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Indice di “Vicinanza della salute”: persi altri 4 punti dal 2021

«Non decolla la ripresa dopo gli anni della pandemia, proprio la salute è l’elemento che ha pagato il costo più alto: sia in termini di isolamento, disgregazione delle relazioni sociali, visite mediche e interventi rimandati, stress del personale sanitario, vulnerabilità di stili di vita e alimentari dovuti al cambiamento climatico».

Christine Brown, Direttore dell’Ufficio europeo dell’OMS per gli investimenti per la salute e lo sviluppo: «La buona notizia è che abbiamo già soluzioni che possono dare risultati, ma vanno implementate»

È quanto afferma una nota della Fondazione Bruno Visentini: «L’Indice di Vicinanza della salute nel 2022 ha totalizzato 86 punti, perdendo 14 punti rispetto al valore base di 100 punti fissato per il 2010, anno di partenza della rilevazione. Si è scesi così di altri 4 punti rispetto al 2021 in cui si registravano 90 punti. Con il concetto di Vicinanza della salute si intende la relazione nello spazio e nel tempo che sussiste tra la persona e la disponibilità̀ del bene salute e la possibilità̀ di fruirne. Ovvero, far sì che il momento in cui il bisogno di salute si origina, il momento in cui questo bisogno viene captato, il momento in cui vi si fornisce una risposta ed il momento in cui il destinatario effettivamente ne beneficia siano il più vicini possibile».

La Fondazione Bruno Visentini propone la seconda edizione del Rapporto che misura l’Indice di Vicinanza alla Salute che prende in esame l’andamento 72 indicatori organizzati in 3 contesti e 22 domini. Obiettivo, verificare come stiano cambiando le dinamiche, servizi e condizioni di salute dal 2010 ad oggi. Uno sforzo di ricerca culminato nel Rapporto di ricerca intitolato ‘Unire i puntini: verso un Piano Nazionale di Salute’ presentato oggi presso la sala Zuccari in Senato su iniziativa della senatrice Ylenia Zambito.

«La prevenzione, la presa in carico del paziente, la telemedicina, l’assistenza territoriale, i servizi socio-sanitari, l’ospedale, ma anche il territorio, il terzo settore e i diversi attori del welfare che comunque contribuiscono alla tutela della salute pubblica e individuale, rappresentano i tanti puntini che devono essere uniti in quello che deve essere un approccio olistico ai bisogni di salute, esattamente come è previsto dalla logica One Health” – ha dichiarato la senatrice Ylenia Zambito –. E come si possono unire i puntini se negli ultimi anni abbiamo assistito ad un incremento di interventi normativi abnorme? Lo si può fare solo attraverso la realizzazione di un momento di programmazione condivisa con tutti gli stakeholders a livello nazionale, che definisca i connotati dell’evoluzione del sistema di salute, a partire da un piano sanitario nazionale (l’ultimo risale al 2008), ma includendo anche gli altri elementi che sono a pieno titolo ‘attori della salute’, come la componente sociale o ambientale. Una sfida che, insomma, ci riguarda tutti».

«Nel 2022, nonostante i molteplici interventi normativi, non abbiamo assistito ancora ad una inversione i trend negativi acuitisi ulteriormente rispetto all’anno precedente, e le molteplici iniziative previste dal PNRR (molte delle quali ancora sulla carta) non sono ancora pienamente arrivate a migliorare lo stato della Vicinanza alla salute per i cittadini italiani» spiega Duilio Carusi, Adjunct Professor Luiss Business School, Coordinatore dell’Osservatorio «il desiderio di dare soluzioni e risposte ha dato luogo ad una proliferazione di interventi normativi e piani ad hoc spesso tra loro poco raccordati ed in parte sovrapposti. Manca ancora una visione di insieme riassunta in questo lavoro».

«A cominciare dal marzo 2020 abbiamo assistito ad una produzione normativa in materia sanitaria caratterizzata da una ipertrofia. Prevenzione, cronicità̀, telemedicina, fascicolo sanitario elettronico, assistenza territoriale, bacini di utenza ospedaliera hanno costituito, l’oggetto di svariate iniziative normative. Per rispondere alle tante criticità rilevate, ora più che mai c’è la necessità di far dialogare la sfera sanitaria con le componenti relative alla assistenza sociale, sociosanitaria e della tutela ambientale», conclude Carusi.

Gli esperti hanno sottolineato come appaia sempre più necessario ritornare ad uno sforzo di pianificazione a livello Paese, che conduca ad un ‘Piano nazionale di salute’, che riprenda – ed integri anche su dimensioni extrasanitarie – un Piano Sanitario Nazionale.

Le questioni più rilevanti di oggi per la popolazione che vive in Europa sono: essere in grado di vivere non di sopravvivere, vivere in comunità sane e sicure e di potere beneficiare di politiche per la salute in grado di assicurare loro una vita migliore sia già oggi che per le prossime generazioni. Ma in realtà i dati dimostrano che oltre il 20% della popolazione nella regione europea dell’OMS (che include anche gli stati dell’ex-Unione Sovietica, Turchia e Israele), vivono con malattie prevenibili che purtroppo ne limitano fortemente la loro partecipazione sia alla vita sociale sia a quella economica. E il 20% della popolazione europea piu’ povera è a rischio doppio di essere colpita da una malattia mentale, con la conseguenza che, la loro cura, raggiunge costi che corrispondono al 4% del PIL del singolo Stato.

«Tuttavia – dice Christine Brown, Direttore dell’Ufficio europeo dell’OMS per gli investimenti per la salute e lo sviluppo con sede a Venezia – la buona notizia che possiamo dare oggi è quella che abbiamo già soluzioni che possono dare risultati nella popolazione in 4 anni, riuscendo a migliorare ad esempio, la salute di ben 250.000 persone per un Paese di 60 milioni di abitanti».

Dalla valutazione all’integrazione di nuove soluzioni informatiche: il caso del Cataract Workflow

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Introduzione

L’estrazione di cataratta mediante faco-emulsificazione con ultrasuoni, attraverso microincisione di 2,2 mm e impianto di cristallino artificiale, è uno degli interventi oculistici maggiormente eseguiti.

Dal punto di vista epidemiologico, la cataratta è la causa principale di cecità globale negli adulti di età superiore ai 50 anni d’età, con oltre 15 milioni di individui colpiti, cioè circa il 45% dei casi totali [Bourne et al., 2020]. Negli Stati Uniti, si stima che il 9% della popolazione tra i 65 e i 74 anni abbia la cataratta e che, sopra i 75 anni d’età, un anziano su tre ne soffra [National Eye Institute, 2020]. Chiaramente, il burden of disease di questa patologia crescerà negli anni a causa sia della crescita demografica della popolazione che del suo invecchiamento. In Italia, secondo i dati ISTAT, la cataratta colpisce circa l’8,5% della popolazione compresa tra i 70 e i 74 anni, il 12,4% tra i 75 e gli 80 anni e il 17,1% degli over 80. Considerando i trend demografici, nel 2030 la popolazione potenzialmente affetta da questa patologia potrebbe superare quota un milione di persone [ISTAT, 2023].

In Italia, secondo i dati ISTAT, la cataratta colpisce circa l’8,5% delle persone tra i 70 e i 74 anni, il 12,4% tra i 75 e gli 80 anni e il 17,1% degli over 80

Da un punto di vista clinico, la cataratta è un processo di progressiva perdita di trasparenza del cristallino, lente naturale dell’occhio, con conseguente diminuzione della vista e l’intervento consiste nella sostituzione del cristallino, con una lente artificiale intraoculare. Benché la cataratta sia un intervento relativamente sicuro, la letteratura riporta alcune complicanze intra-operatorie correlate alla chirurgia della cataratta:

  • rottura della capsula del cristallino posteriore, con tassi di occorrenza variabili tra l’1% e il 4,1% [Ionides et al., 2001];
  • deiescenza zonale, con un tasso di occorrenza pari allo 0,45% [Jaicock et al., 2009];
  • emorragia sovra-coroideale con un tasso di incidenza pari al 0,04% [Ling et al., 2004].

Per quanto concerne, invece, le complicanze post-operatorie correlate all’intervento di cataratta, si riscontra come l’opacizzazione capsulare posteriore sia l’evento maggiormente prevalente, che viene risolta mediante capsulotomia con YAG laser per cataratta secondaria (con un tasso di prevalenza pari al 20,4% negli occhi pseudofachici come riportato da Thompson e colleghi, 2004).

Ulteriori problematiche che possono manifestarsi a seguito dell’intervento di cataratta sono:

Da questo punto di vista, emergono delle aree di ottimizzazione e di efficientamento circa la gestione del paziente che si sottopone a tale intervento chirurgico. Negli anni, l’innovazione tecnologica ha rivoluzionato il mondo dell’oftalmologia e anche la chirurgia della cataratta beneficia oggi di soluzioni all’avanguardia, con lo sviluppo di prodotti e dispositivi medici che si basano su soluzioni automatizzate e di intelligenza artificiale, in grado di supportare l’intera procedura chirurgica.

I dispositivi medici costituiti da workflow tracciabili sono in grado di ottimizzare il flusso di lavoro della chirurgia della cataratta refrattiva

All’interno di questo contesto si annoverano i dispositivi medici costituiti da workflow tracciabili, in grado di ottimizzare il flusso di lavoro della chirurgia della cataratta refrattiva. Spaziando dalla biometria al calcolo, dalla scelta all’ordine delle IOL (Lenti intraoculari – Intraocular Lens), fino alla pianificazione chirurgica e persino alla raccolta dei dati postoperatori, tali dispositivi medici sono in grado di far risparmiare tempo durante i processi preoperatori, offrendo un maggiore profilo di sicurezza e di efficacia, in termini di prevenzione di errori intra-operatori, nonché supportando la gestione dei dati del paziente. La disponibilità di tali soluzioni consentirebbe la tracciabilità, a trecentosessanta gradi, del percorso di gestione del paziente che si sottopone a chirurgia della cataratta, dalla diagnosi alle procedure post-operatorie.

È proprio all’interno di questo quadro propositivo della differente gestione di pazienti con cataratta, che si inserisce il progetto che verrà illustrato nel presente articolo, volto a una modifica organizzativa di gestione del paziente con tale bisogno di salute.

Nonostante gli indubbi vantaggi di tali dispositivi medici, il loro utilizzo non risulta essere standardizzato all’interno della pratica clinica italiana. Sulla scorta di queste premesse quindi, l’obiettivo dell’attività di ricerca risulta essere la definizione dei potenziali benefici derivanti dall’implementazione di un software digitalizzato all’interno del percorso terapeutico della cataratta nell’Unità Operativa di una struttura che prende in carico 4.000 pazienti con necessità di intervento di cataratta, partendo dalla fase preoperatoria fino ad arrivare alla visita di follow-up, con una particolare attenzione all’impatto della tecnologia innovativa sulla diminuzione della durata del percorso, delineando punti di forza e di valore di tali soluzioni, così da comprendere potenziali aree di ottimizzazione e di efficientamento di un processo, fornendone una rappresentazione sintetica sotto il profilo decisionale, operativo-gestionale e organizzativo, in modo da chiarire gli aspetti quantitativi di efficienza e di assorbimento di risorse.

Un investimento che garantisca la tracciabilità del processo di cataratta può anche generare un possibile vantaggio economico, di percorso o di processo?

L’obiettivo così strutturato ha preso le mosse dalla seguente policy question: “alla luce degli obblighi di legge legati alla tracciabilità dell’attività sanitaria, un investimento che possa garantire la tracciabilità del processo di cataratta può anche generare un possibile vantaggio economico, di percorso o di processo, a livello della sua gestione routinaria?”.

Metodi

Per il raggiungimento del sopra indicato obiettivo e nel tentativo di rispondere alla policy question, è stata condotta una valutazione di Health Technology Assessment, assumendo il punto di vista ospedaliero aziendale nell’assessment di un potenziale investimento per la realtà stessa.

Nello specifico, è stato utilizzato il modello AdHopHTA [Sampietro-Colom et al., 2015], così da indagare approfonditamente le seguenti dimensioni di indagine: rilevanza generale della patologia; rilevanza tecnica e benefici delle tecnologie oggetto di indagine; sicurezza; efficacia clinica; impatto economico-finanziario; impatto sull’equità; impatto etico e sociale; impatto legale; impatto organizzativo. Valutando quindi le dieci dimensioni del modello AdHopHTA, si vuole dimostrare come l’introduzione di un software gestionale collegato a un microscopio 3D e a un biometro potrebbe portare a un efficientamento considerevole del workflow.

È stato utilizzato il modello AdHopHTA che valuta 10 dimensioni

Le dimensioni di cui sopra sono state approfonditamente presidiate utilizzando le informazioni derivanti dalla letteratura disponibile soprattutto per quanto riguarda l’assessment delle prime 4 dimensioni, nonché approcci di natura quantitativa per quanto concerne l’impatto economico, l’impatto organizzativo e l’impatto sociale. Infine, sono stati utilizzati anche approcci di natura qualitativa, mediante predisposizione di specifici questionari comparativi, somministrati a 5 esperti, così da presidiare le altre dimensioni di indagine di natura prettamente qualitativa.

La valutazione HTA è stata condotta in un’ottica comparativa, valutando i seguenti scenari di riferimento:

  • Scenario attuale (Scenario AS IS): percorso tradizionale di presa in carico del paziente con cataratta, con marcatura svolta manualmente con l’utilizzo di un pennarello sterile.
  • Scenario innovativo (Scenario TO BE): percorso innovativo e potenziale di presa in carico del paziente con cataratta, che prevede l’utilizzo di un cataract workflow (software DICOM) e una fase di marcatura svolta con un sistema markerless e image guided.

Focus sugli scenari

In Figura 1 si riporta una rappresentazione grafica degli scenari oggetto di comparazione.

Le principali differenze tra i due percorsi possono essere sintetizzate come segue:

  • nella fase di visite pre-operatorie, le immagini di ogni esame dovranno essere stampate, aumentando il tempo totale della visita senza però effettuare attività a valore aggiunto perché sia il paziente che l’oftalmologo attenderanno il termine della stampa;
  • per il calcolo della IOL, lo specialista dovrà inserire manualmente i dati biometrici del paziente nell’algoritmo, aumentando il rischio di errore;
  • la preparazione del paziente rimane pressoché identica;
  • la fase di marcatura degli assi viene svolta con un pennarello dermografico sterile prima di far entrare il paziente in sala operatoria. Il rischio consiste nella sbiaditura del segno sugli assi e, di conseguenza, dovrà essere svolta nuovamente durante l’intervento, aumentando il tempo totale;
  • l’intervento viene eseguito con una logica heads-up 2D e senza la possibilità di avere tutti i dati (anagrafici e medici) del paziente a disposizione;
  • la dimissione del paziente rimane pressoché identica;
  • le attività svolte nel follow-up rimangono uguali, ma lo specialista avrà a disposizione tutti i dati del paziente e potrà effettuare i confronti tra l’occhio prima di essere operato e dopo l’operazione.

Risultati della valutazione

Risultati derivanti dalla letteratura

Da un punto di vista evidence-based, la letteratura [Pandit & Boland, 2015], nella comparazione tra Scenario AS IS e Scenario TO BE, ha riportato una diminuzione nell’occorrenza di errori, facendo aumentare di conseguenza la sicurezza per il paziente e diminuire il carico di extra lavoro che il professionista sanitario dovrebbe effettuare. Come mostra la Tabella 1, infatti, in generale, l’implementazione di un software digitalizzato aumenta la possibilità di redigere una cartella clinica senza commettere errori (50% vs 80%), diminuisce inoltre il rischio di archiviare in modo errato le immagini diagnostiche dei pazienti (9,2% vs 2,2% p-value <0,01), nonché la possibilità di non esistenza della cartella clinica del paziente (19% vs 0% p-value <0,01). Ciò incide positivamente sulla generale tracciabilità dei dati dell’utente, rendendoli più accessibili durante il percorso terapeutico e anche riducendo il possibile errore umano, aumentando quindi la sicurezza generale del workflow.

 

AS-IS

TO-BE @3 mesi

TO-BE @18 mesi

p-value

Record incorretto/incompleto

29%

24%

16%

0,77

Record inesistente

19%

4%

0%

< 0,01

Immagini archiviate erroneamente

9,2%

4,3%

2,2%

< 0,01

Tabella 1. Indicatori di sicurezza di natura evidence-based [Pandit & Boland, 2015]

Per quanto concerne il profilo di efficacia, si è preso in considerazione il disallineamento della IOL rispetto agli assi dell’astigmatismo, parametro considerato, all’interno del contesto indagato, di fondamentale importanza giacché ad ogni grado di disallineamento della IOL corrisponde la perdita del 3,3% del potere effettivo del cilindro, il quale arriva ad annullarsi completamente a 30°. In base a quanto riportato dalla systematic review del 2019 di Zhou e colleghi, la marcatura degli assi effettuata con una tecnologia digitale riduce di 1,33°. Per calcolare il parametro di efficacia, si è quindi calcolata la potenza del cilindro associata ai gradi di disallineamento corrispondenti ai due sistemi di marcatura, come da Tabella 2.

 

AS-IS

TO-BE

Disallineamento IOL

3,80°

87,5%

Potere del cilindro

2,47°

91,8%

Tabella 2. Indicatori di efficacia di natura evidence-based

Risultati quantitativi di natura economico-organizzativi

Per popolare la dimensione economico-finanziaria si è innanzitutto effettuata la mappatura dei due percorsi terapeutici, quello in assenza di un workflow digitalizzato (scenario AS IS) e quello in cui è presente un workflow digitalizzato (scenario TO BE), così come illustrato all’interno della Figura 1, per poi procedere alla valorizzazione economica delle fasi definite utilizzato la metodica dell’Activity Based Costing, assumendo il punto di vista di una struttura ospedaliera che prende in carico circa 4.000 pazienti con necessità di intervento di cataratta, all’anno.

Confrontando i costi totali nel breve periodo (Tabella 3), per un ospedale pubblico con questi volumi di prestazioni, esso dovrà sostenere un extra costo del 4,31% per implementare il workflow digitalizzato, circa pari a 40,00 €. Considerando invece i costi nel lungo periodo (24 e 36 mesi) il differenziale andrà ad affievolirsi perché diminuiscono i costi relativi alla sicurezza del percorso. Questo scostamento è dovuto principalmente al delta tra i costi sostenuti per effettuare l’intervento chirurgico, il quale risulta la macrofase più incidente dal punto di vista economico.

Una volta determinato il costo totale dei due percorsi, si è proceduto con l’analisi di costo-efficacia (CEA), identificando il CEV (Cost-Effectiveness Value), rapportando il valore economico con il parametro di efficacia, ossia il potere del cilindro associato al disallineamento della IOL rispetto all’asse dell’astigmatismo. La tecnologia innovativa risulta la più costo-efficace sia nel breve periodo sia nel lungo. Logicamente, abbassandosi il costo totale del percorso a 24 mesi e a 36, si abbasserà anche il CEV rendendo il workflow digitalizzato una soluzione ancora più costo-efficace nel medio e lungo periodo.

 

Visita preoperatoria

Preparazione paziente

Marcatura

Intervento chirurgico

Dimissioni

Follow-up

Totale

Efficacia (Potenza del cilindro)

CEV (Cost-Effectiveness Value)

Scenario AS IS

102,25 €

33,73 €

6,96 €

732,98 €

40,36 €

40,75 €

959,18 €

87,5%

1.096,71

SCENARIO TO-BE @12 mesi

60,25 €

18,68 €

0,61 €

828,62 €

40,32 €

49,78 €

998,27 €

91,8%

1.086,86

SCENARIO TO-BE @24 e @36 mesi

60,25 €

16,27 €

– €

827,01 €

40,32 €

49,73 €

993,58 €

91,8%

1.081,75

Tabella 3. Valorizzazione economica dei percorsi e definizione del Cost-Effectiveness Value

Per concludere la disamina della dimensione economico-finanziaria, si è effettuata anche la Budget Impact Analysis, strumento che permette il confronto tra l’impatto finanziario causato dall’implementazione di un workflow digitalizzato e la situazione attuale, considerando un bacino di utenza pari a 4.000 persone (3.200 affetti solo da cataratta e 800 affetti da cataratta e astigmatismo). Questa distinzione è importante perché nel secondo caso i pazienti dovranno sottoporsi alla marcatura degli assi, mentre nel primo questa operazione non è necessaria, in quanto la lente artificiale che verrà impiantata nell’occhio è monofocale e non torica.

In tutti e tre gli orizzonti temporali considerati, l’ospedale in questione dovrà sostenere un extra costo per l’implementazione di un workflow digitalizzato. In particolare, esso sarà pari a circa 180.000 € nel breve periodo e pari a circa 160.000 € nel lungo, corrispondenti al 4,72% e al 4,22% (Tabella 4). Questa riduzione è dovuta a due fattori: alla diminuzione dei costi organizzativi e alle curve di apprendimento. Queste ultime incidono in maniera significativa sui costi relativi alla sicurezza, che già a 24 mesi dall’implementazione della tecnologia si riducono del 72,8%.

 

Scenario Basale

Scenario Innovativo

Scenario Innovativo

(BT)

(LT)

Popolazione

3.200

800

4.000

4.000

Costo percorso

3.040.221 €

773.859 €

3.993.060 €

3.974.300 €

Costo organizzativo

– €

– €

1.056 €

612 €

Totale

3.814.080 €

3.994.116 €

3.974.912 €

Delta

180.037 €

160.833 €

Delta [%]

4,70%

4,20%

Tabella 4. Analisi di impatto sul budget

Chiaramente i vantaggi correlati all’implementazione di un workflow digitalizzato non dovrebbero essere relegati, da un punto di vista quantitativo, solo alla sfera economica. Come rilevato dalla mappatura dei percorsi, si risconta una tempistica differenziale dei due percorsi, rispettivamente pari a 72,35 minuti per lo Scenario AS IS e 64,24 minuti per lo Scenario TO BE: la potenziale implementazione di un workflow digitalizzato porterebbe alla riduzione dei tempi di processo del 10,32%, facendo risparmiare all’U.O. di Oculistica quasi 8 minuti a paziente, che rapportati al bacino di utenza sono pari a 498 ore annuali.

Focalizzando l’attenzione sulle sole tempistiche operatorie, si riscontra una tempistica pari a 23,87 minuti per lo Scenario AS IS, 23,53 minuti per lo Scenario TO BE nel breve periodo e 22,41 minuti per lo Scenario TO BE nel lungo periodo. Da questo si riscontra come rispetto allo scenario attuale, già a 12 mesi dall’implementazione del workflow risulterebbero 59 interventi supplementari che l’Unità Operativa potrebbe effettuare. Passando a 2 anni dall’implementazione invece, questi aumenterebbero addirittura del 6,5%, diventando 4.262. Tra un anno e l’altro, si verificherebbe un incremento percentuale del 5%.

Le differenze sopra riportate, in riferimento alle tempistiche correlate ai percorsi, incidono in maniera significativa anche sull’impatto sociale, in termini di mancata produttività del paziente che si sottopone a intervento di cataratta. Difatti, come si può notare dalla Tabella 5, il workflow digitalizzato è socialmente utile, facendo risparmiare agli utenti e alle famiglie sia tempo sia soldi. In particolare, nel breve periodo si risparmieranno circa 13 minuti corrispondenti a un risparmio economico pari a 6,68 €; mentre nel lungo periodo i minuti differenziali diventano quasi 15, corrispondenti a un delta monetario pari a -7,33 €.

 

Durata (min)

Differenza (min)

Costo Mancata produttività

Differenza (Euro)

Differenza (%)

Scenario AS IS

80,07

 

272,96 €

  

Scenario TO BE @12 mesi

66,75

-13,32

266,27 €

-6,69 €

-2,45%

Scenario TO BE @24 mesi e 36 mesi

65,46

-14,61

265,63 €

-7,33 €

-2,69%

Tabella 5. Valorizzazione economica della mancata produttività

Risultati derivanti dalle percezioni degli esperti

Le Tabelle 6-8 mostrano i risultati derivanti dalle percezioni dei professionisti coinvolti, considerando l’utilizzo di una scala di valutazione validata scientificamente per gli studi di HTA e variabile da un minimo di -3 a un massimo di +3, considerando le dimensioni di impatto sull’equità, impatto legale e impatto di natura strategica e politica [Mitton et al., 2011].

Focalizzando l’attenzione sull’impatto di equità, in termini di accessibilità alle cure, aspetti migliorativi correlati all’introduzione della tecnologia innovativa si annoverano in una potenziale riduzione delle liste di attesa, in una migliore accessibilità alle prestazioni per modifica delle tempistiche di processo, nonché alla possibilità di generare fenomeni di migrazione sanitaria. Il primo e secondo punto sono entrambi collegati alla riduzione dei tempi di processo che il workflow causa. Implementandolo infatti, la U.O. di Oculistica potrebbe risparmiare più di 7 minuti a paziente, per un totale di quasi 29.000 minuti l’anno, andando a creare disponibilità di erogazione delle prestazioni per un maggiore numero di utenti, quindi anche recuperando mobilità attiva in favore del contesto regionale di riferimento.

Impatto sull’equità

Scenario AS IS

Scenario TO BE

Accessibilità sul territorio

1

-1

Accessibilità alle categorie protette

0,6

0,3

Impatto sulle liste di attesa

0,4

1,2

Fenomeni di migrazione sanitaria

0,4

1,5

Fattori di impedimento all’uso

0

0

Equità generale della tecnologia

0

0

Accessibilità alle prestazioni per modifiche nei tempi di processo

0

0,8

Valore medio dell’impatto sull’equità

0,34

0,40

Tabella 6. Impatto sull’equità: le percezioni dei professionisti

Non si riscontrano differenze importanti in riferimento all’impatto legale (0,4 versus 0,55), comparando i due scenari. Tuttavia, gli esperti hanno sollevato delle preoccupazioni per quanto concerne il monitoraggio della cybersecurity. Questo risultato è comprensibile in quanto la realizzazione di un flusso informatizzato di dati richiede l’installazione e il controllo di sistemi di protezione dei dati sensibili, per non incorrere in potenziali perdite di dati o attacchi hacker.

Impatto legale

Scenario AS IS

Scenario TO BE

Livello di autorizzazione

0,6

0,2

Necessità di inserimento in registro nazionale/europeo

-0,2

0,2

Soddisfacimento dei requisiti di sicurezza

0,6

0,6

Garanzie di produzione

0,6

1

Necessità di regolamentare l’acquisizione della tecnologia

0

0,8

La legislazione copre la regolamentazione per tutte le categorie di pazienti

0,6

0,8

Il manuale d’uso della tecnologia è esaustivo

0,4

0,8

Monitoraggio della Cybersecurity e protezione dati sensibili

0,6

0

Valore medio dell’impatto legale

0,40

0,55

Tabella 7. Impatto legale: le percezioni dei professionisti

Da un punto di vista politico e strategico, gli esperti concordano nell’affermare che il workflow, rispetto alla tecnologica in uso, aiuterebbe l’ospedale a raggiungere i propri obiettivi strategici (-0,57 vs 1,2). In particolare, il percorso digitalizzato inciderebbe in maniera considerevole sulla sostenibilità ambientale, riducendo nettamente il consumo di carta (-0,6 vs 1,6 nel breve periodo e -1,2 vs 1,6 nel lungo periodo). Esso migliorerebbe anche la qualità percepita dal paziente in quanto si andrebbero a ridurre i tempi non a valore aggiunto dovuti allo stampaggio dei referti (-1 vs 1 nel breve periodo e -1 vs 1,2 nel lungo periodo).

Impatto politico e strategico

Scenario AS IS

Scenario TO BE

Impatto sulla sostenibilità a BT

-0,6

1,6

Impatto sui tempi di stampa a BT

-1

1

Impatto sulla sostenibilità a LT

-1,2

1,6

Impatto sui tempi di stampa a LT

-1

1,2

Impatto della tecnologia sulle liste di attesa

0,4

1,2

Impatto della tecnologia sull’accessibilità alle prestazioni a seguito di modifiche nei tempi di processo

0

0,8

Valore medio dell’impatto politico e strategico

-0,57

1,23

Tabella 8. Impatto politico e strategico: le percezioni dei professionisti

Conclusioni

I risultati hanno fornito una fotografia di ritorno circa i principali vantaggi correlati all’introduzione di un workflow digitalizzato all’interno del percorso di presa in carico e cura del paziente con cataratta.

La disamina di tutte le dimensioni del modello AdHopHTA abbinata alla ricerca della letteratura scientifica è stata fondamentale per rispondere adeguatamente alla policy question.

Per quanto riguarda l’efficacia clinica, la letteratura attesta che la marcatura degli assi condotta con un sistema markerless e image-guided ha un impatto positivo sul grado di allineamento della IOL, e di conseguenza sul potere del cilindro, aumentandolo dall’87,5% al 91,8%. Inoltre, implementando un workflow digitalizzato (nel caso specifico formato da FORUM, IOLMaster 700 e ARTEVO 800), l’occorrenza di errori umani nella compilazione delle cartelle cliniche dei pazienti diminuisce drasticamente nel lungo periodo, i tempi della biometria e della marcatura sono inferiori e il personale di sala preferisce il sistema heads-up 3D rispetto che quello tradizionale. L’insieme di queste tre evidenze porta a una riduzione significativa della durata del percorso terapeutico (72,35 ± 18,97 vs 64,88 ± 15,98) e all’aumento dei pazienti presi in carico in un anno (4.000 vs 4.059 a 12 mesi e 4.262 a 24 e 36 mesi), oltre che una maggiore sicurezza generale, per il paziente e per gli operatori.

L’implementazione standardizzata della tecnologia innovativa risulta essere una soluzione sostenibile da un punto di vista economico-organizzativo e ottimizzare il percorso del paziente

Da un punto di vista prettamente economico, l’analisi di impatto sul budget evidenzia però come nel tempo il divario economico tra le due soluzioni si affievolisca, sintomo che la tecnologia innovativa potrebbe essere sostenibile economicamente in un intervallo temporale di analisi più ampio. Inoltre, la riduzione della durata del percorso porta la struttura ricettiva a poter prendere in carico più pazienti (262 in più dal secondo anno), e, considerando la tariffa di rimborso della cataratta, questo potrebbe portare in diverse realtà regionali, un utile incrementale per la struttura ospedaliera, pari a oltre 60 mila euro.

Infine, da un punto di vista sociale, oltre al miglioramento della potenza del cilindro associato al corretto allineamento della IOL, la riduzione della durata del percorso potrebbe portare a un miglioramento nell’accessibilità e anche a una diminuzione (anche se cospicua) della mancata produttività del paziente e del caregiver.

Alla luce di quanto sopra riportato, l’implementazione standardizzata della tecnologia innovativa risulta essere una soluzione sostenibile da un punto di vista economico-organizzativo, in grado inoltre di ottimizzare il percorso del paziente con cataratta e incrementare il profilo clinico.

Bibliografia

Roma, oltre 1.000 spettatori per ‘Sciroppo di Teatro’: progetto di cura e cultura

Sono stati oltre mille gli spettatori che, in pochi mesi, hanno preso parte all’edizione 2023 di ‘Sciroppo di Teatro‘, il progetto di Ater Fondazione, in convenzione con la Fondazione Teatro di Roma-Teatro Nazionale, sostenuto da Roma Capitale, per incoraggiare la conoscenza del teatro tra i più giovani. Prescrivere la cultura, e in particolare il teatro, come ‘terapia’ per combattere fragilità, difficoltà e disorientamento, l’obiettivo dell’iniziativa che, partita a giugno in fase pilota, si è conclusa con la fine delle festività natalizie.

Il teatro è stato inteso come una ‘cura sociale’ e per questo a sostegno del progetto è stato coinvolto l’Ordine dei medici chirurghi e degli odontoiatri della provincia di Roma (Omceo Roma) che ha esteso l’iniziativa alle principali associazioni scientifiche e professionali pediatriche.

‘Sciroppo di Teatro’ è una prescrizione volta a promuovere l’arte teatrale tra i giovanissimi attraverso l’inedita alleanza tra teatro ragazzi e pediatri. L’iniziativa ha previsto la distribuzione di libretti che comprendevano al loro interno un vero e proprio ‘bugiardino’ (con le illustrazioni dei benefici del teatro sul piano cognitivo e sociale) e ‘3 ricette’ valide per due biglietti in forma di voucher che hanno consentito a un piccolo spettatore e a un accompagnatore di assistere a 3 spettacoli al prezzo simbolico di 3 euro.

«Essendo un progetto pilota non abbiamo potuto distribuire i libretti a tutte le famiglie dei nostri assistiti, ma abbiamo individuato tra i bambini quelli che maggiormente necessitavano di esperienze positive e inclusive e a loro abbiamo distribuito i voucher – racconta Valentina Grimaldi, pediatra di famiglia-psicoterapeuta e consigliera Omceo Roma – il riscontro è stato più che positivo e tante famiglie già ci domandano se verrà ripetuta l’iniziativa».

Il progetto ha visto la partecipazione di 60 spettatori, tra bambine, bambini e adulti, nel periodo estivo e ben 944 in quello autunno/inverno. «I dati ci suggeriscono, nel caso in cui l’esperienza venisse ripetuta, di iniziare la distribuzione dei voucher molto prima, magari nel periodo autunnale anziché estivo, perché, di certo, il momento della riapertura delle scuole è quello in cui è più facile accostarsi all’esperienza teatrale – osserva Grimaldi -. Il teatro si inserisce come elemento fondamentale in un momento storico e culturale come questo, nel quale c’è un grande bisogno di educare i più giovani e le famiglie alle emozioni e ai sentimenti, per sviluppare la fantasia e favorire le relazioni sane, la condivisione e la convivialita positiva con i familiari ed i coetanei», evidenzia la consigliera Omceo Roma.

«Per noi pediatri è stata un’esperienza molto interessante che ci ha consentito di contribuire a quello che è l’obiettivo della pediatria: il benessere psicofisico del bambino. Per questo ringraziamo Pierpaola D’Alessandro che è stata promotrice e sostenitrice dell’iniziativa, oltre a tutti i referenti del Teatro di Roma coinvolti nel progetto», ci tiene a sottolineare Grimaldi.

Dal canto suo il Teatro di Roma, tirando le somme dell’esperienza, nel report conclusivo dell’esperienza sottolinea che «i dati raccolti hanno dimostrato che ‘Sciroppo di Teatro’ è un valido strumento per intercettare nuovo pubblico e ampliare la comunità teatrale, insistendo sul target dei più piccoli. Pertanto, l’auspicio del Teatro di Roma è quello di reperire nel 2024 sostegni pubblici e privati, per poter confermare il progetto, arricchendo l’offerta culturale in maniera trasversale e multidisciplinare, non limitando il programma a una selezione di spettacoli ma consentendo ai possessori dei libretti di assistere a tutti gli spettacoli in stagione nei teatri della Fondazione e negli spazi decentrati in dialogo con essa, alla quota simbolica di 3 euro. Attraverso sinergie stabili e condivise con la rete territoriale, il Teatro di Roma intende, quindi, incrementare le opportunità di esperienze positive sociali ed emotive per le famiglie, partendo dall’assunto che la partecipazione agli spettacoli non debba essere solo un’esperienza sporadica ma una consuetudine, una buona pratica da trasmettere di generazione in generazione».

Biobanche: per favore non chiamatele «frigoriferi»

Al Gemelli, dal 2020 è attiva una Biobanca di Ricerca per la Medicina Personalizzata che, dal 2023, fa parte del network nazionale di biobanche BBMRI. Oggi vi si conservano oltre 37mila campioni biologici. Un tesoro a disposizione della ricerca italiana e internazionale, per arrivare a diagnosi e trattamenti più efficaci per tante malattie. Sempre con un grande rispetto e attenzione alla tutela dei pazienti che affidano alla scienza i loro campioni. Il prossimo 5 marzo si celebrerà la Giornata Nazionale delle Biobanche italiane.

È come una capsula del tempo che proietta verso il futuro le speranze di tanti ricercatori di poter affinare sempre più la diagnosi e migliorare i trattamenti di tante malattie. Ma molti continuano a percepire le Biobanche come immensi frigoriferi, dove conservare campioni biologici. E non c’è nulla di più lontano dalla realtà.

«La biobanca è un’unità di servizio, nel nostro caso una facility che fa parte del parco tecnologico G-STeP Gemelli – spiega la professoressa Ornella Parolini, direttore della Biobanca di ricerca per la medicina personalizzata di Fondazione Policlinico Universitario Agostino Gemelli IRCCS e Ordinario di Biologia applicata presso la facoltà di Medicina e Chirurgia dell’Università Cattolica del Sacro Cuore -. Siamo al servizio del mondo della ricerca, sia del Policlinico Gemelli, che di tutta la comunità scientifica nazionale e internazionale, perché facciamo parte di un network italiano (BBMRI.it) e internazionale (BBMRI-ERIC) di biobanche. La nostra Biobanca gestisce campioni biologici (sangue e derivati, cellule da biopsie, tessuti) ‘affidati’ dai pazienti che firmano un apposito consenso informato, con il quale accettano che i campioni vengano stoccati, ‘biobancati’ insieme ai loro dati, per utilizzi futuri».

I campioni biologici vengono conservati in azoto liquido (a – 190°) o in congelatori a -80° o a -20°. «Ma la Biobanca – prosegue Parolini – è molto più che un semplice ‘frigorifero’ o una serie di contenitori nei quali vengono conservati i campioni dei pazienti. È una raccolta di campioni e di dati associati, dei quali garantiamo la qualità in tutte le fasi; ma soprattutto ci facciamo garanti di questi campioni nei confronti del paziente, che può decidere di farli eliminare in qualsiasi momento o di non accettare che vengano usati per un certo tipo di ricerca. La ricerca scientifica attuale orientata alle indagini cellulari, molecolari richiede l’impiego di campioni biologici manipolati e conservati secondo rigorosi standard di qualità. La Biobanca non solo si impegna a preservare l’integrità e la qualità di questi campioni, ma svolge anche un ruolo importante nella tutela dei diritti dei pazienti».

Come nasce la Biobanca del Gemelli

«La nostra Biobanca – ricorda Parolini – nasce nel periodo del Covid, quando abbiamo cominciato a raccogliere i campioni di tutti i pazienti ricoverati, ma la sua istituzionalizzazione, il suo riconoscimento da parte di FPG è avvenuto nel dicembre 2020. Nel luglio 2022 abbiamo ottenuto la certificazione ISO 9001:2015 e nel marzo 2023 siamo entrati a far parte come membri attivi del Network Italiano, che a sua volta è un nodo di una rete europea di biobanche (BBMRI ERIC)».

Quella del Gemelli è una biobanca multispecialistica, che raccoglie campioni provenienti dalle tante specialità del Policlinico Gemelli. «Ad oggi – spiega Parolini – abbiamo campioni della ginecologia oncologica, della senologia oncologica, della gastroenterologia, della cardiologia, delle malattie infettive, della neurologia, per un totale di 37.000 campioni tra tessuti, derivati del sangue, cellule da biopsie. Un vero e proprio tesoro insomma di campioni, che accumuliamo per migliorare le conoscenze future inerenti a tante patologie, che verranno testati con strumenti che avremo solo in futuro. Un tesoro bancato a uso e consumo degli scienziati e dei ricercatori di oggi e di quelli futuri, con il fine ultimo di migliorare le cure dei pazienti e partecipare allo sviluppo della cosiddetta medicina di precisione, di una medicina che si prefigge di diagnosticare e curare in modo personalizzato. Se lanciamo uno sguardo al futuro sicuramente quello a cui si sta tendendo è la digitalizzazione del campione. Le Biobanche si stanno impegnando nell’utilizzo di sistemi digitali e di intelligenza artificiale per cercare di rendere più fruibile e sicuro l’utilizzo del campione stesso».

«Da biologa, da ricercatrice – afferma la professoressa Parolini – è un piacere e un onore dirigere la Biobanca. Per un ricercatore come me, abituato a lavorare su campioni biologici, apprezzandone sempre la preziosità e l’importanza, è molto importante sentire anche questa responsabilità diretta verso il paziente per quel campione che ci è stato affidato, affinché sia noi, che altri ricercatori, lo possano utilizzare per far progredire le conoscenze scientifiche e le cure per i pazienti di oggi e di domani. Ovviamente – conclude Parolini – solo il lavoro di un team altamente specializzato può permettere il funzionamento di una biobanca e il mio grazie va a tutti per il loro impegno, attenzione e dedizione. Il personale include i coordinatori operativi del processo (le dottoresse Marta Barba e Angela Cozzolino), i biologi e i tecnici che svolgono tutte le fasi di lavoro attraverso una serie di procedure condotte secondo alti standard di qualità, continuamente monitorati dal nostro Responsabile del Sistema Gestione e Qualità, la dottoressa Brunella Appicciafuoco».

Il BBMRI.it è stato istituito grazie allo sforzo congiunto del Ministero dell’Università e della Ricerca e del Ministero della Salute con lo scopo di guidare le biobanche nazionali verso un livello più elevato di coordinamento, concordando criteri di gestione della qualità e armonizzando le procedure operative per la raccolta, elaborazione, conservazione e distribuzione di campioni biologici e dei dati associati. Il prossimo 5 marzo si celebrerà la Giornata Nazionale BBMRI.it, con un evento organizzato presso l’Università Milano Bicocca.

«Salviamo l’idea delle case di comunità, solo così la salute sarà parte attiva di tutti i territori»

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Come sta la sanità pubblica italiana? È questa la domanda con cui si è aperto questo 2024 con la Legge di Bilancio e con il corredo del consueto duello verbale della politica: da una parte il Governo e la maggioranza soddisfatti per l’aumento di fondi e dall’altra le opposizioni (e non solo) che ne lamentano la carenza.

Per capire meglio la situazione e le prospettive dell’anno, rivolgiamo cinque domande a chi ha rivestito e riveste entrambe le posizioni (Governo o maggioranza e opposizione). Abbiamo cominciato dagli ex ministri della Salute con le interviste a Beatrice LorenzinGiulia GrilloRoberto Speranza, Mariapia Garavaglia e Renato Balduzzi. Oggi le 5 domande sono per Livia Turco, Ministro della Salute dal 2006 al 2008.

1 – LE RIFORME

Il prossimo futuro vedrà la popolazione anziana diventare sempre più ampia, con l’aumento dei tassi di cronicità, di poli-patologici e di non autosufficienti. Basteranno PNRR, DM 77, telemedicina e fascicolo elettronico ad affrontare queste sfide?

«Intanto, il PNRR su questo andava applicato per come era stato pensato. Inoltre, si sarebbero dovuti varare i decreti attuativi della riforma che era stata fatta col governo Draghi. Con queste scelte si sarebbe già fatto un grande passo in avanti. Invece, con la miseria di risorse stanziate e con una impostazione che rinuncia, di fatto, a insistere sull’integrazione sociosanitaria prevista anche dal DM 77, credo si sia fatto un grande passo indietro. C’era una grande opportunità, lavorando sulla gestione della non autosufficienza e sulla riforma della medicina territoriale. Ma mi pare che l’arretramento su questo sia netto e sia un danno pesante.

Sulla gestione della non autosufficienza e sulla riforma della medicina territoriale c’è stato un netto arretramento

Sul tema della nuova autosufficienza e degli anziani, purtroppo, siamo tornati alla propaganda. Anche perché parlare degli anziani non significa solo parlare di non autosufficienti. Bisogna anche parlare di anziani attivi, di prevenzione, di valorizzazione dell’anziano come risorsa. E credo che su questo ci sia probabilmente una battaglia culturale che vada fatta, oltre a promuovere politiche. E devo dire che, almeno per quanto riguarda questa parte, nel decreto attuativo della riforma si è tenuto un po’ più conto di questi aspetti».

2 – IL DECLINO

I dati ci dicono che già oggi il nostro Servizio sanitario nazionale non è più universalistico: il 50% delle visite specialistiche ambulatoriali sono pagate privatamente, così come il 33% degli accertamenti diagnostici ambulatoriali. Il 7% della popolazione rinuncia alle cure, addirittura il 24% tra gli anziani. E l’aspettativa di vita cala. Il SSN è ancora un nostro punto di forza?

«Io penso che il Servizio Sanitario Nazionale resti un punto di forza e bisogna consolidarlo. Cioè, intendiamoci, la prova della pandemia da covid-19 è stata una prova straordinaria e la nostra sanità ha retto, sono stati fatti gli investimenti giusti, è stata fatta una politica europea e questo è punto fermo. Noi abbiamo un grande bene comune che è il nostro sistema sanitario pubblico, dobbiamo fare di tutto per difenderlo e dobbiamo vedere le criticità che affronta. La prima è quella del personale, è la questione che incide di più. Poi valutare la qualità delle prestazioni e la tenuta del sistema. Bisogna fare le riforme necessarie, come dicevamo, ma se vogliamo considerarlo un grande bene comune, è necessario che ci siano le risorse umane ed economiche per farlo funzionare.

Risorse, personale e medicina territoriale con l’integrazione sociosanitaria sono tre punti fondamentali per far funzionare il SSN

Vedo tre punti fondamentali, risorse, personale e la medicina territoriale con l’integrazione sociosanitaria. Per me, quest’ultima, è una battaglia che va avanti da anni, dai tempi della Legge 328 del 2000. Con la ministra Bindi, che era alla Salute quando io ero ministra per la Solidarietà Sociale, avevamo scritto i decreti proprio su come attuare l’integrazione sociosanitaria. Questo continua a rimanere un nodo irrisolto. Il DM 77 potrebbe consentirne la realizzazione nell’ottica della medicina territoriale e su questo credo sia fondamentale proprio il progetto delle case di comunità.

La cultura delle case di comunità ha un approccio innovativo che punta sulla salute, sulla prevenzione, sul cittadino attivo nei confronti della sua salute, che punta a coinvolgere tutta la comunità in cui si vive e farne parte attiva nei confronti della salute del suo territorio. È importante anche l’approccio culturale se si vuole difendere la sanità pubblica e io lo vedo nel DM 77 varato da Roberto Speranza. E credo sarebbe veramente un disastro non attuarlo perché sanità pubblica significa anche avere un approccio innovativo, per esempio far vivere i determinanti della salute che incidono sulla qualità della salute stessa. E i determinanti sociali della salute, che sono le condizioni di lavoro, le condizioni di vita, le condizioni di marginalità sociale, le puoi prendere in carico soltanto se c’è una attiva medicina di comunità. Per me questo è un punto assolutamente fondamentale e qualificante per la tenuta e l’innovazione del sistema. E poi c’è il tema del personale che deve essere adeguato in termini quantitativi, in termini qualitativi, in termini di risorse e, di conseguenza, in termini di salario».

3 – I PRIVATI

Sanità privata convenzionata, sanità integrativa, sanità classificata, cooperative: tra privato e pubblico la competizione è corretta? 

«È chiaro che il pubblico non può ignorare il privato perché sarebbe una miopia, bisogna, col sistema dell’accreditamento, chiedere al privato di garantire la qualità del sistema pubblico. Quindi io non vedo nessuna competizione e nessuna esclusiva. Esclusività del pubblico? No, vedo, come avviene da anni nelle buone politiche, l’integrazione tra pubblico e privato. Il cui criterio di valutazione è l’accreditamento sulla base della qualità delle prestazioni e dei servizi».

4 – LE SOLUZIONI

Per salvare realmente la sanità pubblica si deve immaginare un enorme aumento del finanziamento del SSN (e allora la domanda è come reperire le risorse?) o prendere atto che il sistema non è sostenibile e farlo diventare selettivo come prestazioni offerte e come partecipazione gratuita degli utenti?

«Io sono per approfondire tutte le ipotesi innovative che ci sono. Ma selezionare le prestazioni non mi convince. Io resto legata al servizio sanitario universalistico. Certo, altra cosa è che si partecipi sulla base del livello del reddito, ma è la base su cui è costruito il servizio sanitario universalistico e pubblico. Ed è un vantaggio per tutti perché garantisce la qualità per tutti. Se andiamo nell’ottica del servizio sanitario pubblico “povero”, a cui accedono solo i poveri, andiamo da un’altra parte, diventa un’altra cosa. L’esperienza ci ha dimostrato che è un vantaggio per tutti avere un servizio sanitario pubblico di qualità e quindi io insisterei su questo. Lavorando meglio ad azioni di integrazione tra pubblico e privato».

5 – I RIMPIANTI

Una cosa che farebbe se tornasse indietro nel tempo, ai mesi in cui era a Lungotevere Ripa…

«Sono stata in quelle stanze solo per due anni e devo dire che, francamente, sono stati due anni durissimi in cui abbiamo vissuto gli attacchi al governo Prodi e un attacco furibondo alla sanità pubblica. Veniva dipinta la sanità pubblica come malasanità. Era il periodo della sanità di Formigoni, il “modello Lombardia” con Formigoni trionfava, il servizio pubblico era tutta malasanità. Io sono molto orgogliosa di aver speso tutte le mie risorse ed energie per difendere la dignità della sanità pubblica e del Servizio Sanitario Nazionale. Abbiamo fatto di tutto per reperire le risorse per implementare i Lea, aumentando gli investimenti nella sanità. Abbiamo lavorato sull’Articolo 20, un piano straordinario di interventi in materia di ristrutturazione edilizia, di ammodernamento tecnologico del patrimonio sanitario pubblico e di realizzazione di residenze per anziani e soggetti non autosufficienti. Abbiamo affrontato quel tema durissimo che erano i piani di rientro, per porre regole là dove la sanità era fuori controllo. È stata una battaglia molto dura, però è stato fondamentale farla. E, nel contempo, abbiamo avviato riforme importanti come, per esempio, quella delle case della salute che hanno anticipato le attuali case della comunità, o quella sulla medicina di genere, che è fondamentale per realizzare la medicina del territorio, o quella per le politiche della dignità del fine vita. Quindi io francamente non ho rimpianti e, anzi, dico che in quei due anni durissimi come governo Prodi abbiamo dimostrato di avere molto a cuore la sanità pubblica».

Giornata del personale sanitario, FNOPI la celebra con un documentario

Storie professionali e di vita che aprono una finestra inedita su emozioni, paure e situazioni quotidianamente affrontate dagli infermieri, prima messe al centro di un laboratorio e poi tradotte in uno spettacolo teatrale. Momenti di condivisione e studio unici che, dal 2019 al 2022, hanno visto protagonisti gli infermieri oltre le difficoltà della pandemia e sono ora raccolti all’interno di un documentario dal titolo La notte di Capodanno – L’arte di curare e di raccontare, prodotto dalla Federazione nazionale degli Ordini delle Professioni Infermieri (FNOPI) e condiviso per celebrare la IV Giornata nazionale del personale sanitario, sociosanitario, socioassistenziale e del volontariato.

Nata da un’iniziativa promossa dal regista Ferzan Ozpetek e dal paroliere Mogol, la Giornata è stata istituita con la Legge 13 novembre 2020 “per onorare il lavoro, l’impegno, la professionalità e il sacrificio del personale medico, sanitario, sociosanitario, socioassistenziale e del volontariato nel corso della pandemia da Coronavirus”. La data del 20 febbraio è stata scelta simbolicamente per ricordare il giorno in cui a Codogno venne scoperto il “paziente uno”.

La condivisione del documentario in occasione della IV Giornata nazionale non avviene in maniera casuale, ma per FNOPI è il modo migliore per rivivere in 30 minuti (tanto è la sua durata) il periodo segnato dall’irrompere della pandemia nella professione e nella vita degli infermieri, celebrandone sacrificio e impegno

Il documentario prodotto da FNOPI ricorda cosa significhi essere operatore sanitario, ed esserlo stato quando tutto era sconosciuto e difficile da gestire

Le immagini ripercorrono gli inizi del progetto, avviato quando nessuno ancora immaginava cosa sarebbe accaduto in Italia dal 20 febbraio in poi, interrotto e ripreso nel periodo in cui il Paese cominciava a riappropriarsi della sua “normalità”.

Lo spettatore potrà così prendere parte al lungo, appassionante e complicato percorso de “L’arte di curare e di raccontare”, pensato prima dell’introduzione delle restrizioni dovute alla pandemia e finalizzato in uno spettacolo teatrale che poi, però, ha dovuto fare i conti con una realtà completamente diversa alla quale adattarsi.

Il progetto realizzato con Roberto Gandini – regista del Teatro di Roma e coordinatore artistico del laboratorio teatrale integrato “Piero Gabrielli” – e Gianluca Rame – videoeditor e regista – si è sviluppato a partire da un workshop residenziale svolto a Roma e grazie a una serie di contribuiti raccolti attraverso l’attivazione di un canale di comunicazione che ha permesso di ricevere testimonianze e storie di infermieri di tutta Italia. Per la prima volta, attori professionisti hanno potuto raccogliere da veri operatori sanitari situazioni di vita e di lavoro, storie, aneddoti, lessico e modi di dire tipici del setting ospedaliero, dando vita con “La Notte di Capodanno” alla ricostruzione di un infinito turno di notte svolto nell’ultimo giorno dell’anno.

“La Notte di Capodanno”, prodotto da Fondazione Teatro di Roma, Laboratorio teatrale integrato Piero Gabrielli, in collaborazione con FNOPI e  per la regia di Roberto Gandini, è andato in scena in prima nazionale al Teatro India di Roma, dal 27 al 31 ottobre 2021, per poi essere riproposto, il 16 dicembre 2021, durante la tappa romana del Congresso nazionale itinerante della FNOPI “Ovunque per il bene di tutti” al Teatro Ambra Jovinelli. 

«Sicurezza sul lavoro: le sanzioni aggravano il problema, occorre investire (per davvero) sulla prevenzione»

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«All’indomani di tragedie come quella di Firenze sentiamo parlare di inasprimento delle sanzioni e maggiori controlli da chi ha responsabilità decisionale. Un maggior numero di professionisti che svolgano attività di vigilanza è sicuramente importante, ma ciò che serve è diffondere una cultura della sicurezza e della prevenzione, che deve entrare nel tessuto sociale, produttivo e lavorativo». Commenta così a TrendSanità Maurizio Di Giusto, presidente della Commissione di albo nazionale dei Tecnici della prevenzione negli ambienti e nei luoghi di lavoro (TPALL).

Che si parli di sanità, salute o sicurezza, il leitmotiv è sempre lo stesso: si interviene in maniera punitiva una volta che gli eventi accadono e non si pensa mai abbastanza a costruire un impianto che permetta di prevenire i problemi. 

Parlando di sicurezza sul lavoro, i dati provvisori dell’Inail dicono che nel 2023 sono state 1.041 le morti sul posto di lavoro e 585.356 gli infortuni denunciati.

Numeri, questi ultimi, che probabilmente sono in difetto: «Studi internazionali dimostrano come le sanzioni non risolvano il problema, ma possano anzi incentivare le mancate denunce o far crescere quelle denunciate come cadute accidentali in casa, oppure ad abbandonare i lavoratori infortunati davanti ai Pronto soccorso. Tutto per paura di incorrere in un provvedimento», continua Di Giusto.

I costi della non sicurezza

Maurizio Di Giusto

Da qui la necessità di agire in modo proattivo: «Intanto bisognerebbe parlare di sicurezza sul lavoro sempre, non solo quando si perde la vita: anche incidenti e malattie professionali incidono sul lavoratore e sulla sua famiglia, così come sul contesto sociale nel quale quelle persone vivono – ricorda il presidente TPALL -. Tutto questo senza tralasciare il costo in termini economici, oltre che sociali, della non sicurezza sul lavoro».

Da qualche anno l’Inail mette a disposizione delle aziende il software Co&Si che permette, tra le altre cose, di stimare i costi sostenuti dal datore di lavoro per la salute e sicurezza sul lavoro in azienda e il potenziale risparmio che una PMI potrebbe ottenere con una buona gestione della salute e della sicurezza. Il programma mostra infatti gli infortuni di un’“azienda tipo” in base a alcuni parametri come categoria merceologica, grandezza e località geografica. In questo modo chi si trova nello stesso range può capire quanto risparmierebbe con un adeguato percorso di prevenzione qualora dovessero verificarsi degli incidenti

«Il nostro impianto normativo è ottimale, all’avanguardia a livello europeo – osserva Di Giusto -. Il problema è riuscire a rendere applicabili norme che avrebbero bisogno di supporto, soprattutto nelle realtà più piccole. Con la parcellizzazione delle attività tra appalti e subappalti è ovvio che l’ultima impresa che si costituisce per ricevere quel lavoro lo fa a costi ben distanti da quelli iniziali e spesso a essere sacrificata è proprio la sicurezza».

Per il presidente TPALL «noi dovremmo invece riuscire a trovare un sistema che permetta agli enti come i Dipartimenti per la prevenzione, che sono gli organi deputati al controllo nelle aziende sanitarie, non solo di vigilare, ma anche di fornire supporto alle PMI. Le aziende più piccole infatti spesso non riescono a sostenere nemmeno i costi gestionali normali e la sicurezza è l’ultimo dei loro problemi. Andrebbero aiutate». 

La percezione del rischio

Quando c’è, la percezione del rischio è individuale e legata alla cultura della prevenzione del singolo lavoratore. «Spesso cozza però con le direttive, gli indirizzi e i tempi dell’azienda. O con l’abitudine che si acquisisce con l’esperienza e che porta ad avere troppa sicurezza in sé anche quando si svolgono attività pericolose». 

E poi c’è la formazione: «È uno degli elementi cardine, ma è tutt’altro che immediata, a partire dagli elementi più banali: come raggiungere per esempio i lavoratori che non parlano l’italiano?»

E ancora: la legge prevede che la formazione debba essere erogata durante l’orario di lavoro. Mentre il dipendente la svolge, quindi, non è operativo per l’azienda. «Ecco quindi che spesso la formazione non viene erogata sul campo, ma svolta in maniera fittizia con professionisti compiacenti che attestano percorsi non fatti. In questo senso rispettare l ‘obbligatorietà per ogni impresa di comunicare all’organo di vigilanza i momenti formativi potrebbe essere un primo passo».

La giusta formazione deve essere presente anche in chi effettua i controlli: sono necessari professionisti capaci di correlare gli aspetti tecnici, organizzativi e gestionali agli effetti che le scelte hanno sulla salute dei lavoratori. «È importante che l’Ispettorato del Lavoro, quando si occupa di sicurezza, abbia profili con le competenze adeguate – nota Di Giusto – Un paio di anni fa è stato bandito un concorso per oltre mille persone e non è stata richiesta una professionalità specifica: era accettato qualunque diploma di laurea. Da presidente del TPALL non posso non ricordare che esiste un corso di laurea ad hoc che prepara professionisti con le competenze necessarie per verificare ed accertare il livello di sicurezza sul lavoro».

Nuovi orizzonti nella rigenerazione dei nervi: il futuro della ricerca

Le lesioni dei nervi periferici (PNI – Peripheral Nerve Injuries) compromettono fortemente la qualità della vita personale e lavorativa dei pazienti. Le cause più frequenti dei danni nervosi periferici sono incidenti stradali, sportivi, domestici o sul lavoro e – non ultimi – anche interventi chirurgici.
Un problema molto diffuso che in Europa raggiunge un’incidenza di 300.000 casi all’anno, mentre alcune stime indicano in quasi 4 milioni i casi annuali nel 2017, in un’area che comprende USA, 5 paesi UE (Germania, Francia, Italia, Spagna e Regno Unito) e Giappone.  Tra i 5 paesi europei, l’Italia registra un triste primato, con oltre 400mila casi all’anno di PNI, seguita da Francia e Regno Unito rispettivamente con 290 mila e 270 mila casi.

La microchirurgia ricostruttiva ha fatto negli ultimi anni passi da gigante, e oggi è possibile intervenire in situazioni nelle quali fino pochi anni fa non vi era alcuna possibilità di cura (si pensi ad esempio ai reimpianti d’arto). Tuttavia, molto c’e ancora da fare in questo settore, poiché si conosce ancora poco dei complessi fenomeni neurobiologici che regolano la rigenerazione dei nervi.

Oggi la ricerca punta sullo studio di strategie terapeutiche per promuovere e migliorare la rigenerazione nervosa basate sui moderni principi dell’ingegneria tissutale, sperimentando – in stretta collaborazione con le équipe di microchirurgia – nuovi biomateriali per la produzione di dispositivi biomedici da usare nelle tecniche chirurgiche di riparazione. La speranza è garantire il ritorno alla normalità a pazienti colpiti da gravi politraumatismi.

In occasione della Giornata internazionale delle Ragazze e delle Donne nella Scienza, che ricorre l’11 febbraio, facciamo il punto sulle prospettive della ricerca con un team di ricerca tutto al femminile: il gruppo di Rigenerazione dei nervi del NICO – Neuroscience Institute Cavalieri Ottolenghi, Università di Torino che – tra gli altri progetti all’attivo – ha appena vinto 2 finanziamenti del Programma PRIN (Progetti di Rilevante Interesse Nazionale) con cui il Ministero della Ricerca sostiene la ricerca di base.

Ne parliamo con:

  • Stefania Raimondo
    Professoressa ordinaria di Anatomia umana, Dipartimento di Scienze Cliniche e Biologiche, Università di Torino. Ricercatrice NICO
  • Giulia Ronchi
    Professoressa associata di Anatomia umana, Dipartimento di Scienze Cliniche e Biologiche, Università di Torino. Ricercatrice NICO
  • Giovanna Gambarotta
    Professoressa associata di Anatomia comparata e Citologia, Dipartimento di Scienze Cliniche e Biologiche, Università di Torino. Ricercatrice NICO

Conduce:

  • Rossella Iannone
    Direttrice responsabile TrendSanità

Prescrizione sociale: c’è il manuale OMS in italiano

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Prosegue con questo approfondimento la collaborazione con il Cultural Welfare Center (CCW) sulla base di un progetto comune di diffusione della conoscenza sul valore delle arti e della cultura per il benessere e la salute

Prescrizione sociale sì, ma come? La prescrizione sociale si basa sulle prove scientifiche relative all’impatto dei fattori socioeconomici sulla salute e sull’ipotesi che affrontare i determinanti sociali sia cruciale per migliorare gli esiti di salute, riaffermando la centralità del modello biopsicosociale.

La prescrizione sociale si basa sulle prove scientifiche relative all’impatto dei fattori socioeconomici sulla salute

Per favorire la diffusione di questo tipo di esperienze e pratiche nel nostro Paese, Istituto Superiore di Sanità (ISS), Cultural Welfare Center (CCW) e DoRS Regione Piemonte, in collaborazione con il Centro BACH-Università di Chieti e Pescara, il Centro per la Salute del Bambino e la Fondazione Medicina a Misura di Donna, hanno curato la traduzione italiana del documento A toolkit on how to implement social prescribing, pubblicato a maggio 2022 dall’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS) con l’obiettivo di fornire a organizzazioni, decisori e singoli professionisti sanitari una guida pratica per l’attuazione di un programma di prescrizione sociale da offrire agli utenti dei servizi sanitari.

«La traduzione del kit in italiano mette a disposizione di professionisti sanitari, decisori e organizzazioni interessati ad attuare percorsi di prescrizione sociale uno strumento fruibile con immediatezza nella quotidianità del proprio lavoro – afferma Giovanni Capelli, Direttore del Centro nazionale per la prevenzione delle malattie e la promozione della salute (CNaPPS), ISS -. Il documento dell’OMS non è un manuale teorico, ma una guida pratica. La traduzione italiana mira a facilitare e promuovere l’adozione di questo approccio nel nostro Paese».

«La prescrizione sociale è un mezzo che consente ai professionisti e ai servizi sanitari di utilizzare risorse non sanitarie presenti nella comunità per rispondere ai bisogni dei propri pazienti, migliorandone la salute e il benessere – spiega Ilaria Lega, Ricercatrice presso il Reparto Salute della donna e dell’Età evolutiva, CNaPPS, ISS -. Le prove scientifiche dimostrano che i fattori sociali, come per esempio l’istruzione, il reddito e le condizioni abitative influenzano i comportamenti sanitari e hanno un forte impatto sulla salute. È quindi necessario ripensare l’equilibrio tra il modello di cura biomedico e quello sociale e psicologico nella pratica clinica, favorendo un approccio più personalizzato alle cure.

Agendo sui determinanti sociali di salute, si intende ridurre la domanda di assistenza sanitaria e i relativi costi

La prescrizione sociale consente di affrontare i determinanti sociali della salute, riducendo potenzialmente la domanda di assistenza sanitaria e i relativi costi. Essa si rivolge in particolare alle persone che richiedono un supporto emotivo e sociale superiore a quello che può essere reso disponibile nell’assistenza sanitaria di routine: per esempio le persone con patologie croniche o socialmente isolate, con disturbi mentali o le persone vulnerabili a causa dell’età o della condizione economica. Le risorse della comunità alle quali dare accesso al paziente tramite la prescrizione sociale vanno calibrate in base ai bisogni individuali e possono essere di vario tipo, comprendendo per esempio l’attività fisica, le attività artistiche, occupazionali o di volontariato, il supporto per l’esercizio dei diritti sociali, al credito o all’alloggio. La prescrizione sociale ha grandi potenzialità anche per la promozione della salute, in particolare per la promozione dello sviluppo infantile precoce e il supporto alla genitorialità“.

Esperienze di prescrizione sociale in Italia

Quali i punti cardine del documento? «Sono due a nostro avviso – dice Lega -. Il primo è la sua struttura schematica, che guida il lettore attraverso le varie fasi dell’attuazione di un percorso di prescrizione sociale, dall’analisi del contesto, alla costituzione di gruppo di riferimento per l’attuazione che sviluppi un piano di lavoro, la mappatura delle risorse della comunità, la formazione degli operatori che hanno un ruolo di collegamento fra i servizi sanitari e la comunità, per arrivare al monitoraggio e alla valutazione dell’impatto dell’intervento. Il secondo elemento, non meno importante, è il richiamo a una visione della cura basata sul modello biopsicosociale e l’approccio olistico».

La guida contiene un kit di strumenti pratici per mettere in atto un percorso di prescrizione sociale

In Italia, confermano gli esperti dell’ISS, si sono sviluppate esperienze di altissimo livello basate sul collegamento tra i servizi sanitari e il mondo culturale, alcune delle quali hanno saputo trasformarsi in programmi permanenti. Tra queste, la rete di MTA – Musei Toscani per l’Alzheimer, che propone programmi dedicati alle persone affette da demenza e ai loro caregiver riconosciuti dalla Regione Toscana, o il programma Nati per Leggere, che dal 1999 opera una connessione tra l’attività svolta dal pediatra di famiglia e il contesto sociale e culturale delle biblioteche pubbliche, accompagnando i neo genitori alla scoperta della lettura condivisa con il bambino.

Un vero e proprio programma di prescrizione sociale è attuato dal 2021 con il progetto “Sciroppo di Teatro” in Emilia-Romagna, dove i bambini e le bambine dai 3 agli 11 anni con i loro accompagnatori possono andare a teatro con un voucher prescritto dagli oltre 250 pediatri aderenti all’iniziativa, per tre euro a spettacolo. L’obiettivo è creare un’alleanza di sistema capace di promuovere la salute e il benessere delle famiglie.

In Italia si sono sviluppate esperienze di altissimo livello basate sul collegamento tra i servizi sanitari e il mondo culturale

«Come Istituto Superiore di Sanità, nell’ambito del progetto internazionale Music and Motherhood promosso dall’Ufficio della Regione europea dell’OMS, abbiamo recentemente coordinato uno studio che ci ha consentito di rendere disponibile nei Consultori familiari della ASL Città di Torino, dell’AULSS 6 Euganea e della ASL Roma 2 un intervento di canto di gruppo rivolto a neomamme con sintomi di depressione post partum – afferma Cappelli -. Ciascuna Azienda sanitaria partecipante all’intervento, rivolto a 10-11 mamme entro i 9 mesi dal parto con i loro bambini, ha previsto 10 incontri settimanali condotti da un leader di canto professionista appositamente formato, affiancato da personale sanitario dei Consultori. L’intervento, che si è dimostrato fattibile, ben accetto sia alle partecipanti che ai professionisti sanitari coinvolti e sostenibile, rappresenta un primo esempio italiano di prescrizione sociale attuata seguendo la metodologia descritta nel Kit».

Nell’Europa geografica, il paese che ha forme più strutturate e capillari di prescrizione sociale è certamente il Regno Unito, dove la prescrizione sociale è state inserita nel Long Term Plan del Servizio sanitario nazionale, che prevede che quasi un milione di persone si qualificheranno per essere indirizzate dal medico di medicina generale a schemi di prescrizione sociale entro il 2024.

Evidenze, potenzialità e iniziative in campo

Negli ultimi anni i confini della prescrizione sociale sono caduti: è ormai diffusa la consapevolezza che, dopo il Covid, gli approcci biomedici alla salute e al benessere potrebbero non essere più sufficienti.

«La pandemia ha messo in luce la fragilità dei sistemi sanitari e ha aumentato le disuguaglianze – commenta Lega -. In base a questi presupposti, il ricorso alla prescrizione sociale sia come strategia di supporto alla capacità dei servizi sanitari di dare risposte ai bisogni complessi dei propri utenti che come forma di contrasto alle diseguaglianze appare ancor più rilevante».

Ma in che modo si può promuovere questo tipo di approccio nel nostro Paese? «In primo luogo diffondendo le evidenze internazionali relative all’impatto positivo della prescrizione sociale sulla salute e alla riduzione dei costi per i servizi sanitari. Nel Regno Unito, per esempio, la prescrizione sociale è risultata associata a una riduzione media degli accessi in pronto soccorso e dal medico di medicina generale compresa tra il 20-40% – sostiene Lega -. È importante anche che i decisori locali, regionali e nazionali dispongano delle conoscenze e degli strumenti necessari a programmare questo tipo di percorsi. Da questo punto di vista la disponibilità della versione italiana del toolkit è un primo passo importante».

Nel Regno Unito, la prescrizione sociale è risultata associata a una riduzione media degli accessi in pronto soccorso e dal medico di medicina generale compresa tra il 20-40%

Il presupposto dell’attuazione della prescrizione sociale è la capacità di connettere i servizi sanitari con le risorse presenti nella comunità. «L’ostacolo principale è quindi rappresentato dalla mancanza di una pratica di questa modalità di lavoro o dalla mancanza di risorse nella comunità – sottolinea la ricercatrice -. Inoltre, per dare continuità alle iniziative realizzate, è fondamentale poter contare su una programmazione almeno di medio periodo».

Tuttavia le potenzialità e le prospettive della prescrizione sociale sono molteplici, sia per la promozione della salute e del benessere che per la prevenzione delle malattie: ecco perché è così importante continuare a portare avanti proposte in tal senso.

«L’uso su larga scala della prescrizione sociale potrebbe favorire l’uso più sistematico e intersettoriale delle risorse presenti sul territorio a partire dalle Case di comunità previste dal Decreto del Ministero della Salute n. 77 del 2022, ampliando la gamma dei bisogni di salute ai quali la medicina di prossimità si candida a dare risposta. Senza dimenticare il ruolo della rete degli ospedali che promuovono salute – conclude Capelli.

L’uso su larga scala della prescrizione sociale potrebbe favorire l’uso più sistematico delle risorse presenti sul territorio, a partire dalle Case di comunità

Numerose sono le iniziative che stiamo portando avanti, all’interno dell’Istituto Superiore di Sanità, come Centro nazionale per la prevenzione delle malattie e la promozione della salute (CNaPPS): il gruppo di ricerca che ha condiviso con l’OMS Music and Motherhood sta lavorando per mettere a disposizione della comunità scientifica e dei decisori i risultati di questa esperienza e gli strumenti utili a replicarla. Siamo inoltre coinvolti nel progetto europeo Icehearts Europe, che punta a migliorare salute e benessere di bambini e adolescenti vulnerabili tramite la figura non sanitaria di un “mentore” che offre una presa in carico globale di lunga durata, che include il supporto nello studio, la pratica di attività di gruppo anche sportive e il collegamento con i servizi del territorio. È attiva anche una collaborazione con la già menzionata rete degli ospedali che promuovono salute, che nei prossimi mesi si dedicherà ad approfondire il tema della cultura come risorsa per la salute».

Consulta il documento sul sito dell’ISS

Per approfondire

Progetto Arcturus, un approccio innovativo a Milano per chi vive in condizioni di grave marginalità

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Nel 2020 il Ministero della Salute chiede alle regioni italiane di sperimentare l’attivazione di strutture di prossimità per la promozione della salute e per la prevenzione dedicate alle persone più fragili. Regione Lombardia risponde aprendo un bando attraverso l’Ats Città Metropolitana di Milano per attivare un progetto ispirato al principio della piena integrazione sociosanitaria, con il coinvolgimento delle istituzioni presenti nel territorio, del volontariato locale e degli enti del Terzo settore (Legge 77/2020, art. 1, comma 4-bis). Nasce Arcturus, un progetto di tutela di salute pubblica che da novembre 2022 lavora come una grande “struttura di prossimità” per la presa in carico della grave marginalità a Milano.

Ne abbiamo parlato con Marzia Ravazzini, research project manager dell’iniziativa di Ats.

Una stella che brilla per chi ha perso la strada

Arcturus è un articolato sistema di servizi diffusi sul territorio della città di Milano, rivolto alle persone che vivono in condizione di forte disagio. Un modo per far sì che i servizi di cura arrivino anche là dove le richieste non riescono a essere espresse, a causa di una condizione di grave esclusione sociale delle persone interessate.

Marzia Ravazzini

Si tratta di un’iniziativa inedita e sperimentale, i cui risultati vengono monitorati contemporaneamente da due centri di ricerca universitari gestiti rispettivamente dall’Università Bocconi di Milano e dal Dipartimento di Epidemiologia dell’Università di Torino.

«Fra le stelle più luminose di tutto il firmamento c’è Arcturus – ha spiegato a TrendSanità la project manager dell’iniziativa di ATS, Marzia Ravazzini –. I naviganti la utilizzano da sempre come punto di riferimento perché è visibile da ogni punto della terra. Abbiamo scelto questo nome perché il nostro progetto vuole essere un punto luminoso per chi ha smarrito la strada».

Ad aggiudicarsi il bando è stata una cordata guidata da Fondazione Casa della carità, soggetto ideatore capofila di Arcturus. Gli altri nove partner sono suddivisi tra enti soci ideatori (Fondazione Caritas Ambrosiana, Associazione San Fedele e Cooperativa Farsi Prossimo) ed enti soci partner del tavolo di co-progettazione (Fondazione Progetto Arca, Opera San Francesco, Croce Rossa Italiana Comitato di Milano, Consorzio SIR, Corpo italiano di soccorso dell’Ordine di Malta, Medici volontari italiani).

Ciascuno dei partner offre servizi che vanno dalla farmacia sociale alla ricerca di un alloggio, dalla consulenza legale alle cure mediche fino al sostegno psicologico e l’assistenza sociale.

Ribaltare la prospettiva

L’avvio formale di Arcturus è datato novembre 2022 mentre le attività sociali sono entrate nel vivo agli inizi del 2023. Da subito è stato applicato un rovesciamento di prospettiva che punta a una reale integrazione tra sociale e sanitario.

Lo strumento innovativo è l’uso di un prototipo di cartella clinica digitale condivisa a moduli e a livelli, con un grande numero di operatori in grado di accedervi, pur nel rispetto della privacy.

Il progetto si rivolge a persone non riferibili a un classico bacino di utenza legato a un determinato ambito territoriale, ma a una popolazione diffusa sull’intero contesto urbano di Milano, con le caratteristiche di essere senza fissa dimora, insediata in contesti non regolari, ospite temporanea in centri di accoglienza, vittima di tratta o soggetta a misure restrittive.

Nell’arco del 2023 Arcturus ha gestito un’utenza composta per il 60% da stranieri e 40% da italiani, di età compresa fra i 22 e i 50 anni.

«Questo progetto – ha spiegato in una nota ufficiale don Virginio Colmegna, che all’epoca dell’avvio di Arcturus era presidente della Fondazione Casa della carità – è nato dalla volontà di includere persone particolarmente vulnerabili dentro sistemi di cura alla quale normalmente non accedono. Lo abbiamo pensato con due novità essenziali. La prima è un ribaltamento di prospettiva: non devono più essere le persone a cercare i servizi, ma il contrario. Sono cioè i servizi che devono incontrare i più bisognosi nei luoghi da loro vissuti e frequentati. La seconda innovazione riguarda la presa in carico. La persona non viene più seguita in base al singolo problema di salute che può avere, ma nella sua interezza, compresi i bisogni di ordine sociale».


Dieci partner e una nuova figura professionale: l’agente di prossimità

Nella sua realizzazione pratica il Progetto Arcturus non crea quasi nulla di nuovo, bensì mette insieme i servizi già erogati dai dieci partner che appartengono al progetto, con azioni combinate e pensate ad hoc per potenziare la capacità di accoglienza e cura sociosanitaria integrata verso i cittadini più vulnerabili. La novità sta nell’utilizzo di uno strumento integrato, la cartella clinica digitale condivisa, che crea un ponte permettendo una presa in carico veramente condivisa dalla persona fragile.

Innovativo è anche l’impiego di una nuova figura professionale attiva sul territorio cittadino: l’agente di prossimità, che opera sul territorio, in situazioni di grave esclusione abitativa, nei luoghi di transito.

Sono proprio questi operatori a esercitare il compito più delicato e difficile: “agganciare” la persona e inserirla in un percorso sociosanitario che ne prenda in carico i bisogni relativi alla salute fisica e mentale, per poi accompagnarla attraverso la consulenza legale, alla scoperta dei propri diritti e, infine, aiutarla nella ricerca di una casa e di un impiego.

Quale futuro per Arcturus?

«Il Progetto Arcturus è stato finanziato inizialmente dal Ministero della Salute per un importo complessivo di circa 2 milioni e 330mila euro, cui si aggiungono 320mila euro di cofinanziamento – ha spiegato Ravazzini -. Le figure professionali impiegate sono tante: medici di medicina generale; infermieri di comunità; OSS; specialisti in psichiatria, cardiologia, pediatria, sanità pubblica; psicologi; operatori sociali, mediatori e antropologi; assistenti sociali; consulenti legali e avvocati. La sperimentazione è durata un anno ed è terminata nel dicembre 2023».

Cosa ne sarà ora di Arcturus? Il progetto sta continuando, grazie all’autofinanziamento erogato dagli stessi partner dell’iniziativa, che per sei mesi hanno deciso di garantire di tasca propria continuità all’iniziativa.

«Al momento siamo in attesa di un rinnovo da parte del Ministero – ha continuato Ravazzini –: è stata chiesta una proroga non onerosa. Dal momento che era essenziale non fermarsi per non perdere il lavoro fatto finora, i legami creati con i pazienti e soprattutto i contatti con il personale al lavoro, i fondi attualmente sono reperiti internamente a ciascun partner. Parallelamente e collettivamente stiamo cercando altri modi per autofinanziarci. Crediamo molto nell’importanza di proseguire su questa strada: secondo noi il progetto deve poter continuare».

Questo modello sperimentale, che vede la Lombardia e la città di Milano come capofila, vuole essere un progetto pilota, un esempio virtuoso, potenzialmente replicabile poi in altre regioni italiane. Secondo i suoi promotori, il bisogno a cui risponde è reale e la modalità di presa in carico ha dimostrato di essere preferibile ad un approccio frammentario, in cui gli operatori sociosanitari non hanno modi di comunicare fra loro per offrire l’unica cosa che, sul lungo periodo, sembra fare la differenza: una presa in cura integrata che crei un ponte tra servizio sanitario e supporto sociale, per una salute globale della persona e della comunità.