolti, invece, “sono messi in relazione, attraverso un algoritmo di intelligenza artificiale, con altre informazioni rilevate attraverso dei sensori (i livelli di attività fisica o la qualità del sonno come registrati da un dispositivo elettronico commerciale da polso).

Così l’algoritmo definisce i messaggi più appropriati che verranno forniti da James all’anziano, simulando quell’attenzione “affettuosa” che contrassegna il supporto sociale”.

James fornisce una serie di raccomandazioni per incrementare ad esempio, la socializzazione – utilizzando la piattaforma sociale “ReMember My Story” inclusa nel sistema o contattando in videochiamata i propri familiari – o per migliorare l’igiene del sonno evitando sonnellini pomeridiani. Oppure, ancora, per incrementare l’attività fisica in modo da migliorare la fitness cardiovascolare riducendo il rischio di depressione, declino cognitivo e di cadute.

Robot umanoidi a servizio degli anziani: la risposta dei pazienti

La neuroriabilitazione robotica (ad esempio, per far svolgere ai degenti esercizi ripetitivi) comincia a trovare applicazione anche nel supporto agli anziani che, trovandosi ad affrontare una serie di sfide correlate alla loro età, intendono (a ragione) mantenere la propria autonomia il più a lungo possibile. Nel caso del progetto ReMember-Me, “il fatto che sia un robot umanoide a fornire indicazioni (i “consigli” e suggerimenti per uno stile di vita sano o le sollecitazioni per lo svolgimento del piano di attività giornaliero) nasce dall’osservazione, comprovata scientificamente, che gli anziani si sentono meno criticati o giudicati quando dei test di valutazione sono somministrati da un robot umanoide rispetto ad un operatore, mentre mostrano livelli di coinvolgimento più elevati quando le attività di stimolazione sono svolte mediante un robot, rispetto all’uso di un tablet”, ammette Piras.

“Ciò – continua – “solleva” anche il caregiver dal compito, particolarmente gravoso dal punto di vista emotivo per un familiare, di stimolare l’anziano a svolgere attività cognitivamente significative, affidando ad un agente esterno il ruolo di chi dà consigli o indicazioni per mantenersi in salute ed attivi anche nella tarda età adulta”.

Inoltre, il robot offre una stimolazione personalizzata che si basa su un algoritmo di intelligenza artificiale (“albero decisionale”) in grado di fornire i suggerimenti più adeguati in funzione dei dati rilevati. Se la valutazione cognitiva mostra un profilo a rischio di declino, il sistema valuta i dati raccolti su una serie di aspetti che sono noti incidere sulle capacità cognitive (la depressione o la scarsa qualità del sonno, solo per fare due esempi) e, se anche queste rilevazioni sono al di sotto di un valore soglia, James fornisce una serie di raccomandazioni per mettere in atto le opportune azioni correttive sollecitando comunque il soggetto a svolgere attività cognitivamente stimolanti.

Gli anziani si sentono meno criticati o giudicati quando i test di valutazione sono somministrati da un robot umanoide rispetto ad un operatore

Nell’ambito del progetto ReMember-Me, Piras e il team del laboratorio di Neuropsichiatria della Fondazione Santa Lucia IRCCS di Roma hanno verificato sperimentalmente l’utilità del robot sociale in grado di fornire un supporto adattato alle condizioni della persona sia presso il suo domicilio sia all’interno di reparti di neuroriabilitazione e cura dell’anziano.

A spiegare le differenze è la stessa Piras: “Mentre il supporto fornito a casa è più di tipo cognitivo (il robot, appunto, promuove l’esecuzione di una serie di attività contenute in un piano di stimolazione giornaliero sulla base della rilevazione dello stato cognitivo-emotivo e fisico della persona), nei reparti ha svolto una funzione più di “companion”, agevolando le comunicazioni con l’esterno e permettendo la fruizione di contenuti di intrattenimento”. Per poi aggiungere che “sebbene alcuni anziani abbiano rifiutato di averlo in casa (spesso preoccupati per la gestione dello spazio abitativo o per il consumo energetico che è invece, pari a quello di uno laptop), i feed-back ricevuti dopo 8 settimane di utilizzo indicano che più del 70% degli intervistati ritiene il robot efficace nel mantenerli cognitivamente stimolati. Mentre il 90% degli anziani con declino cognitivo afferma che il robot abbia facilitato la comunicazione a distanza con i loro familiari”.

Innovazione e qualità della PA: Pierluigi Vecchio nominato Direttore generale della Fnomceo

Pierluigi Vecchio è il nuovo Direttore generale della Fnomceo, la Federazione nazionale degli Ordini dei Medici chirurghi e degli Odontoiatri.

Cinquantatré anni, pisano, laurea in Giurisprudenza, esperto nella valutazione e certificazione della qualità in tutti i settori della Pubblica Amministrazione, Vecchio si è insediato in Federazione dal primo settembre – dopo una carriera presso le direzioni di diverse Asl toscane e presso la Regione Toscana –  ed è stato presentato nei giorni scorsi a tutto il personale.

“Siamo qui per fargli gli auguri – ha esordito il Presidente della Fnomceo, Filippo Anelli – e per introdurlo in questa che considero una grande famiglia. La figura del Direttore generale è il motore dell’Ente; Ente che si sviluppa e progredisce grazie all’impegno, alla disponibilità, alle abilità professionali di tutti voi che vi operate”.

“Grazie alla sua esperienza e alle sue peculiari competenze – ha continuato il Segretario, Roberto Monaco – ci aiuterà a realizzare appeno l’idea di una pubblica amministrazione efficace, efficiente e al passo con i tempi. Sarà per la Fnomceo il valore aggiunto e per tutti voi un valido supporto: la vostra forza è la nostra forza”.

“Mi associo agli auguri – ha proseguito il Vicepresidente, Giovanni Leoni – e alla considerazione che il personale è l’ossatura della Federazione e che la figura del Direttore è un’interfaccia importante tra gli Organi politici e il personale stesso”.

“Grazie per l’accoglienza – ha risposto Pierluigi Vecchio – sono felice di lavorare in un ente ben organizzato e con un clima familiare. Sono abituato a lavorare in squadra, non per compartimenti stagni ma per processi; e, in primis, a lavorare con le persone, perché è la persona che è dietro al professionista che gli dà la forza per lavorare bene e per fare un salto di qualità. Cercheremo, insieme, di innovare, perché il mondo cambia e dobbiamo restare al passo, e di introdurre idee organizzative che ci permettano di potenziare e migliorare il nostro lavoro”.

Unanime anche il ringraziamento e riconoscimento a Michele Langiulli – Direttore vicario dopo la scomparsa di Enrico De Pascale – che, ha ricordato Anelli, “ha traghettato la Fnomceo attraverso un periodo difficile, verso questo nuovo assetto”.

Salute mentale degli adolescenti in Italia, i neuropsichiatri infantili (SINPIA): “Atti di autolesionismo in aumento”

Tagli, ferite, bruciature di sigarette sul corpo. Sono solo alcuni dei più comuni atti di autolesionismo che si registrano tra gli adolescenti di oggi. Un fenomeno grave e in aumento che è solo la punta dell’iceberg di un universo molto complesso che coinvolge ragazzi e ragazze tra i 13 e i 17 anni, e anche più piccoli. È l’allarme lanciato dalla SINPIA, Società Italiana di Neuropsichiatria dell’Infanzia e dell’Adolescenza in occasione della Giornata Mondiale per la Prevenzione del Suicidio (World Suicide Prevention Day), promossa dall’Organizzazione Mondiale della Sanità il 10 settembre di ogni anno.

In particolare, sono aumentati non soltanto i comportamenti autolesivi ma anche i comportamenti suicidari. Sono, infatti, circa il 27% in più, rispetto al periodo pre Covid-19, i ragazzi e le ragazze che “si tagliano”, presentano pensieri inerenti il suicidio o mettono in atto tentativi di suicidio. Si tratta di un problema drammaticamente rilevante: ad oggi, nonostante l’Italia sia uno dei paesi con tasso più basso al mondo, il suicidio è la seconda causa di morte in Italia nei giovani tra i 15 e i 24 anni, preceduta solo dagli incidenti stradali (Fonte: Istituto Superiore di Sanità). L’autolesionismo colpisce in Europa circa 1 adolescente su 5 e, in generale, l’ideazione suicidaria o il tentato suicidio sono oggi tra le cause più frequenti di accesso ai servizi di Neuropsichiatria dell’Infanzia e dell’Adolescenza in urgenza.

“Comprendere le cause di questo fenomeno – spiega la Prof.ssa Elisa Fazzi, Presidente della Società Italiana di Neuropsichiatria dell’Infanzia e dell’Adolescenza, SINPIA e Direttore della U.O. Neuropsichiatria dell’Infanzia e dell’Adolescenza ASST Spedali Civili e Università di Brescia – risulta complesso: i comportamenti autolesivi nel loro insieme vedono concorrere nella loro manifestazione aspetti legati alla predisposizione individuale cui si associano importanti componenti legate al contesto e all’ambiente familiare e sociale  con una forte comorbidità con i disturbi dell’umore, in particolare la depressione, e i disturbi d’ansia che sono tra le patologie psichiatriche maggiormente correlate ad atti autolesivi, ideazioni e atti suicidari”.

Comportamenti autolesivi e comportamenti suicidari sono in aumento del 27% rispetto al periodo pre Covid-19

Tuttavia, come indicato anche dall’Organizzazione Mondiale della Sanità, la malattia psichiatrica non è l’unico fattore di rischio e la pandemia da Covid-19 ha acuito e accelerato un trend che era già in aumento negli anni precedenti, venendo meno alcuni dei fattori protettivi, come il supporto della comunità e le relazioni sociali tra pari.  Inoltre, recenti studi evidenziano nuovi scenari epidemiologici quali l’emergenza di una correlazione tra suicidalità e bullismo/cyberbullismo in particolare per categorie maggiormente a rischio di discriminazione.

In Italia i disturbi neuropsichici dell’età evolutiva colpiscono quasi 2 milioni di bambini e ragazzi, tra il 10 e il 20% della popolazione infantile e adolescenziale nella fascia di età 0-17 anni, con manifestazioni molto diverse tra loro per tipologia, decorso e prognosi. La loro incidenza è in ascesa: in meno di dieci anni è raddoppiato il numero di bambini e adolescenti seguiti nei servizi di Neuropsichiatria dell’Infanzia e dell’Adolescenza (NPIA).

La prevenzione del suicidio è stata individuata come obiettivo prioritario dai maggiori organismi internazionali, tra cui l’Organizzazione Mondiale della Sanità. “È infatti possibile e necessario fare prevenzione del suicidio – commenta la Dott.ssa Rosamaria Siracusano, Responsabile della Sezione di Psichiatria della Sinpia e Dirigente medico della Unità Operativa di Neuropsichiatria Infantile dell’Azienda Ospedaliera Federico II di Napoli – e questa si deve realizzare attraverso più metodi con solide basi scientifiche, a più livelli: certamente a livello del singolo individuo e  della sua famiglia, ma ancor più della comunità, della società e, a livello più ampio, delle nazioni. 

La prevenzione del suicidio è stata individuata come obiettivo prioritario dall’Organizzazione Mondiale della Sanità

È indispensabile pertanto mettere in atto politiche di prevenzione a livello nazionale con un approccio che tenga conto dei potenziali fattori di rischio a livello sociale, economico e relazionale. In Italia, una politica di tale tipo non esiste, tuttavia sono diversi i progetti che sul territorio nazionale stanno nascendo come quelli promossi dalla neuropsichiatria infantile dell’Università di Torino, uno rivolto ad una collaborazione e formazione dei giornalisti per una informazione responsabile sulle notizie di suicidio (www.papageno.news), un altro finalizzato  ad una formazione per gli insegnanti perché possano riconoscere segnali di allarme precoce nei loro studenti (Progetto SPES: sostenere e prevenire esperienze di suicidalità)”.

“Quotidianamente i neuropsichiatri infantili italiani – aggiunge la Dott.ssa Antonella Costantino, Past President SINPIA e Direttore UONPIA Fondazione IRCCS Ca’ Granda Ospedale Maggiore Policlinico di Milano – si trovano ad interfacciarsi con ragazzi e ragazze con gravi problemi di salute mentale, che talora creano le condizioni per un rischio di vita. In quest’ottica, e a fronte del rapido cambiamento della psicopatologia cui stiamo assistendo, sia in senso di aumento di prevalenza, sia nel senso di un aumento della gravità e complessità, è fondamentale diffondere evidenze scientifiche efficaci, buone prassi e saperi che sono stati maturati in questi ultimi anni nell’ambito della neuropsichiatria infantile”.

E in occasione della Giornata Mondiale per la Prevenzione del Suicidio, la Sezione di Psichiatria dell’Età evolutiva della Società Italiana di Neuropsichiatria dell’Infanzia e dell’Adolescenza (SINPIA), l’11 Settembre 2023 ha organizzato a Napoli un workshop dal titolo “Suicidalità in bambini e adolescenti: dalla prevenzione alla postvenzione presso l’Aula Magna della Scuola di Medicina e Chirurgia dell’Università Federico II, durante il quale esperti provenienti da tutta Italia si confronteranno su questo delicato tema.

Se ti trovi in una situazione di emergenza chiama il 112.
Se sei un minore e ti trovi in una situazione di difficoltà o se sei un adulto e sei preoccupato per un minore, puoi rivolgerti al Telefono Azzurro: www.azzurro.it.

Se sei un adulto in difficoltà puoi chiamare il Telefono Amico allo 199 284 284 oppure visitare www.telefonoamico.it.

Giornata Mondiale della fisioterapia: una professione presente in tutti i luoghi della vita

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La fisioterapia in tutti i luoghi di vita” è il tema proposto dalla FNOFI (Federazione Nazionale degli Ordini della professione sanitaria di Fisioterapista) come filo conduttore della Giornata Mondiale della Fisioterapia 2023, a cui i 38 ordini territoriali, insieme ad AIFI (Associazione Italiana di Fisioterapia), hanno aderito per sottolineare il valore aggiunto alla qualità di vita che tale professione assicura.

È il 1996 quando la WCPT (World Confederation for Physical Therapy) stabilisce nella data dell’8 settembre la Giornata Mondiale della fisioterapia, con l’obiettivo di celebrare e sensibilizzare cittadini e operatori sanitari sul ruolo dei fisioterapisti nella gestione della salute pubblica.

Mai come quest’anno, a un anno di distanza dall’istituzione e dal riconoscimento degli Ordini della professione sanitaria dei Fisioterapisti, la ricorrenza di settembre è un’occasione importante per ricordare e promuovere il contributo dei fisioterapisti nei confronti della salute degli italiani in tutti i luoghi di vita.

Ricorrenza che è stata celebrata da FNOFI in collaborazione con AIFI con un workshop organizzato presso il Ministero della Salute, alla presenza di rappresentanti istituzionali, pazienti e clinici.

Ad aprire la discussione Piero Ferrante, Presidente FNOFI che ha ricordato “la nascita della casa comune dei fisioterapisti, con la fondazione nel 2022 del nostro Ordine professionale e l’importanza di riflettere insieme ai cittadini e agli specialisti dei vari ambiti clinici sul futuro della nostra professione”.

Ad oggi gli Ordini dei fisioterapisti (OFI) sono 38, con 70.388 iscritti. Sono realtà “che si confrontano e fanno proposte sulla professione e sulla relazione con i cittadini e gli altri operatori sanitari per la promozione della qualità della vita, ovunque c’è un bisogno fisioterapico: dagli ospedali, alle RSA, alle case, ai centri sportivi, cioè in tutti i luoghi della vita”.

Simone Cecchetto, Presidente AIFI, ha sottolineato l’importanza delle linee guida e delle buone pratiche di una scienza che si è sviluppata nei diversi campi della medicina, come la fisioterapia muscolo-scheletrica, quella neurologica, del pavimento pelvico, cardiorespiratoria e così via. Non solo, ma ha sviluppato competenze anche in campo pediatrico ed è accanto agli atleti per il recupero e il miglioramento della performance sportiva. Senza dimenticare gli anziani, per favorire l’invecchiamento sano e attivo. La fisioterapia si sviluppa poi di pari passo anche con la medicina di genere, nel rispetto delle diversità e di trattamenti calibrati sulla persona. È importante informare i cittadini sulle buone pratiche e migliorare la loro qualità di vita, è questo ciò che facciamo”.

Nascita dell’Ordine come punto di partenza e non di arrivo

È così che ha esordito Mariella Mainolfi, DG delle professioni sanitarie del Ministero, “per intercettare i bisogni dei fisioterapisti e dei cittadini e dare voce ai pazienti ma anche ai clinici. La fisioterapia è una professione ‘silenziosa’, è accanto al cittadino per migliorare la sua qualità di vita. Pensiamo solo all’invecchiamento costante della popolazione e a quanto è importante favorire l’autosufficienza per gli anziani, ma anche accompagnare tutte le fasi della vita”. Mainolfi ha ribadito la disponibilità del Ministero della Salute a fornire il massimo supporto a una professione che va sempre più consolidata nel territorio. “E c’è sempre margine di crescita, poiché c’è davvero bisogno di fisioterapisti, come prevede anche il PNRR con le Case di comunità, in cui la multidisciplinarietà con le altre figure sanitarie diventa essenziale”.

I giovani sono sempre più attratti da questa professione: il numero degli iscritti è passato da 1.928 nell’AA 2020-21 a 2.250 nel 2022-23

Ha precisato inoltre Mainolfi: “I giovani sono sempre più attratti da questa professione. Basti pensare che il numero degli iscritti è passato da 1.928 nell’AA 2020-21 a 2.250 nel 2022-23. È quindi nostra intenzione aumentare il numero dei posti disponibili. Occorre quindi riflettere sugli scenari futuri di questa professione e sulla sinergia da mettere in campo con le altre competenze sanitarie, per lavorare insieme e mettere al centro il paziente e il suo bisogno di salute, grazie a un approccio interdisciplinare, perché la diversità è una ricchezza”.

Tecnica ed empatia: due armi vincenti

Il workshop organizzato al Ministero ha visto la partecipazione tra i relatori anche di due pazienti, per portare al tavolo della discussione il punto di vista, fondamentale, di chi riceve i trattamenti. Con la condivisione della loro storia sul lungo percorso fisioterapico seguito per diversi problemi fisici, hanno consentito di mettere in luce il ruolo del fisioterapista nella quotidianità del paziente e il suo supporto per raggiungere i migliori risultati possibili per il recupero e il benessere.

È l’empatia, la solidarietà umana, a “tirare fuori” la giusta motivazione ad andare avanti e a migliorare

Ciò che ha accumunato queste due diverse esperienze di malattia e di intervento fisioterapico è l’aver evidenziato quanto conta l’empatia del fisioterapista nella riuscita del percorso riabilitativo. È l’empatia, la solidarietà umana a “tirare fuori” la giusta motivazione ad andare avanti e a migliorare. L’umanità e il sapere tecnico sono l’arma vincente del fisioterapista.

L’esperienza dei clinici

Daniela Marotto

Non è mancato l’apporto e il punto di vista dei clinici. Innanzitutto con la presenza della reumatologa Daniela Marotto, Presidente CREI, che ha sottolineato l’importanza della collaborazione con tutte le altre professioni sanitarie e di mettersi all’ascolto del paziente, partendo proprio dal paziente per una corretta diagnosi e terapia: è sempre più necessario “partire dal territorio. Le malattie reumatologiche sono croniche ed è importante certamente passare per il centro di specializzazione, ma è a casa che il paziente deve essere curato, laddove possibile, occupandosi del suo bisogno di salute. Perché, come afferma l’OMS, la salute non è solo assenza di malattia ma è uno stato di benessere complessivo. Per questo diventa importante ascoltare i bisogni del paziente in tutta la sua complessità, così come è importante l’interazione delle figure sanitarie, per mettere a disposizione le nostre competenze. Il medico fa la diagnosi ma è il fisioterapista che poi deve insegnare al medico cosa può fare con quel paziente. Le patologie reumatologiche, ad esempio, hanno un alto tasso di comorbilità, anche oncologica, per questo è sempre più urgente creare team multidisciplinari composti da oncologi, reumatologi, fisioterapisti, ma anche nutrizionisti e psicologi. Perché investire sulla salute del cittadino vuol dire anche ridurre i costi pubblici”.

L’OMS e l’infermiere territoriale. E il fisioterapista?

Serve sicuramente il fisioterapista nel territorio – approfondisce Marotto – “lo dice il PNRR, ma ancora non si è riusciti a realizzare questo obiettivo concretamente. Ciò che conta è che il cittadino trovi tutte le figure professionali vicino al proprio domicilio e va preso in carico in tutti i suoi bisogni, che non sono solo l’assenza di malattia, perché c’è anche la sfera emotiva, psicologica e sociale. Bisogna dare salute e lo possiamo fare solo attraverso figure sanitarie che collaborano insieme. Medico di base e infermiere territoriale devono avviare il paziente in un percorso che non può non prevedere anche la fisioterapia. E non bisogna lavorare solo alla comparsa della malattia o del disturbo, ma farlo preventivamente, educare il paziente a gestire la propria salute. Insegnare come prevenire il danno. Sembra molto semplice, eppure pare una visione ancora lontana, anche se le risorse ci sono, ma maldistribuite e mal utilizzate.

Quindi, occorre puntare sul territorio, conoscerlo e gestirlo con efficacia. L’ospedale serve per gestire i pazienti acuti, che hanno bisogni complessi, gli altri possono essere seguiti sul territorio che diventa una risorsa anche per il SSN.

Occorre puntare sul territorio, conoscerlo e gestirlo con efficacia

Serve lavorare nella direzione in cui più professionisti, con le loro competenze, si mettono al servizio del paziente, assicurando salute. In questo senso mi piace recuperare ciò che dicevano gli antichi greci, in cui la terapia era una “messa a servizio”. Creare percorsi strutturati in cui il paziente non è abbandonato a se stesso. L’ultimo convegno nazionale CREI è nato proprio all’insegna della multidisciplinarietà, chiamando professionisti delle diverse specialità medico-sanitarie, dagli infermieri ai fisioterapisti, affinché potessero fornirci le loro conoscenze”.

Fisioterapia in oncologia

L’intervento di Gianni Amunni, Direttore Scientifico ISPRO (Istituto per lo Studio e la Prevenzione Oncologica), torna a parlare dell’importanza della fisioterapia nelle malattie oncologiche e della collaborazione tra operatori sanitari, soprattutto dopo una diagnosi di cancro, le cui terapie possono essere invalidanti.

“La fisioterapia e la riabilitazione in generale vanno di pari passo con i grandi risultati che l’oncologia ha ottenuto, è onesto ribadirlo. Parlare di fisioterapia in oncologia vuol dire dare un grande valore comunicativo, perché si porta dietro messaggi come quello che di cancro si può guarire e che c’è una vita da recuperare dopo una diagnosi oncologica. Prevenzione e trattamento sono le parole chiave, in cui il fisioterapista, ad esempio, è fondamentale nel controllo del dolore e nella gestione della faticabilità, che accompagna il paziente oncologico in buona parte del suo percorso.

La fisioterapia ha poi un grande valore legato al controllo dei sintomi, degli effetti dei trattamenti chemio e radioterapici. Ha poi diverse funzioni, preventiva, ristorativa, supportiva o palliativa. Ma l’obiettivo su cui potremmo lavorare insieme è quello della pre-riabilitazione che può intervenire in quel lasso di tempo che va dalla diagnosi al trattamento. Il percorso diagnostico diventa quindi un momento utile per intervenire. Ogni paziente oncologico dovrebbe avere la valutazione di figure che ritengo fondamentali: fisioterapista, psiconcologo e nutrizionista. Sono tre supporti fondamentali, perché ci dimentichiamo sempre che la qualità di vita è un fattore di prognosi: meglio sta il paziente, maggiori sono le possibilità di cura e di guarigione.

La qualità di vita è un fattore di prognosi: meglio sta il paziente, maggiori sono le possibilità di cura e di guarigione

Certo la realtà non è rosea, ma pensando al presente, il mondo dell’oncologia e quello della fisioterapia dovrebbero adoperarsi insieme per valutare fin da subito il bisogno riabilitativo del paziente, lavorando in un “triage” del bisogno. I fisioterapisti dovrebbero essere una figura istituzionale dei gruppi multidisciplinari oncologici e non solo un’opzione. Ogni paziente oncologico ha il diritto di essere valutato contestualmente dai professionisti che gestiranno il suo percorso.  In questo, anche la telemedicina potrebbe essere uno strumento utile, così come spostare alcuni trattamenti oncologici sul territorio”.

Il fisioterapista in Italia, tra presente e futuro

A che punto siamo in Italia? Quali prospettive si aprono per la professione e come dovranno agire le figure sanitarie? Così ha risposto Melania Salina, Vicepresidente FNOFI: “Ogni professione ha senso se fa qualcosa per la società, altrimenti se non cresce e non si sviluppa non serve celebrarsi. Ma soprattutto, prima o poi, sparisce. Che cosa è necessario fare? Facciamo un passo indietro. Come nasce la fisioterapia? È una disciplina che ha più di un secolo e nasce per tenere sana e abile la popolazione. Siamo nati in Inghilterra, durante la prima guerra mondiale per sistemare i feriti e rimandarli al fronte. Corpo come macchina e fisioterapista come meccanico che l’aggiusta. È forse in quei momenti che abbiamo cominciato a ragionare su come funziona il corpo, che non siamo solo ossa e muscoli da rimettere in movimento. Nel tempo siamo cresciuti, oggi siamo la terza professione nel mondo perché capace di dare risposte di salute alla società. Non è un caso che cresce la domanda per diventare fisioterapisti, per 1 posto abbiamo 10 domande”.

“Potremmo allora continuare così – ha proseguito Salina. Ma i tempi sono cambiati, la riabilitazione non può essere quella di 50 anni fa, ma anche di 30 anni fa. Quindi, come ci si rimette in gioco?

Ferrante Salina Fnofi

Il primo passo da fare è uscire dalla visione meccanicistica del corpo e delle malattie e guardare alla persona, essere in empatia che, al di là della tecnica, aiuta la capacità di recupero. È un lavoro di squadra ma il fisioterapista può aprire quella porta che consente di entrare in contatto con una persona che ha bisogno di sentirsi umanamente compresa. Sintonizzazione come chiave di accesso alla soluzione che non si può trovare se non si ascolta la persona, che è il miglior esperto del suo problema. Serve un’alleanza con il paziente. Nessuno basta da solo, ciascuno porta un pezzettino e tutti insieme si lavora in sinergia”.

Anche per questo Salina ha dato appuntamento a dicembre, quando si terrà il primo Congresso nazionale insieme alle società scientifiche, con rappresentanti da tutto il mondo, riuniti con l’obiettivo di ragionare insieme e dare risposte alle persone e ai luoghi di vita, semplificando la strada per i cittadini.

Ha chiuso la giornata il Presidente Ferrante, con un nuovo impegno per la professione: “L’OMS ci ha fornito un dato poco roseo, in cui la metà dei cittadini italiani richiede cure riabilitative. Parliamo di circa 30 milioni di persone. Come possiamo dare le giuste risposte ai bisogni di salute, se prima non si ha un quadro chiaro di queste necessità? Il nostro impegno sarà quindi quello di riuscire a mappare questi bisogni. Lanceremo una campagna informativa capillare per raggiungere tutti i cittadini e le istituzioni. C’è un sommerso di cure perse, c’è un sistema che ha bisogno dei fisioterapisti, per questo abbiamo il dovere di dare queste risposte”.

Agenas avvia la ricognizione delle attività di genomica

Nell’ambito del Tavolo di Coordinamento Inter-Istituzionale per la Genomica in Sanità Pubblica e in attuazione del Piano per l’innovazione del Sistema Sanitario basata sulle scienze omiche, AGENAS ha avviato la ricognizione delle attività di genomica nelle Regioni e nelle strutture pubbliche e private accreditate.

I referenti delle regioni e delle strutture pubbliche e private accreditate che effettuano analisi genomiche potranno accedere alla ricognizione fino al 30/09/2023 all’indirizzo https://servizi.agenas.it/, previa registrazione al link  https://servizi.agenas.it/Registrazione.aspx.

Il rapido sviluppo delle tecnologie genomiche apre nuove frontiere nella ricerca e nell’assistenza sanitaria, consentendo di realizzare terapie personalizzate per il trattamento dei pazienti.

L’obiettivo è ottenere una mappatura dei modelli organizzativi regionali, dell’accessibilità geografica, dei volumi, della tipologia di analisi eseguite e della diffusione delle tecnologie NGS

La ricognizione ha l’obiettivo di ottenere una mappatura dei modelli organizzativi regionali, dell’accessibilità geografica, dei volumi, della tipologia di analisi genomiche eseguite e della diffusione delle tecnologie di sequenziamento massivo (Next Generation Sequencing).

Si colloca inoltre nella prospettiva di promuovere una maggiore attenzione al tema dell’applicazione pratica delle scienze omiche a servizio della clinica nel SSN, contribuire a migliorare la governance delle attività di genomica, favorire la realizzazione di un’organizzazione in rete e condividere le esperienze regionali.

Per maggiori informazioni: ricognizionegenomica@agenas.it

Terza Missione in sanità: l’impatto sociale delle università mediche

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L’espressione “Terza Missione” non è molto conosciuta, a meno che non si frequenti il mondo universitario. Si tratta infatti della mission universitaria che affianca le prime due, più note e riconosciute, ossia la Ricerca e la Didattica. La Terza Missione diventa invece il tramite tra il mondo universitario e la società, considerando che ha il preciso mandato di trasferire i risultati della ricerca e di diffondere la cultura accademica anche in ambito sociale. In questo modo, le università diventano motori di crescita economica, culturale e innovativa.

Nel caso delle università mediche, o di quelle che ospitano corsi di laurea in professioni sanitarie, la Terza Missione può avere una valenza ancora più cruciale, considerando che l’impatto sociale avviene su un tema fondamentale qual è quello della salute. Di questo si è parlato durante il Convegno “Terza Missione e Salute: Impatto Sociale e Medicina Inclusiva, tenutosi lo scorso 5 luglio presso UniCamillus – Università Medica Internazionale di Roma, ideato e organizzato dalla Professoressa Donatella Padua, docente di Sociologia e delegata alla Terza Missione presso lo stesso Ateneo.

A lei abbiamo fatto qualche domanda per comprendere meglio in che modo le università mediche possono implementare lo sviluppo sociale, anche facilitando l’educazione alla salute e l’accesso alle cure mediche per tutti, senza distinzioni.

La Terza Missione nelle università mediche come favorisce il miglioramento sociale? Ci sono obiettivi specifici che persegue?

La Terza Missione universitaria in ambito medico reca implicitamente un orientamento all’impatto sociale. Tuttavia, essa non ha gli stessi obiettivi della scienza medica: non svolge il ruolo di un medico o di un professionista sanitario. La Terza Missione punta a far sviluppare alle istituzioni universitarie la capacità, le competenze, la cultura di saper osservare il territorio, di analizzarne i bisogni socio-economici e ambientali –  in questo caso nell’ambito della salute e della prevenzione sanitaria – e di attivare una serie di azioni volte al trasferimento delle conoscenze sviluppate in ambito scientifico o di creazione di scambio o di produzione di valore sociale.

L’Università, in altre parole, si interroga su come può estendere il suo ruolo, integrandolo alla sua missione in campo medico, al fine di generare un moltiplicatore di impatto sociale, in linea con la sua vocazione.

Io sono docente di Sociologia e delegata alla Terza Missione presso UniCamillus, Università Medica Internazionale di Roma che forma laureati in Medicina, Odontoiatria e Professioni Sanitarie.

La Terza Missione diventa il tramite tra il mondo universitario e la società, con il mandato di trasferire i risultati della ricerca e di diffondere la cultura accademica in ambito sociale

Il ruolo di questo Ateneo è naturalmente volto alla Terza Missione in ambito sanitario: i suoi studenti provengono da 67 diversi paesi, e questa apertura verso il contesto internazionale diventa terreno di elezione per i tre principali obiettivi di terza Missione: 1) internazionalizzazione e salute, che si esprime con l’accoglienza degli studenti internazionale, in particolare provenienti dai Paesi in via di sviluppo e con le missioni umanitarie svolte nei luoghi più poveri del mondo; 2) medicina inclusiva, volta a ridurre le ineguaglianze tra paesi e tra persone per ciò che riguarda le condizioni sanitarie dei gruppi sociali emarginati, e mirata a rafforzare l’empowerment e la personalizzazione del percorso di cura nel rispetto di culture diverse e di differenze individuali; 3) educazione alla salute e alla prevenzione, attraverso attività di public engagement in stretta integrazione con la didattica dei corsi di studio, come l’organizzazione di attività culturali di pubblica utilità, di coinvolgimento e interazione con il mondo della scuola, oltre che di divulgazione scientifica.

Le urgenze su cui agire sono tante. Come vengono selezionate? In base a quali priorità?

Quando si parla di salute le urgenze sono molteplici, ma la Terza Missione di un’università medica ha come bussola primaria la missione dell’Ateneo. Tutte le attività sono definite in ambiti di obiettivi strategici, di piani e programmi rientranti nel Piano Strategico di Ateneo e di Dipartimento. In UniCamillus, i tre obiettivi strategici di Terza Missione che prima menzionavo si traducono in specifiche strategie e azioni che vengono programmate su base triennale e attentamente monitorate in termini di impatto sociale.

In altre parole, non ha tanta importanza ‘cosa fai’, ma ‘come lo fai’, ossia quali indicatori di impatto sociale, economico, ambientale sono stati identificati per quell’azione e quali risultati sono stati conseguiti. Questo consente di migliorare costantemente la propria azione sul territorio.

Le azioni della Terza Missione prevedono indicatori di impatto sociale, economico e ambientale, correlati ad un determinato territorio

Ad esempio, se svolgo una giornata di prevenzione cardiovascolare, sarà importante non solo averla realizzata ma sapere per quanti cittadini ho realizzato il servizio di misurazione dei parametri, quanti studenti medici ed infermieri hanno partecipato, quale territorio è stato interessato, e così via.

Proprio il territorio di azione è un altro riferimento importante. Ad esempio, UniCamillus ha come territorio prioritario quello internazionale ma, subito dopo, la priorità è il territorio limitrofo della sua sede, che presenta problematiche socio-economiche-culturali, e che quindi giova della rivitalizzazione culturale portata dall’Ateneo e dall’indotto economico. Attività che vanno sempre misurate per valorizzare il beneficio recato.

Può farci esempi di programmi di ricerca che sono stati realizzati in tal senso? Ci sono già dei risultati incoraggianti? Se sì, quali?

La Terza Missione non svolge direttamente programmi di ricerca, che invece sono obiettivo dell’altra missione di ateneo, la Ricerca appunto. Tuttavia, i progetti, le iniziative, le attività di valorizzazione della ricerca di Terza Missione sono intrinsecamente legate alla ricerca svolta dall’ateneo, o perché nascono da iniziative di ricerca o perché diventano occasioni di ricerca.

Nel primo caso, la creazione di spin-off e di incubatori sono attività di Terza Missione che nascono da progetti di ricerca, dove la Terza Missione svolge il ruolo di valorizzazione sul territorio di queste attività.

Terza Missione e Ricerca sono intrinsecamente legate e si sviluppano in maniera congiunta e coordinata

Nel secondo caso, possono essere le missioni umanitarie in Paesi del Terzo Mondo, che diventano importanti opportunità di studio per lo sviluppo di protocolli clinici specifici per i gruppi in target.

Un altro esempio che UniCamillus può portare in questo ambito sono le attività di prevenzione odontoiatrica svolte nelle scuole primarie e secondarie della borgata di San Basilio, a Roma, dove studenti di odontoiatria hanno visitato i bambini e ragazzi ed hanno svolto uno studio scientifico sul livello della cultura sanitaria nella prevenzione odontoiatrica, fornendo importanti indicazioni ai genitori dei giovani pazienti sull’importanza della salute orale.

Le università come coinvolgono gli attori esterni in questi programmi?

Anche la tipologia di attori esterni sono oggetto di definizione in sede di formulazione di strategie pluriennali di Terza Missione: la scelta non dev’essere casuale. Al contrario, dev’essere intimamente legata alla missione dell’università e del territorio in target, deve essere monitorata e deve essere oggetto di politiche di miglioramento in termini di impatto sociale.

Le comunità territoriali vengono identificate in base alle priorità, come ad esempio i pazienti di Paesi come Gambia, Benin, Burundi o Amazzonia, ma anche le comunità delle borgate di San Basilio o altri territori vicini all’Ateneo.

Chiaramente, nel tempo emergono nuovi progetti, con nuovi partner aziendali o istituzionali che non sono stati preventivati in sede di piani strategici ma che, se allineati come obiettivi, sono inseriti nei piani di azione.

Spesso i progetti possono nascere dai docenti, ma anche dalle istituzioni che chiedono collaborazione per iniziative di prevenzione sanitaria o di cultura della salute.

Quali sono le risorse finanziarie o logistiche per implementare queste attività? Crede che in futuro queste attività vedranno un aumento del sostegno pubblico?

Ogni progetto ha una sua sostenibilità finanziaria e logistica che viene valutata dall’Ateneo in sede di progettazione. Le fonti di finanziamento sono varie, spesso in co-finanziamento tra l’Ateneo e i partner esterni, laddove per finanziamento si intende anche la partecipazione con risorse umane e logistiche.

Ogni progetto ha una sua sostenibilità finanziaria e logistica valutata dall’Ateneo in sede di progettazione

Nel caso in cui le attività di Terza Missione siano collegate a progetti di ricerca, il campo si apre alle molteplici forme di finanziamento della ricerca a livello nazionale ed internazionale.

La Terza Missione si presta anche a forme di ‘fund raising’, rivolte ad esempio ad organizzazioni private le cui linee di Responsabilità Sociale collimano con gli obiettivi di Terza Missione dell’Ateneo, e consentono la realizzazione di specifici progetti.

L’Agenda 2030 e gli obiettivi di sviluppo sostenibile sono ambiti su cui il privato sta rivolgendo particolare attenzione in termini di investimento, e le università possono contribuire dal loro versante. Ma anche la collaborazione con il terzo settore, il non profit, può generare ottime sinergie nell’individuazione di fondi di finanziamento.

Scuole di specializzazione in Medicina, a tre giorni dall’iscrizione non si sa quali sono accreditate

Tra soli tre giorni migliaia di giovani medici dovranno completare la procedura di iscrizione alle Scuole di specializzazione scegliendo le tipologie e le sedi che preferirebbero frequentare. Peccato che, ad oggi, l’iter di accreditamento delle Scuole non sia ancora concluso, impedendo quindi ai candidati di conoscere le specializzazioni e le Scuole a cui si potranno iscrivere. Oltre, ovviamente, al numero di posti disponibili in ciascuna di esse.

«La scelta della Scuola di specializzazione è un passaggio fondamentale nella carriera di un medico, che ha dei risvolti importanti anche sull’organizzazione della propria vita, e che non può essere effettuato in pochi giorni a causa di incomprensibili ritardi burocratici – dichiara Guido Quici, Presidente della Federazione CIMO-FESMED -. Le scadenze sono note da maggio, eppure migliaia di medici sono ancora in attesa di informazioni fondamentali per la scelta del proprio percorso formativo».

Sono anche queste disattenzioni che spingono tanti giovani medici a trasferirsi all’estero

«Chiediamo dunque agli organi competenti di pubblicare immediatamente gli esiti dell’iter di accreditamento e tutte le informazioni necessarie per procedere consapevolmente nella scelta della Scuola. Risulta inoltre essenziale rivedere, per i prossimi anni, le tempistiche della procedura, in modo da evitare di ridursi ogni anno all’ultimo. Sono anche queste disattenzioni che spingono tanti giovani colleghi a trasferirsi all’estero, impedendo al nostro Servizio sanitario nazionale agonizzante di poter contare su eccellenze e professionalità di altissimo livello», conclude Quici.

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Toscana, con il Pnrr saranno realizzati corsi di formazione manageriale in sanità

La giunta regionale toscana ha approvato una delibera che consentirà di realizzare corsi di formazione per lo sviluppo di competenze tecniche-professionali, digitali e manageriali del personale del sistema sanitario regionale.

La giunta ha dato il via libera all’atto di obbligo, che discende dall’accordo di collaborazione già stipulato tra Ministero della salute e Agenas, ovvero l’agenzia nazionale per i servizi sanitari regionali, e che impegna Regioni e agenzia a formare circa 4.500 dipendenti in tutta Italia: in Toscana saranno circa trecento i destinatari della formazione, che sarà realizzata dal Laboratorio MeS della Scuola Superiore Sant’Anna di Pisa.

Investire sulla formazione del personale ci consentirà di gestire nel modo migliore una fase, come quella che si prospetta nei prossimi anni, densa di cambiamenti e sfide – commenta il presidente della Toscana, Eugenio Giani – Ci aiuterà anche a gestire al meglio la programmazione legata al Pnrr, al netto dei problemi che derivano dalla rimodulazione prospettata in estate dal Governo e su cui continuiamo ad essere fortemente preoccupati. La missione del piano che riguarda le politiche per la salute valeva, per la Toscana, quasi 700 milioni distribuiti in poco meno di quattrocento progetti, il cui finanziamento ora è in parte non più certo”.

Le risorse economiche stanziate dal Pnrr permetteranno l’attivazione di corsi di alta formazione che saranno uno strumento valido per comprendere il cambiamento e gestire l’impatto umano della transizione

All’attuazione di nuovi modelli organizzativi spiega l’assessore regionale al diritto alla salute Simone Bezzini, che ha proposto la delibera – si devono accompagnare necessariamente nuove competenze. Le risorse economiche stanziate dal Pnrr permetteranno l’attivazione di corsi di alta formazione che saranno uno strumento valido per comprendere il cambiamento e gestire l’impatto umano di una transizione. Questo consentirà al personale impegnato in funzioni apicali di interpretare e accompagnare al meglio la realizzazione delle riforme, anticipando sfide e bisogni, con effetti importanti sul lungo periodo”.

Gli eventi formativi, finanziati con il fondi Pnrr, saranno di aiuto nella gestione dei cambiamenti in atto nella sanità pubblica, a partire dall’organizzazione territoriale dei nuovi modelli di assistenza che discende dall’oramai noto Decreto ministeriale 77 recepito dalla Toscana a fine 2022, ma anche su fronti di innovazione digitale come la telemedicina e il fascicolo sanitario elettronico oppure la gestione stessa della programmazione pluriennale del Piano nazionale di ripresa e resilienza.