Crescita record per la raccolta plasma ma l’autosufficienza è ancora più lontana. È il paradosso che emerge dalla seconda edizione di “The Supply of Plasma-derived Medicinal Products in the Future of Europe“, il convegno internazionale dedicato al plasma, patrocinato dal Ministero della Salute e organizzato dal Centro Nazionale Sangue, che ha rappresentato un’occasione di dibattito e confronto tra esperti e policy maker, associazioni di donatori e di pazienti ed istituzioni italiane, europee ed internazionali.
Secondo i dati ancora preliminari, condivisi nel corso del convegno dagli esperti del CNS, per quanto riguarda le immunoglobuline, prodotto driver del mercato dei medicinali plasmaderivati, l’Italia nel 2023 ha raggiunto un livello di autosufficienza pari al 62%, inferiore di due punti percentuali all’anno precedente, quando la quota di autosufficienza era pari al 64. L’aspetto paradossale è rappresentato dai dati della raccolta del 2023 che, con i suoi 880mila chili di plasma, frutto delle generose donazioni di circa 1,5 milioni di donatori, ha raggiunto i livelli più alti di sempre per l’Italia.
Ad allontanare il nostro Paese dal traguardo strategico dell’autonomia in materia di plasmaderivati è stato un aumento deciso della domanda di immunoglobuline, passata da circa 104 grammiogni mille abitanti nel 2022 a 108 nel 2023. Il dato preliminare è in parte mitigato dall’aumento del livello di autosufficienza in materia di albumina, altro driver del mercato, che è passato dal 72% nel 2022 al 78% nel 2023, grazie anche a un calo della domanda.
L’Italia, che è autosufficiente per quel che riguarda la raccolta di globuli rossi, deve quindi ricorrere al mercato internazionale per sopperire alla domanda di plasmaderivati ed integrare i medicinali, usati anche in terapia salvavita, prodotti a partire dal plasma raccolto a partire da donazioni volontarie, anonime e non remunerate.
«La mancata autosufficienza di medicinali plasmaderivati resta un problema strategico per il sistema sanitario nazionale», è il commento del direttore del CNS, Vincenzo de Angelis, a conclusione dei lavori del convegno e del confronto di esperienze e prospettive sul futuro della raccolta di plasma.
«I dati, per quanto ancora preliminari – continua De Angelis – confermano la necessità di aumentare la raccolta attraverso azioni di sensibilizzazione rivolte ai possibili nuovi donatori, ma questo non basta. Bisognerà anche razionalizzare la domanda, specie di un prodotto come le immunoglobuline che sta trovando sempre più applicazioni a livello terapeutico. È un obiettivo su cui stiamo già lavorando con tanti partner italiani ed europei, perché il covid ha dimostrato che, in situazioni particolari e spesso imprevedibili, non sempre il mercato internazionale può rispondere alla domanda dei nostri pazienti».
La donazione di plasma
È un prelievo effettuato tramite un’apparecchiatura (separatore cellulare) che immediatamente separa la parte corpuscolata, ovvero globuli rossi, bianchi e piastrine, dalla componente liquida che viene raccolta in una sacca di circa 600-700 ml. La parte corpuscolata viene reinfusa nel donatore. Il volume di liquido che si sottrae con la donazione viene ricostituito grazie a meccanismi naturali di recupero, l’infusione di soluzione fisiologica e l’assunzione di liquidi.
La produzione di farmaci da plasma nazionale
Il plasma viene conferito all’industria farmaceutica dove verrà usato per produrre medicinali salvavita, i cosiddetti plasmaderivati, come ad esempio le immunoglobuline, l’albumina o i fattori della coagulazione. I medicinali prodotti con il plasma donato non vengono usati a fini commerciali; una volta terminato il processo di lavorazione, vengono restituiti alle Strutture Sanitarie delle Regioni e delle Province Autonome italiane. I farmaci plasmaderivati sono distribuiti gratuitamente ai pazienti che ne hanno bisogno ed eventuali lotti eccedenti il fabbisogno nazionale vengono donati a paesi in difficoltà tramite programmi di collaborazione internazionale.
Sono oltre 950 i cittadini intervistati che hanno avuto difficoltà nel prenotare una visita o un esame con il Servizio Sanitario Nazionale nel corso dell’ultimo anno. Questo quanto emerge dall’indagine condotta da Altroconsumo su oltre 1.100 cittadini aderenti ad ACmakers, la community che collabora alle ricerche dell’Organizzazione, e focalizzata sulla problematica delle liste d’attesa, confermando un quadro sconfortante e fortemente critico, che non sembra registrare segnali di miglioramento. Le conseguenze negative non sono solo per il portafogli degli italiani, spesso costretti a rivolgersi al privato e a pagare di tasca propria, ma anche per la loro salute, perché in troppi rinunciano a curarsi o devono affrontare lunghe attese.
Ma quali sono più nello specifico i problemi riscontrati? Innanzitutto, per ben 2/3 degli intervistati, leattese troppo lunghe, spesso oltre le urgenze indicate sulla ricetta, ma per tanti anche le strutture ospedaliere troppo lontane; oppure appuntamenti che non sono proprio disponibili, per via delle agende di prenotazione chiuse (fenomeno peraltro illegale). Ma non solo: Cup difficili da contattare, ricette che scadono, controlli che saltano.
Le visite e gli esami più problematici
Gran parte dei problemi si sono registrati con le visite specialistiche (per 2/3 delle segnalazioni ricevute): in particolare, le visite più citate sono quella oculistica (circa 180 segnalazioni) e dermatologica (circa 100, per lo più riguardanti il controllo dei nei). Tra gli esami più segnalati abbiamoecografie soprattutto dell’addome, della tiroide, della mammella e della spalla (circa 150), risonanze magnetiche, Tac (circa 100) e gastroscopia (circa 25). In realtà questo elenco non sorprende: visite oculistiche e dermatologiche, gastroscopie ed ecografie dell’addome sono da sempre le prestazioni che i cittadini pagano di più di tasca propria, prenotando nel privato, come confermano anche gli ultimi dati di Agenas sull’attività intramoenia, cioè l’attività privata degli ospedali pubblici.
Le lunghe attese e le agende chiuse
Il problema delle attese eccessive riguarda la grande maggioranza degli intervistati; è impossibile per tanti fare visite ed esami nei tempi suggeriti dal medico, anche quando c’è un’urgenza indicata sulla ricetta (117). Ma colpisce che circa 1/4 di queste segnalazioni (263) riguardil’impossibilità di prenotare una visita o un esame per via delle agende chiuse: una pratica che è vietata dalla legge.
Le enormi distanze della struttura
Circa 1/4 dei cittadini che hanno avuto problemi, per avere l’appuntamento nei tempi prescritti dal medico, avvrebbero dovuto recarsi in una struttura scomoda, talvolta lontana anche 100 km o più da casa, perché nella loro provincia il primo posto sarebbe stato diponibile solo dopo molti mesi.
Questo accade perché i cosiddetti “ambiti territoriali di garanzia”, in cui i Cup possono prenotare le prestazioni, possono essere vasti. Seppur lecito, per molti è un disagio molto forte, se non un ostacolo alle cure, e questa pratica disattende il rispetto di quel “principio di prossimità e raggiungibilità” che viene citato dal Piano nazionale di governo delle liste d’attesa.
Le difficoltà con il Cup
Anche le difficoltà a contattare il Cup (Centro unico di prenotazione regionale) sono denunciate frequentemente, visto che più di 1/5 degli intervistati dice di averle avute, tra attese molto lunghe, numeri sempre occupati e linea che cade dopo aver atteso inutilmente. Ma purtroppo, sulle attese al telefono con il Cup, non sono previste particolari tutele.
Le liste d’attesa per i ricoveri
La situazione non migliora sul fronte ricoveri. Dei 1.100 intervistati, in circa 300 hanno detto di essere stati inseriti in lista d’attesa per un ricovero negli ultimi due anni. Poco più della metà dei cittadini è stata ricoverata nei tempi previsti; circa 100 persone invece non sono state così fortunate e circa 50 sono ancora in attesa di sapere quando verranno chiamate. Fra i motivi dei ritardi riscontrati: la mancanza di medici, di letti, l’assenza dell’agenda dei prossimi mesi. In tutte le testimonianze traspare comunque l’impotenza dell’attesa senza informazioni: è difficile essere ricontattati anche quando promesso, avere prospettive chiare rispetto al ricovero, spesso non si viene più ricontattati e si rimane in sospeso.
Il privato, la “non soluzione” alle liste d’attesa
A fronte delle difficoltà che si incontrano nella sanità pubblica, metà degli intervistati che ha segnalato problemi ha deciso alla fine di rivolgersi ai privati.
Le strutture private, tuttavia, non possono rappresentare la soluzione al problema delle liste d’attesa: intanto perché implicano una spesa da parte dei cittadini che si dovrebbe poter evitare, poiché la salute è un diritto costituzionale e tutti contribuiscono con le proprie tasse al finanziamento del SSN. Al contrario si tratta invece di un costo che sta diventando sempre più insostenibile per gli italiani, come evidenziato nell’ultimo Termometro Altroconsumo, da cui emerge che il numero di famiglie il cui bilancio è messo a dura prova da uscite che riguardano l’ambito sanitario è aumentato dal 43% nel 2022 al 47% nel 2023. Al momento, invece, l’unica alternativa concreta per chi non ricorre al privato è attendere mesi e mesi per recarsi in strutture molto scomode oppure rinunciare a curarsi, come denuncia 1/10 circa delle persone interpellate.
Altroconsumo mette a disposizione informazioni e moduli necessari a supporto dei cittadini
Di fronte alla situazione appena descritta, per aiutare i cittadini a far valere i propri diritti Altroconsumo ha creato una sezione dedicata, dove mette a disposizone tutte le informazioni e i moduli necessari per inviare la richiesta di essere contattati al più presto e ottenere un appuntamento nei tempi di legge. Molti consumatori hanno già utilizzato questo strumento, riuscendo ad essere ricontattati in breve tempo e ottenendo l’anticipazione della propria visita.
«La crisi in cui versa il Servizio Sanitario Nazionale è sotto gli occhi di tutti da tempo poiché è stato, nel corso degli anni, gravemente sottofinanziato da tutte le forze politiche e cause più recenti ne hanno accelerato il collasso, in primis la pandemia di Covid 19. Ciò che resta purtroppo costante è l’inadeguatezza delle risposte che la politica ha messo di volta in volta in campo e, al di là dei dibattiti, spesso di sapore elettorale, su fondi stanziati ad hoc e sull’effettivo aumento o meno degli investimenti in sanità, la realtà si legge nei numeri. Un dato valga per tutti: secondo l’ultimo rapporto Bes dell’Istat, nel 2023 sono circa 4,5 milioni i cittadini che hanno dovuto rinunciare a visite mediche o accertamenti diagnostici per problemi economici, di liste di attesa o difficoltà di accesso. Si tratta del 7,6% della popolazione: in aumento rispetto al 7% del 2022 e al 6,3% del 2019 – ha dichiarato Federico Cavallo, Responsabile Relazioni Esterne Altroconsumo – E ciò che è ancora più preoccupante è il fatto che il trend di spesa per la sanità – in percentuale sul Pil – è previsto calare nei prossimi anni, un segnale evidente di come la situazione non potrà certo migliorare, ma semmai peggiorare ulteriormente. Noi, come Altroconsumo, continueremo a fare la nostra parte monitorando attentamente la situazione, agendo in sinergia con altre realtà impegnate a promuovere i principi di un Servizio Sanitario pubblico, equo e universalistico, come la Fondazione Gimbe, e mettendo a disposizione dei cittadini informazioni e strumenti utili a far valere i propri diritti, così come previsti dalla Costituzione e dalle leggi italiane».
«Il grave “stato di salute” del Servizio Sanitario Nazionale impone una profonda riflessione: l’impatto dell’indebolimento della sanità pubblica sulla salute individuale e collettiva deve considerare anche il livello socio-economico della popolazione. L’aumento del numero di famiglie che vivono sotto la soglia della povertà assoluta, se da un lato “argina” la spesa out-of-pocket – quella che si paga di tasca propria – dall’altro aumenterà la rinuncia alle cure, peggiorando la salute e sino a ridurre l’aspettativa di vita proprio di quegli “indigenti” che l’art. 32 indica come persone a cui fornire cure gratuite – ha dichiarato Nino Cartabellotta, Presidente Fondazione GIMBE – Indubbiamente, i tempi di attesa costituiscono una delle principali criticità del SSN con cui cittadini e pazienti si scontrano quotidianamente subendo gravi disagi, come ad esempio la necessità di ricorrere alle strutture private o la migrazione sanitaria, sino alla rinuncia alle cure. Si tratta di un problema che da sempre affligge il nostro SSN, ma che negli ultimi anni si è aggravato per l’enorme quantità di prestazioni non erogate durante la pandemia COVID-19. Tuttavia, le misure per l’abbattimento delle liste di attesa previste nell’ultima Manovra sono state guidate da una logica “prestazionistica”, senza alcun provvedimento mirato a monitorare e ridurre l’inappropriatezza delle prestazioni. Inoltre, il potenziamento dell’offerta è stato “scaricato” di fatto sul tempo, sempre più esiguo, dei professionisti sanitari. Infine, l’aggiornamento del nuovo Piano Nazionale Governo Liste di Attesa, scaduto nel 2021, è ancora in progress».
«Il diritto alla psicoterapia come diritto alla salute mentale perché, come dice l’OMS, non c’è salute senza salute mentale. Occorre maggiore consapevolezza della psicoterapia rispetto alla cura farmacologica». A dirlo è il professor Luigi Cancrini, che evidenzia come si stia assistendo ad un cambiamento epocale in cui chi avverte un disagio, stati d’ansia o depressivi si rivolge allo psicologo, anche cercando on line, laddove fino a qualche decennio fa il medico di famiglia prescriveva farmaci.
«C’è un cambiamento nella domanda ma il diritto alla psicoterapia è assicurato, nella realtà dei fatti, solo a chi può pagare», prosegue Cancrini durante uno dei tanti interventi del convegno promosso dal senatore di Fratelli d’Italia (FdI) Giovanni Berrino dal titolo “Psicologia e Istituzioni: 30 anni di formazione in psicoterapia, cura e promozione della salute mentale” che si è tenuto di recente a Roma nella Sala Capitolare del Convento di Santa Maria Sopra Minerva.
Chi avverte un disagio, stati d’ansia o depressivi si rivolge allo psicologo, anche cercando on line, laddove fino a qualche decennio fa il medico di famiglia prescriveva farmaci
Alla presenza di politici, accademici e psicoterapeuti si è parlato delle scuole di psicoterapia come risorsa per il sistema sanitario nazionale e del contributo della psicoterapia alla salute globale. In un Servizio Sanitario Nazionale (SSN) sempre più in affanno, che con grandi difficoltà cerca di garantire il diritto alla cura, la psicoterapia scende sempre più in basso nella gestione delle priorità: mancanza di fondi, di personale ma anche di una cultura della salute mentale. Anche se, con fatica, si cerca di contrastare la discesa con iniziative come l’inserimento della psicoterapia nei Livelli Essenziali di Assistenza (LEA).
«È sempre più centrale un’assistenza psicologica non più di nicchia ma di ampio interesse per i cittadini», afferma Berrino, aprendo i lavori del convegno. «Le istituzioni e la politica possono far tanto ma non da soli. Con l’aiuto delle professioni si può superare lo scoglio del bisogno».
L’impegno delle istituzioni è centrale anche per il senatore di FdI Raoul Russo che annuncia «a breve, un dibattito su un emendamento sulla capacità di erogare servizi adeguati all’assistenza di persone con disturbi mentali». «Mi preme sottolineare – spiega Russo – la centralità degli psicologi nell’approccio alla quotidianità, alla prevenzione e alle disparità territoriali. C’è tanto da fare ed è il momento di ascoltare chi sta sul campo. È tempo di agire non solo in termini di spesa ma anche di presenza all’interno della rete psicoterapica pubblica».
Francesco Mancini
Il bonus psicologico vuole andare in quella direzione, per un percorso di cura sempre più necessario. Ma quali sono i reali vantaggi e le criticità di questo provvedimento? Ne parlano a TrendSanitàFrancesco Mancini, neuropsichiatra infantile, psicoterapeuta, professore straordinario di psicologia clinica presso l’Università degli Studi Guglielmo Marconi e presidente della Consulta delle scuole italiane di psicoterapia cognitiva e comportamentale, Gilberto Corbellini, professore ordinario di storia della medicina, che insegna bioetica alla Sapienza Università di Roma, e Teresa Cosentino, psicoterapeuta cognitivo-comportamentale e docente delle scuole di specializzazione in psicoterapia cognitiva APC e SPC.
Bonus psicologico: più luci o più ombre?
Il bonus psicologo nasce come contributo per sostenere le spese di sessioni di psicoterapia con un importo massimo di 1.500 euro per persona ed erogato in base all’ISEE di chi lo richiede. Più è alto l’ISEE (non superiore, comunque, a 50 mila euro), più è basso l’importo erogato.
Con la Circolare INPS 15 febbraio 2024, n. 34, si forniscono le indicazioni operative per la presentazione delle domande. Possono accedere alla prestazione le persone in condizione di depressione, ansia, stress e fragilità psicologica, che abbiano ricevuto dal medico curante il via libera per beneficiare di un percorso psicoterapeutico.
L’importo finanziato è di 50 euro a seduta, ma i fondi sono limitati, quindi, al momento vale la regola “del primo che arriva”. Se poi si prevedono sedute aggiuntive che superano il tetto massimo di spesa individuale, queste sono a carico del cittadino.
Il bonus psicologo è stato introdotto nel 2022 dal governo guidato da Mario Draghi e dal Ministro della Salute, Roberto Speranza, con il decreto Milleproroghe, per rispondere alle esigenze dei cittadini più colpiti dagli effetti della pandemia. È stato poi confermato con la Legge di Bilancio 2023, ma i fondi sono stati tagliati in modo significativo.
«Non ho dati epidemiologici, ma una buona parte dei pazienti riferisce l’esordio sintomatico o il peggioramento della sofferenza alla pandemia»
«Per inquadrare correttamente il bonus psicologico è opportuno evidenziare alcuni aspetti – ci dice Mancini –. Tutto fa pensare che la richiesta di psicoterapia sia notevolmente aumentata dopo la pandemia. Le necessarie restrizioni hanno slatentizzato o peggiorato condizioni psicopatologiche preesistenti. Non ho dati epidemiologici, ma una buona parte dei pazienti riferisce l’esordio sintomatico o il peggioramento della sofferenza alla pandemia. Un’altra categoria di pazienti sono ragazzi e bambini e anche in questo caso la pandemia ha creato o aggravato problemi psicologici. Inoltre, l’enfasi con cui si è parlato di disturbi psicopatologici ha, come dire, normalizzato la richiesta di aiuto psicologico e ridotto lo stigma che tradizionalmente colpisce chi soffre di disturbi psicopatologici».
«Un altro aspetto da considerare merita una breve premessa riguardante l’organizzazione della psicoterapia in Italia, alla base dell’articolo 3 della Legge 56/89 che indica come l’attività̀ psicoterapeutica subordinata a una specifica formazione professionale, cioè psicologi e medici che abbiano seguito corsi di specializzazione universitari o riconosciuti dallo Stato – continua Mancini –. Un punto critico del bonus che intravedo è l’esclusione degli psicoterapeuti medici. Ciò penalizza ingiustificatamente i pazienti che, pur avendo diritto al bonus, non possono ottenerlo perché seguiti in psicoterapia da medici abilitati all’esercizio della professione. Difficile comprendere le ragioni che hanno portato il legislatore a una tale soluzione. Probabilmente una svista che non ha considerato i diritti di tutti i potenziali fruitori del bonus».
«L’impressione è che il bonus sia una misura transitoria e che il legislatore si stia muovendo verso un’integrazione tra il servizio pubblico e i professionisti privati»
«Un altro aspetto è che il SSN è in difficoltà a gestire pazienti che non rientrino in quei 600mila considerati gravi. Dunque, appare ragionevole utilizzare i tanti psicoterapeuti specializzati che svolgono la libera professione. Lo schema è un esempio di possibile ricorso a liberi professionisti al fine di integrare l’offerta di psicoterapia da parte del SSN. Del resto tra il 2006 e 2007 sono almeno tre le proposte di legge che avrebbero dovuto regolare l’integrazione di cure psicologiche private con i servizi pubblici. Proposte che tengono conto anche della possibile collaborazione con le Scuole riconosciute dallo Stato che, in molti casi, dispongono di centri clinici in cui si eroga anche psicoterapia solidale per i pazienti con maggiori difficoltà economiche. In breve, l’impressione è che il bonus sia una misura transitoria e che il legislatore si stia muovendo verso un’integrazione tra il servizio pubblico e i professionisti privati» conclude Mancini.
Vantaggi e gli svantaggi nella pratica
Teresa Cosentino
Parte dai vantaggi la psicoterapeuta Teresa Cosentino, che ha aderito al bonus: «Il primo vantaggio è che si investe sulla salute mentale, riconoscendo il valore del benessere psicologico. Più benessere abbassa i costi sociali connessi alla malattia e aumenta la produttività collettiva, perché una comunità più serena costa meno e produce di più. Poi riconosce il diritto all’accesso alle cure a chi non può permettersi i costi della psicoterapia privata, superando le difficoltà di accesso ai servizi pubblici. Infine, riconosce la necessità di trattamenti psicoterapici a fronte dei soli approcci farmacologici.
«Più benessere abbassa i costi sociali connessi alla malattia e aumenta la produttività collettiva, perché una comunità più serena costa meno e produce di più»
Tra i limiti intravedo, invece, la possibilità di un accesso al bonus a prescindere dalla reale esigenza. Il rischio è che a beneficiare possa essere anche chi non ne ha una reale necessità, ma rientra nei requisiti. Il numero delle sedute è poi limitato dal tetto di spesa. Nei casi in cui fossero necessarie altre sessioni, queste sono a carico del paziente e se non può permetterselo è costretto a interrompere il percorso terapeutico. Infine, ho dubbi sul nome “bonus psicologo”, che mantiene la confusione tra i due profili professionali ben distinti, in cui la cura dei disturbi mentali è prerogativa esclusiva dello psicoterapeuta».
Tutta colpa della pandemia?
Gilberto Corbellini
«Penso sia la solita sceneggiata all’italiana – ci dice netto Corbellini –. Il bonus psicologico è qualcosa di singolare perché nessuno ha dimostrato seriamente l’efficacia delle psicoterapie, fatte a occhio e magari a distanza. Parliamo non di una, venti o duecento, ma almeno cinquecento psicoterapie diverse che esistono. Come, dove, quando e perché funzionerebbero tutte allo stesso modo? Le metanalisi sono impietose, anche per alcune farmacoterapie di malattie mentali come la depressione. Ai tempi dell’evidence based medicine è quantomeno non etico pagare con soldi pubblici dei trattamenti di cui non conosciamo l’efficacia».
«Penso sia la solita sceneggiata all’italiana. Il bonus psicologico è qualcosa di singolare perché nessuno ha dimostrato seriamente l’efficacia delle psicoterapie, fatte a occhio e magari a distanza…»
«Farei presente che la Gran Bretagna ha affrontato problemi analoghi con l’Intelligenza Artificiale (AI), risparmiando soldi, facendo pagare poco ai pazienti e con una misura di lunga durata: 5 milioni di persone in 90 Paesi circa usano l’AI chiamata Wysa – spiega Corbellini –. L’algoritmo è stato approvato dalla Food and Drug Administration, si basa sull’unica psicoterapia che ha dimostrato qualche efficacia, cioè la terapia cognitivo-comportamentale e secondo alcuni studi non è meno efficace per disturbi d’ansia e d’umore di uno psicoterapeuta umano. Anche se alcuni aspetti della pandemia come l’isolamento, la costrizione a stare in famiglie poco accudenti e l’abuso dei social media possono aver peggiorato le condizioni di chi era predisposto o stava già male, è fuori discussione che le frustrazioni sociali o psicologiche siano delle concause dei disturbi mentali, ma cambiare la società o eliminare rapporti di manipolazione tra persone è difficile o impossibile. Prevale sempre più una comunicazione enfatica, ansiogena, un’aggressività da polarizzazione, stress, dipendenza da social media spersonalizzanti. Derive che producono solitudine e che motivano al pensiero acritico. I giovani potrebbero in realtà trarre aiuto da più salutari relazioni di attaccamento in famiglia e con gli amici. Ma non sono ottimista…» conclude sconsolato Corbellini.
Per il trattamento del Long Covid in Italia si riscontra una certa eterogeneità delle cure messe a disposizione dai 124 centri censiti, manca in alcuni casi un raccordo tra le strutture ospedaliere, i servizi territoriali e la medicina di base, e non mancano le sfide organizzative, anche relative ai finanziamenti. La fotografia è contenuta in un summary report appena pubblicato dall’Oms, che passa in rassegna l’approccio alla gestione di questa condizione in alcuni Paesi europei, tra cui anche l’Italia.
Il lavoro presentato nel report è coordinato, per la parte riguardante l’Italia, dall’Istituto Superiore di Sanità. Alcuni dei centri, è emerso, non sono risultati fornire servizi di riabilitazione oppure curare l’aspetto nutrizionale o cognitivo di coloro che vi si rivolgevano. Per dare invece uniformità a un modello di cura nel nostro Paese dal mese di dicembre 2022 sono state rilasciate le linee guida dell’Istituto Superiore di Sanità, che oggi rappresentano la base scientifica a cui far riferimento nella cura di questa sindrome e che rappresentano anche un modello proposto a livello internazionale, con un costante aggiornamento da parte degli esperti.
Il perno su cui basare l’assistenza sanitaria, si legge nel documento, è dato dalla complessità clinica dei casi e si poggia su un’intersezione tra ospedale e medicina del territorio.
Chi è stato ricoverato in una struttura ospedaliera per le conseguenze legate all’infezione da Covid potrà far riferimento a un centro ospedaliero, specie se si tratta di un paziente ad alta complessità, mentre serve un raccordo fra il medico di riferimento e la struttura per i casi a bassa complessità. Chi invece non è stato ricoverato, più facilmente si rivolgerà al medico o pediatra di famiglia, specie se si tratta di un caso non complicato.
Ci sono invece, oltre a delle sfide organizzative legate nel nostro Paese al Long Covid, anche altre relative al finanziamento. Sulla base di un decreto ministeriale del 2021, infatti, il report evidenzia che i fondi per la cura delle persone con Long Covid erano previsti fino al 2023, mentre ora la gestione di chi ha questa sindrome varia da Regione a Regione.
Il ruolo dell’Iss nella raccolta di informazioni sul Long Covid
Attraverso i dati del progetto CCM, il nostro Paese ha contribuito al report con dati della medicina generale relativi ai sintomi di oltre 70.000 assistiti con pregressa infezione da SARS-CoV-2, un documento di linee guida per la gestione della condizione di Long-Covid sviluppato da esperti clinici con rappresentanza di pazienti, la descrizione delle caratteristiche dei centri di assistenza sul Long Covid identificati da un survey nazionale coordinata dall’ISS, e una ampia raccolta dati svolta da tre Agenzie Sanitarie Regionali (Friuli, Toscana, Puglia) sull’utilizzo di risorse sanitarie legate a pregresso Covid.
Il progetto, che ha anche coinvolto diversi centri clinici di Università ed Ospedali e reti cliniche di Irccs, Istituti di Ricovero e Cura a carattere scientifico, è in fase di conclusione, ed i risultati aggiornati saranno presentati il 22 maggio prossimo in un convegno organizzato da ISS e Fondazione Gemelli.
Strategia anti-scarsità, partenariato per la competitività manifatturiera, meccanismo solidaristico per una riserva europea di farmaci critici ed essenziali. Si riassume in questi tre titoli il senso della proposta che Medicines for Europe ha fatto approdare a Bruxelles in occasione della riunione informale dei ministri della Salute dell’Unione, che ha come secondo punto all’ordine del giorno il tema della sicurezza della fornitura di medicinali nei Paesi membri, lo stoccaggio, la fissazione dei prezzi e la gestione degli appalti pubblici e che si concluderà nel pomeriggio con il lancio ufficiale della European Critical Medicines Alliance.
Sotto la lente dei ministri europei della Salute il tema delle carenze e del consolidamento della supply chain farmaceutica e le iniziative da assumere concentrandosi su aree critiche come produzione, approvvigionamento, stoccaggio e determinazione dei prezzi dei farmaci essenziali.
L’obiettivo è riprendere le fila del lavoro avviato lo scorso anno a partire da un documento informale sostenuto da 23 Stati membri che ha delineato proposte per migliorare la sicurezza dell’approvvigionamento di medicinali in Europa, prevedendo tra l’altro l’istituzione di un meccanismo di solidarietà per affrontare le crisi acute carenze, creando un elenco di farmaci critici dell’Unione, lanciando la proposta di un Critical Medicines Act per ridurre la dipendenza da farmaci e intermedi di sintesi chiave.
Successivamente una comunicazione della Commissione aveva accolto l’appello proponendo misure finalizzate tra l’altro a garantire la disponibilità degli antibiotici più importanti, attuare un meccanismo volontario di solidarietà, pubblicare un elenco dell’Unione di farmaci critici da monitorare, gestire la vulnerabilità della catena di approvvigionamento, sviluppare un approccio comune alla costituzione delle scorte (non quindi misure di singoli paesi dannose per la libera circolazione dei medicinali nell’UE), istituire una Critical Medicines Alliance per la predisposizione di un piano strategico di contrasto alle carenze.
Presentata ufficialmente nell’evento di questo pomeriggio la Critical Medicine Alliance – del cui comitato direttivo fanno parte rappresentanti degli Stati membri (ministeri Salute e Industria), dell’industria, dei pazienti e degli operatori sanitari, dell’EMA e della Commissione UE – ha come obiettivo principale quello di fornire una piattaforma consultiva inclusiva e trasparente alla Commissione e agli altri decisori dell’UE concentrandosi sull’identificazione delle sfide industriali e sulla determinazione delle azioni e degli strumenti più adatti per affrontare efficacemente le vulnerabilità nelle catene di approvvigionamento di farmaci critici, a partire dall’analisi di vulnerabilità relativa alle sostanze nell’elenco dei medicinali critici pubblicato per la prima volta dall’Agenzia europea per i medicinali (EMA) nel dicembre 2023.
Come parte attiva della European Critical Medicines Alliance, Medicines for Europe (produttori europei di generici, biosimilari e Value Added Medicines) partecipa alle due giornate di lavori a Bruxelles con una delegazione di 15 rappresentanti delle aziende per portare la propria esperienza: oltre il 90% dell’elenco dei farmaci critici dell’UE sono farmaci generici essenziali che includono trattamenti per malattie cardiovascolari, unità di terapia intensiva, infezioni e tumori.
Tre le priorità delineate dal fronte aziendale:
una strategia concreta di prevenzione delle carenze che agisca sul tema delle gare pubbliche per l’acquisto di farmaci, premiando la sicurezza dell’approvvigionamento e un maggiore utilizzo dei dati derivanti dal sistema di serializzazione europeo (EMVS) per monitorare gli squilibri tra domanda e offerta;
un partenariato UE – industria per ripristinare la competitività manifatturiera europea, stimolando l’innovazione nelle tecnologie di produzione;
un impegno trasparente che punti a sostituire le misure di stoccaggio nazionali con una politica di riserva comune europea, per garantire l’accesso, la disponibilità e la sicurezza dell’approvvigionamento su base solidaristica.
«I farmaci fuori brevetto sono i più coinvolti nel fenomeno delle carenze – spiega Stefano Collatina, presidente di Egualia – soprattutto a causa delle condizioni di rimborso particolarmente restrittive ai limiti della sostenibilità economica. La speranza dei produttori europei è che il sostegno al nostro settore prenda la forma in una legge dedicata ai farmaci critici (Critical Medicines Act), con un supporto che copra gli investimenti necessari nella tecnologia di produzione, politiche di mercato che sostengano la diversificazione dei fornitori e la resilienza della catena di approvvigionamento, strumenti digitali adeguati e impegno concreto per cambiare i modelli di acquisto dei farmaci per affrontare i rischi di carenza».
La Francia è uno dei Paesi Europei in cui si spende di più in Sanità; infatti, le cifre d’investimento ammontano al 12,3% del PIL nel 2022.
La Francia ha un sistema sanitario universale per tutti i suoi residenti basato su un’assicurazione sanitaria obbligatoria. Nel Paese, come riportato dall’ultimo report dell’Osservatorio Europeo dei Sistemi e delle Politiche Sanitarie, il sistema viene finanziato principalmente dai contributi dei dipendenti e dei datori di lavoro.
È bene notare che già nel 2013 veniva riconosciuta alla Francia una solidità ed efficienza in materia di somministrazione e organizzazione delle cure sanitarie, un esempio per il nostro Paese.
La complessa macchina sanitaria francese coinvolge numerosi attori, tra cui: Il Ministero della Salute, l’Alta Autorità Sanitaria, L’Agenzia Nazionale della Sicurezza dei Medicinali e dei Prodotti della Salute (ANSM), la Santé Publique France, che si occupa principalmente di svolgere un ruolo di consulenza per garantire una corretta promozione alla salute e infine l’Assurance Maladie, che si occupa del rimborso dei servizi sanitari offerti (ad esempio: farmaci, visite ed esami).
L’aspettativa di vita francese
Considerando l’investimento della Francia in sanità non ci si stupisce dei notevoli successi del suo servizio sanitario. Ne abbiamo parlato con Christel Farina, farmacista di Fos-sur-mer, un comune del Dipartimento delle Bocche del Rodano (nella Regione della Provenza-Alpi-Costa Azzurra) che afferma, dati alla mano: «Tra i principali successi del Servizio Sanitario francese c’è da annoverare sicuramente l’alta aspettativa di vita che si registra nel Paese. Le donne francesi vivono in media più a lungo delle donne europee (85,5 anni rispetto a 82,9 anni), così come per gli uomini (79,3 anni rispetto ai 77,2 anni a livello europeo)».
Christel Farina
Inoltre, Farina sottolinea che «buoni risultati sono stati ottenuti anche per il trattamento delle malattie cardiovascolari, che costituiscono la seconda causa di morte in Francia nel 2020 dopo i tumori, con il tasso di mortalità più basso d’Europa per entrambi i sessi (226 decessi per 100.000 uomini e 139 decessi per 100.000 donne nel 2019)».
Infine, la farmacista puntualizza un tema poco trattato, quello dei decessi ‘prematuri’ (prima dei 65 anni): «In Francia, negli ultimi anni, sono molto al di sotto della media europea: 249 decessi per 100.000 abitanti per gli uomini e 125 decessi per 100.000 abitanti per quanto riguarda le donne».
Un tema, quello dell’aspettativa di vita, che è lo specchio di politiche sanitarie lungimiranti. Inoltre, è bene notare che l’accesso alla sanità francese è per tutti, come ci conferma Farina: «Il sistema sanitario francese garantisce l’accesso a tutta la popolazione: i più svantaggiati hanno diritto all’Assicurazione Solidale, con nessun pagamento anticipato e copertura totale delle spese mediche».
I punti di debolezza: mancanza di personale sanitario e tassi di obesità crescenti
Nonostante gli sforzi e gli investimenti, il sistema sanitario francese affronta diverse sfide significative: «Circa il 45% della popolazione francese è sovrappeso e il 14% soffre di obesità, con una prevalenza più alta nelle regioni settentrionali e d’oltremare. Nel 2019, l’11% degli adulti sopra i 15 anni soffriva di sintomi depressivi, con un impatto maggiore sui gruppi a basso reddito. Inoltre, la Francia si posiziona tra i Paesi europei con un alto consumo di alcol, con un aumento significativo delle bevute episodiche importanti negli ultimi anni. Allo stesso tempo, la prevalenza del fumo di tabacco è in diminuzione, sebbene la tendenza si sia interrotta nel 2020, in concomitanza con la pandemia da Covid-19. È importante sottolineare che gran parte delle patologie e dei decessi legati al consumo eccessivo di alcol e tabacco potrebbero essere evitati attraverso una modifica dei comportamenti individuali e un rafforzamento delle misure di prevenzione».
Non è solo il tema della prevenzione e delle morti evitabili ad accomunarci ai cugini francesi ma anche quello del deserto sanitario: «Ad oggi i deserti sanitari coinvolgono tra le 6 e le 8 milioni di persone. Questo problema non riguarda solo le campagne o le zone montane, ma anche zone urbane o periurbane. Molti medici vanno in pensione e non vengono sostituiti, pochi nuovi medici escono dall’università. Questo è il risultato del numero chiuso che è stato in vigore in Francia per quasi 50 anni (dal 1971 al 2020). Dal 2021, si è passati al numero aperto alle facoltà sanitarie, aumentando il numero di studenti e futuri operatori sanitari».
Farina aggiunge un tassello importante all’accessibilità della popolazione alle visite mediche: «Le strutture sono spesso sovraffollate e le attese sono molto lunghe. Nonostante gli studi medici siano aperti tutti i giorni, dal lunedì al sabato, dalle 9 alle 22».
Prevenzione, morti evitabili e deserti sanitari: sono tanti i punti in comune tra Francia e Italia
Una situazione molto simile alla nostra ma la Francia ha fatto un passo in più per cercare di arginare il problema, responsabilizzando proprio i farmacisti: «Sono state implementate cabine per le teleconsulenze nelle farmacie di città (a spese dei farmacisti). Inoltre, ci sono stati assegnati nuovi compiti, tra cui: vaccinazione (somministrazione e prescrizione), screening delle tonsilliti e delle cistiti batteriche mediante test rapidi (con successiva prescrizione di antibiotici in caso di test positivo) e colloqui di follow-up con i pazienti per la valutazione della terapia».
Guardando all’Europa del domani
Farina ritiene che l’Europa del domani dovrebbe affrontare in maniera multidisciplinare problemi come la gestione dell’obesità, la promozione di un’alimentazione rispettosa dell’ambiente e della salute e la gestione delle dipendenze (droghe, alcol, tabacco), garantendo l’accesso alle cure per tutti a livello europeo: «Le sfide future per la salute dovrebbero concentrarsi sull’educazione, sull’informazione e sulla prevenzione nutrizionale, oltre che sull’attività fisica. Migliorare l’alimentazione e lo stile di vita potrebbe contribuire a ridurre patologie ad alta prevalenza come diabete e obesità, che sono in aumento negli ultimi decenni. Inoltre, un cambiamento nei comportamenti alimentari sarebbe benefico anche a livello ambientale ed ecologico, un aspetto cruciale per le generazioni future».
Queste tematiche rappresentano sfide cruciali a livello europeo che richiedono una risposta coordinata e multidisciplinare. La gestione dell’obesità, la promozione di una dieta sana e la lotta alle dipendenze come l’alcolismo e il fumo di tabacco sono questioni di rilevanza pubblica che influenzano la salute e il benessere di milioni di cittadini europei. Affrontare queste sfide richiederà un impegno comune per migliorare l’accesso alle cure mediche, promuovere la prevenzione e l’educazione nutrizionale e adottare politiche volte a favorire uno stile di vita sano e sostenibile.
Come sta la sanità pubblica italiana? È questa la domanda che ricorre in questo 2024 con il consueto duello verbale della politica: da una parte il Governo e la maggioranza soddisfatti per l’aumento di fondi e dall’altra le opposizioni (e non solo) che ne lamentano la carenza.
Per capire meglio la situazione e le prospettive, rivolgiamo cinque domande a chi ha rivestito e riveste ruoli preminenti dentro e fuori il Governo e le istituzioni. Abbiamo cominciato dagli ex ministri della Salute con le interviste a Beatrice Lorenzin, Giulia Grillo, Roberto Speranza, Mariapia Garavaglia, Renato Balduzzi, Livia Turco. Oggi le 5 domande sono per Walter Ricciardi che, dal 2014 al 2019, ha guidato l’Istituto Superiore di Sanità.
1 – LE RIFORME
Il prossimo futuro vedrà la popolazione anziana diventare sempre più ampia, con l’aumento dei tassi di cronicità, di poli-patologici e di non autosufficienti. Basteranno PNRR, DM 77, telemedicina e fascicolo elettronico ad affrontare queste sfide?
«La priorità è quella di portate il fondo sanitario nazionale ad un livello adeguato. Poi ci sono sicuramente delle riforme che possono aiutare il sistema a migliorare. Senza risorse non si possono fare riforme efficaci. Ma le risorse vanno anche gestite in modo migliore in concerto tra Stato e Regioni».
2 – IL DECLINO
I dati ci dicono che già oggi il nostro Servizio sanitario nazionale non è più universalistico: il 50% delle visite specialistiche ambulatoriali sono pagate privatamente, così come il 33% degli accertamenti diagnostici ambulatoriali. Il 7% della popolazione rinuncia alle cure, addirittura il 24% tra gli anziani. E l’aspettativa di vita cala. Il SSN è ancora un nostro punto di forza?
«Oggi vedo un certo declino nella qualità, soprattutto nella leadership e nella metodologia con cui vengono affrontati questi problemi complessi»
«La situazione del nostro servizio sanitario nazionale è estremamente grave. Il diritto costituzionale alla salute viene costantemente negato a milioni di cittadini, evidenziato dalla presenza di lunghi tempi di attesa e dalla mancanza di cure per molti. La Corte dei Conti certifica che le risorse allocate sono insufficienti, nonostante le affermazioni governative riguardo agli incrementi di finanziamenti, che saranno pure numericamente ad un livello più alto, ma sono strutturalmente insufficienti e molto al di sotto della media degli altri Paesi. È urgente riconoscere la priorità della sanità anche con decisioni bipartisan. Ci deve essere la consapevolezza che il declino della sanità e della salute dei cittadini porta perdite di prodotto interno lordo, perdita di competitività e insoddisfazione diffusa dei cittadini».
3 – I PRIVATI
Sanità privata convenzionata, sanità integrativa, sanità classificata, cooperative: tra privato e pubblico la competizione è corretta?
«Il rapporto tra settore pubblico e privato richiede una revisione. Se gestito in maniera controllata e trasparente, il coinvolgimento del privato può essere utile, includendo sia entità senza fini di lucro che a scopo di lucro. Il privato è fatto di privato sociale, di privato no profit, e di privato for profit, sono tutte realtà legittimamente abilitate a contribuire. Ma se questo viene fatto con una regia pubblica, nell’efficacia e nell’efficienza va bene, altrimenti è semplicemente Darwin: un mercato privato incontrollato che può indebolire il sistema sanitario nazionale, portando a vincitori e vittime. È essenziale trovare un equilibrio che valorizzi le capacità del settore privato senza compromettere l’efficacia del sistema sanitario pubblico».
4 – LE SOLUZIONI
Per salvare realmente la sanità pubblica si deve immaginare un enorme aumento del finanziamento del SSN (e allora la domanda è come reperire le risorse?) o prendere atto che il sistema non è sostenibile e farlo diventare selettivo come prestazioni offerte e come partecipazione gratuita degli utenti?
«Dopo aver assistito al disastro delle Regioni più povere, vedremo questo declino estendersi anche alle Regioni ricche…»
«Torno sul concetto iniziale: servono risorse adeguate, allineate con il resto d’Europa, e va ripensato il rapporto tra centro e periferia. È questo uno dei nodi fondamentali: lo Stato deve tornare ad avere un ruolo di guida forte e deve garantire tutta una serie di evidenze. Per farlo ha bisogno di avere istituzioni più stabili e robuste: un Istituto Superiore di Sanità più forte, un’Agenas più forte, un’Aifa più forte e, ovviamente, un Ministero della Salute più forte. Solo così, con una guida adeguata, si possono aiutare le Regioni ad erogare le prestazioni essenziali. Altrimenti, dopo aver assistito al disastro delle Regioni più povere, vedremo questo declino estendersi anche alle Regioni ricche…».
5 – I RIMPIANTI
Una cosa che farebbe se tornasse indietro nel tempo, ai mesi in cui era a capo dell’Istituto Superiore di Sanità a viale Regina Elena…
«Sono stati degli anni fantastici perché, onestamente, bisogna dire che tra il 2014 e il 2019 noi abbiamo fatto delle cose veramente rilevanti: penso alle politiche sui vaccini, penso a tutta una serie di misure che hanno messo in luce l’Italia come guida a livello internazionale sulle politiche sanitarie. I dati sull’aspettativa di vita e sulla qualità del nostro SSN hanno raggiunto l’apice in quegli anni. Anche nella gestione della pandemia e nelle scelte fatte come primo Paese occidentale ad essere colpito pesantemente, è stata riconosciuta internazionalmente la nostra eccellenza. Oggi vedo un certo declino nella qualità, soprattutto nella leadership e nella metodologia con cui vengono affrontati questi problemi complessi. I problemi complessi possono essere affrontati soltanto da leader competenti e da soluzioni adeguate, se questo non succede ne risente il Paese».
Nel 2023 si sono registrati 18,27 milioni di accessi negli ospedali sede di Pronto Soccorso (PS) e di Dipartimento di Emergenza Urgenza e Accettazione di primo e secondo livello (DEA I e DEA II) con un incremento, rispetto al 2022, del 6%. La prevalenza degli accessi è caratterizzata da codici triage – dopo valutazione medica – bianchi e verdi (68% dei casi).
Di questi circa 4 milioni si possono ritenere impropri (accesi in codice bianco e verde alla visita medica, con l’esclusione dei traumi; giunti in PS in modo autonomo o inviati dal medico di famiglia, nei giorni feriali e festivi e in orari diurni, con dimissione al domicilio o a strutture ambulatoriali).
I dati sull’accessibilità della Rete di emergenza-urgenza indicano come la copertura del servizio entro 30 minuti sia pari al 94%, quota che raggiunge il 99% entro i 45 minuti. Lo studio presentato da AGENAS indica come la popolazione non in grado di raggiungere le strutture di PS entro 30 minuti (3,4 milioni pari al 5,8% della popolazione) potrebbe essere decisamente ridotta con la corretta implementazione del DM 77/2022, che individua la definizione di modelli e standard per lo sviluppo dell’assistenza territoriale nel servizio sanitario nazionale (Ssn), attraverso la presa in carico dei pazienti all’interno delle nuove strutture previste dal PNRR. Nelle Regioni in cui tale decreto è stato implementato, si denota un miglioramento della presa in carico dei pazienti e un efficientamento del personale sanitario.
Questi alcuni dei principali dati presentati da AGENAS nel corso dell’evento “Accessi in Pronto Soccorso e Implementazione DM 77/2022 per una migliore presa in carico dei pazienti” che si è svolto alla presenza del Direttore Generale dell’Agenzia, Domenico Mantoan, e di rappresentanti del Ministero della salute, Regioni e degli operatori che quotidianamente sono impegnati nell’assistenza ai cittadini/pazienti.
La giornata è stata anche l’occasione per illustrare il progetto di riorganizzazione della Regione Emilia-Romagna che, unitamente alle altre Regioni, ha avviato un riassetto della rete dell’emergenza-urgenza per il miglioramento delle tempistiche di accesso alle cure, nonché della qualità della presa in carico.
Da osservare come nel disegno di riassetto della medicina territoriale, il numero 116117, ovvero il recapito a valenza europea per le cure sanitarie non urgenti e altri servizi sanitari, diventerà il riferimento per il cittadino per la presa in carico non urgente per le problematiche sociosanitarie.
Confrontando gli accessi con il DM 70/2015 sugli standard qualitativi, strutturali, tecnologici e quantitativi relativi all’assistenza ospedaliera, si può affermare che circa il 75% delle strutture di PS registrano un numero di accessi al di sotto degli standard. In particolare, nel 29% dei casi si individuano meno di 15.000 accessi annui. I DEA di primo livello registrano una performance migliore.
L’afflusso maggiore di accessi in PS si riscontra il lunedì nella fascia oraria 08:00 – 12:00.
Nel 2022, 20,5 milioni di bambini non hanno ricevuto almeno una dose di vaccino, 14 milioni non hanno ricevuto alcuna vaccinazione e quasi 33 milioni di bambini risultano vulnerabili al morbillo, una malattia che causa ancora oggi 136.000 morti all’anno (CDC Centers for Disease Control and prevention).
“Humanly possible” è il claim della Settimana Mondiale dell’Immunizzazione 2024, che si celebra dal 24 al 30 aprile ed è promossa dall’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS) per ribadire, ancora una volta, l’importanza della prevenzione vaccinale.
«Umanamente possibile, una traduzione letteraria che non solo ci ricorda la centralità dell’essere umano e dell’umanizzazione, da sempre motore prioritario dell’assistenza neonatologica, ma sottolinea quanto ogni obiettivo possa essere possibile grazie all’impegno di tutti, degli operatori sanitari in primis – ha dichiarato Luigi Orfeo, Presidente della Società Italiana di Neonatologia (SIN) – Inevitabilmente in un periodo come quello che stiamo vivendo, queste parole ci ricordano un altro motto, “stay human”, che interpreta per tutti noi il desiderio forte ed urgente di porre fine a ogni conflitto. Sono proprio le numerose guerre attuali, insieme alle recessioni economiche ed all’aumento dell’esitazione vaccinale alcune delle minacce all’immunizzazione dei bambini e contro cui abbiamo il dovere di agire, per continuare nel grande investimento per la salute delle generazioni future».
Quest’anno i programmi di vaccinazione globali dell’OMS (Expanded Programme on Immunization), iniziati nel 1974, compiono cinquant’anni e si sono ormai estesi a tutti i paesi del mondo. Le malattie prevenibili con le vaccinazioni, grazie a questo programma, erano all’inizio sei, ora sono disponibili più di venti vaccini, sebbene, purtroppo, continuino a esserci gravissime disuguaglianze nel mondo tra paesi e tra continenti, cosicché, mentre in alcune nazioni la copertura vaccinale è superiore al 90%, più di un milione di bambini nel mondo non ha accesso ai programmi vaccinali. In Italia, l’offerta vaccinale si basa, oggi, su dieci vaccinazioni “obbligatorie” e altre sei “fortemente raccomandate”, alcune delle quali, come la vaccinazione anti-HPV, continuano ad avere coperture assai insufficienti.
Secondo gli ultimi dati diffusi dall’Istituto Superiore di Sanità (ISS), è anche peggiorata la copertura vaccinale contro il morbillo nel nostro Paese, che risulta pari al 94% per la prima somministrazione e all’85% per la seconda, un dato che spiega la recrudescenza della patologia, con 213 casi registrati nel primo trimestre 2024. La SIN continua a profondere ogni sforzo per favorire la protezione, la più universale possibile, di tutti i bambini, in linea con quanto già promosso negli anni scorsi con le altre Società dell’area materno-infantile, con iniziative a sostegno delle campagne vaccinali. «Oggi, le possibilità di prevenzione delle patologie trasmissibili non si limitano solo alle vaccinazioni. Abbiamo a disposizione altri strumenti di immunizzazione – sostiene Nicola Laforgia, Direttore del Piano Formativo della SIN – Da tempo è attiva la profilassi anti-VRS con anticorpi monoclonali (Palivizumab) riservata ad alcune categorie di neonati a rischio, ma è ormai disponibile un altro anticorpo monoclonale (Nirsevimab), approvato dall’AIFA a gennaio 2023, in grado di proteggere, con un’unica somministrazione, tutti i neonati».
La SIN, insieme al Board del Calendario Vaccinale per la Vita, alla Società Italiana di Igiene Medicina Preventiva e Sanità Pubblica (SItI), alla Società Italiana di Pediatria (SIP), alla Federazione Italiana Medici Pediatri (FIMP) e alla Federazione Italiana Medici di Medicina Generale (FIMMG), è fortemente impegnata nel richiedete l’adozione da parte dei decisori politici di questa strategia di profilassi universale delle malattie da Virus Respiratorio Sinciziale per tutti i neonati.
La Settimana Mondiale dell’Immunizzazione è una importante occasione per continuare a promuovere le vaccinazioni in età pediatrica e per adottare ulteriori modalità di prevenzione, riducendo, così, anche l’incidenza della bronchiolite da VRS, che può determinare quadri clinici gravi, soprattutto nell’età neonatale e nei primi mesi di vita.
La SIN offre la disponibilità di tutte le Neonatologie italiane a implementare, insieme e di concerto con i Centri Vaccinali, questa possibilità di protezione dei nostri neonati, che deve essere assolutamente disponibile in tutte le Regioni in maniera gratuita. Vaccinazioni e profilassi anticorpale sono strumenti potentissimi in grado di prevenire patologie gravi, le ospedalizzazioni e il ricorso al SSN, con benefici di salute ed economici. Insieme a questi, non si può non sottolineare l’effetto di prevenzione che viene garantito, già subito dopo la nascita, dal latte materno. Per guidare i genitori nelle vaccinazioni per il proprio bambino, è disponibile il documento “Il tuo Bambino… proteggilo anche con le vaccinazioni! Non è mai troppo presto”, realizzato dalla SIN insieme alla Società Italiana di Pediatria, in italiano, ma anche in arabo, cinese, filippino, russo, inglese, spagnolo e ucraino, patrocinato dal Ministero della Salute.
Il documento illustra in modo chiaro il Calendario del Piano Nazionale di Prevenzione Vaccinale vigente in Italia e fornisce informazioni dettagliate sulle malattie infettive prevenibili tramite vaccinazione.
Si apre domani a Torino il Congresso nazionale dell’Area Culturale Emergenza (ACE) organizzato dalla Società Italiana di Anestesia Analgesia, Rianimazione e Terapia Intensiva-SIAARTI , presieduta da Antonino Giarratano dell’Università di Palermo. L’evento richiamerà nel capoluogo piemontese oltre 600 specialisti in Anestesia e Rianimazione che si dedicano all’emergenza pre e intraospedaliera.
Il congresso ACE, pur con la consapevolezza che il paziente critico debba essere di interesse multidisciplinare, promuoverà la centralità della figura dell’anestesista-rianimatore nella medicina critica in condizioni di emergenza. Ma perché gli anestesisti-rianimatori sono così interessati all’Emergenza extraopedaliera e intraospedaliera? «La Medicina Critica dell’Emergenza è da sempre materia in cui gli anestesisti-rianimatori sono team leader – spiega Roberto Balagna, Direttore Struttura Complessa Anestesia e Rianimazione 2 – Ospedale Molinette e responsabile scientifico dell’evento e dell’Area culturale SIAARTI Medicina critica e dell’Emergenza – Si sta, infatti, finalmente prendendo atto che la gestione delle cronicità e delle fragilità sul territorio deve trovare la sua risposta nella medicina di prossimità e non nei percorsi dell’emergenza-urgenza: una sessione del Congresso riguarderà proprio l’interazione tra il sistema emergenza sanitaria pre-ospedaliera e la medicina di base. La gestione delle emergenze, quelle vere, devono invece necessariamente orientarsi verso percorsi tempo-dipendenti gestiti da medici specialisti dall’insorgenza dei primi sintomi nel preospedaliero, alla presa in carico intraospedaliera fino alle strutture di trattamento definitivo. In questo percorso l’anestesista-rianimatore è una figura strategica e indispensabile».
«Il programma è stato costruito con l’idea di proporre una formula innovativa, caratterizzata dal confronto tra operatori e tra operatori e relatori di indiscussa competenza, che possano restituire una chiave di lettura quanto più completa possibile su tutti i temi che caratterizzano la “Critical Emergency Medicine”. Si parte dalle classiche patologie tempo-dipendenti fino alla gestione delle “maxiemergenze” e del paziente critico in contesti ostili/impervi senza tralasciare, ovviamente, i problemi organizzativi e gestionali con cui siamo costretti a confrontarci giornalmente. Si affronteranno anche quelle che dovranno essere le nuove reti tempo-dipendenti, come quella della sepsi e delle infezioni gravi, che rientrano nella revisione del DM70 e dei nuovi sistemi dell’emergenza», illustra Giarratano, presidente della Società e responsabile scientifico dell’evento insieme a Balagna. «Ogni argomento verrà affrontato, pertanto, attraverso il classico approccio longitudinale che idealmente parte dal soccorso extra-ospedaliero fino alla gestione delle prime ore in area d’emergenza», continua.
Nel programma ACE risaltano le sessioni su trauma maggiore, sepsi e shock settico, stroke, medicina in ambiente ostile, gestione del paziente ustionato, tossicologia clinica, emergenze in sala parto, come pure sulla gestione in emergenza dei pazienti pediatrici e di quelli psichiatrici. Ma il Congresso propone anche sessioni più interattive, come il talk show sulle novità nella gestione dei disastri in materia di organizzazione e tecnologie o il confronto sul modello piemontese, con interventi dell’Azienda Zero Regione Piemonte.
Il programma è arricchito da due workshop precongressuali, che si svolgeranno nella giornata odierna. Il primo, dedicato alla Sicurezza in elisoccorso, si svolgerà a Cafasse (Torino) presso la sede Airgreen, una delle principali società elicotteristiche italiane impiegata in attività di elisoccorso anche in collaborazione con la Protezione Civile, svolgendo regolare attività HEMS in Piemonte e Valle d’Aosta.
Il secondo workshop “Mole 24”, si svolgerà invece in collaborazione con la Croce Rossa, presso la sua sede di Settimo Torinese. Obiettivo del workshop è quello di far acquisire ai partecipanti competenze nella gestione di situazioni di emergenza con risorse limitate e di sperimentare tecniche, manovre e procedure per situazioni di emergenza-urgenza non convenzionali: proveranno per una giornata e una notte come si svolge la vita in un posto medico avanzato dislocato in una missione umanitaria. «Grazie alla lungimiranza di SIAARTI e della sua Area culturale dedicata all’Emergenza, i partecipanti al workshop vivranno un’esperienza immersiva aderente alla realtà, che consentirà di avere contezza di situazioni particolari per le quali è necessaria una preparazione approfondita e mirata, oltre che una conoscenza anche degli autori che vi intervengono. Addestrarsi in un contesto real è il massimo nella formazione di qualsiasi corsista!», spiega il Colonnello med. Costantino Fontana dell’Ospedale militare Celio e responsabile della Sezione SIAARTI Maxiemergenze e ambiente ostile e responsabile scientifico, insieme a Balagna e al dott. Davide Colombo, del workshop.
«La necessità di fornire cura e assistenza a pazienti critici in condizioni di emergenza-urgenza pone gli operatori sanitari di fronte a situazioni che richiedono interventi tempestivi e adeguati. Con il Congresso ACE, ancora una volta SIAARTI promuove la centralità della figura dell’anestesista-rianimatore integrata in un approccio multidisciplinare e multiprofessionale nell’ambito della gestione del malato critico anche al di fuori dei tradizionali ambienti di terapia intensiva e sala operatoria – continua Giarratano – Proprio in questi giorni, ad esempio, la nostra Società sta pubblicando la Buona pratica clinica su Gestione del paziente critico in ambiente ostile, che segue altri due importanti documenti SIAARTI, in collaborazione con altre società scientifiche mediche e infermieristiche coinvolte nel settore, usciti negli ultimi mesi: le Linee guida sull’elisoccorso e le Buone pratiche cliniche sul Trasporto intra-ospedaliero ed inter-ospedaliero. L’attività scientifica svolta dalla nostra Società in questa direzione certifica l’obiettivo che la “buona sanità” e la “buona politica” dovrebbero e devono perseguire: la tutela della salute pubblica mediante l’applicazione della buona pratica clinica», conclude.