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Anziani, presentate all’Istituto Superiore di Sanità le Linee Guida sulla Valutazione Multidimensionale

Da quest’anno il paziente anziano può essere valutato globalmente, con diagnosi più rapide e la definizione di trattamenti e assistenza appropriati. È il frutto delle nuove Linee Guida nazionali sulla Valutazione Multidimensionale, pubblicate a novembre 2023 sul Sistema Nazionale delle Linea Guida dell’Istituto Superiore di Sanità. Un passaggio epocale, promosso dalla Società Italiana di Medicina Generale e delle Cure Primarie (SIMG) e della Società Italiana di Geriatria Ospedale e Territorio (SIGOT), con il supporto metodologico dell’Istituto Superiore di Sanità (ISS) e con il contributo di altre 25 società scientifiche. Dopo la prima presentazione al 40° Congresso Nazionale SIMG a Firenze a novembre, sono state presentate presso lo stesso Istituto Superiore di Sanità.

Con le linee guida terapie e assistenza su misura

Gli anziani rappresentano una popolazione eterogenea in termini di stato di salute, ma anche funzionale, cognitivo, psico-sociale ed economico. La Valutazione Multidimensionale studia tutti questi domini (o “dimensioni”) in maniera integrata, con strumenti e scale diagnostiche basati su parametri quantificabili numericamente, e permette di sviluppare un piano di cura personalizzato basato sulle reali necessità di ciascun individuo. I vantaggi sono un percorso di cura e assistenza personalizzati con effetti significativi in termini di riduzione delle ri-ospedalizzazioni e dei trasferimenti in casa di riposo (istituzionalizzazioni); una gestione dell’anziano a domicilio più agevole; la riduzione dei ricoveri non appropriati; una migliore qualità di cura e assistenza.

Da quest’anno il paziente anziano può essere valutato globalmente, con diagnosi più rapide e la definizione di trattamenti e assistenza appropriati

“Le Linee Guida rappresentano uno strumento innovativo e adeguato alla moderna medicina di precisione – evidenzia Alessandro Rossi, Presidente SIMG – Sono utili sia per i clinici che per i pazienti: a noi medici consentiranno di definire agevolmente una valutazione rapida e appropriata dei pazienti anziani e fragili, in modo da poter effettuare una stadiazione delle patologie e prendere adeguati provvedimenti in termini di trattamenti e assistenza. Di questo approccio ne trae beneficio anche il paziente stesso che può fruire di una presa in carico che non riguarda una singola patologia, ma per il suo complessivo stato di disabilità”.

“Le Linee Guida sulla Valutazione Multidimensionale della persona anziana promosse e redatte da SIGOT e SIMG rappresenteranno senz’altro un punto di riferimento importante per tutti i clinici che saranno impegnati nella cura e nell’assistenza della persona anziana. In questa popolazione, infatti, il concetto di salute non va considerato solo sulla base dell’eventuale presenza di una patologia, ma va rapportato a tutte le aree e i domini che definiscono lo stato di benessere della persona” ha sottolineato il Prof. Lorenzo Palleschi, Presidente SIGOT.

“La Linea Guida sulla Valutazione Multidimensionale della persona anziana ha un valore notevole nel perseguire nel SSN pubblico in tutti i setting assistenziali la questione dell’appropriatezza degli interventi sanitari. Sarà ora fondamentale elaborare una strategia nazionale per la disseminazione ed implementazione nei differenti SSN regionali”, ha commentato Nicola Vanacore – Centro Nazionale per la Prevenzione delle Malattie e la Promozione della Salute, Istituto Superiore di Sanità.

Gli strumenti SIMG e le linee guida

“La SIMG in questi anni ha realizzato vari strumenti che ora sono implementati in questo sistema – evidenzia il Prof. Claudio Cricelli, Presidente Emerito SIMG – È inoltre online fino al 26 ottobre 2024 un progetto di formazione FAD di SIMG sulle stesse tematiche dal titolo “Radar: comorbidità, fragilità, valutazione multidimensionale, piano individuale di cura” che rinnova il nostro impegno sul tema. Con le linee guida per la prima volta si fa un lavoro così ampio ed eterogeneo: non ci si rivolge a una patologia o a un organo specifico, ma si analizza complessivamente la situazione, definendo raccomandazioni chiare che devono partire dalle cure primarie”.

“I pazienti fragili costituiscono un’ampia componente degli assistiti che il Medico di Medicina Generale deve identificare e avviare verso percorsi di presa in carico individuale – sottolinea Pierangelo Lora-Aprile, Segretario Scientifico SIMG nonché referente SIMG per le Linee Guida – Sono due gli strumenti di Valutazione Multidimensionale il cui utilizzo è suggerito dalle Linee Guida per predire esiti negativi come la mortalità dei pazienti anziani che afferiscono agli studi del Medico di Medicina Generale: il Multidimensional Prognostic Index (MPI) e il Resident Assessment Instrument for Home Care (RAI-HC); in particolare la versione breve dell’MPI, il Brief-MPI, è uno strumento che è stato validato per la Valutazione Multidimensionale in Medicina Generale e nelle Cure Primarie per integrare il rigore scientifico con la semplicità di utilizzo e con il breve tempo di compilazione. Nella pratica clinica il Brief-MPI permette di attuare concretamente il percorso di presa in carico della persona anziana al fine di elaborare un Piano Personalizzato di Cura da monitorare nel tempo”.

La Linea Guida inoltre identifica e raccomanda strumenti efficaci ed efficienti per definire la prognosi del paziente, parametro essenziale per prendere decisioni cliniche e costruire un piano di cura personalizzato

“La Valutazione Multidimensionale è essenziale per promuovere la continuità delle cure e dell’assistenza di cui gli anziani hanno bisogno” – sottolinea il Prof. Alberto Pilotto, Past President SIGOT e membro del Comitato Tecnico-Scientifico della Linea Guida. – “Mai come oggi si rende necessaria la presenza di percorsi di cura e assistenza dedicati alla persona anziana che ne garantiscano una condivisa presa in carico tra ospedale e territorio. In altri termini, il paziente anziano richiede una continuità delle cure prestate in ospedale durante la fase acuta di malattia e le successive fasi altrettanto importanti di post-acuzie e recupero funzionale, per evitare le conseguenze della ri-ospedalizzazione e della istituzionalizzazione in RSA. La Linea Guida Nazionale sulla Valutazione Multidimensionale della Persona Anziana, frutto di un lavoro scientifico durato oltre due anni con 50 esperti di diverse discipline e con il rigore metodologico garantito dai colleghi dell’Istituto Superiore di Sanità, fornisce raccomandazioni sul metodo e gli strumenti più appropriati di VMD, garantendo di fatto a tutti gli operatori socio-sanitari un linguaggio ed un bagaglio operativo comune. La Linea Guida inoltre identifica e raccomanda strumenti efficaci ed efficienti per definire la prognosi del paziente, parametro essenziale per prendere decisioni cliniche e costruire un piano di cura personalizzato che tenga conto delle caratteristiche individuali e del setting in cui l’anziano si trova (domicilio, RSA, ospedale)”.

L’appuntamento all’ISS per la presentazione

La nuova presentazione delle Linee Guida per la Valutazione Multidimensionale dell’anziano è avvenuta presso l’Aula Marotta dell’Istituto Superiore di Sanità. Sono intervenuti Pierangelo Lora Aprile, SIMG, Desenzano del Garda (BS); Antonella Brunello – Istituto Oncologico Veneto, Padova; Alberto Castagna – Medico Geriatra, Catanzaro; Andrea Fabbri – Dipartimento Emergenza e Urgenza, Forlì; Loreto Gesualdo – Dipartimento Università degli Studi di Bari “Aldo Moro” e Presidente FISM (Federazione Italiana delle Società Medico-Scientifiche);  Fabrizio Giunco – Dipartimento Cronicità, Direzione medica e socio-assistenziale, Fondazione Don Carlo Gnocchi, Milano; Eleonora Lacorte – Centro Nazionale per la Prevenzione delle Malattie e la Promozione della Salute, Istituto Superiore di Sanità, Roma; Stefania Maggi – Consiglio Nazionale delle Ricerche-CNR, Padova e Presidente EICA (European Interdisciplinary Council on Aging); Claudia Piccioni – SIMG, Aosta; Alberto Pilotto – Dipartimento Interdisciplinare di Medicina, Università degli Studi di Bari “Aldo Moro”, Bari, Dipartimento Cure Geriatriche, Neurologiche e Riabilitazione, E.O. Ospedali Galliera-Genova, Past President SIGOT; Nicola Vanacore – Centro Nazionale per la Prevenzione delle Malattie e la Promozione della Salute, Istituto Superiore di Sanità, Roma; Nicola Veronese – Dipartimento di Medicina Interna e Geriatria, Università di Palermo.

Journal Club Infermieristico: analisi del fabbisogno e modalità di implementazione in area ematologica

Introduzione

Per il professionista infermiere, la formazione continua e l’aggiornamento professionale costituiscono un obbligo imprescindibile sancito da specifiche normative e dallo stesso Codice deontologico degli infermieri (2019).

La ricerca scientifica rappresenta la fonte primaria da cui poter attingere per acquisire nuove conoscenze da attuare nella pratica clinica.

L’approccio evidence-based è fondamentale per garantire qualità e sicurezza nelle cure al paziente, come indicato anche nel Codice Etico dell’International Council of Nurses (2021). Al fine di invogliare gli infermieri nel migliorare le proprie competenze vengono citate una discreta varietà di strategie formative [McCurry e Martins, 2010; Young et al., 2014].

Il Journal Club Infermieristico rappresenta una delle opportunità offerte ai professionisti; questa metodologia didattica prevede incontri regolari tra gli infermieri per valutare criticamente l’applicazione nella pratica clinica delle evidenze riportate dalla letteratura [Rowlands e Winslow, 2011], con lo scopo di facilitare l’utilizzo della ricerca e promuovere l’Evidence-Based Nursing [Häggman-Laitila et al., 2016].

Il Journal Club Infermieristico rappresenta una delle opportunità offerte ai professionisti per la formazione continua

La letteratura riconosce un ruolo molto importante alla leadership del coordinatore infermieristico per adeguare l’ambiente alla formazione continua, educare il personale e coinvolgerlo nel processo di cambiamento, ponendo l’accento sul valore dell’innovazione [Clement-O’Brein et al., 2011], ma anche sull’individuare le barriere che costituiscono un ostacolo all’implementazione degli strumenti di formazione continua [Bianchi et al., 2018].

Il ruolo del coordinatore infermieristico assume una rilevanza particolare nei contesti altamente specialistici e complessi, come l’area ematologica.

Sulla base di quanto sopra esposto, nel presente articolo si intende esplorare il ruolo del coordinatore infermieristico nella formazione continua degli Infermieri di una Unità Operativa di Ematologia, dove la programmazione strutturata di attività di aggiornamento professionale può verificarsi anche attraverso l’utilizzo del Journal Club Infermieristico.

Metodi e strumenti

Per perseguire lo scopo sopracitato, è stato messo in atto uno studio esplorativo con metodi misti.

Il ruolo del coordinatore infermieristico assume una rilevanza particolare nei contesti altamente specialistici e complessi, come l’area ematologica

In un primo momento è stata eseguita un’indagine qualitativa descrittiva, effettuando una raccolta dati con somministrazione di un questionario a risposta multipla, per indagare tra gli infermieri di area ematologica il grado di conoscenza, diffusione e applicazione del Journal Club Infermieristico. Il campionamento dello studio è stato di tipo propositivo, con un reclutamento opportunistico con effetto snowball (anche conosciuto come snowball-sampling). Nello specifico, sono stati reclutati infermieri con esperienza professionale in Unità Operativa di Ematologia al momento della raccolta dati, sia in ambito clinico sia gestionale-organizzativo.

A seguito della somministrazione del questionario, è stata condotta un’analisi sistemica di natura organizzativa, utilizzando il modello di Vaccani [Vaccani, 2012] come strumento di indagine.

Questa tipologia di analisi è stata eseguita su un’Unità Operativa di Ematologia del territorio milanese assunta come modello ipotetico, con una raccolta dati sul campo attraverso l’osservazione diretta e il reperimento di informazioni tecniche e organizzative direttamente dal coordinatore infermieristico e dalla Direzione delle professioni sanitarie.

Risultati

Analisi qualitativa descrittiva

Dei 142 soggetti che hanno aderito all’indagine, 2 sono stati esclusi perché non rispettavano i criteri di inclusione. La descrizione della popolazione coinvolta (N=140) è illustrata in Tabella 1.

Nello specifico, la maggior parte dei professionisti risulta essere di sesso femminile (79,3%) e per lo più rientrante nella fascia di età compresa tra i 24 e i 40 anni (45,7%). I soggetti coinvolti hanno mediamente 40,7±10,7 anni [range: 24-64 anni] e una anzianità di servizio complessiva pari a 17,05±10,9 anni [range: 1-40]. Mediamente, lavorano presso l’Unità Operativa di Ematologia da circa 10,5±9,5 anni.

Distribuzione della popolazione

Frequenza (N)

Percentuale (%)

Genere

Uomo

Donna

Preferisce non dichiarare

 

28

111

1

 

20%

79,3%

0,7%

Età

24-40 anni

41-50 anni

Più di 50 anni

 

64

43

33

 

45,7%

30,7%

23,6%

Anzianità professionale

0-5 anni

6-10 anni

11-20 anni

Più di 20 anni

 

28

20

41

51

 

20%

14,3%

29,3%

36,4%

Esperienza professionale in Ematologia Adulti

0-5 anni

6-10 anni

11-20 anni

Più di 20 anni

 

57

25

34

24

 

40,7%

17,9%

24,3%

17,1%

Titolo di studio

Diploma per Infermiere Professionale

Diploma Universitario in Scienze Infermieristiche

Laurea in Infermieristica

Altro

 

37

12

90

1

 

26,4%

8,6%

64,3%

0,7%

Formazione post-base

No

 

82

58

 

58,6%

41,4%

Posizione ricoperta

Infermiere Clinico in Unità di Degenza

Infermiere Clinico in Day Hospital

Coordinatore Infermieristico

Non specifica

Altro

 

89

13

26

1

11

 

63,6%

9,3%

18,6%

0,7%

7,8%

Tabella 1. Dati socio-anagrafici della popolazione in oggetto

Il 44,3% dei soggetti indagati (N=62) conosce il Journal Club Infermieristico, mentre il 12,9% (N=18) ne ha avuto esperienza.

Analizzando le risposte di chi afferma di conoscere il Journal Club Infermieristico, emergono una serie di informazioni sulle modalità con cui questi dovrebbe strutturarsi.

Il 48,4% di chi conosce il Journal Club Infermieristico preferirebbe incontri a distanza, in maniera interattiva (N=30). Per il 59,7%, gli incontri dovrebbero svolgersi con la frequenza di una volta al mese (N=37), mentre il 46,8% preferirebbe incontri della durata massima di 1 ora (N=29).

Al fine di incoraggiare la partecipazione degli infermieri agli incontri del Journal Club Infermieristico, l’erogazione di crediti ECM rappresenta la motivazione migliore per il 53,2% (N=33).

Le modalità di strutturazione del Journal Club secondo i soggetti che conoscono lo strumento sono riassunte nella Tabella 2.

 

Risposta

N

%

Modalità

Incontri a distanza, in maniera interattiva

30/62

48,4%

Frequenza

1 volta al mese

37/62

59,7%

Durata

Massimo 1 ora

29/62

46,8%

Principale motivazione

Erogazione di crediti ECM

33/62

53,2%

Tabella 2. Strutturazione del Journal Club Infermieristico

La qualità assistenziale è l’argomento di approfondimento scelto per gli incontri dal 74,2% (N=46); subito dopo viene individuata la pratica clinica specifica per il 69,4% (N=43), quindi l’organizzazione dell’attività lavorativa per il 54,8% (N=34), come illustrato all’interno della Figura 1.

Figura 1. Possibili ambiti di approfondimento

Come riportato nella Figura 2, la mancanza di tempo è il fattore principale che potrebbe ostacolare l’introduzione o l’implementazione del Journal Club Infermieristico per il 56,5% (N=35), seguito dagli ostacoli di natura organizzativa per il 45,2% (N=28) e dalla carente strategia a favore della ricerca e dello sviluppo per il 40,3% (N=25).

Figura 2. Possibili fattori di intralcio

Analisi sistemica di natura organizzativa

Nell’eseguire l’analisi sistemica di natura organizzativa secondo il modello di Vaccani, sono state analizzate le variabili di input, inside, output e outcome inerenti all’introduzione e implementazione del Journal Club Infermieristico all’interno di un’Unità Operativa di Ematologia Adulti.

Input

Il Decreto Legislativo 502/92 introduce per primo il sistema di educazione continua per i professionisti sanitari. Quanto sancito dal Decreto Legislativo 502/92 viene integrato con quanto disposto dal Decreto Legislativo 229/99, che dà l’avvio al Programma Nazionale ECM a partire dal 2002. L’obbligo di un operato che si fonda sull’aggiornamento continuo è ravvisabile anche nella legge 24/2017. Infine, la formazione continua per gli infermieri è un obbligo sancito dallo stesso Codice Deontologico degli Infermieri.

Gli infermieri di ematologia coinvolti nell’indagine hanno un buon approccio nei confronti delle attività di formazione continua. Il 73,4% degli infermieri partecipa più di 5 volte l’anno ad attività di formazione continua (N=107); di questi, il 31,4% supera il numero di 10 momenti di formazione continua in un anno (N=44).

Nello specifico del Journal Club Infermieristico, solo il 44,3% afferma di conoscerlo (N=62), con il 12,9% che afferma di averne avuto esperienza (N=18).

In questo studio, il 44,3% dei professionisti coinvolti conosce il Journal Club Infermieristico e solo il 12,9% ne ha avuto esperienza

La formazione continua viene vista come molto utile per le attività professionali in Area Ematologica dal 75,7% (N=106), con il 35% che riferisce come l’attività lavorativa sia abbastanza compatibile con la formazione continua (N=49).

Il campione rappresentativo della popolazione di infermieri di area ematologica, inoltre, è composto per il 58% da soggetti che ritengono utile l’introduzione o l’implementazione del Journal Club Infermieristico come strumento per la formazione continua (N=81).

Inside

L’Unità Operativa di Ematologia Adulti presa in oggetto afferisce ad una struttura privata accreditata d’eccellenza, di riferimento nel territorio per la cura e per l’assistenza ai pazienti oncologici.

Nello specifico dell’Unità Operativa in oggetto, le principali patologie oncoematologiche trattate sono i linfomi di Hodgkin e i linfomi Non Hodgkin, le leucemie acute mieloidi e linfoblastiche, le leucemie croniche mieloidi e linfatiche, le mielodisplasie e le gammopatie monoclonali.

L’Unità Operativa di Ematologia Adulti comprende 19 infermieri, di cui un infermiere case manager e un infermiere specializzato nella raccolta di cellule staminali emopoietiche. L’età media degli infermieri è di 33,94 anni.

Output

La struttura organizza per gli infermieri dell’Unità Operativa corsi interni di aggiornamento, tenuti da professionisti sanitari esperti. L’offerta formativa esterna prevede la possibilità, per gli infermieri, di partecipare alla formazione offerta dalle principali società scientifiche in ambito ematologico. Il Gruppo Italiano per il Trapianto di Midollo Osseo, Cellule Staminali Emopoietiche e Terapia Cellulare dà la possibilità agli infermieri di partecipare ai Congressi e agli eventi formativi organizzati su tutto il territorio nazionale, mentre l’European Group for Bone Marrow Transplant estende la propria attività formativa in merito alla cura e all’assistenza dei pazienti con malattia oncoematologica su tutto il territorio europeo.

La formazione continua viene vista come molto utile per le attività professionali in area ematologica dal 75,7% degli infermieri partecipanti allo studio

Negli anni precedenti la pandemia da Covid-19, il Journal Club Infermieristico rientrava tra le attività messe in atto per la formazione continua degli infermieri di ematologia.

Outcome

Con l’introduzione o implementazione del Journal Club come strumento per la formazione continua degli infermieri di Ematologia Adulti, occorre valutare quali cambiamenti vengono generati nell’organizzazione.

A priori non è possibile saperlo, ma al fine di definire i cambiamenti che potrebbero derivare da queste modifiche è possibile distinguere mettere in atto due diverse tipologie di indagine:

  • analisi quantitativa, attraverso la definizione e l’utilizzo di indicatori di processo o di outcome;
  • analisi qualitativa, valutando la soddisfazione del personale o dell’utenza attraverso la somministrazione di customer satisfaction.

Conclusioni

L’obbligo di formazione continua viene normato da un punto di vista sia legislativo sia deontologico, poiché l’assistenza infermieristica deve necessariamente essere messa in atto sulla base di standard minimi di qualità, da assicurarsi con tutte le attività formative che rientrano nell’aggiornamento professionale e nell’educazione continua.

Patel e colleghi (2011) individuano come limite la difficoltà di implementazione di attività di formazione all’interno di un’organizzazione, motivo per cui occorre individuare a monte sia i fattori che possono costituire delle barriere, sia quelli che invece possono condurre a un’implementazione di successo del cambiamento proposto.

In riferimento al core del progetto, dall’indagine generale sul campione di infermieri di ematologia è emerso come meno della metà conosca il Journal Club Infermieristico come strumento di formazione continua, con un dato ancor più basso in relazione agli infermieri che ne hanno avuto esperienza. Tutto questo nonostante la letteratura riporti come il Journal Club rappresenti una metodologia didattica per la formazione infermieristica che contribuisce allo sviluppo delle competenze per ciò che concerne la discussione professionale, la valutazione dei processi di ricerca e l’applicazione dei risultati appresi nella pratica clinica [Mattila et al., 2013].

Nell’implementazione di un Journal Club Infermieristico è necessario definire con precisione gli obiettivi di contenuto e come superare le possibili barriere all’adozione

Nel pensare di introdurre o implementare il Journal Club Infermieristico bisogna innanzitutto considerare le barriere principali riportate dalla letteratura e dai dati raccolti in prima istanza, investendo molto nella cultura della ricerca, con una leadership forte e trainante in tal senso; non soltanto, risulta fondamentale mettere in atto strategie condivise e personalizzate che analizzino il contesto di riferimento.

Al fine di generare sempre maggiore interesse, è necessario considerare quali argomenti vengono considerati dagli infermieri necessari di approfondimento, al fine di trovare soluzioni concrete da mettere in atto nella pratica clinica.

Il ruolo del coordinatore infermieristico sarà quello di condividere adeguatamente il progetto con il personale infermieristico, nonché di formarlo debitamente sulla strutturazione degli incontri; quindi, implementare le strategie di monitoraggio e controllo, soprattutto agendo da facilitatore e semplificando il processo di introduzione dello strumento.

Si auspica, in virtù delle indagini effettuate e sulla base di quanto espresso dalla letteratura in tal senso, che il Journal Club Infermieristico per l’area ematologica possa diventare uno strumento di formazione da utilizzare in maniera continuativa, nonché in grado di portare gli infermieri a sentirsi partecipi della ricerca infermieristica e di conseguenza maggiormente valorizzati nel loro ruolo di professionisti.

Bibliografia

AIOP presenta il 3° Bilancio Sociale e apre il dibattito sulle fake news in sanità

AIOP, l’Associazione Italiana delle aziende sanitarie e territoriali e delle aziende socio-sanitarie residenziali e territoriali di diritto privato, ha presentato a Roma, nel corso dell’evento “Le fake news in Sanità”, il 3° Bilancio Sociale, nel quale si dà conto del contributo dell’Associazione e delle strutture ospedaliere alla sanità pubblica e dell’impatto, diretto e indiretto, che l’offerta di servizi e prestazioni sanitarie genera sulla comunità di riferimento.

La terza edizione del Bilancio Sociale AIOP è stata anche l’occasione per riflettere sulla disinformazione in sanità e sugli effetti che una comunicazione distorsiva produce nella lettura del sistema salute e quindi nelle scelte politiche che lo governano.

Il contributo di AIOP al SSN

Quando si parla di Servizio Sanitario Nazionale (SSN) si fa riferimento alla sua componente di diritto pubblico e a quella di diritto privato, poste entrambe al servizio della funzione pubblica di tu­tela della salute: la parte accreditata oggi assicura più di 1/4 dei ricoveri nazionali, impiegando circa 1/10 della spesa complessiva.

Come certificato dal 3° Bilancio Sociale, il valore aggiunto economico del settore privato si traduce nella capacità di creare ricchezza a vantaggio dei diversi stakeholder e della comunità di riferimento: il 92% di tutto il valore economico generato dalla componente di diritto privato del SSN viene ridistribuito al territorio, sotto forma di indotto per la filiera di produzione (96mila fornitori diretti nelle sole strutture del campione), di coinvolgimento di professionisti (per un totale di oltre 73mila unità), di gettito fiscale e di contributo al Terzo Settore. Nell’8% che viene trattenuto, inoltre, occorre considerare tutti gli investimenti in Ricerca&Sviluppo e in ammodernamento degli ambienti e delle tecnologie.

Sanità e fake news

Perché si continua a parlare di sanità privata (la sanità a pagamento) per fare riferimento alle strutture di diritto privato della sanità pubblica (finanziata attraverso la fiscalità generale, con un meccanismo di contribuzione progressiva)?

Perché si continua a dire che le strutture private accreditate selezionano le prestazioni meno complesse più remunerative quando le evidenze dicono il contrario?

Perché si persevera con un approccio ideologico e con la sterile e dannosa contrapposizione pubblico-privato accreditato quando le criticità – iniquità di accesso alle cure per liste d’attesa non governate, rinuncia alle cure, ricorso alla sanità a pagamento, mobilità passiva non fisiologica, inefficienze e sprechi – dovrebbero indurre a potenziare la sinergia tra le due componenti del sistema?

Secondo Barbara Cittadini, Presidente Nazionale AIOP: «La scelta di coniugare la presentazione del 3° Bilancio Sociale AIOP al tema delle fake news in sanità nasce dal desiderio di raccontarci per il valore che creiamo e che possiamo, ulteriormente, creare per promuovere una sanità pubblica, efficiente, solidale ed equa, in un contesto nel quale aumenta la nostra attenzione al tema della qualità di vita nel nostro Paese, oltre che al tema ambientale, generazionale e di genere. Parlare di componente di diritto privato del Servizio Sanitario Nazionale – ha precisato Cittadini – vuol dire ancorare la natura delle strutture private accreditate e ogni intervento al corretto perimetro di riferimento, quello della Sanità pubblica. Quante volte sentiamo parlare impropriamente di “privatizzazione” della sanità? Quante volte leggiamo articoli nei quali si confonde il “privato” inteso come natura giuridica di una parte delle strutture del SSN e “privato” quale forma di fuoriuscita dallo schema universalistico e solidale di Sanità. È successo, ancora una volta, la scorsa settimana nell’ambito di un question time alla Camera dei Deputati, a commento della modifica – introdotta nell’ultima manovra di Bilancio – del tetto di spesa all’acquisto di prestazioni da erogatori di diritto privato, congelato al 2011. Questo intervento invece permetterà di prendere in carico più pazienti, curare di più, ridurre le liste d’attesa, continuando ad assicurare prestazioni complesse e di provata efficacia clinica», ha concluso la Presidente di AIOP.

Francesco Zaffini, Presidente della 10ª Commissione Affari sociali, sanità, lavoro pubblico e privato, previdenza sociale, Senato della Repubblica, ha spiegato che: «Per il contrasto alle fake news in sanità dovremmo prevedere provvedimenti specifici, ma qui lavoriamo su un terreno scivoloso, perché da un lato si deve garantire libertà di espressione e di stampa e, dall’altro, bisognerebbe evitare, in un momento di difficoltà della nostra sanità nazionale, di dare addosso a questo nostro SSN, che invece è veramente glorioso e rappresenta un’eccellenza nel panorama europeo e internazionale, soprattutto grazie a chi ci lavora dentro».

Sandra Zampa, Segretario gruppo PD, componente della 10ª Commissione Affari sociali, sanità, lavoro pubblico e privato, previdenza sociale, Senato della Repubblica, ha osservato: «La politica fa molte promesse che spesso vengono disattese. La sanità è un tema che chiama in causa le nostre coscienze ed è certamente uno dei punti dolenti nell’opinione pubblica. I cittadini si aspettano qualcosa di più considerati gli impegni presi durante l’esperienza pandemica. Allarmano la riduzione delle risorse e la difficoltà delle Regioni nel far fronte al problema delle liste d’attesa e della tutela del personale».

Secondo Ylenja Lucaselli, Capogruppo FdI, V Commissione Bilancio, Tesoro e Programmazione, Camera dei Deputati: «Oggi, quando si parla di sanità lo si fa in maniera troppo approssimativa e divulgando notizie non veritiere, a partire da quella sul personale medico: si dice che in Italia ci siano pochi investimenti per la loro assunzione e questo non è vero. In realtà, la componente di diritto pubblico non ha utilizzato fondi stanziati per 3 miliardi di euro. Il tema vero riguarda la formazione e l’assenza di competenze. Quindi, questa è già una fake news così come quella secondo la quale la sanità privata sarebbe un contraltare di quella pubblica, quando noi sappiamo benissimo che è un supporto fondamentale, un asse centrale per il mantenimento degli standard qualitativi».

Per Tonino Aceti, Presidente Salutequità: «Le fake news sono un fenomeno rischioso per il diritto alla salute e per la sanità pubblica. Tutte le scelte di policy rispetto al Servizio Sanitario Nazionale devono essere guidate innanzitutto dalle evidenze, che devono indirizzare l’agire anche di tutti gli stakeholder. Noi, ad oggi, abbiamo utilizzato solo in piccola parte il privato accreditato, e molte Regioni in modo residuale, per recuperare le liste d’attesa. Le Regioni che hanno colto meno questa opportunità sono anche quelle che hanno “recuperato” meno prestazioni e non hanno utilizzato molte risorse che lo Stato aveva stanziato proprio in questo senso. Tale evidenza non è mai stata al centro del dibattito lasciando spazio alle fake news e questo è un danno per i cittadini e per il SSN».

Luca Del Vecchio, Direttore Area Politiche per il Digitale e Filiere, Scienze della Vita e Ricerca, Confindustria, ha dichiarato: «Le politiche della salute si intrecciano con molte altre politiche pubbliche. Si tratta, tuttavia, di un terreno sul quale si acuiscono gli scontri. Il presunto conflitto tra privato e pubblico è una delle tante fake news in circolazione. Le politiche pubbliche iniziano ad essere fondate su misure oggettive elaborate da soggetti tecnici come Agenas. Questo ha determinato un mutamento di cognizione e l’assunzione di iniziative coerenti da parte della maggioranza. Pensiamo al superamento del tetto di spesa».

Anna Maria Bencini, Farmindustria, ha rilevato che «le fake news sono un problema ricorrente, che in questo momento non affligge solamente la sanità. Nell’ambito sanitario, le notizie false rappresentano un grande pericolo perché possono creare mancanza di fiducia nella scienza e anche problemi di salute pubblica. Il ruolo di Farmindustria, in questo senso, è fondamentale perché l’industria farmaceutica è importante per la comunicazione sanitaria ed è infatti regolata da un codice di condotta molto rigoroso. Le informazioni che ci arrivano sono sempre verificate in ogni loro aspetto».

Andrea Mandelli, Presidente FOFI, ha dichiarato: «In un mondo sempre più globale e virtuale, i cittadini sono bombardati da informazioni sui temi di salute e la rete è diventata un veicolo privilegiato di disinformazione. Cercare di rimuovere le asimmetrie informative è un impegno che coinvolge in prima persona i farmacisti in virtù del rapporto di fiducia e di vicinanza con la cittadinanza. L’informazione e l’educazione dei pazienti, il contrasto alle fake news veicolate da ‘Dottor Google’ e dai Social, sono parte integrante della nostra attività quotidiana, che perseguiamo attraverso l’ascolto e il dialogo costanti, la rassicurazione dei cittadini e l’invito a rivolgersi sempre a fonti autorevoli per la ricerca di informazioni in tema di salute e di terapie».

È nata la “nuova” Aifa: le basterà essere snella per diventare efficiente?

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È entrato in vigore da poche ore il decreto ministeriale con il Regolamento che riorganizza l’Agenzia italiana del farmaco (Aifa). Una riforma che, nelle intenzioni del Governo, punta a snellire il funzionamento dell’agenzia. E proprio snellire è il termine che ricorre più spesso accanto alle spiegazioni sui contenuti e le motivazioni della riforma.

Snellire è il termine che ricorre più spesso accanto alle spiegazioni sui contenuti e le motivazioni della riforma

«L’Agenzia italiana del farmaco – ha spiegato il Sottosegretario alla Salute e farmacista, Marcello Gemmato, presentando la riforma – gioca un ruolo cruciale per il sistema salute del nostro Paese, ed è proprio per questo che era necessaria una riforma che rendesse l’Agenzia regolatoria nazionale al passo con i tempi, più snella e moderna nonché vicina alle esigenze dei cittadini».

«Diamo il via a una nuova stagione di Aifa attraverso un quadro regolatorio, normativo e amministrativo più snello ed efficiente volto a semplificare e accelerare i processi di approvazione dei farmaci. Questa riforma, dopo vent’anni, consegna agli italiani un’Aifa più moderna e pronta a mettere a disposizione dei cittadini le innovazioni terapeutiche» ha ribadito qualche tempo dopo il Ministro della Salute, Orazio Schillaci.

Questo snellire non ha relazioni con uno dei temi che pure riguarda e riguarderà la nostra agenzia e quelle di tutto il Mondo: il semaglutide usato contro l’obesità e considerato da molti una delle novità farmacologiche più rivoluzionarie degli ultimi anni.

E né, tantomeno, viene riferito alle sue dimensioni, spesso decisamente inferiori ad altre agenzie regolatorie europee se pensiamo che in Aifa lavorano poco più di 600 persone, nella BfArM tedesca oltre 1300 e nella francese ANSM circa 1000.

È uno snellire riferito, più che altro, alle sue tempistiche e ad un dualismo che negli ultimi anni era stato vissuto con difficoltà nella dialettica tra le figure di presidente e direttore generale.

Appendice della riforma, come prevedibile, è anche un pacchetto di nomine dei nuovi organi e vertici

Appendice della riforma, infatti, come prevedibile, è anche un pacchetto di nomine dei nuovi organi e vertici. Tra le novità previste viene abolita la figura del direttore generale, mentre resta quella del presidente come organo e rappresentante legale dell’Agenzia. Al suo fianco vengono istituite anche le figure dirigenziali di livello generale del direttore amministrativo e del direttore tecnico-scientifico. Sarà tutta da misurare, a questo punto, la nuova dialettica tra queste tre figure e già si segnala una certa tensione tra le forze politiche a proposito delle nomine delle tre figure apicali da effettuare a stretto giro.

Per far funzionare in modo più efficiente l’Agenzia è prevista l’istituzione della commissione scientifica ed economica del farmaco, al posto delle due commissioni precedenti: la consultiva tecnico-scientifica e quella del comitato prezzi e rimborsi. La nuova commissione è nominata con decreto del Ministro della Salute ed è composta da dieci membri, di cui il direttore tecnico-scientifico dell’Agenzia e il presidente dell’Istituto Superiore di Sanità, o un suo delegato, sono membri di diritto.  

Viene anche modificato il consiglio di amministrazione, costituito dal presidente e da quattro componenti, di cui uno designato dal Ministro della Salute, uno designato dal Ministro dell’Economia e delle Finanze e due dalla Conferenza permanente per i rapporti tra lo Stato, le Regioni e le Province autonome di Trento e di Bolzano.

Proprio in queste ore sono arrivati i primi nomi che andranno a comporre la “nuova” Aifa

Ora la riforma è pronta ed operativa e proprio in queste ore sono arrivati i primi nomi che andranno a comporre la “nuova” Aifa. Dalla Conferenza permanente per i rapporti tra lo Stato, le Regioni e le Province autonome sono arrivate le designazioni per il consiglio di amministrazione (Vito Montanaro, Direttore Dipartimento Salute della Puglia e Angelo Gratarola, assessore alla Salute della Liguria) e per la commissione scientifica ed economica del farmaco: Giovanna Scroccaro (Veneto), Elisa Sangiorgi (Emilia-Romagna) e Giuseppe Toffoli (FVG).

Proprio Scroccaro spiega a TrendSanità le possibili evoluzioni della “nuova” Aifa con qualche speranza e qualche dubbio che emergono da chi conosce bene dall’interno i suoi ingranaggi: «Parlo del lavoro delle commissioni che mi riguarda più da vicino. Prima erano due, adesso ce n’è una sola. È possibile che questo eviti dei rimpalli da una commissione all’altra, quindi, in questo senso il sistema potrebbe essere più efficiente. Certamente, però, prima le due commissioni si dividevano equamente il lavoro, una valutava le evidenze scientifiche e l’altra solo gli aspetti economici, i prezzi e la negoziazione.

«La commissione unica dovrà lavorare il doppio per affrontare tutte le tematiche»

Quindi la commissione unica sarà una commissione che dovrà lavorare il doppio per affrontare entrambe le tematiche. Ma questo potrebbe anche far diventare poi più rapide le valutazioni. Io credo che l’Agenzia italiana del farmaco abbia degli ottimi professionisti al proprio interno e si potrebbe valutare la possibilità che le pratiche più semplici, per fare degli esempi, i cambi di confezione, i cambi di dosaggio, eccetera, siano valutate da uno dei tanti uffici dell’Agenzia, riservando alla commissione la valutazione dei nuovi farmaci, delle nuove indicazioni dei farmaci orfani che rappresentano il 25% dell’attività. E canalizzando il lavoro della commissione su questi aspetti sicuramente si potrebbero accelerare le procedure di negoziazione».

«La riforma dovrà centrare alcuni obiettivi che sono obiettivi che vengono misurati dai cittadini e dai pazienti ogni giorno – afferma con forza dialogando con TrendSanità, Tonino Aceti, presidente di Salutequità, il “laboratorio” per l’analisi delle politiche sanitarie particolarmente attento al rispetto del principio dell’equità –. Il primo obiettivo dovrà essere quello di ridurre i tempi di autorizzazione. Sull’approvazione dei farmaci ad oggi noi abbiamo una tempistica che oscilla intorno ai 200 giorni per l’intero procedimento Aifa. Da quando viene depositato il dossier a quando arriva la determina del consiglio d’amministrazione. Questo per le nuove entità farmaceutiche. A questo vanno aggiunti altri 60 giorni di media per la pubblicazione in Gazzetta Ufficiale. Tra questi ci sono farmaci importanti, come quelli oncologici, ad esempio, ed equiparare la pubblicazione in Gazzetta della determina per un farmaco oncologico a quella di un francobollo è evidentemente una questione da affrontare, magari utilizzando e individuando modalità alternative».

«Ai cittadini interessa l’accesso tempestivo ed equo alle terapie, soprattutto a quelle innovative. Giochi di potere su pesi e contrappesi, giochi di palazzo su ruoli e responsabilità, sono cose che poco interessano»

«E poi c’è tutta la partita dell’inserimento di questi farmaci nei prontuari terapeutici ospedalieri regionali – aggiunge Aceti -. Questo è un elemento che dovrà essere affrontato con una negoziazione politica a fronte di un maggior peso delle Regioni negli organi di governo dell’Agenzia italiana del farmaco, che è stata una precisa richiesta della Conferenza Stato-Regioni. Probabilmente il tema era l’abolizione di questi prontuari terapeutici regionali che invece sono ancora lì. L’accesso dei pazienti alle terapie è qualcosa che cozza con l’impianto costituzionale della divisione di responsabilità tra Stato e Regioni. Il livello essenziale di assistenza farmaceutico lo decide l’Aifa, le Regioni possono organizzare al meglio le strutture per l’erogazione, ma non introdurre ulteriori blocchi. Quindi diciamo che è una riforma che deve dimostrare sul campo di centrare gli obiettivi. E gli obiettivi che ai cittadini interessano sono quelli di un accesso tempestivo ed equo alle terapie, soprattutto a quelle innovative. Giochi di potere su pesi e contrappesi, giochi di palazzo su ruoli e responsabilità, sono cose che poco interessano. L’importante è che si centrino gli obiettivi per i cittadini».

Nursing Up: urgente migliorare le condizioni di lavoro dei professionisti

«Non c’è futuro senza una concreta valorizzazione dei professionisti della salute. Non può assolutamente esistere un domani, per il nostro sistema sanitario, così come per quello di altri Paesi, senza una politica sanitaria lungimirante, che miri finalmente a creare un sano equilibrio tra le competenze di medici e professionisti dell’assistenza, le elevate responsabilità che le nuove sfide della sanità pongono loro davanti, e un concreto miglioramento delle condizioni di lavoro proprio di quegli operatori che rappresentano la leva su cui costruire la sanità del futuro – afferma Antonio De Palma, Presidente Nazionale del Nursing Up -. Per questa ragione chiediamo al Governo italiano il massimo impegno sui temi che sono stati affrontati dall’Organizzazione Mondiale della Sanità, attraverso la voce di Tomas Zapata, Capo dell’Unità del Personale Sanitario e dell’erogazione dei servizi presso l’OMS Europa. L’appello urgente lanciato dall’OMS riguarda oggi tutti noi, e non può essere ignorato. Ci meraviglia, in tal senso, la presa di posizione dell’On. Salvini che avrebbe chiesto al Governo italiano di smettere di offrire il proprio contributo all’Organizzazione Mondiale della Sanità per reinvestirlo sui professionisti della salute. Si tratta di dichiarazioni che non ci sentiamo di poter condividere in alcun modo. Non è certo questo il modo, a nostro avviso, di reperire nuovi fondi per medici e infermieri. Non si costruisce una nuova casa, smontando i pezzi di quella accanto!».

«La carenza di personale sanitario, al di là delle differenti problematiche che vanno da nazione a nazione, rappresenta una piaga da sanare, costituisce un problema che si trascina da troppo tempo e che rischia di far entrare sistemi sanitari come il nostro in una crisi profonda e senza via d’uscita. Se lo è per i Paesi dall’economia più solida come il nostro, figuriamoci cosa rischia di accadere per chi da questo punto di vista è molto più debole e rischia di ritrovarsi, alla luce di un numero insufficiente di medici e infermieri, senza quello scudo, senza quelle difese, indispensabili per tutelare la salute della collettività. Del resto l’OMS è stato chiaro. Meno infermieri, meno professionisti, più mortalità di pazienti. L’appello di Zapata abbraccia pienamente i capisaldi delle nostre battaglie – prosegue De Palma -. Migliorare le condizioni lavorative dei professionisti della sanità, significa, come chiediamo da tempo al Governo, ridurre carichi pesanti e orari eccessivi, fornire maggiore flessibilità contrattuale ed assicurare una retribuzione equa. Questo mirerà a migliorare la salute mentale e il benessere degli operatori sanitari, rendendo più attrattivi i lavori nel settore. Tutto questo, unito a maggiori e mirati investimenti nella sanità, soprattutto rafforzando quella territoriale, condurranno a sistemi sanitari imperniati su organizzazione ed efficienza, dove infermieri e medici, soddisfatti, forti delle proprie competenze, non potranno che innalzare il livello qualitativo della sanità dei Paesi dove operano, a partire da quelle nazioni, lo ripetiamo, con l’economia più solida che, naturalmente, hanno i mezzi per costruire sistemi organizzati ed efficienti, e che a loro volta, attraverso la cooperazione internazionale, dovranno poi sostenere la sanità dei paesi più deboli».

«Per l’Italia, trattenere da una parte le eccellenze che abbiamo in casa, e reclutare nuovi professionisti dall’altra, arginando la fuga all’estero e offrendo ricambi generazionali, deve più che mai rappresentare una priorità. La FNOPI, in tal senso, ha ribadito che esiste oggi una notevole sproporzione tra pensionamenti e ingressi di nuovi infermieri, un altro tema su cui dibattiamo da tempo e che sottoponiamo da mesi e mesi all’attenzione della collettività. Per ridare appeal alla professione, ovviamente, occorre prima di tutto investire sugli uomini e sulle donne che lottano già sul campo, in modo che, agli occhi delle nuove leve, possa apparire l’immagine di una sanità nuova, diversa, organizzata, solida, finalmente a misura di professionisti, e soprattutto in grado di garantire ai propri cittadini servizi sempre più efficienti», conclude De Palma.

Conto economico 2021: per il personale sanitario si spende sempre meno, ma boom di cooperative

La spesa sanitaria aumenta, ma si continua a risparmiare sul personale. A confermarlo è il Conto economico relativo al 2021 pubblicato nei giorni scorsi dal Ministero della Salute: a fronte di un finanziamento del SSN aumentato, tra il 2010 ed il 2021, del 19,9%, il costo del personale è cresciuto solo del 2,77%. Da una elaborazione dei dati condotta dalla Federazione CIMO-FESMED, emerge allora con chiarezza come il rapporto tra il costo del personale e la spesa sanitaria complessiva sia in costante decrescita, passando dal 32% al 28%.

Ma c’è un altro dato che, sebbene in modo indiretto, è legato all’evidente intenzione di disinvestire sul personale sanitario: la formazione continua, la cui spesa nel 2021 è diminuita del 7,72% rispetto al 2019 e del 23,72% rispetto al 2010.

A fronte di tali tagli, però, assistiamo all’aumento notevole di altri capitoli di spesa, a cominciare dalla voce relativa a consulenze, collaborazioni e lavoro interinale sanitari, per i quali nel 2021 si è speso oltre 900 milioni di euro in più rispetto al 2019, registrando un aumento del 79,28%. Sono questi i capitoli di spesa che ricomprendono le cooperative e i medici gettonisti, il cui costo è aumentato, nel triennio analizzato, di 173 milioni (+66,22%), passando da 261,5 milioni a 434,7 milioni di euro.

Con il segno positivo anche altri capitoli, come la spesa per le assicurazioni (cresciuta, tra il 2019 ed il 2021, del 13,08%) e per i servizi non sanitari, ed in particolare i costi legati ai sistemi informativi (+35,49%), allo smaltimento dei rifiuti (+48,78%) e ai servizi di trasporto non sanitari (+25,59%).

«Si tratta di numeri impietosi, che vanno al di là delle polemiche politiche su quale governo abbia introdotto il tetto alla spesa del personale – commenta Guido Quici, Presidente CIMO-FESMED -: la volontà di tagliare sulle figure professionali che tengono in vita il Servizio sanitario nazionale è bipartisan, e tale è la responsabilità delle condizioni drammatiche in cui oggi versa la sanità pubblica. Per risollevare il SSN, allora, è essenziale invertire il trend, e rilanciare l’offerta sanitaria tornando ad investire realmente sul personale sanitario».

Dati sanitari, come costruire uno scudo efficace

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Da alcuni anni la sanità è al centro di attacchi informatici volti alla monetizzazione: i pirati informatici prendono il controllo di aziende sanitarie e ospedali chiedendo un riscatto per la restituzione dei dati sensibili.

Le vulnerabilità spesso dipendono dall’errore umano: un dipendente che si collega al sistema informatico aziendale con il proprio dispositivo, il mancato riconoscimento di un link sospetto, oppure la condivisione di un accesso tra colleghi. Tutti comportamenti che aumentano il rischio di rendersi facilmente attaccabili.

Talvolta, tuttavia, soprattutto in ambito sanitario, può accadere di possedere un sistema di gestione obsoleto, non in linea con la normativa vigente o non sfruttato appieno nelle sue potenzialità. 

Oggi esistono software medici adatti a conservare e gestire in sicurezza i dati sanitari delle persone, riducendo al minimo i rischi e tutelando così pazienti e operatori sanitari.

«Quando si affronta una riorganizzazione aziendale, le difficoltà dipendono da come è stato svolto il percorso – premette a TrendSanità Roberto Cavallo Perin, avvocato esperto in diritto sanitario -. Tuttavia, parlando di privacy, sono due gli elementi importanti ed entrambi riguardano le finalità della raccolta dei dati».

Le finalità specifiche

Risale al 2016 la legge europea “madre” in materia di privacy e trattamento dei dati personali. Considerato un’eccellenza a livello mondiale, il regolamento armonizza la tutela della riservatezza in tutti gli Stati membri, tutelando i detentori delle informazioni sensibili, cioè i cittadini. 

Il General Data Protection Regulation (GDPR) è stato recepito dall’Italia nel 2018 e da allora regola tutti gli aspetti che riguardano il trattamento dei dati, anche di quelli sanitari.

Roberto Cavallo Perin

«La legge stabilisce il divieto di trattare dati personali che rivelino informazioni come lo stato di salute e la vita sessuale salvo quando si ottenga il consenso esplicito al trattamento per una o più finalità specifiche», ricorda Cavallo Perin.

Queste finalità possono riguardare la cura del paziente e la costruzione di una banca dati per poter comparare i dati della propria malattia con quella di altre persone con patologie simili. «Le informazioni contenute in questo database sono importanti perché non anonime – afferma Cavallo Perin -. E questo permette di avere il contesto: dove la persona ha vissuto, per quanto tempo, che età ha, che professioni svolge… Sono dati di contorno fondamentali per i quali si chiede l’autorizzazione al trattamento».

L’altra finalità è la ricerca scientifica: «In questo caso il dato è importante non solo per la cura, ma per effettuare studi epidemiologici che riguardano per esempio la correlazione tra inquinamento atmosferico e certe malattie cardiovascolari – continua l’avvocato -. In questa casistica ricade anche la finalità di ricerca storica a fini statistici».

La riorganizzazione sanitaria

Nel momento in cui si decide di riorganizzare la propria azienda sanitaria o il proprio studio medico, quindi, «è importante verificare se c’è uniformità tra i moduli utilizzati nel tempo e accertarsi che il sistema informativo segnali le diverse tipologie per le quali è stato dato il consenso, rendendolo disponibile in ragione della finalità per cui è stato richiesto», ricorda Cavallo Perin.

«Un’organizzazione deve costruire un sistema in modo attento, che preveda il controllo e la sorveglianza. Se questo non avviene, in caso di fughe di dati potrebbe essere accusata di negligenza. Ai fini legali, l’aspetto importante non è la casualità, ma l’errore persistente: a tendere dovremo circondarci di sistemi che ci permettano di comunicare in modo sicuro, ma dubito che un giudice condanni un medico che occasionalmente ha inviato un’informazione urgente per la salute di un suo assistito attraverso un sistema di messaggistica standard».

Ai fini legali, l’aspetto importante non è la casualità, ma l’errore persistente

Non abusare del buon senso potrebbe essere un’indicazione da seguire, così come il formarsi per utilizzare in modo consapevole gli strumenti che abbiamo a disposizione: «L’intelligenza artificiale nei prossimi anni potrà salvarci la vita in tante occasioni, dimostrandoci per esempio come sarebbe meglio smettere certe abitudini o come certi comportamenti persistenti non siano prudenti – ricorda Cavallo Perin -. Avere informazioni così precise può essere per noi un grande vantaggio, ma dobbiamo essere in grado di proteggerle: oggi abbiamo tutti gli strumenti per poterlo fare».

Società Italiana di Farmacologia: “Dallo spazio speranze di aiuto per i pazienti fragili”

“I tanti tipi di stress a cui sono sottoposti gli astronauti, le variazioni a cui vanno incontro tutti gli apparati e la impossibilità di monitorare e intervenire in tempo reale in situazioni di emergenza, fanno sì che il soggiorno nello Spazio rappresenti un modello di studio per pazienti fragili, impossibilitati a muoversi e che devono mettere in atto procedure mediche in maniera autonoma”. La conferma arriva da Gianluca Trifirò, Professore Ordinario di Farmacologia all’Università di Verona e Lucia Morbidelli, Professoressa Ordinario di Farmacologia all’Università degli Studi di Siena, entrambi soci della Società Italiana di Farmacologia – SIF – che sottolineano come “la sfida spaziale porterà a notevoli migliorie nella gestione della salute pubblica, come ha già fatto in passato con tante tecnologie innovative che ci aiutano nella vita di tutti i giorni”.

La sfida spaziale porterà a notevoli migliorie nella gestione della salute pubblica, come ha già fatto in passato con tante tecnologie innovative che ci aiutano nella vita di tutti i giorni

La Ricerca Spaziale Biomedica ci ha permesso di realizzare o migliorare molte tecnologie, dalle lenti antigraffio e fotocromatiche, ai termometri a infrarosso, alla analisi delle microcalcificazioni nelle mammografie, fin alle tecniche avanzate di imaging funzionale, ai microsensori ed ai dispositivi medici ad autolettura. Ma può servire anche per lo studio dei farmaci da usare sulla Terra? “Riguardo ai farmaci – spiegano Trifirò e Morbidelli – oltre all’aggiustamento del dosaggio e alla scelta dei principi attivi più adatti, una sfida riguarda le tecnologie della ricerca di nuovi medicinali in assenza di gravità e lo sviluppo di formulazioni per un uso efficace e sicuro”.

E nello Spazio, invece, che farmaci si possono e si devono assumere? “Nello spazio i farmaci servono sia per il trattamento di sintomi che si possono verificare comunemente – aggiungono dalla SIF – che per eventuali situazioni di emergenza come traumi ed emorragie. Nei kit medici forniti agli astronauti, in particolare, vengono inclusi farmaci per trattare disturbi del sonno, allergie, cinetosi spaziale, nausea, dolore e congestione sinusale. Il volo spaziale comporta alterazioni nella fisiologia umana con conseguenti modifiche farmacocinetiche, come assorbimento, distribuzione, metabolismo ed escrezione del farmaco, e farmacodinamiche, cioè l’effetto farmacologico in risposta all’interazione del farmaco con il suo specifico bersaglio molecolare. Tutto ciò può inevitabilmente avere un impatto sull’efficacia e sulla sicurezza dei farmaci”.

Negli ultimi anni le agenzie spaziali stanno lavorando molto per ampliare gli attuali confini del volo spaziale umano con missioni anche su Marte. “La ricerca nell’ambito dell’astrofarmacia contribuisce a rendere l’esplorazione umana nello spazio sicura e accessibile. Abbiamo approfondito questo tema nell’ultimo numero di Sif Magazine pubblicato sul sito della Società Italiana di Farmacologia e realizzato in collaborazione con l’Unione Astrofili Napoletani”, concludono i professori Gianluca Trifirò e Lucia Morbidelli.

Astrofarmacia, what else?

L’astrofarmacia si occupa dello sviluppo di farmaci e trattamenti medici utilizzabili in condizioni di microgravità e valuta la sicurezza di questi nello spazio. In Italia, pochi atenei propongono lo studio di questa materia. Tra questi vi sono l’Università degli Studi di Padova con un corso di perfezionamento “MAS – Medicina Aeronautica e Spaziale” e l’Università degli Studi di Napoli Federico II con un Master di II livello in medicina aerospaziale.

Inoltre, proprio all’Università di Verona, già a partire dagli anni ’90, il Professore di farmacologia Giampaolo Velo si era interessato alla space pharmacology come nuova frontiera della farmacologia.

«Il SSN non sta bene… Integrare sanità e sociale per ridurre accessi impropri»

Come sta la sanità pubblica italiana? È questa la domanda con cui si apre questo 2024 con una Legge di Bilancio approvata da poco e con il corredo del consueto duello verbale della politica: da una parte il Governo e la maggioranza soddisfatti per l’aumento di fondi e dall’altra le opposizioni (e non solo) che ne lamentano la carenza.

Per capire meglio la situazione e le prospettive dell’anno, rivolgiamo cinque domande a chi ha rivestito e riveste entrambe le posizioni (Governo o maggioranza e opposizione). Abbiamo cominciato dagli ex ministri della Salute con le interviste a Beatrice LorenzinGiulia Grillo e Roberto Speranza. Oggi le 5 domande sono per Mariapia Garavaglia, Ministro della Salute dal 1993 al 1994.

1 – LE RIFORME

Il prossimo futuro vedrà la popolazione anziana diventare sempre più ampia, con l’aumento dei tassi di cronicità, di poli-patologici e di non autosufficienti. Basteranno PNRR, DM 77, telemedicina e fascicolo elettronico ad affrontare queste sfide?


In questi anni sono stati ridotti i posti letto, ma ora mancano medici di medicina generale, specialisti ambulatoriali, infermieri e altri operatori

«La domanda sembra essere retorica ma non lo è, perché l’analisi del futuro si basa pur sempre sul presente. Il nostro SSN non sta bene… Anche senza elencare i dati basta lo scontento dei cittadini e anche degli operatori. Dalla Legge 833 del 1978 avremmo dovuto contare primariamente sull’assistenza territoriale, con una progressiva deospedalizzazione. Sono stati effettivamente ridotti i posti letto, ma ora mancano medici di medicina generale, specialisti ambulatoriali, infermieri e altri operatori. Il PNRR offre finanziamenti notevoli ma si tratta di investimenti, non di fondi per la gestione. La tecnologia aiuterà l’assistenza primaria, di prossimità, purché sia equamente distribuita. Ricordiamo che non è ancora diffuso universalmente il fascicolo sanitario elettronico. I dati, che sono importanti per governare i fenomeni, occorre che siano tempestivamente raccolti, analizzati e utili alla gestione.
Serve, perciò, uno shock decisionale per definire il finanziamento e reclutare personale. E ci vuole tempo…».

2 – IL DECLINO

I dati ci dicono che già oggi il nostro Servizio sanitario nazionale non è più universalistico: il 50% delle visite specialistiche ambulatoriali sono pagate privatamente, così come il 33% degli accertamenti diagnostici ambulatoriali. Il 7% della popolazione rinuncia alle cure, addirittura il 24% tra gli anziani. E l’aspettativa di vita cala. Il SSN è ancora un nostro punto di forza?

«Con la pandemia da covid-19 abbiamo capito che siamo in grado di organizzarci in emergenza; ci manca la cultura gestionale. Come ho appena detto, il SSN può continuare ad essere una grande risorsa e un punto fermo purché diventi una priorità radicale dei governi. Di tutti i governi. I cittadini, soprattutto i più vulnerabili, hanno bisogno che il SSN sia effettivo nel suo agire. Il contrario significherebbe abbandonarli ad una grave diseguaglianza. Una “eutanasia di Stato”».

3 – I PRIVATI

Sanità privata convenzionata, sanità integrativa, sanità classificata, cooperative: tra privato e pubblico la competizione è corretta? 

Il privato ha meno vincoli nei contratti; sceglie i clienti; sa gestire in economia anche rispettando gli standard richiesti

«Non credo sia corretta la competizione. Il privato, anche meno qualificato, è diventato sostitutivo e non era questa la finalità della norma che prevede sia, giustamente, complementare. Il privato ha meno vincoli nei contratti; sceglie i clienti; sa gestire in economia anche rispettando gli standard richiesti. E non è asfissiato dalla burocrazia pubblica. Il privato ha diritto a lavorare all’interno del SSN, definendo la collaborazione in modo chiaro e in modo tale che le assicurazioni integrative non nuocciano al sistema pubblico, doppiamente, sottraendo “clienti” e fondi attraverso le detrazioni fiscali».

4 – LE SOLUZIONI

Per salvare realmente la sanità pubblica si deve immaginare un enorme aumento del finanziamento del SSN (e allora la domanda è come reperire le risorse?) o prendere atto che il sistema non è sostenibile e farlo diventare selettivo come prestazioni offerte e come partecipazione gratuita degli utenti?

«Può darsi, ma non vorrei che accadesse. Probabilmente mantenere l’universalità del diritto all’accesso ai servizi è fondamentale per garantire la stessa qualità a tutti i cittadini, ma non a tutti allo stesso grado di gratuità. L’integrazione con il sociale (che è competenza comunale e in parte regionale) deve aiutare il sistema a liberarsi di accessi impropri al sanitario, perché è gratuito. Si deve definire una percentuale fissa – magari nella media europea – sul Pil del finanziamento del Fondo Sanitario Nazionale e, infine, combattere l’evasione. È una ingiustizia inaccettabile che la fiscalità generale non sostenga il servizio sanitario per tutti. Gli evasori usufruiscono di un servizio complesso, prezioso, costoso a carico dei cittadini che pagano fedelmente le tasse».

5 – I RIMPIANTI

Una cosa che farebbe se tornasse indietro nel tempo, ai mesi in cui era a Lungotevere Ripa…

Il Governo Ciampi, purtroppo, durò solo un anno e tuttavia mettemmo a segno molti risultati. Ma tra esecutivi manca spesso la continuità

«Ci possono sempre essere rimpianti, ma voglio stare su qualcosa di concreto. Il Governo Ciampi, purtroppo, durò solo un anno e tuttavia mettemmo a segno molti risultati. Basta consultare tutti gli atti che ho firmato. Avrei desiderato vedere i risultati. Ma accade (troppo spesso) che il governo successivo, invece di garantire continuità, propone sue scelte. In tal modo viene meno anche la possibilità di verificare il successo o meno delle norme varate e della programmazione precedente, e non si acquisiscono i dati per modificare, riformare o cancellare. Questo è un rimpianto “istituzionale” che coltivo rispetto alla politica in generale».

Autonomia differenziata, i molti dubbi e le poche certezze di una sanità già regionalizzata

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Totale deflagrazione del Servizio Sanitario Nazionale a favore di 21 sanità locali diverse. Un sistema snello e capace di intervenire in modo più efficiente sui bisogni di salute di ogni territorio. Una macchina che, faticosamente, ha già assorbito oltre 20 anni di regionalismo sanitario e non è destinata a subire contraccolpi significativi.

I giudizi sul testo “Disposizioni per l’attuazione dell’autonomia differenziata delle Regioni a statuto ordinario” appena approvato nella lettura del Senato, e che ora è atteso alla Camera per un ulteriore passaggio parlamentare, sono decisamente variegati rispetto all’impatto che potrà avere sul Servizio Sanitario Nazionale. Undici articoli che consentiranno alle Regioni, se la riforma diventerà legge, di chiedere su 23 materie, tra cui la sanità, «ulteriori forme e condizioni particolari di autonomia» purché siano rispettati livelli essenziali fissati dallo Stato.

«È una riforma che va applicata in maniera intelligente» dice a TrendSanità Americo Cicchetti, direttore generale della programmazione sanitaria del Ministero della Salute, ovvero la direzione che, tra le tante strategiche funzioni, è preposta alla definizione, monitoraggio e aggiornamento dei Livelli essenziali di assistenza (Lea) e del piano sanitario nazionale.

I Lep previsti dall’autonomia differenziata ripercorreranno la dissestata strada dei Lea o l’aumento di autonomia delle Regioni renderà più efficiente il sistema, superando la complicata dialettica centro/periferia?

E proprio i Lea, introdotti in sanità nel 2001 con il regionalismo come strumento per garantire a tutti i cittadini prestazioni e servizi che il SSN è tenuto ad assicurare gratuitamente o dietro pagamento di un ticket uniformemente in tutta Italia, sono stati uno dei modelli giuridici e culturali che stanno alla base di questo testo di riforma. I Lep, infatti, vengono definiti all’articolo 3 dell’attuale testo come i livelli essenziali delle prestazioni concernenti i diritti civili e sociali che devono essere garantiti su tutto il territorio nazionale. Questo, dunque, è uno degli elementi che corroborano la valutazione di chi ritiene che la sanità non subirà grandi scossoni dalla riforma.

Cosa potrebbe andare storto

«Può essere un’opportunità per il nostro sistema ma a condizione che venga implementata tenendo fermo il nucleo di un servizio sanitario che è, e deve restare, nazionale, pur con tutte le sue declinazioni regionali» precisa ancora Cicchetti che sposta l’attenzione sulle garanzie che il Ministero deve attualmente verificare e certificare con un complesso sistema fatto di 88 indicatori che vanno dalla prevenzione collettiva e sanità pubblica all’assistenza distrettuale, dalla stima del bisogno sanitario all’assistenza ospedaliera, dall’equità sociale al monitoraggio e valutazione dei percorsi diagnostico-terapeutici assistenziali (PDTA) di alcune importanti patologie come BPCO, scompenso cardiaco, diabete, tumori alla mammella, al colon e al retto. La faticosa messa a regime di questo sistema ha visto definire 22 di questi indicatori come “CORE”, cioè, decisivi per valutare se le Regioni stanno o non stanno garantendo a tutti i loro cittadini livelli essenziali di assistenza sanitaria.

La storia di questi anni ha dimostrato come la messa a regime di un sistema così complesso non è affatto facile. La salute e la medicina hanno tempi che non si adattano a quelli delle burocrazie ministeriali e regionali, le terapie, i farmaci e l’innovazione corrono veloci, le emergenze sanitarie entrano nelle nostre case senza bussare e farsi annunciare.

Un dato significativo che alimenta lo scetticismo di chi vede nell’autonomia differenziata un ulteriore colpo alla tenuta del sistema sta nel ritardo con cui i Lea sono stati aggiornati: 17 anni per l’aggiornamento e altri 7 per diventare operativi, cosa che avverrà effettivamente, salvo ulteriori rinvii, solo il primo aprile 2024. Anni di ritardi, di richieste di pazienti inevase, di contenziosi tra Stato e Regioni, di ricorsi milionari e di cause giudiziarie. I Lep previsti dall’autonomia differenziata ripercorreranno la dissestata strada dei Lea o l’aumento di autonomia delle Regioni renderà finalmente efficiente e adattativo il sistema senza riproporre la complicata dialettica tra centro e periferia? Questo è il dilemma in cui si misurano osservatori e studiosi.

Intanto, proprio quegli indicatori si stanno per aggiornare come spiega Cicchetti: «Da 22 passiamo a 29 indicatori che entrano nel sistema di monitoraggio Lea. Sta migliorando la nostra capacità di raccogliere dati dalle Regioni e, a mano a mano che i dati diventano più robusti, il sistema si aggiorna. Tra i nuovi criteri entreranno i PDTA e quindi la capacità della singola Regione di prendere in carico un intero programma di salute come, in questo caso, le patologie croniche. L’obiettivo è quello di implementarli tutti, ma soprattutto quelli legati ai PDTA pensiamo possano essere il modo migliore per valutare le performance sui diversi territori e capire se siamo in grado come sistema di rispondere a quelle che sono le esigenze dei cittadini e dare concretezza al loro diritto alla salute».

La mobilità sanitaria

Ma organizzare la salute su base regionale non basta. Siamo nel 2024 e prendere l’auto per curarsi nella Regione a mezz’ora di distanza o un treno per andare in poche ore da una parte all’altra dello stivale è una consuetudine per molti. Nel 2021, la mobilità sanitaria interregionale in Italia ha raggiunto un valore di € 4,25 miliardi, cifra nettamente superiore a quella del 2020 (€ 3,33 miliardi), con saldi estremamente variabili tra le Regioni del Nord e quelle del Sud. Il saldo è la differenza tra mobilità attiva, ovvero l’attrazione di pazienti provenienti da altre Regioni, e quella passiva, cioè la “migrazione” dei pazienti dalla Regione di residenza. Emilia-Romagna, Lombardia e Veneto – Regioni capofila dell’autonomia differenziata – raccolgono il 93,3% del saldo attivo, mentre il 76,9% del saldo passivo si concentra in Calabria, Campania, Sicilia, Lazio, Puglia e Abruzzo.

Nino Cartabellotta

«La mobilità sanitaria – spiega Nino Cartabellotta, Presidente della Fondazione GIMBE – è un fenomeno dalle enormi implicazioni sanitarie, sociali, etiche ed economiche, che riflette le grandi diseguaglianze nell’offerta di servizi sanitari tra le varie Regioni e, soprattutto, tra il Nord e il Sud del Paese. Un gap diventato ormai una “frattura strutturale” destinata ad essere aggravata dall’autonomia differenziata, che in sanità legittimerà normativamente il divario Nord-Sud, amplificando le inaccettabili diseguaglianze nell’esigibilità del diritto costituzionale alla tutela della salute».

I più gravi problemi che individua GIMBE stanno nel sottofinanziamento attuale della sanità che costringe anche le Regioni Nord a tagliare i servizi, nella vaghezza del DdL Calderoli sulle modalità di finanziamento e sugli strumenti per garantire i Livelli essenziali delle prestazioni. Cartabellotta conclude con un esempio e una richiesta: «Una maggiore autonomia in termini di contrattazione del personale rischia di provocare una fuga dei professionisti sanitari verso le Regioni in grado di offrire condizioni economiche più vantaggiose. Per questo e per tutti gli altri motivi che ricordavamo, chiediamo che la tutela della salute sia espunta dalle materie su cui le Regioni possono richiedere maggiori autonomie».

La mobilità sanitaria riflette le grandi diseguaglianze nell’offerta di servizi sanitari tra le varie Regioni

Le disparità sulla sanità tra le Regioni sono sotto gli occhi di tutti da anni. Secondo l’ex ministro Lorenzin la madre di tutti i mali fu proprio la riforma introdotta nel 2001 in Costituzione che aumentava i poteri dei territori, secondo molti analisti quelle disparità erano evidenti già nel 1978 con la nascita del Servizio Sanitario Nazionale che aveva tra i suoi propositi proprio quello di riequilibrare la situazione.

«L’autonomia differenziata rischia di portare ulteriori squilibri?» si chiede dialogando con TrendSanità Barbara Polistena, Responsabile di Ricerca di C.R.E.A. Sanità (Centro per la Ricerca Economica Applicata in Sanità). «Noi ci siamo riproposti di monitorare l’evoluzione della riforma già dallo scorso anno e nell’ultimo rapporto performance abbiamo iniziato una valutazione per capire quello che succederà alle Regioni e per vedere se l’autonomia differenziata porterà a degli ulteriori squilibri. Di fatto crediamo che la sanità con i Lea, che sono un po’ quello che saranno i Lep, avesse già fatto questo passaggio quindi, probabilmente, è il settore che soffrirà meno di rivoluzioni. Però questo poi dovremo analizzarlo.

Forse la sanità, dopo 20 anni di federalismo e Lea, potrebbe essere il settore meno rivoluzionato dall’autonomia differenziata

Quello che possiamo già dire è che il nostro sistema sanitario già con il federalismo in questi oltre 20 anni non aveva portato secondo i dati a grandi differenze o, quantomeno, ad allargare le differenze tra le Regioni che c’erano prima. È questo il dato che ci fa pensare che la sanità potrebbe essere il settore che meno sarà sconvolto da questa innovazione».