Una figura dedicata alla comunicazione e alla relazione tra l’ospedale, il paziente e i familiari nel momento più critico, quello dell’arrivo al Pronto Soccorso. Si chiama “Caring nurse” ed è stata introdotta per la prima volta in Italia in Lombardia, all’Ospedale Niguarda di Milano. E dopo poco tempo anche agli Ospedali San Carlo e San Paolo del capoluogo meneghino.
Con ottimi risultati per quanto riguarda la riduzione dello stress di pazienti e familiari da un lato e del personale sanitario dall’altro.
Laura Zoppini (Ospedale Niguarda, Milano)
Ma come nasce l’idea di dedicare alcuni infermieri proprio alle attività di accoglienza e relazione con l’utenza? Racconta Laura Zoppini, direttore della Direzione aziendale delle Professioni Sanitarie e Sociosanitariedel Niguarda: “Il percorso dei pazienti che entrano in Pronto Soccorso (PS) è particolare. È la prima porta di accesso all’ospedale. Quando la persona che necessita di assistenza sanitaria arriva al PS è soggetta a un’attesa delicata, che spesso dura molte ore. E lo stesso avviene per i familiari e i caregiver. Ciò può generare problemi non per forza collegati alle aggressioni al personale sanitario, ma più in generale connessi alla presa in carico dei pazienti e dei loro cari. Molta letteratura scientifica conferma che quando il parente viene aggiornato costantemente sul percorso del paziente all’interno del PS, affronta l’attesa in modo migliore. Lo stesso dicasi per il paziente in attesa, che ha tante necessità: dal caricare il telefono al poter parlare con i familiari. Necessità a cui non sempre possono far fronte i medici impegnati nelle visite. Abbiamo quindi pensato di dedicare alcune risorse proprio per gestire tutta questa molteplicità di aspetti che riguarda la relazione con il paziente di Ps e con i suoi parenti”. E così è stata introdotta la figura del Caring nurse.
Agli Ospedali San Paolo e San Carlo invece il Caring nurse era già “stato sperimentato al Pronto Soccorso durante la pandemia, proprio per consentire ai pazienti di rimanere in contatto con i parenti che non potevano nemmeno entrare in ospedale. L’esperienza positiva di allora ci ha indotto a replicare il modello ora, con 8 Caring nurse in totale, che operano in turnazione diurna dalle 8 alle 20 sette giorni su sette”, racconta il direttore della Direzione aziendale Professioni Sanitarie e Sociali dell’Asst, Barbara Pinna.
Gruppo Caring nurse (Ospedali San Carlo e San Paolo, Milano)
L’idea di avere figure preposte a questo tipo di attività certo non è nuova. In molti ospedali italiani operano persone che si occupano di dialogare con i familiari, ma “di solito sono volontari o studenti, che non hanno la preparazione specifica per farlo al meglio, nonostante la buona volontà. Né conoscono bene le dinamiche del PS”, spiega Zoppini. Con la conseguenza che essi stessi devono chiedere al personale infermieristico e medico del PS le informazioni da riferire poi ai pazienti e parenti e perdita di efficacia.
In molti ospedali ci sono volontari che si occupano dei pazienti o dei familiari: il valore aggiunto del Caring nurse è che si tratta di un infermiere con esperienza di PS
Invece al Niguarda di Milano i Caring nurse sono proprio infermieri e infermiere che hanno lavorato in PS, ne conoscono le complessità e le dinamiche e per questo sono in grado di intercettare esigenze particolari dei pazienti. Possono essere indipendenti dal resto del personale sanitario perché conoscono il percorso che seguono i pazienti dopo il triage a seconda delle specifiche condizioni di salute. Provenendo proprio dal PS sono in grado di consultare anche i software ospedalieri alla ricerca delle informazioni necessarie al paziente e ai suoi parenti, senza dover per forza chiedere al personale sanitario impegnato nell’assistenza.
“Quella del Caring nurse è una sperimentazione iniziata a maggio nel nostro ospedale, con tre infermieri attivi su 12 ore nella fascia diurna. A novembre valuteremo se incrementare il numero di operatori dedicati, in base agli effetti che saremo in grado di misurare”, riferisce la dirigente del Niguarda. Che però ci anticipa che un primo sondaggio effettuato a luglio tramite questionario anonimo su pazienti, parenti e medici del PS ha dato le prime conferme sulla validità dell’iniziativa per quanto riguarda la gestione dell’attesa. L’80% degli intervistati afferma di essere soddisfatto dell’iniziativa. Tra i principali outcome clinici, la diminuzione dell’ansia e della preoccupazione dei familiari in attesa e una migliore possibilità di concentrazione del personale sanitario. Senza dimenticare l’effetto positivo sulle aggressioni di medici e infermieri del PS, molto diminuite in senso assoluto e anche in termini di segnalazione di contenziosi presso l’Ufficio relazioni con il Pubblico.
Positivi in risultati in termini di diminuzione di ansia e preoccupazione dei familiari in attesa, migliore possibilità di concentrazione del personale sanitario e calo di aggressioni a medici e infermieri
Come ha confermato il direttore generale dell’ospedale Marco Bosio: “Gli episodi di aggressione nei confronti del personale sanitario sono diminuiti del 36%. Da maggio a luglio 2022, infatti, si erano verificati 14 episodi di violenza (verbale e/o fisica); nello stesso periodo del 2023, con l’introduzione del servizio si sono ridotti a 9. Anche le segnalazioni dei pazienti riguardo difficoltà di relazione e comunicazione con i professionisti sanitari all’Ufficio relazione con il pubblico (URP) sono calate del 60%”.
Nel caso dell’Asst SS. Carlo e Paolo, dice Pinna, “la nuova sperimentazione del Caring nurse è iniziata il 5 luglio scorso. Abbiamo già le prime evidenze di una diminuzione dello stress di medici, pazienti e parenti. Così come della diminuzione degli episodi di aggressione. Tuttavia avremo una prima verifica più precisa dei diversi indicatori, tra cui quello della produttività tra novembre e dicembre”.
Di fatto però i Caring nurse non sono nuovi infermieri assunti ad hoc, ma infermieri di PS spostati dalla mansione tradizionale. Vien da chiedersi se, nel ben noto quadro di importanti carenze di personale sanitario, togliere tre infermieri da un PS non sia un azzardo. Risponde Zoppini: “La qualità del lavoro del Caring nurse è analoga a quella collegata all’erogazione di una assistenza sanitaria. Ha la stessa importanza di altre attività. Il Caring nurse dal punto di vista di sistema può agevolare e ottimizzare l’efficienza generale dell’intera filiera del Ps”.
Valorizzare il lavoro dell’infermiere presso pazienti e parenti non può che far aumentare il rispetto verso questa professione
Allineata su questa posizione anche Pinna: “Assegnare un operatore a funzioni nuove e non codificate è un arricchimento della professione con un ritorno professionale e organizzativo”.
Insomma, nuove forme di attività a cui possono aspirare gli infermieri il cui lavoro per natura è dedicato intimamente anche alla relazione con il paziente. Forse il ruolo di Caring nurse potrà essere una nuova leva su cui agire per attirare i giovani alla professione di infermiere? “Valorizzare il lavoro dell’infermiere presso pazienti e parenti non può che far aumentare il rispetto verso questa professione”. Troppo spesso sottovalutata.
Il Senato ha votato compatto, all’unanimità, e ha approvato definitivamente il 13 settembre 2023, dopo solo 10 mesi circa dell’avvio dell’iter parlamentare, il ddl n. 727 che dispone la definizione di un programma diagnostico per l’individuazione del diabete di tipo 1 e della celiachia nella popolazione pediatrica.
Il testo è composto da 4 articoli: l’articolo 1 delega a un decreto ministeriale la definizione dei criteri di un programma pluriennale di screening su base nazionale nella popolazione pediatrica, per l’individuazione degli anticorpi del diabete di tipo 1 e della celiachia. L’articolo 2 dispone l’istituzione di un Osservatorio nazionale su queste due patologie, mentre l’articolo 3 prevede l’avvio di campagne periodiche di informazione e di sensibilizzazione da parte del Ministero della salute. Infine, l’articolo 4 indica le disposizioni finanziarie.
La realizzazione di un programma nazionale di screening per il diabete di tipo 1 e la celiachia nasce da esigenze ben precise: prevenire la chetoacidosi nel diabete di tipo 1, rallentare la malattia e diagnosticare la celiachia nei bambini in anticipo.
Lo screening nazionale partirà già nel 2024 con un finanziamento di 3,85 milioni di euro per il 2024 e il 2025 e 2,85 milioni di euro annui dal 2026.
“Finalmente si pone l’accento sulle diagnosi precoci per patologie molto diffuse, quali il diabete di tipo 1 e la celiachia, prediligendo il target della popolazione pediatrica – sottolinea il senatore Antonio Guidi, membro della commissione Affari sociali e Sanità. Molti colleghi hanno correttamente evidenziato la correlazione fra tempestività della diagnosi e conseguente tempestività della cura, con una maggiore efficacia di trattamento. A tali imprescindibili direzioni di pensiero e azione politico-sanitaria, nella mia breve relazione in Aula, ma anche nella mia costante attività di medico, ho sottolineato il valore della presa in carico psicologica, più anticipata possibile. Infatti, queste patologie tendono a creare spesso disagi a livello psicologico, la cui rapida presa in carico più aiutare a disinnescare. La salute del paziente-cittadino si inserisce nel piano d’intersezione fra corpo e mente, fra sintomi fisici manifesti e malesseri psicologici sotterranei”.
Lo screening nazionale partirà nel 2024 con un finanziamento di 3,85 milioni di euro per il 2024 e il 2025. Previsti 2,85 milioni di euro annui dal 2026
Il decreto è stato approvato all’unanimità, segno di una collaborazione e accordo tra le diverse parti politiche.
“Il ddl dei colleghi De Poli, Mulè, Cavandoli e Sbrollini, che ringrazio per l’impegno profuso, – prosegue il senatore Guidi – è stato salutato con approvazione trasversale e immediata. Il Senato ha risposto senza indugi, segno di una condivisa sensibilità sul tema che non ha colore politico né è terreno di opinionismi. Alle domande di salute del cittadino, il Senato risponde con prontezza all’unanimità”.
Osservatorio nazionale e vantaggi per pazienti e SSN
È previsto un Osservatorio nazionale per il diabete di tipo 1 e la celiachia presso il Ministero della salute, composto da tredici membri, incluso un rappresentante del Ministero della salute come presidente, due rappresentanti dell’Istituto superiore di sanità e sei medici esperti nella diagnosi e nel trattamento delle due patologie. Saranno presenti anche rappresentanti delle associazioni e delle fondazioni legate alle due patologie. L’Osservatorio analizzerà i risultati dello screening e pubblicherà una relazione annuale.
Ma quali sono i vantaggi concreti per la popolazione e per il SSN? Secondo Nicola Zeni, presidente Fondazione Italiana Diabete (FID), “il primo vantaggio è correlato alla possibilità di individuare precocemente soggetti che svilupperanno con diversi gradi di probabilità il diabete di tipi 1 o la celiachia. Il diabete di tipo 1, se non diagnosticato, può causare gravissime conseguenze neurologiche, fino al decesso. Dall’altro lato, la celiachia si riverbera in una serie molto ampia di sintomatologia che non sempre è correlata alla malattia, comportando per la persona disturbi anche per tutta la vita. Ecco che l’individuazione precoce di queste due malattie presenta un vantaggio rilevante sulla salute pubblica e consente di attivare un protocollo di messa in sicurezza che, di fatto, elimina il rischio di complicanze anche gravi dalla tardiva o mancata diagnosi”.
Del resto la diagnosi di diabete di tipo 1 in un bambino non è semplice “anche se basta uno stick per la glicemia – prosegue Zeni – “quindi una glicemia anomala, sopra le soglie di allarme, in un bambino piccolo o in un ragazzo richiede un approfondimento. Il punto è che manca questo protocollo, che sarà un’altra nostra battaglia per introdurre per ogni ricovero di soggetti di fascia pediatrica, per qualsiasi causa, il test per la glicemia, perché altrimenti la malattia sfugge. È successo di tutto, persone trattate per allergie, mal di pancia, influenza, ecc. che erano un esordio di diabete di tipo 1. Grazie all’individuazione precoce degli anticorpi, che sono elementi di predizione e di diagnosi della malattia, c’è la possibilità di intervenire tempestivamente. Quanto ai vantaggi per il SSN, sono elevati perché un esordio controllato, cioè dove si conosce già la patologia, ha costi più bassi, poiché sia l’insulina che i device hanno prezzi abbordabili; mentre un esordio non controllato che conduce a una chetoacidosi ha costi molto più alti per il SSN poiché richiede il ricovero, spesso la rianimazione, ecc. C’è quindi un risparmio in termini economici nella gestione della malattia”.
Conferma Rossella Valmarana, presidente diAIC – Associazione Italiana Celiachia: “lo screening è uno strumento e una modalità di diagnosi che coinvolge un elevato numero di pazienti, consente, quindi, di fare emergere, almeno in parte, le diagnosi sommerse con conseguenze positive per i pazienti che finalmente potranno accedere alle cure, migliorare lo stato della loro salute e la qualità della loro vita. I pazienti correttamente diagnosticati e a dieta senza glutine evitano, infatti, l’insorgere delle complicanze, anche molto gravi, cui la celiachia non diagnosticata conduce e che causa un accesso continuo al SSN, con costi economici e sociale che ricadono sulla comunità. Per questo spesso si definisce la diagnosi di celiachia una forma di prevenzione importante. La celiachia colpisce l’1% della popolazione e di conseguenza in Italia riguarda 600.000 persone. Ad oggi però solo 241.729 hanno ricevuto la diagnosi mentre circa 400.000 pazienti non sanno ancora di essere celiaci esponendo la propria salute a gravi rischi”.
“Il ddl risponde alla maggiore incidenza di casi e alla minore percezione della gravità di questi stati patologici, soprattutto nel corso dell’età evolutiva – aggiunge Guidi. Lo fa dotandosi di un programma pluriennale di screening su base nazionale, al fine di scovare forme patologiche silenti e prevenire complicanze spesso causate dall’evolversi della malattia non tempestivamente riconosciuta, garantendo una crescita soddisfacente del bambino. Dispone, inoltre, l’istituzione di un Osservatorio, adeguatamente rifornito di risorse umane e materiali, per garantire la necessaria elaborazione e divulgazione dei dati, basi per la ricerca scientifica e l’intervento clinico”.
Il contributo delle Associazioni di pazienti
Per il Senato, ci dice il senatore Guidi, il contributo delle Associazioni di pazienti è stato un apporto essenziale sul piano tecnico e culturale, “ma è stato soprattutto dirimente nell’innescare stimoli di riflessione. L’esperienza della sofferenza è la fonte della conoscenza. Aggiungo però anche la grande sensibilità e consapevolezza che è emersa in Assemblea fra colleghi senatori”.
“AIC ha seguito con grande attenzione l’iter che ha portato al testo definitivo della legge, – interviene Valmarana. Nello specifico è intervenuta, trovando disponibilità e attenzione nei promotori della norma, per assicurare che celiachia e diabete ricevessero pari attenzione, pur nella specificità della diagnosi delle due malattie, e ha chiesto che la legge evidenziasse il ruolo delle Associazioni pazienti, richiamando il Codice del Terzo Settore agli artt. 55 e 56”.
Per il pazienti è stato importante spiegare alle forze politiche la validità di questa normativa che è la prima al mondo
Aggiunge Zeni: “La nostra proposta è stata fatta l’anno scorso, in occasione della Giornata mondiale del diabete, agli interlocutori politici. Quindi dalla richiesta si è passati da un disegno di legge di cui si è fatto carico il Presidente della Camera insieme all’on. Cavandoli e da lì è partito questo percorso di iniziativa parlamentare ed è importante specificarlo, perché è abbastanza raro che accada. È stata la prima a essere introdotta e la prima a essere portata a termine all’unanimità dei voti, quindi un provvedimento “multipartisan” in cui erano tutti d’accordo. Per noi è stato importante spiegare alle forze politiche la validità di questa normativa che è la prima al mondo.
Abbiamo quindi gli occhi puntati addosso da parte della comunità scientifica internazionale perché abbiamo introdotto un dispositivo che non esiste altrove, ma soprattutto è stato fatto in tempi rapidissimi: un disegno di legge introdotto nel novembre del 2022 e che vede il suo compimento il 13 settembre 2023, poco più di 10 mesi. Una cosa unica ed erano tutti d’accordo. Perché, come è stato detto in Senato, ci sono battaglie che non hanno colori”.
Tempi di attuazione
Per il senatoreGuidi si partirà già dal prossimo anno. “I tempi tecnici lo consentono – conferma il presidente FID. Ci sarà sicuramente una fase transitoria in cui saranno coinvolti tutti gli interlocutori che dovranno collaborare e rodare il meccanismo strada facendo. Non tutte le Regioni sono pronte, ad esempio, il test non è disponibile ovunque, quindi bisognerà progressivamente introdurlo. È possibile portare il campione da una Regione all’altra ma avere dei punti di raccolta sul territorio faciliterà e aiuterà le persone. I laboratori esistenti a livello regionale sono già in grado di eseguire il test, mancano i prodotti che servono per il test, si tratta giusto di comprarli, un’implementazione moderatamente semplice”.
L’articolo 1 definisce un termine di 120 giorni dalla sua entrata in vigore per l’emanazione di un decreto del Ministro della Salute sui criteri per l’adozione
“Del resto – aggiunge il presidente AIC – l’articolo 1 della legge definisce un termine di 120 giorni dalla sua entrata in vigore per l’emanazione di un decreto del Ministro della salute che detti i criteri per l’adozione, previo parere della Conferenza Stato-Regioni e sentite le Associazioni pazienti, del programma pluriennale di screening su base nazionale nella popolazione pediatrica. Lo schema di decreto è sottoposto al parere delle competenti Commissioni parlamentari, che devono esprimersi entro il termine di 30 giorni dalla data della sua trasmissione, decorso il quale il Ministro della salute può comunque procedere (comma 1). I termini indicati nella legge scadono a inizio 2024 e la legge indica la prima tranche di finanziamento nello stesso anno”.
Risultati attesi
“Il primo risultato che ci aspettiamo è un radicale abbassamento dei casi di chetoacidosi – afferma Zeni. – Ad oggi siamo oltre il 40%, cioè 4 bambini/ragazzi su 10 arrivano in ospedale già in chetoacidosi, una complicanza che può causare, se non trattata tempestivamente, danni neurologici o perfino il decesso. Portare questo 40% a 1 o quasi zero è il nostro obiettivo. Cosa che è successo, ad esempio, in Baviera dove hanno sperimento temporaneamente questo screening e sono passati dal 30% allo 0,4%.
Per il diabete, ridurre i casi di chetoacidosi e disporre di dati affidabili per analisi e ricerche sono gli obiettivi principali
Il secondo è cosa ci aspettiamo dai dati, un patrimonio conservato dal Ministero della Salute, che scaturiranno dallo screening. La disponibilità dei dati consentirà analisi, ricerche, avanzamento scientifico, perché non dimentichiamo che le malattie autoimmuni non hanno ancora una causa nota, nonostante si conoscano i meccanismi”.
“Come Associazione dei pazienti celiaci” – aggiunge Valmarana di AIC – “ci attendiamo una crescita delle diagnosi, che a oggi sono solo il 40% del totale. Saranno nuovi diagnosticati che avranno accesso precocemente alla terapia senza glutine, evitando danni anche gravi alla salute e alla qualità della vita. Ci aspettiamo di vedere attuata una prevenzione sulle complicanze e il miglioramento della qualità della vita di pazienti e famiglie.
La legge ha permesso di indicare un finanziamento con specifica destinazione sullo screening e tempi di realizzazione, due elementi essenziali al raggiungimento di questo ambizioso obiettivo. Rispetto alla celiachia, ci aspettiamo anche un’azione di informazione efficace verso le famiglie.
Per la celiachia ci si attende un aumento delle diagnosi, con relativo accesso precoce alla prevenzione delle complicanze, e maggiore informazione alle famiglie
La celiachia, infatti, può manifestarsi a qualsiasi età, fino alla senilità, tra chi ha una predisposizione genetica per la malattia. Sono tra il 30 e il 40% della popolazione generale coloro che hanno un profilo genetico che potrebbe portare allo sviluppo della celiachia. Di questa porzione della popolazione, solo circa il 3% svilupperà la celiachia, ma questo, come detto, potrà avvenire in qualsiasi momento della vita. L’esito negativo del test eseguito in occasione dello screening pediatrico evidenzia l’assenza della malattia in uno specifico momento ma non consente di escludere che questa possa insorgere più avanti nella vita del paziente. Le famiglie devono essere informate correttamente”.
Campagna di sensibilizzazione e di informazione
Il Ministero della Salute porterà avanti campagne informative periodiche sull’importanza della diagnosi precoce in età pediatrica e sul programma di screening. Sono previsti 150.000 euro annui di finanziamento a partire dal 2024.
“È insita al provvedimento la promozione di campagne di informazione e sensibilizzazione periodiche, sul valore della diagnosi precoce e sulle modalità del programma di screening – afferma il senatore Guidi. Le innovazioni e le migliorie, intese anche come raggiungimento di equilibri, sono possibili solo se cultura, sanità e politica comunicano adeguatamente”.
Per le campagne informative periodiche sono previsti 150.000 euro all’anno di finanziamento a partire dal 2024
Aggiunge Zeni: “Il decreto prevede uno stanziamento da implementare nel corso degli anni per agire su due fronti: far conoscere le malattie, in particolare il diabete di tipo 1. Molti conoscono il diabete, che quasi sempre è associato all’età avanzata, obesità, stile di vita sedentario, dieta non corretta, ecc. Spesso anche il diabete di tipo 1 è correlato a tali condizioni, ma è comunque una malattia autoimmune. Questa campagna contribuirà a far conoscere questa patologia e le relative differenze con il diabete di tipo 2, due malattie completamente diverse. Ci saranno poi punti informativi su come accedere allo screening all’interno del SSN o con il supporto dei pediatri di base o dei centri vaccinali, ma che spiegheranno anche l’obiettivo e che non ci sono controindicazioni per rassicurare i cittadini”.
“A questo proposito – aggiunge il presidente AIC – un ruolo di primo piano sarà affidato alle associazioni pazienti. Questo importante strumento previsto dalla legge favorirà la piena informazione dei genitori dei bambini coinvolti nello screening sulle particolari caratteristiche della diagnosi di celiachia”.
Aumentare le conoscenze e il coinvolgimento dei Medici di Medicina Generale (MMG) nell’ambito della ricerca clinica: questo l’obiettivo del protocollo di intesa firmato dall’Agenzia Italiana del Farmaco (AIFA) e dalla Federazione Italiana Medici di Medicina Generale (FIMMG). Tale protocollo prevede eventi informativi e formativi rivolti ai Medici di Medicina Generale distribuiti sul territorio nazionale e ai Dirigenti Sanitari dell’Agenzia (medici, farmacisti, biologi, chimici).
La realizzazione di questo progetto sancisce la forte collaborazione tra l’Istituzione e il territorio, permettendo una diffusione capillare dell’informazione tecnico-scientifica e regolatoria, per un miglioramento della qualità dell’assistenza, dell’appropriatezza prescrittiva e del coinvolgimento dei MMG nella ricerca clinica.
In particolare, l’AIFA impegna il proprio personale per l’attività di docenza e la FIMMG mette a disposizione dell’Agenzia le proprie risorse organizzative, informative e formative. I corsi di formazione, sia a distanza sia in presenza, preferibilmente ECM, non avranno sponsorizzazioni e non prevedranno quote di partecipazione.
AIFA impegna il proprio personale per l’attività di docenza e FIMMG mette a disposizione le proprie risorse organizzative, informative e formative
A siglare il protocollo sono stati Anna Rosa Marra, sostituto Direttore Generale dell’Agenzia Italiana del Farmaco e Silvestro Scotti, Segretario Generale Nazionale della Federazione Italiana Medici di Medicina Generale.
“L’AIFA – afferma Anna Rosa Marra – ha sempre creduto nel dialogo e nella collaborazione con i suoi stakeholder e in particolare con la Medicina Generale, per il suo rilevante ruolo di prossimità con il paziente e di continuità tra i diversi livelli di assistenza. Il protocollo siglato con la FIMMG rappresenta, pertanto, un’ulteriore opportunità di condivisione con il territorio e anche di formazione per gli aspetti regolatori della ricerca clinica”.
“La collaborazione di FIMMG con AIFA, finalizzata ad eventi informativi e formativi aperti a tutti i medici e ad altre figure sanitarie, mira intelligentemente a promuovere la partecipazione alla Ricerca dei MMG – sottolinea Silvestro Scotti. Le recenti esperienze, vedi la pandemia COVID-19, hanno messo chiaramente in evidenza come, accanto ai classici Clinical Trial, ci sia la necessità di un modello di Ricerca dinamico, basato su grandi numeri, con una flessibilità adattativa, finalizzata ad acquisire informazioni dal mondo reale attraverso il contributo della Medicina Generale. Questa collaborazione contribuirà a rispondere al bisogno terapeutico dei pazienti, a rendere più equo l’approccio al farmaco, a favorire la sostenibilità economica del nostro SSN e SSR”.
Dal 9 al 13 ottobre torna Digital Health Summit (DHS), il convegno di riferimento della sanità digitale in Italia organizzato da AISIS (Associazione Italiana Sistemi Informativi in Sanità), GGallery Group, NetConsulting cube.
Quest’anno l’evento cambia pelle: si estende a una settimana di incontri in presenza e online, diventando la prima Digital Health Week incentrata sui temi più discussi in ambito sanità, dal DM77 al PNRR fino all’Autonomia Organizzativa Regionale.
La settimana si apre in forma digitale, dal 9 all’11 ottobre, per concludersi, dal 12 al 13 ottobre, con due giornate di seminari e tavole rotonde nella cornice del Palazzo delle Stelline a Milano.
“Dopo il periodo Covid che ha imposto la formula in webinar e due anni in modalità ibrida, il format della manifestazione – precisa Paolo Macrì, Presidente di GGallery– si rinnova ulteriormente, arricchendosi di una web app che offre ai partecipanti la possibilità di iscriversi, interagire e consultare i contenuti, sia in diretta che dopo l’evento.”
Una delle novità che contraddistinguono l’edizione di questo anno è lo spazio dedicato alla condivisione delle esperienze degli attori protagonisti dell’e-Health. Si intensificano, a questo proposito, i momenti di confronto fra i molteplici interlocutori dell’ecosistema sanità (istituzioni pubbliche locali e centrali, nazionali ed europee, realtà farmaceutiche, istituti sanitari ed ospedalieri, aziende produttrici di dispositivi medicali nonché medici di medicina generale) che sono chiamati ad alimentare la discussione sul cambiamento necessario. La portata dei temi attorno cui verterà il dibattito è ancora più strutturata e ricca di spunti di scambio rispetto agli anni precedenti.
“Nel Digital Health 2023 – spiega infatti Annamaria Di Ruscio, Amministratrice Delegata di NetConsulting cube – entreremo nel concreto della riforma organizzativa espressa dal DM77 e dalla trasformazione digitale abilitata dal PNRR. Entrambi soggetti ad integrazioni: con la revisione del PNRR presentata alla UE il 27 luglio e con l’istituzione il 19 luglio del Tavolo Tecnico per la revisione dei DM 70 e 77. In particolare, affronteremo i temi ancora aperti della riforma territoriale, dello stato di salute del nostro sistema sanitario, dell’entità e delle traiettorie degli investimenti in Digitale. Tutto questo, dedicando la massima attenzione all’ascolto delle tante esperienze esistenti nei vari territori: sulla presa in carico del paziente, sull’uso del Digitale a supporto della cura, sugli aspetti che insistono sulla gestione del Dato (privacy, sicurezza, Cloud, interoperabilità).”
Durante l’evento, oltre allo stato di avanzamento del DM77 nei diversi territori e al ruolo delle Regioni nell’attuazione del modello organizzativo, verranno approfondite anche tutte le tematiche relative agli aspetti tecnologici che sottendono alle nuove architetture a sostegno della trasformazione digitale del Sistema Sanitario Nazionale.
Foto di Ugo De Berti, UDB studio, https://www.udb.it/
“Ci soffermeremo – entra nello specifico Alberto Ronchi, presidente di AISIS – sull’architettura del nuovo FSE nazionale e dei suoi omologhi regionali, prendendo in analisi l’alimentazione dei dati in esso contenuti e la successiva fruizione degli stessi da parte di cittadini, operatori sanitari e organizzazioni della salute. Grande attenzione sarà dedicata all’organizzazione della nuova sanità territoriale e dei sistemi che la abilitano, tra cui rivestono un ruolo di particolare importanza e complessità i sistemi di telemedicina. Un altro tema di imprescindibile importanza che tratteremo sarà la sicurezza informatica e la tutela della privacy che saranno oggetto di una tavola rotonda mirata.”
Importante riconferma per l’ottava edizione del Digital Health Summit e una garanzia dell’autorevolezza dei contenuti proposti è la presenza dell’Advisory Board, il comitato d’eccellenza costituito dalle più importanti Associazioni di categoria italiane del settore: AIIC – Associazione Italiana Ingegneri Clinici, AIOP – Associazione Italiana Ospedalità Privata, Anitec-Assinform, Federchimica – Assobiotec, Confindustria Dispositivi Medici, Egualia, Farmindustria, FIASO – Federazione Italiana Aziende Sanitarie e Ospedaliere, IIT – Istituto Italiano di Tecnologia che daranno il loro contributo nelle riflessioni sulla necessaria evoluzione dell’ecosistema sanitario.
Questa prima digital health week rappresenta un momento unico per la condivisione delle esperienze di innovazione digitale in ambito sanità da parte dei più importanti interlocutori a livello istituzionale, politico-organizzativo e dei principali player di soluzioni e tecnologie avanzate. L’agenda dei cinque giorni parla chiaro: un alternarsi di testimonianze, casi concreti e approfondimenti, tutti nella direzione di fare fronte comune e portare un messaggio per l’effettiva trasformazione del nostro sistema salute.
Il programma in sintesi
Si parte, lunedì 9 ottobre, con la consueta sessione inaugurale online a cura dell’Advisory board che sarà preceduta dall’intervento del Presidente della Fondazione Gimbe, Nino Cartabellotta.
Martedì 10 ottobre sarà la giornata del dialogo con le istituzioni sui temi del Digitale per la salute che prevede la partecipazione, fra i numerosi speaker, del Ministro della Salute Orazio Schillaci, e del Sottosegretario alla Presidenza del Consiglio per l’Innovazione, Alessio Butti.
Il dibattito continua mercoledì 11 ottobre con un approfondimento sull’E-Health Innovation, in cui si affronterà il tema dell’impatto dell’intelligenza artificiale sui blocchi operatori in ambito sanitario.
La Digital Health Week si chiude, il 12 e 13 ottobre, con due momenti in presenza.
La giornata di giovedì 12 sarà caratterizzata da due sessioni di notevole rilievo: la prima sullo stato di avanzamento dell’assetto organizzativo gestionale e tecnologico con un key note speaker d’eccellenza, il Direttore generale di Agenas, Domenico Mantoan e la seconda tutta incentrata sulle esperienze che si stanno realizzando nella gestione del paziente-assistito nelle territorialità del Paese con una forte focalizzazione sulle piattaforme presa in carico e le centrali operative territoriali (COT).
Molto interessante è il momento conclusivo di venerdì 13 ottobre in cui si passerà sotto la lente di ingrandimento il tema del digitale per la cura in tutte le sue espressioni, dal ruolo del Digital Therapeutics in Italia e in Europa alle sperimentazioni con la Medicina Computazionale, l’intelligenza artificiale e la terapia digitale. L’ultimo spazio di discussione della giornata non potrà che tenere viva l’attenzione dei partecipanti: si parlerà di Fascicolo Sanitario Elettronico e Cybersecurity, entrando nel vivo del valore che ricoprono oggi sicurezza e privacy dati nella sanità digitale in evoluzione.
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“La gestione della fase acuta di un ictus cerebrale è sempre più dipendente da una completa integrazione tra ospedale e territorio”. Ne è convinto il dottor Gino Volpi, direttore S.O.C. Neurologia e Neurofisiopatologia degli ospedali San Iacopo di Pistoia e SS Cosma e Damiano di Pescia (Azienda USL Toscana Centro), che ha parlato del modello Toscana nella gestione della fase acuta dell’ictus cerebrale nel corso del 62esimo Congresso Nazionale della SNO (Scienze Neurologiche Ospedaliere). L’evento si è aperto il 27 settembre a Firenze ed è in programma fino al 30 settembre presso il Palazzo degli Affari.
“Il recente significativo miglioramento dei tempi di intervento che si è registrato negli ultimi due anni in regione Toscana – ha detto il dottor Volpi – è stato raggiunto grazie alla comunicazione tra 118 e ospedale, prima che il paziente avesse raggiunto il pronto soccorso (prenotifica) e quindi trattamento del paziente subito spostato in sala TC e subito trattato con trombolisi venosa (door to needle time)”.
La prenotifica resta il “nodo essenziale” nel trattamento dell’ictus cerebrale sia ischemico sia emorragico
Nel primo quadrimestre del 2023, infatti, in Toscana il 72% dei pazienti è arrivato con prenotifica in pronto soccorso e di questi l’86% è stato poi trattato con tempi medi intorno ai 30 minuti, come stabilito dalla World Stroke Organization come gold standard, a significare che la prenotifica resta il “nodo essenziale” nel trattamento dell’ictus cerebrale sia ischemico sia emorragico.
“I tempi di trattamento del paziente, una volta raggiunto il pronto soccorso, sono governati da protocolli ormai definiti e collaudati sul modello ‘pit stop’ delle gare automobilistiche – ha proseguito il dottor Volpi – Il nodo cruciale resta quindi la fase territoriale, cioè il pronto riconoscimento dei sintomi dell’ictus da parte del paziente e dei familiari, il pronto riconoscimento della patologia neurologica acuta da parte dei mezzi di soccorso che giungono sulla scena, la rapida comunicazione con la centrale del 118, il pronto invio del paziente e il contemporaneo contatto con il neurologo in pronto soccorso che è in grado, con i dati fornitigli telefonicamente, di contattare i familiari e predisporre il protocollo trattamento in TC all’arrivo del paziente”.
Cruciale è la fase territoriale, a partire dal pronto riconoscimento dei sintomi dell’ictus da parte del paziente e dei familiari fino alla rapida comunicazione con il 118 e il contatto tempestivo con il neurologo in PS
Secondo il neurologo, per un riconoscimento dei primi segnali dell’ictus cerebrale, è comunque necessaria una sempre più attiva campagna di informazione sul territorio rivolta alla popolazione, servendosi “anche di associazioni di volontariato, come A.L.I.Ce.”, sia di una “formazione continua alle associazioni di soccorso (come Misericordia e Croce Rossa) che per prime arrivano sulla scena e per prime identificano i segni dell’ictus”.
L’ictus sia ischemico sia emorragico, infatti, è una patologia tempo-dipendente e ogni minuto è “cervello salvato” – sottolinea infine il dottor Volpi – Siamo impegnati con i responsabili dei 118 della Toscana in corsi di formazione continua alla numerosa platea delle associazioni di pronto soccorso, perché siamo convinti di poter migliorare ulteriormente i tempi di intervento e quindi anche ove necessario le centralizzazioni per trattamenti locoregionali di neuroradiologia interventistica.
L’Herpes Zoster è causato dallo stesso virus responsabile della varicella, che può rimanere latente nell’organismo per anni, riattivandosi sotto forma di eruzione cutanea estremamente dolorosa. Il vaccino contro l’Herpes Zoster rappresenta un importante avanzamento nella prevenzione di questa dolorosa e debilitante condizione. In Italia si calcola che circa 150 mila soggetti vengano colpiti ogni anno da questa patologia e alcune stime segnalano un aumento dei casi a seguito della pandemia da Covid-19.
La vaccinazione contro l’Herpes Zoster dimostra un’elevata efficacia nel ridurre il rischio di contrarre questa patologia, nota anche come Fuoco di Sant’Antonio, e nella prevenzione della nevralgia post-erpetica, una delle complicanze più comuni e debilitanti associata alla malattia.
Il protocollo vaccinale anti-Herpes Zoster prevede la somministrazione di una o due dosi, a seconda del tipo di vaccino utilizzato, per gli individui di 65 anni o più.
Nonostante il Piano nazionale prevenzione vaccinale 2023-2025 lo raccomandi negli over65, le coperture sono molto basse, anche nelle popolazioni a rischio.
Qual è la situazione in Italia e come si potrebbe migliorare questa copertura? Quali strumenti si possono mettere in atto e con quali strategie, sia a livello nazionale sia a livello regionale?
Ne parliamo con:
Massimo Andreoni Professore Ordinario di Malattie Infettive presso l’Università Tor Vergata di Roma
Paolo Bonanni Coordinatore Scientifico del Board “Calendario per la Vita”
Siamo a 3,8% in più rispetto all’annus horribilis dell’innesco della pandemia, per un totale di 26 miliardi di euro, pari all’1,45% del Pil (Prodotto interno lordo) e in calo dello 0,10% rispetto al 2020. È questa la spesa complessiva 2021 del Belpaese per la ricerca e sviluppo intra-muros – quella realizzata solo con personale e attrezzature gestite dai player presi in esame – certificata pochi giorni fa dall’Istat. A essere maggiormente rappresentata è la spesa per la ricerca applicata che vale 10,5 miliardi di euro, in crescita del 10,5% rispetto all’anno precedente. Analogo aumento (10%) per la ricerca di base, che nel 2021 è stata finanziata con oltre 6 miliardi di euro.
Segnali di ripresa significativi arrivano dalle università, che hanno speso il 9,7% in più del 2020. Mentre il comparto imprenditoriale langue, con un debolissimo +1,1% complessivo che però contraddistinto da due velocità di marcia: le grandi aziende che spingono con un +3,8%, mentre le piccole e medie imprese arrancano segnando un segno negativo (-4,5%). A testimonianza del fatto che nel 2021 gli effetti della pandemia erano superati solo dalle realtà private più grandi, mentre le bordate di Covid-19 lasciavano ferite ancora sanguinanti nel tessuto imprenditoriale tipicamente italiano delle Pmi.
Nel 2021 gli effetti della pandemia erano superati solo dalle realtà private più grandi, mentre permanevano le difficoltà per le Pmi
A pesare sul debole risultato messo a segno dalle imprese italiane, spiega I’Istat, è il numero più contenuto di aziende che nel 2021 hanno fatto ricerca e sviluppo – 14.172 contro 15.718 – facendo così attestare la loro spesa in R&S allo 0,08% del Pil.
Ciononostante, in termini assoluti, la spesa del settore privato vale più della metà di quanto investito in R&S a livello nazionale: il 62,1% di queste spese, pari a 15,6 miliardi, nel 2021 è stato sostenuto dalle imprese. Seguono le università con il 24% e il restante settore pubblico con il 14%.
Numeri che fanno il paio con quelli che delineano i contorni delle fonti di finanziamento, che sono arrivati per il 53,9% dalle imprese (14 miliardi di euro) e per il 35,1% dalle istituzioni pubbliche (9 miliardi). Bollino nero, purtroppo, per i finanziamenti provenienti dall’estero: il nostro Paese nel 2021 è stato capace di attrarre solo 2,3 miliardi di euro di fondi da destinare alla R&S, in calo del 19% rispetto al 2020.
Spesa per R&S intra-muros per fonte di finanziamento del settore esecutore Anno 2021, composizioni percentuali Fonte: Istat, Rilevazioni sulla Ricerca e Sviluppo nelle Imprese
Come è facile intuire, la distribuzione geografica degli investimenti in R&S non è stata omogenea a livello nazionale, ma ha ricalcato grosso modo la presenza più o meno marcata e l’importanza dei player che compongono il tessuto imprenditoriale delle diverse aree del Paese. E così, riporta l’Istat, in regioni come Piemonte, Lombardia ed Emilia Romagna la spesa privata per le attività di ricerca e sviluppo arriva a circa tre quarti del totale regionale, mentre nelle regioni meridionali tende a prevalere la componente pubblica.
Significativa anche la scarsità di finanziamenti incrociati pubblico-privato: a prevalere infatti è l’autofinanziamento (in oltre l’85% dei casi) del privato sul privato e del pubblico sul pubblico.
Spesa per R&S intra-muros per settore esecutore e regione. Anno 2021, composizione percentuale Fonte: Istat, Rilevazioni sulla Ricerca e Sviluppo nelle Imprese
A investire maggiormente in R&S nel 2021 sono stati i player afferenti al settore degli autoveicoli e della manifattura di macchinari e apparecchiatura, che insieme a quelli che producono altri mezzi di trasporto rappresenta un terzo della spesa complessiva dedicata alla R&S.
Il comparto farmaceutico si posiziona a metà della classifica, che vede come fanalino di coda le realtà con codice Ateco 15 (fabbricazione articoli in pelle).
Principali settori economici per spesa in R&S intra-muros. Anno 2021, percentuale sul totale Fonte: Istat, Rilevazione sulla Ricerca e Sviluppo nelle Imprese
Segnali positivi arrivano dagli stanziamenti per R&S deliberati dalla Pubblica amministrazione. Nel 2022, complessivamente sono aumentati dell’8,4% rispetto al 2021, attestandosi a 12.654 milioni di euro stimati dall’Istat in termini di previsioni iniziali di spesa. Questi finanziamenti riguardano soprattutto (38,4%) la promozione della conoscenza di base e sono destinati alle università in forma di Fondo di finanziamento ordinario.
Le stime Istat per il 2022 si estendono anche alla spesa in R&S delle imprese. Che dovrebbe essere in diminuzione del 2,9% rispetto al 2021 in termini di incidenza percentuale sul Pil. Diversamente, guardando all’anno in corso l’istituto di statistica prevede che la spesa delle imprese tornerà a livelli superiori a quelli registrati nel 2021. Potrebbe infatti attestarsi a 16 miliardi di euro, segnando così un incremento del 5,2% rispetto agli investimenti in R&S operati nel 2022.
Stanziamenti per la R&S delle amministrazioni centrali, regioni e province autonome per obiettivo socio economico. Anno 2022 (previsioni iniziali), composizioni percentuali Fonte: Istat, Rilevazione sulla Ricerca e Sviluppo nelle Imprese
I composti perfluoro-alchilici (PFAS) sono inquinanti ambientali noti per la loro grande stabilità e persistenza nell’ambiente e negli organismi viventi incluso l’uomo. L’inquinamento da PFAS è diffuso in tutto il mondo a causa del loro ampio impiego in prodotti di uso quotidiano. Si stimano più di duemila aree in Europa nelle quali la concentrazione ambientale di PFAS supera i livelli considerati di sicurezza per la salute umana.
I risultati degli studi epidemiologici sia internazionali che a livello della Regione Veneto condotti sulla popolazione residente in zone contaminate mostrano che la percentuale dei soggetti con elevati livelli di colesterolo nel sangue, nella fascia di età compresa 35 e 75 anni, è più del doppio rispetto alla popolazione generale di controllo (circa 57% contro 22%). L’ipercolesterolemia è il principale fattore di rischio per le cardiopatie ischemiche, prima causa di morte tra le malattie cardiovascolari, davanti a fumo di sigaretta, diabete, ipertensione e obesità.
PFOA e PFOS interferiscono con il processo di assorbimento cellulare del colesterolo dal sangue
Lo studio sperimentale, pubblicato sulla rivista internazionale “Toxicology Reports” e coordinato dal professor Carlo Foresta, è stato condotto in collaborazione con Alberto Ferlin, ordinario di endocrinologia, Nicola Ferri, ordinario di farmacologia, Luca De Toni e Andrea Di Nisio del Dipartimento di Medicina dell’Università di Padova, mettendo in evidenza il meccanismo attraverso il quale PFOA e PFOS, i più diffusi composti della famiglia degli PFAS, interferiscono con il processo di assorbimento cellulare del colesterolo dal sangue.
L’abbattimento dei livelli di queste sostanze tanto nell’ambiente quanto nel sangue è una priorità non trascurabile per la tutela della salute pubblica
In sintesi, la ricerca ha dimostrato che queste sostanze interagiscono con la membrana delle cellule del fegato e ostacolano il normale assorbimento di colesterolo, incrementandone quindi i livelli circolanti. È importante notare che questo effetto sembra sia dovuto a una ridotta plasticità della membrana cellulare, che impedisce la corretta funzionalità di tutti quei meccanismi di captazione del colesterolo.
“Questi risultati sono molto importanti – commenta il prof. Carlo Foresta – perché mettono in evidenza i meccanismi attraverso i quali i PFAS inducono una disfunzione epatica cellulare in grado di giustificare la ipercolesterolemia osservata nella popolazione esposta.
Considerata l’elevata prevalenza di questa patologia nella popolazione veneta ad elevata esposizione agli PFAS, l’abbattimento dei livelli di queste sostanze tanto nell’ambiente quanto nel sangue diventa una priorità non trascurabile per la tutela della salute pubblica. I risultati di questo studio aggiungono un ulteriore tassello al più ampio spettro di manifestazioni cliniche associate all’esposizione ai PFAS e ormai ampiamente riconosciute a livello internazionale”
“La ricerca deve essere al centro della crescita”. Lo ha detto Mario Draghi parlando dell’Italia, lo ripeterà rivolgendosi all’Europa in qualità di consulente Ue per la competitività. Solo che stritolata dalla burocrazia, a corto di finanziamenti e personale, alle prese con norme sulla privacy che rendono quasi impossibile la gestione dei dati, in affannoso recupero dei ritardi accumulati per l’implementazione del Regolamento europeo del 2014 sugli studi clinici, l’Italia rischia di perdere il treno dell’innovazione in campo biomedico. Che solo nel settore farmaceutico a livello globale vale mille miliardi di dollari, che le grandi multinazionali hanno programmato di investire da qui al 2025. Un piatto del quale, in queste condizioni, all’Italia rischiano di spettare solo le briciole.
A fare il punto sulle sperimentazioni cliniche nel nostro Paese e a lanciare le proposte per tornare ad essere tra i leader del settore è il “Manifesto per la Ricerca Clinica” presentato ed elaborato da Fadoi, la Federazione dei medici internisti ospedalieri, insieme ai massimi esperti del settore.
Gli studi indipendenti rispondono a esigenze meno stringenti rispetto a quelle di mercato e possono portare a scoperte in ambiti che solitamente suscitano minore interesse negli investitori privati
Che nel complesso l’Italia investa poco in R&S è fatto noto: appena l’1,5% del nostro Pil contro la media Ue del 2,1%, che corrisponde a circa 11 miliardi l’anno. Di questa già modesta fetta, al settore “Protezione e promozione della salute” spetta solo il 10%. Puntando la lente di ingrandimento sul segmento sanitario si scopre poi che la quota di investimenti no profit si restringe ancor più a un 10%, lasciando il 90% agli investimenti privati, che ammontano a 750 milioni di euro l’anno.
Poco male si dirà, ma questa proporzione suscita qualche riflessione tenuto conto che gli studi indipendenti rispondono a esigenze meno stringenti rispetto a quelle di mercato e possono portare a scoperte in ambiti che solitamente suscitano minore interesse negli investitori privati. I quali portano comunque due vantaggi al Paese.
“Da un punto di vista assistenziale, ma anche economico – spiega Francesco Dentali, Presidente Fadoi – ogni euro versato all’ospedale o all’istituzione scientifica per la sperimentazione clinica dai promotori profit genera un utile netto di 3 euro, dei quali 0,5 per l’ospedale e un risparmio per il SSN di circa 2,5 euro grazie alla fornitura gratuita di farmaci. Per non parlare del fatto che ogni anno in Italia circa 40mila pazienti affetti da patologie gravi, come tumori, malattie ematologiche e cardiovascolari, partecipando ai trial possono beneficiare con anticipo anche di anni dei trattamenti innovativi, con maggiori possibilità di guarigione e di miglioramento della qualità di vita”.
Ogni anno in Italia circa 40mila pazienti affetti da patologie gravi, partecipando ai trial, possono beneficiare in anticipo dei trattamenti innovativi
Resta però il fatto che la ricerca no profit in Italia arretra. Meno 50% è il numero degli studi clinici portati avanti nel decennio 2009-19, con un numero di sperimentazioni sceso da 309 a 156. Ma è nel 2022 che si è toccato il punto più basso – si legge nel Manifesto – con gli studi scesi a quota 98, pari a un meno 68,3% rispetto al 2009. Il punto più basso toccato in questo millennio. Senza contare che “la percentuale degli studi autorizzati sul totale è scesa al 15%”.
I dati provenienti dai Comitati etici indicano che il 28,6% delle sperimentazioni interessano l’interventistica sul farmaco. Rispetto alle altre tipologie di studi, le più frequenti sarebbero le ricerche osservazionali non su farmaco (36,9%), mentre gli studi osservazionali su farmaco rappresentano una quota del 12,4% e le sperimentazioni interventistiche sui dispositivi pesano per il 4,8% delle valutazioni dei Comitati Etici (16,1% per “altri studi” e 1,2% per “valutazioni varie”).
I nodi che imbrigliano la ricerca e le proposte del Manifesto
Ad imbrigliare la ricerca clinica in Italia sono tutta una serie di fattori, tra i quali emergono su tutti la carenza di risorse, quella di personale e l’eccesso di burocrazia. Ostacoli rispetto ai quali il Manifesto introduce una serie articolata di proposte.
Per sburocratizzare i processi, garantendo qualità e trasparenza, si propone innanzitutto la creazione di una “Agenzia nazionale della ricerca”, direttamente collegata alla Presidenza del Consiglio, alla quale verrebbero affidati i compiti di : “coordinamento delle attività di ricerca, promozione di organizzazioni di rete e delle moderne modalità di conduzione degli studi, responsabilità della definizione dei contenuti degli interventi normativi, rapporti con le Regioni e relazioni internazionali, finanziamento competitivo della ricerca (garantendo scadenze dei bandi, disponibilità e continuità delle risorse), monitoraggio dei risultati”.
Il Manifesto per la Ricerca Clinica introduce una serie articolata di proposte per sbloccare la situazione
Sempre finalizzata alla semplificazione è la proposta di un testo unico della regolamentazione clinica che semplifichi e metta ordine alla giungla fatta su almeno 5 regolamenti europei e un quadro normativo nazionale abnorme.
Riguardo le farraginose regole sulla privacy il Manifesto propone invece “un intervento europeo per eliminare le differenze regolatorie locali, specie sulla possibilità di condurre ricerche osservazionali retrospettive anche senza specifico consenso del paziente”.
In tema di personale si ritiene necessario riformare sia “i programmi universitari delle discipline scientifiche in modo che comprendano tematiche inerenti la ricerca clinica; sia “i contratti collettivi nazionali della sanità pubblica e privata in modo da introdurre figure professionali attualmente assenti nella pianta organica degli Ospedali italiani”.
Centrale il tema della formazione e della revisione dei programmi universitari e dei contratti collettivi nazionali della sanità pubblica e privata
Centrale anche il tema della formazione, in merito alla quale si propone di: integrare i programmi dei percorsi pre-lauream, dedicando particolare attenzione alla sperimentazione clinica; variegare l’offerta formativa post-lauream sulla ricerca clinica con master, dottorati e corsi di formazione; riconoscere nel Servizio Sanitario Nazionale il ruolo dello specialista in Farmacologia e Tossicologia Clinica quale professionista della ricerca clinica nelle Aziende Sanitarie.
Inutile dire che riguardo i finanziamenti pubblici ci si auspica “una maggiore disponibilità in termini assoluti”. Tutto questo senza trascurare le sinergie tra tutte le componenti della ricerca.
“La promozione di cooperazioni tra strutture accreditate per la ricerca, come IRCCS, Università, Enti di ricerca e ospedali, ma anche le strutture sanitarie del territorio, le associazioni dei pazienti, e le associazioni dei professionisti, è fondamentale per lo sviluppo della ricerca italiana, e in particolare, per la ricerca osservazionale”, afferma Dario Manfellotto, Presidente della Fondazione Fadoi.
“La ricerca sui dati del mondo reale, che integrano le conoscenze acquisite attraverso le sperimentazioni cliniche interventistiche, è attualmente una dimensione di grande interesse per l’Unione Europea, e per il mondo industriale delle scienze della vita. Il nostro Paese -conclude Manfellotto- ha a disposizione dati sanitari di elevata qualità e di notevole rappresentatività, un potenziale patrimonio sul quale è necessario investire”.
Sarà presentata il 29 settembre nel Salone di Rappresentanza dell’Azienda Ospedaliera di Alessandria la prima mappatura dei patrimoni storici degli ospedali piemontesi all’interno del convegno “Comunità e identità: l’evoluzione dell’Ospedale tra passato, presente e futuro” organizzato dal Centro Documentazione Storia dell’Assistenza e della Sanità Piemontese.
L’obiettivo della giornata, con inizio alle ore 10, è riflettere sul valore degli ospedali quali luoghi identitari per le comunità, attraverso la rilettura dei patrimoni artistici, architettonici e documentali, spesso di grande valore, di cui sono proprietarie le aziende sanitarie del Piemonte. Si tratta di un patrimonio storico meritevole di essere reso accessibile alla comunità nell’ottica di un rinnovato rapporto di fiducia con il sistema sanitario regionale: ecco il perché di un e-book dedicato, facilmente scaricabile e consultabile dal sito dell’Ospedale di Alessandria.
Obiettivo della giornata è valorizzare gli ospedali quali luoghi identitari per le comunità, attraverso la rilettura dei patrimoni artistici, architettonici e documentali
La conoscenza del passato rappresenta un importante mezzo per favorire il coinvolgimento della cittadinanza, sensibilizzarla sulle attuali attività sanitarie e di cura, rafforzare il legame con i benefattori. Le relazioni degli esperti saranno mirate a evidenziare il filo conduttore che lega il patrimonio storico all’ospedale contemporaneo nella prospettiva di una visione futura orientata al paziente e alla comunità.
In particolare l’evento sarà strutturato in cinque sezioni. Dopo la presentazione del censimento da parte di Paola Cosola, Archivista del Centro Documentazione – Biblioteca Biomedica dell’Ospedale di Alessandria, si parlerà di “Ospedali storici, risorse e patrimonio per la comunità” insieme a Paolo Galimberti, Fondazione IRCCS Ca’ Granda Ospedale Maggiore Policlinico di Milano, Daniela Caffaratto, ispettore onorario della Soprintendenza archivistica e bibliografica del Piemonte e della Valle d’Aosta e Sara Abram, Segretaria Generale della Fondazione Centro Conservazione e Restauro “La Venaria Reale” di Torino, moderati da Elena Franco, architetto e fotografa del Centro Studi Cura e Comunità per le Medical Humanities.
“L’ospedale tra presente e futuro, una città nella città” sarà invece il titolo della seconda sessione, moderata da Federico Goria del Dipartimento di Giurisprudenza e Scienze Politiche, Economiche e Sociali dell’Università del Piemonte Orientale, che vedrà gli interventi di Giovanna Perino, Dirigente dell’Area Salute e Sviluppo del Sistema Sanitario dell’Istituto Ricerche Socio Economiche del Piemonte (IRES), e Francesco Novelli del Dipartimento di Architettura e Design (DAD) del Politecnico di Torino.
La mattinata si concluderà con la presentazione delle buone pratiche del Piemonte, rappresentate dall’Azienda Ospedaliero Universitaria Maggiore della Città di Novara, con Alberto Scanferla, dall’Ordine Mauriziano di Torino, con la Direttrice dell’Archivio Storico Cristina Scalon, dall’Azienda Ospedaliera Santa Croce e Carle di Cuneo, con la Responsabile della Struttura Patrimonio e Attività Amministrative Trasversali Rita Aimale, e infine dall’ASL Città di Torino, con il Direttore della Struttura Tecnico Area Territoriale Carlo Sala.
La conoscenza del passato rappresenta un importante mezzo per favorire il coinvolgimento della cittadinanza, sensibilizzarla sulle attuali attività sanitarie e di cura
L’evento si concluderà nel pomeriggio con Stefano Benedetto, Direttore dell’Archivio di Stato di Torino e Soprintendente ad interim della Soprintendenza archivistica e bibliografica del Piemonte e della Valle d’Aosta, che coordinerà le attività di condivisione delle esperienze e la raccolta di proposte da parte dei referenti delle Aziende Sanitarie Regionali.
La giornata, coordinata dal DAIRI Regionale diretto da Antonio Maconi a cui afferisce il Centro di Documentazione Storia della Assistenza e della Sanità piemontese, rappresenta l’occasione per presentare la prima attività di mappatura dei patrimoni delle ASR ma anche per rafforzare le sinergie utili allo sviluppo di reti funzionali alla realizzazione di progetti di valorizzazione di tali patrimoni.