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Obesità, tra stigma sociale e disagio psicologico

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L’obesità è ormai un problema sanitario nazionale. Quella infantile soprattutto, visto che fra le nazioni europee, l’Italia ha raggiunto il triste primato per numero di casi in questa fascia d’età, soprattutto al sud. Ma il dato preoccupante riguarda anche gli adulti: nel Paese della dieta mediterranea ormai oltre il 10 per cento della popolazione è affetta da questa patologia. E un terzo degli italiani, che è in sovrappeso, è a rischio di svilupparla.

I numeri delle persone affette da questa malattia sono in crescita in tutto il mondo. Perché? Quali fattori concorrono a questo incremento dei casi a livello globale? Le previsioni degli esperti parlano di un incremento del 100 per cento dell’obesità infantile entro il 2035. A seguito del World Obesity Day abbiamo analizzato il fenomeno dal punto di vista sociale e culturale con l’aiuto di Leonardo Mendolicchio, psichiatra e responsabile dell’Ambulatorio e dell’U.O. Riabilitazione dei Disturbi Alimentari e della Nutrizione presso l’IRCCS Auxologico di Piancavallo. Centro ospedaliero di primo piano a livello europeo per la cura e la riabilitazione dell’obesità di adulti, bambini e adolescenti, l’Auxologico rappresenta un osservatorio privilegiato dal quale approfondire le molteplici implicazioni di questa complessa patologia, che sembra essere sempre più legata a doppio filo con la salute mentale.

L’eccesso di nutrimento e salute mentale, un legame che si stringe

Clinicamente si parla di obesità in presenza di un accumulo patologico di grasso corporeo. La diagnosi si fa calcolando l’indice di massa corporea (BMI). Nella popolazione adulta, si esce della categoria del sovrappeso e si entra in quella dell’obesità quando questo dato è pari o superiore al valore di 30.

Dove manca la cultura alimentare, le persone sono meno consapevoli della tendenza a confondere lo stimolo fisiologico con l’appetito emotivo

Esistono naturalmente delle differenze legate al sesso, all’età e allo stato di fitness: le donne tendono ad avere più grasso corporeo rispetto agli uomini, così come gli anziani rispetto ai giovani. Chi ha una elevata massa muscolare, come gli sportivi, potrebbe avere valori più elevati senza per forza rientrare nelle categorie di sovrappeso o obesità. Per le persone sotto i 19 anni invece la classificazione dello stato ponderale avviene con le curve di crescita dell’Oms e con i valori soglia raccomandati dall’International Obesity Task Force che tengono conto dell’età e del sesso.

Se da un lato la comunità scientifica ha messo in chiaro che il sovrappeso, anche lieve, mette a rischio la salute dell’intero organismo, culturalmente c’è ancora la percezione che l’obesità non sia una vera e propria malattia. Oltre ad esserlo, l’obesità si lega a molti altri problemi di salute: patologie metaboliche e cardiovascolari, come il diabete, ma anche depressione, insonnia, apnee notturne, artrosi, gotta, incontinenza e persino i tumori, per i quali è un importante fattore di rischio. Per questo, ogni anno, il World Obesity Day vuole sensibilizzare la popolazione rispetto ai rischi che corre chi non si cura.

Leonardo Mendolicchio

«Un conto è affermare che chi è obeso o in sovrappeso non vada stigmatizzato o giudicato in base al suo peso – ha commentato Mendolicchio –, altro invece è far passare il messaggio errato che vada bene rimanere così e che la soluzione sia semplicemente quella di accettarsi. Ricordiamoci che essere obesi o in sovrappeso mette a rischio la salute generale, fisica e mentale. Si tratta di una condizione patologica da non promuovere, bensì da curare».

«Una delle tendenze che noto di più nella mia pratica clinica è quella dell’aumento dei casi di obesità legati alla mancata consapevolezza dell’intrinseco legame fra il cibo e le emozioni», ha aggiunto lo psichiatra, che ha chiarito che dove manca la cultura alimentare, le persone sono meno consapevoli della loro tendenza a confondere lo stimolo fisiologico della fame con un non meglio identificato appetito emotivo.  

Il ruolo della culturale individuale e delle decisioni politiche collettive

«Il gradiente socioeconomico gioca un ruolo centrale nell’insorgenza della patologia – ha aggiunto Mendolicchio –. La relazione fra obesità e povertà è visibile. Condizioni economiche più svantaggiate portano ad un livello di istruzione più basso e, di conseguenza, a scarsa o inesistente cultura alimentare».

D’altro canto, nei casi in cui la predisposizione genetica è fra i fattori preponderanti nell’esordio della patologia, al netto dei fattori ambientali, il pregiudizio comune porta le persone a pensare che per guarire basti solo la cosiddetta forza di volontà. Niente di più falso. Nella sua espressione più grave, l’obesità è una patologia cronica e recidivante, di cui i pazienti non sono strettamente responsabili. La loro condizione è determinata da complessi fattori biologici, genetici e ambientali.

Il gradiente socioeconomico gioca un ruolo centrale nell’insorgenza della patologia

«Una vera e propria responsabilità nell’incremento dei casi va invece cercata nella mancata regolamentazione dei criteri con cui vengono preparati gli alimenti venduti dalla grande distribuzione – ha affermato il medico –: so di essere provocatorio nel dirlo ma nei supermercati è possibile trovare anche dei prodotti di scarsissimo valore biologico e nutrizionale. Sarebbe opportuno che venissero imposti dei parametri di qualità alimentare più alti».

Ancora una volta, in mancanza di decisioni collettive che garantiscano che la produzione alimentare e la ristorazione siano tenuti a garantire un alto standard di qualità degli alimenti, è il livello culturale dei singoli a fare la differenza.

«Quando siamo ben informati, stiamo lontani da certi prodotti che si trovano in vendita – ha aggiunto Mendolicchio – se ci lasciamo guidare da difficoltà emotive nella scelte alimentari, finiremo con l’inserire troppo spesso nella nostra dieta prodotti altamente processati che, se consumati in determinate quantità, peggiorano la nostra salute».

Obesità e depressione

«Contrastare l’obesità vuol dire educare all’alimentazione, insegnando alle persone a riconoscere cosa è sano e cosa non lo è – ha spiegato lo psichiatra –. L’altro grande lavoro collettivo sta nell’educare al valore emotivo del cibo, per distinguere fra i bisogni del corpo e quelli della mente. Il 40 per cento dei casi affetti da obesità medio grave è in comorbidità con la depressione – ha concluso Mendolicchio –.

Il 40 per cento dei casi affetti da obesità medio grave è in comorbidità con la depressione 

Gli esperti parlano di triade depressogena: l’obesità, l’insonnia e lo stato infiammatorio a cui il corpo è sottoposto si autoalimentano, generando un’altra grave ed invalidante patologia. Ecco perché è importante essere consapevoli di quanto salute mentale e obesità siano più che mai strettamente collegate».

Verso lo spazio europeo dei dati sanitari: a Roma l’incontro “Data Talks” il 13 marzo

Si parla anche di dati sanitari nel decreto PNRR pubblicato in Gazzetta Ufficiale il 2 marzo scorso e ora passato alle Camere. Il decreto, infatti, rafforza il ruolo e le competenze di Agenas attribuendole la raccolta e la gestione dei dati, anche pseudonimizzati, al fine del monitoraggio dei servizi di telemedicina e l‘attuazione del progetto di intelligenza artificiale.

I dati personali relativi alla salute, pseudonimizzati, saranno interconnessi tra Ministero della salute, ISS, Agenas, AIFA, INPM e, relativamente ai propri assistiti, dalle Regioni e Province autonome, nel rispetto delle finalità istituzionali di ciascuno, previo parere del Garante per la protezione dei dati personali. Anche Agenas potrà utilizzare i dati del FSE per finalità legate allo studio e ricerca scientifica, per la programmazione sanitaria, verifica delle qualità delle cure e valutazione dell’assistenza sanitaria, senza l’utilizzo dei dati identificativi degli assistiti presenti nel FSE e nel rispetto della normativa sulla privacy. Ad Agenas viene affidato anche il ruolo di gestire la piattaforma di Intelligenza Artificiale e la valutazione delle tecnologie sanitarie (HTA) relative ai dispositivi medici.

In Europa, intanto, proseguono i negoziati tra Parlamento, Consiglio e Commissione Europea sullo Spazio Europeo dei dati Sanitari per rendere disponibili, in un formato europeo comune, i dati provenienti da cartelle cliniche, prescrizioni elettroniche, immagini diagnostiche ed esami di laboratorio. Il risultato? Un più facile accesso ai servizi sanitari per i cittadini europei, eliminando le preoccupazioni legate alla continuità delle cure durante i viaggi all’interno dell’UE.

Sono questi i temi che saranno approfonditi il 13 marzo 2024, nel convegno “Data Talks”, insieme a importanti personalità del mondo istituzionale e accademico. Tra queste Antonio Parenti, Direttore Rappresentanza in Italia Commissione Europea; Guido Scorza, Componente Autorità Garante protezione dati personali; Domenico Mantoan, Direttore Generrale Agenas; Giorgio Metta, Direttore scientifico Istituto Italiano di Tecnologia (IIT); Mons. Vincenzo Paglia, Presidente Pontificia Accademia per la Vita; On. Simona Loizzo, Presidente Intergruppo Parlamentare Sanità Digitale; Ilaria Capua, Senior Fellow of Global Health, Johns Hopkins University – SAIS Europe;  Tiziana Mele, Amministratore Delegato Lundbeck Italia; Monica Calamai, Direttore Generale AUSL Ferrara; Giorgio Casati, Direttore Generale ASL Roma 2; Giovanni Gorgoni, ASL Roma 1; Paolo Petralia, Direttore Generale ASL 4 Ligure; Fidelia Cascini, Docente dell’Università Cattolica del Sacro Cuore; Felicia Pelagalli, Direttore di Culture.

“Torniamo ad approfondire il tema dei dati sanitari e dell’importanza di liberarli garantendo al tempo stesso un elevato livello di protezione, sicurezza, riservatezza e uso etico dei dati. Le importanti novità contenute nel decreto PNRR andranno a definire le caratteristiche di un ambiente di trattamento sicuro, all’interno del quale saranno messi a disposizione dati anonimi o pseudonimizzati. Per i professionisti sanitari sarà fondamentale sviluppare competenze digitali e di data literacy per riuscire a far fronte al cambiamento e gestire la raccolta e l’uso dei dati sanitari” dichiara Felicia Pelagalli, Direttore di Culture e organizzatrice dell’incontro che si terrà mercoledì, 13 marzo 2024, dalle ore 10 all’Europa Experience – David Sassoli di Piazza Venezia 6, Roma.

L’evento sarà anche trasmesso in diretta streaming a questo link: https://www.youtube.com/watch?v=NDIqqG8P4dU

Maggiori informazioni su: https://culturesrl.eu/

«Perché si perdono tempo e risorse a discutere di mototerapia?»

«La presente legge riconosce e promuove la mototerapia, in maniera uniforme nell’intero territorio nazionale, quale terapia complementare per rendere più positiva l’esperienza dell’ospedalizzazione, per contribuire al percorso riabilitativo dei pazienti e per accrescere l’autonomia, il benessere psico-fisico e l’inclusione dei bambini, dei ragazzi e degli adulti con disabilità». La Camera approva.

Nasce così un provvedimento che sta scatenando il malcontento di medici, associazioni impegnate sull’autismo, professionisti sanitari, esperti e neuropsichiatri infantili di tutte le latitudini.

Bisogna invece all’opposto “demedicalizzare” e creare attività inclusive ludiche per dare benessere e qualità di vita alle persone autistiche e alle loro famiglie

Luigi Mazzone

«Non c’è alcuna evidenza scientifica che possa supportare la mototerapia. Questa è demagogia sulla pelle delle persone – tuona il professor Luigi Mazzone, direttore della Neuropsichiatria Infantile di Roma Tor Vergata –. È inoltre incomprensibile l’esasperazione alla continua medicalizzazione anche riferita ai termini stessi di ottime attività ludiche ricreative. Bisogna invece all’opposto “demedicalizzare” e creare attività inclusive ludiche per dare benessere e qualità di vita alle persone autistiche e alle loro famiglie. Lo sport è un ottimo strumento che incide positivamente sull’autostima, sull’immagine di sé, creando occasioni di implementare le abilità motorie e socio-relazionali. Le terapie però sono un’altra cosa e non vanno confuse con le attività ludiche come nel caso della mototerapia. Dal mio punto di vista come medico è gravissimo che vengano confusi tali ambiti e ancora più grave che a livello governativo e parlamentare possano passare alcune proposte senza alcun supporto scientifico. Concedetemi nuovamente una battuta per far capire il paradosso: eravamo tutti ingenui, avevamo le moto sotto casa e non avevamo capito che potevamo risolvere l’autismo con quelle…».

Cos’è la mototerapia?

Vanni Oddera

Ma facciamo un passo indietro e cerchiamo di capire meglio di cosa stiamo parlando. Ideata dal campione di motocross Vanni Oddera, la mototerapia o Freestyle Motocross Therapy (che è stata definita anche «psicomotricità in motocicletta») ha riscosso nelle sue esperienze “in corsia” sorrisi e momenti di spensieratezza da parte dei piccoli pazienti ricoverati in ospedale che possono scorrazzare sulle due ruote insieme agli acrobatici piloti. Ricorda le belle esperienze degli Spiderman, dei Superman e degli altri supereroi che regalano un piccolo sogno ai bimbi ricoverati. Il provvedimento passato alla Camera, e presto in discussione al Senato, prevede il riconoscimento e la promozione della mototerapia sull’intero territorio nazionale, consentendo alle pubbliche amministrazioni di favorire l’organizzazione di eventi e di progetti di mototerapia presso le strutture ospedaliere, sanitarie, sociosanitarie e socio-assistenziali. Come affermava Mazzone, sono esperienze a cui va tanta gratitudine, applausi e sostegno dalle istituzioni. Ma, secondo molti esperti, trasformare il gioco, l’allegria, il sorriso, in terapia medica, priva di evidenza scientifica, senza neppure il parere dell’Istituto Superiore di Sanità, forse è eccessivo. La decisione di Palazzo Montecitorio viene contestata da tanti in un momento in cui si tagliano i fondi del SSN per i servizi essenziali e le terapie davvero efficaci per l’autismo o altre disabilità: progetti che non sono rifinanziati, liste infinite d’attesa per ogni intervento indispensabile. Ora il timore è che su questo panorama così difficile peserà anche il costo per i moto-terapeuti… Forse si prevede la nascita di centri privati per mototerapia che non solo confonderanno sempre di più le famiglie, ma rappresenteranno un ulteriore esborso per una terapia la cui efficacia è tutta da verificare scientificamente?

Oltre a Mazzone rispondono a questi dubbi dialogando con TrendSanità Chiara Pezzana, neuropsichiatra infantile, direttore sanitario e clinico del Centro per l’Autismo di Novara – Associazione per l’autismo E. Micheli, e Giuseppina Della Corte, terapista della neuro e psicomotricità dell’età evolutiva, del Comitato strategico di indirizzo del Centro studi SAPIS della FNO TSRM e PSTRP.

Dov’è la validazione scientifica?

La decisione di Palazzo Montecitorio viene contestata da tanti in un momento in cui si tagliano i fondi del SSN per i servizi essenziali e le terapie davvero efficaci per l’autismo o altre disabilità

Giuseppina Della Corte

«Tengo a precisare che la realizzazione di azioni e progetti finalizzati a migliorare il vissuto del bambino con disabilità in determinati contesti senz’altro può apportare dei benefici sul piano umorale ed emotivo in termini di motivazione e fiducia in sé e nelle proprie capacità – spiega Della Corte –. Nel caso della mototerapia, tuttavia, analogamente ad altri interventi individuabili come adiuvanti la riabilitazione, si rileva quasi la necessità, da parte di chi li realizza, di assorbire il termine “terapia” senza le dovute spiegazioni. Nulla va tolto alla bontà delle intenzioni che muovono simili progettualità, ritornando alla proposta di legge, ciò che turba in particolare è la volontà chiaramente espressa di promuovere la mototerapia in modo uniforme sul territorio nazionale, perché considerata efficace al benessere del bambino con autismo, quando i servizi realmente ritenuti essenziali in casi come questo sono altri, la cui efficacia è basata su evidenze scientifiche certe. Bisognerebbe intervenire per uniformare gli interventi realmente efficaci per questi soggetti sulla base di prove scientifiche acclarate, come ad esempio la terapia neuropsicomotoria e logopedica. Invece, si assiste alla comparsa di metodi che si fondano su risultati scientifici di bassa qualità. Mettere in atto delle attività non riconosciute e validate a livello scientifico rappresenta un enorme rischio per la salute degli utenti e per il riconoscimento professionale dei nostri professionisti sanitari. Di fatto, ad oggi non esistono sufficienti evidenze scientifiche in merito allo stato di efficacia, efficienza ed appropriatezza della mototerapia, ed in particolare nei confronti di quadri patologici, quali l’autismo appunto, a cui gli erogatori di questo approccio intendono rivolgersi».

Autismo, false speranze e nuove linee guida

L’Istituto Superiore di Sanità (ISS) ha pubblicato a ottobre 2023 il testo completo delle nuove Linee Guida sulla diagnosi e il trattamento del disturbo dello spettro autistico in bambini e adolescenti che include raccomandazioni e indicazioni di buona pratica clinica, non regolati dalle precedenti, di tipo terapeutico, farmacologico e riabilitativo. E, neanche a dirlo, non c’è alcuna citazione della mototerapia in quell’importante documento. A pochi mesi di distanza, invece, la Camera approva il testo di legge sulla mototerapia per i giovani con disabilità, compresi i ragazzi autistici.

«Personalmente sono allibita e sconfortata, perché si fa tanta ricerca, tanta fatica per redigere le Linee Guida come quelle nuove dell’ISS sul trattamento per l’autismo, sia per i bambini, sia per gli adulti e poi si arriva a chiamare queste terapie…»

Chiara Pezzana

«Personalmente sono allibita e sconfortata – afferma Pezzana –, perché si fa tanta ricerca, tanta fatica per redigere le Linee Guida come quelle nuove dell’ISS sul trattamento per l’autismo, sia per i bambini, sia per gli adulti. Un’opera “ciclopica” dove si spiega bene, soprattutto per gli adulti, cosa si intende per trattamento e terapia e cosa per attività piacevole, ludica, in cui può certamente rientrare la mototerapia. La moto piace sicuramente ai ragazzi, ma quando parliamo di terapia, intendiamo qualcosa che deve essere supportato da una letteratura scientifica e avere una validazione rigorosa. Il punto è che nel mondo dell’autismo, della disabilità intellettiva, si fa presto ad aggiungere la parola terapia un po’ per tutto. Si parte dall’ortoterapia, fino alla pet therapy, l’ippoterapia, ecc… Sono tutte ottime attività, che fanno bene e motivano i nostri ragazzi a imparare cose nuove in un contesto specifico, ma non sono terapie. Poi mi chiedo, perché un’attività piacevole deve essere normata e perfino finanziata, quando le terapie vere, quelle validate per le persone autistiche non ricevono il giusto sostegno economico? I reparti di psichiatria in questo periodo sono paralizzati dalla carenza di personale medico, con liste di attesa molto lunghe. Ci sono problematiche gigantesche, per cui una famiglia con un bambino autistico non riesce ad avere un trattamento se non pagando presso i centri privati. Perché si perdono tempo e risorse a discutere di mototerapia? Poi si danno delle false speranze ai familiari della persona autistica o con disabilità e si aggiunge confusione su confusione, perché già la letteratura scientifica nel nostro ambito è debole, non è come quella sui farmaci in doppio cieco, in cui si sa cosa funziona e cosa no. I genitori fanno tanta fatica a orientarsi sull’opzione terapeutica migliore e più appropriata. Ora aggiungere la mototerapia vuol dire impiegare tempo, preziosissimo per i familiari e i loro bambini, per attività che nulla hanno a che fare con le terapie e i trattamenti. Dico tempo prezioso perché ai nostri bambini cambia la vita quando si segue da subito un trattamento riabilitativo mirato. Potenziare l’umore è sicuramente utile, così come potrebbe essere utile affiancare alla mototerapia un terapista ABA (Applied Behavior Analysis o Analisi Comportamentale Applicata), allora sì che avrebbe senso. La moto in sé non è la terapia, è quello che ci costruisci intorno. Manca questa consapevolezza: tutto bello, ma i nostri bimbi non hanno tempo da perdere. Con la profonda crisi che attraversa il nostro SSN e i servizi territoriali, in cui la psichiatria infantile non ha un budget dedicato, ci sono strutture in cui vediamo che i bambini diminuiscono ma le patologie neuropsichiatriche aumentano, così come diminuiscono i medici. In una situazione così drammatica, fare una legge sulla mototerapia vuol dire perdere il senso delle priorità».

«Ci sono priorità urgenti nel caso dell’autismo, come risolvere il carico economico che ogni famiglia deve affrontare per le terapie del figlio e il tema delicatissimo della fase di transizione dall’età adolescenziale a quella giovane e adulta allorquando finisce la scuola e serve trovare risorse e attività per un reale inserimento sociale» aggiunge Mazzone.

Diversi piani di realtà: mototerapia e scarsità di servizi essenziali

«Voler riconoscere e attivare in modo omogeneo la mototerapia sul territorio si scontra con due aspetti che caratterizzano la realtà sanitaria odierna in materia di presa in carico dei disturbi del neurosviluppo, tra cui rientrano proprio quelli dello spettro autistico. Da un lato mancano i fondi per garantire l’accesso ai percorsi di diagnosi e riabilitazione. Dall’altra, non si osserva sul territorio nazionale l’uniformità dei percorsi in essere – ribadisce Della Corte –. In questi casi, la diagnosi è fondamentale al riconoscimento tempestivo di un disturbo neuropsichico, mentre la riabilitazione consente di intervenirvi in modo appropriato per ridurre l’isolamento, il disagio sociale e migliorare la qualità di vita dei bambini e adolescenti che ne sono affetti, nonché delle loro famiglie. Dunque, avvilisce assistere all’impegno delle istituzioni nel promuovere una pratica dal valore puramente ricreativo, a fronte di una continua scarsità di servizi fondamentali con cui si rapportano quotidianamente utenti, genitori e operatori. Tali servizi sanitari ad oggi essenziali per il benessere dei bambini e adolescenti con disturbi dello spettro autistico e altri disturbi del neurosviluppo sono quelli erogati dai professionisti della riabilitazione che, purtroppo, operano da tempo in un contesto sanitario continuamente alle prese con tagli di fondi e ripartizione di risorse. Tra i profili mancanti c’è anche il mio, il Terapista della neuro e psicomotricità dell’età evolutiva, appartenente all’Ordine dei Tecnici sanitari di radiologia medica e delle professioni sanitarie tecniche, della riabilitazione e della prevenzione (TSRM e PSTRP) che, in linea con i principi la medicina basata sulle prove di efficacia, si occupa, all’interno di un’equipe multidisciplinare, della presa in carico di questi soggetti: un processo questo, altamente specifico per ciascun bambino, e dal carattere evolutivo poiché deve rispondere in modo puntuale ai bisogni di salute di un soggetto che sta crescendo».

E, proprio dal maxi ordine delle professioni sanitarie, è stata da poco inviata una nota al Senato, alla Commissione permanente affari sociali, sanità, lavoro pubblico e privato, previdenza sociale, firmata dalla presidente Teresa Calandra. Nel testo si evidenzia come l’uso improprio della parola “terapia” in contesti non sanitari rischia di sminuire l’identità dei professionisti della riabilitazione e di alimentare il mercato del lavoro abusivo non sanitario, oltre a creare confusione tra i cittadini, generando false aspettative. La proposta di promuovere la mototerapia su scala nazionale appare paradossale se prima non si assicura un numero adeguato di professionisti sanitari qualificati per far fronte ai bisogni di riabilitazione dei cittadini, aggravando il fenomeno della migrazione sanitaria per la ricerca di servizi non disponibili sul territorio. Queste criticità, afferma ancora la nota TSRM e PSTRP, sottolineano anche l’importanza di aderire a linee guida basate su evidenze scientifiche e di evitare l’uso improprio di termini come “linee guida” o “complementare” al di fuori di contesti scientificamente validati, enfatizzando che un intervento riabilitativo dovrebbe essere parte di un approccio globale e dinamico centrato sulla persona assistita.

«Insomma – conclude sconfortata Pezzana – è facile creare entusiasmo per queste cose, anche con l’idea che il bambino autistico sia una specie di fortezza chiusa da aprire attraverso qualsiasi cosa. In realtà non è così, stiamo parlando di una patologia del neurosviluppo che, non a caso, si chiama dello spettro autistico, e in cui gli approcci terapeutici non sono uguali per tutti. Sono situazioni anche molto delicate che non possono essere gestite senza precisi criteri clinici. Si dimentica la ricerca, quella seria. Già le famiglie con un bambino autistico sono costrette a gestirsi quasi tutto da sole, senza un vero sostegno. Una novità come la mototerapia non fa che confondere e magari prevedere un ulteriore esborso, visto lo stato in cui versa il SSN. Forse si prevede la nascita di centri privati di mototerapia i cui costi sicuramente non sarebbero sostenibili per tutti, come è successo in altri casi non inquadrabili dal punto di vista scientifico che però davano grandi speranze alle famiglie? Poi vedere questa legge approvata pochi mesi dopo l’uscita delle linee guida dell’Istituto Superiore di Sanità, che ha previsto anche una task force per definire il trattamento per le persone autistiche, è come vivere in due mondi paralleli…».

L’intelligenza artificiale in periferia? «Fondamentale per aderenza alle cure e prevenzione»

Intelligenza artificiale, digitalizzazione dei dati, medicina predittiva, servizi automatizzati per i pazienti. I convegni sono pieni di panel con questi titoli. L’aspettativa è grande ma gli esempi concreti scarseggiano. A TrendSanità ne parla Giorgio Casati, direttore generale della ASL Roma 2, la ASL più grande d’Italia per numero di abitanti serviti. Una ASL che insiste in quartieri molto popolari della città di Roma come il Tiburtino, Casal Bertone, Casal Bruciato, San Basilio, Tor Cervara, Pietralata e molti altri.

A che punto sono queste evoluzioni tecnologiche per la sanità pubblica e territoriale?

«Qualunque innovazione, qualunque novità venga introdotta in un sistema così complesso come il nostro Servizio Sanitario Nazionale incontra notevoli difficoltà: difficoltà organizzative, difficoltà di carattere economico, difficoltà nell’applicazione delle norme. Su questo, ovviamente, se non si riesce a trovare una sintesi, a pagarne le conseguenze sono poi i cittadini che non riescono a trovare servizi migliori».

Quali sono i filoni di intervento più urgenti?

Giorgio Casati

«Uno ha sicuramente a che fare con i dati e con il modo in cui questi possono essere utilizzati. Un altro è quello dell’intelligenza artificiale. Ma io mi auguro anche che si incominci a ragionare davvero su come cambiano i servizi per i cittadini. Perché su questo ancora manca un guizzo che in qualche modo dia il via alle aziende sanitarie pubbliche per incominciare a riorganizzare le attività, ad essere più efficienti ed efficaci nei confronti dei nostri utenti. Tutta l’innovazione deve portarci a migliorare l’accoglienza e la cura delle persone. Curare le persone è la nostra missione quindi se l’innovazione non ci porta a migliorare questo aspetto, non vedo cos’altro dovrebbe fare».

Lei guida una ASL in un territorio popolare della città di Roma. Cosa può dare l’intelligenza artificiale ai cittadini di questi quartieri?

«Può dare tantissimo. Partiamo dagli elementi di pianificazione: può darci la possibilità di lavorare sui dati dei cittadini complessivamente intesi per capire quali sono le aree di rischio maggiore e quindi quali sono gli interventi che devono essere attivati come priorità. Ma in una determinata comunità, che ovviamente è un sottoinsieme dell’intera popolazione della ASL Roma 2, può aiutarci a capire quali condizioni creare per ridurre il rischio dell’insorgenza di talune patologie. Tutti sappiamo che più c’è povertà, più c’è basso grado di istruzione, e più dovrebbe esserci un intervento mirato a sostegno della popolazione per evitare che alcuni comportamenti si trasformino nel tempo anche in problemi di natura sanitaria. C’è la possibilità di usare gli strumenti di intelligenza artificiale per svolgere un’attività di natura preventiva e quindi questo ovviamente riguarda sia i dati di carattere collettivo, che i dati di carattere individuale».

Qualche esempio concreto?

Tutti sappiamo che più c’è povertà, più c’è basso grado di istruzione, e più dovrebbe esserci un intervento mirato a sostegno della popolazione

«L’AI ci può aiutare a comprendere chi, con più probabilità di altri, uscirà dal percorso di cura. Noi sappiamo che tra i pazienti cronici, che rappresentano uno dei segmenti più importanti che la sanità pubblica deve seguire, solo tra il 30% e il 50%, a seconda delle patologie, rispetta le terapie e fa il piano di controllo. Questo sembra un dato banale ma non lo è, perché non seguire il piano terapeutico e non fare i controlli significa non fare nulla per rallentare il processo degenerativo delle patologie e questo significa che le persone muoiono e vivono male quell’ultimo tratto di strada perché lo passano in accessi in pronto soccorso, in ricoveri ospedalieri, quando non devono anche essere sottoposti ad interventi invalidanti. Prenda per esempio cosa vuol dire l’amputazione degli arti per un paziente diabetico. Tutto questo può essere ridotto o evitato con una medicina predittiva, ma per fare questo c’è bisogno dell’intelligenza artificiale che ci aiuta a leggere i dati e a tenere sotto controllo, con la supervisione di operatori umani, più pazienti cronici possibili».

Sulle singole patologie cosa si può fare?

«Ma si può usare l’intelligenza artificiale anche nei singoli processi decisionali di natura clinica. L’ASL Roma 2, qualche mese fa, ha ricevuto un premio di cui siamo molto orgogliosi sulla capacità di identificare precocemente l’Alzheimer, grazie all’intelligenza artificiale, e quindi poter intervenire all’esordio del problema di salute con quelle cure che servono proprio a rallentare il processo degenerativo. Questa cosa la possiamo fare anche in altri ambiti, basta solo lavorarci. I dati ci aiutano tantissimo, ma una mole infinita di dati non può essere elaborata dall’essere umano. E non tanto perché non ci siano le capacità, ma il problema è che il tempo che ci impiegherebbe un umano è troppo e abbiamo bisogno del supporto dell’intelligenza artificiale per essere tempestivi».

Telemedicina e fascicolo sanitario elettronico come si associano all’uso della AI?

«Il fascicolo sanitario elettronico diciamo che in qualche modo si affianca ed è già qualcosa di attuale. Ma manca ancora una piena integrazione, il disegno di tutta l’infrastruttura non è ancora qualcosa di concreto e fruibile pienamente perché non tutte le aziende e non tutti gli ambiti che lavorano in sanità sono in grado di alimentare il fascicolo sanitario oggi per come dovrebbe essere fatto secondo l’ultima normativa uscita in termini di contenuti. Quindi c’è da fare un gran lavoro dal punto di vista della digitalizzazione per poter fare in modo che i dati arrivino in modo sicuro e che siano strutturati e qualitativamente buoni per poter poi essere utilizzati anche a fini decisionali. Una volta che ci saranno queste condizioni è chiaro che i dati nel fascicolo sanitario elettronico utilizzati con strumenti di intelligenza artificiale cambieranno davvero il modo di fare sanità».

Malattie rare, la ricerca è ancora sostenibile?

La ricerca sulle malattie rare è fondamentale per sviluppare terapie e trattamenti mirati, migliorare la qualità della vita dei pazienti e offrire loro un supporto adeguato. Nonostante i progressi compiuti, molte di queste malattie rimangono orfane di terapie specifiche, rendendo essenziale l’investimento continuo nella ricerca e nello sviluppo di nuove soluzioni.

Anche le decisioni a livello europeo svolgono un ruolo cruciale nell’indirizzare gli sforzi di ricerca sulle malattie rare. Ad esempio, le politiche riguardanti lo spazio europeo dei dati possono influenzare direttamente la raccolta e la condivisione delle informazioni cliniche e genetiche necessarie per comprendere meglio queste malattie e sviluppare trattamenti personalizzati.

Quali azioni si rendono necessarie per garantire un accesso uniforme a tutti i pazienti? Come si assicura la sostenibilità delle terapie, che per definizione coinvolgono un numero ristretto di pazienti? Quale può essere il ruolo dei privati, degli enti di ricerca e delle istituzioni?

Ne parliamo con:

  • Armando Magrelli
    Vice Presidente del Comitato per i Medicinali Orfani, EMA (European Medicines Agency)
  • Celeste Scotti
    Direttore ricerca e sviluppo, Fondazione Telethon

Conduce:

  • Rossella Iannone
    Direttrice responsabile TrendSanità

Usare le disuguaglianze per migliorare la sanità

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Se ne parla da 25 anni e i lavori potrebbero partire quest’anno. Il Parco della Salute di Torino è l’ambizioso progetto che dovrebbe unire in un solo luogo la complessità di tutte le specialità degli attuali ospedali (il progetto iniziale prevedeva la partecipazione dei 4 maggiori: Molinette, Regina Margherita, CTO e Sant’Anna). Cinque gli anni di lavoro previsti, per un importo complessivo di 494 milioni di euro. Entro il mese di aprile le due imprese invitate alla gara dovranno presentare la proposta di progetto definitivo.

Il progetto torinese è stato il punto di partenza del convegno “Diritto alla salute e prestazioni sanitarie integrate” organizzato dal Dipartimento di Giurisprudenza dell’Università di Torino e promosso dal Politecnico di Torino, dalla Scuola di Medicina dell’Università di Torino, dall’Unione Industriali e dal Polo del ‘900. Durante l’evento si è parlato molto di epidemiologia, dati sanitari, uso dell’intelligenza artificiale e scenari futuri non solo della sanità piemontese.

I diversi livelli dell’integrazione

La parola chiave è integrazione: tra ospedale e territorio, tra ospedali, tra reparti. La necessità è costruire un’organizzazione dinamica e flessibile che tenga conto dei flussi dei pazienti verso le varie strutture. «In questo momento abbiamo problemi con i flussi in entrata e in uscita dagli ospedali – ha affermato Guido Giustetto, presidente dell’Ordine provinciale dei medici chirurghi di Torino -. Il fenomeno del boarding non riguarda i codici bianchi, ma i casi più gravi che non trovano posto in reparto. Non siamo in grado di dimettere quei pazienti ormai stabilizzati che hanno bisogno di una quota di assistenza che i soli caregiver non possono fornire loro. Per contro, il gran numero di accessi al Pronto soccorso significa che il territorio non è in grado di trattenere i casi meno gravi». Per Giustetto «dobbiamo considerare un unico flusso tra ospedale e territorio e non trattarli come se fossero entità separate».

Chiara Rivetti, segretaria Anaao Piemonte, ha fornito la sua ricetta per l’integrazione: «Dobbiamo investire in prevenzione e gestione degli anziani: la prima non può essere slegata dall’equità. Dobbiamo creare reti per seguire le malattie croniche e far sì che queste non differiscano in base a censo, istruzione, ecc…; possiamo puntare sulla collaborazione tra medici di medicina generale e ospedalieri, farli comunicare a voce o con i numerosi strumenti tecnologici che abbiamo a disposizione». E poi c’è la gestione degli anziani: «Questa adesso è basata sul welfare familiare: in Piemonte appena il 3% degli over 75 ha accesso all’assistenza domiciliare. Per alleggerire gli ospedali, che sono progettati con sempre meno posti letto, dobbiamo finanziare questi strumenti di assistenza territoriale». 

La salute disuguale

«Solo trasformando la salute in una metrica riusciamo ad avere dati a supporto di richieste e strategie – ha esordito Giuseppe Costa, già presidente dell’Associazione Italiana di Epidemiologia -. Farlo inserendo anche le disuguaglianze rende tutto ancora più interessante». Da decenni Costa lavora proprio sulle disuguaglianze di salute in base alla distribuzione del reddito all’interno di città come Torino.

I dati contenuti all’interno dell’ultima relazione sanitaria resa disponibile in Piemonte in accompagnamento al Piano regionale di Prevenzione segnalano che «tra il 2000 e il 2019 abbiamo avuto due decenni di miglioramento dell’aspettativa di vita distribuito in modo abbastanza equilibrato – ha riportato Costa -. Nel 2020 abbiamo invece visto un’inversione congiunturale di aumento della speranza di vita in modo disuguale».

Gli epidemiologi piemontesi stano lavorando ad alcuni dossier con un centinaio di indicatori declinati a livello microterritoriale e sociale (a livello di bisogno, di accesso, di qualità). «Quando gli stakeholder vedono questi fanno un salto sulla sedia e vengono ingaggiati. Vedere come mutano i risultati a distanza di pochi chilometri permette anche di richiamare le responsabilità di qualcuno. Se riusciamo a inserire queste metriche nella governance abbiamo vinto», ha concluso Costa, sintetizzando la sfida principale del prossimo futuro.

La sanità del futuro

«Esistono già numerose reti trasversali agli edifici che hanno mostrato di funzionare molto bene: tutti noi abbiamo assistito almeno una volta a una telefonata in diretta del nostro medico di medicina generale a uno specialista o di un ospedaliero a un collega in un altro reparto», ha esordito Roberto Cavallo Perin, avvocato esperto in diritto sanitario.

L’avvocato ha poi invitato la platea a uno sforzo di fantasia: «Lasciamo stare per un attimo le implicazioni di quello che sto per dire: i problemi si risolvono man mano che si pongono. Immaginate una sanità nella quale gli ospedali abbiano un sistema informatico unico, nella quale i cittadini, così come regalano quotidianamente dati ad aziende private attraverso il proprio cellulare, lo facciano anche con le strutture della sanità pubblica, che potrebbero così caratterizzare molto bene il singolo (a vantaggio della sua salute) e usare le informazioni a livello aggregato per elaborare dei trend».

E poi c’è il lato del personale sanitario: «L’intelligenza artificiale potrebbe essere utilizzata per avere dati più accurati su medici e infermieri – ha proseguito Cavallo Perin -. Chi sono e cosa fanno i professionisti, sia in termini di tipo di prestazioni sia di quantità, che in periodi diversi possono variare».

Pensare a una rete che vada al di là degli edifici fisici risolverebbe anche – almeno in parte – il problema dei posti letto: «Cooperando questi vengono moltiplicati, poiché le diverse strutture sarebbero funzionalmente collegate. Pensiamo a un responsabile del coordinamento del processo di cura che potrebbe indirizzare risorse e persone in modo ottimale, inglobando anche il privato accreditato».

Siamo ancora molto lontani da questo scenario, ma c’è una crescente presa di coscienza sul modo con cui ci si rapporta con modelli organizzativi diversi: «La sfida adesso è riuscire a rendere meno impattanti gli aspetti negativi del mio discorso, valorizzando sempre più quelli positivi. E questa non è fantascienza…», ha concluso Cavallo Perin.

Ingegneria clinica e sistemi regionali: il contributo che la professione può offrire in termini di governance delle tecnologie

Le tecnologie healthcare sono diventate un elemento fondamentale per innovare i servizi sanitari nazionale e regionali e gli ingegneri clinici (in questo contesto) rappresentano la professione più coinvolta nella loro implementazione e gestione. Ma come questa professione è inserita e può operare nel tessuto stesso dei servizi regionali? Il tema è stato al centro dell’evento istituzionale L’Ingegneria Clinica e il Sistema Sanitario Campano: una risorsa professionale per lo sviluppo delle tecnologie per la salute, tenuto presso il Consiglio Regionale della Campania e promosso dal Coordinamento campano di AIIC.

L’appuntamento intendeva essere un inedito dialogo istituzionale tra i professionisti dell’ingegneria clinica che operano sul territorio regionale e le istituzioni, ponendo quindi una sorta di “punto fermo riconosciuto” nel dialogo tra professione, Regione e servizio sanitario regionale, all’interno di una realtà – quella della Campania, appunto – in cui la relazione tra ingegneri clinici e SSR è già esistente e consolidato.

«Abbiamo desiderato lanciare un nostro messaggio professionale chiaro – ha sottolineato il presidente AIIC Umberto Nocco, intervenendo all’evento – perché quello che desideriamo portare come contributo è la messa a disposizione delle nostre competenze, conoscenze e rete professionale alla governance delle tecnologie, che è uno dei punti di snodo di tutto lo sviluppo della sanità nazionale e regionale». Ha aggiunto Gianluca Giaconia, vice presidente AIIC e storico rappresentante della professione in Campania: «Se fino a ieri eravamo ‘reattivi’ nei confronti delle richieste del sistema, oggi come ingegneri clinici dobbiamo porci nella condizione di essere ‘proattivi’, assicurando una presenza che sia di stimolo a tutto il sistema».

Una proattività che, ha sottolineato Lorenzo Latella, coordinatore regionale di Cittadinanzattiva, deve «spingersi fino ad assicurare una sartorialità della presa in carico del paziente, che oggi più che mai si attende una sanità vicina, immediatamente disponibile e di qualità». Anche Ugo Trama, Responsabile Politica del Farmaco e Dispositivi in Regione, ha indicato nella personalizzazione “sartoriale” delle cure (e quindi in un effettiva medicina di prossimità) la futura sfida: “in questo senso la figura dell’ingegnere clinico è una delle chiavi di volta del Sistema regionale. Una figura che deve avere responsabilità sempre più chiare in temi di HTA, di dispositivo-vigilanza e di condivisione e gestione dei dati».

L’istituzione regionale ha raccolto alcune di queste sollecitazioni con Valeria Fascione, assessore Ricerca, Innovazione e Start up Regione Campania, che ha commentato: «Dobbiamo domandarci certamente oggi quale sia il ruolo che desideriamo attribuire agli ingegneri clinici nello sviluppo territoriale delle tecnologie patient oriented. Ma lo facciamo, come Regione, ben sapendo che abbiamo avviato numerose progettualità e linee regionali in termini di ricerca e sviluppo proprio nell’ambito delle scienze della vita. Le scelte di Giunta oggi ci pongono quindi nelle condizioni di poter sfruttare al meglio le competenze esistenti sul territorio, e non intendiamo lasciarci sfuggire questa opportunità». Sul tema delle competenze e quindi della formazione è stato Francesco Amato, Presidente Corso di Laurea in Ingegneria Biomedica, Federico II di Napoli, ad offrire una overview accademica: i laureati in ingegneria clinica a Napoli sono sempre più numerosi, escono dal percorso universitario con una visione chiara del patient journey, sono attrezzati anche in ambiti avanzati come l’intelligenza artificiale e sono praticamente tutti inseriti nel mondo del lavoro a tre mesi dalla laurea, sempre più spesso rimanendo a lavorare nel territorio campano, dove le opportunità lavorative stanno decisamente aumentando.

I due promotori AIIC dell’evento, Pasquale Garofalo e Tommaso Cerciello, hanno sottolineato congiuntamente che l’evento istituzionale ha confermato che l’ingegneria clinica in Campania è una realtà multiforme, sia per via della formazione trasversale a diverse discipline ingegneristiche e medico-biologiche, sia perché è chiamato ad occuparsi dell’intero ciclo di vita delle tecnologie sanitarie: «Ciascuna di queste fasi rappresenta il quadro complessivo della professionalità dell’Ingegnere Clinico. Un quadro che ad oggi è stato integrato con nuove competenze, visti i continui progressi. Oggi rientrano la gestione delle tecnologie informatiche (ICT) e tecnologie di gestione domiciliare del paziente, senza dimenticare le logiche che garantiscono l’uso sicuro delle tecnologie all’interno delle Strutture Sanitarie. Tasselli che costruiscono una professione, in grado di crescere parallelamente allo sviluppo tecnologico dell’intero sistema. Ma sottolineiamo proprio per questo che la presenza dell’ingegnere clinico ha oggi la necessità di essere correttamente dimensionata nelle strutture della sanità campana, tenuto conto che molto spesso le unità di ingegneria clinica sono insufficienti per svolgere l’insieme delle competenze e dei ruoli richiesti». Fulvio Frezza (Componente del consiglio di presidenza del Consiglio Regionale), tra i promotori istituzionali del workshop, ha commentato, rilanciando la richiesta di avere “più ingegneri clinici” nelle strutture: «Ho un sogno: che i nostri concittadini non siano più costretti ad emigrare per cercare cure efficaci e di qualità. Un sistema sanitario tecnologicamente evoluto è uno degli strumenti affinché questo non accada più. Un’ingegneria clinica forte, presente ovunque e connessa in rete ci permetterà di realizzare questo obiettivo».

Un obiettivo raggiungibile, ha auspicato Massimo Di Gennaro, Direzione Innovazione e Sanità Digitale, SORESA, anche con una partecipazione sempre più estesa degli ingegneri clinici alle Direzioni strategiche della sanità territoriale, realizzando così quella “proattività” di cui gli stessi rappresentanti AIIC si sono detti interpreti.

Hanno portato il loro intervento durante l’evento di Napoli anche Gennaro Oliviero (presidente Consiglio Regionale della Campania), Luigi Iuppariello (Responsabile UOSID Bioingegneria – A.O.R.N. Santobono-Pausilipon), Giovanni Esposito (presidente della Scuola di Medicina e Chirurgia dell’Università Federico II di Napoli) e Raffaele De Rosa (Ordine Ingegneri di Napoli).

Emergenza disturbi della nutrizione, la riabilitazione passa dal dialogo con le famiglie

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Alla scoperta delle professioni sanitarie della Federazione nazionale degli Ordini TSRM e PSTRP

Il rischio di morte per una persona con diagnosi di anoressia è 5-10 volte maggiore delle persone sane della stessa età e sesso. È questo uno dei dati più eclatanti che emergono dalle rilevazioni del Ministero della Salute a proposito di disturbi alimentari (DNA – Disturbi della Nutrizione e dell’Alimentazione o DCA – Disturbi del Comportamento Alimentare), patologie che rappresentano sempre di più una vera emergenza contemporanea confermata da molti dati epidemiologici.

Secondo le più recenti indagini, infatti, nel nostro Paese, sono più di 3 milioni le persone che ne soffrono e circa il 30% ha un’età inferiore ai 14 anni. Nonostante sia considerata una malattia “tipicamente femminile”, per l’anoressia si registra però un 20% di incidenza anche nella popolazione maschile.

Il CCM – Centro nazionale per la prevenzione e il Controllo delle Malattie riporta poi che, secondo l’OMS, dopo gli incidenti stradali, l’anoressia nervosa (AN) e la bulimia nervosa (BN), tra i DNA più diffusi, rappresentano la seconda causa di morte in età giovanile. Anche le altre forme, però, sono in aumento, come il Binge Eating (Disturbo da alimentazione incontrollata) e l’ARFID (Disturbo su evitare/restringere l’assunzione di cibo).

A chi devono rivolgersi pazienti e famiglie? Quali sono le professioni sanitarie di riferimento e qual è il loro ruolo nella gestione della malattia? Risponde a TrendSanità Roberta Famulari, presidente Commissione di albo nazionale dei Tecnici di riabilitazione psichiatrica (TeRP).

Quali sono gli aspetti tipici dell’anoressia e dei disturbi dell’alimentazione?

Sono però appena 126 i centri specialistici sul territorio nazionale e la presenza dei TeRP, all’interno di questi, purtroppo, è ancora molto scarsa

«La caratteristica comune nei DNA è la presenza di un’alterazione delle abitudini e del comportamento alimentare. Chi ne soffre si preoccupa eccessivamente per il peso e per la forma del corpo e ha un atteggiamento fobico-restrittivo verso alcuni cibi o categorie di alimenti. Sono aspetti che incidono negativamente sul livello di funzionamento personale e sociale e che progressivamente incidono sullo svolgimento delle normali attività della vita quotidiana. Ma la disabilità non è la sola conseguenza dell’anoressia, ci sono diverse comorbidità che possono determinare complicanze anche molto gravi a livello organico e che mettono in serio pericolo la vita di molte assistite. È difficile riconoscere e trattare precocemente questi disturbi, molti casi restano sottosoglia o sommersi perché non diagnosticati e non curati. Capirne l’origine aiuta a comprendere la complessità della cura, che non è disgiunta dalla riabilitazione. Dal punto di vista medico-scientifico, l’ipotesi più accreditata è che vi sia un determinismo di tipo multifattoriale a matrice bio-psico-sociale. Quindi, fattori genetici, socioculturali, individuali e familiari sono considerati fattori predisponenti, precipitanti e perpetuanti il disturbo. Secondo questa ipotesi, nessuna delle variabili, da sole, è sufficiente per scatenare la malattia o influenzarne il decorso e l’esito».

Quanto conta l’approccio terapeutico interprofessionale e lavorare in equipe?

Roberta Famulari

«Vista la complessità della condizione, ne consegue che anche la cura deve centrarsi su un approccio multiprofessionale e interdisciplinare, in équipe. Qui più che mai il concetto di cura “medica”, in senso stretto, va superato. Non ci sono atti terapeutici separati, la cura di patologie complesse e multifattoriali presuppone una presa in carico a 360° da parte di un’équipe di professionisti che operano in sinergia come medici psichiatri, internisti, endocrinologi, infermieri, psicologi, TeRP, dietisti, educatori professionali e altri. Si lavora secondo i principi di integrazione, multidisciplinareità e interprofessionalità. Ognuno con il proprio ruolo e le proprie competenze, specifiche e trasversali, concorre sinergicamente all’atto di cura e alla presa in carico non solo delle persone assistite ma anche delle famiglie. Secondo le indicazioni del Ministero della Salute, alla base del trattamento dei DNA, è necessario garantire un approccio multiprofessionale integrato, con trattamenti evidence based e soprattutto con una formazione specifica e continua di tutti i professionisti dell’équipe. È importante la precocità degli interventi, per ridurre le ospedalizzazioni e la cronicità della malattia. Per questo, è necessario fare prevenzione e garantire, su tutto il territorio nazionale, i vari livelli di assistenza: ambulatoriale, semiresidenziale, residenziale e il ricovero ordinario. Sono però appena 126 i centri specialistici sul territorio nazionale e la presenza dei TeRP, all’interno di questi, purtroppo, è ancora molto scarsa».

Qual è il ruolo dei professionisti sanitari nella riabilitazione?

«Per quanto riguarda il trattamento terapeutico-riabilitativo, l’aspetto nutrizionale è cruciale e deve garantire diversi tipi di setting: ambulatoriale, semiresidenziale e residenziale e il ricovero, puntando sull’intervento precoce e sulla continuità terapeutica. Parte proprio dall’esigenza di un approccio tempestivo a queste patologie la nascita del Codice Lilla nei Pronto Soccorso. Non è raro che qui i familiari, preoccupati per la salute di una persona cara, entrino in relazione con personale sanitario focalizzato più sulla cura dei sintomi fisici, sottovalutando la presenza di una patologia ben più complessa e profonda che non sempre è immediatamente intercettata. Per questo dal 2018, il Ministero della Salute ha diffuso delle linee di riferimento per gli interventi, l’accoglienza, il triage, la valutazione e il trattamento delle persone con DNA rivolte ai professionisti del PS, con tutte le indicazioni utili al trattamento più appropriato e all’eventuale segnalazione ai centri specifici, proprio per evitare cure inadeguate e frammentate a favore di un approccio integrato. Il ruolo e la funzione del TeRP all’interno del team sono essenziali, proprio per la sua specificità clinico-riabilitativa, oltre che socio-riabilitativa. Già dalla prima visita, insieme al medico psichiatra, può svolgere la funzione di accoglienza, sia dell’assistito, sia dei familiari.

Stabilire l’alleanza terapeutica è un obiettivo prioritario e uno strumento indispensabile per realizzare il programma riabilitativo

L’indagine riabilitativa del TeRP parte dalla valutazione del funzionamento globale della persona che comprende diverse dimensioni (cognitivo, personale e sociale), fino alla valutazione delle criticità e delle risorse della famiglia e del contesto ambientale. Consiste in colloqui e osservazione e nell’uso di strumenti standardizzati. Si passa poi all’identificazione degli obiettivi formativo-terapeutici e di riabilitazione psichiatrica del programma riabilitativo, condivisi in équipe e con la persona assistita. Quello della partecipazione è un passaggio importante del processo riabilitativo. Nel nostro lavoro spesso ci troviamo a intervenire con persone che rifiutano il trattamento, perché manca la consapevolezza del disturbo.

Quindi stabilire l’alleanza terapeutica è un obiettivo prioritario e uno strumento indispensabile per espletare il programma riabilitativo. Il TeRP analizzai bisogni della persona e attua un programma di intervento per raggiungere uno stato di recovery dalla malattia e il massimo livello di funzionamento psicosociale. Poi mette in campo interventi di abilitazione/riabilitazione in diverse aree che vanno dalla cura di sé, alle relazioni interpersonali, allo svolgimento delle attività di vita quotidiana, nonché a un’attività di studio e/o lavorativa, ove possibile. Infine, realizza vari interventi, sia individuali che di gruppo, attraverso tecniche specifiche quali, ad esempio: social skills training, interventi psicoeducativi, di tipo cognitivo-comportamentali, mindfulness, di rimedio cognitivo e attività che si avvalgono di tecniche espressive utilizzando il “non verbale” come canale comunicativo». 

Qual è la vostra funzione nella riabilitazione psiconutrizionale?

Qui più che mai il concetto di cura “medica”, in senso stretto, va superato per lavorare in équipe multiprofessionali

«La riabilitazione psiconutrizionale si svolge insieme ai dietisti, figure fondamentali per questo aspetto. Il pasto, infatti, è uno dei momenti di maggiore criticità. Ad esempio, nei casi di anoressia, l’intervento ha come finalità principale ripristinare un peso sano attraverso l’adesione a un percorso nutrizionale personalizzato, progressivo e soprattutto concordato, modificando lentamente i vari comportamenti disfunzionali e intervenendo sui diversi aspetti fobici rispetto al cibo. L’azione prosegue anche fuori dai setting strutturati, si estende quindi “nel territorio”, con varie attività che riguardano il normale svolgimento della vita quotidiana. L’alleanza terapeutica e la relazione vanno instaurate anche con i familiari, con l’attuazione di interventi di tipo psicoeducativo alle famiglie. L’impatto di una malattia come l’anoressia è molto forte, i familiari si sentono, molte volte responsabili, impotenti, colpevoli, sono alla costante ricerca di spiegazioni, quindi intervenire anche qui facilita il percorso riabilitativo della persona».

Quanto contano le nuove tecnologie per un approccio integrato all’anoressia?

«Un uso appropriato della tecnologia può comportare diversi vantaggi nel trattamento dell’anoressia. Si tratta spesso di persone molto giovani, che utilizzano agevolmente PC, tablet e applicativi web, social, smartphone, ecc. Possono diventare degli “ausili” per noi TeRP poiché ci consentono di esplorare le interazioni sociali, osservare le relazioni e gli agiti comportamentali, studiare le percezioni e le reazioni sensoriali ed emotive. Ma non solo, sono opportunità in più per i trattamenti terapeutico-riabilitativi, soprattutto per l’immediatezza e l’accessibilità degli interventi e per l’aspetto “ludico” dei dispositivi che ha un certo “appeal” tra i più giovani. Ci sono poi degli specifici strumenti come la realtà virtuale, la cui applicazione in ambiente riabilitativo sta avendo uno sviluppo importante, perché consente, in un ambiente protetto, di esporre l’assistito a situazioni che riproducono contesti reali e stimoli che sono per loro fonte di forte stress.

La realtà virtuale può essere utile per affrontare in un setting protetto situazioni di criticità

Nel caso dell’anoressia, gli stimoli sensoriali relativi all’immagine corporea sono mediati dai visori, dai guanti e dalle tute che permettono di stimolare la percezione del corpo durante le esperienze virtuali. Tutto ciò consente di lavorare sul senso di “presenza”, di consapevolezza del corpo. La persona reagisce quindi come se si trovasse realmente in quel dato ambiente, supportato e coadiuvato dal TeRP. La realtà virtuale è utile per affrontare, assieme ai terapeuti in un setting protetto, l’esposizione ai cibi fobici o per sperimentare situazioni sociali che scatenano stati ansiosi (come nei momenti di convivialità, nei ristoranti o nell’esposizione del proprio corpo). Questo campo è ancora tutto da sviluppare ma molto promettente.

La parola chiave resta però la prevenzione primaria. Prevenire è meglio che curare, per questo incontrare i giovani nelle scuole, divulgare informazioni con un approccio dialogico e non didattico, stimolare l’interesse e le capacità comunicative più efficaci, fare rete con gli insegnanti è il primo passo per costruire l’intervento preventivo e di promozione della salute, fisica e mentale. In realtà questa suddivisione è meramente “didattica”. Non c’è salute senza salute mentale, perché la salute è una…».

Gestione integrata del diabete in Piemonte: modello virtuoso tra medici di base e specialisti

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Sedici anni prima che il PNRR definisse la creazione delle Case di Comunità, anche allo scopo di migliorare il dialogo fra medici di base e specialisti, la regione Piemonte aveva dato il via ad un progetto pilota per gestire i pazienti diabetici in maniera innovativa. Quella specifica patologia cronica non era più nelle sole mani dello specialista, ma era affidata in prima battuta al medico di medicina generale, che per il paziente restava il punto di riferimento nell’intero percorso di cura.

Ancora oggi, il 90 per cento dei medici di medicina generale che opera sul territorio piemontese continua a lavorare a quattro mani con i diabetologi per gestire i propri pazienti diabetici. La cartella clinica condivisa prevista dalla “Gestione Integrata del Diabete” permette di applicare una medicina d’iniziativa nella quale sono i curanti a contattare i pazienti, e non il contrario. In questo modo possono accertarsi che i propri assistiti si sottopongano regolarmente a tutti i controlli annuali e che seguano scrupolosamente le terapie prescritte dagli specialisti.

La cartella clinica condivisa prevista dalla Gestione Integrata del Diabete permette di applicare una medicina d’iniziativa

Il risultato? Per più di 117mila pazienti diabetici seguiti in Piemonte la riduzione della mortalità, in particolare per cause cardiovascolari, è passata dal 8 per cento al 2,5 per cento. Abbiamo analizzato questo dato significativo insieme al dottor Andrea Pizzini, medico di medicina di base dell’ASL Città di Torino e al dottor Alessandro Dabbene, vicesegretario nazionale della Federazione Italiana Medici di Medicina Generale (Fimmg).

Un modello efficace ed economicamente virtuoso

Nel concreto, la Gestione Integrata del Diabete attiva in Piemonte prevede la possibilità per i medici di base di aderire ad un programma di assistenza in collaborazione con gli specialisti per il trattamento dei soggetti affetti da diabete di tipo 2.

Lo scambio di informazioni fra il diabetologo e il curante di famiglia avviene in linea diretta, tramite una cartella clinica digitale condivisa. Lo sviluppo di questo progetto, oltre ad offrire cure migliori testimoniate dai numeri, ha permesso una forte integrazione tra territorio e ospedale, una migliore organizzazione dei servizi sanitari offerti e una maggiore re­sponsabilizzazione di tutti gli interlocutori coinvolti, a partire dalla persona affetta da diabete. Come spiegato dai due esperti contattati da TrendSanità, si è trattato di un percorso culturale, organizzativo e istituzionale che ha positivamente impattato sia sui risultati terapeutici che sulla spesa sanitaria.

Andrea Pizzini

«Ritengo che in Piemonte la Gestione Integrata del Diabete sia innanzitutto un esempio virtuoso di utilizzo appropriato delle risorse sanitarie – ha spiegato a TrendSanità Pizzini -. Il paziente si ritrova all’interno di un percorso guidato e scandito che parte dal medico di famiglia e prosegue con lo specialista. Non viene mai abbandonato a sé stesso e questo esclude che si rivolga a più di uno specialista, entrando in una spirale di consumismo sanitario che parte di solito dall’abbandono delle terapie prescritte alla ricerca di nuovi pareri medici e farmaci differenti rispetto a quelli previsti dai piani terapeutici. Alla base di tutto questo c’è una mancata adesione alle cure prescritte a seguito di un miglioramento dei sintomi o la mancata calendarizzazione dei controlli di routine che devono essere fatti periodicamente proprio per adeguare la terapia».

Il diabete è una patologia cronica e non reversibile. Come tale deve essere trattata con un protocollo di cure continuative, anche per evitare il peggioramento delle altre sintomatologie ad esso solitamente correlate. Se il paziente viene guidato in un percorso prestabilito le probabilità che la patologia venga tenuta efficacemente sotto controllo aumentano.

«Se non vengono seguiti assiduamente con esami e controlli regolari, questi pazienti tendono a trascurare la routine di cura appena si sentono meglio, con un conseguente peggioramento del proprio stato generale di salute, spesso caratterizzato dalla presenza di altre patologie croniche, fra cui obesità e ipertensione. Il risultato è un aumento del costo terapeutico generale, che va a pesare su tutta la collettività in termini di spesa sanitaria».

È un esempio virtuoso di utilizzo appropriato delle risorse sanitarie, che consente di migliorare i risultati di salute dei pazienti

In Piemonte invece sono i medici di famiglia che calendarizzano controlli ed esami dei propri pazienti e ne condividono i risultati con gli specialisti, a cui resta il compito di confermare o cambiare le terapie da somministrare. Questo ha permesso di abbassare la mortalità di questa patologia dal 8 per cento al 2,5 per cento.

«Come medici di famiglia, siamo convinti che questo stesso protocollo di gestione potrebbe essere applicato efficacemente anche con altre tipologie di pazienti cronici e abbiamo già chiesto più volte alla nostra Regione di prendere in considerazione questa ipotesi», ha proseguito Pizzini.

Il valore professionalizzante della condivisione        

«Per i medici di medicina generale l’esperimento piemontese ha valore professionalizzante – ha aggiunto ancora Pizzini –. Grazie a questo percorso, reso possibile dallo stanziamento di maggiori risorse che l’accordo con la Regione garantisce ogni anno per i medici di base, ha luogo una implicita formazione continua sul campo nel trattamento di questa patologia cronica ad alta prevalenza (colpisce circa il 7 per cento delle persone) che può essere tenuta sotto controllo con esami a basso costo».

Il paziente diabetico soffre in genere di altre patologie ad esso correlate. Per questo una gestione integrata delle cronicità potrebbe essere la risposta adeguata al problema di comunicazione fra le varie figure sanitarie e gli ospedali.

Alessandro Dabbene

«Il modello delle Case di Comunità – ha aggiunto Dabbene – può essere adeguato e vincente nelle grandi città, dove la presenza di un luogo fisico in cui incontrare medici e specialisti è certamente un valore aggiunto: per i pazienti è facile raggiungere queste strutture. Viceversa, nella gran parte dei piccoli comuni italiani, sparsi sul territorio nazionale, questo modello non sembra poter funzionare allo stesso modo – ha concluso il vicesegretario nazionale della Federazione Italiana Medici di Medicina Generale –. Nei piccoli centri abitati è fondamentale che il paziente continui ad avere il suo riferimento nel medico di base e che sia questo a poter fare da tramite con gli specialisti nell’ottica di una medicina di prossimità che passi dalla permanenza dei medici di famiglia sul territorio e non dallo spostamento degli stessi nelle Case di Comunità».

Secondo Dabbene, quindi, non saranno le Case di Comunità a risolvere il problema di una maggior copertura sanitaria della medicina di base, ma la sottoscrizione di accordi come quello della Gestione Integrata del Diabete, che avvicinano realmente i medici al paziente senza centralizzare i servizi ma rendendoli ancora più capillari sul territorio nazionale.

Telmo Pievani: «Salute e ambiente messi in pericolo dalla disinformazione. Ma attenzione al linguaggio…»

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Scetticismo acritico, narrazioni confuse, parole a cui viene capovolto il significato. La disinformazione affina le sue strategie e si fa sempre più pervasiva, inquinando il dibattito pubblico e mettendo spesso in pericolo anche la salute dei cittadini su questioni come i vaccini e i rischi della crisi climatica. È questo, infatti, il tema al centro del Corso di Perfezionamento CreSP, “Comunicare il rischio durante le emergenze sanitarie: dall’analisi delle sfide alla gestione dell’infodemia, partito all’Università di Pisa il 15 febbraio, che punta a rafforzare le competenze di comunicatori e professionisti sanitari del SSN.

Telmo Pievani

«Adesso, ad esempio, si dice che la transizione ecologica deve essere “sostenibile”. In che senso? – si domanda Telmo Pievani, professore di Filosofia delle Scienze biologiche all’università di Padova, autore televisivo e divulgatore scientifico –.  Le attività umane dovrebbero essere sostenibili nei confronti della natura, adesso invece tutti dicono che la transizione ecologica deve essere sostenibile per l’economia, il mercato, i posti di lavoro, i nostri modelli di consumo. La stessa parola ha cambiato significato».

Come per la ricerca scientifica, comunicare la scienza è un lavoro empirico. «Non dobbiamo predicare ai convertiti, ma andare a sorprendere le persone che non si sono mai interessate a quella domanda o a quel problema», spiega Pievani. Il divulgatore scientifico è spesso presente con suoi programmi in Rai ed è reduce da “Storie della Scienza”, con Silvia Bencivelli, e dalla serie televisiva di Rai3 “La fabbrica del mondo“, dove Pievani, insieme a Marco Paolini, ha unito la narrazione teatrale alla divulgazione scientifica, al racconto cinematografico, alle conversazioni con voci autorevoli della scienza, dell’economia e della letteratura. «Faccio un sacco di presentazioni – dice il professore – vado ai festival, faccio i Ted e i laboratori aperti, ma tutte le volte che faccio queste cose ho davanti una platea di persone che già sono perfettamente convinte di quello che io gli sto per dire. Così facciamo veramente comunicazione della scienza? Secondo me no. Serve un linguaggio nuovo, la tv generalista permette questa sperimentazione e di raggiungere un vasto pubblico».

Per Pievani però ci sono delle regole chiave da seguire quando si comunica la scienza. «La “meta regola” – sottolinea il divulgatore – ovvero la regola che sta sopra tutte le altre, è quella di tenere insieme il prodotto scienza con il suo metodo, cioè il processo che ti ha portato a quel risultato. Dobbiamo spiegare la domanda che c’è dietro ad una ricerca, il lavoro che è stato fatto per arrivarci, le incertezze che permangono, gli errori; far capire come funziona questa meravigliosa avventura che è la scienza: razionale, empirica, umana, serendipitosa, perché spesso scopri cose che non stavi cercando». Allora quali sono gli errori da evitare? «Parlare per autorità, è proprio una contraddizione rispetto al metodo scientifico».

Quali sono gli errori da evitare? «Parlare per autorità, è proprio una contraddizione rispetto al metodo scientifico»

Nel frattempo, la disinformazione si è trasformata, diventando sempre più insidiosa. «Bisogna conoscere bene il nemico, perché i negazionisti si sono fatti sempre più furbi», avverte Pievani. «Ormai il negazionismo non è più solamente “il cambiamento climatico non è di origine antropica”. Gli stessi che dicevano questo dieci anni fa adesso sono quelli che introducono disinformazione dentro un quadro plausibile. Del tipo, “dobbiamo fare la transizione ecologica, però i vulcani in passato emettevano più CO2 di noi”». Quello che si aggiunge dopo il “però” solitamente è disinformazione. «Lo sapevamo già prima della pandemia – conclude Pievani –, ma adesso è diventato ancora più urgente capire che per combattere la disinformazione non basta smentirla nel merito, perché sappiamo che questo genera polarizzazione e non riesce a convincere gli incerti. Dobbiamo smontare le fake news nel metodo, far vedere come sono fatte e dare così alle persone un antidoto per riconoscere questo tipo di argomenti».

La ricerca e le iniziative di sanità pubblica stanno affinando le contromosse e per “smontare” la disinformazione, prima che metta radici facendo fare alle persone scelte sbagliate, hanno elaborato quello che si chiama “prebunking” ma manca ancora una adeguata formazione su queste tematiche per i professionisti sanitari e per chi comunica la sanità pubblica. Ed è proprio uno dei vuoti che vuole colmare il Corso di Perfezionamento CreSP, “Comunicare il rischio durante le emergenze sanitarie: dall’analisi delle sfide alla gestione dell’infodemia.