L’Autorità Garante della Concorrenza e del Mercato ha avviato un’indagine conoscitiva sui mercati degli apparecchi acustici in Italia. Questi strumenti rispondono a bisogni di salute diffusi, hanno un impatto rilevante sulla vita quotidiana delle persone e possono rappresentare una voce di spesa significativa sia per i singoli consumatori sia per il Sistema Sanitario Nazionale.
Secondo l’Autorità, le condizioni attuali di mercato non sembrano garantire una piena trasparenza dei prezzi dei prodotti e dei servizi annessi. L’indagine intende approfondire le dinamiche concorrenziali dei mercati di riferimento, tenuto anche conto delle innovazioni tecnologiche sopraggiunte e delle recenti modifiche alla normativa di riferimento.
Contestualmente, l’Autorità ha avviato anche una consultazione pubblica (Testo della consultazione) sulle tematiche specificate nel provvedimento d’avvio dell’indagine.
Tutti i soggetti interessati possono inviare contributi pertinenti all’indirizzo e-mail IC55@agcm.it entro i prossimi 30 giorni.
Social media e professioni sanitarie: la produzione di raccomandazioni sull’utilizzo di piattaforme come Facebook, Instagram, Twitter, TikTok, LinkedIn – solo per citare le più diffuse – nella professione medica e in quella infermieristica costituiva una vera e propria necessità già nel periodo pre-Covid19, ma è divenuta oggi ancora più attuale valutando l’elevata diffusione di contenuti (dalla scrittura alle immagini fino ai video) trasmessi mediante questi mezzi di comunicazione. In parallelo, è bene considerare che il crescente utilizzo dei canali social, pur a fronte di numerosi vantaggi offerti, dà luogo a una serie di criticità laddove oltrepassi l’ambito della vita privata, arrivando a coinvolgere anche la sfera professionale dell’individuo.
Rispettare, sui social come nella vita reale, i principi del codice deontologico dell’Ordine di appartenenza è il punto cardine per Fnomceo e Fnopi
A questo proposito, i codici deontologici per le professioni sanitarie prevedono alcune norme in rapporto ad un uso corretto degli strumenti di comunicazione digitale, a cui il medico e l’infermiere possono ricorrere per fini personali o professionali. Rispettare, anche sui social come nella vita reale, i principi del codice deontologico dell’Ordine di appartenenza, attraverso una fruizione appropriata ed etica dei canali online di cui si dispone, è il punto cardine delle raccomandazioni espresse da Fnomceo (Federazione nazionale degli ordini dei medici chirurghi e degli odontoiatri) e da Fnopi (Federazione nazionale degli ordini delle professioni infermieristiche) ai propri iscritti.
Entrambi gli Ordini, infatti, sono ben consapevoli dell’importanza – per medici e infermieri – di una maggiore consapevolezza sull’uso etico dei social media in ambito sanitario.
Medici sui social: le raccomandazioni del Gruppo di Lavoro ICT della Fnomceo
Prevedere, laddove possibile, l’apertura di due profili (personale e professionale). Usare accortezza nell’accettare le richieste di amicizia dei pazienti. Assicurarsi della validità scientifica dei contenuti diffusi mediante i post. Scrivere di salute, con particolare attenzione alla prevenzione e alla lotta alle fake news, così da incrementare l’empowerment del cittadino. Non suggerire cure, in termini generali, né fornire consigli clinici individuali. Rispettare sempre la privacy e l’anonimato dei pazienti – con particolare riferimento alla discussione di casi clinici – e non divulgare dati sensibili. Esplicitare un eventuale conflitto di interessi. Sono alcune delle “Raccomandazioni sull’uso di social media, di sistemi di posta elettronica e di istant messaging nella professione medica e nella comunicazione medico-paziente”, elaborate da Eugenio Santoro, ricercatore dell’Istituto di ricerche farmacologiche Mario Negri IRCCS di Milano e primo autore del documento, Guido Marinoni, Guerino Carnevale, Francesco Del Zotti per conto del Gruppo di Lavoro – coordinato da Giacomo Caudo – “Information and Communications Technology” di Fnomceo.
Guido Marinoni
Ed è Marinoni – presidente dell’Ordine dei medici chirurghi e degli odontoiatri della provincia di Bergamo, componente del Comitato centrale di Fnomceo e del Gruppo di Lavoro ICT della medesima Federazione – a motivare le ragioni alla base del documento, capace di suscitare forte interesse nei media. Premettendo: “Numerosi studi indicano che il numero di medici che utilizzano piattaforme di social media è rilevante e in aumento. Se da una parte usano questi strumenti per il proprio aggiornamento professionale, non mancano occasioni nelle quali viene chiesto loro di informare il pubblico su questioni che riguardano la salute. I social media vengono usati anche per confrontarsi con i colleghi o, addirittura, con i propri pazienti, magari esponendo casi clinici nei quali gli stessi pazienti possono riconoscersi, trascurando il rischio che la conversazione possa essere “non protetta” od intercettata da terzi non aventi diritto”. Ragioni per cui, l’utilizzo non appropriato di tali strumenti “espone i professionisti al rischio di compromettere il rapporto medico-paziente e, nei casi più gravi, a quello di possibili azioni legali”.
Il documento definisce e descrive le motivazioni per le quali è necessaria una regolamentazione ed elabora due raccomandazioni – una per la comunicazione mediata dai social media e l’altra per la comunicazione mediata dai sistemi di posta elettronica – che potrebbero essere adottate (e diventare funzionali) allo scopo. “Parliamo di motivazioni che, avendo valenza prevalentemente etico-giuridica, non devono essere confuse con linee guida scientifiche, ma esplicitano le problematiche cogenti, sintetizzando la normativa e indicazioni autorevoli, e le tematiche che saranno prese in considerazione nel percorso che porterà alla prossima revisione del Codice di deontologia medica – di cui vengono ribaditi i principi – fornendo una serie di elementi utili a chiarirne i contenuti e consentirne un’attualizzazione”.
Utilizzo dei social media nella professione medica: pro e contro
Tenendo a ribadire che “il documento non introduce nuove norme, ma raccoglie opinioni autorevoli, partendo dall’ordinamento deontologico e legislativo esistenti”, e che “è presto per valutare il suo impatto sui comportamenti dei professionisti, i quali tuttavia dispongono ora di un vademecum utile loro ad approcciarsi con maggiore sicurezza al complesso mondo della comunicazione digitale”, Marinoni affronta il focus del dibattito – che coinvolge addetti ai lavori e non –, ovvero: social media e professioni sanitarie, quali sono i vantaggi e gli svantaggi che ne derivano (insieme alle implicazioni deontologiche).
“La comunità scientifica è prevalentemente concorde nel riconoscere che l’uso dei social media da parte dei medici nella comunicazione con il cittadino e con i pazienti può favorire la diffusione di messaggi di sanità pubblica, migliorare la qualità dell’informazione a cui il pubblico può accedere e sostenere la lotta alle fake news. La presenza di profili di società scientifiche, riviste mediche, università e centri di ricerca, aziende sanitarie territoriali ed ospedali, strutture sanitarie private, professionisti può agevolare l’aggiornamento del medico, il confronto tra colleghi e l’ampliamento delle reti sociali professionali”.
L’uso dei social media da parte dei medici può favorire la diffusione di messaggi di sanità pubblica ma privacy, fiducia e credibilità professionale devono essere attentamente garantite
D’altra parte – prosegue Marinoni – “esistono studi che dimostrano come siano gli stessi medici a temere per primi una loro presenza sui social. Hanno paura infatti che la loro privacy e quella dei pazienti possa essere violata, così come la fiducia e la credibilità professionale nei loro confronti. Soprattutto, i medici temono i possibili rischi a cui i pazienti potrebbero essere esposti leggendo eventuali consigli medici, suggerimenti, raccomandazioni o semplicemente “idee” postate in contesti non necessariamente riferiti all’ambito assistenziale”.
Fermo restando che i tecnicismi delle piattaforme social spesso risultano non solo complessi, ma anche insidiosi e favorenti il passaggio informativo ad ogni costo, “emergono assai rilevanti i temi legati alla riservatezza dei dati, alla gestione delle amicizie dei pazienti, alla distinzione tra ambito professionale e personale, alla dichiarazione dei conflitti di interesse, all’uso di affermazioni non scientifiche”, conclude Marinoni.
Uso corretto dei social media nella professione infermieristica: le indicazioni di Fnopi
Nell’ottobre del 2018 i 102 presidenti degli Ordini provinciali riuniti nel Consiglio nazionale hanno sottoscritto un documento sulla condotta social dei loro iscritti. La Fnopi e tutti gli Ordini provinciali, infatti, ritenevano (e ritengono) imprescindibile dotarsi di una policy – o anche di condividere una netiquette (la buona educazione in rete) con i propri utenti. Un pronunciamento “resosi necessario per la crescita esponenziale della presenza sui social media da parte di singoli infermieri e Ordini provinciali e che nel 2023 custodisce ancora proposizioni valide e attuali. Oggi possiamo dire che ben 92 nostri Ordini su 102 sono stabilmente su Facebook, 67 anche su Instagram, almeno 4 su TikTok. Parliamo di tendenze che non possono essere ignorate dalla Fnopi, dal momento che la legge attribuisce alla Federazione nazionale precisi compiti di indirizzo e coordinamento sugli Ordini provinciali”. Così Silvestro Giannantonio, responsabile della comunicazione Fnopi.
C’era è c’è dunque l’impellenza di rendere consapevoli gli operatori sanitari sull’uso corretto dei social media nella professione infermieristica.
“In particolare – riprende Giannantonio – di far passare il messaggio che non si tratta di una semplice vetrina in più da allestire e ostentare, ma che sui social è fondamentale il “come” si pubblica e si interagisce, in quanto ente pubblico e professionista iscritto a un Albo. Così, fin dal 2018, abbiamo messo a disposizione tutti gli strumenti per favorire l’adozione di una policy anche a livello delle pagine provinciali e diffuso linee guida, man mano aggiornate affinché – pur nella sacrosanta autonomia e libertà di espressione di ciascuno – le pagine riconducibili all’istituzione-Ordine degli infermieri potessero avere una chiara riconoscibilità all’esterno (anche cromatica) e un “tone of voice” coerente e uniforme”. E ancora, “abbiamo individuato uno o più referenti per la comunicazione digitale in ciascun Ordine provinciale, strutturando una rete di confronto che si riunisce mensilmente, in presenza oppure online, per aggiornarsi, raffrontarsi, discutere ed esaminare le tendenze e gli argomenti del momento”.
L’influenza dei social network nella realtà infermieristica italiana
Di recente la rivista “L’infermiere”, portale di aggiornamento professionale di Fnopi, ha pubblicato lo studio osservazionale “L’influenza dei social network nella realtà infermieristica” (alla raccolta dati hanno risposto 1.005 professionisti), i cui esiti sottolineano l’utilità dei social per la comunicazione tra operatori sanitari, con potenziali benefici nella pratica clinica, nelle reti professionali, nell’istruzione e nella formazione. Non esimendosi, però, dal rimarcare che “la mancanza di adeguate conoscenze potrebbe portare a una scarsa comprensione dei rischi e responsabilità collegate all’uso dei social”.
Sui social è fondamentale “come” si pubblica e si interagisce, in quanto ente pubblico e professionista iscritto a un Albo
A questo proposito, Giannantonio ribadisce: “Ogni volta che un infermiere si presenta – in foto o in descrizione – come tale e agisce sui social e sul web mancando di decoro, di rispetto, usando turpiloquio, rinunciando ad ogni possibilità di confronto costruttivo e sereno, parlando senza cognizione di causa sia in merito ad evidenze scientifiche sia in rapporto ad una consapevolezza ragionata dei fenomeni di cui discute, mina l’immagine di tutta la comunità professionale che ne esce mortificata sul piano etico, deontologico, culturale, frenando la credibilità nei confronti della società in cui opera”.
Va da sé che se i mezzi di comunicazione ci hanno dato la libertà di parola su ogni argomento ed in qualsivoglia contesto, ciò non significa che tale libertà sia esente da conseguenze anche disciplinari. “Ragione per cui dagli uffici della Federazione abbiamo attivato numerosi strumenti di monitoraggio in tempo reale per cogliere quanto viene detto e scritto sui social media a proposito dei professionisti infermieri: per tutelare sia i nostri iscritti all’Albo da attacchi ingiustificati sia i cittadini che venissero offesi da condotte scorrette agite dal professionista online”, riprende il responsabile della comunicazione Fnopi.
Ricordando altresì che “la Federazione e tutti gli Ordini provinciali – pur stimolando e promuovendo un confronto che trae anche dalle divergenze la sua ricchezza – devono subito intervenire sul piano disciplinare quando tale confronto diventa solo un turbinio di rabbia, privo di ogni possibilità di dialogo e mediazione”. A maggior ragione, i rappresentanti di tutti gli Ordini delle professioni infermieristiche d’Italia si impegnano in prima persona a fungere da guida e da esempio per un uso corretto della comunicazione social e web nonché a vigliare e a far rispettare la carta deontologica.
Violenza verbale online: la Fnopi sull’uso improprio dei social
La violazione della policy presente sui canali della Federazione nazionale delle professioni infermieristiche comporta, in primis, la rimozione o l’oscuramento di eventuali commenti irriguardosi e lesivi.
“Quando l’asticella relativa alla violenza verbale si alza – continua Giannantonio – scatta la segnalazione all’Ordine provinciale di appartenenza, che provvede a convocare l’iscritto per un chiarimento o, nei casi più gravi, ad aprire un procedimento disciplinare. Ovviamente, per tutti quelli che sono reati veri e propri, si fa ricorso direttamente alla Polizia postale, così come abbiamo sempre attivi dei canali diretti di confronto e segnalazione con i referenti per i rapporti con Pubbliche amministrazioni presenti oramai in modo stabile negli organigrammi di ciascuna piattaforma social operante in Italia”.
La situazione è meno allarmante di quello che si percepisce, anche per il funzionamento dei social basato sugli algoritmi
Detto ciò, il responsabile della comunicazione Fnopi sottolinea che “la situazione è meno allarmante di quello che si percepisce: come è noto, gli algoritmi tendono a sottoporci contenuti di contatti appartenenti alla nostra cerchia, e questo è il motivo per cui un infermiere vedrà principalmente contenuti riferiti al suo vissuto personale e professionale, che magari il cittadino appassionato di motori – ad esempio – non vedrà mai sulla propria schermata. Spesso quindi si ingigantiscono dei casi che all’esterno hanno poi delle numeriche basse o irrilevanti: non per questo vanno sottovalutati ma, come in tante cose della vita, vale sempre la regola del buon senso prima di mettere l’elmetto e partire all’attacco”.
L’impegno di Active Citizenship Network, la divisione europea di Cittadinanza Attiva, per diffondere in maniera capillare la cultura della vaccinazione passa da azioni molto concrete. Non è un caso che la campagna 2023, arrivata ormai alla sua terza edizione, si chiami “VaccinAction” e si traduca in un tentativo pratico di contribuire al miglioramento dei tassi di immunizzazione, in linea con le priorità sanitarie delineate dal programma EU4Health della Commissione Europea, tramite una comunicazione gratuita e inclusiva.
In UE permane una grande disparità nel numero di vaccini offerti con fondi pubblici ai cittadini, da 8 a 17 a seconda del Paese
In questi tre anni l’associazione è riuscita a mettere in contatto un numero sempre maggiore di persone con le organizzazioni della società civile che si occupano di spiegare l’importanza di vaccinarsi per sé e per il prossimo, fornendo momenti di formazioni gratuiti di qualità. Incontri con medici e ricercatori, webinar e campagne informative hanno offerto ai leader e ai membri di queste associazioni l’occasione di rimanere aggiornati sul tema, quest’anno incentrato in particolar modo sull’importanza della vaccinazione della popolazione adulta.
Nel seminario “Healthy living, healthy ageing: the burden of VPDs in the European adult population – what if we do nothing?” sono intervenute la pediatra Barbara Rath e l’antropologa medica Ruth Kutalek, rappresentanti della Vaccine Safety Initiative, un think-tank scientifico internazionale che si impegna nella ricerca no-profit e che ha la missione di promuovere la ricerca e la comunicazione scientifica sulle malattie infettive e sulla sicurezza dei vaccini.
L’importanza della vaccinazione nella popolazione adulta
Nel webinar di Active Citizenship guidato dalle esperte di Vaccine Safety Initiative è emersa con forza la necessità di dare priorità alla vaccinazione degli adulti al pari di quella pediatrica nella definizione delle politiche vaccinali.
L’attuazione di piani nazionali di immunizzazione rispetto alle principali malattie infettive come meningite, difterite, herpes zoster, pneumococco, influenza, pertosse, così come di tutte le altre malattie prevenibili con il vaccino, possono infatti evitare gravi complicazioni per la salute in qualsiasi fascia d’età.
L’immunizzazione di routine per tutta la vita potrebbe salvaguardare la popolazione da un totale di 20 malattie infettive potenzialmente letali, come tubercolosi e meningite
La pandemia ha sottolineato l’importanza dei vaccini come pilastro fondamentale di un sistema sanitario moderno all’interno dell’UE e mostrando concretamente alla popolazione come le vaccinazioni siano efficaci in tutte le fasi della vita, fornendo protezione non solo ai singoli individui, ma anche alle famiglie, alle comunità e al sistema sanitario nel suo complesso. Per questo l’implementazione dell’immunizzazione di routine per tutta la vita potrebbe salvaguardare la popolazione da un totale di 20 malattie infettive potenzialmente letali, fra cui le più pericolose restano la tubercolosi e la meningite.
Ad oggi però esiste una sostanziale disparità fra il numero di vaccini finanziati con fondi pubblici offerti ai cittadini europei: l’offerta varia dagli 8 ai 17 vaccini a seconda del Paese e questo dato chiaramente è un ostacolo alla diffusione della cultura della vaccinazione fra la popolazione.
Richiami e fiducia in calo
Passata la pandemia e gli obblighi che hanno spinto buona parte dei cittadini europei, anche quelli più scettici e timorosi, a vaccinarsi (nel 2022 circa l’84% della popolazione adulta dell’UE concordava sul fatto che i vaccini sono importanti, sicuri ed efficaci), nella maggior parte dei Paesi i tassi di adozione del richiamo COVID-19 restano ben al di sotto dei livelli di vaccinazione primaria e degli obiettivi fissati dall’Organizzazione Mondiale della Sanità che punta al 70% della popolazione.
Per gli adulti più anziani garantire che i tassi di copertura della COVID-19 raggiungano i livelli prescritti dall’OMS è fondamentale per evitare l’esclusione sociale e una maggior fragilità. Con l’invecchiamento della popolazione dell’Unione Europea, cresce anche l’esigenza di dare priorità alla vaccinazione degli adulti e non più solo a quella dei bambini.
Con l’invecchiamento della popolazione, cresce l’esigenza di dare priorità alla vaccinazione degli adulti e non più solo a quella dei bambini
Un caso emblematico è quello dell’epidemia di tetano, tornato in Europa per l’abbassamento dell’immunità. Nel 2018 sono stati segnalati 92 casi di tetano nell’UE, di cui 48 confermati. Gli adulti di 65 anni e oltre sono stati la fascia d’età più colpita (75%) e le donne hanno rappresentato la maggior parte dei casi (68,5%). L’accaduto può essere spiegato da una minore copertura vaccinale o dal declino dell’immunità nelle popolazioni più anziane, sia fra i pazienti che fra gli operatori sanitari.
“È importante distinguere fraesitazione vaccinale e rifiuto – ha sottolineato la dottoressa Ruth Kutalek, antropologa medica e professore associato presso il Dipartimento di Medicina sociale e preventiva dell’Università di Vienna -. L’esitazione vaccinale si riferisce al ritardo nell’accettazione o al rifiuto dei vaccini nonostante la disponibilità dei servizi di vaccinazione. Si tratta di un fenomeno complesso che varia specificatamente rispetto al contesto, al tempo, al luogo e al tipo di vaccino proposto”.
L’accettazione della vaccinazione è un comportamento risultante da un complesso processo decisionale che può essere influenzato da un’ampia gamma di fattori
Allo stesso modo, l’accettazione della vaccinazione è un comportamento risultante da un complesso processo decisionale che può essere influenzato da un’ampia gamma di fattori. Fra questi i più importanti sono la comunicazione, il comportamento degli opinion leader, il comportamento degli operatori sanitari e i fattori politici (come l’obbligatorietà). In Italia la percentuale di persone che rifiuta la vaccinazione è molto bassa e si attesta all’8%. In Francia invece il tasso di rifiuto è molto alto, pari al 33%.
“L’accesso equo ai vaccini è fra i campi di studio di cui mi sono occupata e quello che mi sta più a cuore”, ha detto Barbara Rath, pediatra specializzata in malattie infettive e direttore di ricerca presso l’Università di Bourgogne-Franche-Comté oltre che cofondatrice e presidente del think tank Vaccine Safety Initiative.
I fattori che concorrono all’equità vaccinale sono:
Lo sviluppo socioeconomico di un Paese
L’accessibilità dei costi di produzione del vaccino
La capacità di produzione e di redistribuzione
Il dislocamento delle risorse dedicate alla campagna vaccinale
La capacità di comunicarne l’efficacia
Scienze sociali e vaccinazioni
“C’è una procedura medica più fraintesa o caricata di ansia e paura della vaccinazione?”, ha sottolineato ancora la dottoressa Kutalek, citando uno studio di Lancet e proseguendo poi la sua presentazione sulle implicazioni sociali e psicologiche del rifiuto dei vaccini nella popolazione. Per capire come le persone si orientano in questa scelta i ricercatori di Vaccine Safety Initiative usano metodi qualitativi, come interviste ad adulti (ad esempio, genitori).
Le ricerche condotte hanno portato ad alcune conclusione che è bene tenere a mente se si vuole diffondere efficacemente la cultura della vaccinazione:
Gli operatori sanitari sono la risorsa più importante e fidata di informazioni sulle vaccinazioni
Ogni società deve fare una ricerca specifica e attinente al proprio territorio per comprendere cosa determina a livello locale l’esitazione o il rifiuto al vaccino: non esistono modelli funzionanti per tutti
Una comunicazione adeguata è essenziale: i pazienti spesso vogliono solo essere più informati e ottenere informazioni più dettagliate e non propagandistiche. Il paziente va reso “edotto”, non “sedotto” con una comunicazione basata sull’emotività
Serve divulgare maggiormente le informazioni relative al rischio e sull’impatto delle malattie infettive sul sistema immunitario
Bisogna tenere a mente che il richiamo all’immunità di gregge ha dato pochi risultati e non ha funzionato
Migliorare la formazione medica, anche dal punto di vista comunicativo: preparare gli operatori sanitari a spiegare e comprendere meglio i rischi ma anche a rispondere alle “narrazioni”, soprattutto nei confronti dei genitori che devono vaccinare i propri bambini.
In sintesi, l’impegno non è solo nelle mani dei governi, delle istituzioni europee o del servizio sanitario e dei suoi operatori, ma deve passare anche dalle azioni dei singoli cittadini e delle organizzazioni civiche, dalla divulgazione e del ruolo fondamentale della buona informazione.
La malattia di Alzheimer rappresenta uno dei problemi medici più importanti in ambito di ricerca e salute pubblica. È infatti un enorme carico economico e umano per le famiglie e la società, che grava pesantemente sulla spesa pubblica, sui sistemi sanitari e assistenziali. In base ai dati Censis, in Italia la spesa globale annua media per ogni singolo paziente è di circa 60mila euro.
Da non trascurare il fatto che la quasi totalità degli anziani colpiti da demenza in Italia vive in famiglia, con importanti conseguenze sulla salute fisica e mentale dei parenti dei pazienti, che rischiano di diventare le seconde vittime della malattia.
A oggi non esiste una terapia per la cura della malattia di Alzheimer e i ricercatori di tutto il mondo sono ancora impegnati nel trovare marcatori biologici analizzabili tramite tecniche semplici e non invasive (come il prelievo di sangue) per individuare i soggetti a rischio prima dello sviluppo dei sintomi, e nuovi bersagli per lo sviluppo di farmaci.
L’istituto sta inoltre lavorando su una ricerca di frontiera che potrebbe rappresentare una nuova sfida per l’Alzheimer e che riguarda il coinvolgimento precoce del sistema immunitario nelle malattie neurodegenerative. L’intenzione è progettare strategie terapeutiche innovative focalizzando l’attenzione sullo studio delle cellule della glia in virtù del loro ruolo nell’orchestrare il processo neuro-infiammatorio.
Facciamo il punto sullo stato dell’arte e sulle prospettive di ricerca, diagnostiche e terapeutiche in vista della Giornata mondiale dell’Alzheimer (21 settembre).
Ne parliamo con:
Elena Tamagno Professoressa ordinaria di Patologia Generale, Università di Torino, ricercatrice NICO
Michela Guglielmotto Professoressa associata di Patologia Generale, Università di Torino, ricercatrice NICO
Serena Stanga Assistente di Anatomia Umana, Università di Torino, ricercatrice NICO
Conduce:
Adriana Riccomagno Giornalista professionista in ambito sanitario
L’Università di Torino ha attivato, a partire dall’anno accademico 2023-2024, il corso di laurea magistrale in “Artificial Intelligence for Biomedicine and Healthcare”. Il nuovo percorso di studi – che si propone di formare esperti di intelligenza artificiale in ambito biomedico e sanitario – è rivolto a studenti che abbiano maturato una significativa esperienza in informatica, matematica e biologia.
Un corso di studi che nasce dalla collaborazione fra i dipartimenti di Oncologia (diretto dal Prof. Federico Bussolino) – recentemente accreditato dal MIUR come Dipartimento di Eccellenza – e di Informatica (diretto dalla Prof.ssa Susanna Donatelli), intensamente impegnato nel campo dell’intelligenza artificiale. Il corso, che vede anche la partecipazione dei dipartimenti di Scienze Cliniche e Biologiche, Giurisprudenza, Filosofia e Scienze dell’Educazione, Management, è parte dell’offerta formativa della Scuola di Medicina Diretta dal Prof. Umberto Ricardi.
Il nuovo percorso di studi, erogato in inglese, si rivolge a studenti con una significativa esperienza in informatica, matematica e biologia
La rivoluzione digitalesta coinvolgendo tutti gli ambiti della collettività, dall’economia all’ambiente alla comunicazione. In ambito healthcare, l’evoluzione tecnologica, accompagnata da una smisurata potenzialità di immagazzinamento ed elaborazione dati, ha portato alla disponibilità di un livello di informazione inimmaginabile a inizio secolo. Lo stesso PNRR, pone come obiettivo primario la modernizzazione digitale del Sistema Sanitario Nazionale. A fronte di questo indirizzo verso la società del futuro, tuttavia, i dati disponibili evidenziano un forte divario tra le molteplici risorse a disposizione e la carenza di figure professionali con adeguate competenze per gestire, analizzare, valutare e condividere tali risorse. Questo aspetto vale anche per l’ambito biomedico e di “salute pubblica”.
È necessaria una forte sinergia tra le innovazioni tecnologiche disponibili in medicina e scienze biomediche e le potenzialità di elaborazione dei dati tramite machine e deep learning
Con laurea magistrale “Artificial Intelligence for Biomedicine and Healthcare”, ci si propone di creare una nuova figura professionale capace di applicare l’innovazione digitaleal settore biomedico e sanitario. I laureati avranno una visione “a tutto tondo” dell’ambito biomedico insieme all’esperienza pratica e a solide competenzenelle discipline dell’intelligenza artificiale e della scienza dei dati.
Il corso di studi, erogato in inglese, è caratterizzato da una forte vocazione all’internazionalizzazione non soltanto per l’inserimento nel mondo del lavoro in campo nazionale e internazionale, ma anche nell’ottica del proseguimento degli studi.
Il progetto formativo risponde alle forti esigenze attuali del mondo della biomedicina di integrare in modo quantitativo ed efficace una grande quantità di dati derivanti da approcci sperimentali differenti. Vi è dunque una estrema necessità di sinergia fra quanto disponibile in termini tecnologici nella medicina e nelle scienze biomediche e i notevoli sviluppi rappresentati dalle potenzialità dell’elaborazione dei dati e della loro interpretazione attraverso le moderne tecniche di intelligenza artificiale, machine learning e deep learning.
Il corso è organizzato in due anni e articolato in 120 crediti necessari per il conseguimento della laurea magistrale. Sono previsti insegnamenti che coprono i principali campi della biomedicina e dell’analisi e gestione informatica dei dati, così come insegnamenti integrati volti ad approfondire gli aspetti applicativi e multidisciplinari. A completare l’offerta formativa, saranno affrontati anche gli aspetti etici, legali ed economici pertinenti l’analisi e la gestione di dati biomedici in contesti pubblici e privati. Le esperienze in laboratorio e la tesi di laurea che prevede un tirocinio, da svolgere anche presso aziende ed enti pubblici o privati, oppure all’estero, permetteranno di ottenere professionalità e capacità tecniche spendibili nel mondo del lavoro e nella ricerca.
Il laureato del corso di studi rappresenta una quindi ideale figura professionale “ponte” fra due mondi(quello biomedico e quello volto all’analisi, all’interpretazione e all’utilizzo efficace dei dati) che spesso parlano una “lingua” differente, reciprocamente poco comprensibile.
Auguste Deter è stata la prima paziente che nel 1901 è stata descritta come affetta da disturbi cognitivi. Aveva 51 anni e non era considerata “tipica” per l’età che aveva, mostrava infatti perdita della memoria, difficoltà nell’esprimersi, disturbi comportamentali e aspetti psicopatologici.
“Ich habe mich verolen – Ho perso me stessa”, rispondeva ossessivamente alle domande del dottor Aloise Alzheimer che, nel frattempo, l’aveva presa in carico nel manicomio di Francoforte. Era l’alba del ventesimo secolo, e anche l’alba del riconoscimento della Malattia di Alzheimer, che l’allora giovane medico definì come “malattia dell’oblio”.
La Malattia di Alzheimer oggi
La Malattia di Alzheimer (AD) viene definita, al giorno d’oggi, come una patologia neurodegenerativa, progressiva, ne vengono descritti tre stadi di avanzamento, in base alla gravità dei sintomi e alle comorbidità e non esiste una cura che possa contrastarne la progressione.
Fino agli anni ’70 la Malattia di Alzheimer era ritenuta una patologia poco frequente, veniva chiamata psicosi presenile, mentre invece la psicosi senile era la psicosi arteriosclerotica, che era considerata la forma molto più diffusa di demenza.
L’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS) ha classificato la Malattia di Alzheimer come una delle priorità della sanità pubblica
Attualmente, la Malattia di Alzheimer è definita con tre stadi di sviluppo ingravescenti: il primo stadio detto preclinico, caratterizzato da accumulo di proteina beta amiloide, è uno stadio asintomatico; il secondo stadio, definito prodromico, è caratterizzato da lievi sintomi clinici; e lo stadio terminale di demenza si caratterizza con sintomi cognitivi, comportamentali e invalidanti dell’autonomia personale. In uno studio olandese del 2019, i ricercatori hanno stimato la durata degli stadi di AD in base all’età, al sesso, a fattori di rischio genetici e al biomarcatore tau, in 3.268 persone positive alla proteina beta amiloide. I risultati della ricerca hanno evidenziato che la durata complessiva dell’AD variava tra 24 e 15 anni. Per soggetti con AD preclinico con 70 anni di età, la durata dello stadio preclinico era di 10 anni, dell’AD prodromico era di 4 anni e della demenza era di 6 anni.
L’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS) ha classificato la Malattia di Alzheimer come una delle priorità della sanità pubblica che, insieme alle altre demenze, rappresentano la settima causa di morte nel mondo.
“Oggi in Italia si può stimare che le persone che presentano un disturbo cosiddetto neurocognitivo sono circa un milione, 600 mila di queste sono affette da una particolare forma di demenza degenerativa che fa riferimento alla Malattia di Alzheimer”, spiega Giovanni Capobianco, Direttore della Struttura Complessa di Geriatria dell’Ospedale Sant’Eugenio Asl Roma 2.
“All’interno del territorio dell’ASL Roma 2, uno dei comprensori particolarmente vasti che conta un milione e quattrocentomila persone, in questo quadrante vi sono circa 40-50 mila persone con disturbo cognitivo e, di questi, 20-30 mila con Malattia di Alzheimer”.
Dal Piano Nazionale per le Demenze un progetto ‘a sistema’ presso l’Ospedale Sant’Eugenio
Il Piano Nazionale per le Demenze del 2014 è stato recepito recentemente da parte della Regione Lazio con un fondo di oltre un milione di euro dedicato alla diagnosi tempestiva del disturbo neurocognitivo. All’interno di questa cornice legislativa, l’ASL Roma 2 è stata considerata ‘ASL pilota’ e come capofila ha avuto a disposizione oltre 400 mila euro di finanziamento per l’acquisizione di tecnologie e per l’assunzione di personale.
La Regione Lazio ha stanziato recentemente oltre un milione di euro per la diagnosi tempestiva del disturbo neurocognitivo
“Ho avuto il sostegno della mia direzione aziendale”, continua Capobianco, “nel voler incardinare e mettere a sistema sia personale aggiuntivo (un geriatra e due neuropsicologhe) sia nuova tecnologia, che, nel nostro caso, ha previsto l’acquisizione di un software per la lettura delle immagini da risonanza magnetica che rimarrà in uso all’Ospedale Sant’Eugenio anche quando il progetto sarà terminato. L’organizzazione delle attività consentirà al Centro per la diagnosi tempestiva dei disturbi cognitivi di rappresentare una linea ‘di sistema’ che la Geriatria della ASL Roma 2 offrirà ai suoi cittadini. Il software QuantibND, acquisito tramite il fondo, è in grado di elaborare le immagini che analizzano le dimensioni di tutte le aree cerebrali deputate alla memoria, come l’ippocampo. Andando a misurare queste grandezze, è possibile valutare le divergenze tra l’ampiezza dell’ippocampo del paziente valutato, rispetto a popolazioni di riferimento”.
Il ruolo della prevenzione
A proposito di prevenzione, ha ribadito Capobianco, è di notevole importanza l’intercettare i disturbi precoci e consentire una prevenzione cosiddetta secondaria. “Mantenere una vita sana e attiva anche per le persone di 70 anni e oltre è oltremodo importante”, ha sottolineato Capobianco, “così come sarebbe bene che le persone di queste età partecipassero alle varie attività che riguardano lo sviluppo della famiglia o della comunità alla quale appartengono, facessero attività motoria, andassero al cinema, leggessero libri o riviste, anche correggendo i disturbi sensoriali (ad esempio legati alla vista e all’udito) e contrastando così, con una vita attiva, la solitudine”.
Curare cuore, polmoni o i disturbi della deambulazione della persona con disturbi cognitivi permette di prevenire o rallentare la perdita dell’autonomia
“Con la prevenzione”, asserisce ancora Capobianco, “nel caso in cui una persona venga colta da un disturbo iniziale che poi, sfortunatamente, possa evolvere verso la demenza, abbiamo tutto il tempo di preparare i servizi a lei dedicati, di programmare i supporti assistenziali sociali, di curare le comorbidità. Curare cuore, polmoni o i disturbi della deambulazione della persona con disturbi cognitivi farà in modo che questa persona potrà prevenire o rallentare la perdita dell’autonomia”.
“La pandemia di Covid-19 è stata una specie di occhiale semantico, con il quale abbiamo potuto guardare la realtà di prima e la realtà di oggi. Che cosa è successo?Misurando la complessità e la gravità di questi malati del 2019 vi erano degli indicatori di un certo tipo. Dopo la fase pandemica io ho visto”, asserisce ancora Capobianco, “una popolazione più vecchia, più grave, più compromessa, con più complicanze, più povera e che aveva più necessità di servizi. Con forme molto più avanzate di demenza, fino alle sue fasi terminali”.
Tecnologia, persone e prossimità
Osserva Capobianco: “In un’epoca dove la tecnologia vorrebbe prendere il sopravvento e dall’altra parte vi sono medici che blindano gli atti di cura in purezza, dovremmo considerare la saggezza di Aristotele: ‘In medio stat virtus’. In questa esperienza abbiamo fatto sintesi tra l’uomo e le macchine: il software che misura l’ippocampo da un lato e le risorse umane che abbiamo assunto, medico e neuropsicologhe, ci hanno consentito di porre diagnosi più precoci, curare le fasi più avanzate e sostenere le famiglie dei pazienti che a noi si sono rivolte”.
Nell’assistenza alle persone affette da demenza il Sistema Sanitario Nazionale si gioca la sua capacità di affrontare i problemi complessi
“Nell’assistenza alle persone affette da demenza”, conclude l’esperto, “il Sistema Sanitario Nazionale si gioca la sua capacità di affrontare i problemi complessi: all’inizio con i Centri per i Disturbi Cognitivi, nelle fasi centrali con Ospedali, Servizi domiciliari dedicati e competenti, nelle fasi avanzate con Residenze adeguate per personale e cultura, fino alle fasi terminali dove strutture per cure palliative come gli Hospice o l’assistenza a casa dedicata, risponderanno alle differenti esigenze delle persone affette da declino cognitivo”.
La sanità che si allena alla complessità si basa su tre cose: un giusto utilizzo della tecnologia, il ruolo di persone competenti e solidali e come terzo aspetto quella specie di supplemento d’anima, che deve connotare gli operatori che assistono le persone affette da demenza e che manifestano il loro senso di prossimità ad ammalati e alle loro famiglie.Questa sintesi tra persona, tecnologia e prossimità è il senso di questo progetto che noi abbiamo voluto mettere a terra, piantato con le radici nel terreno, per fare in modo che possa andare oltre il 2023 e proiettarci anche per gli anni futuri, che saranno anni in cui questa malattia, purtroppo, avrà comunque una crescita legata all’invecchiamento della popolazione”.
Raccontare la malattia, sia da parte del paziente che di chi se ne prende cura, è un elemento imprescindibile della medicina contemporanea, fondata sulla partecipazione attiva dei soggetti coinvolti nelle scelte. Le persone, attraverso le loro storie, diventano protagoniste del processo di cura.
Nel 2015, l’ISS ha elaborato tramite una Conferenza di Consenso e pubblicato le Linee di Indirizzo per l’utilizzo della Medicina Narrativa in ambito clinico assistenziale per le malattie croniche e rare indirizzate a operatori della salute impegnati in ambito sanitario, sociale e socio-sanitario.
Nell’ambito del Laboratorio di Health Humanities del Centro Nazionale Malattie Rare, a distanza di 8 anni dalla pubblicazione delle Linee di Indirizzo, l’Istituto promuove, in collaborazione la Società Italiana di Medicina Narrativa (SIMeN) un progetto di ricerca per valutarne l’uso e i contesti applicativi, alla luce della trasformazione digitale e alla crescente rilevanza dell’utilizzo dei linguaggi artistici nell’ambito della salute, focalizzando l’attenzione sia sugli aspetti scientifici sia su quelli comunicativi, in continuità con quanto realizzato per le Linee di Indirizzo.
Il Progetto LIMeNar è iniziato ufficialmente il 19 settembre 2023 con il ‘Kick off meeting’, e ora cerca partner per realizzare la prima mappa delle attività di medicina narrativa in Italia e verificare la diffusione delle linee di indirizzo.
Gli obiettivi del Progetto
In una nota l’Istituto Superiore di Sanità esplicita gli obiettivi del progetto LIMeMar:
· Realizzare una mappatura delle attività di medicina narrativa in Italia · Analizzare diffusione, ambiti e risultati dell’applicazione delle Linee di indirizzo sull’uso della Medicina Narrativa in ambito clinico-assistenziale e associativo e prospettive future dell’implementazione nel Servizio Sanitario Nazionale (SSN) · Promuovere la conoscenza delle Linee di indirizzo e di relative esperienze e pratiche in ambito nazionale e internazionale
Chi può partecipare
La Call to action (deadline 30/11/23) si compone di due parti: – Call for partnership, per cui si richiede interesse nell’ambito delle tematiche e delle aree d’azione del progetto, aperta e destinata a soggetti istituzionali e/o associativi (es. strutture sanitarie, società scientifiche, ordini professionali, associazioni, aziende) che, tramite la propria adesione, si impegnano a promuovere tra i propri membri:
a) la partecipazione al progetto (es. partecipazione all’indagine)
b) la diffusione dei risultati del progetto a livello locale, nazionale e internazionale (in relazione al contesto delle proprie attività);
– Survey, aperta a tutti coloro che sono parte del sistema di cura (singoli professionisti, soggetti istituzionali e/o associativi, aziende) disposti a condividere esperienze di medicina narrativa ma anche semplicemente interessati all’argomento. Obiettivo della Survey è infatti rilevare il grado di conoscenza della medicina narrativa e le esperienze realizzate dal 2015 ad oggi. Dalla survey verranno scelti i vincitori del Premio (LIMeNar Award) da assegnare ad attività/progetti di Medicina Narrativa che meglio aderiscano alle Linee di Indirizzo.
Agenas ha reso disponibile sul suo sito il documento tecnico intitolato “Linee di indirizzo Infermiere di Famiglia o Comunità” (IFoC). Questo documento prende spunto dagli interventi previsti dalla Missione 6 Componente 1 del Piano Nazionale Ripresa e Resilienza (PNRR) con un focus particolare sulla riforma del nuovo modello organizzativo della rete di assistenza sanitaria territoriale. In particolare il documento tecnico parte dalla definizione di questa figura, per descrivere successivamente la popolazione target, i livelli di intervento, le competenze previste e la relativa formazione, il modello organizzativo, i criteri di reclutamento e allocazione e infine gli strumenti di monitoraggio della riforma in atto.
Come noto, all’interno del Decreto Ministeriale del 23 maggio 2022 n. 77 “Regolamento recante la definizione di modelli e standard per lo sviluppo dell’assistenza territoriale nel Servizio sanitario nazionale” è stato definito lo standard per l’Infermiere di Famiglia o Comunità (IFoC) – almeno 1 ogni 3.000 abitanti – quale figura professionale di riferimento che assicura l’assistenza infermieristica, ai diversi livelli di complessità, in collaborazione con tutti i professionisti presenti nella comunità in cui opera.
Il documento è stato realizzato da un gruppo di lavoro coordinato dall’Agenzia che ha visto la partecipazione di 10 Regioni, dell’Università di Torino, della Scuola Superiore Sant’Anna – Laboratorio MeS –, delle Società scientifiche AIFEC e APRIRE oltre che della FNOPI.
“Il grido di allarme per le sorti della sanità pubblica e della medicina generale a causa degli scarsi finanziamenti echeggia da più parti. Tutti concordano che la coperta è corta, mentre il Governo sceglie altre priorità ma non quella di tutelare la salute dei cittadini”, così Pina Onotri, Segretario Generale del Sindacato Medici Italiani(SMI).
“Il PNRR, che doveva servire anche a supportare il welfare del nostro paese, viene rivisitato e definanziato sulle misure riguardanti la sanita, con pesanti conseguenze a danno dei cittadini, e intanto nel Paese si accentua la mancanza di personale medico”.
“Per queste ragioni siamo molto allarmati dallo scenario che si sta delineando in vista della presentazione del NADEF (Nota di aggiornamento al DEF) che sarà presentata , entro fine mese e poi con il varo della Legge di Bilancio a fine anno”.
Senza veri incentivi economici, nuove norme sulle tutele, un’effettiva sburocratizzazione e politiche di parità di genere sarà molto difficile rilanciare la professione medica
“Non ci sembra che si tenga tenendo conto di come cresce il divario fra la fuoriuscita del personale dal SSN dovuto a pensionamenti e l’effettiva possibilità di assunzione. Allo stesso tempo non vediamo segnali incoraggianti per il rinnovo del prossimo Accordo Collettivo Nazionale (ACN) della medicina generale triennio 2019/2021 che speriamo di chiudere in fretta per il recupero economico di anni di arretrati dovuti per incominciare così il confronto sulla tornata contrattuale attuale.
Bisogna che si tenga conto delle difficoltà che stanno affrontando i medici oggi in tutto il paese. Senza veri incentivi economici, nuove norme sulle tutele, misure per un’effettiva sburocratizzazione e politiche di parità di genere, tenuto conto della crescente presenza delle donne nella categoria medica, valutiamo che sia molto difficile un vero rilancio della professione medica”.
“Chiediamo alla politica un serio intervento legislativo che consenta alle aziende sanitarie di shiftare quanto oggi speso per l’acquisto di beni e servizi, compreso quanto si spende per la somministrazione di lavoro medico (medici gettonisti), per serie politiche di assunzione ed incentivazione alla professione medica. Non possiamo più tollerare la fuga dei nostri medici prima nei paesi del nord Europa e ora negli Emirati del Golfo in cerca di condizioni di vita professionale più dignitose mentre continuiamo ad importare medici dall’estero“.
Il gioco che aiuta a guarire. L’approccio della Video Game Therapy (VGT), pratica clinica, può rivelarsi utile per trattare casi di dipendenze, ma anche in materia di prevenzione, supporto ai “Neet” (“Not in education, employment or training”, la quota di popolazione di età inclusa tra i 15 e i 29 anni che non è né occupata né inserita in un iter di istruzione o di formazione) e “ritirati sociali” (la tendenza, nei giovani o giovanissimi, di smettere di uscire di casa, di frequentare la scuola e gli amici, per chiudersi nelle proprie stanze e circoscrivere al minimo le relazioni con l’esterno, mantenendo i contatti soprattutto attraverso la Rete). E ancora, funzionale in ambito di ADHD (disturbo da deficit di attenzione/iperattività), DSA (disturbi specifici dell’apprendimento) e autismo per agevolare l’autoregolazione cognitiva. È quanto emerge dal contributo “Putting the Gaming Experience at the Center of the Therapy -The Video Game Therapy® Approach”, scritto da Marcello Sarini, ricercatore di informatica del Dipartimento di Psicologia di Milano-Bicocca, insieme a Francesco Bocci, psicoterapeuta adleriano, e Ambra Ferrari, esperta di ludonarrativa, e pubblicato sulla rivista MDPI Healthcare.
L’articolo analizza come questa strategia, già conosciuta in ambito clinico, possa essere funzionale in particolare nella creazione di un efficace rapporto terapeuta-paziente.
I videogiochi offrono l’opportunità di interagire in uno scenario immaginario che può favorire l’espressione del sé in assoluta libertà
L’approccio presentato si fonda sul concetto che i videogiochi offrono l’opportunità di interagire in uno scenario immaginario – concretizzato visivamente grazie al supporto video-digitale – nell’ambito del quale il paziente può esprimere gli aspetti salienti di sé in assoluta libertà (e con meno difese rispetto al ricorso esclusivo al dialogo) e ciò proprio grazie sia alle proprietà immersive del videogioco – che rendono l’esperienza ludica particolarmente spontanea – sia all’attivazione dell’esperienza di flow (stato di coscienza in cui la persona è del tutto immersa in un’attività, in cui i due emisferi sono in equilibrio rispetto alle sfide e agli obiettivi che il gioco richiede ed interagiscono tra loro in maniera equilibrata).
Il videogioco come strumento terapeutico: le origini dell’approccio
Ricorrere ai videogiochi come strumento creativo in un percorso terapeutico è un approccio “che nasce dall’intuizione del dottor Bocci, psicologo clinico adleriano e appassionato di videogame che, traendo ispirazione da alcuni modelli nati negli Stati Uniti – come la “Geek Therapy” (2018) del dottor Anthony Bean – ha pensato ai videogiochi commerciali quale strumento utile da affiancare a diverse metodologie terapeutiche. Il gioco infatti non sostituisce la terapia, ma si inserisce in essa facilitandone la riuscita, specialmente per certe tipologie di soggetti (giovani ad esempio), più abituati al linguaggio videoludico. Ma il linguaggio di questo media si può apprendere e quindi la Video Game Therapy può essere utile per tutte le età”.
Così spiega Sarini, che puntualizza: “Di fatto, non esiste un protocollo ancora disciplinato; piuttosto si tratta di integrare una serie di strumenti della psicoterapia con l’uso di sessioni di videogioco. Generalmente, un po’ come in tutti i percorsi psicoterapici, sussiste una prima fase conoscitiva e di assessment. A partire da quanto emerge del vissuto del paziente, poi il terapeuta deciderà come procedere. In generale l’aspetto importante è la scelta del gioco adatto da indicare al paziente, dove questa valutazione è determinata da più fattori, come l’interesse e l’intuizione del terapeuta (che deve conoscere una buona base di giochi per poterli proporre)”.
Oltre a questo, il modello Video Game Therapy mette a disposizione dei professionisti un insieme di schede che consente loro di scegliere, tra vari videogiochi, quello più adatto in rapporto agli obiettivi terapeutici, alla tipologia di giocatore e alla sua fascia di età (solo per fare alcuni esempi).
Nella Video Game Therapy il terapeuta può scegliere il videogioco più adatto in rapporto a obiettivi terapeutici, tipologia di paziente e alla fascia di età
“Appena comincia la sessione di gioco – riprende Sarini – che può durare anche mezz’ora, il terapeuta affianca il giocatore, intervenendo quando necessario per facilitare il raggiungimento dello stato di flow e per dialogare su tematiche simboliche presenti nel gioco in uso (permettendo dei collegamenti con la vita reale del paziente). A partire da questo, il terapeuta strutturerà il suo intervento usando i diversi strumenti messi a disposizione dall’approccio terapeutico, eventualmente proponendo sessioni di gioco successive, a seconda di quanto analizzato. Il dottor Bocci ha anche articolato degli hub in cui è possibile sia pensare a delle sedute individuali sia – in base alle problematiche dei pazienti – a delle sedute che prevedano il giocare in gruppo”.
Videogiochi facilitatori di cura per traumi: dagli intenti terapeutici agli ambiti applicativi
All’interno dell’approccio della VGT, dunque, vengono integrate varie tecniche psicologiche: dall’ascolto attivo alle libere associazioni, dall’esposizione allo stimolo alla catarsi alla desensibilizzazione rispetto ad un ricordo/evento traumatico.
Per la buona riuscita del percorso è imprescindibile che il focus non sia tanto legato al contenuto o al mezzo utilizzato (in questo caso il videogioco), ma soprattutto al “come”, al “modo” in cui il terapeuta lo propone e lo agisce in seduta. Ed è proprio il dottor Bocci, che ha definito questo approccio nel 2019 (poco prima della pandemia di Covid-19), ad illustrare i molteplici intenti terapeutici della Video Game Therapy: “In primis il videogioco diventa un mezzo per ridimensionare l’iper controllo e favorire quella che viene definita “apertura mentale” attraverso l’integrazione nelle sedute della tecnica della Radically Open Dialectical Behavior Therapy (RO DBT); il videogioco quale strumento di riconoscimento di emozioni bloccate e di nuove possibilità a livello di problem solving e di strategie rispetto a situazioni anche di vita problematiche che si riattivano durante la seduta”. In questo caso, continua lo psicoterapeuta adleriano, “è molto importante l’attivazione del pensiero divergente e laterale rispetto a un problema portato dal paziente o a un suo vissuto di inferiorità, che si attiva durante la seduta di gioco poiché il soggetto si sentirà meno difeso e non sotto giudizio, rispetto ad esprimere liberamente la parte più inconscia è consapevole di sé, anche stimolato dagli elementi in-game”.
All’interno dell’approccio della VGT vengono integrate varie tecniche psicologiche come l’ascolto attivo, le libere associazioni o la catarsi
Videogiochi che possono essere dei veri e propri facilitatori di cura per i traumi. Ma quali sono, nello specifico, le possibili applicazioni della VGT? “È attivabile con disturbi dell’attenzione e dell’adattamento – chiarisce il dottor Bocci – ma anche con tratti psicopatologici di personalità che necessitano di un’autoregolazione cognitiva ed emotiva nonché con soggetti affetti da dipendenza da gioco e da sostanze, come anche con ragazzi con comportamenti antisociali”. Parliamo di giovani e giovanissimi, poiché – interviene Sarini – “il fatto che si parli con un linguaggio, quello videoludico, che trova in loro una forte risonanza, fa sì che si riesca più facilmente ad entrare in contatto con questa fascia di popolazione”.
Non tralasciando il fatto che la Video Game Therapy può essere attivata per favorire l’espressione di contenuti del sé nascosti e per ridimensionare e superare il ritiro sociale –paradossalmente anche quello legato alla dipendenza da Internet e da videogiochi – portando la persona a riscoprire un nuovo modo di utilizzare il mezzo digitale e ad acquisire una maggiore consapevolezza rispetto alle proprie skills. Senza dimenticare, conclude lo psicoterapeuta adleriano, “che la VGT può essere utilizzata anche con il soggetto anziano per recuperare i propri ricordi di vita o determinate emozioni ormai riflesse che possono diventare funzionali al benessere della persona”.