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In Italia mancano le terapie intensive pediatriche e i bambini subiscono le disuguaglianze territoriali

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In Italia abbiamo un problema con le terapie intensive pediatriche: i posti letto sono pochi e mal distribuiti, con enormi differenze a livello regionale.

In base alle indicazioni europee, dovrebbe esserci un posto ogni 20-30 mila minorenni. In Italia ne abbiamo uno ogni 35.856 bambini e adolescenti. In numeri assoluti, 273 per una platea di oltre 9,7 milioni di persone. Ne mancano oltre 200, il 44,4%. Per rispettare le linee guida, infatti, l’Italia dovrebbe averne almeno 482.

E il numero di posti letto rappresenta solo una parte del problema: oltre ad aumentare la capienza, le terapie intensive pediatriche dovrebbero essere abitate da personale sanitario formato, soprattutto da anestesisti rianimatori pediatrici.

“C’è una solida letteratura scientifica che mostra come gli esiti di salute siano migliori quando i bambini sono ricoverati in un ambiente specialistico pediatrico – sottolinea Luigi Orfeo, presidente della Società Italiana di Neonatologia (SIN) – E poi c’è l’aspetto psicologico: essere ricoverato con adulti che hanno avuto un incidente stradale o hanno qualcos’altro di grave può impattare negativamente sulla psiche dei più piccoli”.

Le terapie intensive allargate

Un gruppo di esperti italiani ha recentemente scritto una lettera a Lancet in cui denuncia lo stato delle terapie intensive pediatriche italiane.

Gli autori sottolineano come le terapie intensive, sia quelle per adulti sia quelle per bambini, non dovrebbero mai essere riempite oltre l’85% della loro capienza. Solo in questo modo, infatti, sarebbero in grado di fronteggiare eventuali emergenze. 

Secondo una stima della Società italiana di Pediatria (SIP), le terapie intensive pediatriche che trattano persone in età pediatrica con un’attività clinica sufficiente, cioè almeno 100 pazienti all’anno, sono appena 26 in tutta Italia.

Secondo la società scientifica, inoltre, le terapie intensive pediatriche rappresentano solo un aspetto di un tema molto più ampio: il diritto dei minorenni a essere curati in reparti dedicati e da personale formato per l’età pediatrica. Oggi invece 1 bambino su 4 viene ricoverato in reparti per adulti, e circa l’85% dei pazienti tra i 15 e i 17 anni è gestito in condizioni di promiscuità con pazienti adulti e anziani e da personale non specializzato nell’assistenza a soggetti in età evolutiva.

“Questo problema non esiste per quanto riguarda la rete delle terapie intensive neonatali – rileva Orfeo – In questo caso abbiamo strutture diffuse in modo capillare sul territorio”. Questo aspetto per il presidente della SIN si deve almeno a due elementi: “Di solito questi reparti sono legati ai punti nascita e sono gestiti da pediatri neonatologi, che quindi hanno un’attenzione particolare verso i neonati”.

Per garantire un ambiente più consono ai piccoli pazienti, nelle aree dove c’è carenza di terapie intensive pediatriche alcune di quelle neonatali (che si occupano di bambini fino a 30 giorni di vita) hanno iniziato a prendere in carico i pazienti pediatrici più grandi, fino a 2-3 anni. “Si parla in questi casi di terapie intensive neonatali allargate, ma la loro organizzazione non è normata in nessun modo”, nota Orfeo, che auspica che il DM70 intervenga in questa situazione.

L’altro aspetto che le società scientifiche hanno chiesto al tavolo per il DM70 è introdurre un codice ministeriale che identifichi le terapie intensive pediatriche e permetta dunque di censirle. “È un problema di natura puramente burocratica, che speriamo che si sblocchi presto”.

Le stime

La Società Italiana di Pediatria riporta che ogni anno in Italia vengono ricoverati in Terapia Intensiva Pediatrica oltre 8.500 bambini. Si tratta di un dato sottostimato, che secondo la società scientifica rappresenta solo il 50% dei bambini critici realmente ricoverati, poiché l’altra metà è assistita in strutture dell’adulto e per la già citata difficoltà di individuare il numero di posti letto di in questi reparti.

Oltre al numero, il problema è la distribuzione territoriale: secondo le stime della SIP, bene il Centro Italia, dove mancano solo 2 posti letto rispetto alle indicazioni europee. Al Nord invece se ne trovano 128 per un fabbisogno di 222 e al Sud ne abbiamo 55 a fronte di una necessità di 168.
Sono 16 le Regioni che hanno meno del 25% dei posti letto necessari.

Ma nemmeno questi numeri rendono giustizia all’eterogeneità regionale: il Centro va bene grazie a tre centri del Lazio, mentre sono 6 le Regioni che non hanno nessuna terapia intensiva pediatrica. Per una volta, la distribuzione è abbastanza uniforme lungo lo Stivale. Parliamo di Valle d’Aosta, Trentino Alto Adige, Umbria, Molise, Basilicata e Sardegna. L’Abruzzo ha inaugurato la sua prima terapia intensiva pediatrica a inizio ottobre.  

La disparità di trattamento

Una recente indagine di SIMEUP, la Società Italiana di Medicina di Emergenza Urgenza Pediatrica, ha evidenziato una disparità di trattamento a livello territoriale.

Il lavoro ha coinvolto 252 ospedali in 16 Regioni (mancano i dati di Piemonte, Lombardia, Sicilia e nelle Province autonome di Bolzano e Trento) e ha mostrato come al Sud e nelle Isole siano disapplicate le linee di indirizzo sul triage ospedaliero che 4 anni fa avevano previsto il passaggio da 4 a 5 colori e spazi per bambini separati da quelli degli adulti. 

Sarebbe necessaria una legge nazionale che preveda l’assistenza pediatrica da 0 a 18 anni in tutto il territorio nazionale

Dall’indagine emerge poi una forte disparità tra il Nord e il Sud e le isole. Sempre al Sud solo il 35% degli ospedali ha attivato le Osservazioni Brevi Pediatriche (OBIP) che riguardano casi in cui il bambino deve essere tenuto in osservazione per breve tempo senza necessità di ricovero.

E ancora: il Mezzogiorno resta penalizzato per presenza di posti letto in Terapia Intensiva Pediatrica. 

Altro aspetto che genera disuguaglianze nel nostro Paese è che solo il 20% dei Pronto Soccorso Pediatrici e dei reparti di Pediatria accoglie ragazzi sino a 18 anni; in molti casi dopo i 14 anni si finisce insieme agli adulti

“Va ribadito che secondo l’Organizzazione Mondiale della Sanità l’età pediatrica va da 0 a 18 anni: è un diritto essere curati dal pediatra fino a 18 anni non solo nel Pronto Soccorso, ma in tutte le situazioni – afferma la presidente SIMEUP Stefania Zampogna – Nei Pronto Soccorso, in particolare, giungono adolescenti con patologie croniche che possono riacutizzarsi, o con bisogni speciali, o con più patologie croniche, o pazienti che sono già in terapia perché affetti da problemi di varia natura, per esempio endocrinologica o dermatologica, e per i quali è necessario gestire al meglio la cosiddetta fase di transizione dall’età pediatrica a quella adulta”. 

Le leggi per migliorare la qualità delle cure erogate in emergenza urgenza pediatrica ci sono, ma sono disapplicate

Il pediatra è la figura più adatta per gestire al meglio tutte queste situazioni, essendo specificatamente formato sui bisogni di salute del bambino e dell’adolescente.

“Il fatto di “essere sguarniti” dipende anche dalle scelte delle singole aziende sanitarie: scegliere di prendere in carico i minori solo fino a 14 anni è una questione di visione manageriale, di budget, di  obiettivi, su cui non si può incidere – prosegue Zampogna -. Per questo sarebbe necessaria una legge nazionale che preveda l’assistenza pediatrica da 0 a 18 anni in tutto il territorio nazionale. Ovviamente poi bisogna dotare gli ospedali delle risorse economiche e professionali per farlo”.

Secondo la presidente SIMEUP, “la nostra indagine ci conferma che purtroppo ancora oggi la qualità delle cure erogate e, in taluni casi, persino la sopravvivenza di un bambino che accede in Pronto Soccorso in condizioni critiche, può dipendere dalla Regione in cui si ha la fortuna o la sfortuna di vivere. Ancora oggi, quando si parla di emergenza urgenza, il nostro Paese appare diviso, con differenze che in un decennio non si sono accorciate tra il Nord e il Sud. Quello che lascia davvero perplessi è che gli strumenti legislativi per migliorare la qualità complessiva delle cure erogate in emergenza urgenza pediatrica e per ridurre le disuguaglianze ci sono. Però sono disapplicati”.  

Il riferimento è all’accordo Stato-Regioni 248 del 2017 che avrebbe dovuto aprire la strada al potenziamento dell’emergenza urgenza-pediatrica, e a quello siglato il 1° agosto 2019, che avrebbe dovuto ridisegnare l’organizzazione dei Pronto Soccorso e delle Osservazioni Brevi pediatriche. “A questo punto la domanda va girata al Governo – afferma Zampogna -: cosa intende fare per far sì che queste misure vengano applicate?”

Nicola Barni è il nuovo Presidente di Confindustria Dispositivi Medici

Nicola Barni è il nuovo Presidente di Confindustria Dispositivi Medici. L’assemblea della federazione che rappresenta le imprese che forniscono dispositivi medici ha eletto Barni all’unanimità.

“È un privilegio rappresentare un’industria che crea soluzioni per migliorare l’offerta di cura ai cittadini, un’industria strategica, uno dei settori con la maggiore potenzialità di sviluppo e che contribuisce fortemente all’economia del nostro Paese – ha dichiarato il neopresidente Nicola Barni -. Stiamo attraversando un momento cruciale per i sistemi sanitari europei, e quello italiano in particolare, in cui bisogna rispondere a un fabbisogno di salute che sta cambiando profondamente, mettendo a nudo le fragilità strutturali e le contraddizioni accumulatesi nello scorso decennio.

Con i vicepresidenti, vogliamo ridisegnare la Sanità del futuro, incentivando nuovi modelli di assistenza per garantire la continuità delle cure e riducendo diseguaglianze regionali

Insieme alla squadra di vicepresidenti vogliamo cogliere questa come l’opportunità per contribuire a ridisegnare la Sanità del futuro, incentivando lo sviluppo di nuovi modelli di assistenza sanitaria, che considerino il contributo delle più moderne tecnologie e che garantiscano realmente la continuità delle cure tra ospedale, territorio e domicilio, colmando anche il divario fra le regioni e riducendo quindi le diseguaglianze nell’accesso alle cure. La strada è ancora lunga – ha continuato il Presidente Barni -, ma attraverso una forte collaborazione tra industria e istituzioni e una proposta concreta per una nuova Governance dei dispositivi medici, sono convinto che non ci sia sfida che non possa essere vinta per favorire la sostenibilità del sistema e al tempo stesso valorizzare l’utilizzo delle tecnologie mediche per sostenere ogni percorso di cura del paziente”.

Insieme per disegnare la Sanità del Futuro è il nuovo programma della Presidenza Barni che prevede, tra i punti cardine: superamento del payback e nuova governance dei dispositivi medici; piano di sviluppo e attrattività industriale; esecuzione sostenibile dei nuovi regolamenti; sinergia con società scientifiche e associazioni dei pazienti; etica, trasparenza e impegno sociale; istituzione di un comitato permanente per il PNRR.

Classe 1976, Nicola Barni è laureato in Economia all’Università degli Studi di Brescia e ha conseguito un MBA alla MIB School of Management di Trieste. Nel 2018, dopo una lunga esperienza presso realtà internazionali come J&J, Hospira e BD, arriva in Hollister Incorporated dove riveste il ruolo di General Manager & Managing Director.

Dopo aver ricoperto l’incarico di Presidente dell’associazione Biomedicali, ricoprirà il ruolo di Presidente Confindustria Dispositivi Medici con una rinnovata squadra di vicepresidenti: Aniello Aliberti (Technix) con delega allo Sviluppo Industriale; Giorgio Benigni (Becton Dickinson Italia) con delega a finanza e affari legali; Mirella Bistocchi (Starkey Italy) con delega all’etica e all’impegno sociale; Anna Citarrella (Johnson & Johnson Medical) con delega a comunicazione e affari istituzionali; Laura Gillio Meina (Boston Scientific) con delega alla trasformazione digitale e sostenibilità; Luigi Mazzei (Edwards Lifesciences Italia) con delega al centro studi; Livio Zingarelli (Philips) con delega a persone, organizzazione e sviluppo associativo.

Vorrei ringraziare Massimiliano Boggetti, presidente uscente, per l’immenso lavoro svolto in uno dei periodi più difficili per il nostro settore e per tutta l’Italia, un patrimonio importante e prezioso che non va disperso”, ha concluso il Presidente Nicola Barni.

Zaffini: «Spostare applicazione decreto tariffe e rivedere nomenclatore»

«Spostare di un paio di mesi l’applicazione del ‘decreto tariffe’, il cosiddetto nomenclatore con le tariffe dell’assistenza specialistica, ambulatoriale e protesica, e rivedere le tariffe. Rimane la necessità di rivedere periodicamente il nomenclatore per razionalizzare la spesa a beneficio dei nuovi LEA e delle nuove tariffe».

Così il senatore Francesco Zaffini (FdI), ai microfoni di TrendSanità, affronta uno dei temi più urgenti della sanità italiana, stretto tra necessità dei pazienti e dei portatori di disabilità, la sopravvivenza di aziende produttrici di ausili e protesi, i tanti ricorsi al TAR e le cause milionarie per lo Stato. Ma il presidente della Commissione Affari sociali, sanità e lavoro del Senato si sofferma anche sull’incognita payback per i dispositivi medici e sul fondo terapie avanzate.

Antidoti specifici per sanguinamenti potenzialmente fatali da NAO: quali modelli organizzativi?

I Nuovi Anticoagulanti Orali (NAO) rappresentano una categoria di medicinali utilizzati per prevenire ictus, embolia e fibrillazione atriale.

Sebbene si tratti di farmaci con ben documentati vantaggi, il loro utilizzo è correlato al rischio di sanguinamento spesso gestito in emergenza clinica.

Gli antidoti specifici rappresentano in questo contesto dei veri e propri salvavita ma molto spesso la loro gestione manca di un percorso chiaramente definito che consenta di affrontare in modo efficiente ed efficace le necessità di una condizione che, anche quando non è causata da eventi traumatici o accidentali, può costituire un’emergenza clinica potenzialmente fatale.

Come si prende in carico in maniera rapida ed efficace il paziente in terapia con NAO? Quali sono le figure professionali che devono intervenire e quali strumenti o normative sono necessari, sia a livello nazionale sia a livello regionale e locale? Come si costruisce un percorso in grado di rispondere tempestivamente alle esigenze di clinici e pazienti?

Ne parliamo con:

  • Paola Caporaletti
    Direttore Medicina e chirurgia d’accettazione e d’urgenza, Policlinico di Foggia
  • Antonella Caroli
    Servizio strategie e governo assistenza territoriale, Regione Puglia
  • Anna Lepore
    Responsabile Centro Antiveleni Puglia

Conduce:

  • Rossella Iannone
    Direttrice responsabile TrendSanità

Ingegneria biomedica, gender equity e bioetica: affinità elettive per le innovazioni in sanità

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Combinare competenze ingegneristiche con una profonda comprensione della biologia umana è la base su cui si costruisce l’ingegneria biomedica: un settore complesso e articolato che sta evolvendo, insieme alla tecnologia e alla società, e una professione altamente specializzata che si occupa di applicare i princìpi dell’ingegneria per risolvere i problemi nel campo della medicina e della sanità.

L’ingegnere biomedico è un profilo professionale che nasce per ampliare l’interazione uomo-macchina e corpo-tecnologia attraverso competenze che permettono di tradurre le funzioni del corpo umano in informazioni utili al medico o al paziente stesso, ed effettuare diagnosi, cura, terapia, ma anche per fare prevenzione”, spiega Manuela Appendino, ingegnere biomedico, bioeticista, coordinatore della Commissione clinica-biomedica dell’Ordine degli Ingegneri di Torino e Presidente di WeWomEngineers, web Community europea di giovani ingegneri biomedici.

“In sanità”, continua Appendino, “è riconosciuto maggiormente con il ruolo di ingegnere clinico per ciò che riguarda la gestione delle apparecchiature all’interno delle strutture ospedaliere; in realtà non si esaurisce in quel contesto, ma è presente nelle sale operatorie a supporto diretto di medici, negli ambulatori per effettuare follow-up, nel controllo di dispositivi medici, può anche intervenire per analizzare problematiche tecniche su dispositivi impiantabili attivi, fa formazione ai professionisti sanitari in merito alle caratteristiche di una specifica tecnologia, fa ricerca e sviluppo per nuovi device, inclusi i software come Medical Devices (SaMD)”.

L’ecosistema medico sanitario viaggia sempre di più verso la digitalizzazione e le interfacce tecnologiche di medical devices che tendono ad essere sempre più complesse: quali competenze quindi sono fondamentali per gli ingegneri biomedici?

Gli scenari digitali ci impongono una grande riflessione: cosa significa essere competenti oggi? I cambiamenti sono già in corso, tuttavia dovrebbe essere ampliata la prospettiva di partecipazione al processo di cambiamento, diminuendo quel potenziale mismatch che si verifica nel momento in cui la curva di innovazione segue un andamento veloce nella sua evoluzione, ma non è accompagnata allo stesso modo dall’evoluzione professionale. La figura dell’ingegnere biomedico si interseca con la complessità non solo dell’essere umano che si evolve, ma che invecchia e diventa pluri patologico. L’evoluzione della malattia e l’invecchiamento medio della popolazione nella società ci impone un ripensamento delle competenze realmente utili, che differiscono dall’innovazione momentanea, ma che devono trovare spazio nella velocità con cui sta cambiando la società.

Combinare competenze ingegneristiche con una profonda comprensione della biologia umana è la base su cui si costruisce l’ingegneria biomedica

Al contempo non bisogna perdere lo sguardo verso l’etica e il codice deontologico: due dimensioni umanistiche che rendono unico il professionista in grado di garantire la qualità della tecnologia e il suo specifico utilizzo. Non sempre l’evoluzione tecnologica porta con sé un equilibrio positivo e inclusivo, talvolta ci si rende conto di quanto sia limitante considerare un dispositivo medico adatto solo a determinati target di pazienti. Qui entra in gioco la complessità professionale al servizio dell’innovazione sanitaria digitale.

L’inclusione nell’ambito delle tecnologie e nella progettazione dei dispositivi medici da parte della figura del biomedico è parte fondamentale anche della medicina di precisione e della medicina personalizzata. Cosa ne pensa?

Se paziente significa persona, se medicina di precisione significa curare unicamente un soggetto nelle sue peculiarità, dobbiamo necessariamente considerare il fatto che siamo diversi non solo nel sesso biologico, ma nei comportamenti, nella provenienza, nel genere e nell’economia. Siamo diversi e in questa diversità il professionista deve porsi come un attore che fa domande, costituisce parametri e determina, per quanto possibile, soluzioni che siano a ‘misura’ del target considerato. Se normalmente considerassimo un genere solo, senza dire quale, potremmo essere sicuri di aver considerato tutte le variabili possibili nel concorrere verso una progettazione per la persona?

Tra i bisogni delle organizzazioni sanitarie e anche in funzione delle nuove tecnologie si delinea il ruolo della bioetica: qual è il valore che attribuisce a questo campo?

La bioetica ha un fascino incredibile. Attraverso la riflessione e la discussione si attua la relazione tra persona e società rispetto alle molteplici variabili e agli scenari. Pone la persona rispetto alla sua autenticità al grado di autodeterminazione nella società, ma non ci chiediamo mai come possiamo autodeterminarci come professionisti, chi dovrebbe definire il confine tra la tecnologia e l’uomo e se tale confine potrebbe potenzialmente diventare pericoloso.

Il nostro sistema sanitario nazionale necessita di interdisciplinarità anche per definire i confini di sicurezza ed efficienza, oltre che i percorsi veri e propri di cura

Quando la velocità evolutiva di una tecnologia si fa spazio velocemente nel mercato, la società, nonostante le figure professionali presenti, non è detto che sia pronta a rispondere nell’immediato. Ecco perché il nostro sistema sanitario nazionale necessita di interdisciplinarità anche nella selezione delle tecnologie complesse per definire i confini di sicurezza ed efficienza, oltre che i percorsi veri e propri di cura. 

L’ONU mette la gender equity tra gli obiettivi mondiali di miglioramento del pianeta e della società: cosa può fare la gender equity nell’ambito della Ricerca & Sviluppo? Esistono esempi concreti di gender equity in R&S?

Questo obiettivo nasce dalla mappatura di situazioni costantemente discriminanti verso il genere femminile. Le donne necessitano delle stesse possibilità di accesso alla società, ma non solo, delle stesse possibilità di accesso a cure, alle strutture ospedaliere, della stessa attenzione, della stessa presa in carico, questo anche in ottica di definizione realistica di medicina di precisione e di equità anche nella medicina di precisione.

La gender equity può portare i suoi prìncipi all’interno della ricerca e sviluppo di medical devices per utenti donne perché dichiarerebbe la volontà di percorrere nuove strade per la salute, determinare nuove informazioni di campo, sviluppare una tecnologia aderente alle esigenze delle pazienti donne. Esiste oggi un mercato internazionale che si occupa esclusivamente di dispositivi indossabili e altre tech di monitoraggio per l’assistenza sanitaria pelvica e uterina, il benessere delle donne, la salute mentale, la cura della menopausa e l’assistenza sanitaria generale.  Esistono dispositivi per il monitoraggio fetale e materno per strutture ospedaliere e a domicilio, dispositivi di screening per il tumore cervicale.

L’ingegneria per la salute delle donne va potenziata per offrire maggiore supporto alla clinica e alla diagnostica, oltre che alla cura e al monitoraggio della salute a domicilio

Tuttavia, sino ad oggi, anche la salute delle donne in quanto tale è stata sottoposta a pregiudizi di genere, i quali hanno influenzato progettazione, test, studi clinici, l’iter per l’approvazione normativa e l’uso clinico intrinseco dei dispositivi medici. Siamo certi che sul versante progettuale i professionisti quali progettisti e certificatori siano una concausa di errata interpretazione e impostazione tecnica, determinando forme di disattenzione quali la non considerazione di informazioni specifiche di genere, oltre che di etnia, identificazione geografica, livello di istruzione, stile di vita.

L’errore che deriva dal pregiudizio quanto incide sulla qualità del lavoro? E quanto può essere complesso determinare e descrivere rischi ed errori potenzialmente associati?

Se la gender equity si trasformasse in questione etico-morale probabilmente si riuscirebbero ad associare “comportamenti” sistematici e identificare in quale fase del processo non viene applicato un approccio equo circa la creazione di tecnologie dedicate. Avremmo necessità di team tecnico-umanistici dove la compresenza di ingegneri, bioeticisti e filosofi possa affrontare il tema della tecnologia al femminile anche su questi aspetti, comprendendo il potenziale tipo di danno che può essere causato dalla concatenazione di molteplici azioni.

L’approccio al genere nel settore ingegneristico in generale è ancora poco conosciuto perché non vi è cultura e sensibilizzazione in merito, e vale più che mai per tutto lo sviluppo di nuovi dispositivi medici per il futuro. La salute della donna va approfondita, l’ingegneria per la salute delle donne va potenziata per offrire maggiore supporto alla clinica e alla diagnostica, oltre che alla cura e al monitoraggio della salute anche a domicilio.

Ampliare la declinazione dell’inclusività, in termini di soddisfazione e intercettazione dei bisogni di salute è la sfida che WeWomEngineers ha accolto e che sta perseguendo in collaborazione con altre Associazioni femminili italiane. Qual è il lavoro che sta facendo WeWomEngineers, l’Associazione che presiede?

Il percorso intrapreso dall’Associazione WeWomEngineers per portare l’inclusione nella tecnologia nel settembre scorso ha fatto tappa a Sarajevo alla Conferenza Congiunta MEDICON & CMBEBIH. Questa milestone è il frutto concreto del lavoro multidisciplinare volto a portare le differenze di genere, di etnia e di contesto socio-ambientale nella progettazione di dispositivi medici.

La sostenibilità ambientale passa attraverso la sostenibilità sociale e collettiva, soprattutto quando si parla di salute gender riferita

La partecipazione di WeWomEngineers alla Conferenza di Sarajevo ha rappresentato un passo significativo, aprendo una prospettiva che si estende dal lavoro svolto in Italia al futuro all’estero. Un passo che non rappresenta ciò che teniamo tra le mani oggi, ma piuttosto il risultato di un’esperienza condivisa nel 2023. Abbiamo portato avanti delle riflessioni comuni che meritano attenzione, soprattutto quando si tratta di vera inclusione nella sanità. Abbiamo riflettuto sulle norme e sui limiti che, spesso, ci poniamo da soli nell’approccio alle nuove tecnologie.

La Conferenza Congiunta MEDICON & CMBEBIH ha affrontato differenti focus, tra i quali la trasformazione digitale e la sostenibilità delle cure e dei trattamenti in capo alle istituzioni sanitarie, soprattutto per quei contesti dove le risorse sono già di per sé limitate e dove è necessario applicare conoscenza e competenza per curare sempre più persone in un’ottica di riduzione dei costi e promuovendo la sostenibilità ambientale. La sostenibilità ambientale però passa attraverso la sostenibilità sociale e collettiva, attraverso una fortissima sensibilizzazione su questi temi soprattutto quando si parla di salute gender riferita. È necessario aumentare le condizioni per cui sia possibile incentivare la collaborazione tra governi, il settore imprese e le parti interessate incluse le associazioni di pazienti.

Quinta indagine nazionale sullo stato di attuazione delle reti oncologiche regionali

AGENAS ha presentato gli esiti della quinta indagine nazionale sullo stato di attuazione delle Reti Oncologiche Regionali, condotta nel 2023 analizzando i risultati del monitoraggio rispetto all’anno 2022. Il monitoraggio è stato eseguito sulla base del questionario – disponibile online sul sito istituzionale AGENAS e auto dichiarato da Regioni e P.A – nonché da una serie di indicatori riguardanti le sette patologie oncologiche maggiori (mammella, colon, retto, polmone, prostata, ovaio ed utero) riferiti all’anno 2022 e relativi a:

  • Presa in Carico da Strutture della Rete, rappresentante la percentuale dei ricoveri di pazienti residenti con diagnosi per cancro in strutture della R.O.R., con distinzione per patologia;
  • Indice di Fuga Fuori Regione/P.A., rappresentante la percentuale di ricoveri di pazienti presso struttura della R.O.R. fuori la rispettiva Regione /P.A. di residenza.
  • Tempi di Attesa rappresentante la percentuale di ricoveri in strutture della R.O.R. entro 30 giorni dalla data di prenotazione, con distinzione per patologia.

La rilevazione rientra nell’ambito degli adempimenti dell’Osservatorio per il monitoraggio delle Reti Oncologiche Regionali (ROR) istituito presso AGENAS e previsto dall’Accordo Stato-Regioni del 17 aprile 2019 sul documento recante “Revisione delle Linee di indirizzo organizzative e delle raccomandazioni per la Rete Oncologica, che integra l’attività ospedaliera per acuti e post acuti con l’attività territoriale”.

L’analisi dei singoli indicatori sottolinea come siano presenti Regioni totalmente performanti anche in accordo con la loro organizzazione/governance di rete (Toscana, Emilia-Romagna, Piemonte/Valle d’Aosta, Veneto e Liguria) ed altre in cui il raggiungimento della performance di esito è legato maggiormente alla produttività di singoli centri che avocano a sé elevata capacità produttiva e soddisfacimento della domanda interna ed esterna alla rete ma, dunque, con la necessità di implementare un’efficace sistema di rete (Lombardia, Friuli Venezia Giulia e Lazio).

Da osservare, inoltre, il progresso di alcune Regioni/PA (Campania, Puglia, Sicilia, Marche, PA di Trento e PA di Bolzano) che essendo partite da una riorganizzazione della rete stanno mostrando un crescente impatto favorevole sugli esiti. Infine, rimangono da supportare nella definizione della rete e nella sua successiva crescita le Regioni (Calabria, Molise, Sardegna, Umbria, Basilicata e Abruzzo) in cui appare evidente dalla mobilità, dall’indice di fuga e dalla scarsa risposta al soddisfacimento della domanda dei pazienti residenti in Regione, l’inefficacia dei processi di base della rete.

Il Rapporto presenta approfondimenti – dettagli disponibili sul portale statico AGENAS -, che contribuiscono all’analisi sullo stato di attuazione della Rete in termini di capacità produttiva riferita all’attività chirurgica, di mobilità e spesa, oltre che di prossimità delle prestazioni erogate nella Rete riferita alle attività ambulatoriali di chemioterapia e radioterapia. L’Agenzia, inoltre, attraverso le due dimensioni suddette (questionario e indicatori), ha definito un Indice Sintetico Complessivo di valutazione (ISCO).

Confronto capacità produttiva delle ROR anno 2019 – anno 2022

I risultati del 7° Rapporto OSSFOR

Il 12 dicembre è stato presentato il 7° Rapporto OSSFOR, che offre una panoramica aggiornata del mondo delle malattie rare e dei farmaci orfani.

Realizzato in collaborazione con importanti esperti del settore, contiene un approfondimento dedicato alla normativa che regolamenta il settore, illustra i processi e le tempistiche dei percorsi autorizzativi dei farmaci orfani, approfondisce i consumi e la spesa regionale e raccoglie una fotografia delle sperimentazioni in corso nel mondo con un focus dedicato all’Italia.

TrendSanità ha parlato dei principali risultati emersi con Francesco Macchia, Coordinatore dell’Osservatorio Farmaci Orfani

Il ruolo delle associazioni di pazienti

All’interno del 7° Rapporto OSSFOR presentato il 12 dicembre a Roma c’è uno studio realizzato da IQVIA sul ruolo delle associazioni di pazienti nell’ecosistema sanitario italiano. Dall’indagine è emerso che l’attuale sistema salute si sta evolvendo verso un modello dinamico e integrato in cui istituzioni, medici, pazienti e caregiver operano sempre più in sinergia, per favorire la prevenzione, l’accesso precoce alle diagnosi e garantire percorsi di cura ottimali e omogenei su tutto il territorio.

TrendSanità ha parlato del ruolo delle associazioni di pazienti con Isabella Cecchini, Responsabile Centro Studi IQVIA, Direttrice Primary Market Research IQVIA Italia

Farmaci orfani, OSSFOR: Italia seconda in Europa con 50 terapie disponibili e tempi di immissione in commercio al di sopra della media UE

Sono 50 i farmaci orfani disponibili in Italia all’inizio del 2023, pari all’82% del totale dei 61 prodotti approvati a livello europeo dalla European Medicines Agency (EMA) tra il 2018 e il 2021. Un dato che vede il nostro Paese secondo solo alla Germania, dove i farmaci orfani disponibili sono 55.

Una buona performance che si affianca alla progressiva riduzione del tempo medio nazionale di movimentazione a livello regionale dei farmaci autorizzati dall’Agenzia Italiana del Farmaco (AIFA), passato da circa 407 giorni (circa 14 mesi) nel 2016 a circa 161 (circa 6 mesi) nel 2021.

Al progressivo miglioramento della disponibilità di farmaci orfani e al costante aumento del numero delle malattie rare note, giunto – secondo una recente revisione della letteratura – a circa 10.000, si affianca tuttavia una serie di difficoltà, soprattutto a livello territoriale. Infatti, secondo quanto rilevato da Osservatorio Malattie Rare (OMaR) in una survey condotta tra marzo e maggio del 2023, in collaborazione e con il coinvolgimento delle oltre 430 associazioni dell’Alleanza Malattie Rare-AMR, le persone con malattie o tumori rari incontrano difficoltà nell’ottenere il pieno riconoscimento del percorso assistenziale (42,9%), nell’avere supporto psicologico (48,42%) e aiuti economici (33,21%) e nel vedersi riconosciuta l’invalidità civile (30,23%). Questi ultimi tre fattori, uniti alla frequente perdita o diminuzione di lavoro per il paziente o per il caregiver, pesano in modo particolare sul bilancio delle famiglie e dimostrano l’urgenza di finanziamenti, a partire da quelli già previsti, ma mai attuati, dal Testo Unico Malattie Rare.

Per i malati rari l’accesso a terapie e diritti rimane un percorso a ostacoli

Il supporto psicologico potrebbe, e a volte è, previsto dai Percorsi Diagnostico Terapeutici Assistenziali (PDTA), ma questo è un ambito ancora tutto da sviluppare. Da un’analisi dei PDTA disponibili, effettuata dal Centro per la Ricerca Economica Applicata alla Sanità (CREA Sanità), emergono alcune difficoltà nel reperimento degli stessi. I PDTA dovrebbero, invece, essere fruibili, sia da parte dei pazienti che del personale sanitario che si trova a gestire una persona affetta da malattia rara. “Malgrado il Piano Nazionale Malattie Rare consideri la definizione di PDTA per le malattie rare uno strumento indispensabile – ha sottolineato Barbara Polistena, Responsabile Scientifico di C.R.E.A. Sanità – la rilevazione fatta da CREA Sanità evidenzia che il numero di PDTA rimane esiguo e con una elevata variabilità a livello regionale, oltre a presentarsi con strutture assimilabili più a Linee Guida che a veri PDTA a servizio della presa in carico nei contesti locali. Questo, in qualche modo, limita anche la funzione dei PDTA di “esplicitare” i “diritti di accesso” dei pazienti”.

Questi sono alcuni dei dati pubblicati nel VII Rapporto Annuale OSSFOR intitolato “Malattie Rare e Farmaci Orfani verso una nuova governance” e presentato oggi nel corso di un evento organizzato su iniziativa del Sen. Francesco Zaffini, presso la Sala Zuccari di Palazzo Giustiniani del Senato. Il documento è stato redatto da Osservatorio Malattie Rare e dal Centro per la Ricerca Economica Applicata alla Sanità (C.R.E.A. Sanità), in collaborazione con Agenzia Italiana del Farmaco – AIFA, European Confederation of Pharmaceutical Entrepreneurs-EUCOPE, IQVIA, GdL Malattie Rare e Farmaci Orfani della Società Italiana di Farmacologia-SIF, Assobiotec, Farmindustria e con il contributo non condizionante di Amicus Therapeutics, Chiesi Global Rare Diseases Italia, Janssen Italia, Kyowa Kirin, PTC Therapeutics, Sanofi, Sobi Italia e Takeda.          

Le criticità rimangono

“I dati raccolti nel VII Rapporto Annuale OSSFOR – ha spiegato Francesco Macchia, Coordinatore di Osservatorio Farmaci Orfani-OSSFOR – evidenziano che, nonostante ci sia una crescente disponibilità di farmaci orfani a livello nazionale, anche rispetto agli altri Paesi europei, le criticità rimangono, e sono rilevanti, quando dal nazionale si passa a osservare il territorio, dove i problemi riguardano sia i servizi sanitari che quelli socio-assistenziali. Senza dimenticare che la Legge 175/2021, nota come Testo Unico sulle Malattie Rare, è ancora in buona parte inattuata, a causa della mancanza di alcuni decreti attuativi. Occorrono risposte non più rimandabili, perché l’equità di accesso ai servizi per la salute deve essere garantita a tutti, così come sancito dalla nostra Carta Costituzionale. Per questo motivo è necessario che il lavoro di tutta la comunità delle malattie rare, unita, si concentri sul miglioramento dei servizi regionali e territoriali”.

Permangono difficoltà nell’attivazione dei PDTA e nel riconoscimento dell’assistenza socio sanitaria

“I tempi di arrivo dei FO alle Regioni si riducono progressivamente e questo è un dato assolutamente positivo – ha commentato Barbara Polistena, Responsabile Scientifico di CREA Sanità – Occorre tuttavia sottolineare come, secondo l’articolo 10 comma 5 della Legge 189/2012, nota come Decreto Balduzzi, modificato con il DL 152/2021, il tempo massimo per l’inserimento nei prontuari regionali di un farmaco orfano autorizzato al commercio sia di 60 giorni. È dunque necessario sostenere il trend positivo registrato per arrivare a rispettare i tempi previsti dalle Legge, tempi che risultano determinanti per la vita delle persone con malattie o tumori rari. Sebbene, infatti, tali farmaci possano essere resi disponibili ai pazienti anche attraverso ulteriori strumenti legislativi, è evidente che solo un acquisto “ordinario” rappresenta un utilizzo strutturato e diffuso del farmaco”.  

Sul fronte della spesa per i farmaci orfani, secondo le rilevazioni effettuate dall’Agenzia Italiana del Farmaco (AIFA) e riportate nel Rapporto, nel 2022 il nostro Paese ha speso 1,98 miliardi di euro (in rialzo del 29% rispetto al 2021), una cifra che rappresenta circa il 6% della spesa farmaceutica a carico del Servizio Sanitario Nazionale (SSN). I consumi invece, si attestano a 11,4 milioni di dosi (+35,7% rispetto all’anno precedente), pari allo 0,04% del consumo complessivo di farmaci. “L’aumento della spesa a fronte di un consumo maggiore di farmaci orfani indica una disponibilità crescente di cure per le persone affette da malattie rare: uno dei tanti elementi a sostegno dell’approccio secondo cui il denaro impiegato in sanità sia un investimento e non solo una spesa”, ha sottolineato Federico Spandonaro, Presidente Comitato Scientifico CREA Sanità.

Le malattie e i tumori rari rappresentano, inoltre, le aree terapeutiche più attive per quanto riguarda il numero di studi clinici avviati, con una costante crescita nell’ultimo decennio, fino a rappresentare nel 2022 rispettivamente il 40% e il 33% del totale di studi clinici iniziati. Questi dati emergono da un’analisi effettuata da IQVIA per il Rapporto che, ha osservato Francesco Macchia, “dimostrano come il Regolamento europeo 141/2000 stia dando i propri frutti. Un trend positivo sul quale i rappresentanti dell’industria farmaceutica e tutto il mondo delle malattie rare chiedono di tenere alta l’attenzione nell’ambito della revisione del Regolamento attualmente in corso, affinché il buon lavoro fatto e i risultati ottenuti finora non vadano perduti”.

Le difficoltà dei malati rari

A completare il questionario proposto dall’Osservatorio Malattie Rare (OMaR) e realizzato in collaborazione con Alleanza Malattie Rare-AMR, sono state 1.105 persone, in maggior parte pazienti (il 56,83%), seguiti dai caregiver (il 38%) e da una quota rimanente di persone che hanno risposto in rappresentanza delle associazioni pazienti. “Abbiamo cercato di far luce su tutto il percorso dei pazienti – ha spiegato Ilaria Ciancaleoni Bartoli, Direttore di OMaR – dal sospetto diagnostico alla conferma della diagnosi, dall’individuazione del centro di riferimento al percorso sul territorio, sia sanitario che socio-assistenziale, incluso il riconoscimento dei diritti esigibili, il percorso scolastico e quello lavorativo fino alla vita sociale. I dati emersi sono molti, ma uno su tutti spicca in modo evidente: se anche i diritti sono stabiliti a livello nazionale, quando si tratta di ottenerli concretamente molto dipende dalla Regione di residenza. In Italia abbiamo buone leggi, che spesso mancano di attuazione, mentre a livello territoriale la disomogeneità è forte e le difficoltà si fanno sentire. I problemi aumentano quando un paziente deve rivolgersi a un centro di riferimento fuori Regione: non è scontato, infatti, che una volta tornato a casa con le sue prescrizioni, queste vengano riconosciute dalla Regione di residenza. La rete delle malattie rare esite, ma i nodi che la compongono fanno fatica a comunicare col territorio. Un gap da colmare – si auspica – con il prossimo riordino delle reti”.

In Italia abbiamo buone leggi, che spesso mancano di attuazione

Più della metà dei partecipanti all’indagine, il 53,3%, ha riferito di aver avuto difficoltà nell’ottenimento della diagnosi, arrivata tra 1 e 3 anni (23,44%) o anche oltre i 3 anni (25,88%).  Il 65,79% dei pazienti ha ricevuto la diagnosi da un Centro della propria Regione e questo è un dato probabilmente migliore che in passato, ma resta tuttavia un 22,9% di persone che ha dovuto spostarsi. E se la diagnosi spesso si riesce a ottenere “in casa”, non è proprio così per la presa in carico che solo il 49,05% dice di aver ottenuto presso Centri di riferimento della propria Regione di residenza. “In parte si tratta di una mobilità fisiologica, che non va sempre letta come una mancanza del territorio – ha sottolineato Ciancaleoni – soprattutto nel caso delle patologie più rare è naturale che l’expertise si concentri in pochi Centri con una solida competenza sulla specifica patologia. Il 19,10% dei pazienti dice di far riferimento ad un Centro fuori Regione: è una percentuale alta ma non è tanto questo a preoccupare, quanto quel 21,63% di persone che dichiarano di non essere state prese in carico né all’interno né fuori dalla propria Regione. A generare i maggiori problemi non è tanto la distanza dal Centro di riferimento dove ci si reca periodicamente, quanto la messa in pratica del piano terapeutico e assistenziale sullo specifico territorio di residenza”.

Non è un caso che le risposte fornite dai rappresentanti delle Associazioni che hanno partecipato alla survey indichino come criticità da risolvere in via prioritaria lo sviluppo dei servizi sul territorio (67,31%). Tra le principali disparità regionali rilevate, i rappresentanti delle Associazioni hanno indicato quelle nell’ambito dell’assistenza socio-sanitaria (63,46%) e dell’assistenza medica (57,69%), nell’approccio all’assistenza domiciliare (50%) e nell’assistenza fisioterapica (32,69%).

“Sebbene un’analisi delle differenze tra le risposte dei pazienti e quelle date dai rappresentanti delle Associazioni mostrino alcune differenze, c’è un aspetto che mette tutti d’accordo: il punto debole del sistema è nel territorio. Per questo, tanto i malati rari quanto le Associazioni che li rappresentano indicano il miglioramento dell’organizzazione della medicina di base e un maggior sviluppo dei servizi territoriali, sanitari, farmaceutici e socioassistenziali, come la necessità a cui dare priorità”, ha concluso Ciancaleoni.

Percorso autorizzativo, immissione in commercio e disponibilità dei farmaci orfani in Italia

In Italia, il tempo che intercorre tra la richiesta di autorizzazione e l’immissione in commercio in ambito nazionale, per i 158 farmaci presenti nelle liste AIFA pubblicate dal 31 dicembre 2017 al 31 dicembre 2022, è di 20 mesi. Complessivamente, il processo di negoziazione nazionale passa da 17 mesi per i farmaci autorizzati da EMA fino al 2005 a 22 mesi per quelli autorizzati dopo il 2021. In generale, malgrado i tempi allineati con quelli medi europei, solo il 15% dei farmaci analizzati ha avuto una durata del processo di autorizzazione nazionale inferiore ai 100 giorni previsti. È quanto emerge dallo studio realizzato da CREA Sanità e inserito nel Rapporto.

Osserviamo un aumento delle tempistiche del processo di valutazione del prezzo e rimborso: si passa dai 20 mesi per i farmaci autorizzati da EMA nel periodo 2016-2020 ai 22 mesi nel 2021 – ha ribadito Barbara Polistena – Riguardo all’accesso effettivo non va tuttavia dimenticato che i FO possono essere resi comunque disponibili grazie alle diverse previsioni di ‘early access’: uso compassionevole, inserimento nell’elenco dei farmaci erogati ai sensi della Legge 648/1996 o rimborso tramite fondi Legge 326/2003”.

L’andamento rilevato dall’indagine CREA è confermato anche dai dati che emergono dall’analisi  della disponibilità e dei tempi di accesso dei farmaci orfani realizzata nell’ambito dello studio Patients W.A.I.T. (Waiting to Access Innovative Therapies), condotto da IQVIA in collaborazione con EFPIA – European Federation of Pharmaceutical Industries and Associations. Si tratta del più ampio studio europeo sulla disponibilità di farmaci orfani e sui relativi tempi di accesso ai pazienti nei singoli Paesi. L’indagine copre attualmente 37 Paesi (27 dell’UE e 10 non UE) e fornisce un quadro completo dei farmaci approvati a livello europeo. L’analisi proposta include 168 farmaci innovativi che hanno avuto autorizzazione da parte della European Medicines Agency (EMA) all’immissione in commercio tra il 2018 e il 2021, fra cui 61 farmaci orfani.

Secondo lo studio IQVIA, i farmaci orfani disponibili in Italia all’inizio del 2023 sono 50, pari all’82% del totale dei 61 prodotti approvati dall’EMA tra il 2018 e il 2021. Il nostro Paese si posiziona dunque al secondo posto, dietro alla Germania che ha l’accesso diretto (55 FO), per disponibilità di farmaci orfani. Subito dietro all’Italia, troviamo la Francia (48 FO) e l’Austria (47). A questo dato si aggiunge la disponibilità parziale del 10% dei farmaci orfani in Italia, rispetto alla disponibilità completa in Germania. Si tratta comunque di una performance migliore di quella degli altri Paesi europei dove la disponibilità parziale raggiunge il 25% in Francia, il 32% in Austria e il 68% in Grecia.

I farmaci orfani disponibili in Italia all’inizio del 2023 sono 50, pari all’82% del totale dei 61 prodotti approvati dall’EMA tra il 2018 e il 2021

Osservando l’andamento della disponibilità degli ultimi 3 anni (2020-2021-2022) di FO in Italia, emerge una situazione relativamente stabile, con un leggero miglioramento del tasso di disponibilità (+1% nel 2022 rispetto al 2021) e un limitato aumento nel tempo di immissione a livello locale (+7 giorno nel 2022 rispetto al 2021).

“L’analisi relativa alla disponibilità e ai tempi di accesso ai farmaci orfani evidenzia che l’Italia è uno dei primi Paesi per numero di FO disponibili, con tempi di accesso alle liste di rimborsabilità di circa 3-5 mesi più brevi rispetto alla media degli altri Paesi europei – ha commentato Isabella Cecchini, Responsabile Centro Studi IQVIA e Direttrice Primary Market Research IQVIA Italia – Dallo studio, dunque, l’Italia emerge come uno dei Paesi europei che meglio garantiscono l’accesso ai farmaci orfani. Esistono tuttavia ulteriori margini di miglioramento nell’accelerazione e nello snellimento dei processi per l’immissione nelle liste di rimborsabilità a livello nazionale e delle singole Regioni”.

“La riduzione dei tempi di accesso dei farmaci autorizzati dall’EMA e l’incremento della loro disponibilità all’interno dei Paesi membri è un obiettivo cruciale – ha aggiunto Francesco Macchia – È la finalità con cui è stato adottato il Regolamento europeo per stabilire i requisiti per l’assegnazione della qualifica di farmaco orfano. Al Regolamento e al dibattito in corso sulla sua revisione, con i rischi che questa potrebbe comportare, abbiamo dedicato un’intera Tavola rotonda nell’ambito dei lavori di presentazione del Rapporto”.

Spesa, consumo e produzione di farmaci orfani

Secondo le rilevazioni effettuate dall’Agenzia Italiana del Farmaco (AIFA) e riportate nel Rapporto OSSFOR, nel 2022 la spesa totale (acquisti diretti + convenzionata) per i farmaci orfani, in Italia, è stata pari a 1,98 miliardi di euro (in rialzo del 29% rispetto al 2021) rappresentando circa il 6% della spesa farmaceutica a carico del Servizio Sanitario Nazionale (SSN). I consumi, invece, si attestano a 11,4 milioni di dosi (+35,7% rispetto all’anno precedente), pari allo 0,04% del consumo complessivo di farmaci.

Dal 2013 al 2022 il tasso di crescita annuale per la spesa dei farmaci orfani è stato circa il doppio rispetto a quello degli altri farmaci acquistati dalle strutture del SSN: in questo decennio la spesa per i farmaci orfani si è più che triplicata (+225%). L’aumento di spesa è accompagnato dall’aumento dei consumi, che nell’ultimo decennio si sono raddoppiati (+103%).

Nel 2022, prosegue l’indagine AIFA, la spesa dei farmaci orfani di classe C è stata pari a 15,5 milioni di euro, rappresentando l’1,3% della spesa complessiva per i farmaci orfani, in aumento del 7,6% rispetto allo scorso anno. A impiegare la maggior parte della spesa e dei consumi è la categoria terapeutica degli antineoplastici e immunomodulatori (rispettivamente 47,6% e 52,7%). L’analisi della distribuzione della spesa dei farmaci orfani per area terapeutica mostra, invece, che i farmaci utilizzati per linfomi e mielomi e altre patologie onco-ematologiche e i farmaci per le malattie genetiche rappresentano oltre il 50% della spesa e oltre il 60% dei consumi.

La spesa complessiva per i farmaci orfani di fascia C incide per poco più dell’1% sulla spesa complessiva che lo Stato affronta per i farmaci. Tuttavia il sostegno che arriva proprio dallo Stato alle persone con malattie o tumori rari nell’acquisto dei farmaci orfani è enorme in termini di economia dei singoli individui – ha tenuto a precisare Francesco Macchia – Per questo è essenziale proseguire con il progetto di realizzazione di una lista centrale dei farmaci che comprenda, per i malati rari, anche quelli di fascia C”.

Sul fronte industriale, sono 53 le aziende farmaceutiche che producono farmaci orfani, con un fatturato SSN medio pari a 160 milioni di euro annui e un’incidenza media per farmaci orfani pari al 24%. “Da questi dati, si evince come le aziende a maggior ‘prevalenza’ di fatturato per farmaci orfani, aziende che potremmo definire ‘specializzate’ in FO, hanno un fatturato SSN complessivo mediamente più basso delle altre aziende operanti nel panorama italiano. Un elemento che non ha un valore solo economico, ma anche etico perché indica lo spirito ‘di missione’ con cui queste aziende operano”, ha concluso Francesco Macchia.

Campilobatteriosi e salmonellosi le zoonosi più frequenti in Europa nel 2022

Secondo l’ultimo rapporto “One Health” dell’Unione Europea sulle zoonosi, curato dall’Autorità europea per la sicurezza alimentare (EFSA) e dal Centro europeo per la prevenzione e il controllo delle malattie (ECDC), nel 2022 si è registrato un generale incremento dei casi di focolai di zoonosi e malattie a trasmissione alimentare rispetto all’anno precedente.

La campilobatteriosi è la zoonosi più frequentemente riportata in Europa con 137.107 casi associati a focolai: le fonti più comuni sono state la carne di pollo e di tacchino. La salmonellosi è la seconda zoonosi (65.208 casi), seguita da yersiniosi (7.917), infezioni da Escherichia coli produttori di tossine Shiga (STEC) e listeriosi (2.738). Per le zoonosi che causano il maggior numero di casi umani (campilobatteriosi e salmonellosi) il tasso di notifica è rimasto stabile negli ultimi due anni.

Salmonella si conferma come negli anni precedenti l’agente patogeno più frequentemente implicato nel contesto di focolai di malattia a trasmissione alimentare (1.014 focolai notificati nel 2022, per un totale di 6.632 casi). I focolai di origine alimentare differiscono da tutti i casi di infezioni riportate in quanto sono eventi che interessano almeno due persone che hanno contratto infezione dalla stessa fonte (cibo contaminato). Le fonti più comunemente implicate nei focolai di salmonellosi sono state uova e ovoprodotti, alimenti composti da vari ingredienti e prodotti a base di carne suina.

I casi di mortalità associati a focolai di malattia a trasmissione alimentare sono stati i più alti registrati negli ultimi dieci anni (64), da attribuire prevalentemente a Listeria monocytogenes e, in misura più contenuta, a Salmonella.

Eccezion fatta per la trichinella e la tularaemia, per cui sono registrate delle importanti riduzioni nel tasso di notifica nel 2022 rispetto all’anno precedente (rispettivamente -51,9% e -29,5%), per tutte le altre zoonosi nel 2022 si è registrato un incremento nel tasso di notifica rispetto al 2021. In particolare, l’incremento è stato molto importante per il virus della West Nile (+631,8%) e tale incremento è da attribuire ad un focolaio epidemico che ha coinvolto principalmente Grecia e Italia. Un incremento, sebbene più contenuto, è stato riportato anche per febbre Q (+56,5%), brucellosi (+29,2%), yersiniosi (+16,3%), listeriosi (+15,9%), echinococcosi (+13,8%), tubercolosi causata da M. bovis/M. caprae (+13,2%) e infezioni da E. coli STEC (+8,8%).

Il 2022 è stato l’anno con il secondo maggior numero di casi di infezioni da virus West Nile mai registrato nell’UE (1.133 casi), dopo il 2018 (1.612 casi). Secondo le autorità sanitarie europee questi numeri così elevati potrebbero essere stati causati da condizioni climatiche più favorevoli per l’attività delle zanzare. Nel 2022, 431 uccelli e 166 cavalli sono risultati positivi al virus West Nile, circa il doppio rispetto alle cifre dell’anno precedente. Il virus ha inoltre esteso la sua area geografica, raggiungendo regioni precedentemente non colpite (Francia sudoccidentale, Germania settentrionale e Italia meridionale).

La salmonellosi è stata l’infezione di origine alimentare più comunemente riportata in UE dopo la campilobatteriosi. Il numero di casi umani confermati in Europa nel corso dell’anno è stato di 65.208, corrispondenti ad un tasso di notifica di 15,3 per 100.000 abitanti, mentre in Italia sono stati notificati 3.302 casi umani, corrispondenti ad un tasso di notifica di 5,6 per 100.000 abitanti. Comparando il dato europeo con quello del 2021, non si nota una variazione significativa nei casi di infezione da Salmonella: il numero di casi umani è leggermente aumentato rispetto al 2021, mentre il tasso di notifica è rimasto costante. Il trend complessivo 2018-2022 non ha mostrato nessun incremento o diminuzione significativi.

In Europa la percentuale di casi che hanno richiesto ospedalizzazione è stata del 38,9% (in leggera crescita rispetto al 2021), mentre il tasso di letalità nel 2022 è stato pari allo 0,22%.