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Nicola Barni: «Payback e nuova governance per il futuro dei dispositivi medici»

Payback, governance, nuovi regolamenti UE, rapporti con società scientifiche e associazioni pazienti. A colloquio con il nuovo presidente di Confindustria Dispositivi Medici Nicola Barni, che ai microfoni di TrendSanità conferma la tendenziale continuità con la presidenza targata “Boggetti” ed evidenzia i macro-obiettivi dell’associazione: tutelare e far crescere il settore dei DM, generando valore per il paziente.

Barni esprime inoltre preoccupazione per la tenuta del Servizio Sanitario Nazionale (SSN), rilevando il sottofinanziamento atavico e sottolineando la necessità di ripensare la governance in un’ottica di sostenibilità e incentivo all’innovazione tecnologica.

OMAR: «Le sfide organizzative delle malattie rare, tra sostenibilità e cronicità»

Il settore delle malattie rare è molto vivace: dal punto di vista scientifico e dal punto di vista dell’accesso i cambiamenti si susseguono veloci, sia in termini di nuovi approcci terapeutici sia di disponibilità per i pazienti. A questa attualità bisogna però affiancare un modello che garantisca anche la sostenibilità. Ne abbiamo parlato con Ilaria Ciancaleoni Bartoli, Direttore dell’Osservatorio Malattie Rare (OMAR).

In questo contesto la mancanza di aggiornamento dei Livelli essenziali di assistenza (LEA) costituisce una criticità importante per le malattie rare e per le malattie croniche, come ad esempio la psoriasi pustolosa generalizzata (GPP). L’aggiornamento dei LEA è fondamentale per ottenere non solo le terapie ma, in regime di esenzione, una serie di prestazioni di diagnostica, di riabilitazione o di supporto psicologico.

Le malattie rare sono il regno della complessità, e per questo le persone hanno bisogno non solo di diagnosi e terapia ma di un percorso completo, per il quale è necessario coinvolgere tutti gli attori del sistema. In quest’ottica è stato recentemente diffuso un Manifesto sulle sfide organizzative e le prospettive future della GPP, costruito insieme ai clinici e alle associazioni di pazienti, che sottolinea l’importanza dei registri di patologia, della presa in carico anche psicologica e di avere dei percorsi chiari.

COP28: per la prima volta la salute entra nell’agenda della Conferenza sul clima

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La COP28, la Conferenza delle Nazioni Unite sui cambiamenti climatici, si è tenuta quest’anno a Dubai, negli Emirati Arabi Uniti, dal 30 novembre al 12 dicembre 2023.

I grandi della terra si sono riuniti per fare il punto della situazione e valutare i progressi dopo l’Accordo di Parigi e il “Global Stocktake” (GST), il primo resoconto dell’impatto delle azioni per il clima adottate dai Paesi membri dell’United Nations Framework Convention on Climate Change (UNFCCC).

COP28 si è chiusa a Dubai con l’intento di ridurre i combustibili fossili entro il 2050

L’emergenza clima è sempre più pressante e servono risposte tempestive e concrete agli effetti del cambiamento climatico. Gli scienziati di tutto il mondo quasi all’unanimità evidenziano da anni, e ora con forza sempre maggiore, l’urgenza di attuare politiche più forti e concrete rispetto a quelle adottate fino ad oggi per mantenere l’innalzamento della temperatura globale entro 1,5°C.

Cosa si è deciso

L’accordo scaturito dalla Conferenza dispone la “transizione dai combustibili fossili” per raggiungere le emissioni zero nel 2050 e rafforzare l’azione sul clima per contenere l’aumento della temperatura e non superare il limite di un grado e mezzo della temperatura media rispetto ai livelli preindustriali. Nel testo però manca l’espressione “eliminazione graduale”, richiesta dalla grande maggioranza dei Paesi e alla quale si era opposto un piccolo fronte guidato dall’Arabia Saudita. Non è chiaro quindi se entro il 2050 le nazioni dovranno aver abbandonato del tutto la loro dipendenza dall’energia fossile. Per gli ambientalisti e gli esperti, il termine “transition away” è ambiguo e soggetto a interpretazione.

In una nota di Legambiente il presidente nazionale Stefano Ciafani, sottolinea che “è solo un timido passo avanti su cui, però, ora i Paesi devono dimostrare azioni decise, senza più tentennamenti o inspiegabili rinvii, perché il tempo incalza e la crisi climatica avanza ad un ritmo sempre più veloce”.

Deboli, invece, tre elementi dell’accordo, secondo l’associazione ambientalista, legati al “ricorso alle tecnologie d’abbattimento di emissioni di anidride carbonica e all’utilizzo di fonti fossili come combustibili di transizione per garantire la sicurezza energetica. È inoltre mancato un serio impegno per la finanza climatica indispensabile per aiutare i Paesi più poveri e vulnerabili ad accelerare la fuoriuscita dalle fossili”.

Roberto De Vogli, Professore Associato in Salute globale e psicologia del potere (Global Health & Psychology of Power) dell’Università di Padova, ha dichiarato a TrendSanità: “Aver messo per iscritto per la prima volta che si andrà verso una transizione in cui i combustibili fossili non ci saranno più è comunque un evento storico. Che poi sia stato detto a Dubai è un valore aggiunto. È solo una frase, però c’è. L’attivismo, le proteste e la scienza stanno facendo la differenza. Il punto è che dopo i grandi applausi, dopo la massiccia presenza anche dei lobbisti dell’industria fossile, mi chiedo se queste conferenze riescano davvero a produrre vantaggi, oltre allo svantaggio della CO2 emessa per i viaggi aerei necessari a raggiungere Dubai. Perché tra le parole, messe nero su bianco, e un piano d’azione concreto c’è un abisso e mi pare che non ci siano le condizioni affinché questo obiettivo, anzi questa aspirazione, del 2050 si concretizzi. Avevano tutti gli occhi del mondo addosso e non volevano mostrare un fallimento totale, quindi hanno infilato questa frase all’ultimo momento. A me sembra però sia un’operazione di facciata, perché manca il come, le indicazioni concrete.

La civiltà moderna così com’è, se segue il modello business as usual, è destinata al collasso

Nafeez Ahmed, analista politico e attivista per i diritti umani, direttore dell’Institute for Policy Research & Development, afferma da tempo che la civiltà moderna così com’è, se segue il modello business as usual, è destinata al collasso. A COP28 dice una cosa importante: dichiarare di voler eliminare i combustibili fossili senza spiegare come sostituirli ha poco senso. Serve una pianificazione accurata e una timeline. Ci sono poi gli interessi nazionali di 198 governi, di cui 98 sono produttori di petrolio e metà dei quali sono Paesi in via di sviluppo. Chiedere alle nazioni che producono combustili fossili di abbandonare questo business non è realistico. Ci vogliono accordi globali per la sostituzione dei fossili, con investimenti massivi sull’energia più pulita e un cambio di rotta dell’economia”.

COP28 e salute, il primo Health Day

Approvata da più di 120 paesi, la “Dichiarazione UAE su clima e salute” è il primo atto che riconosce il crescente impatto dei cambiamenti climatici sulla salute e la necessità che i governi proteggano le comunità e preparino i sistemi sanitari a fronteggiare conseguenze come il caldo estremo, l’inquinamento atmosferico e le malattie infettive.

Nonostante l’importanza storica della dichiarazione su clima e salute, che sancisce l’impegno politico dei governi di introdurre il tema della salute nella propria agenda climatica, non è indicato il ruolo dei combustibili fossili nei fenomeni climatici che tanto gravano sulla salute delle persone (tra cui ondate di calore, inquinamento dell’aria, siccità, eventi meteorologici estremi e la diffusione delle malattie infettive).

Il primo Health Day alla COP28 ha dato visibilità alla resilienza e sostenibilità dei sistemi sanitari, alle comunità vulnerabili e alla necessità di finanziamenti

Il primo Health Day alla COP28 resta comunque un momento storico, che dà visibilità a temi cruciali come la resilienza dei sistemi sanitari e la loro sostenibilità, il coinvolgimento delle comunità vulnerabili e la necessità di finanziamenti.

Tuttavia, è fondamentale che l’impegno politico si traduca in azione, facendo entrare da subito la salute nei processi negoziali.

Siamo in netto ritardo, dicono gli scienziati

Secondo gli autori del rapporto 2023 di Lancet Countdown su salute e clima siamo già in netto ritardo nell’affrontare la riduzione delle emissioni, un vero atto di negligenza, non solo da parte dei governi ma anche della comunità sanitaria internazionale che dovrebbe guidare la richiesta dell’intervento più importante, cioè l’eliminazione graduale dei combustibili fossili, per garantire che i rischi crescenti sulla salute umana non superino la capacità dei sistemi sanitari di rispondervi.

All’attuale 1,14°C di riscaldamento medio rispetto all’epoca preindustriale, i decessi legati al caldo tra le persone di età superiore ai 65 anni sono aumentati dell’85% dagli anni ’90, il doppio del livello previsto se le temperature non fossero cambiate, ci dicono gli scienziati di Lancet. La maggiore frequenza di ondate di caldo e siccità dal 1981 al 2010 ha comportato per 127 milioni di persone un’insicurezza alimentare moderata o grave. Inoltre, il clima sta diventando un elemento basilare nella trasmissione di molte malattie infettive, aumentando i rischi di epidemie e pandemie.

Il clima sta diventando un elemento basilare nella trasmissione di molte malattie infettive, aumentando i rischi di epidemie e pandemie

Questi aspetti sociali e sanitari hanno anche implicazioni economiche. Nel 2022, l’esposizione al caldo estremo ha portato alla perdita del 41% in più di ore potenziali di lavoro rispetto agli anni ’90, con perdite di reddito che salgono al 6% del prodotto interno lordo nei Paesi classificati con un indice di sviluppo umano “basso”. Tali perdite minano i mezzi di sussistenza, il benessere e le condizioni socioeconomiche che definiscono anche la salute delle persone, colpendo l’intera economia.

Con un riscaldamento di 1,14°C, la maggior parte dei Paesi non è riuscita ad adattarsi efficacemente ai cambiamenti climatici e le popolazioni affrontano i danni senza protezione. Sebbene i Paesi più svantaggiati del mondo e quelli che hanno contribuito meno alle emissioni globali dei gas serra siano i più colpiti, nessuna nazione è immune dalle crescenti minacce del cambiamento climatico.

Per De Voglisi confonde la salute con la sanità, pensando che siano i sistemi sanitari a essere in sofferenza. Sarà, invece, la salute globale in sofferenza, perché gli eventi estremi stanno aumentando in maniera esponenziale. L’idea di restare sotto l’1,5 di incremento delle temperature ormai è una pia illusione più che un obiettivo. Non c’è alcuna azione decisiva per impedirlo. I momenti storici in cui c’è stata una riduzione di CO2 negli ultimi 50 anni sono state le crisi economiche e il Covid, quindi il messaggio è chiaro. Occorre ripensare l’economia e abbandonare il negazionismo climatico ed economico. Perché le regole del profitto, della crescita economica infinita e dei mercati che si autoregolano sono le principali nemiche alla lotta per salvare il pianeta.

Occorre ripensare l’economia e abbandonare il negazionismo climatico ed economico

Possiamo prendercela con le banche, con l’industria dei fossili e con i Paesi che li producono, ma in realtà stanno facendo ciò che in un sistema capitalistico fanno tutti: migliorare il proprio status, il proprio reddito e la carriera, sia a livello individuale che mondiale, con buna pace del clima. O si pongono regole vigorose in economia e si cambia stile di vita, tutti insieme ovviamente, oppure è tutto inutile. Non si è capita la gravità del problema. I dati sono terrificanti e nelle pubblicazioni scientifiche appare la frase claimed endgame, fine dei giochi, una cosa che non si era mai vista. La scienza ha compreso quindi la gravità del problema, il mondo politico ed economico sembra, invece, vivere in una realtà parallela.

Le stesse nuove pandemie che arriveranno assumono un contorno relativo rispetto alle catastrofi naturali, con massive migrazioni climatiche di centinaia di migliaia di persone o di morti a causa del clima. Ma gli eventi più disastrosi ci saranno quando i cambiamenti climatici impatteranno sul sistema del cibo e dell’acqua e la risposta dei governi, dell’homo sapiens, sarà una sola, il conflitto”.

Clima e mondo del lavoro: la tecnologia può aiutare

Giovanna Tranfo, Direttrice Dipartimento di Medicina, Epidemiologia, Igiene del Lavoro e Ambientale presso INAIL, così commenta a TrendSanità: “La realtà è sempre molto complessa e non è possibile indicare una soluzione unica e benché l’obiettivo della tutela della salute e sicurezza dei lavoratori sia condiviso, le soluzioni possono essere onerose per i datori di lavoro. Si parla di One Health, di economia circolare, poiché quello che facciamo in un punto del mondo ha ripercussioni in un altro e sicuramente non possiamo chiudere gli occhi davanti ai cambiamenti climatici, ma trovare un equilibrio fra tanti interessi contrastanti. Non è facile e non esiste un’unica strada. INAIL da più di 13 anni si è trasformato in un ente la cui mission è principalmente la prevenzione e non solo l’indennizzo.

Prendiamo in considerazione tutti i rischi che sono previsti nel decreto 81 e anche quelli emergenti. Oggi gli ambienti di lavoro sono diventati anche ambienti di vita e viceversa, in cui l’obiettivo non è più solo la tutela ma la promozione della salute, la cosiddetta total worker health, perché la salute è unica e dipende anche dalla salute del pianeta. Ogni cosa che facciamo ha un impatto sull’ambiente, sull’aria che respiriamo, sull’acqua che beviamo, sui cibi che mangiamo e quindi ha un impatto anche sulla nostra salute sia come cittadini, sia come lavoratori. Chiaramente alcuni ambienti di lavoro risentono più di altri dei cambiamenti climatici, pensiamo solo all’agricoltura.

Oggi gli ambienti di lavoro sono diventati anche ambienti di vita e viceversa, in cui l’obiettivo non è più solo la tutela ma la promozione della salute

INAIL sta portando avanti un progetto insieme al CNR e ad altri partner chiamato Worklimate in cui si esaminano gli infortuni e le malattie professionali da un punto di vista statistico. Si è notato che c’è un’associazione fra gli infortuni sul lavoro e le temperature ambientali. Si è visto cioè che le temperature elevate in ambienti di lavoro come in agricoltura e nell’edilizia sono correlate agli infortuni, sia perché la temperatura ha un effetto diretto sulla persona, quindi il malore, il colpo di caldo, lo svenimento, sia perché quando si lavora in un ambiente che presenta dei rischi, l’alta temperatura crea un discomfort, riduce l’attenzione e la percezione del rischio. Sono state create quindi delle mappe di previsione climatica per le temperature molto accurate. Ciò consente al datore di lavoro di bloccare le attività per quel giorno se si superano i 35°.

Abbiamo anche sperimentato degli indumenti speciali “ventilati” e che registrano la temperatura o il battito cardiaco per avvisare di un possibile malore. È tutto ancora sperimentale e per passare a una produzione industriale occorre capire il costo. Diciamo però che la ricerca va avanti per trovare delle soluzioni tecnologiche. La tecnologia può aiutare a trovare delle soluzioni, anche se non risolvono completamente il problema.

Le temperature elevate in ambienti di lavoro dell’agricoltura e dell’edilizia sono correlate agli infortuni

Anche per l’utilizzo dei pesticidi, perché in agricoltura i cambiamenti climatici causano un aumento degli insetti e dei parassiti provenienti da altre zone che prima da noi non sopravvivevano per le temperature troppo basse. Ora invece si diffondono. Serve quindi intervenire contro questi parassiti ma anche tutelare i lavoratori agricoli e i consumatori. Sono nuove sfide che dobbiamo affrontare. Un aumento dell’uso di antiparassitari oppure la nascita di nuove molecole più aggressive? Entrambe, ma fortunatamente in Italia e in Europa c’è una legislazione sui prodotti chimici e sugli antiparassitari estremamente attenta”.

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Fratture da fragilità: il modello di percorso Fracture Liaison Services (FLS) migliora la presa in carico e la gestione dei pazienti

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Fratture da fragilità: un problema crescente di salute pubblica in Italia

Le fratture da fragilità sono causate da forze meccaniche che normalmente non provocherebbero una frattura, quantificate dall’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS) come forze equivalenti a una caduta dalla propria altezza o da altezza inferiore [NICE Clinical Guidelines, 2017]. Esse rappresentano un crescente problema di salute pubblica, con un impatto significativo sia sulla salute dei cittadini che sul budget sanitario del Paese. Come riportato dall’International Osteoporosis Foundation (IOF), si stima che nel 2019 si siano verificate in Italia 568.000 fratture da fragilità, con una stima di incremento del 23,4% al 2034 [IOF SCOPE ‘21].

Le fratture da fragilità sono causa di mortalità in 105 casi ogni 100.000 persone ogni anno [IOF SCOPE ‘21] e hanno un impatto considerevole sulla mobilità e qualità della vita dei pazienti: un anno dopo una frattura di femore, il 40% dei pazienti non è ancora in grado di camminare autonomamente e l’80% deve affrontare limitazioni nelle attività della vita quotidiana, come guidare e andare a fare la spesa [IOF, 2018].

Impatto economico

L’Italia è il secondo Paese europeo con il maggior aumento del costo totale delle fratture da fragilità tra il 2010 e il 2019 (+€2,4 miliardi rispetto a +€4,8 miliardi della Germania e +€2,1 miliardi della Francia) ed è il quinto in termini di costo più alto pro capite delle stesse [Kanis et al, 2021]. I costi delle fratture osteoporotiche rappresentano il 6% della spesa sanitaria, rispetto alla media del 3,5% calcolata per i Paesi europei e considerando anche Regno Unito e Svizzera [IOF SCOPE ‘21].

Uno studio italiano recente ha stimato che il costo medio annuale di una frattura osteoporotica di femore è di €12.000, di cui €6.550 dovuti all’evento di ospedalizzazione per la frattura e €5.456 sostenuti nei 12 mesi di follow-up. Dei costi di follow-up, fino al 77% sono associati alle successive ospedalizzazioni per tutte le cause [Sciattella et al, 2023].

Gap terapeutico e riduzione dei costi sanitari

Il gap terapeutico dei pazienti affetti da osteoporosi è elevato, soprattutto se si considerano le diverse opzioni terapeutiche sicure ed efficaci, disponibili ormai da anni. Se pensiamo alle sole fratture di fragilità di femore, si arriva quasi a un 90% di pazienti italiani che non riceve alcun trattamento farmacologico nei 6 mesi successivi l’ospedalizzazione per frattura [Sciattella et al, 2023].

Tale dato è allarmante alla luce del rischio di rifrattura a cui i pazienti vanno incontro dopo una frattura da fragilità, che risulta essere cinque volte più alto nell’anno successivo l’evento di frattura e rimane elevato fino a 20 anni dopo [van Geel et al, 2009].

Trattare i pazienti per l’osteoporosi non è importante solo per gli esiti di salute, ma anche per quelli economici del Paese. La terapia farmacologica ha dimostrato di dimezzare i costi sanitari dei pazienti con frattura da fragilità (da €9.289, 85 a €4.428,26) e, in particolare, di ridurre a un terzo i costi associati alle ospedalizzazioni (da €7.801,74 a €2.627,77) [Degli Esposti et al, 2020].

Il Fracture Liaison Service (FLS) come modello di assistenza multidisciplinare

Nell’ambito delle fratture da fragilità, esiste un modello coordinato multidisciplinare di presa in carico e gestione del paziente, riconosciuto a livello internazionale per essere costo-efficace per la riduzione del rischio di rifrattura, denominato Fracture Liaison Service (FLS).

Con questo approccio si implementano programmi diagnostico-terapeutici all’interno delle strutture sanitarie, mirati a ridurre il divario nell’assistenza ai pazienti con fratture osteoporotiche e a migliorare la comunicazione tra i vari professionisti sanitari coinvolti. Il modello FLS promuove la continuità assistenziale, migliora i processi di diagnosi e aumenta l’aderenza al trattamento terapeutico, contribuendo a ridurre il tasso di fratture e i costi di gestione della patologia [IOF, 2018].

Una meta-analisi basata su 159 pubblicazioni scientifiche ha evidenziato come i modelli FLS siano in grado di ridurre il tasso di rifrattura e mortalità, favorendo un aumento del numero di pazienti diagnosticati e trattati, migliorando al contempo l’aderenza al trattamento [Wu et al, 2018].

Sia a livello nazionale che internazionale, sono presenti vari modelli di FLS con differenze nei servizi forniti: da quelli che prevedono l’identificazione e l’informazione dei pazienti senza ulteriori interventi, fino a quelli più completi che includono l’indagine, il trattamento e il monitoraggio dei pazienti, attraverso una presa in carico globale. Questa diversità di strutturazione influenza il livello di impatto sui risultati sanitari [IOF, 2018].

Un risparmio per il Servizio Sanitario Nazionale con i modelli FLS in Italia

Un’analisi economica ha dimostrato che l’introduzione di un modello FLS per tutti i pazienti di età superiore ai 50 anni potrebbe prevenire in Italia ogni anno circa 2.900 rifratture da fragilità, con un risparmio potenziale di 55,7 milioni di euro. Questo sottolinea l’importanza di implementare modelli FLS di alta qualità per ridurre il numero di fratture e dei costi sanitari [IOF, 2018; Borgström et al, 2020].

Nonostante ciò, si stima che solo il 2,8% degli ospedali italiani e lo 0-10% dei medici di base dispongano di un sistema di segnalazione ben definito per i pazienti colpiti da fratture [IOF, 2018].

Il modello ITA POST-FRACTURE CARE MODEL sviluppato a partire dalla best practice dell’Ospedale “La Colletta” di Arenzano

I modelli FLS internazionali si basano su una serie di standard validati che adottano sistemi e criteri di monitoraggio implementativo. Con il Progetto MAX2 è stato possibile individuare gli standard più adeguati da utilizzare all’interno del contesto socio-sanitario italiano, prendendo come riferimento la best practice di modello organizzativo utilizzata presso l’Ospedale “La Colletta” di Arenzano, maturata con il Progetto LICOS (Liguria Contro Osteoporosi). Avviato nel 2018 presso l’ASL 3 Genovese, il Progetto LICOS ha previsto, tra i vari obiettivi, il supporto ai Centri per la strutturazione e l’ottimizzazione del modello FLS.

Partendo dalla best practice dell’Ospedale “La Colletta” è stato possibile impostare un modello FLS adattato alla realtà del nostro Paese, che fosse di riferimento per i Centri italiani, denominato ITA Post-Fracture Care Model [Baricich et al, 2022].

Tale modello è costituito da 9 pilastri (Figura 1), per i quali sono stati identificati gli elementi chiave che caratterizzano ciascuno di essi.

Figura 1. ITA Post-Fracture Care Model

Il valore del modello FLS nell’efficientare il percorso di cura in ambito fratture da fragilità

Il Progetto MAX2 ha permesso di osservare il valore di una coordinazione ottimizzata, standardizzata e multidisciplinare dei processi di percorso di presa in carico e gestione della frattura da fragilità ottenuta con l’applicazione del modello FLS all’interno del Progetto LICOS nell’ASL3 Genovese, in termini di pazienti sottoposti a screening e presi in carico, diagnosticati, avviati al trattamento farmacologico anti-osteoporotico e monitorati con il follow-up.

Per screening si intende la valutazione di una serie di criteri che il paziente deve avere per essere considerato nella presa in carico all’interno del percorso FLS, che nel Progetto LICOS sono stati: frattura di femore da fragilità, età ≥45 anni, aspettativa di vita maggiore di 6 mesi, frattura non secondaria a neoplasia, residenza/domicilio in Regione Liguria e accettazione di adesione al programma.

In riferimento ai Centri “La Colletta” di Arenzano, “Villa Scassi” di Genova e “San Martino” di Genova, nel biennio dall’implementazione dell’FLS (dal 2018 al 2019, periodo precedente l’emergenza sanitaria da COVID-19), è emerso che dopo ricovero per frattura di femore:

  • il numero di pazienti sottoposti a screening e, di seguito, presi in carico per la gestione post-ricovero della frattura da fragilità è aumentato del 40%;
  • il numero di pazienti che hanno completato un iter diagnostico per osteoporosi è aumentato del 50%;
  • il numero di pazienti avviati a un trattamento farmacologico anti-osteoporotico è più che raddoppiato, con un aumento anche dei pazienti che dopo la diagnosi sono stati indirizzati a un trattamento (dal 57% all’80%);
  • il numero di pazienti avviati al follow-up è aumentato del 50%.
Figura 2. Evidenze emerse nel biennio dall’implementazione del modello FLS nei Centri “La Colletta” di Arenzano, “Villa Scassi” di Genova e “San Martino” di Genova

Discussione: perché il modello FLS de “La Colletta” di Arenzano funziona

Gli elementi che valorizzano l’esperienza dell’Ospedale “La Colletta” nell’ambito di cura delle fratture da fragilità e di applicazione del modello FLS sono essenzialmente tre. Innanzitutto, la capillare identificazione dei pazienti fratturati di femore ricoverati in ortopedia con un approccio definito “a pettine fitto”, che individua i pazienti da inserire nel percorso FLS attraverso due step fondamentali: nel primo step ogni singolo paziente ammesso presso l’ortopedia con fratture di femore viene segnalato come candidabile al percorso, sulla base di caratteristiche generali (es. residenza in Regione Liguria) e caratteristiche cliniche; nel secondo step, dopo aver spiegato al paziente in cosa consiste il percorso FLS e la sua importanza, gli viene sottoposta la proposta di adesione. Il percorso non è obbligatorio, ma è un servizio offerto, tutti i pazienti sono liberi di non aderire. Avendo identificato e valutato tutti i pazienti fratturati di femore, aumenta la certezza di ottimizzare l’efficacia anti-fratturativa del percorso.

Il secondo elemento che caratterizza il percorso è la presenza dell’infermiere coordinatore di percorso, il case manager, che gestisce il “traffico” dei pazienti con un sistema “a semafori”. In particolare, il case manager verifica che durante il ricovero ospedaliero il paziente abbia fatto tutti gli accertamenti previsti dal percorso (standardizzati per tutte le ortopedie), organizza quelli eventualmente mancanti al fine di completare l’iter diagnostico ed effettua una iniziale valutazione clinica  che serve a predisporre una linea di lavoro e a identificare criticità socio-sanitarie urgenti che richiedono un intervento tempestivo del medico (ad esempio indirizzando il paziente all’ambulatorio cadute dedicato o attivando i servizi di supporto sociale). In questo modo il paziente viene preso in carico a 360°.

Il terzo elemento è il monitoraggio costante nel tempo coordinato da case manager e medico specialista, con l’obiettivo di garantire che il paziente continui la riabilitazione e il trattamento farmacologico. Il case manager contatta via telefono o e-mail il paziente o il caregiver per verificare che tutto proceda come stabilito, in modo da intercettare nuovamente le eventuali criticità socio-sanitarie sulle quali il medico deve intervenire prontamente. Tale monitoraggio non ha un termine temporale, ma viene mantenuto per tutta la vita del paziente, e può essere svolto in modalità da remoto oppure con visita a 6 mesi o 1 anno, a seconda delle necessità. La tipologia di approccio dipende da molti fattori, connessi con il paziente (ad es. luogo di residenza) o con il tipo di terapia o con la gravità del quadro clinico.

Altri due elementi previsti all’interno del percorso de “La Colletta” giocano un ruolo chiave e sono rilevanti in termini clinici. Il primo è l’ambulatorio dedicato alle cadute, unico esempio in Italia, a cui possono essere inviati i pazienti, dopo la presa in carico e opportuna valutazione, per l’avvio alla riabilitazione in palestra e alle terapie fisiche e, terminato il percorso riabilitativo, per l’inserimento in un percorso territoriale denominato AFA (Attività Fisica Adattata). Personale completamente dedicato al percorso “cadute” sono un medico disponibile h12 e 5 giorni su 7, due fisioterapisti, un terapista occupazionale e una podologa, con un servizio ambulatoriale day-hospital e due palestre attrezzate. Molto importante è la figura del podologo, che non esiste in altri percorsi FLS, e rappresenta un ulteriore valore aggiunto per gestire il problema cadute nell’anziano.

L’altro elemento innovativo è la disponibilità di due day-hospital attivi per la presa in carico e la gestione delle terapie che non possono essere effettuate al domicilio. Durante questi day-hospital vengono effettuati anche percorsi di check-up (es. MOC, esami del sangue, visita fisiatrica, visita con altri specialisti, come il podologo o il diabetologo) ogni 6 mesi o 1 anno, a seconda delle necessità.

Rimangono dei punti critici sui quali lavorare, a partire dal rapporto con le cure primarie, che si sta cercando di sviluppare tramite la creazione di gruppi di lavoro condivisi sul territorio per far conoscere il percorso FLS e implementare degli incontri periodici tra Medici di Medicina Generale e specialista ospedaliero per discutere di singoli casi critici. Altro aspetto da migliorare è il sistema informatico che consenta di avere accesso a tutti i dati clinici del paziente, per esempio con l’implementazione di una cartella clinica regionale informatizzata o del fascicolo sanitario elettronico che siano utilizzati da tutti gli attori coinvolti nel percorso e condivisi. Questo consentirebbe di snellire il sistema di monitoraggio da parte del case manager e di avere a disposizione un quadro clinico completo del paziente.

Rispetto ai rigidi modelli FLS anglosassoni e del nord Europa, basati sul concetto “one size fits all”, il valore del modello ITA Post-Fracture Care Model risiede nella capacità di adattamento e di incontrare i bisogni di una realtà come quella italiana. La “creatività” italiana è un elemento vincente che, insieme alla nostra cultura medica, va spesso a compensare i deficit strutturali. Questo percorso è più eterogeneo, rappresentando una virtù in quanto cerca di creare “il vestito giusto” per ogni paziente.

Conclusione

Il modello FLS si è rivelato valido anche nel contesto socio-sanitario italiano, all’interno di una valutazione effettuata con il Progetto MAX2, in termini di quattro indicatori: numero di pazienti sottoposti a screening e presi in carico, numero di pazienti che hanno completato un iter diagnostico, numero di pazienti avviati al trattamento farmacologico anti-osteoporotico e numero di pazienti avviati al follow-up.

Implementare i percorsi di presa in carico e gestione del paziente con frattura da fragilità mediante l’FLS – l’unico modello di percorso di patologia cronica a essere riconosciuto a livello internazionale per essere costo-efficace e con una solida struttura di criteri e indicatori – è essenziale per una cura ottimale dei pazienti, per ridurre il tasso delle ri-fratture e, di conseguenza, i costi sanitari a esse associati. Se si considera l’invecchiamento della popolazione a cui l’Italia sta andando incontro, l’utilizzo di un modello di tale valore diventa fondamentale.

Bibliografia

Presentato all’Istituto Superiore di Sanità il Manuale di valutazione della comunicazione del percorso assistenziale della persona con ictus

L’ictus rappresenta uno dei più importanti problemi sanitari non solo nel nostro Paese, ma in tutti i Paesi industrializzati, sia per dimensioni epidemiologiche che per impatto sociale, economico ed emotivo, perché costituisce una tra le più frequenti cause di mortalità e disabilità. L’assistenza in aree di degenza dedicate, la precoce e completa presa in carico da parte di un team multidisciplinare di operatori esperti, il rapido accesso alla diagnostica per immagini e la precocità di un immediato intervento riabilitativo migliorano la sopravvivenza e, nello stesso tempo, diminuiscono il rischio di disabilità residua.

La comunicazione al paziente e ai familiari deve inserirsi in un lavoro di gruppo all’interno del quale una pluralità di professionisti deve agire in modo qualificato

Le persone colpite da ictus e i loro familiari necessitano di una comunicazione corretta e attenta in tutte le fasi del percorso che comprende un trattamento appropriato sia nella fase acuta che in quella riabilitativa, nonché nella successiva fase di reinserimento sociale – afferma il Prof. Rocco Bellantone, Commissario Straordinario dell’Istituto Superiore di Sanità. La comunicazione con il paziente deve necessariamente comprendere quella con la famiglia in quanto, una volta superata la fase acuta, il peso principale dell’assistenza ricade su di essa e sulle altre figure professionali che accudiscono la persona con ictus, oltre che sulla comunità che deve offrire una rete di servizi di riabilitazione e reinserimento sociale. La comunicazione, quindi, deve inserirsi in un lavoro di gruppo all’interno del quale una pluralità di professionisti deve agire in modo qualificato, condividendo la consapevolezza che nel processo assistenziale il loro operato sia integrato con quello degli altri colleghi”.

Da qui è nata l’esigenza di analizzare gli aspetti e i problemi comunicativi, psicologici, etici e pratici nel rapporto tra operatori sanitari, persone colpite da ictus e loro caregiver, realizzando uno strumento di lavoro in grado di migliorare le capacità di interazione e relazionali degli operatori nell’assistenza di chi è colpito da questa patologia e dei suoi familiari e caregiver.

Il “Manuale di valutazione della comunicazione del percorso assistenziale della persona con ictus” dell’Istituto Superiore di Sanità è stato realizzato grazie alla costituzione di un gruppo di lavoro multiprofessionale composto da esperti che operano nelle Unità Neurovascolari e nelle altre strutture pubbliche e private che si occupano di ictus ed è destinato all’autovalutazione della comunicazione che le équipe sanitarie attuano nel percorso assistenziale della persona con ictus.

Instaurare una relazione efficace basata anche su una corretta comunicazione costituisce uno degli elementi fondamentali nel rapporto tra medico, persona colpita da ictus e suoi familiari

“Per la nostra Associazione è stato un onore essere coinvolta attivamente in questo progetto, abbiamo contribuito con il coinvolgimento di diversi membri del nostro Comitato Tecnico-Scientifico e di alcuni Presidenti Regionali, oltre ad aver testato tutte le check-list con operatori sanitari di Abruzzo e Liguria. Instaurare una relazione efficace basata anche su una corretta comunicazione costituisce uno degli elementi fondamentali nel rapporto tra medico, persona colpita da ictus e suoi familiari – dichiara Andrea Vianello, Presidente di A.L.I.Ce. Italia Odv (Associazione per la Lotta all’Ictus Cerebrale). La comunicazione ricevuta deve essere chiara, rispondente alla realtà e ben compresa e dovrebbe tener conto dei vari contesti sociali e culturali di appartenenza. La comunicazione, che deve essere considerata un momento fondamentale della cura, valorizza il ruolo centrale della persona che si assiste ed enfatizza l’importanza della sua consapevolezza e di quella dei suoi familiari”.

Il documento presentato è suddiviso in 28 check-list relative a tematiche fondamentali della comunicazione e all’ambiente organizzativo in cui si realizza la comunicazione e che riguarda tutte le fasi del processo, ad iniziare dall’arrivo nella struttura sanitaria fino alla reintegrazione nel tessuto sociale e, quando possibile, lavorativo. Ogni check-list è introdotta da uno scopo (i risultati della comunicazione) e presenta una serie di criteri specifici. Per ciascuno di questi, il professionista dovrà esprimere la propria valutazione (Sì/No). Nelle check-list si prendono in esame le aree comunicative che affrontano le persone con ictus nelle diverse fasi della malattia. L’autovalutazione dovrebbe auspicabilmente essere effettuata in un lavoro d’équipe da tutto il personale che compone un’unità operativa e comprendere sia i singoli criteri che una dimensione complessiva. Se applicato correttamente, questo Manuale può contribuire ad aumentare la tempestività dell’intervento e a migliorare la qualità dell’assistenza fornita e i relativi esiti.

Il Manuale è destinato all’autovalutazione della comunicazione che le équipe sanitarie attuano nel percorso assistenziale della persona con ictus

Destinato agli operatori delle Unità Neurovascolari (Stroke Unit o Centri Ictus), il Manuale valuta la loro conoscenza in merito ai corretti metodi e alle tecniche comunicative interpersonali con l’obiettivo non solo di perfezionare la comunicazione degli operatori sanitari ma anche di rendere le persone con ictus e le loro famiglie maggiormente consapevoli del percorso del processo assistenziale; delle loro capacità di gestire la situazione e di rivolgersi e utilizzare i servizi sanitari; di comprendere quanto accade nell’organismo per limitare i danni somatici e psichici della patologia e, infine, di accettare la malattia con una maggiore consapevolezza, per poter affrontare le paure e le aspettative che la nuova e improvvisa situazione di salute comporta.

Gli operatori sanitari sono chiamati a sviluppare competenze specializzate nella comunicazione alternativa, aumentativa, empatica e sensibile

“L’ictus è una patologia acuta che richiede un’assistenza tempestiva e appropriata, ma è altrettanto importante considerare l’impatto emotivo che questa condizione può avere su chi ne è stato colpito e sull’intero nucleo familiare – conclude il Prof. Mauro Silvestrini, Presidente dell’Italian Stroke Association ISA-IIA. Questa modalità di comunicazione è fondamentale per il processo di guarigione e di recupero. Gli operatori sanitari devono essere in grado di rapportarsi in modo chiaro ed efficace con i propri assistiti, di ascoltarli attentamente e di rispondere alle loro domande e preoccupazioni. Alcuni possono anche manifestare difficoltà nell’esprimersi o nel comprendere il linguaggio parlato a causa dei deficit neurologici derivanti dall’ictus stesso. E’ dunque fondamentale che gli operatori sanitari sviluppino competenze specializzate nella comunicazione alternativa e aumentativa (conoscenze che migliorano la comunicazione con Persone con bisogni comunicativi complessi). Un altro aspetto cruciale è la comunicazione empatica e sensibile che consente agli operatori sanitari di comprendere e riconoscere le sfide e le emozioni che le persone con ictus e i loro familiari possono sperimentare durante il percorso di cura”.

Per scaricare il Manuale cliccare qui

Nocco (AIIC): «Puntare sull’innovazione tecnologica e sulla formazione»

Puntare sull’innovazione tecnologica della sanità, guidando il cambiamento ed essendone protagonisti anche sotto il profilo organizzativo. È questo il solco entro cui continuerà l’attività dell’Associazione italiana ingegneri clinici (AIIC), con la riconferma alla presidenza dell’ingegner Umberto Nocco, Direttore della Struttura Complessa Ingegneria Clinica della ASST Grande Ospedale Metropolitano Niguarda di Milano.

Nel prossimo triennio a tenere banco sarà l’intelligenza artificiale con tutte le sue applicazioni nel mondo della salute. Parola d’ordine “formazione”, per capire opportunità e rischi di questa rivoluzione tecnologica e poterla sfruttare al meglio per potenziare la sanità.

Consip, in arrivo nuovi dispositivi medici per le strutture sanitarie pubbliche

Si amplia l’offerta Consip S.p.A. di dispositivi sanitari, grazie alla pubblicazione di tre nuove gare – del valore complessivo di oltre 400 milioni di euro – che metteranno a disposizione delle amministrazioni sanitarie rispettivamente 1.560.000 trocar, 258.000 suturatrici meccaniche e 592.000 caricatori (prima iniziativa in assoluto di Consip S.p.A. su questa merceologia) e suture chirurgiche tradizionali.

Le iniziative garantiscono alle strutture sanitarie pubbliche un’offerta ampia e flessibile di dispositivi qualitativamente avanzati, in grado di rispondere ai diversificati fabbisogni degli utenti.

Negli Accordi Quadro è infatti prevista l’adozione del criterio della “scelta clinica”, che consente di affidare la fornitura a qualsiasi operatore economico aggiudicatario in base all’idoneità dei dispositivi offerti rispetto alle esigenze specifiche del paziente o alla tipologia di intervento chirurgico da eseguire.

Contributo fondamentale allo sviluppo delle iniziative è stato fornito dalle Società Scientifiche di riferimento: Associazione Chirurghi degli Ospedali Italiani (ACOI) e Società Italiana di Chirurgia (SIC), con le quali Consip S.p.A. ha recentemente rinnovato i suoi accordi di collaborazione, che hanno fornito supporto nella definizione di tutti gli aspetti tecnici e clinici legati ai dispositivi oggetto delle iniziative.

Come per le altre gare del settore sanitario, le commissioni giudicatrici saranno composte da medici esperti del settore, per garantire la più ampia attenzione alle esigenze del paziente e alla promozione di innovazione tecnologica e qualità.

A tal proposito, al seguente link: https://www.consip.it/bandi-di-gara/professionisti-esterni, nella sezione “Commissari per gare del settore sanitario”, è disponibile la documentazione relativa al censimento ed è possibile presentare la propria candidatura.

Fisioterapia italiana, un modello internazionale

“Mi auguro che il modello di questo Congresso FNOFI, che ha fatto convivere dialogo istituzionale, presenza della componente accademica, riflessione sulla professione all’interno dei mutamenti e condivisione delle più avanzate esperienze scientifiche, possa diventare un modello condiviso in tutta la comunità internazionale della fisioterapia”. L’ha affermato Mike Landry, Presidente della World Physiotherapy, nella sessione conclusiva del primo Congresso Nazionale FNOFI, tenutosi nei giorni scorsi a Roma sul tema Nuovi paradigmi di Salute: fisioterapisti, bisogni, cittadini e SSN.

Oltre trecento rappresentanti della professione e degli Ordini territoriali dei Fisioterapisti si sono confrontati per tre giorni sul “cambiamento di paradigma” necessario al SSN per entrare in una fase di sanità di prossimità in grado di assumere i nuovi bisogni di salute che emergono in un Paese che invecchia sempre di più e che diviene soggetto alla pressione delle cronicità diffuse.

Un cambiamento che Melania Salina, vicepresidente della FNOFI e presidente del Congresso, ha sintetizzato con questa immagine: “Tutto il sistema sanitario sta cambiando e questo impone anche a noi fisioterapisti di uscire dalla nostra comfort zone, per entrare in una fase in cui ci è chiesto di non occuparci solo di riabilitazione, ma anche di adeguare la nostra offerta professionale al crescente bisogno di salute in termini di prevenzione e cura dei disturbi del movimento dovuti all’invecchiamento e ai dismetabolismi”.

Proprio questa necessità di cambiamento e dell’indispensabile dialogo tra le professioni è stata al centro del dialogo tra i rappresentanti degli ordini professionali della sanità, con gli interventi di Filippo Anelli (FNOMCEO), Andrea Mandelli (FOFI), Nicola Draoli (FNOPI), Silvia Vaccari (FNOPO), Teresa Calandra (FNO TSRM), David Lazzari (CNOP) e Mirella Silvani (CNOAS), oltre che di Piero Ferrante (FNOFI). La tavola rotonda, a cui hanno partecipato anche Lorena Martini (AGENAS) e Tiziana Frittelli (Federsanità) ha messo a fuoco una necessità condivisa: concretizzare una nuova forma di collaborazione di sistema anche alla luce delle indicazioni del DM77, che abbandoni vecchie logiche di attività e responsabilità a compartimenti stagni, e che comprenda anche percorsi formativi comuni, pur nell’ovvia distinzione di competenze.

Il Congresso, si è concluso con le parole dei rappresentanti delle società scientifiche della fisioterapia (Simone Cecchetto, AIFI; Matteo Paci, SIF; Andrea Lanza, ARIR) che hanno sottolineato l’importanza di questo primo Congresso nazionale che ha messo in comune lo sviluppo della professione in termini di scienza e di ricerca, e che spinge tutta la professione verso la capacità di misurare gli esiti delle sue performance.

La conclusione dell’evento – che si era aperto con gli interventi inaugurali del sottosegretario Marcello Gemmato e dell’onorevole Luciano Ciocchetti – è nelle parole di Piero Ferrante, presidente FNOFI: “In questi giorni abbiamo rivisitato ed in un certo senso rifondato la nostra professione. Oltre settanta relazioni e altrettanti speakers ci hanno aiutato a riflettere sul nostro presente professionale e ci hanno permesso di identificare un percorso futuro sempre più preciso e sfidante, perché la fisioterapia può essere un centro propulsore del sistema delle cure. Siamo una professione dinamica, competente, presente in tutti i luoghi di vita, in continuo aggiornamento, e che per sua natura è portata a ragionare già oggi in termini di prossimità e di presa in carico immediata dei pazienti. Mettere a disposizione di tutti i cittadini queste caratteristiche che distinguono gli oltre 71mila fisioterapisti italiani è il compito che FNOFI si prende in carico già da oggi”.

Nursing Up, in Germania gli infermieri italiani sono valorizzati

Tra 300 e 500 infermieri ogni anno lasciano la nostra sanità per quella tedesca. In 4mila dal 2013 a oggi sono approdati in città come Stoccarda, Berlino e Monaco. Oltre la metà non fa più ritorno nel nostro Paese. La sanità pubblica tedesca da anni seleziona e sceglie i nostri infermieri, considerati in assoluto l’eccellenza europea.
Sono questi alcuni dei dati emersi dall’inchiesta esclusiva di Nursing Up su come vivono gli infermieri italiani in Germania.

La Germania è il primo Paese in assoluto che assume professionisti di casa nostra. I numeri e i dati dell’indagine Nursing Up arrivano dal progetto “Germitalia”, collegato con il Ministero della Salute pubblica tedesca. Germitalia opera per conto della Internationaler Bund, uno dei maggiori enti di formazione-lavoro tedesco.

L’inchiesta porta alla luce quella che si può definire come una “nuova emigrazione” legata proprio al filone dei professionisti della sanità. “I responsabili di Germitalia ci hanno raccontato per filo e per segno come vive oggi un giovane professionista italiano assunto dalla sanità pubblica tedesca, che presenta una carenza di infermieri che nel 2035 potrebbe superare le 200mila unità – spiega in una nota Antonio De Palma, Presidente nazionale Nursing Up – La campagna di reclutamento di professionisti europei è quindi una costante, e al primo posto nelle selezioni ci sono i nostri professionisti, il cui percorso di studi è considerato di gran lunga superiore a quello di un infermiere tedesco. Anche altri Paesi europei vivono la piaga della carenza di personale, con l’unica grande differenza che gli ospedali tedeschi sono perle di organizzazione e di rinnovamento strutturale e che gli stipendi degli infermieri sono ben altra cosa rispetto ai nostri“.

Dopo aver superato la selezione di assunzione l’infermiere italiano viene proiettato in percorsi di full immersion linguistici che durano 4-5 mesi. Prima di tutto il professionista deve arrivare a una conoscenza reale del tedesco, con un livello base di tedesco B1, indispensabile per lavorare. Solo così il professionista potrà iniziare a stare a contatto con i pazienti: “Quasi tutti ce la fanno, perché vengono messi nella condizione di farlo con corsi intensivi di 8 ore al giorno – prosegue De Palma – Raggiunto poi il livello linguistico successivo, il B2, si ottiene uno stipendio base di 2.300 euro netti, escluse premialità e straordinari“.

In Regioni come il Baden-Wurttemberg, intorno alla capitale Stoccarda, si contano circa 15 grandi ospedali con enorme presenza di infermieri italiani. Il costo della vita non è altissimo, non certo più alto di città come Milano o Roma, prosegue il comunicato di Nursing Up. I contratti di assunzione sono gestiti direttamente dalle aziende sanitarie tedesche, che mettono a disposizione anche monolocali convenzionati, arredati di tutto, a 500 euro mensili comprensivi di utenze. “Ci pare chiaro, quindi, che l’infermiere italiano che oggi lavora ad esempio negli ospedali pubblici intorno a Stoccarda, non vive certo una condizione di disagio economico. Nei primi mesi il programma Germitalia sostiene i nostri giovani in tutto: fino all’assunzione con primo contratto intermedio (legato al raggiungimento del livello base di tedesco, ovvero B1), per arrivare a quello di massima responsabilità (livello tedesco B2), i nostri professionisti hanno anche un supporto di alloggio gratuito e il corso di lingua è totalmente a spese della sanità tedesca, che non ha nessuna intenzione di lasciarsi scappare l’infermiere italiano, quindi oltre il 90% supera gli iter linguistici perché è stato selezionato per far parte del sistema e per essere messo nella migliore condizione possibile per lavorare ed essere da subito di supporto ai pazienti”.

“Ci pare evidente – osserva De Palma – che esiste oggi un abisso di differenza con quanto accade in Italia, come ad esempio di recente in Lombardia, dove nelle province di Varese e Como sono arrivati giovani infermieri sudamericani. Ci risulta che la maggior parte di essi siano totalmente a digiuno di italiano ma che presto cominceranno a lavorare, e che non esisterebbe un programma ufficiale di formazione linguistica previsto dalla Regione. Peruviani, colombiani, argentini starebbero provvedendo, ci raccontano i cronisti locali, in modo autonomo e con diverse modalità, per imparare la nostra lingua, anche se dallo spagnolo è certamente più semplice arrivare all’italiano, rispetto ad imparare un tedesco da zero. Ma nel frattempo ci risulta che alcuni di loro hanno già cominciato a lavorare tra sanità pubblica e privata lombarda. In Germania, invece, il percorso di lingua tedesca per i nostri infermieri è direttamente gestito da professionisti madrelingua. Nessun professionista italiano sarà mai gettato allo sbaraglio per tappare le falle della carenza di personale, perché senza le dovute conoscenze linguistiche diventa impossibile costruire un rapporto con i pazienti e con il resto dello staff sanitario. Oltre naturalmente alle retribuzioni economiche, di fatto molto lontane dalle nostre”, conclude De Palma.

Vito Trojano è il nuovo Presidente nazionale della Federazione Italiana di Ginecologia e Ostetricia

Il Professor Vito Trojano è stato eletto, durante l’assemblea nazionale del 98° congresso Sigo svoltosi a Milano dal 13 al 16 dicembre 2023, come 34° Presidente nazionale della Federazione Italiana di Ginecologia ed Ostetricia (SIGO), che raccoglie e coordina da 141 anni oltre alle tre federate (AOGOI, AGUI, AGITE) tutte le società scientifiche del settore rappresentando la ostetricia e la ginecologia italiana a livello Internazionale.

Barese, allievo del Prof. Silvio Bettocchi e del Prof. Giorgio Cagnazzo, già Direttore del Dipartimento Donna e dell’UOC di Ginecologia e Prevenzione Oncologica dell’IRCCS Istituto Tumori di Bari, già consulente per il settore ostetrico – ginecologico dell’ISS e past president dell’AOGOI (l’Associazione Ostetrici Ginecologi Ospedalieri  Italiani), è attualmente componente di alcune commissioni sia del Ministero della Salute che dell’AGENAS, oltre a far parte del Comitato Scientifico Nazionale della Fondazione Italia in Salute per quanto riguarda l’aggiornamento della legge sulla Responsabilità Professionale.

“L’impegno di questa grande squadra che compone la Federazione Sigo – dichiara Trojano – oggi deve essere rivolto soprattutto a un dialogo maggiore con le istituzioni a livello nazionale e regionale per una sanità sempre più avanzata scientificamente e tecnologicamente e maggiormente “umanizzata”, vicina alle esigenze degli utenti a partire dal territorio sino agli ospedali di riferimento, offrendo alle donne un più facile accesso alla corretta informazione in sanità e migliorando al massimo, con esse e con le associazioni di pazienti, i processi comunicativi“.

“Il miglioramento del DM 79 – continua Trojano – sull’organizzazione della rete ospedaliera-territoriale e sul management clinico-formativo e tecnologico delle aziende del SSN, il corretto utilizzo dell’intelligenza artificiale e della terapia genica, il fascicolo sanitario elettronico, la rivisitazione delle tabelle dei DRG, la stesura di nuove ed aggiornate linee guida da fornire al Ministero della Salute, le scuole di specializzazione e la nuova rete formativa, la Rete Oncologica con l’individuazione dei centri di rifermento integrati e dialoganti con l’organizzazione territoriale, le problematiche del Materno-infantile per una gravidanza sempre più consapevole ed informata, la PMA con le grandi problematiche relative alla “Crescente Denatalità”, l’ultimo e molto importante decreto attuativo sulle assicurazioni e sui tetti di risarcimento dei contenziosi in sanità, in corso di approvazione governativa, riguardante la Legge Gelli-Bianco sulla Responsabilità Professionale in Sanità, sono solo alcuni degli obbiettivi su cui la Federazione SIGO è attualmente impegnata e sta cercando di portare a termine per rendere il nostro settore scientifico-disciplinare sempre più competitivo a livello internazionale e sempre più attrattivo per i nostri giovani medici, verso cui deve essere rivolta una attenzione particolare”.