Il 25 gennaio il Consiglio dei Ministri ha presentato il decreto legislativo per dare attuazione alla legge 33/2023, ovvero la riforma dell’assistenza agli anziani non autosufficienti.
60 organizzazioni del Patto per un Nuovo Welfare sulla Non Autosufficienza hanno scritto una lettera alla Presidente del Consiglio Giorgia Meloni per chiedere una revisione del decreto.
Katia Pinto, presidente di Federazione Alzheimer Italia, commenta così i contenuti del decreto: «Insieme alle altre 60 organizzazioni del Patto per un Nuovo Welfare sulla Non Autosufficienza abbiamo seguito fin dal principio l’iter di quella che avrebbe potuto rappresentare una svolta storica per oltre 10 milioni di persone, ovvero i 3 milioni e 800.000 mila anziani non autosufficienti che vivono nel nostro Paese, i loro familiari e i caregiver professionali. Una svolta attesa anche da molte persone con demenza che, seppure non tutte anziane, rappresentano comunque la maggioranza degli anziani non autosufficienti».
«Nella sostanza, però – prosegue Pinto -, il decreto tradisce il vero spirito della legge. Cancella alcuni punti fondamentali – come l’introduzione di un modello di servizio domiciliare specifico per la condizione di non autosufficienza – e ne rimanda altri, quali la riforma dei servizi residenziali. Introduce un Sistema nazionale per la popolazione anziana non autosufficiente (SNAA), che però riguarda solo i servizi e interventi sociali: una misura che viene quindi svuotata di senso rispetto a quella presente nella legge delega, che prevedeva una programmazione integrata anche con quelli sanitari e monetari. Con la sperimentazione della prestazione universale viene sì introdotto per il prossimo biennio un nuovo aiuto economico, ma questo riguarderà solo over 80 con elevato bisogno assistenziale e ridotte disponibilità economiche: meno di 30.000 persone nel 2025 e neanche 20.000 nel 2026. Tutto questo senza intervenire concretamente sull’indennità di accompagnamento, la misura di supporto più diffusa e allo stesso tempo meno efficace, che necessiterebbe invece di una profonda revisione per diventare realmente utile. Fortunatamente viene mantenuta l’introduzione di una valutazione nazionale unica che permetterà alle persone di rivolgersi a un solo punto – anziché a cinque o sei diversi come avviene ora – all’interno delle Casa della Comunità per accedere a tutti i servizi e i benefici, dall’accompagnamento alla legge 104 all’invalidità civile».
«Ancora una volta siamo di fronte a tante belle parole ma a ben poca sostanza – sostiene la presidente di Federazione Alzheimer Italia -. Come Patto per la Non Autosufficienza abbiamo quindi inviato alla presidente del Consiglio Meloni una lettera per chiedere di rivedere il decreto e arrivare all’approvazione definitiva del provvedimento con una riforma diversa, in grado di incidere concretamente sulla vita di 10 milioni di persone. Al momento manca un vero progetto per il futuro dell’assistenza agli anziani non autosufficienti e questo ci spaventa molto, perché nel nostro Paese saranno sempre di più gli uomini e le donne che si troveranno in questa condizione e tra di loro quelli che dovranno convivere anche con la demenza. Insieme alle altre organizzazioni del Patto continueremo a far sentire la nostra voce per ottenere la riforma che serve. Ancora una volta non lasceremo sole le persone con demenza e le loro famiglie».
L’osteoporosi è una condizione clinica caratterizzata dalla perdita di densità minerale ossea e dal deterioramento della micro-architettura del tessuto osseo, con conseguente aumento della fragilità ossea che porta a un maggior rischio di fratture.
Secondo i dati del Ministero della Salute, in Italia l’osteoporosi colpisce circa 5 milioni di persone, di cui l’80% sono donne in post menopausa.
Alla scoperta delle professioni sanitarie della Federazione nazionale degli Ordini TSRM e PSTRP
Quali sono le professioni sanitarie di riferimento e qual è il loro ruolo nella gestione della malattia? Rispondono a TrendSanitàElisa Mazza, Dietista, dottore di ricerca e ricercatore in Scienze dietetiche, UOC Nutrizione clinica, Università degli studi di Catanzaro, membro del Comitato strategico di indirizzo del Centro studi Sapis della FNO TSRM e PSTRP e consigliere nazionale di ASAND (Associazione scientifica alimentazione nutrizione e dietetica), e Carmela Galdieri, Presidente della Commissione di albo nazionale dei Tecnici sanitari di radiologia medica.
Dalla diagnosi alla cura
L’esame di riferimento per la diagnosi di osteoporosi è la densitometria ossea, che permette di quantificare in modo accurato e preciso la massa ossea, il principale indicatore del rischio di frattura. Per questo trova indicazione nelle patologie metaboliche ossee che determinano una riduzione della massa ossea, tra le quali l’osteoporosi è la più frequente.
La precisione e accuratezza diagnostica nella quantificazione della massa ossea dipendono non solo dalla metodica di esame e dalla strumentazione utilizzata, ma soprattutto dalla competenza dell’operatore.
Carmela Galdieri
«Il Tecnico sanitario di radiologia medica (TSRM) – ci dice Galdieri – è un professionista sanitario laureato e abilitato all’utilizzo di tutte le apparecchiature radiologiche, comprese quelle che consentono l’esecuzione della Mineralometria Ossea Computerizzata più nota con l’acronimo MOC o in inglese DXA (Dual Energy X-ray Absorptiometry). Ha una conoscenza accurata non solo delle competenze tecniche necessarie all’esecuzione dell’esame, ma anche di ciò che la MOC permette di diagnosticare, discriminando situazioni degenerative dell’osso come l’osteoporosi e l’osteopenia da tessuti normali e sani. Sono patologie particolarmente diffuse nella popolazione femminile che si possono manifestare a partire dai 45 anni e che a lungo termine comportano un’accresciuta fragilità scheletrica dell’intera colonna vertebrale, delle ossa lunghe e del bacino, con conseguenze variabili dalla presenza di dolori ossei e articolari all’insorgenza di fratture spontanee.
La gravità della patologia è stimata grazie alla MOC con una scala numerica, chiamata “T-Score”: per valori di T-score tra ≥-1 si ha una condizione di osso sano; tra -1 e -2,5 si configura un quadro di osteopenia (riduzione della massa ossea) e per condizioni al di sotto del -2,5 si può parlare ufficialmente di osteoporosi. La conoscenza di questi parametri, che possono sembrare oscuri ai non addetti ai lavori, è alla base dell’esecuzione della MOC e permette di costruire, insieme al medico radiologo, uno storico delle condizioni della persona assistita. L’anamnesi, l’impostazione di tutti i parametri espositivi, la scelta del protocollo e l’acquisizione stessa sono tutte variabili che concorrono alla determinazione di questo importante valore diagnostico, ed è qui che il TSRM esprime le sue competenze. Occorre inoltre ricordare che il Tecnico di radiologia è responsabile della persona assistita sotto un aspetto molto importante, ossia l’ottimizzazione della dose radiante: il TSRM minimizza per l’assistito l’impatto delle radiazioni somministrate durante la MOC, tutelandolo e garantendo una riuscita dell’esame in piena sicurezza. Ed è bene precisare che con le apparecchiature di ultima generazione, la quantità di radiazioni ionizzanti assorbite mediante la MOC è inferiore rispetto a quelle di una radiografia del torace».
Quanto contano le competenze e le responsabilità?
La densitometria non ha caratteristiche d’urgenza. La sua finalità clinica è la valutazione del rischio di frattura. Sebbene le più recenti revisioni delle evidenze scientifiche disponibili indichino che l’elevata prevalenza di osteoporosi e di fratture da fragilità potrebbe giustificare l’accesso alla prestazione per la diagnosi dell’osteoporosi in tutte le donne di oltre 65 anni, la presenza di altri fattori di rischio migliora sensibilmente l’efficacia diagnostica della densitometria ossea anche in questa fascia di età.
L’esame, quindi, è indicato solo quando la conoscenza dei valori densitometrici è rilevante nella gestione clinica della persona assistita (dieta, attività fisica, abitudini di vita, riduzione del rischio di cadute, trattamenti medici e riabilitativi).
L’esecuzione corretta e accurata della densitometria è strettamente dipendente dalle conoscenze e dalle abilità di chi lo esegue
«Le competenze messe in campo dall’esecuzione della MOC – prosegue la Presidente della commissione di albo – sono in gran parte quelle che il TSRM esercita già nella sua attività quotidiana: competenze tecniche, innanzitutto, perché la professione del Tecnico di radiologia è legata a doppio filo con gli strumenti diagnostici che utilizza. Con l’evoluzione tecnologica in atto, inoltre, gli strumenti diagnostici utilizzati dal TSRM diventano sempre più sofisticati e complessi, come i software che ne consentono la gestione. È importante sottolineare come l’uso dei macchinari non richieda un approccio passivo e automatico, anzi: l’esecuzione corretta e accurata dell’esame è strettamente dipendente dalle conoscenze e dalle abilità di chi lo esegue. Non bisogna immaginare, dunque, il TSRM come un mero “esecutore”, ma come un professionista consapevole, in grado di illuminare e di rivelare gli aspetti precoci di molte patologie.
Come accennato prima, una delle competenze principali del TSRM è l’ottimizzazione della dose radiante. Questo aspetto si lega, più in generale, alla tutela della persona assistita, da intendersi non solo nel suo aspetto strettamente tecnico o “clinico”, ma anche in quello umano: le soft skills che accompagnano le hard skills. Quando si parte da una diagnosi di osteoporosi, per esempio, bisogna considerare che dietro vi possono essere altre patologie, da quelle reumatiche a quelle di origine endocrinologica, fino a quelle oncologiche. Molte persone che hanno eseguito trattamenti di chemioterapia, inoltre, si trovano a dover eseguire la MOC. Tanti scenari diversi, dunque, che corrispondono ciascuno a un’esigenza di cura differente, da considerare nella sua irripetibilità e nelle sue fragilità. Di fronte a una persona spaventata e preoccupata, è competenza del TSRM saperlo rassicurare, riportandolo al momento presente e applicando l’intelligenza emotiva necessaria ad accompagnarlo attraverso le eventuali difficoltà, creando un clima di accoglienza di cura».
Nuove tecnologie e macchine di ultima generazione
«Le macchine utilizzate per l’esecuzione della MOC – continua Galdieri – hanno raggiunto un grado sempre maggiore di accuratezza grazie all’implementazione della tecnica DXA (Dual-energy X-ray Absorptiometry), che si avvale di due fasci di raggi X con differenti livelli di energia, inviati sul tessuto osseo del paziente. Tale tecnica si sta evolvendo ulteriormente grazie al progresso tecnologico, tanto che oggi possiamo parlare di MOC-DXA “di ultima generazione”, con funzionalità aggiuntive come la morfometria vertebrale, che permette di valutare le altezze delle vertebre dorsali e lombari; l’esame accurato di particolari distretti ossei, come la mano o il femore; l’implementazione di software e di sistemi predittivi come quelli precedentemente citati nell’ambito dell’intelligenza artificiale.
Il progresso si muove in due direzioni complementari, ossia verso un innalzamento della precisione delle immagini e verso una riduzione della dose radiante erogata. Ancora una volta è importante sottolineare che la MOC è un esame per sua natura operatore-dipendente, ossia che la sua efficacia e precisione dipendono dall’accuratezza di chi lo esegue. Il “fattore umano”, quindi, rimane una variabile insostituibile in tutto il processo di acquisizione e lettura delle immagini: la complessità delle competenze richieste per avvalersi dei software a disposizione potranno solo accrescere la responsabilità del TSRM, trasformandolo in un gestore sempre più consapevole delle nuove tecnologie”.
Intelligenza artificiale nella valutazione dell’osteoporosi
Negli ultimi anni l’intelligenza artificiale sta assumendo un ruolo sempre più rilevante in area radiologica, specialmente nella rielaborazione delle immagini acquisite in sede d’esame e nel supporto alla loro interpretazione sul piano diagnostico. «Questo vale anche per la MOC – ci dice Galdieri – alcuni software hanno la possibilità di coadiuvare TSRM e Medico radiologo, migliorando la qualità dell’immagine e l’accuratezza dei dati e fornendo così un supporto che non si sostituisce all’operatore, incaricato in ultima analisi di verificare quanto rilevato dall’AI, ma che può aiutare a contenere significativamente la percentuale di errore umano dovuto a stanchezza o ad altri fattori.
L’AI può rivelarsi un valido aiuto anche in chiave predittiva: è in via di sperimentazione, infatti, un algoritmo in grado di stimare la probabilità di formazione di fratture nelle persone affette da osteoporosi nell’arco di dieci anni nel futuro, a partire da una serie di variabili raccolte attraverso un questionario anamnestico. Possiamo pensare che l’apporto dell’intelligenza artificiale nella diagnosi e nel trattamento dell’osteoporosi si farà sempre più significativo, consentendo di snellire i processi e di incrementare l’accuratezza sul piano diagnostico, e, guardando ancora più avanti, di modellare strategie di prevenzione in base a diversi fattori di rischio”.
Nutrizione e osteoporosi: strategie di cura e prevenzione
Elisa Mazza
«Lo sviluppo dello scheletro avviene rapidamente, a partire dall’infanzia – afferma la dietista Elisa Mazza – proseguendo poi durante la pubertà e l’adolescenza, raggiungendo il cosiddetto picco di massa ossea, cioè il suo valore massimo sia in dimensioni che in densità, intorno ai 20-25 anni. Da questo momento in poi, fino alla menopausa nelle donne e fino ai 65-70 anni negli uomini, i processi di rimodellamento osseo rimangono in equilibrio, se in condizioni fisiologiche. Successivamente, il riassorbimento osseo inizia a prevalere sulla formazione di nuovo osso, portando a una perdita di minerali e alla conseguente riduzione della massa ossea. Le caratteristiche genetiche svolgono un ruolo importante in questo processo, ma fattori di rischio modificabili come la sedentarietà o la scarsa attività fisica, un’alimentazione sbilanciata, povera di calcio e ricca di sale, la dieta vegana, l’eccessivo consumo di alcol, l’abuso di caffeina, l’eccessiva magrezza oltre al tabagismo, contribuiscono al deterioramento della salute dell’osso.
Un altro aspetto fondamentale è che le donne, rispetto agli uomini, hanno una minore massa ossea e la diminuzione degli ormoni sessuali durante la menopausa comporta una perdita più rapida e precoce della densità minerale ossea. Una crescita ossea non ottimale nelle prime fasi della vita può influenzare negativamente la salute dello scheletro tanto quanto la perdita di massa ossea in età più avanzata. Di conseguenza, la prevenzione primaria dell’osteoporosi dovrebbe essere avviata sin dalla giovane età.
La prevenzione primaria dell’osteoporosi dovrebbe essere avviata sin dalla giovane età
La nutrizione oggi svolge un ruolo fondamentale sia nella prevenzione, sia nella gestione dell’osteoporosi, a condizione che si tenga conto del contesto specifico in cui si trova l’assistito, includendo parametri biologici, vita quotidiana e regime alimentare abituale, e che si muova in un contesto di nutrizione e medicina di precisione».
L’intervento del Dietista può essere significativo nella prevenzione e nel trattamento di questa patologia attraverso diverse strategie:
Valutazione della composizione corporea: variazioni considerevoli della massa corporea, in particolare della massa grassa e della massa magra, nel soggetto con osteopenia o osteoporosi potrebbero incidere pericolosamente sulla salute dell’osso, come nel caso della sarcopenia o dell’obesità sarcopenica. In quest’ultima l’aumento di peso potrebbe mascherare una riduzione della massa ossea rischiosa per i soggetti anziani.
Assunzione adeguata di calcio e vitamina D: un’attenzione particolare viene dedicata all’ intake e al fabbisogno individuale di calcio e vitamina D, nutrienti essenziali per la salute ossea, considerando la diminuzione dell’assorbimento del calcio e la produzione di vitamina D con l’età. Il dietista può consigliare fonti alimentari ricche di calcio, provenienti sia da fonti animali che vegetali, collaborando con l’assistito per garantire un adeguato apporto di vitamina D.
Bilanciamento dell’apporto di minerali: un giusto equilibrio tra calcio e altri minerali nella dieta, come il fosforo e il magnesio, e di alcune vitamine essenziali, promuove la salute ossea.
Assistenza nella gestione del peso: il mantenimento di un peso corporeo sano è essenziale per prevenire lo stress eccessivo dovuto al sovrappeso o il deterioramento dovuto al sottopeso della massa ossea. Il dietista può aiutare a sviluppare una dieta bilanciata personalizzata per mantenere il peso ottimale.
Promozione di una dieta anti-infiammatoria: una dieta ricca di alimenti anti-infiammatori, come la dieta mediterranea ricca di frutta, verdura, pesce, olio extravergine d’oliva, può contribuire a ridurre l’infiammazione, apportando benefici anche alla salute delle ossa.
Educazione nutrizionale: il dietista può fornire informazioni sull’importanza di una dieta equilibrata e sulla limitazione di fattori che possono influire negativamente sulla densità ossea, come l’eccesso di sodio e la bassa assunzione di potassio.
Controllo dell’assunzione di proteine: l’assunzione adeguata di proteine è fondamentale per mantenere la massa muscolare e sostenere la struttura ossea, che in età avanzata richiede maggiore attenzione soprattutto per il rischio di sarcopenia o osteosarcopenia tipiche di queste fasi della vita. L’intervento del dietista è fondamentale per garantire un apporto di proteine e di aminoacidi essenziali appropriato in condizioni di rischio come l’osteoporosi.
Conclude Mazza: «Il dietista può quindi monitorare regolarmente la composizione corporea, lo stato nutrizionale e la dieta della persona assistita, apportando eventuali modifiche in base alle esigenze specifiche e all’evoluzione della condizione clinica. Il suo intervento, integrato con altre misure di gestione dell’osteoporosi, può contribuire a migliorare la salute ossea e ridurre il rischio di fratture. È importante che l’intervento terapeutico, così come un eventuale piano alimentare, sia personalizzato sulle esigenze e condizioni specifiche di ciascun individuo».
«Bisogna investire in innovazione, esplorare le potenzialità dell’intelligenza artificiale per il miglioramento della salute dei cittadini e rispettare la privacy e la tutela dei dati personali. Sta alle istituzioni trovare il giusto bilanciamento ed evitare di mettere i cittadini di fronte ad un bivio odioso in democrazia, quello di dover scegliere tra diritti». Così, ai microfoni di TrendSanità, parla l’avvocato Guido Scorza, Componente del Collegio del Garante per la protezione dei dati personali, intervenuto al convegno Digital Health by Design (organizzato da Culture) al Ministero della Salute.
È su tutti i quotidiani la proposta dell’assessore al Welfare della Regione Lombardia Guido Bertolaso di far seguire gli interventi chirurgici da anestesisti-rianimatori ancora in formazione. Su questa proposta ha preso parola la Società italiana di anestesia, analgesia, rianimazione e terapia intensiva (SIAARTI), secondo cui tale provvedimento aprirebbe una questione che esula l’organizzazione del lavoro e che investe la sicurezza in sanità e in sala operatoria.
«Non abbiamo mai ritenuto una soluzione quella di coprire la carenza di anestesisti-rianimatori con medici a gettone, ma comunque specialisti, non solo perché ciò crea una disparità di trattamento economico che favorisce la migrazione verso il privato e una “concorrenza sleale” nei confronti di chi lavorava nel pubblico, ma anche e soprattutto perché avere colleghi a ore non può assicurare continuità alla assistenza perioperatoria e quindi non garantisce “sicurezza” ai nostri pazienti», chiarisce Antonino Giarratano, presidente della SIAARTI. «Con i suoi oltre 10.000 soci anestesisti-rianimatori e il suo riconoscimento come società scientifica da parte del Ministero della Salute in base alla legge Gelli, SIAARTI fa dell’applicazione delle Buone pratiche cliniche, della ricerca scientifica e della garanzia della sicurezza dei pazienti la sua mission e quindi non vuole travalicare il suo ruolo entrando nell’organizzazione del lavoro, ma ritiene suo dovere rivolgere alla politica e ai cittadini un alert chiaro: fino a che punto la mancata programmazione e la carenza di specialisti possono spingere a non garantire più la sicurezza dei pazienti?», chiede il presidente degli anestesisti-rianimatori italiani.
SIAARTI condivide e sostiene da sempre la necessità di una formazione in ospedale e del progressivo inserimento dei medici in formazione: gli specializzandi in Anestesia e Rianimazione al quarto e quinto anno di corso, infatti, sono già inseriti nelle strutture ospedaliere con contratti di lavoro a tempo determinato mentre proseguono la loro formazione. «L’idea di estendere il loro inserimento dal secondo anno, quando la loro formazione è appena cominciata, non è però condivisa neanche dalla stragrande maggioranza dei medici in formazione che sentendosi, con intelligenza, impreparati, non partecipano a concorsi che li sottrarrebbero, completamente e precocemente, dal percorso formativo. Adesso si parla di sostituire lo specialista anestesista-rianimatore dando allo specializzando autonomia in sala operatoria, nel luogo dove la procedura di gestione delle funzioni vitali e la improvvisa insorgenza delle complicanze anche chirurgiche richiedono il massimo della esperienza e della competenza. Senza, peraltro, che sia chiaro chi stabilirà il livello di autonomia, quale siano la tipologia di intervento chirurgico e di procedura anestesiologica a cui si fa riferimento», spiega Giarratano.
Secondo SIAARTI, la soluzione alla grave carenza di anestesisti-rianimatori in Italia non può essere quella di un tutor specialista che, anche con un’integrazione stipendiale, si assuma “a distanza” la responsabilità per il paziente in sala operatoria. «La sicurezza del cittadino/paziente non può essere garantita dal pagamento di un gettone prima o di uno specialista “a distanza” adesso. In caso di contemporanea complicanza intraoperatoria dove andrà lo specialista? I cittadini sanno che, se tale provvedimento passasse, si troverebbero in sala operatoria un non specialista con una esperienza limitata? Chi firmerà il consenso informato? E come sarà gestita la copertura anche assicurativa?»: sono queste le domande che pone il presidente Giarratano.
SIAARTI dice sì alla formazione in ospedale degli specializzandi e alla loro crescita professionale, ma si oppone alla riduzione di garanzie e sicurezza nelle sale operatorie. «Tale questione, peraltro, non può essere limitata a una Regione o a un dibattito con organizzazioni sindacali ma deve vedere coinvolte, su base nazionale affinché non si crei un’autonomia “a sicurezza differenziata”, le Società scientifiche che – in termini di elaborazione di Buone pratiche cliniche – sono il riferimento per il Ministero e le Università, le Istituzioni che, ancora oggi, certificano le competenze acquisite dai nostri medici in formazione», conclude Giarratano.
Il crescente uso di sigarette elettroniche tra i ragazzi e le ragazze già nelle scuole secondarie di primo grado preoccupa i pediatri e alcune associazioni di pazienti che di recente hanno indirizzato una lettera al ministro della Salute Orazio Schillaci sottolineando che “il fenomeno solleva una serie di criticità” e richiede “una risposta da parte delle autorità sanitarie”.
Assicurare maggiori controlli nella vendita di dispositivi contenenti tabacco e nicotina ai minori, regolamentare le aromatizzazioni che incentivano il loro utilizzo tra i giovani e mettere in campo campagne di sensibilizzazione sul tema: sono alcune delle richieste contenute nella lettera firmata dalla Società Italiana di Pediatria (SIP), dalla Società Italiana per le Malattie Respiratorie Infantili (SIMRI), dall’Associazione Culturale Pediatri (ACP), da Federasma e Allergie – Federazione Italiana Pazienti OdV e dall’Associazione nazionale pazienti Respiriamo insieme – APS.
Il crescente uso di sigarette elettroniche tra i ragazzi e le ragazze già nelle scuole secondarie di primo grado preoccupa i pediatri e alcune associazioni di pazienti
A motivare la presa di posizione dei pediatri è l’età sempre più precoce in cui si iniziano a usare questi dispositivi, con il 20% dei ragazzi tra i 13 e 15 anni che usa abitualmente la sigaretta elettronica e il 14% che usa prodotti a tabacco riscaldato [Global Youth Tobacco Survey – GYTS 2022]. Tra questi fumatori abituali il 51% dichiara di avere voglia di fumare come prima cosa al mattino o che, dopo aver fumato, sente un forte desiderio di fumare nuovamente, segni questi di dipendenza da nicotina. A ciò si aggiungono la scarsa consapevolezza dei rischi per la salute, il marketing occulto e sempre più aggressivo sui social media rivolto agli adolescenti che sta contribuendo alla crescita esponenziale del loro uso e, non da ultimo, il mancato controllo sulle vendite ai minori con il 75% dei ragazzi tra 13 e 15 anni che dichiara di non avere ricevuto un rifiuto dal venditore a causa dell’età.
Di cosa si tratta
“Il mondo delle sigarette elettroniche include una vasta gamma di dispositivi che erogano nicotina, simulando l’esperienza del fumo tradizionale senza la combustione del tabacco. Questi sono disponibili principalmente in due forme: i sistemi “heat-not-burn” (a tabacco riscaldato non bruciato) e le sigarette elettroniche vere e proprie, di cui i modelli “pod-mod” hanno quasi del tutto sostituito i vecchi sistemi a ricarica ”liquida”, indirizzando il mercato verso il consumo “usa e getta. Questi dispositivi e il vapore da essi generato contengono, oltre alla nicotina, anche solventi, aromi e spesso sostanze nocive non dichiarate come dimostrato da studi scientifici sull’argomento”, si legge nella lettera.
I rischi per la salute: dalla dipendenza da nicotina agli effetti irritativi per l’apparato respiratorio
“La Commissione europea su ambiente, salute, rischi ambientali ed emergenti (Scientific Committee on Health, Environmental and Emerging Risks, SCHEER) prosegue la lettera- si è espressa sui rischi per la salute associati all’uso di dispositivi che dispensano nicotina. Oltre alla dipendenza da nicotina sono stati sottolineati anche gli effetti di tipo irritativo a carico del tratto respiratorio anche con sintomi asmatici acuti a causa dell’esposizione ai polioli, aldeidi e nicotina. Poco noti sono gli effetti a lungo termine sul sistema cardiovascolare e respiratorio per l’esposizione a nitrosamine, acetaldeide e formaldeide. È importante anche segnalare, benché rari, gli effetti acuti da intossicazione per l’ingestione accidentale dei liquidi contenuti nei dispositivi da parte dei bambini, a causa di un packaging spesso accattivante e colorato, nonché i danni da ustioni per esplosioni accidentali legati al malfunzionamento dei device o a un loro errato utilizzo”.
Prima tra tutte quella di assicurare “un rigoroso controllo della vendita dei dispositivi contenenti tabacco e nicotina ai minori, contribuendo così alla iniziativa della Commissione Europea di avere entro il 2028 la prima generazione ‘tobacco-free’”. Pediatri e associazioni dei pazienti chiedono inoltre al Ministro della Salute di regolamentare il confezionamento, per evitare che abbia come target indiretto i bambini. Importante è poi vietare la cessione a titolo gratuito ai minori non solo dei dispositivi, ma anche delle ricariche, di cui nella gran parte dei casi vengono omaggiati e programmare iniziative per garantire il divieto di marketing, anche occulto, diretto ai ragazzi sulle piattaforme digitali.
In più, occorre equiparare la regolamentazione sulle aromatizzazioni che favoriscono l’uso tra i ragazzi a quella delle sigarette tradizionali, proibendo le vendite di prodotti contenenti mentolo o frutta associati a tabacco e nicotina. Infine, serve programmare una campagna di sensibilizzazione nazionale per personale sanitario, genitori, adolescenti e – con un accordo interministeriale – personale della scuola con modalità atte a poterla diffondere agli adolescenti e sui media.
Cosa accade negli altri Paesi europei
In Gran Bretagna sono stati messi in moto i primi passi per creare la prima generazione smoke-free. Ad ottobre 2023 il Primo Ministro britannico, Rishi Sunak, ha promosso una consultazione pubblica sulle sigarette elettroniche. Alcune delle proposte emerse sono: la restrizione dei “gusti” disponibili nei liquidi da “svapo”, la regolamentazione del packaging (per evitare che abbia come target indiretto i bambini), la restrizione della vendita dei dispositivi monouso- collegati all’aumento del consumo tra i più giovani- e non da ultimo l’aumento dei prezzi.
L’idea del governo britannico è duplice: da un lato continuare a invitare i fumatori adulti di sigarette tradizionali a smettere grazie all’utilizzo delle sigarette elettroniche e al contempo proteggere le generazioni future, contrastando il crescente numero di giovani fumatori. In Olanda, la produzione di sigarette elettroniche aromatizzate e di liquidi con ricarica è vietata dal luglio 2023, come riporta il sito del Governo dedicato agli imprenditori. In Francia l’ex ministro della Salute Aurélien Rousseau ha annunciato di voler mettere al bando le sigarette elettroniche usa e getta.
Il 26 gennaio 2024 l’European Centre for Disease Prevention and Control (ECDC) ha pubblicato un report per valutare la copertura vaccinale anti-COVID degli over 60 nei paesi europei. Il periodo considerato è compreso tra il 1° settembre 2023 e il 15 gennaio 2024. Solo 6 Paesi su 30 non hanno fornito i dati all’ECDC: Austria, Croazia, Germania, Italia, Lettonia e Svezia.
«Considerato che, inspiegabilmente, il nostro Paese non ha trasmesso i dati richiesti – dichiara Nino Cartabellotta, Presidente della Fondazione GIMBE – abbiamo realizzato un’analisi indipendente utilizzando i dati nazionali ufficiali sulle coperture per valutare il posizionamento dell’Italia rispetto ai paesi europei inclusi nel report dell’ECDC, oltre che per effettuare un confronto tra le Regioni italiane».
Coperture vaccinali: confronto tra Italia e paesi europei
60-69 anni. Nella fascia 60-69 anni, con una copertura nazionale del 5,7%, l’Italia si colloca al 14° posto. 13 paesi hanno raggiunto coperture superiori a quelle dell’Italia: dal 6,6% della Repubblica Ceca al 43,5% della Danimarca. 11 paesi hanno raggiunto invece coperture inferiori alle nostre: dal 5,4% di Cipro allo 0% della Romania (Figura 1).
70-79 anni. Nella fascia 70-79 anni, con una copertura nazionale dell’11%, l’Italia è 15a. 14 paesi hanno raggiunto coperture superiori a quelle dell’Italia: dal 13% del Lussemburgo all’80,4% della Danimarca. 10 paesi hanno raggiunto invece coperture inferiori alle nostre: dal 6,9% del Liechtenstein allo 0% della Romania (Figura 2).
Over-80. Negli over 80, con una copertura nazionale del 14,4%, l’Italia si posiziona 14a. 13 paesi hanno raggiunto coperture superiori a quelle dell’Italia: dal 15,8% della Repubblica Ceca all’88,2% della Danimarca. 11 paesi hanno raggiunto invece coperture inferiori alle nostre: dal 13,5% dell’Estonia allo 0,01% della Romania (Figura 3).
«Le coperture raggiunte in Italia per tutte le fasce di età over 60 anni – commenta Cartabellotta – documentano un sostanziale fallimento della campagna nazionale di vaccinazione anti-COVID-19. I tassi di copertura del 5,7% per la fascia 60-69 anni, dell’11% per la fascia 70-79 anni e del 14,4% per gli over 80 ci collocano solo davanti ai paesi dell’Europa dell’Est (eccetto la Repubblica Ceca che ci precede in tutte le fasce d’età e l’Estonia per i 60-69 e i 70-79 anni), a Grecia, Malta, Liechtenstein e, solo per gli over 80, Cipro. Siamo molto lontani dai risultati raggiunti nei paesi dell’Europa settentrionale, ma anche da Spagna, Portogallo e Francia: paesi dove le coperture per le tre fasce di età documentano campagne vaccinali efficaci per tutti gli over 60, con percentuali di copertura crescenti con la fascia di età».
Coperture vaccinali: confronto tra le regioni italiane
60-69 anni. A fronte di una copertura nazionale del 5,7%, 10 Regioni si collocano sopra la media nazionale: dal 5,9% del Piemonte all’11% della Toscana. 11 Regioni si trovano sotto la media: dal 5,6% dell’Umbria allo 0,9% della Sicilia (Figura 4).
70-79 anni. A fronte di una copertura nazionale dell’11%, 9 Regioni si collocano sopra la media nazionale: dall’11,5 dell’Umbria al 21,4% della Toscana. 12 Regioni si trovano sotto la media: dal 10,6% del Veneto all’1,8% della Sicilia (Figura 5).
Over 80. A fronte di una copertura nazionale del 14,4%, 9 Regioni si collocano sopra la media nazionale: dal 14,6% dell’Umbria al 26,3% della Toscana. 12 Regioni si trovano sotto la media: dal 14% di Veneto e Lazio, all’1,9% della Sicilia (Figura 6).
«Le coperture vaccinali per le tre fasce di età nelle Regioni italiane – commenta Cartabellotta – ripropongono la “frattura strutturale” Nord-Sud che caratterizza il nostro Servizio Sanitario Nazionale: le Regioni meridionali non solo si trovano al di sotto della media nazionale, ma sono tutte a fondo classifica con coperture vaccinali simili a quelle dei paesi dell’Europa orientale. Anche i risultati della Toscana, che raggiunge le percentuali più elevate di copertura vaccinale nelle tre fasce di età (rispettivamente 11%, 21,4% e 26,3%), rimangono molto lontani da quelli dei paesi del Nord Europa. Considerata l’efficacia dei vaccini nel prevenire la malattia grave e la mortalità negli anziani e nei fragili, è legittimo ipotizzare che una parte degli oltre 4.000 decessi riportati nel periodo considerato poteva essere evitato, in particolare tra gli over 80».
«L’analisi dei dati relativi alle coperture vaccinali in Italia per gli over 60 e i confronti con il resto dell’Europa – conclude Cartabellotta – documentano un clamoroso flop della campagna vaccinale anti-COVID nella stagione autunno-inverno 2023-2024, nonostante le raccomandazioni della Circolare del Ministero della Salute del 27 settembre 2023 che ha fatto seguito a quella preliminare del 14 agosto 2023. Purtroppo, al fenomeno della “stanchezza vaccinale” e alla continua disinformazione sull’efficacia e sicurezza dei vaccini, si sono aggiunti vari problemi logistico-organizzativi: ritardo nella consegna e distribuzione capillare dei vaccini, insufficiente e tardivo coinvolgimento di farmacie e medici di famiglia, mancata chiamata attiva dei pazienti a rischio, criticità tecniche nei portali web di prenotazione. E se da un lato è evidente che molti di questi problemi dipendono dalle Regioni, come documentato dal gap Nord-Sud, il confronto con i paesi europei inclusi nel report dell’ECDC dimostra che anche le Regioni italiane con i tassi di copertura più elevati sono molto indietro rispetto ai paesi europei dove la campagna vaccinale ha funzionato. Segnale evidente che della campagna vaccinale anti-COVID le Istituzioni centrali hanno parlato poco e “a bassa voce”, peraltro disturbata dal rumore di fondo di quei politici che hanno alimentato la sfiducia nei vaccini per non perdere il consenso della frangia no-vax».
La BPCO, o broncopneumopatia cronica ostruttiva, rappresenta una sfida significativa per il sistema sanitario italiano. Le criticità legate alla BPCO in Italia sono molteplici: dalla sottodiagnosi alla gestione delle riacutizzazioni, alla scarsa aderenza alla terapia. Inoltre, la mancanza di consapevolezza pubblica sulla BPCO contribuisce alla scarsa prevenzione e a stili di vita poco salutari.
Disparità di accesso alle cure e invecchiamento della popolazione pongono ulteriori pressioni sul sistema, richiedendo uniformità nelle politiche sanitarie, strategie di gestione a lungo termine e programmi di prevenzione mirati.
Non mancano prospettive positive per una migliore gestione della malattia, anche in relazione al nuovo rapporto di continuità ospedale/territorio e specialista/medico di medicina generale, che si sta delineando con le riforme del SSN. La chiave può essere una strategia integrata che coinvolga la prevenzione, la diagnosi precoce e l’accesso uniforme alle cure.
A che punto siamo nel nostro Paese e quali necessità emergono da clinici e pazienti? In che modo le istituzioni possono favorire questi cambiamenti e in quale direzione si sta andando?
Ne parliamo con:
Beatrice Lorenzin Senatrice Partito Democratico
Pierachille Santus Direttore UOC Pneumologia, Ospedale Sacco, Milano
Francesco Vaia Direttore generale Prevenzione sanitaria, Ministero della Salute
Il tema del World Cancer Day 2024 (4 febbraio) è “Colmare il divario assistenziale. Per creare un futuro senza cancro (Close the care gap. Create a future without cancer)”. Anche i reumatologi del Collegio Reumatologi Italiani – CReI sentono come “sfidante” questo messaggio, e lo rilanciano all’interno del proprio ambito disciplinare: “Il primo divario da colmare oggi è quello che separa in compartimenti stagni le conoscenze delle differenti discipline, privando il SSN e i pazienti di quelle conoscenze necessarie per un approccio completo ai bisogni di salute”, dichiara Daniela Marotto, presidente CReI. “Desideriamo quindi cogliere l’occasione del World Cancer Day per ricordare la necessità di un impegno concreto e continuo per la creazione di una relazione tra la comunità dei reumatologi e quella dell’oncologia”.
Il primo divario da colmare oggi è quello che separa in compartimenti stagni le conoscenze delle differenti discipline
CREI parla oggi in funzione di un’azione già avviata, visto che ormai dallo scorso anno è stato creato il Gruppo di Studio (unico nel suo genere a livello internazionale) sull’onco-reumatologia, che vede la partecipazione di CREI, di Antonio Giordano (professore presso la Sbarro Health Research Organization-Temple University, Philadelphia-USA e Università di Siena), insieme ad altri ricercatori e professionisti impegnati nella messa in comune di analisi, studi, operatività ed approfondimenti sulla relazione complessa esistente fra neoplasie e malattie reumatiche. Questo gruppo di studio multidisciplinare sta già elaborando i primi dati epidemiologici italiani sulla correlazione neoplasie e malattie reumatologiche, e la pubblicazione di questi dati (previsti all’interno del Congresso CREI 2024, che si terrà ad ottobre a Firenze) rappresenta un dato assolutamente inedito sullo scenario nazionale.
“Dobbiamo dire che la relazione tra le due discipline è ancora agli albori”, prosegue la presidente CReI, “L’esame approfondito degli atti del congresso EULAR 2023 lo ha evidenziato molto chiaramente: solo il 5% dei contributi scientifici presentati al Congresso europeo tenutosi a Milano riguardava argomenti onco-reumatologici e, soprattutto, essi erano disseminati nelle varie sessioni dell’evento, senza alcuna precisa impostazione sistematica. Ciò sembra indicare che non esiste ancora un adeguato e diffuso riconoscimento del rilievo scientifico peculiare dell’onco-reumatologia a livello internazionale”.
Eppure – e qui sta l’elemento positivo su cui basarsi – qualcosa di muove, visto che alcuni centri internazionali di ricerca (Johns Hopkins University School of Medicine-USA; Hungarian OncoRheumatology Network, HORN-Hungary; Huazhong University of Science and Technology, Wuhan-China) hanno pubblicato recentemente importanti contributi sull’argomento. Proprio in questi studi si colgono le motivazioni scientifiche di una relazione tra oncologia e reumatologia. I punti di contatto tra le due patologie sono oggettivamente riconosciuti sia per fattori eziologici (esposizioni favorenti, come infezioni, fumo, agenti inquinanti, ecc.) che per suscettibilità genetiche comuni. L’infiammazione cronica e il danno tissutale delle affezioni reumatiche producono citochine e chemochine (mediatori dell’infiammazione stessa) e sbilanciamento dell’immunità, che può essere compromessa anche dai farmaci antireumatici, facilitando complessivamente l’insorgenza e la progressione di neoplasie. A loro volta, queste ultime promuovono la produzione e la presentazione di neo antigeni, l’attivazione di recettori antigenici, l’infiltrazione da parte di linfociti e l’infiammazione, con produzione di citochine e chemochine anche in questo caso. Inoltre la terapia antineoplastica (ad esempio quella ormonale per il cancro della mammella e della prostata e, più recentemente, l’immunoterapia) determina eventi avversi anche reumatologici.
Le motivazioni scientifiche della relazione tra oncologia e reumatologia si trovano, ad esempio, in fattori eziologici e suscettibilità genetiche comuni
“Dal punto di vista reumatologico”, precisa la presidente, “d’altronde, è documentata l’associazione fra alcune malattie reumatiche come artrite reumatoide, lupus eritematoso sistemico, sindrome di Sjogren, sclerodermia, polimiosite, artrite giovanile idiopatica e un’aumentata incidenza, rispetto alla popolazione sana, di carcinomi, linfomi e malattie linfoproliferative”. In questo senso di particolare interesse risultano alcune metanalisi, tra cui lo studio di Simon et al. [Incidence of malignancy in adult patients with rheumatoid arthritis: a metaanalysis], che dimostra un rischio aumentato per linfoma e carcinoma polmonare nei pazienti con artrite reumatoide”.
Prosegue Marotto: “Allo stato attuale delle conoscenze, quindi, appare plausibile un approccio teorico unificato in onco-reumatologia, per il quale tuttavia mancano ancora molti elementi a supporto, che sono attesi dalle ricerche di laboratorio, epidemiologiche e cliniche, che devono essere opportunamente indirizzate sulla base di ipotesi coerenti”.
La cooperazione fra le due specialità è “attualmente possibile soprattutto attraverso l’inizio di un dialogo multidisciplinare diffuso (discussione congiunta dei casi clinici per l’indirizzo diagnostico-terapeutico) e la interdisciplinarità (interazione necessaria prevalentemente per la formalizzazione di linee guida o raccomandazioni cliniche condivise)”.
“Tuttavia”, conclude la presidente del Collegio dei Reumatologi, “per un reale e costruttivo progresso scientifico, è necessaria una collaborazione che si ampli ed includa anche biologi, farmacologi, statistici, caregiver. In questo senso CREI coglie l’occasione del World Cancer Day per lanciare un messaggio alle altre società scientifiche affinché si tenga conto della qualità della vita dei pazienti, grazie a una multidimensionalità che includa apporti di tipo fisioterapeutico e riabilitativo e di supporto psichiatrico e psicologico, data la prevalenza non trascurabile degli stati depressivi in ambedue gli ambiti”.
Il disturbo da gioco d’azzardo è una forma di dipendenza che in Italia colpisce moltissime persone e che provoca danni non indifferenti, non solo a livello sanitario, per il disagio psicofisico nei giocatori, ma anche sociale, come la disgregazione della famiglia, la dispersione scolastica e la riduzione dell’efficienza lavorativa.
Secondo il Libro Blu dell’Agenzia delle Dogane e dei Monopoli il volume di denaro giocato in Italia nel 2021 è aumentato del 21%, attestandosi sul valore di 111,17 miliardi di euro, facendo segnare un nuovo record storico. Il dato del 2020 era stato profondamente influenzato dalla pandemia e dalle chiusure al gioco per limitare la diffusione del Covid-19: nell’arco di appena 12 mesi, si è tornati ai livelli pre-pandemici (110 i miliardi di euro giocati nel corso del 2019) ma con una diversa ripartizione fra gioco fisico e gioco online.
Ci sono stati nel tempo diversi interventi legislativi, come la Legge 189 del 2012, che hanno introdotto l’obbligo di riportare sulle schedine e sui tagliandi dei giochi, sugli apparecchi di gioco, nelle aree e nelle sale con videoterminali e nei siti internet l’avvertimento sul rischio di dipendenza dalla pratica del gioco d’azzardo.
Stefano Vaccari
Nel 2019 è stato poi istituito il Registro Unico delle Autoesclusioni (RUA) per la gestione delle richieste di autoesclusione dal gioco a distanza che possono essere avanzate dal giocatore per un periodo prefissato (30, 60 o 90 giorni) oppure a tempo indeterminato. Tale registro rappresenta un’efficace misura di contenimento delle forme di dipendenza dal gioco d’azzardo lecito, ma poggia sulla forza di volontà del singolo di sottrarsi alla dipendenza patologica.
Nel 2022 il Partito Democratico (PD) ha presentato una proposta di legge per istituire un fondo per finanziare specifici interventi volti a favorire l’accesso ai meccanismi di autoesclusione dei giocatori, in particolare dal gioco da remoto, e a contrastare la dipendenza. La spiega a TrendSanitàStefano Vaccari, Segretario di Presidenza della Camera dei deputati e capogruppo del PD in Commissione Agricoltura, presidente del X Comitato sulle infiltrazioni mafiose nel gioco legale e illegale e già membro della Commissione Parlamentare Antimafia.
Perché una proposta di legge per il contrasto delle forme di dipendenza dal gioco d’azzardo lecito?
Per anni si è creduto (erroneamente) che se lo Stato avesse gestito direttamente il comparto dei giochi si sarebbero, ad esempio, debellati tutti quei fenomeni degenerativi che l’azzardo produce, a tutto beneficio delle casse erariali. In realtà, non è così per 4 motivi:
1) il mercato dell’illegale prospera su di un binario parallelo difficilmente quantificabile
2) all’esito di molteplici indagini realizzate dagli inquirenti, è stato accertato che maggiore è l’offerta anche del gioco lecito e più semplice è per le consorterie malavitose fare affari
3) i numeri dei malati da patologia da gioco in carico ai servizi sociali e sanitari non rendono purtroppo l’idea della disperazione che la dipendenza produce
4) per contrastare la degenerazione che il gioco produce, occorre una quantità di denaro enorme che i Governi che si sono succeduti non hanno inteso quantificare: prevenzione, cura della malattia da gioco (Gap) e contrasto all’illegalità hanno un costo altissimo che tutti i cittadini, attraverso la fiscalità generale, sono chiamati indirettamente a corrispondere e che andrebbero “scomputati” dai soldi che vengono inseriti a bilancio, classificati come proventi dei giochi.
In Italia, più che altrove, abbiamo un’offerta smisurata di giochi e scommesse
Quello dei giochi e delle scommesse è un mercato che non conosce crisi. Nell’arco temporale 2011-2021 il volume di denari veicolati nei vari canali di gioco è stato di 1,03 trilioni di euro ed è destinato a crescere ancora e, nei confronti di troppe persone, produce una povertà indotta. Ciò è purtroppo riconducibile alle azioni di una politica che, nel corso degli anni, si è curata più di far crescere offerta e gettiti, senza preoccuparsi delle ricadute negative che l’incremento del business dell’azzardo avrebbe prodotto nei territori. Basti pensare all’attuale offerta, oltremodo ridondante, che purtroppo aumenta di anno in anno i numeri di raccolta. In Italia, più che altrove, abbiamo un’offerta smisurata.
Cos’è e in cosa consiste nella pratica la tecnica di “spinta gentile?
Dal 2019 è stato istituito il Registro Unico delle Autoesclusioni (RUA) per la gestione delle richieste di autoesclusione dal gioco a distanza cui i giocatori possono ricorrere. La proposta di legge (primo firmatario l’Onorevole Casu e altri), assegnata nel maggio 2022 alla Commissione Affari sociali della Camera, parte da qui.
L’intento è sostanzialmente quello di promuovere e finanziare interventi finalizzati a favorire l’accesso ai dispositivi di autoesclusione dei giocatori, in particolare dal gioco da remoto, e dunque a contrastare la dipendenza dal gioco d’azzardo. Il termine “spinta gentile” (dall’inglese “nudge”), sta a significare la possibilità di favorire l’adesione dei giocatori problematici al registro RUA e più in generale a favorire un approccio responsabile e consapevole a giochi e scommesse.
Il termine “spinta gentile” indica la possibilità di favorire l’adesione dei giocatori problematici al Registro Unico delle Autoesclusioni
Tale pratica, peraltro, è già stata adottata a livello internazionale da una ventina di Paesi e i gruppi di lavoro per lo sviluppo di tecniche di “spinte gentili” è progressivamente cresciuto e in costante espansione, come testimonia il rapporto dell’Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico del 2018, che ha registrato la presenza di 60 unità in 23 nazioni.
Anche in Italia sono state promosse delle iniziative per istituire, in via sperimentale, questi gruppi di lavoro, come ad esempio quella della Regione Lazio, su iniziativa del consigliere regionale Gian Paolo Manzella. Ciò che serve a contrastare la dipendenza da gioco, che è stata riconosciuta dall’Italia solo nel 2012, grazie al Decreto Balduzzi durante il governo Monti (poi convertito nella legge 189) e va nella direzione giusta. Tuttavia, la totale tracciabilità del giocatore mediante l’utilizzo di una tessera magnetica/tessera sanitaria ecc., senza il cui utilizzo è vietato l’accesso a qualunque tipologia di gioco, resta la scelta migliore. Perché vieta l’accesso ai minori (prassi purtroppo sempre più frequente) e consente di avere la tracciabilità dei flussi finanziari necessaria a contrastare il riciclaggio di denaro sporco.
L’UIF (Unità finanziaria di Banca d’Italia) ha stimato, numeri per difetto, che solo nel 2019 le consorterie mafiose, attraverso il gioco, abbiano riciclato circa 250 milioni di euro.
A quanto ammonta il finanziamento richiesto per il fondo speciale denominato “Fondo nudge giochi pubblici” e a cosa serve?
La proposta in oggetto prevede lo stanziamento di una somma di 3 milioni di euro annui a decorrere dall’anno 2022, da destinare al Fondo nudge per i motivi sopradescritti.
A livello nazionale, per il contrasto della patologia da gioco d’azzardo, sono stanziati 50 milioni circa. Forse non sarebbe male destinare una parte delle risorse complessivamente disponibili alla realizzazione dello studio di analisi circa la reale situazione di dipendenza da azzardo, assolutamente sottostimata, presente nel Paese.
A che punto è la legge e quali sono i principali ostacoli se ci sono?
La calendarizzazione della proposta dipende dalla presidenza e dal sostegno delle diverse forze politiche. È evidente che per quanto ci riguarda solleciteremo l’avvio della discussione. Ostacoli non ci sono da parte nostra.
Indagare sugli episodi violenti contro gli operatori sanitari durante la campagna di vaccinazione contro il Covid-19 in Friuli Venezia Giulia tra il 2021 e il 2022, esaminando i fattori di rischio e di protezione e valutando l’impatto sul benessere psicologico delle vittime. Era l’obiettivo di una ricerca condotta dall’Università di Udine e dall’Azienda sanitaria universitaria Friuli centrale (Asufc) in collaborazione con l’Azienda sanitaria Friuli Occidentale e l’Azienda sanitaria universitaria Giuliano Isontina.
Duecento gli operatori che hanno aderito all’indagine, che si è svolta online con la garanzia dell’anonimato. La ricerca era composta da un questionario con 75 domande, comprendenti anche due test per analizzare gli episodi di violenza contro i sanitari e il loro impatto sul benessere psicologico.
La situazione
Il fenomeno della violenza contro gli operatori sanitari negli ultimi anni sta ricevendo un’attenzione crescente per l’aumentata frequenza e il suo impatto sull’incolumità fisica e sul benessere psicologico delle vittime e sui servizi sanitari erogati. «Nonostante questa attenzione, si sa poco dell’incidenza del fenomeno della violenza nell’ambito dell’attività di vaccinazione pubblica», spiegano i coordinatori dell’indagine, Laura Brunelli, dell’Azienda sanitaria universitaria Friuli centrale, e Luca Arnoldo, del Dipartimento di Medicina dell’Ateneo friulano.
I risultati
Dalle risposte è emerso che il 46,5% dei 200 operatori sanitari che hanno partecipato al questionario è stato vittima di un atto di violenza fisica o verbale sul posto di lavoro. Circa la metà ha riferito che tale episodio di violenza ha influito negativamente sul proprio benessere psicologico, un terzo che le conseguenze hanno avuto ripercussioni anche sulla vita familiare e sociale.
Il 46,5% dei 200 operatori sanitari che hanno partecipato al questionario è stato vittima di un atto di violenza fisica o verbale sul posto di lavoro
La probabilità di denunciare questi episodi di violenza è risultata essere uniformemente distribuita tra gli operatori – il 50,5 per cento degli infermieri e il 40,9 per cento dei medici –, seppur più frequente tra i partecipanti con alle spalle percorsi di formazione più lunghi. Sebbene la maggior parte degli episodi segnalati è stata di natura verbale, 60 episodi contro i 6 di natura fisica, più di un terzo delle vittime ha sviluppato sintomi di stress post-traumatico. L’incidenza di questi sintomi è stata più alta tra i professionisti in prima linea, come personale vaccinatore e responsabili di seduta, i più esposti alle reazioni dei cittadini che si recavano nei centri di immunizzazione, rispetto a quelli che sostenevano le attività dal back office, come il personale di supporto per la registrazione delle vaccinazioni e di preparazione delle fiale. Al contrario, i professionisti che normalmente lavoravano in situazioni di emergenza, come in pronto soccorso e terapia intensive, hanno riportato livelli di stress inferiori.
Secondo Brunelli e Arnoldo «questo potrebbe essere legato ad alcune abilità e competenze acquisite nel loro contesto e background professionale, o ad alcune strategie sviluppate personalmente o con il supporto degli psicologi che supervisionano le loro unità. Tuttavia potrebbero anche essere più abituati a queste situazioni, il che potrebbe aver portato a una certa sottostima».
Infine, le opinioni sulle misure di prevenzione e di sostegno ai lavoratori si differenziano a seconda del sesso dell’operatore, con le donne che sottolineano maggiormente la necessità di un addestramento all’autodifesa e di un miglioramento dei sistemi di sicurezza.
Le donne sottolineano maggiormente la necessità di un addestramento all’autodifesa e di un miglioramento dei sistemi di sicurezza
«È preoccupante – sottolineano Brunelli e Arnoldo – che un terzo degli operatori sanitari coinvolti nella campagna di vaccinazione che hanno risposto all’indagine ha riferito che il proprio benessere psicologico è stato influenzato dalla violenza perpetrata durante il servizio».
Per i due coordinatori dell’indagine «si dovrebbe prestare maggiore attenzione ai professionisti della salute pubblica che si occupano di questioni molto trattate dai media come la vaccinazione, in particolare in epoca pandemica. Non di meno – sostengono Brunelli e Arnoldo – è necessario adottare un approccio più strutturato e multidisciplinare al problema della violenza sul luogo di lavoro, in particolare in ambito sanitario, che ne affronti tutti gli aspetti e includa il supporto legale e psicologico alle vittime, l’informazione, l’educazione e la formazione, un efficace sistema di segnalazione e il miglioramento della qualità complessiva del servizio».
Il team della ricerca
Allo studio, coordinato da Laura Brunelli e Luca Arnoldo, hanno partecipato: Enrico Scarpis, Francesca Fiorillo, Fabio Campanella, Paola Zuliani, Federico Farneti, Roberto Cocconi dell’Azienda sanitaria universitaria Friuli centrale; Eleonora Croci dell’Azienda sanitaria universitaria Giuliano Isontina; Barbara Pellizzari dell’Azienda sanitaria Friuli Occidentale e Tancredi Lo Presti, medico specializzando in igiene e medicina preventiva dell’Università di Udine.