Il Consiglio dei Ministri ha deliberato, su proposta del Ministro della Salute Orazio Schillaci, la nomina dei Capi dei nuovi Dipartimenti del Ministero della Salute istituiti in seguito alla riorganizzazione del dicastero.
È stato conferito:
l’incarico di Capo del Dipartimento dell’amministrazione generale, delle risorse umane e del bilancio del Ministero della Salute a Giuseppe Celotto, dirigente di prima fascia dei ruoli del Ministero della Salute;
l’incarico di Capo del Dipartimento della salute umana, della salute animale e dell’ecosistema (One Health) e dei rapporti internazionali e incarico ad interim di Capo del Dipartimento della prevenzione, della ricerca e delle emergenze sanitarie del Ministero della Salute a Giovanni Leonardi, dirigente di prima fascia dei ruoli del Ministero della Salute;
l’incarico di Capo del Dipartimento della programmazione, dei dispositivi medici, del farmaco e delle politiche in favore del Servizio sanitario nazionale del Ministero della Salute a Francesco Saverio Mennini
Tutti, almeno una volta nella vita, ci siamo sentiti dire che “basta essere pazienti”: una esortazione che invita ad attendere dei tempi necessari, oppure ad avere pazienza anche di fronte a lungaggini e ritardi. Chi ha una malattia o un tumore raro questa frase l’ha sentita ripetere con una frequenza superiore alla media, ma spesso non ha un tempo sufficiente per poter attendere ancora. Per questo “Basta essere pazienti – Persone rare, diritti universali” è stato scelto come claim della campagna di sensibilizzazione ideata da OMaR – Osservatorio Malattie Rare in occasione della Giornata Mondiale Malattie Rare 2024.
L’iniziativa, che andrà avanti fino a dopo il 29 febbraio, data ufficiale della Giornata Mondiale, è stata presentata in un convegno a Roma organizzato in collaborazione con AMR – Alleanza Malattie Rare e che ha visto il coinvolgimento di tutti gli stakeholders: le associazioni di pazienti, i clinici e ricercatori, le società scientifiche, le istituzioni e il mondo dell’industria, rappresentato dal Presidente di Farmindustria Marcello Cattani.
La campagna si articola in diverse attività:un convegno in presenza, per dare voce a tutti gli attori del sistema, l’elaborazione condivisa di una petizione che mira a divenire una mozione parlamentare, attività di media relations con diverse testate giornalistiche per portare il tema delle malattie rare all’attenzione di tutta la popolazione e una campagna social condotta attraverso 4 video-testimonianze. I protagonisti – Veronica, Alessandro, Roberta e Gabriella – sono volti e storie reali che raccontano la vita quotidiana, gli ostacoli, le sfide e i desideri comuni e legittimi di persone troppo spesso costrette nelle etichette di “malato” e “paziente”. Ed è anche prendendo spunto dalle loro storie e dai temi dibattuti nel corso del convegno che nasce una azione collettiva: una petizione di 10 punti, 10 richieste chiare per andare verso un effettivo riconoscimento dei diritti universali e una nuova consapevolezza dell’opinione pubblica.
La campagna si articola in diverse attività: un convegno, una petizione e una campagna social con video-testimonianze
“Il claim scelto per la nostra campagna ha volutamente molteplici sfaccettature – ha spiegato Ilaria Ciancaleoni Bartoli, Direttore di OMaR – Osservatorio Malattie Rare – ‘Basta essere pazienti’ è la consapevolezza di dover attendere che i tempi della ricerca facciano il loro corso, essere consapevoli delle specifiche difficoltà legate alla propria patologia, ma significa anche non chiudere gli occhi davanti a tutti quei diritti sanciti dalle norme ma difficilmente esigibili in maniera uniforme. Significa non voler più attendere la rimozione delle barriere, materiali o culturali. Questa campagna, e la petizione che verrà condivisa e sottoscritta, è un invito ad un impegno collettivo nel creare una società inclusiva che rispetti e valorizzi l’individualità di ciascuno”.
“La parola ‘paziente’ deriva dal latino patiĕnte, participio presente di păti che significa ‘patire, sopportare’, insomma soffrire. Ma un individuo non è definito dalla sua malattia, un concetto che da anni, attraverso le nostre campagne di sensibilizzazione, cerchiamo di far comprendere all’opinione pubblica – ha sottolineato Francesca Gasbarri, Social Media Manager OMaR – Osservatorio Malattie Rare – ‘Basta essere pazienti’ vuol dire questo: non considerare le persone con malattia rara ‘pazienti’, ma persone che fanno parte di una comunità, in possesso di diritti civili, la cui essenza è data da una combinazione di dignità, coscienza e desideri”.
Promuovere la visibilità e l’accessibilità in tutti gli aspetti della vita è fondamentale per eliminare le barriere e creare una società più inclusiva
“Promuovere la visibilità e l’accessibilità in tutti gli aspetti della vita è fondamentale per eliminare le barriere e creare una società più inclusiva – ha affermato l’On. Ilenia Malavasi, Commissione XII “Affari Sociali”, Camera dei Deputati – L’intervento delle Istituzioni potrebbe sicuramente agevolare il superamento degli ostacoli normativi. Quante volte abbiamo sentito parlare, ma sono anche le testimonianze della campagna di OMaR a dircelo, di storie in cui non vengono garantiti i diritti fondamentali: l’istruzione, l’accesso equo e tempestivo alle terapie e ai servizi di riabilitazione, i fondi per l’assistenza personale. Esempi non esaustivi, ma da cui si potrebbe avviare un lavoro per spingere verso un cambiamento sostanziale. Un primo passo potrebbe essere fatto con l’applicazione piena del Testo Unico Malattie Rare, ma sono ancora tre gli atti che mancano e riguardano l’adozione del regolamento per la definizione dei criteri e delle modalità di attuazione degli incentivi fiscali in favore dei soggetti, pubblici o privati, che si occupano di ricerca; il decreto per l’istituzione del Fondo di Solidarietà per le persone affette da malattie rare; l’accordo concernente le attività di informazione sulle malattie rare. È necessario rendere la Legge effettiva al più presto”.
Esistono poi anche ostacoli di natura diversa: “Materiali, come le barriere architettoniche, che comportano una limitata accessibilità ai mezzi di trasporto, o la mancanza di indicazioni visive e sonore per le persone con disabilità sensoriali per citare dei casi – ha commentato Vittorio Vivenzio, Presidente AMIP ODV ETS – Associazione Malati di Ipertensione Polmonare – Alleanza Malattie Rare – ma soprattutto barriere di tipo culturale e psicologico: bisogna promuovere un cambio di mentalità per riconoscere l’unicità e sfidare i pregiudizi, affrontando apertamente temi fondamentali come la sessualità, il diritto allo svago e all’intrattenimento e il supporto psicologico. Non dimentichiamo, infine, che il cambiamento passa per il linguaggio: impariamo a esprimerci senza stereotipi, le persone con malattia rara sono individui, uomini e donne, che sono parte integrante della comunità che condivide esperienze, bisogni e desideri comuni. E che molte persone con disabilità sono invisibili, ovvero non si ha la percezione della loro disabilità perché non si vede alcun ausilio, come accade per esempio con i malati di ipertensione polmonare”.
Per superare le barriere, non solo materiali ma anche culturali e psicologiche, il cambiamento passa per il linguaggio
“Sono anni ormai che aspettiamo il riconoscimento pieno ed inclusivo dei diritti delle persone con malattia rara. Oltre alle barriere culturali, queste persone si scontrano ogni giorno con barriere normative e burocratiche che ostacolano la piena realizzazione della persona in ambiente sociale e anche lavorativo. Per questa ragione è importante provvedere quanto prima a rendere effettivo il Fondo di Solidarietà previsto dal Testo Unico Malattie Rare e velocizzare il processo di modifica ed implementazione della normativa sulla disabilità e sulla riforma INPS – ha ricordato Maria Pia Sozio, Presidente As.Ma.Ra. Onlus – Associazione Malattia Rara Sclerodermia ed altre Malattie Rare “Elisabetta GIUFFRE’” – Alleanza Malattie Rare – Da tanto tempo, dunque, As.Ma.Ra. insieme alle altre associazioni di pazienti, le federazioni e i coordinamenti, lavora affinché vengano riconosciuti i diritti e i benefici assistenziali per le persone con patologia rara, realizzando anche numerosi documenti a seguito di incontri tematici. Un impegno e una richiesta collettiva a cui le istituzioni però non hanno risposto esaurientemente, lasciando pazienti e famiglie senza una chiara indicazione. Chiediamo quindi che anche la nostra voce, le nostre istanze, trovino spazio e vengano finalmente ascoltate e accolte”.
“La diagnosi precoce nelle malattie rare è un passaggio veramente fondamentale per l’evoluzione del percorso del paziente e oggi più che mai la genomica, attraverso le metodiche di sequenziamento del DNA di nuova generazione (Next Generation Sequencing, NGS), svolge un ruolo decisivo. Sono almeno tre gli strumenti che si dovrebbero adoperare quando ci si trova di fronte a patologie rare e complesse, non solo ad insorgenza pediatrica: la valutazione del medico genetista, il sequenziamento dell’esoma e il sequenziamento del genoma, che permetterebbero di dare risposte diagnostiche chiare e, quindi, di avere una corretta presa in carico e l’accesso tempestivo al trattamento, ove possibile”, ha evidenziato Fiorella Gurrieri, Professore Ordinario di Genetica Medica, Università Campus Bio-Medico di Roma e Responsabile Servizio di Genetica Medica, Policlinico Universitario Campus Bio-Medico di Roma, Membro del Direttivo SIGU – Società Italiana di Genetica Umana. La diagnosi precoce può essere effettuata anche attraverso i programmi di screening neonatale, una delle risorse più preziose del Servizio Sanitario Nazionale italiano la cui omogenea applicazione sul territorio nazionale non può che essere considerata prioritaria.
La petizione
Nel corso della mattinata è stata presenta una bozza di petizione, articolata in 10 punti, che sono stati commentati e discussi con tutti gli stakeholders per apportare modifiche e integrazioni. La versione definitiva circolerà fino al 29 febbraio tra le associazioni, i clinici, le istituzioni nazionali e regionali per la raccolta di firme e il risultato sarà reso pubblico in occasione della Giornata Mondiale delle Malattie Rare, con l’auspicio che possa poi trasformarsi in una mozione parlamentare che impegni a proseguire sulla strada indicata.
Ecco i punti fondamentali della petizione:
Necessità di sviluppare una cultura della consapevolezza, prevenzione e considerazione del rischio nell’ambito della salute riproduttiva;
Diritto a una diagnosi il più precoce possibile;
Necessità di garantire dei PDTA uniformi sul territorio nazionale;
Accesso equo e uniforme alle terapie disponibili;
Necessità di un aggiornamento della lista delle malattie rare presenti nei LEA e presa in carico delle persone con malattia rara senza diagnosi;
Garantire una soddisfazione dei bisogni assistenziali adeguata alle esigenze delle persone e delle famiglie, in maniera uniforme sul territorio nazionale;
Riconoscimento e supporto al caregiver familiare;
Politiche adeguate a far fronte ai casi di carenza dei farmaci;
Garantire l’esercizio dei diritti in ambiente di vita sociale, scolastica lavorativa e affettiva, attraverso il pieno riconoscimento del diritto all’inclusione;
Sostegno alla ricerca e implementazione della comunicazione anche in tema di trial clinici.
Viviamo in un’epoca senza precedenti, paragonabile a una rivoluzione simile a quella dove si è passati dall’analogico al digitale, un’era che vede evolvere le intelligenze artificiali ad un ritmo crescente, quasi esponenziale.
Le intelligenze artificiali “conversazionali” (ChatGPT e i suoi simili) si pongono, in particolare, come un tema invasivo e pervasivo, suscitando preoccupazioni crescenti in ambito etico e umanistico. Specialmente in campo medico e di cura. Certo, dalle AI possiamo trarre profitto, ma sorge la questione di stabilire dei confini e mettere un perimetro al loro impatto sulle nostre vite, al fine di evitare azioni che potrebbero evolvere in significative derive.
Vincenzo Paglia
Ad approfondire l’argomento al Ministero della Salute, in occasione del summit organizzato da Culture dal titolo “Digital Health by Design dati e IA”, è stato monsignor Vincenzo Paglia, Presidente della Pontificia Accademia per la Vita, che, dialogando con TrendSanità, sottolinea come l’umanesimo debba avere preminenza su tutte le tecnologie e lancia un appello sul coinvolgimento degli anziani.
«Gli anziani in Italia sono 14 milioni e su questi non c’è pensiero: politico, economico e sanitario, tant’è vero – ha sottolineato Paglia – che nel contesto dei percorsi di sperimentazione clinica e dell’autorizzazione alla messa in commercio dei farmaci, sono coinvolte persone con un’età compresa tra 20 e 50 anni, mentre la popolazione anziana, che rappresenta la maggior parte degli utilizzatori, non viene considerata. Lo sviluppo della medicina e del benessere hanno aumentato la speranza di vita di circa 20/30 anni, ma la società non ha ancora recepito questo progresso e ancora non è in grado di mantenere sempre il benessere per le persone over 65. Nasce quindi un’esigenza di consapevolezza per superare la distinzione che sussiste tra sociale e sanitario».
Monsignor Vincenzo Paglia è anche Presidente della Commissione per l’attuazione della riforma dell’assistenza sanitaria e socio-sanitaria della popolazione anziana del Ministero della Salute che ha dato impulso al disegno di legge sulla riforma della non autosufficienza.
«La relazione, l’abbraccio, l’amore e i sentimenti possono solo essere umani». L’uso del termine intelligenza, secondo Paglia, può essere soltanto legato all’umanità e alla fisicità
Nell’affrontare il complesso tema dell’intelligenza artificiale Paglia ha fatto più volte riferimento a uno scienziato giapponese di fama internazionale, che già nel 2020, in occasione di un convegno sulla robotica, organizzato dalla Pontificia Accademia per la Vita, affermò che la nostra sarebbe stata l’ultima generazione organica, dopo questa vi sarà l’era dell’umanità inorganica. La solitudine degli anziani è stato l’altro grande tema etico e sociale sottolineato dal prelato che l’ha approfondito citando ancora lo scienziato giapponese: «Il Giappone ha il primato mondiale di popolazione anziana, dove la solitudine e l’abbandono sono una tragedia enorme. Diversi anziani giapponesi rubano per poter andare in carcere e avere almeno un po’ di compagnia».
In questo scenario distopico, aggiunge Paglia: «Un robot simile all’umano per combattere la solitudine, così congegnato ci porta dritti all’esplosione del sistema. Dobbiamo restare noi coloro che guidano la macchina. La tecnologia, come l’intelligenza artificiale, è da abbracciare con entusiasmo, tenendo però presente le coordinate. Specialmente nel campo medico, non possiamo affidare alla macchina la gestione della salute di una persona. Questa è la contraddizione che costituisce anche una sfida enorme alla nostra società contemporanea».
«La relazione, l’abbraccio, l’amore e i sentimenti possono solo essere umani». L’uso del termine intelligenza, secondo Paglia,può essere soltanto legato all’umanità e alla fisicità, mentre il termine artificiale deve per forza riferirsi ad uno strumento dell’uomo.
Infine, un aneddoto esemplare: «Gli ingegneri che lavorano a Seattle sono circa 50mila», racconta Paglia riportando un aneddoto di alcuni anni fa, quando incontrò l’allora Presidente di Microsoft, Brad Smith, che esprimendo la propria preoccupazione disse: «Siamo tutti ingegneri condannati ad inventare sempre nuove tecnologie per poter rimanere sul mercato. Possiamo inventare cose belle, come tecnologie per far vedere ai ciechi e sentire ai sordi, ma possiamo anche inventare cose terribili. Gli ingegneri non conoscono il limite e noi vorremmo che lei venisse ad accompagnarci in questo percorso».
Nel 2020 ci fu la firma alla Rome Call for AI Ethics, iniziativa che partì su impulso della Pontificia Accademia per la Vita e vide come primi firmatari i rappresentanti di Microsoft, Ibm, Fao e dal Ministero dell’Innovazione, in rappresentanza del Governo italiano. La Rome Call è stata riproposta ad inizio del 2023, alla firma dei rappresentanti di 3 religioni, Ebraismo, Cristianesimo e Islam, e «a luglio, ad Hiroshima, verranno alla firma anche tutte le altre religioni del mondo». La Rome call è undocumento nato per promuovere una «algoretica», ovvero uno sviluppo etico dell’intelligenza artificiale. L’algoretica, termine tecnico che sta a significare l’etica degli algoritmi, presuppone che sia l’uomo a “guidare” gli strumenti di intelligenza artificiale, nei processi decisionali.
L’intelligenza artificiale può aiutare la cura agli anziani nelle loro case, facendoli sentire meno soli
In conclusione, il pensiero ritorna agli anziani: «L’assistenza delineata nella riforma della non autosufficienza prevediamo che abbia un massiccio uso della telemedicina. Nello specifico non possiamo permettere che in una società civile si mettano gli anziani “nello scarto”. È una lotta di civiltà. L’auspicio è che possano essere curati nelle proprie case, nel luogo dove hanno vissuto, magari favorendo il cohousing. E l’intelligenza artificiale può essere utile, se noi siamo saggi sviluppandola e dirigendola verso quel nuovo umanesimo planetario che, a mio avviso, è l’unico orizzonte possibile, a meno che non vogliamo distruggerci…».
«Lo schema del Decreto anziani predisposto dal Governo – ha esordito Nino Cartabellotta, Presidente della Fondazione GIMBE nel corso dell’audizione presso la 10a Commissione Affari sociali, sanità, lavoro pubblico e privato, previdenza sociale del Senato – rappresenta indubbiamente un grande passo per rispondere ai bisogni di oltre 14 milioni di persone anziane che, insieme a familiari e caregiver, ogni giorno affrontano difficoltà, disagi e fenomeni di impoverimento economico. Situazioni aggravate dalle enormi diseguaglianze nell’erogazione dei servizi socio-sanitari, sia tra le Regioni, in particolare tra Nord e Sud, sia tra aree urbane e rurali».
«L’analisi ha riguardato anzitutto il testo dei 42 articoli del Decreto anziani, la relazione illustrativa e la relazione tecnica – ha spiegato Cartabellotta – al fine di identificare la copertura finanziaria delle misure».
In sintesi:
Per 13 misure si fa riferimento a risorse già stanziate: PNRR Missione 5 e Missione 6, Fabbisogno Sanitario Nazionale, Fondo Nazionale per le Politiche Sociali, Fondo per la non autosufficienza, Fondo per la promozione dell’attività sportiva, Fondo per le politiche della famiglia, Ministero della Salute.
Un finanziamento apparentemente aggiuntivo di € 250 milioni per il 2025 e € 250 milioni per il 2026 è previsto solo per la misura “assegno di assistenza”, che sarà destinato all’acquisto di servizi o contratti: badanti, caregiver, strutture per la presa in cura dell’anziano. «Tuttavia dei complessivi € 500 milioni stanziati – ha tenuto a puntualizzare il Presidente – € 150 milioni provengono dalla riduzione del Fondo per le non autosufficienze, € 250 milioni sono a valere sul Programma nazionale “Inclusione e lotta alla povertà 2021-2027” e € 100 milioni a valere sulle disponibilità della Missione 5 del PNRR. In altri termini anche l’assegno di assistenza di fatto viene finanziato con risorse già stanziate su altri capitoli di spesa pubblica».
Per tutte le altre misure non sono previsti maggiori oneri per la finanza pubblica.
«Al fine di contestualizzare le misure previste nell’attuale contesto socio-sanitario – ha continuato il Presidente – abbiamo quindi condotto alcune analisi su aspetti epidemiologici, spesa socio-sanitaria e diseguaglianze regionali sui servizi socio-sanitari previsti dal Decreto anziani».
La platea dei destinatari
A beneficiare delle misure previste dal provvedimento sarà il 24% della popolazione residente al 1° gennaio 2023 (dati ISTAT), ovvero 14.181.297, di cui 9.674.627 nella fascia 65-69 anni (cd. anziani) e 4.506.670 di over 80 (cd. grandi anziani) (figura 1).
«Un numero – ha commentato Cartabellotta – che secondo le proiezioni demografiche aumenterà nei prossimi anni, generando un progressivo incremento dei costi socio-sanitari». Infatti, secondo le proiezioni ISTAT al 2050 gli over 65 sfioreranno quota 18,8 milioni (pari al 34,5% della popolazione residente), circa 4,6 milioni in più rispetto al 2022.
I servizi socio-sanitari e la spesa socio sanitaria
«Sebbene formalmente inseriti nei Livelli Essenziali di Assistenza – ha spiegato Cartabellotta – le prestazioni di assistenza socio-sanitaria, residenziale, semi-residenziale, domiciliare e territoriale sono finanziate solo in parte dalla spesa sanitaria pubblica. Un’esigua parte viene erogata dai Comuni (in denaro o in natura), mentre la maggior parte è sostenuta tramite provvidenze in denaro erogate dall’INPS».
La sfida del Decreto Anziani risiede nella creazione di un Servizio Socio-Sanitario Nazionale, con relativo fabbisogno finanziario
Nel 2022, anno più recente per il quale sono disponibili tutti i dati, alla spesa socio-sanitaria è stato destinato un totale di € 44.873,6 milioni, «una cifra totale – ha precisato il Presidente – sulla cui precisione pesano vari fattori: differenti fonti informative con variabile livello di precisione e accuratezza, possibile sovrapposizione degli importi provenienti da fonti differenti».
In dettaglio:
Le prestazioni di assistenza sanitaria a lungo termine – Long Term Care (LTC) – hanno assorbito una spesa sanitaria di € 16.897 milioni, di cui € 12.834 milioni (76%) finanziati con la spesa pubblica, € 3.953 milioni (23,4%) a carico delle famiglie e € 110 milioni (0,7%) di spesa intermediata (figura 2). Fonte ISTAT
L’INPS ha erogato complessivamente € 25.332,4 milioni, di cui € 14.500 milioni di indennità di accompagnamento, € 3.900 milioni di pensioni di invalidità civile, € 3.300 milioni di pensioni di invalidità e € 2.432,4 milioni per permessi retribuiti secondo L. 104/92 (figura 3). Fonte 19° Rapporto CREA Sanità
I Comuni hanno erogato € 1.822,2 milioni, di cui € 1.200 milioni in denaro e € 622,2 milioni in natura. Fonte 19° Rapporto CREA Sanità
«Ai quasi € 45 miliardi di spesa socio-sanitaria – ha precisato Cartabellotta – si aggiungono i fondi per la non autosufficienza erogati dalle singole Regioni. Tuttavia su queste risorse non esiste alcuna ricognizione effettuata da enti pubblici o privati e le risorse non sono stanziate in maniera continuativa in quanto i fondi regionali non sono strutturali, fatta eccezione per quello della Regione Emilia-Romagna, che per il 2022 ammonta a € 457 milioni».
Le diseguaglianze regionali nell’accesso ai servizi socio-sanitari
«Il Nuovo Sistema di Garanzia – ha spiegato Cartabellotta – che il Ministero della Salute usa per monitorare gli adempimenti delle Regioni ai Livelli Essenziali di Assistenza (LEA) dispone tre indicatori CORE sulle misure contenute nel D.lgs». Indicatori su cui le performance regionali documentano enormi diseguaglianze:
Persone non autosufficienti di età ≥75 anni in trattamento socio-sanitario residenziale. A fronte di una media nazionale di 40,2 persone per 1.000 abitanti esistono notevoli differenze tra Regioni: da 144,6 persone per 1.000 abitanti nella Provincia autonoma di Trento ai 4,1 nella Campania. In generale, tutte le Regioni del Sud si trovano fondo classifica e nessuna Regione supera i 20 assistiti per 1.000 abitanti. «Ovviamente – commenta Cartabellotta – questo dato è condizionato al ribasso dalla disponibilità di altre forme di assistenza per le persone non autosufficienti, in particolare l’assistenza domiciliare integrata» (figura 4).
Cure palliative. L’indicatore definisce il rapporto tra il numero deceduti per tumore assistiti dalla rete di cure palliative sul totale dei deceduti per tumore. A fronte di una media nazionale del 28,4% la variabilità regionale oscilla dai 56,2% del Veneto ai 4,5% della Calabria (figura 5). «Su questo indicatore – commenta Cartabellotta – va segnalato che, secondo i parametri definiti dal Ministero, solo 5 Regioni risultano adempienti: Emilia-Romagna, Liguria, Lombardia, Toscana e Veneto».
Assistenza domiciliare integrata (ADI). L’indicatore si concentra sui tutti i pazienti assistiti in ADI e non sugli over 65. Per tale ragione è stato escluso dalla valutazione.
«Considerato che il Decreto anziani fa riferimento ai Livelli Essenziali di Assistenza (LEA) e ai Livelli Essenziali delle Prestazioni Sociali (LEPS) – ha chiosato il Presidente – diventa inderogabile la necessità di colmare inaccettabili divari tra Regioni, in particolare tra il Nord e il Sud del Paese, che saranno inevitabilmente acuiti dall’autonomia differenziata. Diseguaglianze che oggi ledono i diritti civili e la dignità delle persone più deboli e più fragili del Paese. L’assenza di finanziamenti dedicati ai vari interventi fanno, al momento, del Decreto anziani un’eccellente ricognizione di tutte le misure di cui possono beneficiare le persone anziane, ma la cui attuazione è fortemente condizionata, oltre che dall’emanazione di numerosi decreti attuativi, dalle risorse e dalle rilevanti diseguaglianze Regionali».
«La vera sfida che questo provvedimento lancia – ha concluso Cartabellotta – è se il Paese è pronto per istituire un Servizio Socio-Sanitario Nazionale, con relativo fabbisogno finanziario. Sia perché ormai non è più possibile per i pazienti cronici e gli anziani differenziare i bisogni sanitari da quelli sociali, sia perché tutte le erogazioni in denaro disposte dall’INPS non hanno vincolo di destinazione e non vengono sottoposte ad alcuna verifica oggettiva. È cioè impossibile stimare il reale ritorno di salute e di qualità di vita per le persone anziane».
DruGhost – primo database nazionale ed europeo delle indisponibilità, nato grazie alla collaborazione tra la Società Italiana di Farmacia Ospedaliera e dei Servizi Farmaceutici delle Aziende Sanitarie (SIFO) e l’Agenzia Italiana del Farmaco (AIFA) – sta facendo registrare un risultato fondamentale, quello di “anticipare” le carenze, ed è da considerarsi uno strumento di grandissima importanza strategica in tal senso. Un farmaco carente, infatti, nella grandissima maggioranza dei casi, prima di diventarlo risulta indisponibile una o più volte e come tale viene “tracciato” nella piattaforma digitale DruGhost.
Già nel 2022, più di 100 farmaci segnalati dal portale Drughost sono poi diventati carenti. Per quanto riguarda il 2023, l’analisi dei dati ha evidenziato alcune importanti indicazioni:
2 farmaci sono stati indisponibili 5 volte e poi sono diventati carenti
3 farmaci sono stati indisponibili 4 volte e poi sono diventati carenti
5 farmaci sono stati indisponibili 3 volte e poi sono diventati carenti
16 farmaci sono stati indisponibili 2 volte e poi sono diventati carenti
22 farmaci sono stati indisponibili 1 volta e poi sono diventati carenti
Uno dei casi più eclatanti di carenza del 2023, quella riferita ad un prodotto per diabetici (recentemente al centro dell’attenzione mediatica), è stata anticipata dalla piattaforma, visto che su DruGhost la prima indisponibilità era stata comunicata già in data 06.01.2022, prima di trasformarsi in carenza, con pubblicazione nell’elenco dei farmaci carenti AIFA il 17.02.2023. Altri casi eclatanti: un principio attivo unico, utilizzato per profilassi del rigetto dopo trapianto renale, con indisponibilità pubblicata su DruGhost già un anno prima della carenza; un farmaco utilizzato per il trattamento dell’epatite cronica B o C per il quale DruGhost aveva segnalato diverse indisponibilità a partire da marzo del 2022, è diventato carente a luglio del 2023.
Nella maggior parte dei casi, prima di diventare carente, un farmaco risulta indisponibile per un periodo di tempo e pertanto è tracciato dalla piattaforma DruGhost
Tra altri esempi di farmaci che da indisponibili in DruGhost sono diventati carenti nell’elenco AIFA sono da ricordare prodotti indicati per il trattamento dell’infezione da HIV, dell’artrite idiopatica giovanile sistemica, dell’artrite psoriasica, della malaria, della fibrosi polmonare idiopatica, dell’artrite reumatoide, di vari tipi di tumori (in questi ultimi due casi abbiamo visto farmaci che da indisponibili sono diventati carenti, poi la carenza è rientrata, ma dopo un po’ gli stessi sono tornati indisponibili). A questi si aggiungono immunosoppressori, mezzi di contrasto, antibiotici, antipertensivi e farmaci per l’apparato cardio-vascolare, antidepressivi e neurolettici.
Anche i primi dati 2024 non fanno che dare una ulteriore conferma dell’importanza di DruGhost, infatti il trend dei farmaci che da indisponibili diventano carenti si prospetta in netto aumento: solo a gennaio 2024 abbiamo assistito al passaggio di 14 farmaci da indisponibili (fonte DruGhost) a carenti in elenco AIFA, mentre nell’anno 2023 il fenomeno aveva riguardato 67 farmaci.
Questi dati dimostrano che DruGhost è uno strumento predittivo delle carenze, di fondamentale importanza per poter giocare d’anticipo sulle criticità. Ne consegue una consapevolezza: la collaborazione costante e proficua con AIFA (i dati elaborati da SIFO sono approfonditi con AIFA, nell’ottica di una visione complessiva del problema) permette di mappare completamente il fenomeno dell’irreperibilità dei farmaci (indisponibilità + carenze).
Un innovativo nanovettore, sviluppato da ricercatori dell’Istituto di Ricerche Farmacologiche Mario Negri IRCCS in collaborazione con il Politecnico di Milano, è in grado di somministrare farmaci antinfiammatori in modo mirato nelle cellule gliali coinvolte attivamente nell’evoluzione della lesione al midollo spinale, una condizione che porta a paraplegia o tetraplegia. Lo studio è stato pubblicato sulla rivista Advanced Materials.
I nanovettori sviluppati dal Politecnico di Milano, chiamati nanogel, sono costituiti da polimeri che possono legarsi a specifiche molecole target. In questo caso, i nanogel sono stati progettati per legarsi alle cellule microgliali e astrocitarie, cruciali nella risposta infiammatoria dopo un trauma acuto del midollo spinale.
I nanogel, caricati con un farmaco ad azione anti-infiammatoria (rolipram), sono stati in grado di convertire le cellule gliali da uno stato dannoso ad uno protettivo
La collaborazione tra l’Istituto di Ricerche Farmacologiche Mario Negri IRCCS e il Politecnico di Milano ha dimostrato che i nanogel, caricati con un farmaco ad azione anti-infiammatoria (rolipram), sono stati in grado di convertire le cellule gliali da uno stato dannoso ad uno protettivo, contribuendo attivamente al recupero del tessuto lesionato. I nanogel hanno dimostrato di avere un effetto selettivo sulle cellule gliali, rilasciando il farmaco in modo mirato, massimizzandone l’effetto e riducendo la possibilità di effetti collaterali.
«La chiave della ricerca è stata la comprensione dei gruppi funzionali in grado di indirizzare selettivamente i nanogel all’interno di specifiche popolazioni cellulari – spiega Filippo Rossi, docente al Dipartimento di Chimica, Materiali e Ingegneria Chimica “Giulio Natta” del Politecnico di Milano – Questo consente di ottimizzare i trattamenti farmacologici riducendo gli effetti indesiderati».
«I risultati dello studio – continua Pietro Veglianese, Responsabile dell’Unità Trauma Spinale Acuto e Rigenerazione, Dipartimento di Neuroscienze presso l’Istituto Mario Negri – mostrano che i nanogel hanno ridotto l’infiammazione e migliorato la capacità di recupero nei modelli animali con lesione al midollo spinale ripristinando parzialmente la funzionalità motoria. Questi risultati aprono la strada a nuove possibilità terapeutiche per i pazienti mielolesi. Inoltre questo approccio può essere vantaggioso per trattare anche patologie neurodegenerative come l’Alzheimer, in cui l’infiammazione e le cellule gliali giocano un ruolo significativo».
L’Organizzazione Mondiale della Sanità definisce l’osteopatia una disciplina manuale che rispetta il concetto olistico corpo-mente sia nella salute, sia nella malattia. Tale approccio si fonda sull’analisi dell’integrità funzionale del corpo e sulla correzione manuale delle disfunzioni neuro-muscolo-scheletriche.
Con il Decreto Interministeriale di dicembre 2023 è sempre più vicino il traguardo per la “nuova” professione sanitaria che sarà inserita nella Federazione nazionale degli Ordini TSRM e PSTRP
Secondo un’indagine 2017 elaborata dall’Istituto di ricerca Eumetra Monterosa, due italiani su tre conoscono l’osteopatia, il 20% si è rivolto almeno una volta nella vita a un osteopata e il 70% degli utenti ci va per curare dolori muscolo scheletrici anche su consiglio del medico. Questi dati dimostrano come l’osteopatia sia già, nei fatti, una professione integrata con le altre figure sanitarie, in un sistema di cura che vede la salute dell’assistito al centro di un approccio multidisciplinare.
Con la firma del Presidente della Repubblica al decreto relativo alla definizione del profilo professionale dell’osteopata, si compie il primo passo formale nell’istituzione della professione. Il DPR n. 131/2021, infatti, definisce l’identità degli osteopati italiani e riconosce il contributo specifico dell’osteopatia per la salute dei cittadini.
Un concetto illustrato ai microfoni di TrendSanità da Mauro Longobardi osteopata, docente graduate e post graduate in osteopatia e Segretario Generale del ROI (Registro degli Osteopati Italiani – www.roi.it), l’associazione più rappresentativa dell’osteopatia in Italia, fondata nel 1989, con all’attivo più di cinquemila soci.
Dopo la pubblicazione del DPR 131/2021 del profilo professionale dell’osteopata, quali sono i passi successivi per l’inserimento tra le professioni sanitarie?
Mauro Longobardi
«Quello cui fa riferimento è il primo di tre decreti attuativi che prevede la legge istitutiva dell’osteopatia, che è la 3/2018, in cui l’articolo 7 traccia l’iter per la definitiva istituzione dell’osteopatia come professione sanitaria. A questo è poi seguito, a dicembre 2023, il secondo decreto (Decreto Interministeriale n. 1563) sul corso di laurea in osteopatia, che è intervenuto sui settori scientifici-disciplinari delle professioni sanitarie nell’area della prevenzione per includere le materie caratterizzanti dell’osteopatia. L’osteopatia è dunque inserita nell’area della prevenzione. L’ultimo step sarà il decreto sulle equipollenze, che prevede un passaggio per cui, sulla base del profilo professionale e sulla base del corso di laurea appena individuato, tutti i professionisti che attualmente esercitano o stanno completando la formazione nelle scuole di osteopatia potranno appunto accedere alla professione».
Come mai prevenzione e non cura o riabilitazione?
Con il decreto equipollenze saranno individuati i requisiti e il percorso di laurea per l’iscrizione alla professione
«Le professioni sanitarie sono divise in quattro aree: prevenzione, riabilitazione, tecnica e infermieristica, non esistendo una specifica area della cura. Nell’ambito della prevenzione, per quanto riguarda l’osteopatia, bisogna considerare anche la prevenzione secondaria e terziaria, un’attività che consente di intervenire nell’aggravamento delle patologie croniche e nelle comorbilità. L’osteopata, di fatto, interviene anche sul processo di salute dei pazienti, non inteso solamente come prevenzione della malattia, ma anche dell’aggravamento».
Qual è quindi la differenza con i fisioterapisti?
«I fisioterapisti, intanto, si riferiscono all’area della riabilitazione e mettono in atto tecniche e approcci differenti dall’osteopatia. L’osteopatia utilizza esclusivamente un approccio manuale, quindi senza ausilio strumenti elettromedicali e agisce attraverso tecniche differenti in una visione globale della persona assistita. Come al solito, non bisogna concentrarsi sul sintomo ma sulle cause dei disturbi. Faccio l’esempio della lombalgia: i vari professionisti sanitari, dal medico allo specialista ortopedico al fisioterapista e all’osteopata, possono intervenire tutti su questo quadro clinico ma lo faranno in maniera differente anche per il diverso ruolo che ricoprono nell’ambito sanitario. La differenza sta proprio nel tipo di approccio e nelle tecniche utilizzate. Sarebbe auspicabile in futuro una sempre migliore collaborazione tra i vari professionisti sanitari nell’interesse comune della salute del paziente».
Oltre al corso di laurea, sarà prevista la nascita di un albo e di un ordine degli osteopati? E quali saranno i requisiti per chi pratica già la professione?
«È proprio questo il tema del decreto sull’equipollenza di cui parlavo prima e che sarà oggetto di una serie di attività che vedrà coinvolti il Ministero della Salute, la Federazione che comprende già diciotto professioni sanitarie e le associazioni di osteopati come il ROI che dovranno individuare i criteri di inclusione dei professionisti sulla base di quanto previsto dal corso di laurea e delle esperienze formative di 35 anni di osteopatia italiana. Non c’è ancora nulla di scritto ma probabilmente questi criteri prevederanno requisiti sia di tipo formativo che di tipo professionale, non dimenticando che in Italia ci sono osteopati che come me esercitano l’attività da più di trent’anni».
Parteciperete come ROI a questi tavoli?
«Molto probabilmente, anche perché con il maxi ordine FNO TSRM e PSTRP rappresentato attualmente dalla presidente Calandra, già da tempo c’è un discorso aperto per l’inserimento degli osteopati in uno specifico albo che sarà istituito in seno alla Federazione. Saranno previste, pertanto, delle commissioni d’albo e ci auguriamo che il ROI, come altre associazioni di osteopatia sul territorio, possano essere consultate poiché rappresentano, di fatto, gli esperti nel campo. L’università inizia solamente ora il percorso di formazione in osteopatia, mentre sul territorio ci sono associazioni e istituti di formazione che lavorano in questo ambito da più di 30 anni».
Come sono i rapporti con le altre professioni sanitarie e con le “declamate” equipe multidisciplinari, spesso previste più sulla carta che nei fatti?
Fisioterapia e osteopatia si sfiorano ma sono assolutamente complementari e possono migliorare l’assistenza al cittadino
«I rapporti dei professionisti osteopati con le altre professioni sanitarie sono complessivamente molto buoni, in particolare con gli infermieri che anche nell’ultimo Congresso del ROI sono stati invitati e hanno presentato delle relazioni. Anche con i fisioterapisti ci sono ottime collaborazioni, con qualche incomprensione in più a livello istituzionale, perché hanno “vissuto” la presenza degli osteopati come un’invasione di campo. In realtà non è così, perché si tratta di campi che si sfiorano ma che sono assolutamente complementari e che possono, anzi, migliorare l’assistenza al cittadino. Si sta quindi cercando di superare l’incomprensione e, visto lo status quo, bisognerà adesso continuare a lavorare in questa direzione. Poi se mi parla in generale del modo di lavorare in equipe, le dico che si può fare molto di più, nel senso che la collaborazione deve essere funzionale all’ottimizzazione dell’intervento sull’assistito e non all’organizzazione interna dell’equipe stessa. La persona assistita deve essere sempre al centro del processo sanitario, che dovrebbe essere definito transdisciplinare più che multidisciplinare, perché nel primo caso la sintesi dei dati clinici dei professionisti sanitari non ricade sul paziente. C’è ancora da lavorare e a diversi livelli».
Ma voi come ve lo immaginate l’ingresso nel SSN? Farete parte dell’organico e vi attendete un incremento dell’attività professionale?
Bisognerà attendere la prossima revisione dei LEA per inserire l’osteopatia nell’assistenza sanitaria pubblica
«Diciamo che l’osteopatia da professione di nicchia è diventata un’attività molto più diffusa negli ultimi anni e sicuramente più nota, soprattutto adesso che è riconosciuta come professione sanitaria. Prima veniva considerata una professione legata al benessere, non aveva ancora una collocazione istituzionalizzata, adesso invece ce l’ha. Manca però ancora un altro passaggio, poiché quando sono stati definiti i LEA, l’osteopatia non era ancora presente tra le professioni sanitarie. Attualmente, pertanto, l’osteopatia non è prevista a livello del Servizio Sanitario Nazionale. Probabilmente, quando ci sarà una revisione dei LEA, anche l’osteopatia sarà inserita nell’assistenza sanitaria pubblica. In realtà esistono tantissime esperienze di osteopatia all’interno degli ospedali. Mi viene in mente quello che è stato fatto all’ospedale Torrette di Ancona, dove c’è la presenza di alcuni osteopati che assistono i giovanissimi operati nel reparto pediatrico di cardiochirurgia. Oltre all’esperienza clinica vi è un’importante attività di ricerca scientifica in osteopatia, anche presso strutture ospedaliere come nel caso del trattamento sui neonati prematuri. Ci sono, quindi, diverse esperienze, manca però un’istituzionalizzazione che, probabilmente, si metterà in moto proprio perché adesso esiste la figura professionale e a breve anche il corso di laurea. Bisognerà lavorare su questo inserimento».
Tutte le scuole di osteopatia dovranno chiudere?
«Come ROI abbiamo già fatto presente durante i lavori di preparazione del decreto sul corso di laurea, e lo faremo ai tavoli tecnici ministeriali per individuare le equipollenze, quanto sia indispensabile che non venga buttata via tutta l’esperienza trentennale che, sia i professionisti, sia le scuole di osteopatia sul territorio, hanno apportato al mondo dell’osteopatia in tanti anni. Sarebbe dunque auspicabile assegnare agli istituti di formazione un ruolo adeguato, ad esempio come centri clinici per studenti universitari in formazione, visto che come abbiamo detto il servizio di osteopatia non è ancora presente nelle strutture pubbliche come gli ospedali. Come faranno infatti i futuri studenti dei corsi di osteopatia a fare il tirocinio clinico? In questo senso, le scuole di osteopatia che avranno la forza e la volontà di mantenere questo ruolo potranno essere di supporto all’università per colmare questa carenza. Inoltre, potranno conservare la loro missione formativa con corsi paralleli, ad esempio quelli post-laurea come formazione continua. Altra cosa importante che auspichiamo accada nei prossimi mesi è l’impiego di osteopati qualificati e con anni di esperienza per l’insegnamento nelle università delle materie caratterizzanti di osteopatia. Altrimenti il rischio è di avere dei professionisti sanitari abilitati a trattare i pazienti senza le capacità tecniche e manuali indispensabili. È importante evitare il depauperamento di tutto il sapere e l’esperienza professionale accumulati in tanti anni. Prima che si formino osteopati laureati che potranno accedere ai concorsi universitari, quindi, occorre che le università inizialmente possano stipulare dei contratti con osteopati professionisti qualificati. Non dimentichiamo che l’osteopatia è essenzialmente una professione sanitaria che si attua manualmente, quindi, l’abilità dell’osteopata passa attraverso l’esperienza manuale e la competenza manipolativa accumulata durante la formazione».
Ma gli osteopati qualificati chi sono esattamente?
«Bisognerà anche in questo caso, individuare dei criteri che, ad oggi, non sono ancora definiti. Le università sono enti autonomi anche nei contratti: tuttavia, se vi fosse anche a livello ministeriale e dell’Ordine un’indicazione per non perdere questa grande risorsa, sarebbe molto utile. Oltre che per l’insegnamento universitario andranno individuati altresì i criteri per l’inclusione degli osteopati negli albi professionali, cosa che sarà curata dalle commissioni d’albo che valuteranno proprio sulla base di tali criteri, formativi e professionali, gli osteopati per poter accedere ufficialmente alla professione. Voglio ricordare che l’Italia, attualmente, è il secondo Paese al mondo a pubblicare ricerche scientifiche in ambito osteopatico, solo dopo gli Stati Uniti. Quindi, c’è una miniera di professionisti che oltre alle competenze cliniche ha un alto livello di competenze scientifiche e di ricerca, ed anche queste non vanno assolutamente sottovalutate».
Chi sarà la figura medica che dovrà prescrivere le prestazioni di osteopatia?
La diagnosi medica è auspicabile sempre, perché la collaborazione tra i professionisti sanitari e con i medici è sempre positiva per l’assistito
«Il decreto sul profilo professionale non prevede una vera e propria prescrizione medica, ma cita testualmente “l’osteopata in riferimento alla diagnosi di competenza medica e all’indicazione al trattamento osteopatico, dopo aver interpretato i dati clinici, riconosce l’indicazione o la controindicazione al trattamento osteopatico ed effettua la valutazione osteopatica”. Intendiamoci, la diagnosi medica non solo è ben accetta ma auspicabile sempre, perché la collaborazione tra i professionisti sanitari e con i medici, sia di base, sia specialisti, è sempre positiva soprattutto per l’assistito. L’osteopata si muove ben volentieri partendo da una diagnosi medica, che è un ottimo riferimento per la valutazione clinica. Ma poi, come cita anche il decreto, attua una sua valutazione osteopatica che non è una diagnosi ma appunto una valutazione, con la quale si individuano indicazioni o controindicazioni al trattamento osteopatico. Tale valutazione si attua tramite l’osservazione visiva e la palpazione percettiva attraverso le quali si cerca di comprendere quali sono le necessità cliniche e le procedure manuali da attuare per migliorare lo stato di salute della persona».
Perché c’è voluto tanto tempo?
«Personalmente sono da dieci anni nel consiglio direttivo del ROI e quindi ho potuto seguire direttamente quali siano state tutte le difficoltà da superare per l’istituzione della professione. Quello che si osserva, anche in altri ambiti, è l’estrema lentezza dei processi, le complicazioni che insorgono in un iter che prevede l’approvazione prima della legge e poi dei relativi decreti applicativi. In altri stati come la Danimarca, ad esempio, la legge che ha istituito l’osteopatia come nuova professione sanitaria ha previsto direttamente al suo interno i decreti attuativi. Da noi, invece, ci sono voluti 4 anni solo per l’approvazione della legge, dal 2014 al 2018. Altrettanti anni ci sono voluti per approvare i primi 2 decreti dei 3 previsti, con il coinvolgimento di numerosi apparati istituzionali: dalle commissioni parlamentari, agli uffici di due ministeri, alla conferenza Stato-Regioni, al Consiglio Superiore di Sanità. Il percorso tortuoso e tutta questa burocrazia, associata a una certa resistenza di una parte del mondo sanitario ha ulteriormente ostacolato e rallentato un iter che poteva essere certamente più snello e veloce».
Educare i cittadini ad un uso consapevole degli antibiotici e formare i professionisti sanitari, sviluppare nuovi antibiotici e nuove strategie, monitorare e controllare la resistenza agli antibiotici: sono queste alcune delle priorità identificate all’interno della Roadmap per l’Antimicrobico Resistenza, diffusa da Cittadinanzattiva con l’obiettivo di contribuire alle decisioni di politica sanitaria attraverso un’analisi delle principali problematiche ed elaborando considerazioni e proposte mirate. Il documento, fra i vari argomenti trattati, analizza e riassume le conoscenze attuali sull’antimicrobico resistenza (AMR) in Italia, il suo impatto economico, il coinvolgimento dei pazienti e la comunicazione sul tema, l’importanza dei test diagnostici rapidi, presentando infine 10 diverse strategie che possono essere adottate in forma di priorità per combattere l’antimicrobico resistenza.
La Roadmap si pone l’obiettivo di contribuire alle decisioni di politica sanitaria con proposte mirate
A livello globale, le infezioni da batteri resistenti causano circa 1,5 milioni di morti all’anno, tale numero sale a quasi 5 milioni considerando i decessi indiretti legati all’AMR. In Italia ci sono tra 10.000 e 15.000 morti ospedaliere annue dovute a infezioni da batteri multiresistenti, ma stime realistiche suggeriscono numeri ancora più elevati (considerando sia i decessi ospedalieri diretti che quelli indirettamente legati all’antimicrobico resistenza). Per quanto concerne l’impatto economico delle infezioni sostenute da microrganismi multi-resistenti in generale e delle infezioni correlate all’assistenza sanitaria (ICA), una recente analisi rivela un costo annuo di circa 800 milioni di euro dovuto all’aumento dei ricoveri per acuti in regime ordinario conseguenti alle infezioni. Inoltre, emerge anche la perdita di produttività dei pazienti, in particolare quelli in età lavorativa, con un impatto economico stimato di circa 200 milioni di euro dovuto alle giornate aggiuntive di ricovero.
La Roadmap per l’Antibiotico Resistenza è stata elaborata con la collaborazione di 14 esperti – rappresentanti del mondo scientifico, istituzionale e delle associazioni dei pazienti – e con l’obiettivo di individuare 10 priorità potenziali per affrontare il problema:
utilizzare gli antibiotici in modo responsabile e completare il ciclo di trattamento;
educare la cittadinanza e i professionisti sanitari;
sviluppare nuovi antibiotici e nuove strategie, tramite finanziamenti diretti alla ricerca, sovvenzioni e agevolazioni fiscali, premi o incentivi economici per la commercializzazione di nuovi trattamenti efficaci;
promuovere misure di prevenzione delle infezioni per la cittadinanza;
promuovere l’igiene nelle strutture sanitarie attraverso rigorosi protocolli di controllo delle infezioni correlate all’assistenza sanitaria;
coinvolgere attivamente i pazienti nelle ricerche cliniche e nelle strategie di trattamento, in particolare per malattie che richiedono trattamenti a lungo termine;
implementare l’uso di test diagnostici rapidi per identificare i microrganismi responsabili di infezione e attuando di una terapia germe-orientata;
implementare sistemi di sorveglianza per monitorare la diffusione della resistenza agli antibiotici;
promuovere un nuovo paradigma di salute che comprenda l’educazione sanitaria, la gestione personalizzata delle terapie e una maggiore partecipazione dei pazienti e delle loro associazioni nei processi decisionali relativi alla loro salute;
promuovere e finanziare la ricerca internazionale, secondo un approccio One Health.
«Il fenomeno dell’antimicrobico resistenza rappresenta una emergenza per la sanità pubblica non solo per l’impatto epidemiologico, economico e sociale che ne deriva, ma in più perché è evidente il rischio determinato dalla rapida perdita di efficacia da parte di un numero sempre più elevato di antibiotici e dal ridotto sviluppo di nuove molecole antibiotiche nel corso dell’ultimo decennio. Per questo è prioritario individuare una strategia condivisa ed unitaria per contrastarla, che veda forte la sinergia e la valorizzazione di tutti gli attori coinvolti, affidando ad ognuno responsabilità e impegni. La nostra Roadmap nasce proprio per contribuire ad identificare le priorità d’azione che vanno dalla sensibilizzazione ed empowerment della cittadinanza, al coinvolgimento attivo dei pazienti nella ricerca clinica e nelle strategie di trattamento, al ruolo dei professionisti sanitari nell’uso appropriato degli antibiotici, per arrivare all’introduzione di politiche e incentivi volti a favorire la ricerca e lo sviluppo di nuovi antibiotici», dichiara Valeria Fava, responsabile coordinamento politiche della salute di Cittadinanzattiva.
La Roadmap per l’Antimicrobico Resistenza, scaricabile qui, è realizzata con il contributo non condizionato di Shionogi.
Hanno partecipato alla redazione della Roadmap per l’Antimicrobico Resistenza: Matteo Bassetti, Presidente della Società Italiana di Terapia Infettiva e Antibatterica (SITA); Pierangelo Clerici, Presidente dell’Associazione Microbiologi Clinici Italiani (AMCLI); Salvatore D’Antonio, Presidente Associazione Italiana Pazienti BPCO e altre patologie respiratorie ETS; Valeria Fava, Responsabile coordinamento delle politiche della salute, Cittadinanzattiva APS; Leonardo Loche, Direttivo Associazione Malati di Reni Onlus e referente Associazione Forum Trapiantati Italia Onlus; Claudio Mastroianni, Past President Società Italiana di Malattie Infettive e tropicali (SIMIT); Francesco Saverio Mennini, Professore di Economia Sanitaria presso la Facoltà di Economia, Università di Roma “Tor Vergata”; Tiziana Nicoletti, Responsabile Coordinamento Associazioni Malati cronici e rari (CnAMC), Cittadinanzattiva APS; Eugenio Paci, Coordinatore Toscana – Lega Italiana Lotta Tumori (LILT); Ignazio Parisi, Coordinatore Lazio FAND (Associazione Italiana Diabetici); Paola Maria Placanica, Ufficio 3 – Qualità, rischio clinico e programmazione ospedaliera, Ministero della Salute; Pier Raffaele Spena, Presidente Federazione Associazioni Incontinenti e Stomizzati – ONLUS (Fais); Stefania Stefani, Presidente Società Italiana di Microbiologia (SIM); Stefano Vella, Docente di Salute Globale, Università Cattolica del Sacro Cuore.
«Il via libera del governo allo scudo penale per i medici è un’ottima notizia, non solo per la categoria che in questi anni è letteralmente finita sotto attacco, ma anche per i pazienti con i quali nel tempo si è perso il valore del rapporto medico-paziente». Lo dice il segretario generale Fimmg, Silvestro Scotti, in merito all’intesa raggiunta nel corso dalla riunione di maggioranza con il Governo sugli emendamenti al decreto milleproroghe. Questo nuovo decisivo step segue il lavoro svolto nei mesi e nelle scorse settimane, che ha già visto il Governo impegnarsi a modificare il codice penale in materia di responsabilità medica, e che porterà ad una riforma più ampia attesa da anni dai professionisti. Un lavoro intenso che ha portato a centrare un primo obiettivo importante nel quale è stato «determinante l’impegno del ministro Orazio Schillaci, che ancora una volta – sottolinea Scotti – ha dimostrato grande sensibilità politica e capacità di sintesi».
Benché la medicina generale sia per sua natura una branca meno soggetta alla conflittualità medico-paziente, lo scudo penale si configura come essenziale anche per il lavoro dei medici di medicina generale. «Negli anni il numero dei medici di medicina generale è drammaticamente calato costringendo i medici negli studi ad un lavoro spesso estenuante, alle prese con un insostenibile aumento del numero di pazienti e con il progressivo invecchiamento della popolazione. Questa carenza ha inasprito, e in molti casi rischia di minare, il rapporto fiduciario sul quale si basa la medicina generale e che rappresenta uno scudo alla conflittualità medico-paziente. Ma che negli ultimi periodi, proprio per la difficoltà di esercitare una vera libera scelta del proprio medico, abbiamo visto sempre più in aumento. Ragione per la quale – conclude il leader Fimmg – auspichiamo che questo sia solo un primo passo e che si punti con decisione sempre maggiore ad investire sulle cure di prossimità, a trovare soluzioni per arginare la carenza ed investire sulla attrattività della medicina generale, partendo dalla rapida approvazione dei Ministeri Salute e MEF e della Conferenza Stato Regioni della preintesa dell’ACN firmata e dell’approvazione dell’Atto di Indirizzo per l’ACN 2022-24».
«La proroga dello scudo penale è il primo segnale importante del Governo nei confronti di una professione, quella medica, che necessita di un sostegno, non solo economico, ma di sistema». È il primo commento del Presidente della Federazione CIMO-FESMED Guido Quici che evidenzia come la decisa interlocuzione avviata dal ministro Schillaci con il Ministero di Grazia e Giustizia possa finalmente accelerare i tempi per affrontare una riforma, quella della responsabilità professionale degli operatori sanitari, nell’attesa di conoscere le conclusioni dei lavori prodotti dalla commissione tecnica voluta dal Ministro Nordio. Una proroga indispensabile che, tuttavia, richiede, una conclusione rapida dei lavori per rivedere urgentemente la legge Gelli e dare, quindi, le necessarie certezze al lavoro dei medici e alla tutela giuridica dei pazienti.
Un primo segnale che, di fatto, rientra tra le proposte di sistema che la Federazione CIMO-FESMED, rappresentativa di ANPO-ASCOTI, CIMO, CIMOP e FESMED, aveva rilanciato in occasione dello sciopero del 5 dicembre, proposta che ricomprende anche lo sbocco del tetto di spesa per il personale sanitario. Anche in questo caso sembra in dirittura di arrivo la sperimentazione AGENAS sul fabbisogno del personale, sperimentazione che tuttavia necessita di un’attenta analisi dei risultati derivanti dall’algoritmo anche in virtù della concreta applicazione del CCNL 19-21. Appare, infatti, superfluo sottolineare come l’orario di lavoro ed il servizio fuori sede rappresentino elementi imprescindibili nella valutazione del reale fabbisogno di sanitari.
Non ultimo la rivalutazione della indennità di specificità della professione sanitaria, richiesta a gran voce in occasione della legge di bilancio e non accolta per consentire alle regioni di accaparrarsi alcune centinaia di milioni di euro utili a ridurre, sulla carta, i tempi di attesa per le prestazioni sanitarie. L’intervento adottato non è strutturale ma solo demagogico, certamente non risolutivo e con evidenti dubbi sul reale utilizzo di un finanziamento che, di fatto, avrebbe assicurato quel riconoscimento economico atteso dai medici e dai sanitari del servizio pubblico.
In sintesi, come Federazione CIMO-FESMED, attendiamo che le nostre richieste si concretizzino in atti e la proroga dello scudo penale sembra un buon inizio.