Home Blog Page 140

«Intelligenza artificiale in odontoiatria, attenti al fai da te…»

L’era dell’odontoiatria supportata dall’intelligenza artificiale è alle porte. L’auspicio è quello di elevare la professione a nuovi livelli di eccellenza e innovazione. Tuttavia, c’è un “ma”. Perché se da un lato, grazie alle nuove tecnologie, il settore dentale si arricchisce di nuovi operatori che producono e offrono materiali per il dentista e dispositivi su misura per il paziente, dall’altro i rischi dell’intelligenza artificiale in sanità sono tutt’altro che peregrini.

«Anche perché, ad ora, mancano i controlli». È l’allarme lanciato dall’Associazione italiana odontoiatri (AIO), sindacato con 8mila soci nelle 106 province e rappresentanze nei principali tavoli istituzionali coinvolti. TrendSanità ha affrontato il tema dell’AI in odontoiatria con Gerhard K. Seeberger, presidente nazionale AIO, preoccupato che – tra allineatori e protesi – si stiano diffondendo sempre di più i dispositivi su misura, per la cui progettazione e produzione viene spesso sorpassato il vaglio del medico odontoiatra.

«Solo il medico, magari usando l’AI per facilitare il tutto, può prendersi in carico patologicamente, umanamente e legalmente il paziente»

Gerhard K. Seeberger

Da qui, un esempio pratico. «Nel momento in cui un paziente, attraverso imaging o altri dati auto rilevati, fa eseguire elaborazioni a uno strumento di intelligenza artificiale e da ciò deriva una terapia – che sia un allineatore ortodontico piuttosto che elementi di sostituzione provvisoria di elementi mancanti, magari costruiti con una stampante 3D a casa del paziente – accade che il rapporto con il medico viene a mancare e con ciò, in automatico, la possibilità di avere la terapia corretta o, meglio, l’unica possibile. Parliamo di quella terapia sviluppata dall’unico sensore con cervello istruito e continuamente informato da anni di esperienze che può comprendere nello stesso tempo la necessità, la patologia, il livello di informazione necessaria, lo stato psicologico del paziente e cioè un medico esperto che è, anche, un essere umano. Solo il medico, magari usando l’AI per facilitare il tutto, può prendersi in carico patologicamente, umanamente e legalmente il paziente. E il paziente si potrà rivolgere a lui per qualsiasi dubbio, problema o chiamarlo in causa».

«Come Associazione italiana odontoiatri – spiega Seeberger – chiediamo che a livello nazionale e sovranazionale si aprano tavoli permanenti generali e specialistici, scientifici e normativi, fra tutti gli stakeholder (odontoiatri inclusi) per governare questa evoluzione relazionale del genere umano dal punto di vista tecnico, legale, etico e sociale, evitando di affidarla al libero arbitrio. Affinché – prosegue Seeberger – il computer non prenda il posto del medico-odontoiatra bensì lo aiuti a lavorare meglio».

«Come Associazione italiana odontoiatri chiediamo che a livello nazionale e sovranazionale si aprano tavoli permanenti generali e specialistici, scientifici e normativi, fra tutti gli stakeholder»

L’AIO, dunque, ritiene che ogni singolo manufatto – ortodontico protesico oppure di altro tipo – debba essere riconducibile all’atto odontoiatrico e alla deontologia. Un tema, quello delle regole dell’intelligenza artificiale in odontoiatria, sul quale l’Associazione ha dibattuto nel suo 10° Congresso politico che si è svolto a Modena qualche mese fa. Nell’occasione, il segretario sindacale AIO, Danilo Savini, ha tuonato: «Allo stato attuale basterebbe prendere due misure – magari a distanza – per realizzare, anche grazie a sistemi di AI, manufatti calibrati sul prototipo del cavo orale del paziente odontoiatrico. Che tuttavia non sono in alcun modo “terapeutici”, perché dietro non c’è né la visita, né la decisione di un professionista».

Commissione permanente per studiare l’AI

L’Associazione italiana odontoiatri ha, quindi, istituito una commissione permanente di studio volta a monitorare le applicazioni dell’intelligenza artificiale, «che va considerata – ha ammesso ancora Savini – un’evoluzione inevitabile di tutte le nostre attività e non meramente una nuova tecnologia». Parole, le sue, che oggi vengono rafforzate dal presidente Seeberger: «La nuova commissione AI è incaricata di confrontarsi con altre professioni sia per produrre documenti a beneficio delle istituzioni sia per stimolare un confronto sull’intelligenza artificiale con i colleghi nel resto d’Europa. La nostra scelta di “internazionalizzare” la ritengo doverosa adesso che l’informatica sanitaria, ci propone, insieme a nuove soluzioni, anche nuovi processi di pensiero».

Nel dettaglio, la commissione – composta da esperti odontoiatri in ambito scientifico sotto la guida del segretario culturale nazionale AIO, Vincenzo Musella e da esperti odontoiatri in ambito normativo e sindacale sotto la guida del segretario sindacale Savini – ha tre obiettivi principali da perseguire. «Il continuo aggiornamento sui temi di AI, sia scientifici, sia legali che abbiano attinenza con l’odontoiatria; il confronto con le altre paritetiche commissioni, scientifiche e istituzionali, anche per la stesura di linee guida o buone pratiche; la creazione di una banca dati scientifica e legale sulla AI specifica per il settore odontoiatrico e condivisa con gli associati mediante corsi o qualsiasi altro canale venga ritenuto opportuno», spiega Seeberger.

«L’Associazione italiana odontoiatri ha istituito una commissione permanente di studio volta a monitorare le applicazioni dell’intelligenza artificiale»

Il presidente AIO, poi, tocca gli importanti temi dell’aggiornamento professionale («i professionisti devono assolutamente restare al passo con i tempi, e l’aggiornamento è uno degli obiettivi di AIO e della sua commissione. Poiché questa realtà è – e sempre di più sarà – il nuovo ambiente comunicativo e operativo dove sviluppare buona sanità e buona odontoiatria, che il professionista lo voglia o meno») e del confronto costante («in medicina – e odontoiatria soprattutto – c’è molto interloquire, anche pragmatico, sotto l’aspetto scientifico e normativo della AI. Per esempio, la Sit, Società italiana di telemedicina con la quale intendiamo rapportarci, è assai attiva al pari di altre realtà in campo scientifico. Anche a livello politico c’è grande attenzione»).

Innovazione tecnologica in sanità che la stessa Sit sta perseguendo con una serie di attività: dalle prime Linee guida per la telemedicina in cardiologia, nel marzo 2023, all’istituzione, a fine gennaio scorso, di una nuova commissione nazionale per l’introduzione delle tecnologie abilitanti e immersive nella sanità nazionale, sia pubblica sia privata. Soprattutto, la commissione si dedicherà all’ampliamento della digitalizzazione nel comparto sanitario, e ad alcune tecnologie avanzate: dall’intelligenza artificiale alla realtà virtuale e realtà aumentata, dalla mixed reality all’assistenza virtuale o da remoto. Tutte innovazioni che saranno integrate all’interno di un sistema olistico per il miglioramento dei servizi sanitari in ospedali pubblici e privati.

Intelligenza artificiale e rapporto medico-paziente

Dunque, non c’è alcuna preclusione, da parte di AIO, nei confronti dell’AI. Certamente c’è fermento globale attorno al tema, basti pensare che lo scorso 18 gennaio l’Organizzazione Mondiale della Sanità ha pubblicato il documento Ethics and governance of artificial intelligence for health con le oltre 40 raccomandazioni che devono essere prese in considerazione da governi, aziende tecnologiche e fornitori di assistenza sanitaria per assicurare l’utilizzo appropriato dei modelli multimodali di grandi dimensioni, tecnologia di AI generativa in veloce sviluppo su piattaforme come ChatGPT. E ancora, è opportuno citare l’AI Act, il regolamento dell’Unione Europea atto a disciplinare l’uso dell’intelligenza artificiale, la tutela della privacy e la protezione dei dati, che nel comparto salute ha rilevanti ripercussioni per aziende sanitarie, ospedali e operatori del settore.

«Nessun preconcetto – ribadisce Seeberger –, anzi, nel settore odontoiatrico l’intelligenza artificiale ha portato, e sempre più porterà, la possibilità di sfruttare la simulazione, la precisione, il brainstorming, il controllo a distanza, il machine learning adattivo. Tutti esempi che, all’atto pratico, possono facilitare e migliorare il rapporto tra medico e paziente». Ma ci sono delle condizioni imprescindibili da rispettare. Già, perché, se è corretto, prosegue il presidente di AIO, «che il paziente sia munito di un’adeguata health literacy (poiché l’alfabetizzazione sanitaria contribuisce meglio al risultato della cura) e al contempo, grazie all’AI, possa risolvere dubbi oppure ottenere terapie con minori spostamenti (a vantaggio dell’ambiente), è altrettanto vero che ci sono dei confini da rispettare».

«Se non si interviene tempestivamente, ci saranno sempre di più sovradiagnosi e sovratrattamenti, false aspettative, auto mercificazione della propria salute»

È innegabile, dunque, che stiamo assistendo a una deriva consumistica in sanità e – nel caso specifico – in odontoiatria, e ciò può essere incrementato dall’intelligenza artificiale. Con quali possibili rischi? Pronta la replica del presidente di AIO: «Non parlerei di eventuali pericoli, ma di assoluta certezza che, se non si interviene tempestivamente, ci saranno sempre di più sovradiagnosi e sovratrattamenti, false aspettative, auto mercificazione della propria salute e un rapido allontanamento dalla person-centered care o precision medicine. Prerequisito, quest’ultimo, per raggiungere la copertura universale della salute (inclusa quella orale) definita nel target 3.8 dei 17 Obiettivi di sviluppo sostenibile, approvati dall’Organizzazione delle Nazioni Unite, da raggiungere entro il 2030 come stabilito nell’Agenda globale per lo sviluppo sostenibile. Non tralasciando, poi, le problematiche legali o di responsabilità quando incautamente un collega si sia interposto in un qualsiasi step del flusso senza averne il controllo totale».

«Per rafforzare il SSN evitare sovrapposizioni con la sanità integrativa»

0

Il prossimo futuro vedrà la popolazione anziana diventare sempre più ampia, con l’aumento dei tassi di cronicità, di poli-patologici e di non autosufficienti. Lo spunto di riflessione attivato dalla vostra serie di interviste intitolata “5 domande a…” mi offre la possibilità di portare un mio contributo e il punto di vista di chi si occupa di sanità integrativa.

«Per dedicare più risorse al SSN, la sanità integrativa dovrebbe essere a costo zero per le finanze pubbliche, e sostenuta solo dai contributi di imprese e lavoratori»

Quelle citate all’inizio sono sfide a cui bisogna arrivare preparati e quindi occorrerebbe capire anzitutto che tipo di strategia socio-assistenziale, sanitaria, ed aggiungo, anche previdenziale, e più complessivamente economica, il Paese intende darsi per gestire un processo, oramai consolidato, di progressivo invecchiamento della popolazione così marcato da far parlare di vero e proprio “inverno demografico”.

Le risorse del PNRR destinate alla sanità non sono poche, così come è vero che la telemedicina potrebbe essere un pezzo della risposta ad una domanda di cure, se declinata anche in termini di più vasta digital health. Lo stesso DM 77 andrebbe letto in combinato disposto con la Legge Delega per gli Anziani, al fine di avere un quadro complessivo delle misure, delle strategie, delle risorse che il Governo intende destinare a questa enorme questione sociale e demografica.

Il SSN è ancora un nostro punto di forza e deve continuare ad esserlo. Ma a condizione che si faccia finalmente un discorso, anche etico oltre che politico, di verità e di reale equità. L’articolo 32 della Costituzione tutela anzitutto il diritto alla salute degli indigenti, espressamente citati come la fascia sociale più bisognosa di un Servizio Sanitario Nazionale universalistico. Un SSN che possa prevalentemente dedicarsi a chi non ha un lavoro ed un reddito, ai quiescenti, agli anziani con pensioni minime, ai nuovi working poors, ai 14 milioni di italiani che, a vario titolo, versano sul limite o sotto la soglia di povertà.

«Il SSN è ancora un nostro punto di forza e deve continuare ad esserlo. Ma a condizione che si faccia finalmente un discorso, anche etico oltre che politico, di verità e di reale equità…»

A mio avviso, invece, per chi ha altre forme di tutela sanitaria derivante dai Contratti Collettivi Nazionali di Lavoro (CCNL) di categoria, buona parte delle cure, ovviamente non tutte, dovrebbero essere a carico dei fondi di sanità integrativa, a costo zero per le finanze pubbliche, e sostenuti dai contributi di imprese e lavoratori proprio per garantire assistenza a questi ultimi e spesso anche alle rispettive famiglie.

Gli erogatori delle prestazioni sanitarie possono essere strutture pubbliche e private, questo non rileva. L’importante è che la spesa non sia sempre e solo a carico della fiscalità generale. In un sistema equo tra un manager, un quadro o un funzionario aziendale coperti da fondi di sanità integrativa pagati dalle imprese, ed un anziano con la pensione minima, non dovrebbe esistere dubbio su chi abbia prevalentemente bisogno di un servizio sanitario pubblico.

Oggi la spesa sanitaria nazionale complessiva – tra SSN, sanità integrativa, spesa privata dei cittadini, assicurazioni individuali – già ammonta a circa 200 miliardi di euro. A questa va aggiunta la spesa socioassistenziale, non meno importante, che ne vale altri 40/50. È pura utopia pensare che le risorse pubbliche possano coprire una mole di fabbisogno simile. Siamo a 125 miliardi e ne servirebbero 250. Ma se pure ne servissero 240, 230, 200 o 150 sarebbe comunque fuori da ogni logica di sostenibilità per le casse pubbliche.

Non è un caso che in tutti i principali Paesi europei, a cominciare da Francia e Germania, esistano modelli di sanità integrativa – con il coinvolgimento diretto di cittadini, lavoratori, meccanismi assicurativi mutualistici e imprese – che supportano la parte pubblica agendo come secondo motore del “sistema salute” nazionale. Tutto ciò esiste anche in Italia, ma pesa quattro volte meno degli altri Stati UE.

Ecco perché sostengo con forza il “secondo pilastro” e la sua insostituibile funzione di supporto ed integrazione al Servizio Sanitario Nazionale: un welfare contrattuale che, a partire dal lavoro e dalla concertazione tra parti sociali, sia capace attraverso un approccio mutualistico, e non selettivo, di garantire tutele e prestazioni ai lavoratori senza gravare inutilmente sul SSN che resta un valore assoluto del nostro modello complessivo di welfare state.

Per garantire più salute a tutti io credo in un Servizio Sanitario Nazionale composto dal “primo pilastro” SSN, dal privato convenzionato a supporto della sanità pubblica, dalla sanità integrativa “secondo pilastro” complementare al primo e figlia del welfare contrattuale e sussidiario, dalla sanità privata di libera scelta, dal sistema delle assicurazioni individuali per chi può e vuole costruirsi un rafforzamento delle tutele individuali. Il tutto sotto una intelligente e moderna governance pubblica che sappia fissare le regole per evitare duplicazioni, spese improprie, conflitti di attribuzione. E per evitare l’odioso binomio tra inutile consumismo sanitario di chi spende anche senza reali bisogni e chi rinuncia alle cure perché non può spendere neanche per bisogni reali.   

RISP, il monitoraggio sanitario tramite il social listening

Il rapporto RISP (Report Infodemico per la Sanità Pubblica), sviluppato dal gruppo di ricerca del progetto CreSP, mira a offrire una rapida visione d’insieme delle discussioni online su argomenti specifici legati alla salute, con l’obiettivo di individuare lacune informative o l’emergere di narrazioni distorte. Ciò permette di intercettare in maniera specifica i bisogni informativi e dare senso ai dubbi della popolazione con risposte “ritagliate” sui dati, sostenendo così in maniera efficace le iniziative di comunicazione pubblica e di gestione dell’infodemia.

Spiega a TrendSanità Francesco Gesualdo, Pediatra dell’Ospedale Bambino Gesù di Roma e membro del gruppo di ricerca CRESP: «Il cuore del rapporto RISP è il monitoraggio dei social media e delle notizie sul tema vaccini, seguito da una serie di informazioni di supporto per la strutturazione di campagne di comunicazione, per le istituzioni e le aziende sanitarie locali».

I primi tre rapporti RISP riguardano la vaccinazione antinfluenzale, quella anti-Covid-19 e quella contro il morbillo.

La gestione dei dati durante le emergenze sanitarie

La qualità del dato, nell’ambito delle emergenze sanitarie infettive, è un elemento cruciale: i dati infatti devono rappresentare, nel miglior modo possibile, il fenomeno che sta accadendo, e in modo tempestivo. Quali attività sono necessarie per garantire l’affidabilità e la lettura del dato, anche nelle crisi in divenire? Come si concilia l’esigenza di celerità della comunicazione con la necessaria raccolta e analisi dei dati? L’esperienza del Covid-19 ha sicuramente segnato un punto di svolta, non solo per i ricercatori in sanità ma anche per i comunicatori. Facciamo il punto con Patrizio Pezzotti, Epidemiologo e dirigente di ricerca del Dipartimento Malattie Infettive dell’Istituto Superiore di Sanità.

«La digital epidemiology è fondamentale»

Digital epidemiology ed epidemic intelligence sono strumenti chiave da affiancare alla sorveglianza epidemiologica classica. Sono attivi e utilizzati anche nel nostro Paese da tempo, anche se a macchia di leopardo, per raccogliere dati non strutturati (ad esempio dai social media) e fornire informazioni mirate ai diversi interlocutori, dai medici, ai decisori, agli stessi pazienti e cittadini. Obiettivo finale: migliorare le strategie di prevenzione e la relativa comunicazione, grazie all’analisi di informazioni che viaggiano su canali non tradizionali e determinanti di scelta riscontrabili nella popolazione. Ne parla a TrendSanità Caterina Rizzo, Professoressa ordinaria di Igiene e Medicina preventiva dell’Università di Pisa e Direttrice del Corso di Perfezionamento CreSP “Comunicare il rischio durante le emergenze sanitarie: dall’analisi delle sfide alla gestione dell’infodemia”.

Ingegneria clinica garante dell’innovazione tecnologica in sanità

L’innovazione tecnologica in sanità corre veloce, così come la necessità di rivedere e aggiornare i processi di cura, migliorando l’accesso e la disponibilità per i pazienti. Come si governano questi processi e come si costruisce una vera evoluzione condivisa da tutti gli attori del sistema? In vista del prossimo convegno dell’Associazione Italiana Ingegneri Clinici (che si terrà a Roma dal 15 al 18 maggio), ne parliamo con il presidente AIIC, Umberto Nocco: «La chiave del ruolo dell’ingegnere clinico risiede sempre nella gestione della componente tecnologica, per cogliere i legami stretti tra i diversi ambiti e come questi vanno a modificare i processi di cura».

  • Per il programma e le iscrizioni al XXIV Convegno nazionale AIIC clicca qui

L’analisi GIMBE sullo stato di avanzamento del PNRR Salute: rispettate le scadenze europee, alcune Regioni arrancano sull’assistenza domiciliare

«Anche se al 31 marzo 2024 non erano previste scadenze europee sulla missione Salute del PNRR che condizionano il pagamento delle rate – dichiara Nino Cartabellotta, Presidente della Fondazione GIMBE – continua l’attività del nostro Osservatorio sul Servizio Sanitario Nazionale di monitoraggio indipendente dello status di avanzamento delle riforme, al fine di fornire un quadro oggettivo sui risultati raggiunti, di informare i cittadini ed evitare strumentalizzazioni politiche».

Il presente monitoraggio, oltre allo status di avanzamento, analizza nei dettagli la rimodulazione della Missione 6 secondo quanto riportato dalla Quarta Relazione sullo stato di avanzamento del PNRR e quanto disposto dal DL PNRR, approvato lo scorso 23 aprile.

Stato di avanzamento al 31 marzo 2024

Secondo i dati resi pubblici il 20 aprile 2024 sul portale del Ministero della Salute che monitora lo stato di attuazione della Missione Salute del PNRR:

  • Milestone e target europei: risultano tutti raggiunti in quanto al 31 marzo 2024 non erano previste nuove scadenze e tutte quelle relative agli anni 2021-2023 erano già state raggiunte al 31 dicembre 2023.
  • Milestone e target nazionali: «Anche se non condizionano l’erogazione dei fondi del PNRR – spiega Cartabellotta – questi step intermedi richiedono un attento monitoraggio perché potrebbero compromettere le correlate scadenze europee». Entro le scadenze fissate sono stati raggiunti tutti quelli previsti nel 2021 e 2022. Relativamente al 2023, sono stati differiti tre target: due da giugno 2023 a giugno 2024, ovvero la “Stipula di un contratto per gli strumenti di intelligenza artificiale a supporto dell’assistenza primaria” e la “Stipula dei contratti per la realizzazione delle Centrali Operative Territoriali” (tabella 1). L’ulteriore target “Nuovi pazienti che ricevono assistenza domiciliare (prima parte)” differito da marzo 2023 a marzo 2024 è stato raggiunto alla scadenza prevista, insieme a quello previsto per marzo 2024 “Nuovi pazienti che ricevono assistenza domiciliare (seconda parte)”.

«Raggiunti gli obiettivi per l’assistenza domiciliare integrata (ADI) negli over 65 – commenta Cartabellotta – i ritardi attuali sulle scadenze nazionali non sono particolarmente critici. Tuttavia, il raggiungimento degli obiettivi nazionali sull’ADI è condizionato da rilevanti differenze regionali, conseguenti sia al “punto di partenza” delle Regioni del Mezzogiorno, sia alle loro capacità di recuperare il gap con l’avvio del PNRR». In dettaglio, secondo quanto previsto dal Decreto del Ministero della Salute del 13 marzo 2023 per assistere almeno il 10% della popolazione over 65 in ADI, il PNRR ha l’obiettivo di aumentare le persone prese in carico dagli oltre 640 mila del dicembre 2019 a poco meno di 1,5 milioni nel 2026, per un incremento totale di oltre 808 mila assistiti. Rispetto ai target intermedi per raggiungere tale numero, la recente relazione dell’Agenas documenta che nel 2023 il target nazionale di 526 mila, previsto dal DM 13 marzo 2023, è stato superato (+1%).

«Tuttavia – spiega Cartabellotta – il dato nazionale è distorto dai risultati estremamente differenti raggiunti dalle Regioni. Infatti, rispetto ad una media nazionale del 101%, alcune Regioni fanno registrare incrementi molto rilevanti: Provincia autonoma di Trento (235%), Umbria (206%), Puglia (145%), Toscana (144%). Risultati che “compensano” quelli di altre Regioni: in particolare Sardegna (77%), Campania (62%) e, soprattutto, Sicilia che rimane fanalino di coda all’1%» (figura 1).

Rimodulazione della Missione 6 Salute

La “Quarta Relazione sullo stato di attuazione del PNRR”, pubblicata lo scorso 22 febbraio, riporta le variazioni rispetto al piano originale approvate dalla Commissione Europea il 24 novembre 2023, relative alla rimodulazione delle risorse tra le due Componenti della Missione Salute, alle variazioni quantitative dei progetti e ai differimenti temporali.

Risorse – La dotazione finanziaria della Missione 6 Salute, pari a circa € 15,6 miliardi, è rimasta invariata. La rimodulazione ha redistribuito € 750 milioni dalla Componente 2 alla Componente 1. In particolare, sono stati potenziati i nuovi progetti riferiti all’assistenza domiciliare (+ € 250 milioni) e alla telemedicina (+ € 500 milioni), con una riduzione (- € 750 milioni) che sarà compensata dalle risorse per progetti già in essere di edilizia sanitaria ex. art. 20.

Variazioni quantitative La tabella 2 riporta tutte le variazioni quantitativa approvate dal piano di rimodulazione.

  • Riduzione di Case della Comunità (-312), Centrali Operative Territoriali (-120) e Ospedali di Comunità (-93) e interventi di antisismica (-25) secondo criteri di distribuzione regionale al momento non noti. «Se, come previsto dal piano di rimodulazione presentato dall’Italia, saranno espunte le strutture da realizzare ex novo – spiega Cartabellotta – ad essere penalizzate saranno le Regioni del Mezzogiorno la cui dotazione iniziale era esigua». Per garantire la realizzazione di tutte le strutture e di tutti gli interventi inizialmente programmati, è previsto l’utilizzo di fondi alternativi: “risorse da Accordo di Programma ex art. 20 L. 67/1988 ed eventuali risorse alternative, nonché le risorse addizionali del Fondo Opere Indifferibili, istituito per fronteggiare l’eccezionale aumento dei costi dei materiali da costruzione negli appalti pubblici, e risorse derivanti dai bilanci regionali/provinciali”. «Senza entrare nel merito di tecnicismi contabili né dell’entità dei fondi alternativi citati – precisa il Presidente – l’unica certezza è che tutto quanto espunto dal piano di rimodulazione potrà essere realizzato solo dopo giugno del 2026, data di scadenza ultima delle opere del PNRR».
  • Riduzione dei posti letto di terapia intensiva (-808) e semi-intensiva (-995), secondo criteri di distribuzione regionale al momento non noti. «Se da un lato il piano di rimodulazione indica la riduzione di 1.803 posti letto totali come “prudenziale” per l’aumento dei costi di realizzazione – spiega Cartabellotta –  dall’altro non fa alcun riferimento alle risorse a cui attingere per realizzare i posti letto espunti, nonostante venga riportato che “Resta comunque ferma la programmazione definita dai Piani di riorganizzazione approvati dal Ministero con le Regioni e le Province Autonome”».
  • Aumento degli over 65 da prendere in carico in assistenza domiciliare (da almeno 800 mila a 842 mila) e dei pazienti assistiti in telemedicina (da almeno 200 mila a 300 mila).

Differimenti temporali. Sono relativi a due target (tabella 3):

  • Attivazione delle Centrali Operative Territoriali dal 30 giugno 2024 al 31 dicembre 2024 (+ 6 mesi).
  • Installazione delle grandi apparecchiature dal 31 dicembre 2024 al 30 giugno 2026 (+ 18 mesi).

«Un differimento temporale – commenta il Presidente – motivato da criticità minori, quali lo smaltimento delle vecchie apparecchiature e l’adeguamento dei locali, che inevitabilmente condizionerà l’esigibilità delle prestazioni diagnostiche con apparecchiature più moderne ed efficienti, in un periodo storico caratterizzato da tempi di attesa già estremamente lunghi».

DL PNRR

L’articolo 1 dirotta circa 1,2 miliardi di euro destinati all’ammodernamento degli ospedali dal Piano Nazionale per gli investimenti complementari – il co-finanziamento del PNRR garantito dall’Italia – ai fondi generici per l’edilizia sanitaria (ex. art. 20). «Anche se potrebbe sembrare solo una “mossa contabile” – commenta il Presidente – nei fatti lo spostamento di risorse non avviene tra “vasi comunicanti” e gli interventi espunti sono rimandati a data da destinarsi perché non dovranno più rispettare la scadenza del giugno 2026 fissate dal PNRR». In particolare, si tratta dell’investimento denominato “Verso un ospedale sicuro e sostenibile” che ha l’obiettivo di migliorare la sicurezza degli ospedali per adeguarli alle norme antisismiche, «tenendo conto – spiega Cartabellotta – del loro ruolo strategico in caso di disastro, visto che gli ospedali se da un lato svolgono la fondamentale funzione di soccorso, sono particolarmente a rischio in caso di evento sismico perché ospitano un elevato numero di persone la cui messa in sicurezza è condizionata dalle inabilità individuali».

«Dopo aver “messo a terra” – commenta il Presidente – la Missione Salute del PNRR, il rispetto delle scadenze future sarà condizionato dalle criticità di attuazione della riforma dell’assistenza territoriale nei 21 servizi sanitari regionali. In particolare, il ruolo dei medici di famiglia e la grave carenza infermieri, figure chiave nella riorganizzazione dell’assistenza territoriale, oltre alle differenze regionali che non pongono tutte le Regioni sulla stessa linea di partenza per raggiungere gli obiettivi del PNRR e che, inevitabilmente, rischiano di essere amplificate dall’autonomia differenziata».

Riguardo l’imponente carenza di personale infermieristico utile riportare tre dati. Innanzitutto, nel 2021 il numero di infermieri in Italia è pari a 6,2 per 1.000 abitanti, rispetto ad una media OCSE di 9,9, con rilevanti differenze regionali. Una carenza che stride con il fabbisogno di infermieri di comunità/di famiglia stimato da Agenas per attuare la riforma dell’assistenza territoriale: tra 19.450 a 26.850. In secondo luogo, la scarsa attrattività della professione infermieristica conseguente a vari fattori: limitate prospettive di carriera, problemi organizzativi e di sicurezza sul lavoro e, ovviamente, aspetti economici, visto che la retribuzione dei nostri infermieri è ben al di sotto della media OCSE (€ 35.030 vs € 44.250 a dicembre 2021). Inoltre, negli ultimi 20 anni il potere di acquisto dei loro stipendi si è ridotto sia nel periodo 2000-2019 (-1,5%), sia nel periodo 2019-2021 (-1%), più che in ogni altro paese OCSE.

«La Missione Salute del PNRR – conclude Cartabellotta – è indubbiamente una grande opportunità per potenziare il SSN, ma solo nell’ambito di un rilancio complessivo della sanità pubblica. Ovvero, non può essere la “stampella” per sostenere un SSN claudicante. E, se da un lato la sua attuazione deve essere sostenuta da coraggiose azioni politiche, rinviare le scadenze e rimodulare al ribasso gli obiettivi del PNRR senza chiarire la distribuzione regionale dei “tagli”, l’entità e la disponibilità delle risorse necessarie e la definizione di nuove scadenze per quanto rimasto fuori dal piano di rimodulazione, indebolisce ulteriormente il potenziale impatto del PNRR sul rilancio del SSN».

CIMO-FESMED: «Decreto liste attesa, auspichiamo più interventi strutturali»

«L’imminente decreto sulle liste di attesa, annunciato dal Ministro della Salute Orazio Schillaci, offre l’opportunità di esprimere il nostro punto di vista su una questione particolarmente sentita sia dai cittadini che dagli operatori sanitari. Affrontare, in sanità, la questione tempi di attesa è un po’ come approcciare un paziente con una patologia multiorgano che necessita di terapie specifiche, ma che invece viene curato con placebo. Le cause le conosciamo tutti: la ridotta offerta sanitaria, la carenza di risorse umane, l’inappropriatezza delle prestazioni, l’approccio demagogico verso la libera professione del medico». A dichiararlo è Guido Quici, presidente del sindacato dei medici Federazione CIMO-FESMED.

«Intanto in Italia – prosegue Quici – oggi ci sono oltre 2,12 milioni di famiglie che vivono in assoluta povertà, circa 6 milioni di famiglie che si trovano in una condizione di povertà sanitaria e 25,2 milioni di famiglie italiane che mediamente spendono poco meno di 1.500 euro l’anno per curarsi, con una spesa per out of pocket aumentata di 10 mld (oggi circa 40 mld) tra il 2019 e il 2022. Il tutto in un contesto, più ampio, che vede gli attuali LEA del tutto insufficienti con una sanità integrativa che diventa sempre di più sostitutiva. Quindi occorre una terapia molto più articolata che aggredisca contemporaneamente più cause».

«Innanzitutto, dopo decenni di tagli a strutture e risorse umane, occorre rilanciare l’offerta sanitaria per iniziare a soddisfare i bisogni di salute espressi ed inespressi. Ha ragione FIASO – afferma il presidente CIMO-FESMED – quando afferma che il 30% delle richieste sono inappropriate, ma quante altre prestazioni sono inaccessibili ai cittadini per effetto della chiusura degli ambulatori o per il non ottimale utilizzo delle sale operatorie per carenza di medici? Esiste sempre uno stretto rapporto tra offerta sanitaria ed organizzazione legata alle risorse che le aziende sono in grado di mettere a disposizione. In secondo luogo, occorre adeguare gli organici abolendo il tetto di spesa sul personale ma a condizione che l’algoritmo elaborato da AGENAS non sia peggiorativo rispetto alle reali esigenze, e su questo aspetto nutriamo forti dubbi sulla metodica adottata. Naturalmente il tema dell’appropriatezza delle prestazioni è stato sollevato anche dal Ministro Schillaci. Come Sindacato riteniamo che buona parte delle prestazioni inappropriate sono legate alla medicina difensiva, il cui costo e stimabile nella misura di circa 10 miliardi all’anno e, per questo motivo, la terapia da adottare consiste in una seria riforma sulla responsabilità professionale, riforma che non sembra, allo stato, foriera di buoni esiti, almeno dalle dichiarazioni del vice Ministro Sisto e dalle indiscrezioni che trapelano dai lavori della Commissione Nordio».

«Infine – prosegue Quici – la questione libera professione. Tanta demagogia solo per mascherare la ridotta offerta sanitaria. Sono sufficienti alcuni esempi: nel triennio 2019-21, si registrano oltre 1,3 milioni di prestazioni istituzionali in meno (-2,2%), circa 0,5 milioni di prestazioni libero-professionali in meno (-11,2%) con un rapporto, su 1000 abitanti, di 81 prestazioni ALPI su 999 prestazioni istituzionali (7,7%). Quindi, al di là di poche branche specialistiche, la libera professione non influenza affatto i lunghi tempi di attesa, anzi rappresenta un valore aggiunto che contribuisce a ridurli e, in più, genera introiti all’azienda. Eppure, sempre più spesso, si preclude al medico di un proprio diritto, quando non si è in grado di garantire l’accesso alle cure, mentre sarebbe auspicabile liberarlo da questi vincoli».

«Intanto, sempre in tema di riduzione dei tempi di attesa, poche aziende applicano il D.Lgs. 124 del 29.4.98 per assicurare la prestazione previo pagamento del ticket, c’è poca trasparenza sul reale utilizzo di risorse aggiuntive stanziate nelle finanziarie a favore di regioni e strutture private e permane il tetto di spesa del 2021 per le prestazioni richieste ai sensi dell’art. 89 comma 4 del CCNL 19-21. In attesa di conoscere il testo del decreto riteniamo invalicabili due principi: nessun ulteriore divieto ad esercitare la libera professione, istituto diverso dalle prestazioni aggiuntive e, soprattutto, riaffermare il carattere di eccezionalità e temporaneità delle stesse prestazioni aggiuntive finalizzate a ridurre i tempi di attesa. Di certo le seconde non devono mai impedire il diritto ad esercitare l’unica residua attività professionale che sancisce il diritto di scelta del cittadino verso lo specialista di fiducia e che induce molti medici a non lasciare ancora il SSN pubblico», ha concluso Guido Quici.

«Morbillo, il boom di casi tra gli adulti non vaccinati mette a rischio i bambini»

0

Per la settimana dell’immunizzazione, che ogni anno ricorre a fine aprile, l’Organizzazione Mondiale della Sanità ha lanciato un messaggio semplice e chiaro: «Per salvare vite umane bisogna vaccinarsi».

Quest’anno l’appello ha un senso ancora più attuale e intenso. E sono alcuni numeri a dirci perché: 34 infezioni a gennaio, 93 a febbraio e 86 a marzo. Il morbillo torna a colpire anche in Italia, dove, da gennaio 2024, si sono verificati 213 casi, 11 dei quali in bambini di meno di 1 anno di vita e un boom di contagi che riguarda la fascia che va dai 25 ai 45 anni.

Non è una patologia leggera per i bambini: in 40 casi su mille questa patologia lascia conseguenze importanti come la sordità

Non si tratta di un’anomalia nazionale: anche nel resto d’Europa, per effetto del grande calo di coperture e del posticipo di molte vaccinazioni, i contagi sono in drammatico aumento. Tanto da costringere l’Unicef a lanciare un allarme a livello internazionale segnalando ai governi degli Stati dell’Europa e dell’Asia centrale che nel 2023 le infezioni sono aumentate del 3.266 per cento rispetto all’anno precedente.

Tra gennaio e l’inizio di dicembre 2023 sono stati infatti confermati 30.601 casi di morbillo, rispetto ai 909 del 2022. «L’impennata dei casi in Europa e Asia centrale è il risultato del crollo dei tassi di vaccinazione», ha confermato di recente a TrendSanità Fatima Čengić, specialista in immunizzazione dell’Ufficio Regionale Unicef, spiegando che questo crollo è dovuto a vari fattori, come l’interruzione dei servizi sanitari, l’indebolimento dei sistemi di assistenza sanitaria primaria e l’aumento della disinformazione sulle vaccinazioni.

In Italia arriva la conferma dall’Istituto Superiore di Sanità. Nell’ultimo bollettino epidemiologico nazionale su morbillo e rosolia, emerge che quasi 9 contagiati su 10 (88,2%) non erano vaccinati.

Il rischio più elevato riguarda i bambini

Il morbillo è tradizionalmente associato alle malattie pediatriche. Eppure, sono i cosiddetti “giovani adulti”, che da piccoli non sono stati immunizzati, i principali responsabili dell’aumento dei contagi.

«Se oggi non sono più i bambini ad ammalarsi questo lo dobbiamo proprio alla vaccinazione – conferma a TrendSanità Annamaria Staiano, medico, Professoressa Ordinaria di Pediatria dell’Università di Napoli Federico II e presidente della Società Italiana di Pediatria –. La Legge 119/2017, chiamata anche Legge Lorenzin, ha introdotto l’obbligo vaccinale e ha vietato l’accesso ai servizi educativi per l’infanzia, siano essi scuole pubbliche, paritarie o private a chi non era immunizzato. Questo provvedimento ha permesso, fino al 2020, di raggiungere il target di copertura del 95% dei bambini di quasi tutte le Regioni italiane».

«Le cose purtroppo sono cambiate con la pandemia da covid-19, che ha rallentato tutto il processo – prosegue Staiano –. La raccomandazione della SIP per le famiglie con figli non ancora vaccinati, o in attesa di fare il richiamo che si esegue verso i 5 anni di età, è di non indugiare e di espletare al più presto tutti gli obblighi vaccinali perché la nuova ondata di casi potrebbe colpire ora con più facilità proprio i più piccoli, che sviluppano conseguenze statisticamente più gravi a seguito del contagio».

La fascia d’età più a rischio in assoluto è quella dei minori di 1 anno, soprattutto se figli di madri non vaccinate. Il vaccino MPRV, tetravalente, si può somministrare solo a bambini dopo l’anno di vita come ricorda il “calendario vaccinale” del Ministero della Salute e offre l’immunità contro quattro diverse malattie infettive: morbillo, parotite, rosolia e varicella.

Mortalità e gravi complicanze cliniche: tutto quello che c’è da sapere

Se la Legge 119/2017 ha introdotto l’obbligo vaccinale per il morbillo (oltre che per altre 8 malattie infettive) e ha vietato l’accesso ai servizi educativi per l’infanzia, pena sanzioni amministrative che vanno da cento a cinquecento euro di multa, i motivi sono da ricercare nella pericolosità di questa forma virale.

«Non è una patologia da sottovalutare visto che non vi è una terapia possibile, se non la prevenzione – conferma la dottoressa Staiano –. Se si infettano, anche i bambini sotto i 5 anni di età possono andare in contro a sintomi molto gravi e persino alla morte in 3/15 casi di contagio su 1.000, mentre in 40 casi su mille questa patologia lascia conseguenze importanti come la sordità».

Dei 213 casi di infezione nel 2014, 56 casi (il 26,3%) hanno riportato almeno una complicanza: in 23 casi si è trattato di polmonite e in un caso di encefalite in un giovane adulto, non vaccinato. L’incidenza più elevata di complicazioni è stata osservata nella fascia di età tra 0 e 4 anni: 11 casi avevano meno di 1 anno di età. Sia nei bambini che negli adulti il morbillo porta frequentemente a sviluppare l’otite nelle sue forme più gravi, ma anche l’encefalite, la polmonite, l’infiammazione cerebrale e il ritardo mentale. «Il 50% dei malati è over 30 – conclude la pediatra –, ma è grazie a questi adulti che la platea di bambini che hanno meno di un anno, e che ancora non possono immunizzarsi, dovrebbe poter contare sull’immunità di comunità ed evitare di ammalarsi e potenzialmente morire di morbillo».

Gli appelli dell’OMS e della SIP nella settimana dell’immunizzazione

Come ricordavamo in precedenza, ogni anno, nell’ultima settimana di aprile, si celebrano la Settimana mondiale delle vaccinazioni (dal 24 al 30 aprile) e la Settimana europea delle vaccinazioni (dal 21 al 27 aprile). L’obiettivo è quello di mettere in luce l’importanza dei vaccini per proteggere la salute delle persone di tutte le età e di sensibilizzarle rispetto ai rischi più attuali, fra cui proprio quelli rappresentati dall’impennata di nuovi casi di morbillo.

L’appuntamento quest’anno riveste un significato speciale perché coincide con il cinquantesimo anniversario del “Programma Esteso di Immunizzazione”, un’iniziativa lanciata dall’Oms nel 1974 e che rappresenta uno sforzo globale per garantire un accesso equo ai vaccini salvavita per ogni bambino, indipendentemente dallo stato socioeconomico o dalla sua posizione geografica. Per l’occasione anche la Società Italiana di Pediatria (SIP) si è fatta sentire e ha rinnovato l’invito alla vaccinazione dei più piccoli per tutte le malattie prevenibili con vaccino, con particolare attenzione per morbillo e pertosse.

Attenzione anche alla pertosse

«Così come per il morbillo, in particolare dall’inizio di quest’anno stiamo assistendo ad una recrudescenza di casi di un’altra malattia infettiva prevenibile con vaccino: la pertosse – specifica Rocco Russo, responsabile del tavolo tecnico vaccinazioni della SIP –. Si tratta di una malattia infettiva che non conferisce una immunità permanente, neanche dopo una prima infezione, per cui bisogna cercare di contrastarla con alti livelli di copertura vaccinale nel corso del tempo, effettuando i dovuti richiami».

Anche i dati delle coperture vaccinali del Papillomavirus umano (Hpv), virus trasmissibile per via sessuale responsabile di infezioni che possono anche portare allo sviluppo delle specifiche tipologie di tumori correlati, sono rimasti ancora troppo bassi nella fascia degli adolescenti sotto i 12 anni. La copertura vaccinale per HPV è molto al di sotto della soglia ottimale prevista dal Piano Nazionale di Prevenzione Vaccinale (95% nel dodicesimo anno di vita). E in Italia nessuna Regione o Provincia Autonoma ha raggiunto ancora l’obiettivo.

Salute: il 95% delle persone ha fiducia nel medico come fonte di informazione

Nell’epoca dei social, delle notizie disponibili 24 ore su 24, dell’Intelligenza artificiale, quando si tratta di acquisire informazioni sulla salute, il medico è sempre la fonte più affidabile.

A pensarla così – secondo un articolo appena pubblicato su Jama, la rivista dell’American Medical Association che è ritenuta una delle più autorevoli del settore – il 95% degli americani. E la fiducia è bipartisan, prescindendo dall’orientamento politico e da differenze sociali e culturali. All’articolo dedica oggi una scheda Dottoremaeveroche, il Portale “antibufale” della FNOMCeO, la Federazione nazionale degli Ordini dei Medici Chirurghi e degli Odontoiatri, dove il cittadino può trovare informazioni sulla salute fondate sulle più aggiornate evidenze scientifiche.

«Questo risultato non sorprende – afferma Filippo Anelli, che della FNOMCeO è il Presidente – e fa il paio con i dati italiani. Secondo un sondaggio condotto dall’Istituto Piepoli e presentato nel nostro convegno dello scorso ottobre sul Servizio sanitario nazionale, ad esempio, la fiducia nel proprio medico di famiglia è massima, superiore a quella riposta in ogni altra figura o istituzione. Bene, dunque, che il medico sia il punto di riferimento anche quando si tratta di acquisire informazioni sulla salute, per determinare, insieme a lui, le proprie scelte. Come, del resto, testimoniato da una precedente indagine condotta per noi dal Censis: l’87,1% degli italiani dichiarava di fidarsi del medico di medicina generale (la quota raggiungeva il 90% tra gli over 65 anni), il 72% di sceglierlo come fonte privilegiata delle informazioni di salute. Importante che anche ora, dopo aver attraversato una pandemia con conseguente infodemia, tale fiducia sia ulteriormente cresciuta».

Ma torniamo all’analisi, condotta su un campione rappresentativo di americani e pubblicata su Jama. Un’organizzazione no-profit molto nota negli Stati Uniti che si occupa di politica sanitaria – un tempo si chiamava Kaiser Family Foundation e oggi semplicemente KFF – ha tenuto sotto controllo l’esposizione all’informazione sulla salute e le convinzioni dei cittadini relativamente a covid-19, alla violenza da arma da fuoco e alla salute riproduttiva. Dati gli argomenti caldi, con risvolti politici non trascurabili oggi negli Stati Uniti, è probabile che questo sondaggio avrà una forte eco in quel Paese. Ad ogni modo, un team dei ricercatori è risalito a dove le persone si procurano le notizie e di quali fonti di informazione sulla salute si fidano.

Una prima notizia è, appunto, che ci fidiamo dei medici, a prescindere dal nostro orientamento politico. Per essere più precisi, il 95% delle persone che dichiarano di votare per il Partito democratico statunitense ha dichiarato di fidarsi del proprio medico quando gli chiede consigli in materia di salute. Lo stesso vale per chi vota per il Partito repubblicano alle elezioni statunitensi.

La maggior parte delle persone ha una discreta fiducia nelle informazioni sanitarie che arrivano dal Governo, ma la percezione della credibilità delle diverse istituzioni governative varia a seconda dell’inclinazione politica dei cittadini. Ad esempio, l’87% di chi vota democratico ha dichiarato di avere fiducia nei Center for Disease Control and Prevention (i CDC sono un’agenzia federale che si occupa di prevenzione e sorveglianza sulla sanità pubblica negli USA) ma questa fiducia è sentita da meno del 50% dei repubblicani. Quindi – calcolatrice alla mano – se la metà dei cittadini statunitensi vota repubblicano e la metà di loro non si fida delle indicazioni che riceve da un ente come i CDC, possiamo pensare che uno statunitense su quattro potrebbe non seguire le raccomandazioni del governo in tema di salute.

Forte la pervasività delle false notizie in tema di salute: il 96% dei partecipanti al sondaggio pubblicato sul JAMA riferisce di aver sentito parlare della relazione (falsa) tra i vaccini contro il morbillo-parotite-rosolia e l’autismo o dell’efficacia (mai provata) dell’ivermectina contro Covid-19. Da una parte, tuttavia, molti di coloro che sono sottoposti a informazioni errate non credono nella loro veridicità. Dall’altra – ed è la vera buona notizia – l’ultimo anello della catena della comunicazione, il più prossimo alla persona, è il medico. E questo è un grande argine alla disinformazione, arrivando da lui informazioni equilibrate e basate sulle prove che derivano dalla più rigorosa ricerca scientifica.

Ma a cosa è dovuta la fiducia nel medico? Ce lo spiegano altri studi, citati dal team di Dottoremaeveroche.

«Il primo – spiegano i dottori antibufale – rileva che, dei medici e ricercatori, viene apprezzato, oltre che il “sapere”, il “saper fare”, quelle competenze che consentono di risolvere i problemi. In più – e questo ce lo ha detto un altro studio recente – il medico prescrive esami e più in generale un percorso diagnostico per assicurarsi che i suoi sospetti siano corretti: pensiamo ad esempio a un’ipotesi diagnostica che ha bisogno di conferma attraverso un esame del sangue o una risonanza magnetica. Noi pazienti percepiamo questi test come conferma dell’approccio individualizzato del medico ai nostri problemi e vediamo l’insieme della strategia di cura proposta dal nostro medico anche come una sintesi tra il suo sapere, la competenza, e il suo vissuto professionale, la sua esperienza».

«Queste ricerche – conclude Anelli – forniscono un fondamento scientifico a quella fiducia che i pazienti ripongono nel proprio medico. Una fiducia che è alla base di quell’alleanza terapeutica che è, a sua volta, uno dei fattori determinanti della cura: tanto che, come dimostra un altro studio, il rapporto continuativo con un medico allunga la vita. Una fiducia che è consapevolezza che il medico, attraverso le sue peculiari attività di anamnesi, diagnosi, prescrizione, mette al servizio del cittadino il mix unico di conoscenze, competenze, esperienza e principi etici che lo caratterizza, per compiere, insieme a lui, le scelte migliori per la sua salute e rendere così esigibili i diritti all’autodeterminazione e alla tutela della salute stessa. È questa la vera appropriatezza, che nessuna linea guida, o decreto, o algoritmo potrà mai imporre».