Fondazione The Bridge, Università degli Studi di Milano e Università degli Studi di Pavia hanno presentato un documento contenente alcune proposte di politiche sanitarie con l’obiettivo di dare il via a una vera riforma della sanità in Italia e dotarsi di un sistema sanitario più equo, partecipato e sostenibile. Più di 150 stakeholder tra società scientifiche, partiti, istituzioni, aziende farmaceutiche, associazioni dei pazienti e altre figure chiave del settore sono state coinvolte a Roma, presso Palazzo Brancaccio, nel corso dell’evento “Agenda Salute”.
I temi affrontati nello studio riguardano il sistema sanitario integrativo, la ricerca sanitaria e la sperimentazione clinica italiana, la promozione di una medicina preventiva, le professioni sanitarie del futuro e le strategie sanitarie in ottica di transizione energetica.
Da qualche anno si è sviluppato un modello di finanziamento sanitario multi-pilastro, evidenziando una crescente ibridazione del Ssn. Purtroppo, tale sviluppo non è stato governato, mentre appare necessario disciplinare il processo sui piani regolatorio e organizzativo, garantendo adeguati monitoraggio e vigilanza.
Innanzitutto, c’è bisogno di maggiore trasparenza e il gruppo di lavoro richiede all’Osservatorio nazionale permanente dei fondi sanitari integrativi, istituito nel 2022, di pubblicare i dati della sperimentazione in atto, prima che il modello diventi effettivo nel 2025.
Tra le altre proposte, si richiede di ampliare la funzione di finanziamento e rimborsabilità delle prestazioni nei confronti dei soggetti del sistema integrativo collettivo, tutelando gli interessi degli assistiti in una logica di continuità delle cure.
Occorre, infine, implementare un modello che perfezioni la raccolta delle informazioni sulle prestazioni sanitarie, pubbliche e private, attraverso il fascicolo sanitario elettronico.
Su ricerca e sperimentazione clinica una delle proposte è quella di sostenere lo sviluppo di una strategia nazionale della ricerca sanitaria e di una governance della sperimentazione clinica con la creazione di un’Agenzia nazionale della ricerca sanitaria. Entro il 2027, infatti, è prevista una forte crescita del numero di nuove sperimentazioni, purtroppo a causa di vincoli posti dalla normativa italiana, specie in tema di privacy, e di una mancanza di coordinamento nazionale, il nostro Paese rischia di perdere terreno a livello internazionale.
Secondo l’analisi di ‘Agenda Salute’, all’Italia ‘servono oculate scelte politiche, organizzative ed economiche’, perché ‘senza interventi la crescita sarebbe del 5%, mentre con azioni normative ‘soft’ si potrebbe arrivare al 15% e salire al 30% con interventi strutturali’.
Per promuovere una medicina preventiva bisogna accedere alle informazioni raccolte nelle attività di assistenza clinica e a quelle in possesso del Ssn e Ssr, ma oggi esistono dei gravi ritardi dovuti alla rigidità di applicazione del Gdpr. È importante, allora, sostenere il Disegno di Legge, presentato al Senato nel 2024, che regola la gestione dei dati sanitari con una modalità innovativa (sandbox), mutuata dall’ambito finanziario, che permette di affrontare in un ambiente protetto e sicuro i limiti posti all’utilizzo dei dati sanitari da parte dei Dpo.
Attualmente in Italia sono riconosciute 30 professioni sanitarie, e il volume dei professionisti coinvolti, che operano sia in strutture pubbliche che private, è di circa 1.500.000 unità. Per il futuro, ad esempio, si prevede che tra le professioni più richieste, non ancora riconosciute, ci saranno l’esperto di deep learning (addestratore di algoritmi), lo stratega del lifestyle, il telechirurgo, l’esperto di bioprinting (organi sintetici), il terapista realtà virtuale (mental health), l’analista di dati sanitari (big data). Tra quelle già riconosciute, invece, si prevede saranno più richieste l’infermiere professionista, il medico tecnologo e l’assistente sanitario a domicilio.
Affinché si possano adottare logiche predittive adeguatamente affidabili e supportare uno sviluppo coerente delle figure professionali che saranno maggiormente richieste, è necessario prevedere una riforma della formazione specialistica e delle lauree triennali abilitanti e l’istituzione di un tavolo interministeriale che si occupi di monitoraggio e individui i trend formativi utili a breve, medio e lungo termine e li espliciti in offerta formativa universitaria e corsi Ecm.
L‘impatto del cambiamento climatico sulla salute umana è ormai comprovato e il settore sanitario è responsabile in media del 4,4% delle emissioni di CO2 globali. L’Ue è la terza produttrice dopo Stati Uniti e Cina e l’Italia si colloca tra quei Paesi il cui settore sanitario produce emissioni poco superiori alla media, con il 4% sul totale delle emissioni nazionali.
È necessario, quindi, ripensare l’aspetto organizzativo e culturale delle strutture ospedaliere, ad esempio, inserendo gli ospedali negli elenchi delle aziende energivore e gasivore e istituendo un tavolo permanente con i ministeri di competenza (Ambiente, Salute e Semplificazione), le rappresentanze regionali e le associazioni ospedaliere, per semplificare la normativa esistente, prevedendo l’istituzione di un green team aziendale e l’adozione di un piano annuale delle politiche ambientali che promuova l’utilizzo di energie rinnovabili.
‘La priorità è garantire una sanità di qualità e colmare le disparità territoriali presenti nel nostro Paese. Ciò significa intervenire sull’accessibilità dei servizi sanitari, valorizzando la medicina territoriale e di comunità e l’assistenza a domicilio’. Lo ha detto la presidente di Fondazione The Bridge, Rosaria Iardino, che ha ribadito l’urgenza di ‘riformare il Servizio sanitario nazionale, con servizi adeguati ad affrontare criticità come la frammentazione dell’accesso alle prestazioni, la debolezza dell’integrazione sociosanitaria, le liste d’attesa’.
‘In questa prospettiva- ha proseguito- abbiamo elaborato un documento centrato su cinque temi specifici con diverse proposte di politiche sanitarie da attuare, un’Agenda Salute che chiediamo di sottoscrivere per poter coinvolgere le istituzioni in modo ampio, condiviso e partecipato’.
Secondo Alessandro Venturi, professore di Diritto amministrativo e di Diritto regionale e degli enti locali presso il Dipartimento di Scienze politiche e sociali dell’Università degli Studi di Pavia, Alma Ticinensis, ‘i temi presenti in Agenda Salute sono rivoluzionari e fondamentali per il futuro del Ssn. La sanità integrativa è tra i punti più importanti. Da tempo leggiamo che la spesa privata per la sanità in Italia è aumentata, ma questo non è vero. Anzi, dei 42 miliardi che vengono spesso citati, premesso che sono delle stime e nessuno sa realmente a quanto ammonti la spesa sanitaria privata, in realtà solo 17 sono spesa sanitaria vera, cioè quella che non è sostituita dal Ssn. Una spesa fisiologica. Di questi 17 miliardi, poi, ne abbiamo 4 che sono già intermediati da fondi mutualistici o assicurativi, quindi si riducono a 13 miliardi’.
‘Allora- ha poi evidenziato- con il primo punto di Agenda Salute, parlare cioè in maniera aperta di sanità integrativa al di fuori di qualsiasi ideologia, vogliamo immaginare un sistema che riduca il più possibile la spesa dal proprio portafoglio, quella out of pocket pura, mentre dovrebbe aumentare la spesa intermediata da fondi assicurativi e mutualistici. In un quadro, però, dove il Ssn con i suoi 136 miliardi di spesa copre ancora il prevalente fabbisogno di tutti i cittadini italiani’.
Per Aldo Bruno Giannì, professore Ordinario di Chirurgia Maxillo-Facciale e Presidente Comitato Direzione Facoltà diMedicina e Chirurgia Università degli Studi di Milano, ‘l’Università di Milano ha deciso di essere tra i promotori di questa iniziativa, che riguarda la proposta di una riformasanitaria equa, sostenibile e partecipata, perché pensiamo che il concetto di Accademia moderno non sia più quello del passato, avulso dal territorio, ma è un’Accademia che deve essere parte attiva di cambiamenti importanti. Abbiamo fornito delle nostre proposte in ambito formativo e sulle competenze delle professioni sanitarie del futuro, in considerazione anche dei grandi cambiamenti in atto nella popolazione, si pensi all’invecchiamento e alle cronicità, ma anche a tutta la tecnologia che cambia il modo di approcciare questi problemi’. ‘L’Accademia, dunque, e in particolare la nostra Università- ha concluso- partecipa attivamente ai processi di trasformazione sanitari che potranno modificare il nostro modo di occuparci di salute’
“Stiamo lavorando per ridurre i tempi delle procedure di accesso attraverso un percorso di sburocratizzazione e semplificazione amministrativa che deve garantire ai cittadini la più rapida fruibilità dei farmaci realmente innovativi”. Così il Presidente dell’AIFA, Robert Nisticò al termine del primo incontro con il Presidente di Farmindustria, Marcello Cattani.
Un confronto costruttivo e subito operativo, che ha portato alla costituzione diun gruppo di lavoro tecnico che avrà il compito di individuare gli strumenti di semplificazione che consentano di dare la priorità all’approvazione di farmaci capaci di migliorare la qualità delle cure e le opzioni terapeutiche disponibili. Un obiettivo – si è convenuto – che dovrà essere conseguito anche alleggerendo la Commissione Scientifica ed Economica (CSE) dell’Agenzia di alcune procedure che potrebbero essere svolte direttamente d’ufficio.
Obiettivo comune è dare la priorità a farmaci innovativi e prevedere percorsi rapidi di approvazione
“Stiamo smaltendo con una serie ravvicinata di convocazioni della CSE il notevole arretrato formatosi nella fase precedente alla riforma dell’AIFA – ha affermato il Presidente Nisticò – perché il nostro obiettivo è dare priorità in particolare a farmaci che colmano un vuoto terapeutico”.
Una riflessione in questo senso è stata avviata anche sulla necessità di prevedere incentivi e percorsi rapidi di approvazione per i nuovi antibiotici in grado di sostituire quelli che hanno generato forme di resistenza batterica. “C’è un modello efficace ed è quello della normativa che ha permesso di incentivare la ricerca dei farmaci orfani per le malattie rare, che può essere riprodotto per i nuovi antibiotici non resistenti alle infezioni batteriche. Ma per questo – ha specificato il Presidente dell’AIFA – servirà un intervento normativo, anche a livello europeo, rispetto al quale ci impegneremo a sensibilizzare i decisori ai vari livelli”.
Sempre nell’ottica della velocizzazione degli iter autorizzativi di accesso, il Direttore tecnico-scientifico dell’AIFA, Pierluigi Russo, ha annunciato la prossima introduzione di una piattaforma online “per rendere più efficace e trasparente la comunicazione tra le aziende e l’Agenzia in relazione all’iter della CSE, oltre all’aggiornamento della linea guida relativa ai dossier di richiesta del prezzo e della rimborsabilità dei farmaci”.
Confermato infine l’impegno per l’applicazione della regolamentazione europea sull’Health Technology Assessment (HTA) che favorisce una valutazione multidimensionale del farmaco su sistema sanitario, aspetti economici e tutela della salute dei cittadini.
Negli ultimi anni, l’innovazione tecnologica nell’ambito della cura dei tumori ha acquisito un ruolo rilevante, soprattutto alla luce della possibilità di trattare un sempre crescente numero di pazienti che possono accedere a nuove cure, che non erano disponibili precedentemente nel mercato. All’interno di questo contesto, ha assunto una grande rilevanza l’introduzione in pratica clinica della CAR-T (chimeric antigen receptor T cell therapy), che rappresenta una strategia immunoterapeutica di ultimissima generazione nella lotta ai tumori ematologici.
Le terapie CAR-T utilizzano i globuli bianchi (linfociti T) prelevati dal paziente e appositamente ingegnerizzati per attivare il sistema immunitario. Una volta reinfusi nel paziente, i globuli bianchi entrano nel circolo sanguigno e risultano in grado di riconoscere ed eliminare le cellule tumorali [June et al., 2018]
Tali terapie hanno ampliato in maniera inattesa il panorama terapeutico a disposizione dei pazienti affetti da Linfoma Diffuso a Grandi Cellule B (DLBCL), proponendosi come opzione di terza linea di trattamento [Kockenderfer et al., 2015]. Prima dell’avvento di CAR-T, infatti, le opzioni terapeutiche erano limitate e i bisogni medici insoddisfatti per i pazienti adulti con DLBCL recidivato o refrattario, generando una sfida significativa per i sistemi sanitari di tutto il mondo.
La rilevanza clinica di CAR-T nel trattamento del Linfoma Diffuso a Grandi Cellule B è pienamente riconosciuta dagli stakeholder
La rilevanza clinica di CAR-T nel trattamento del DLBCL è pienamente riconosciuta dagli stakeholder. Difatti, gli studi clinici disponibili [Neelapu et al., 2017; Schuster et al., 2019; Abramson et al., 2020] hanno riportato un alto valore di “Overall Response Rate (ORR)”, variabile dal 52% all’83%, e di “Complete Response (CR)”, variabile dal 40% al 54%. Oltre agli aspetti di efficacia, la terapia è ben tollerata dai pazienti, anche se il profilo di tossicità della terapia innovativa potrebbe essere associato alla sindrome da rilascio di citochine (CRS) e alla sindrome da neurotossicità associata alle cellule effettrici immunitarie [Susanibar-Adaniya et al., 2021].
Inoltre, i dati ricavati dalle sperimentazioni incoraggiano fortemente a spingersi verso lo sviluppo di questo trattamento nell’ambito delle neoplasie solide, che rappresentano la prossima grande sfida scientifica per la CAR-T [Del Bufalo et al., 2023].
Nonostante la rilevanza clinica di tale innovazione tecnologica, pochi sono i centri clinici appositamente accreditati all’interno del contesto italiano. Infatti, i centri che effettuano questa procedura devono essere in grado di gestire in modo efficace tutte le complicanze e gli eventi avversi correlati alla stessa. L’infusione endovenosa, infatti, potrebbe dare luogo a pesanti reazioni allergiche fino allo shock anafilattico, e anche il rischio d’infezioni che potrebbero portare alla morte del paziente aumenta di molto. Inoltre, non da ultimo, i pazienti che riceveranno il nuovo trattamento CAR-T dovranno essere monitorati durante tutta la vita per la possibilità di sviluppare tumori secondari o ricadute.
Alla luce di quanto sopra illustrato, risulta essere importante fornire un’analisi organizzativa di dettaglio così da comprendere le caratteristiche che le strutture sanitarie presenti nel territorio nazionale italiano debbono tenere in considerazione e garantire, nel divenire, nel prossimo futuro, centri prescrittori di CAR-T. Da questo punto di vista, infatti, poter rispondere alle caratteristiche organizzative necessarie e divenire centro prescrittore, può consentire ai pazienti di avere accesso a tali terapie, incrementando l’accessibilità complessiva e fornendo una risposta adeguata con riferimento a tale bisogno di salute della popolazione.
Materiali e metodi
Per il raggiungimento dell’obiettivo sopra proposto, è stata condotta un’analisi organizzativa che si costituisce come uno strumento proprio del management utilizzato, al fine di indagare le differenti parti che compongono l’organizzazione, nonché le relazioni che la caratterizzano. Con lo svolgimento di un’analisi organizzativa, si attua dunque un processo che permette di focalizzarsi sulla struttura dell’organizzazione stessa concentrandosi su come la capacità e le funzionalità del sistema possono influenzare gli output che vengono prodotti (e successivamente valorizzati mediante la definizione di indicatori di performance di riferimento) in un’ottica di miglioramento, con una forte attenzione anche al contesto esterno, dettagliato mediante la presenza di variabili esterne.
L’analisi organizzativa è uno strumento che indaga le parti di un’organizzazione e le relazioni tra di esse
Questa analisi parte, dunque, dal presupposto che ciascun sistema organizzativo sia alimentato da input (siano essi risorse, ma anche fattori che caratterizzano il contesto e l’ambiente esterno all’organizzazione influenzandone però l’operato), i quali mediante un processo di throughtput caratterizzato dalla presenza di variabili interne e di elaborazione dei fattori in ingresso, permettono di produrre un output, sia esso tangibile o intangibile.
A questi tre elementi di base facenti parte del modello, si aggiunge un ulteriore fattore di rilievo, che non sempre è facilmente misurabile, rappresentato dall’outcome, il quale permette di valorizzare i risultati prodotti, sia in termini quantitativi sia mediante un approccio di natura qualitativa. Possono rappresentare outcome, infatti, sia la qualità percepita da parte dell’utenza o la qualità di vita dichiarata da parte dei pazienti CAR-T, sia risultati quantitativi tangibili dell’organizzazione stessa (come il tasso di mortalità o sopravvivenza correlata ai pazienti CAR-T).
Figura 1. Rappresentazione grafica dell’analisi organizzativa (rielaborazione propria da [Vaccani, 2012])
Alla luce di quanto sopra, è facilmente intuibile come il modello di analisi organizzativa proposta può rappresentare uno strumento diagnostico al fine di individuare le carenze e le incongruenze della organizzazione in studio e pianificare interventi di riprogettazione organizzativa.
Risultati
La Tabella 1 mostra gli elementi che compongono un’organizzazione sanitaria, assumendo il punto di vista di un centro che deve analizzare le caratteristiche necessarie per poter erogare terapie CAR-T.
INPUT
INSIDE
OUTPUT
OUTCOME
Accreditamento JACIE (tra cui certificazione centro nazionale trapianti)
Struttura organizzativa
Definizione di un posto letto di terapia intensiva dedicato
Allargamento del team multidisciplinare, con tutti i professionisti necessari in qualsiasi fase del percorso del paziente CAR-T
Definizione della dotazione organica di personale per l’attività CAR-T e relativa strutturazione organizzativa, mediante definizione del percorso diagnostico terapeutico e della relativa matrice delle responsabilità del team
N. di CAR-T erogate, stratificate sulla scorta delle seguenti variabili di controllo:
paziente regionale versus extra-regionale
indicazione terapeutica
paziente adulto versus paziente pediatrico
Appropriatezza clinica ed economica
Presenza di una terapia intensiva quale dotazione strutturale
Processi
Definizione di uno o più percorsi di presa in carico e cura del paziente eleggibile a CAR-T a seconda delle caratteristiche e stratificazioni sopra indicate
Stesura di matrici di responsabilità per figura professionale in ciascuna fase del percorso
Identificazione di procedure e regole per la programmazione del posto letto dedicato
Verifica delle modalità di monitoraggio del paziente per citopenia, immunoglobuline e rischio infettivo
Tempo intercorso tra arrivo del farmaco e l’infusione del farmaco
Presenza di un team multidisciplinare (costituito da medico intensivista, neurologo, farmacista, ematologo, infermiere)
Definizione dei processi sociali
Definizione delle strategie di supporto adeguato da fornire a pazienti e a caregiver durante tutto il percorso di presa in carico
Definizione delle modalità di comunicazione tra i componenti del team multidisciplinare
Numero di pazienti presi in carico e numero di prestazioni di supporto erogate
PREMS e PROMS
Adempimento agli obblighi normativi di AIFA (Registri AIFA – Scheda eleggibilità AIFA), nonché delibere regionali sul tema
Enti adibiti al monitoraggio, nonché strutturazione organizzativa interna per rispondere alle richieste di tracciabilità e di fornitura dei flussi di controllo da parte delle Regioni, di AIFA e del Ministero
Attività di monitoraggio di riferimento
Stato di salute del paziente (remissione completa, remissione parziale, malattia stabile, progressione, recidiva dopo remissione completa, decesso e relativa causa, da monitorare a determinati orizzonti temporali
Presenza di un laboratorio di terapia cellulare, aferesi e dotazione tecnologica, con dotazione tecnologica e umana adeguata e altamente specializzata
Costruzione dei percorsi diagnostici e terapeutici che prevedano l’utilizzo di dotazione tecnologica ad alta specializzazione e personale altamente qualificato
Numero di processi erogati
Eventuale monitoraggio dei tumori secondari e del loro andamento
Verifica dei processi in linea con i criteri di accreditamento
Processi a buon fine e in linea con i principi richiesti
Tabella 1. Analisi organizzativa
Da questo punto di vista, ai fini dell’accreditamento per divenire centri prescrittori di CAR-T, è necessario possedere le autorizzazioni e le caratteristiche previste per legge, che rappresentano gli input dell’analisi organizzativa condotta. Difatti, è necessario che tali strutture abbiano la certificazione del Centro Nazionale Trapianti in accordo con le Direttive UE; l’accreditamento JACIE 7.0 per il trapianto allogenico, la presenza di un Centro di aferesi e di un laboratorio per la criopreservazione, con personale qualificato e adeguatamente formato, nonché dotato delle infrastrutture tecnologiche necessarie. È inoltre rilevante la disponibilità di un’unità di terapia intensiva che possa dedicare un posto letto al processo di infusione di CAR-T, nonché la presenza di un team multidisciplinare, adeguato alla gestione clinica del paziente e delle possibili complicanze correlate al processo di trattamento.
In riferimento ai parametri di inside, se, come sopra citato, è obbligatoria la presenza di una unità di terapia intensiva, è invece parte della scelta che viene compiuta sulla scorta del modello organizzativo attuato, oppure dell’organigramma posto in essere, che il posto letto della terapia intensiva sia effettivamente dedicato e allocato strutturalmente ai trattamenti CAR-T.
Altre scelte organizzative interne che possono essere utili ai fini dell’accreditamento a centro prescrittore di CAR-T si annoverano nella possibilità di estendere il team multidisciplinare anche ad altre figure professionali (diverse da medico intensivista, neurologo, farmacista, ematologo e infermiere), quali nutrizionista/dietista, e psicologo, così da potere fornire un’assistenza olistica al paziente che necessita di tale terapia innovativa. In ultimo, sarebbe opportuno definire un processo di presa in carico dei soggetti eleggibili a CAR-T, così da identificare solo le attività da svolgere dalla fase di valutazione dell’idoneità del paziente alla fase di infusione della terapia e monitoraggio degli eventi avversi correlati. A valle della definizione del percorso, è necessario chiarire le responsabilità dei professionisti a vario titolo coinvolti nello stesso, sulla base della Matrice RACI – Responsible, Accountable, Consulted, Informed [Smith et al, 2005], così da rendere intuibile e rapido il ruolo svolto da ogni attore del progetto.
Nonostante la rilevanza clinica della terapia CAR-T, sono pochi i centri clinici accreditati all’interno del contesto italiano
Con il supporto di tale strumento, è possibile anche comprendere la necessità di coordinamento e di formazione necessarie al fine del corretto funzionamento delle attività. In ultimo, molto importante risulta essere non solo la definizione delle strategie di supporto adeguato da fornire a pazienti e a caregiver durante tutto il percorso di presa in carico, ma anche la definizione delle corrette modalità di comunicazione tra i componenti del team multidisciplinare e tra i professionisti stessi e i pazienti/caregiver.
L’output primario di tale attività consiste nel numero di trattamenti erogati, stratificati non solo per indicazione clinica, ma anche per mobilità regionale o extra-regionale. In tale modo è possibile monitorare, nel tempo, l’eventuale incremento nell’accessibilità alle cure fornite alla popolazione territoriale affetta da questa delicata condizione clinica, così da soddisfarne il bisogno di salute. Ulteriore parametro di output risulta essere la valutazione del rischio infettivo, andando a monitorare l’occorrenza di eventi avversi correlati.
Infine, giacché gli outcome rappresentano i risultati in termini di salute, con l’obiettivo ultimo di migliorare la salute dei pazienti, nonché la relativa qualità di vita, i parametri rilevanti da considerare ai fini del divenire un centro CAR-T risultano essere la valutazione, nel tempo, di alcuni Key Performance Indicator (KPI)sia di natura prettamente clinica sia di natura organizzativa e gestionale, quest’ultimo importante per valutare la bontà del percorso previamente definito quale parametro di inside.
Sulla scorta di questa considerazione, è necessario che il centro monitori la condizione clinica del paziente, in termini non solo di tasso di mortalità e/o di risposta rispetto a determinati orizzonti temporali, ma anche valuti l’andamento di eventuali tumori secondari diversi dalla patologia trattata con CAR-T. In seconda istanza, occorre misurare le percezioni dei pazienti sulla base dell’esperienza di cura ricevuta e ai processi in cui sono coinvolti, definendo un insieme di indicatori noti come PREMS (Patient-Reported Experiences Measures), che valutano l’esperienza diretta riportata dai pazienti. Infatti, il risultato di salute, ossia l’outcome ottenuto attraverso la fornitura di prestazioni sanitarie, consente di valutare la percezione dei pazienti riguardo allo stato di salute acquisito, nonché agli esiti clinici e alla qualità di vita percepita da parte dello stesso. Tali indicazioni sono comunemente identificate con l’acronimo PROMS (Patient-Reported Outcome Measures). Focalizzando poi l’attenzione su indicatori di natura prettamente manageriale, è opportuno comprendere il tempo intercorso tra l’arrivo della terapia e l’infusione della stessa, così da minimizzarlo il più possibile ed eventualmente fornire delle strategie aziendali per gestire l’eventuale ritardo della somministrazione.
Conclusioni
L’analisi organizzativa è uno strumento che interessa i professionisti sanitari operanti all’interno di organizzazioni complesse, composte da più elementi che si combinano tra loro in un delicato equilibrio finalizzato al raggiungimento di obiettivi di natura sanitaria.
L’applicazione dell’analisi organizzativa consente di considerare anche le variabili esterne che possono influenzare l’operato di un centro clinico che volesse divenire centro prescrittore di CAR-T
Con l’applicazione e l’effettuazione di un’analisi organizzativa all’interno di questo contesto, è stato possibile fornire delle indicazioni per un’efficace visione organizzativa e consentire l’adozione di strumenti e metodi di lavoro utili e coerenti che tengano in considerazione le variabili esterne che potrebbero influenzare l’operato di un centro clinico che volesse divenire centro prescrittore di CAR-T. Risulta doveroso specificare che, a seguito dell’adeguamento normativo, strutturale e tecnologico del Centro, con delibera da parte della Regione di riferimento, è compito delle aziende produttrici di CAR-T prevedere un percorso di ispezione per verificare che il Centro sia in grado di rispettare effettivamente tutti i requisiti richiesti. Solo al termine di questo iter e solo quando la documentazione inviata dal Centro venga ritenuta soddisfacente, l’azienda rilascia un attestato di qualifica.
Sicuramente per meglio apprezzare i risultati di un’analisi organizzativa come quella che si è qui proposta, che rappresenta uno strumento prettamente qualitativo, diviene opportuno andare anche a quantificare gli investimenti necessari correlati alla possibilità di divenire un centro CAR-T, così da comprenderne l’ammontare e il numero di prestazioni da effettuare, considerando, però, anche i vincoli di natura organizzativa e di system capacity, unendo a elementi di natura qualitativa anche fattori di natura quantitativa.
Del Bufalo F, De Angelis B, Caruana I, et al; Precision Medicine Team–IRCCS Ospedale Pediatrico Bambino Gesù. GD2-CART01 for Relapsed or Refractory High-Risk Neuroblastoma. N Engl J Med. 2023 Apr 6;388(14):1284-1295. doi: 10.1056/NEJMoa2210859. PMID: 37018492.
Quello che ieri era dominio degli sciamani, oggi è un patrimonio scientifico che si sta affermando anche nella scienza occidentale. Le sostanze che ieri servivano per mettersi in contatto con il divino oggi servono a scopo di cura.
Le sostanze psichedeliche sono tanto affascinanti quanto (ancora) poco conosciute: dopo anni di proibizionismo, da alcuni decenni la ricerca è ripartita anche in Europa e negli Stati Uniti e con lei sono arrivate le prime approvazioni dalle autorità regolatorie e nuovi studi scientifici che ne indagano le potenzialità.
Un gruppo italiano sta conducendo una review della letteratura, per sensibilizzare sull’argomento e per «iniziare a rifletterci, prima in termini culturali e poi anche operativi», come afferma a TrendSanitàFederico Durbano, direttore del Dipartimento Salute Mentale e Dipendenze dell’ASST Melegnano e Martesana.
Lo studio è ancora in corso, tuttavia alcune informazioni possono essere anticipate.
L’importanza del setting
«Gli sciamani avevano una struttura abbastanza rigida di setting: avevano già capito che uscire da questo modello creava problemi – racconta Durbano -. L’esposizione alla sostanza avveniva esclusivamente sotto l’occhio vigile della guida spirituale, che aiutava a elaborare l’esperienza». Proprio come oggi per molte somministrazioni è indispensabile la figura di uno psicoterapeuta: «Quella che in passato era una condivisione culturale, oggi sono sedute preparatorie».
Le sostanze psichedelichesono tanto affascinanti quanto (ancora) poco conosciute
Da un paio d’anni è disponibile in Italia l’esketamina, una sostanza psicotropa autorizzata da Aifa esclusivamente per il trattamento della depressione maggiore resistente.
Serena Civardi
«I Centri che ne fanno uso devono sottostare a un rigido protocollo – afferma Serena Civardi, medico psichiatra dell’ASST Melegnano e Martesana. A differenza della ketamina, l’esketamina non è somministrata per via endovenosa, quindi il setting può essere ambulatoriale senza necessità di un ricovero».
Le controindicazioni, poi, non sono molte e sono riconducibili alla sensibilità al farmaco, alla storia positiva per ipertensione non controllata (ma basta che la persona abbia una terapia anti-ipertensiva ottimale e può ricevere la somministrazione), a condizioni che possono portare a un aumento della pressione endocranica come pregressi eventi cerebrovascolari. Inoltre, l’indicazione è quella di privilegiare soggetti che non abbiano grandi comorbidità internistiche.
«La persona che si sottopone al trattamento non deve sottostare a procedure particolari: deve tuttavia essere accompagnata perché per 24 ore non può guidare. Inoltre, deve essere a digiuno da due ore e non deve aver ingerito liquidi nei 30 minuti precedenti la somministrazione», continua Civardi.
La somministrazione di esketamina
«Il setting prevede un lettino inclinato a 45 gradi o una poltrona reclinabile: dopo aver misurato la pressione si può procedere alla somministrazione nelle narici. Di solito si procede con un device per chi ha più di 65 anni, e tre per gli under65. Tra un device e l’altro sono previsti cinque minuti e l’intera osservazione dura complessivamente un’ora. La pressione viene misurata ancora a fine trattamento e, dopo aver valutato lo stato generale del paziente lo si riaffida al caregiver».
Il trattamento avviene in una stanza silenziosa, senza luci forti o rumori disturbanti e non prevede l’interazione con il professionista: «A volte durante la somministrazione le persone usano tappi per le orecchie o ascoltano musica in cuffia. Può succedere che si addormentino. Alcune persone possono avere esperienze dissociative che non sono percepite come disturbanti, ma che rimangono circoscritte al periodo di osservazione».
Federico Durbano
Il protocollo prevede una fase iniziale con più somministrazioni a settimana, ridotta poi a una ogni sette giorni per poi arrivare a una al mese e infine alla fase di mantenimento che può durare più mesi. «Non si tratta di una terapia estemporanea e nemmeno sostitutiva – precisa Durbano -. L’esketamina si associa all’antidepressivo: anche per chi ha una depressione resistente alle spalle con molti tentativi farmacologici, il farmaco va mantenuto».
Accanto alle terapie psichedeliche assistite come quella appena descritta c’è la strada delle terapie psichedeliche tout court, che prevedono l’utilizzo dello psichedelico come trattamento farmacologico non agganciato alla psicoterapia: «In realtà l’autoprescrizione e l’autosomministrazione di queste sostanze sono da evitare – ribadisce Durbano -. Il rischio è che si ripeta quanto avvenuto in passato quando, a fronte di un eccessivo entusiasmo da parte spesso degli stessi ricercatori, c’è stato anche un uso fuori dai contesti terapeutici e sperimentali, con conseguenze non sempre positive».
Quali sfide
«Esiste in Italia una forte resistenza culturale: le società scientifiche stanno lavorando sulla formazione degli operatori, che mediamente hanno una scarsa capacità di aderire all’evidence based medicine, finendo per arroccarsi in posizioni ideologiche di gruppo», premette Durbano.
E poi c’è la componente politica: «C’è un atteggiamento legato a una mal interpretazione di che cosa sia la salute mentale, con una frequente confusione tra che cos’è disagio e che cos’è malattia: il primo è un segnale interno che dice che devo riadattarmi, la seconda è una condizione patologica. È importante chiamare le cose con il proprio nome».
Per l’esperto «la salute mentale si deve occupare delle malattie, con interventi di prevenzione secondaria (la cura), terziaria (la riduzione del danno), ma soprattutto primaria (attività per diagnosi precoce o meglio ancora interventi di rafforzamento delle capacità reattive del singolo individuo nelle situazioni di stress o nell’individuazione di situazioni di fragilità)».
Gli psichedelici non sono la panacea e al momento non abbiamo dati a sufficienza per poter trarre conclusioni certe e affidabili
Infine, è importante allinearsi a livello internazionale per trovare un’alternativa ai farmaci attualmente utilizzati per la salute mentale: «Si possono sondare strade nuove, anche perché le terapie farmacologiche classiche in parte vengono usate male e in parte non rispondono a tutti i bisogni. È importante testare altri percorsi: se troviamo strade alternative meno costose dal punto di vista dei rischi individuali e altrettanto efficaci non vedo perché rifiutare a priori questa possibilità solo perché negli anni ‘70 non tutti i ricercatori hanno avuto un comportamento distaccato nei confronti di queste sostanze».
Il riferimento è a Timothy Leary che in quel periodo fu un attivo promotore della diffusione delle sostanze psichedeliche, sostenendo che fossero adatte a tutti. In realtà, è importante ricordare che «i trattamenti psichedelici non sono la soluzione a tutti i mali e vanno utilizzati per quello che dimostrano di saper fare. Occorre raccogliere e analizzare i dati di real word e non le aspettative, costruendo modelli sperimentali solidi. Attualmente i dati disponibili sono ancora troppo pochi per poter trarre conclusioni certe e affidabili, e anche di questo bisogna tener conto. Un conto è l’entusiasmo, l’aspetto emozionale della ricerca, un altro è il dato reale che va sottolineato in questo momento nella sua pochezza. Non è sufficientemente forte».
Infine, ci sono i pazienti, che vanno coinvolti nella progettazione e nell’esecuzione dell’intervento. «È fondamentale raccogliere da loro il livello di esito non solo in merito ai sintomi, ma anche per quanto riguarda il gradimento: quanto è stata piacevole per loro l’esposizione al trattamento? Un alto costo emotivo di un trattamento valido dal punto di vista medico probabilmente non sarà accettato. Bisogna lavorare anche su questi aspetti».
A far paura nel nostro Paese non sono solo i batteri resistenti agli antibiotici e l’uso troppo disinvolto di questi ultimi che assegnano all’Italia uno degli ultimi posti in Europa. Nell’ultimo anno, sono rimaste a livelli molto bassi anche le coperture vaccinali contro il COVID-19, sebbene il SARS-CoV-2 resti una grave minaccia per la popolazione fragile: lo dimostrano i dati dell’ultima stagione invernale, in cui in Italia si sono contati ben 10mila decessi e 82mila ricoveri, soprattutto tra anziani e pazienti fragili, come malati cronici e immunodepressi, il più delle volte non vaccinati.
Effettivamente, il tasso di copertura vaccinale contro il COVID-19 nell’ultimo anno è rimasto particolarmente basso: sono state infatti somministrate poco più di due milioni di dosi. Ipotizzando anche che i destinatari siano stati solo soggetti anziani e fragili, il tasso di copertura in queste popolazioni resta fermo al 13%, uno dei livelli più bassi in Europa, come riportano i dati dell’ECDC.
Da questo quadro, che ha disatteso gli obiettivi posti dalla Circolare del Ministero della Salute del 14 agosto 2023, è partita la proposta della Società Italiana d’Igiene, Medicina Preventiva e Sanità Pubblica (SItI) insieme alla Società Italiana di Malattie Infettive e Tropicali (SIMIT), che hanno redatto un Documento congiunto per stimolare alcune azioni urgenti per favorire una più ampia diffusione della copertura vaccinale nella prossima stagione. L’approccio corretto e vincente prevede più vaccini diversi che possano rispondere all’appropriatezza vaccinale individuale, in sostanza un vaccino “giusto” per ogni singolo paziente, una sorta di prevenzione sartoriale per una larga fetta di cittadini.
Le 5 azioni proposte da SIMIT-SItI
Il Documento “Proposte di azioni urgenti per la prossima campagna vaccinale COVID-19 in Italia” redatto dagli specialisti di SItI e SIMIT si propone come punto di partenza per accendere i riflettori sulla campagna vaccinale della prossima stagione 2024-2025. L’obiettivo da perseguire è incrementare la copertura vaccinale contro il Covid-19 sino ai livelli dell’anti-influenzale (minimo 75% nel target per età e nei soggetti a rischio).
Roberta Siliquini
Per favorire il raggiungimento di questo fine, vengono proposte cinque azioni da avviare quanto prima: definire entro il mese di maggio le popolazioni target, tempi e modalità di svolgimento della campagna vaccinale, possibilmente raccomandandola anche nel Piano Nazionale Prevenzione Vaccinale (PNPV); garantire l’approvvigionamento delle scorte a tutti i canali di offerta della vaccinazione (medici di medicina generale, ambulatori territoriali e ospedalieri, farmacie, RSA); garantire una fornitura di tutti i vaccini disponibili (a mRNA e proteico adiuvato) per salvaguardare la scelta del vaccino più opportuno in ogni condizione; intraprendere azioni formative e informative sugli operatori sanitari coinvolti nella campagna vaccinale, ricordando anche le opportunità della co-somministrazione; informare la popolazione su tempi e modalità di svolgimento della campagna, oltre che sull’importanza della prevenzione nei soggetti fragili per età o condizione di rischio.
Roberto Parrella
«Una scorretta e non incisiva informazione, insieme ad una non brillante organizzazione – precisa Roberta Siliquini, Presidente SItI – ci pone come maglia nera europea per la protezione di anziani a fragili. Ci auguriamo che, con il contributo di tutti, la prossima campagna vaccinale possa risultare più efficace nel prevenire una patologia che rimane, per questi soggetti, di importante severità. È necessario, inoltre, poter garantire un accesso equo a tutti i diversi vaccini disponibili nell’ottica di una prevenzione personalizzata».
«Ad oggi il COVID-19 rappresenta ancora una minaccia per il SSN, pur non essendo più un’emergenza come negli scorsi anni – sottolinea Roberto Parrella, Presidente SIMIT – I numeri relativi a decessi e ospedalizzazioni, con una concentrazione di casi con un grado di severità moderato e grave nelle popolazioni più anziane e con condizioni di aumentato rischio (patologie croniche, immunodepressione) sono eloquenti, senza dimenticare le possibili conseguenze come il Long Covid. La vaccinazione resta lo strumento più efficace per la prevenzione della malattia ed è importante che venga effettuata nei mesi iniziali della stagione autunnale prima di un possibile periodo critico di diffusione del virus come già accaduto negli anni scorsi».
Le infezioni da Streptococco, ai danni soprattutto dei bambini più piccoli, sono state l’incubo dello scorso anno. Tanti nel 2023 i piccoli a letto con febbre alta e tonsille gonfie, con le farmacie prese d’assalto per i test diagnostici. Ma di cosa si è trattato esattamente?
Una spiegazione viene da un lavoro che i ricercatori della Pediatria e della Microbiologia di Fondazione Policlinico Gemelli IRCCS e Università Cattolica hanno da poco pubblicato su Lancet Microbe.
La ricerca, condotta su un arco temporale di sei anni (dal 2018 al 2023), ha indagato l’incidenza dell’infezione da Streptococcus pyogenes(GAS), analizzata dall’osservatorio privilegiato del Pronto Soccorso pediatrico del nosocomio romano, diretto da Antonio Chiaretti, professore associato di Pediatria generale e specialistica all’Università Cattolica, che, in questo arco temporale ha raccolto oltre 1.800 campioni.
«Negli anni della pandemia Covid, cioè dal 2020 al 2022 abbiamo osservato una significativa riduzione di infezioni da Streptococco, sia in termini di quantità dei campioni pervenuti (per un ridotto accesso al nostro ambulatorio ospedaliero), ma anche una significativa riduzione della percentuale dei campioni positivi – spiega Maurizio Sanguinetti, professore ordinario di Microbiologia all’Università Cattolica, direttore del Dipartimento Scienze di Laboratorio e infettivologiche, direttore della UOC Microbiologia, Policlinico Universitario A. Gemelli IRCCS –. Le misure di protezione non farmacologiche, come la mascherina, hanno in questi anni ridotto il contatto con il microrganismo e l’infezione. Quando invece queste protezioni nel 2023 sono state rimosse, abbiamo osservato una ripartenza dell’infezione, con un’incidenza tornata rapidamente ai livelli del periodo pre-pandemico, quando i campioni positivi erano il 13-16% di tutti quelli esaminati».
Un debito pericoloso
Ma la vera differenza registrata nel 2023, rispetto al pregresso, è stata che la fascia d’età dei bambini colpiti non era quella solita, cioè quelli in età scolare e pre-adolescenziale, bensì una molto più bassa, a carico dei bambini in età pre-scolare (3-6 anni). «Il sospetto è che i bambini essendo stati protetti in modo importante restando a casa e con le mascherine, non abbiano sviluppato la normale immunità parzialmente protettiva nei confronti dell’infezione – spiega Sanguinetti –. Si tratta di un concetto molto importante che riguarda i benefici del venire a contatto con i microrganismi; nel corso della pandemia, per cause di forza maggiore, c’è stata al contrario un utilizzo massivo di questi strumenti che ha genericamente ridotto il contatto con tutti i microrganismi. Ma il contatto con i microrganismi è fondamentale per ‘allenare’ il nostro sistema immunitario a rispondere alle infezioni. L’ipotesi è dunque che il ridotto contatto con questo microrganismo, abbia determinato nei bambini più piccoli un cosiddetto ‘debito immunologico’ che ha impedito loro di sviluppare una protezione, anche parziale nei confronti del microrganismo e questo ha comportato una maggiore incidenza di infezioni. Dunque, se da una parte la protezione dalle infezioni è fondamentale, soprattutto in un momento di emergenza come è stato quello della pandemia di Covid-19, è altrettanto chiaro che il contatto con i microrganismi, funge anch’esso da ‘prevenzione’ perché, un contatto a basso livello determina lo sviluppo di una certa protezione, l’instaurarsi di una certa immunità che poi viene riattivata più efficacemente quando si viene a contatto con il microrganismo».
Attenzione alla diagnosi
Un campione positivo, nel caso dello Streptococco sta sempre a indicare un’infezione sintomatica e non una colonizzazione, perché si tratta di un patogeno umano molto importante.
«Rispetto all’evoluzione epidemiologica, la nostra ricerca e varie altre evidenze pubblicate in letteratura, segnalano un po’ ovunque tanti piccoli outbreak da Streptococco piogeno, con un aumento delle patologie invasive, legate in particolare all’immunotipo M1 che è il più grave e virulento. Questo ci porta ad un’altra importante riflessione – prosegue l’esperto – e cioè che la diagnostica di queste infezioni deve essere effettuata in modo opportuno. I test antigenici rapidi effettuati in farmacia possono essere un valido strumento di screening, anche se sono gravati da tanti risultati falsi positivi e falsi negativi. Ma se un bambino è fortemente sintomatico (febbre alta, tonsille aumentate di volume e infiammate) e risulta negativo al test rapido, sarebbe opportuno ripetere il test in un laboratorio per confermare questa diagnosi. Lo stesso ragionamento vale anche in caso di positività al test rapido; solo un tampone faringo-tonsillare effettuato in laboratorio, seguito da esame colturale (e da un eventuale saggio in vitro di sensibilità ai farmaci, cioè un antibiogramma) permette di caratterizzare il microrganismo, con ricadute sia diagnostiche che epidemiologiche per valutare l’eventuale circolazione di ceppi iper-virulenti. Dunque, sì al test in farmacia, da integrare però in alcuni casi da una conferma/approfondimento in laboratorio».
«Nessun allarmismo dunque – conclude Sanguinetti – perché questa è una malattia che conosciamo bene, ma al contempo bisogna evitare di essere superficiali perché nel 2023 c’è stata una recrudescenza importante e perché questo microrganismo può dare infezioni invasive, anche in individui sani e importanti sequele a distanza di anni, a livello dei reni (glomerulonefrite post-streptococcica), delle valvole cardiache e delle articolazioni, in particolare nel caso del ceppo M1».
Tutti speriamo nella rivincita di Y. È maschile, piccolo, povero, ripetitivo, quasi indecifrabile, ma potrebbe darci alcune risposte decisive per vincere la più grande battaglia della medicina: quella contro il cancro. La genetica è, e resta, una delle branche più affascinanti e misteriose della scienza. Nonostante gli enormi progressi nello studio dei cromosomi e del DNA e le ormai innumerevoli applicazioni di queste conoscenze nella pratica medica, ci sono aree ancora dense di incognite. Una di queste, appunto, è legata a natura, funzione e destino del cromosoma Y: maschile, piccolo, povero, ripetitivo, e quasi indecifrabile, l’abbiamo definito poco fa.
Maschile perché è parte unicamente del bagaglio genetico degli uomini (mentre il cromosoma X è presente per entrambi i sessi) e determina la nascita di un bimbo anziché di una bimba.
Piccolo perché ha poche decine di geni contro gli oltre 1.000 contenuti in X.
Contiene molto materiale genetico di cui non sappiamo l’utilità: alcuni scienziati lo definiscono “junk DNA”
Povero perché, da quello che sappiamo attualmente, contiene poche informazioni utili, molto materiale genetico di cui non sappiamo l’utilità (alcuni scienziati lo definiscono “junk DNA”) e perché nel corso dell’evoluzione è andato perdendo geni per strada, tanto da far supporre ad alcuni ricercatori il suo ulteriore decadimento e scomparsa nei prossimi milioni di anni.
Ripetitivo e quasi indecifrabile perché proprio le sequenze molto ripetitive di DNA di cui è composto hanno reso per anni arduo il compito degli scienziati che dovevano capire l’ordine esatto in cui mettere in fila quelle sequenze, come pezzi di un puzzle tutti uguali da dover sistemare nel modo corretto.
Fino a pochi mesi fa, quando finalmente gli scienziati del Jackson Laboratory for Genomic Medicine guidati da Charles Lee e il Consorzio Telomere-to-Telomere (T2T) del National Human Genome Research Institute, che raccoglie oltre 100 ricercatori nel mondo, sotto la supervisione di Adam Phillippy, hanno completato il puzzle aprendo nuove prospettive in molti ambiti, primo tra tutti quello dei tumori, maschili e non solo, passando per l’immunoterapia e per la cura all’infertilità.
Charles Lee
«È stato l’ultimo genoma degli esseri umani ad essere completamente sequenziato perché, anche se è un cromosoma molto corto, si è rivelato essere anche uno dei più complessi, con molte sequenze ripetute. Ci servivano nuove tecnologie per poter sbrogliare la matassa e capire davvero in modo corretto quale fossa la sequenza di geni, tecnologie a cui abbiamo avuto accesso solo di recente» spiega a TrendSanità proprio il professor Lee, presente a Roma per lo Human Genome Meeting 2024, il congresso guidato in questa edizione dal professor Giuseppe Novelli, Ordinario di Genetica Medica, all’Università di Tor Vergata, che ha riunito genetisti di tutto il Mondo.
Alcuni tumori nei maschi, ad esempio il cancro del colon o il cancro della vescica, comportano conseguenze diverse se chi li sviluppa ha perso il cromosoma Y
«Nello studio che abbiamo pubblicato solo pochi mesi fa – spiega lo scienziato – abbiamo sequenziato 43 cromosomi Y umani e abbiamo riscontrato che ci sono grandi differenze in termini di dimensioni. Ci sono uomini sani che camminano normalmente e che hanno grandi delezioni, mutazioni o assenze, di parti del cromosoma e altri che hanno molto materiale genetico aggiuntivo di cui ancora non capiamo bene la funzione. Ma l’aspetto affascinante e che avendolo finalmente mappato per intero, ora possiamo iniziare a studiarne tutti gli aspetti e le differenti prerogative».
«Uno degli ambiti su cui ci stiamo più soffermando e su cui stiamo concentrando le ricerche è quello del cancro e di alcuni tumori maschili. Crediamo che, in realtà, ci sia qualche importante associazione del cromosoma Y con l’immunologia, e questo ci sta indirizzando perché rappresenta più di quanto abbiamo appreso in precedenza. Come lo sappiamo? Perché stiamo iniziando ad avere evidenza che alcuni tumori nei maschi, ad esempio il cancro del colon o il cancro della vescica, comportano conseguenze diverse se chi li sviluppa ha perso il cromosoma Y. In sostanza sono molto aggressivi su questi soggetti. E se, invece, si utilizza un trattamento immunoterapico sulle persone che hanno perso il cromosoma Y la risposta all’immunoterapia è decisamente migliore. Quindi, crediamo effettivamente che ci siano parti del cromosoma Y che sono collegate all’immunità maschile e, dunque, ora il lavoro imminente sarà quello di scoprire quali parti del cromosoma Y sono importanti per la salute e l’immunità maschile» conclude Lee.
«L’intelligenza artificiale non può sostituire il medico, ma il medico può utilizzare questo strumento per migliorare le propria capacità professionale, ottimizzando le conoscenze ed esperienza personali». Lo spiega il presidente dell’Ordine dei Medici-Chirurghi e degli Odontoiatri della provincia di Roma, Antonio Magi, parlando dell’uso, sempre più diffuso in sanità, di sistemi legati all’Intelligenza artificiale.
«Se lasciato al governo del medico – prosegue l’esperto – il ricorso all’intelligenza artificiale è un fatto estremamente positivo, sempre che questo avvenga attraverso il rispetto di determinate regole ed entro limiti precisi. Nella parte amministrativa, come per esempio la gestione degli appuntamenti e dell’agenda, può certamente essere di aiuto. Se invece l’intelligenza artificiale decide che per abbattere le liste d’attesa è necessario che le visite durino non più di un minuto, è chiaro che è qualcosa di sbagliato. Non è il modo migliore per aiutare la sanità».
«Dunque – evidenzia il presidente dell’Omceo Roma – ben vengano i chatbot, chat gpt e gli altri servizi di machine learning in ambito sanitario, purchè siano usati dal medico in maniera autonoma. L’importante è che tutto venga gestito dal professionista sanitario, soprattutto per quanto riguarda le modalità e le tempistiche. Se invece il medico è costretto a seguire le indicazioni dell’Intelligenza artificiale, siamo di fronte a una stortura».
Il numero uno dell’Omceo della Capitale si dice estremamente preoccupato dagli sviluppi che l’Intelligenza artificiale sta facendo registrare in ambito sanitario. «Si stanno creando situazioni che non aiutano affatto il medico nella propria attività professionale. Mi ha molto colpito, ad esempio, una piattaforma di intelligenza artificiale approvata dall’ultimo Consiglio dei ministri per la medicina generale che potrebbe addirittura rappresentare un controllo sulla tipologia delle prescrizioni, togliendo di fatto al medico quella autonomia professionale indispensabile per la qualità della professione».
«E la qualità delmedico – precisa Magi- non è solo nella sua autonomia decisionale ma anche nella sua esperienza nel momento in cui è chiamato a decidere quale cura e quale terapia somministrare al paziente. Ecco perché vedo con grande preoccupazione il modo in cui l’intelligenza artificiale potrebbe indirizzare il medico e il suo lavoro». Magi si sofferma poi su un aspetto medico legale: «Se a seguito di una diagnosi il medico dà una terapia certificata dall’Intelligenza artificiale e poi però non risulta corretta, la responsabilità ricade comunque e sempre sul medico. E dunque, la deve usare o meno? Potremmo ritrovarci di fronte a un caso di medicina difensiva anche nell’Intelligenza artificiale», conclude il presidente dell’Omceo Roma
La sanità digitale si configura come un catalizzatore per un approccio più vicino alla persona, ma affrontare le sfide legate all’interoperabilità, alla sicurezza dei dati e all’aggiornamento delle infrastrutture rimane fondamentale per realizzare pienamente il suo potenziale.
Il titolo che l’Associazione Italiana Ingegneri Clinici (AIIC) ha identificato per il suo Convegno 2024 – Cronicità, territorio, prossimità: costruiamo insieme l’ecosistema digitale – racchiude le tre grandi tematiche della sanità post-emergenza Covid-19. Ne parliamo con Lorenzo Leogrande, Responsabile Unità di Valutazione delle Tecnologie, Fondazione Policlinico Universitario Agostino Gemelli IRCCS, Roma.
Leogrande, in qualità di presidente del Convegno AIIC 2024, presenta anche il Premio Innovazione, dedicato alle imprese di settore, con l’obiettivo di valorizzare le soluzioni tecnologiche con maggiore impatto nel campo dell’ingegneria biomedica.
Sono una famiglia di additivi alimentari ampiamente utilizzata nell’industria perché permettono di migliorare la consistenza, il colore e il gusto dei cibi processati. Gli emulsionanti servono a miscelare liquidi come acqua e olii agendo sui loro legami polari e sono onnipresenti nei cibi ultra-processati: si trovano nel cioccolato, nei prodotti da forno, biscotti, gelati, maionese, salse, olii ecc.
Dopo essere stati messi sotto accusa per il loro potenziale rischio di contribuire ad obesità, cancro e malattie cardiovascolari, una nuova analisi dello studio prospettico di coorte NutriNet Santé li pone ‘alla sbarra’ come fattori in grado di aumentare il rischio di diabete di tipo 2.
Nonostante le autorità sanitarie li considerino sicuri e ne consentano l’uso in quantità definite sulla base di criteri di citotossicità e genotossicità, stanno emergendo evidenze dei loro effetti negativi sul microbiota intestinale, innescando a cascata infiammazione e alterazioni metaboliche.
Lo studio, pubblicato su The Lancet Diabete & Endocrinology ha analizzato i dati di oltre 104 mila adulti arruolati dal 2009 al 2023 a cui è stato chiesto di compilare registri dietetici di 24 ore ogni 6 mesi. Scopo era valutare l’esposizione agli emulsionanti.
Del campione, l’1% ha sviluppato diabete di tipo 2 durante il follow up di 6-8 anni.
La ricerca su The Lancet è la prima a valutare l’associazione tra emulsionante e rischio di sviluppare diabete di tipo 2.
Dei 61 additivi identificati, sono sette gli emulsionanti ‘attenzionati’ associati all’aumento del rischio di diabete: E407 (carragenine totali), E340 (esteri di poliglicerolo di acido ricerolo), E472e (esteri di acidi grassi),E331 (citrato di sodio), E412 (gomma di guar), E414 (gomma arabica), E415 (gomma di xantano), oltre ad un gruppo chiamato ‘carragenine’.
Gli additivi sono stati assunti nel 5% da frutta e verdure ultra lavorate (come verdure in scatola e frutta sciroppata), nel 14.7% da torte e biscotti, nel 10% da prodotti lattiero-caseari.
«Come diabetologi questo studio ha tre conseguenze importanti: la necessità di contenere il consumo di cibi ultra-processati, l’appello ad una maggiore attenzione alle etichette e la necessità di chiedere una regolamentazione più stringente allo scopo di proteggere i consumatori», sottolinea Angelo Avogaro, Presidente SID.
«Sebbene siano necessari ulteriori studi a lungo termine, le alterazioni del microbiota intestinale, fanno ritenere che potrebbero essere necessario rivedere gli ADA (livelli giornalieri di assunzione). Precedenti prove che legavano l’assunzione di carragenina all’infiammazione intestinale hanno portato l’JECFA a limitarne l’uso nelle formule e negli elementi per neonati. Stiamo assistendo ad un preoccupante aumento del diabete di tipo 2 anche tra bambini e adolescenti», spiega Raffaella Buzzetti, Presidente eletto SID.