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Influenza aviaria, allo studio test specifici per i bovini e il latte crudo

A seguito della diffusione del virus influenzale H5N1 ad alta patogenicità (HPAI) negli allevamenti degli Stati Uniti, gli Istituti Zooprofilattici Sperimentali delle Venezie (IZSVe) e della Lombardia ed Emilia-Romagna (IZSLER), in accordo con il Ministero della Salute, si sono resi disponibili ad organizzare test sperimentali su bovini e latte crudo allo scopo di produrre dati scientifici utili ad una valutazione del rischio e per una precisa diagnosi, qualora dovessero presentarsi eventuali riscontri sul territorio nazionale di casi analoghi a quelli statunitensi.

Questi studi mirano ad ampliare il quadro delle conoscenze scientifiche attualmente a disposizione e a fornire una risposta efficace e tempestiva in caso di rischio sanitario, attraverso metodi di laboratorio validati.

Allo stato attuale non vi è alcuna evidenza di infezione, neanche pregressa, nella popolazione bovina in Europa. La circolazione del virus H5N1 nelle vacche da latte ad oggi è stata segnalata solo negli Stati Uniti.

Indagine sierologica sui bovini

Nelle ultime settimane il Centro di referenza nazionale per l’Influenza aviaria (CRN-IA) dell’IZSVe ha messo a punto test virologici e sierologici per la corretta diagnosi di infezione da virus H5N1 HPAI nei bovini. Attualmente, il CRN-IA sta eseguendo un’indagine sierologica per verificare se nei territori italiani dove nelle precedenti stagioni si sono concentrati i focolai di influenza aviaria nel pollame e nei volatili selvatici vi sia stata un’esposizione dei bovini da latte al virus H5N1 HPAI, mediante la ricerca di anticorpi specifici nel loro sangue.

Ad oggi, sono stati esaminati oltre 3.200 bovini delle province di Verona, Vicenza e Padova, tutti con esito negativo.

Sperimentazione sul latte crudo per la produzione dei formaggi

Le analisi condotte negli Stati Uniti hanno evidenziato che l’infezione dei bovini da latte determina la presenza del virus nel latte prodotto durante l’infezione. Per prevenire la trasmissione del virus all’uomo, le autorità statunitensi hanno disposto che il latte e tutti i derivati provenienti dagli allevamenti infetti siano sottoposti a pastorizzazione. Questa misura di trattamento termico del latte è considerata idonea a rendere non attivo il virus infettante eventualmente presente.

Nel nostro Paese vengono prodotti formaggi anche a partire da latte non pastorizzato, tra questi i formaggi a latte crudo stagionati, di grande rilevanza nel panorama agroalimentare nazionale e internazionale. Il processo produttivo di questi formaggi prevede una serie di passaggi che, sulla scorta di numerosi studi condotti in precedenza su altri microrganismi, appaiono idonei a eliminare l’infettività del virus qualora anche allevamenti da latte italiani dovessero infettarsi.

Queste fasi con potere inattivante sono la scrematura iniziale del latte, la coagulazione, la cottura e la giacenza sotto siero della cagliata, la salagione del formaggio e la sua stagionatura per molti mesi o persino anni.

Al fine di fornire evidenze scientifiche della effettiva capacità di ridurre adeguatamente il rischio infettante, l’IZSLER sta conducendo sperimentazioni per misurare l’abbattimento del virus nel processo di produzione dei formaggi a latte crudo stagionati. I risultati preliminari indicano come già con la sola componente termica del processo si ottiene un deciso abbattimento della carica virale nel latte. La verifica del potere inattivante delle altre fasi di produzione è in corso.

Aggiornamenti sui risultati preliminari della sorveglianza negli animali e delle attività sperimentali sul latte crudo saranno comunicati nelle prossime settimane.

Occorre, inoltre, ribadire come, sulla base delle informazioni fin qui raccolte l’OMS continui a ritenere basso il rischio attuale per la popolazione umana rappresentato dal virus H5N1 e da basso a moderato il rischio per le persone che possono essere esposte ad animali infetti, come allevatori, veterinari e operatori del settore.

Obesità sia fra i temi del prossimo G7 Salute: in una lettera l’appello congiunto al Ministro Schillaci dal mondo della scienza, dei pazienti e della politica

La sfida dell’obesità sia fra i temi in agenda del prossimo G7 Salute di ottobre: è questa la richiesta rivolta al Ministro della Salute Orazio Schillaci in una lettera inviata nei giorni scorsi e firmata da sette organizzazioni rappresentative della comunità scientifica, dei pazienti e del mondo politico-istituzionale. Una richiesta che, come già peraltro previsto da un ordine del giorno a firma dell’On. Roberto Pella approvato in legge di bilancio a dicembre scorso alla Camera, nasce dalla constatazione dell’obesità come una delle grandi sfide di salute globale, la cui assenza dall’agenda dei lavori del prossimo G7 Salute colpisce e non può lasciare indifferenti. Da qui l’appello firmato dai Presidenti dell’Intergruppo parlamentare Obesità, diabete e malattie croniche non trasmissibili, On. Roberto Pella e Sen. Daniela Sbrollini, dalla Presidente di Amici Obesi, Iris Zani, dal Presidente di Ibdo Foundation, Paolo Sbraccia, dal Presidente di IO-Net Italian Obesity Network, Giuseppe Fatati, dal Presidente di OPEN Italy, Andrea Lenzi, dal Presidente Sid – Società italiana di diabetologia, Angelo Avogaro, dal Presidente Sio – Società italiana dell’obesità, Rocco Barazzoni.

«È motivo d’orgoglio – sottolinea la lettera – che l’Italia abbia assunto la Presidenza del G7, e il G7 Salute del prossimo ottobre offrirà al nostro Paese un’opportunità unica per farsi capofila nell’ambito delle più importanti sfide che minacciano la salute globale. Fra queste la sicurezza alimentare, che comprende il tema della malnutrizione, ma anche quello della sovralimentazione, un problema complesso, che va ben oltre l’aspetto dell’alimentazione coinvolgendo anche gli stili di vita, la prevenzione, gli aspetti genetici, che portano allo sviluppo di patologie ad alto impatto di salute pubblica come l’obesità. Proprio l’assenza dell’obesità dai lavori – prosegue la lettera – ci colpisce, segnalando il rischio di affrontare solo parzialmente le sfide della sicurezza alimentare. L’obesità, parte del più ampio paradosso della nutrizione secondo cui si contrappongono, e in parte si possono addirittura sovrapporre, denutrizione e sovralimentazione, è infatti una patologia cronica, progressiva e recidivante con tassi di crescita che raggiungono proporzioni epidemiche in Italia e nel mondo, anche a livello infantile. Comporta un profondo impatto sulla salute pubblica in quanto fattore di rischio delle patologie croniche più diffuse e pericolose tra la popolazione, prima fra tutte il diabete mellito di tipo 2, ma anche patologie cardiovascolari e tumori, nonché tutte le principali malattie non trasmissibili, causando 4 milioni di decessi annui nel mondo, di cui 1,2 milioni solo in Europa».

L’Organizzazione Mondiale della Sanità ha lanciato l’allarme “Globesità” per i tassi vertiginosi di crescita del problema, e per le proiezioni che stimano una diffusione che raggiungerà il 70 per cento della popolazione entro il 2030. L’obesità genera anche un importante impatto negativo sull’economia globale: la World Obesity Federation, di cui tutti i firmatari dell’appello sono membri, prevede che l’impatto economico globale del sovrappeso e dell’obesità raggiungerà i 4,32 trilioni di dollari all’anno entro il 2035 se le misure di prevenzione e trattamento non miglioreranno. Si tratta di un valore pari a quasi il 3 per cento del PIL mondiale, paragonabile all’impatto del COVID-19 nel 2020. Il problema colpisce sia i Paesi industrializzati che quelli in via di sviluppo, dove già oltre 115 milioni di persone ne soffrono, e si prevede che entro il 2035 il 79% degli adulti con obesità o sovrappeso vivrà nei Paesi a basso e medio reddito. L’urgenza di una strategia e un piano d’azione e di cooperazione internazionale è l’unica risposta plausibile che guarda ad un futuro sostenibile per i cittadini e per i sistemi sanitari nazionali.

In Italia il quadro è allarmante: 6 milioni di cittadini soffrono di obesità e oltre 23 milioni di persone sono in eccesso di peso, potenziali futuri pazienti. Inoltre, l’Italia svetta tristemente nelle classifiche sull’obesità infantile con la percentuale più elevata, pari al 42%, di bambini in sovrappeso o con obesità nella fascia di età 5-9 anni.

Numeri preoccupanti che motivano l’appello. «Chiediamo quindi – conclude la lettera – che il Ministero che Lei ha l’onore di guidare condivida il senso di responsabilità e lo sguardo al futuro della salute e della sostenibilità globale inserendo la sfida dell’obesità tra i temi oggetto di discussione del prossimo G7 salute. L’Italia potrebbe finalmente guidare un cambio di paradigma globale senza precedenti su questa patologia, affrontando in tutta la sua complessità anche il tema della sicurezza alimentare attraverso l’approccio della salute pubblica, considerando la sovralimentazione e gli stili di vita come elementi caratterizzanti dell’obesità e portando l’Italia ad essere promotore di soluzioni innovative e capofila di un piano d’azione globale di contrasto a questa patologia cronica, progressiva e recidivante».

Industria del farmaco in Italia: la fotografia di Farmindustria

«Al primo posto a livello mondiale per crescita dell’export tra il 2021 e il 2023. È il traguardo raggiunto dall’industria farmaceutica in Italia grazie a imprese, internazionali e nazionali, che continuano a investire nel Paese». È quanto ha affermato Marcello Cattani, Presidente di Farmindustria, nel corso dell’Assemblea del 4 luglio a Roma.

Cattani ha sottolineato i profili di eccellenza e innovazione del settore farmaceutico nel nostro Paese, così come le sfide ancora aperte, in Italia e in Europa. Di seguito, la sintesi dei temi principali.

L’industria farmaceutica conferma di essere un settore hi-tech strategico per la Nazione

È l’export che traina la produzione e che fa registrare record su record. Farmaci e vaccini sono il secondo settore made in Italy per saldo estero, con 17 miliardi di euro nel 2023. La quota dell’export farmaceutico sul totale manifatturiero è passata dal 3,8% all’8,3% in 20 anni.

L’industria farmaceutica conferma di essere un settore hi-tech strategico per la Nazione. La produzione ha toccato i 52 miliardi di euro nel 2023, con oltre 49 di export, nonostantele difficoltà causate dall’aumento dei costi del 30% rispetto al 2021. Gli investimenti sul territorio sono di 3,6 miliardi, di cui 2 in R&S. Gli addetti sono 70.000 (+2% nel 2023 e +9% in 5 anni), con un incremento di quasi il 20% di under 35 negli ultimi 5 anni, e con un’elevata presenza di donne, il 45% del totale.

Fonte: Farmindustria

L’industria farmaceutica ha un welfare aziendale all’avanguardia ed è il primo settore tra quelli manifatturieri, secondo Istat, per competitività, con il più alto valore aggiunto per addetto, parametro di produttività per cui siamo migliori degli altri Big UE. E che guarda al futuro con progetti di responsabilità sociale, anche con l’alternanza scuola-lavoro, nelle scuole superiori e negli ITS per formare gli studenti e sviluppare le competenze necessarie alle imprese. Proprio con questo obiettivo è stato recentemente firmato un Protocollo d’Intesa con l’Egitto, nell’ambito del Piano Mattei, per la partnership tra imprese e per la formazione, attraverso scambi accademici e professionali di docenti e studenti.

Senza dimenticare che negli ultimi 5 anni la crescita delle domande di brevetto farmaceutico nel Paese è stata del 35%, rispetto al +23% dei Big UE.

Farmaci e vaccini sono il secondo settore made in Italy per saldo estero, con 17 miliardi di euro nel 2023

Un segnale della straordinaria accelerazione scientifica e tecnologica che stiamo vivendo. Intelligenza artificiale, data driven industry, ricerca nello spazio, nuovi modelli di trial clinici, nuove frontiere di R&S consentono sempre più la personalizzazione delle terapie.

Cure “disegnate” sui singoli pazienti con tecnologie all’avanguardia arriveranno nei prossimi anni per trattare molte malattie e correggere difetti del genoma, in una prospettiva One Health di rispetto della salute delle persone e del pianeta.

A inizio 2024 è stato raggiunto un record storico, per i farmaci in sviluppo nel mondo, 23.000, con investimenti in R&S da parte delle imprese farmaceutiche di oltre 1.700 miliardi di dollari tra il 2023 e il 2028.

Ma la competizione globale corre sempre di più. Ecco perché essere veloci, attrarre investimenti e offrire innovazione deve diventare il must delle politiche dell’Unione Europea e dell’Italia. Non possiamo avere una realtà a due velocità: un mondo che cambia rapidissimamente e assetti decisionali e regolatori fermi a venti anni fa. Serve voltare pagina per tenere il passo di altri Paesi in un contesto globale sempre più complesso.

Ora è il momento di accelerare con determinazione, giocando su due tavoli.

Recuperare competitività significa cambiare in fretta la prospettiva: la salute deve diventare prioritaria ed essere considerata un investimento

In Europa per ricominciare a porre al centro il tema della competitività, dell’attrattività per gli investimenti, dell’autonomia strategica e delle catene di approvvigionamento. Bisogna poi avere il coraggio di rivedere completamente la proposta di revisione della legislazione farmaceutica che indebolisce la proprietà intellettuale. Proprio mentre USA, Cina, Singapore, Emirati Arabi, Arabia Saudita mettono in campo politiche per rafforzare la propria struttura industriale. Basti pensare che il gap di investimenti in R&S tra UE e USA è passato in 20 anni da 2 miliardi di dollari a 25. Con il 60% dei nuovi lanci di medicinali che avviene negli USA mentre in UE è meno del 30%. Secondo recenti dati Efpia, la Cina nel 2023 ha superato l’Europa come area di origine di nuovi farmaci: su 90 molecole a livello globale 28 arrivano dagli Usa, 25 dalla Cina, 17 dall’UE. Cina che in R&S cresce a ritmi 3 volte superiori a quelli del nostro Continente. Non bisogna perdere ulteriore terreno con scelte sbagliate che penalizzano l’attrattività e ci espongono a dipendenze strategiche. Si consideri che già oggi il 74% dei principi attivi di uso più consolidato dipende infatti da produzioni in Cina o in India così come il 60% dell’alluminio, materia prima fondamentale per le nostre imprese.

Recuperare competitività significa cambiare in fretta la rotta e la prospettiva: la salute deve diventare prioritaria ed essere considerata un investimento che genera anche risparmi sociali ed economici evitando altri costi. E l’industria farmaceutica deve essere percepita come un’alleata su cui contare perché trasforma le conquiste scientifiche in cure per i cittadini.

Fonte: Farmindustria

In Italia è indispensabile una governance farmaceutica davvero moderna, con regole nuove, chiare, adatte alla rapidità dell’innovazione, superando il sistema del payback, tassa iniqua e aggiuntiva che grava sulle aziende per quasi 2 miliardi nel 2024.

Riforme da accompagnare a una semplificazione per la ricerca clinica e a regole per consentire l’uso del dato clinico per necessità di Ricerca, nel rispetto della privacy.

Fondamentale è anche ridurre i tempi di accesso all’innovazione per i cittadini, ancora troppo lunghi – 14 mesi a livello nazionale, ulteriormente aggravati da quelli a livello regionale – con evidenti differenze sul territorio, che generano disuguaglianza e disomogeneità.

Bisogna proseguire nel dialogo tra Istituzioni e industria collaborando nell’ottica di una visione condivisa dell’interesse nazionale

Occorre riconoscere il valore dell’innovazione e rivalorizzare alcuni farmaci di grande diffusione e a basso costo, per garantire così la sostenibilità industriale messa in difficoltà a causa di un aumento strutturale dei costi. Con un finanziamento basato sulle reali esigenze di salute.

Su Europa e Italia molto positiva è l’azione del Governo che ha dimostrato di credere nell’innovazione. Bisogna proseguire nel dialogo tra Istituzioni e industria collaborando nell’ottica di una visione condivisa dell’interesse nazionale.

Perché solo insieme è possibile vincere in Europa e nel mondo, conclude Cattani.

Aviaria, Dengue, West Nile: cosa ci attende quest’estate?

Tra il 13 marzo e il 20 giugno sono stati segnalati 14 casi umani di influenza aviaria. Lo stabilisce l’ultimo report dell’ECDC realizzato in collaborazione con l’Istituto Zooprofilattico Sperimentale delle Venezie e l’EFSA. Tutti i casi sono stati registrati al di fuori dei confini europei e la maggior parte delle persone infettate ha riferito di essere stata esposta a pollame, mercati di pollame vivo o bovini da latte prima del rilevamento del virus o dell’insorgenza della malattia. Il documento conclude che «Le infezioni umane da virus dell’influenza aviaria rimangono rare e non è stata osservata alcuna trasmissione da uomo a uomo. Il rischio di infezione con i virus dell’influenza aviaria attualmente in circolazione in Europa rimane basso per la popolazione dell’UE/SEE. Il rischio di infezione rimane da basso a moderato per coloro che lavorano o sono altrimenti esposti ad animali infetti o ad ambienti contaminati».

Calogero Terregino

«In Europa e in Italia l’aviaria è un fenomeno da monitorare, ma al momento non desta preoccupazioni particolari». Conferma a TrendSanità Calogero Terregino, veterinario, direttore del Laboratorio di referenza UE per l’influenza aviaria dell’Istituto Zooprofilattico Sperimentale delle Venezie.

H5N1 e le sue varianti sono diffuse in tutto il mondo, con l’eccezione dell’Oceania. Quest’anno il virus ha raggiunto anche l’Antartide, dove minaccia la biodiversità. Il contagio infatti non riguarda più solo uccelli selvatici, ma anche mammiferi. Il salto di specie, oltre alla forte diffusione, preoccupa per via delle possibile mutazioni, che potrebbero diventare un problema anche per l’uomo.

H5N1 osservato speciale

In questo momento nel nostro continente la diffusione dei virus ad alta patogenicità negli uccelli sarebbe molto bassa: «Ci sono state alcune annate problematiche, legate alla circolazione del virus principalmente tra i gabbiani – ricorda Terregino -. Parlo del 2021-22 e del 2022-23. I dati attuali parlano di un numero di rilevamenti decisamente inferiore e in Italia nel 2024 abbiamo registrato solamente sei casi». 

A livello internazionale, ha destato preoccupazione la circolazione del virus nei mammiferi, in particolare nei bovini da latte, e i primi casi nell’uomo. Nell’ultimo trimestre, si sono verificati anche i primi casi in alpaca e trichechi. 

«Al momento non sono stati registrati contagi da uomo a uomo: chi è stato infettato ha avuto per lo più sintomi lievi, come congiuntivite – ricorda Terregino -. Si tratta di allevatori e addetti ai lavori: poiché il virus infetta le mammelle dei bovini da latte, sono le persone più a rischio».

Le infezioni umane da virus dell’influenza aviaria rimangono rare e non è stata osservata alcuna trasmissione da uomo a uomo

Il virus è stato trovato anche nel latte, ma le autorità sanitarie hanno escluso il rischio di contaminazione, purché sia pastorizzato.

Per molti l’aviaria potrebbe essere la prossima minaccia pandemica a causa della trasmissione per via respiratoria: «Per il momento è prematuro parlarne in questi termini – sottolinea Terregino -. È una situazione che va monitorata costantemente, ma in questo momento in Europa è sotto controllo e, qualora qualcosa dovesse cambiare, siamo attrezzati per intensificare il monitoraggio e le azioni conseguenti», assicura l’esperto.

Le malattie trasportate dalle zanzare

Sotto la lente d’ingrandimento quest’estate finiscono anche le zanzare, che fungono da vettori per una serie di patologie, dalla Dengue alla Chikungunya, dalla West Nile alla Zika

Al 10 giugno, i casi di Dengue accertati nel nostro Paese erano 259: «Sono tutti importati, ovvero riscontrati in persone che sono state nelle Nazioni più a rischio», afferma a TrendSanità Fabrizio Montarsi, biologo-entomologo, responsabile Laboratorio entomologia sanitaria e patogeni trasmessi da vettori dell’Istituto Zooprofilattico Sperimentale delle Venezie.

Fabrizio Montarsi

Nello stesso periodo, sono stati registrati 4 casi di Zika e 4 di Chikungunya, sempre associati a viaggi all’estero.

Il 26 giugno, invece, è stato confermato il primo caso autoctono di West Nile, facendo crescere a due le province italiane con dimostrata circolazione della malattia: Chieti, dove è stata confermata la positività in pool di zanzare, e Modena, dove si è registrato il primo caso sull’uomo.

«Il tipo di zanzara da tenere sotto controllo è la tigre – rileva Montarsi -. La Aedes aegypti, che in molti Stati è il vettore della Dengue, al momento non è stata segnalata in Italia».

Il picco delle infezioni nel nostro Paese è atteso per il mese di agosto: «Il clima caldo e la maggiore mobilità delle persone sono due fattori di rischio – spiega l’esperto -. Per questo la fine dell’estate sarà un momento da allerta massima».

Anche i cittadini possono fare la loro parte, per esempio utilizzando l’App Mosquito Alert Italia, un progetto di citizen science a cura del Dipartimento di Sanità pubblica e malattie infettive dell’Università La Sapienza di Roma e dell’Istituto Superiore di Sanità Sanità che permette alle persone di segnalare le zanzare con una foto.

I costi delle malattie veicolate dalle zanzare 

Uno studio pubblicato su Science of The Total Environment riporta l’impatto economico (e non solo) delle malattie veicolate dalle zanzare. Tra il 1975 e il 2020 i costi delle zanzare invasive hanno raggiunto quasi 95 miliardi di dollari, appena un decimo dei quali utilizzati per la prevenzione.

Il calcolo è stato fatto raccogliendo i dati in 166 Paesi per 45 anni. Secondo gli esperti, la cifra sarebbe sottostimata visto che molte Nazioni non trasmettono le informazioni con regolarità.

Cittadinanzattiva su autonomia differenziata: bene l’impegno delle 5 Regioni per promuovere il referendum abrogativo. Legge rischiosa ed anacronistica, prima definire i LEP

«Apprezziamo l’impegno che cinque Regioni, Emilia Romagna, Campania, Puglia, Toscana e Sardegna, stanno mettendo in campo per promuovere il referendum abrogativo della legge appena approvata sull’autonomia differenziata. E consideriamo un segnale positivo che anche quelle governate da partiti di maggioranza si stiano interrogando sulle conseguenze di questa legge, in assenza di misure di contenimento e garanzia. Come Cittadinanzattiva avevamo caldeggiato tale mobilitazione, perché la consideriamo un atto forte di responsabilità da parte delle istituzioni regionali e soprattutto uno strumento per attivare la partecipazione diretta dei cittadini ad una riforma che finora li ha esclusi da qualsiasi forma di dibattito. Consideriamo, parallelamente, la possibilità di essere tra i soggetti promotori di un referendum sul tema e di partecipare attivamente alla raccolta delle firme delle cittadine e dei cittadini sul territorio». A dichiararlo Anna Lisa Mandorino, Segretaria generale di Cittadinanzattiva.

«Sono anni che ci battiamo contro le disuguaglianze, che temiamo diventino irreparabili qualora si proceda in questa direzione. Quella sull’autonomia differenziata, oltre ad essere una legge rischiosa, è innanzitutto una legge anacronistica, perché arrivain un momento in cui, pur permanendo forti differenze territoriali nell’accesso ai servizi pubblici, tutte le Regioni appaiono in affanno, anche quelle considerate più efficienti. Per esempio, per quanto riguarda la salute dei cittadini, le regioni settentrionali corrono gli stessi rischi di desertificazione sanitaria di quelle meridionali, quasi tutte sono estremamente deboli nelle risposte di assistenza territoriale, molte devono la loro eccellenza alla forza dei servizi privati piuttosto che al rafforzamento di quelli pubblici. D’altro canto, alcune Regioni considerate più fragili stanno migliorando i loro servizi ma, privati di risorse o di interventi di tipo perequativo, rischiano di fare brutti passi indietro. E anche in tema di innovazione la frammentazione non è di aiuto: è degli scorsi giorni la notizia che il garante della Privacy ha avviato procedimenti nei confronti di 18 Regioni e delle 2 Province autonome perché nell’implementazione del Fascicolo sanitario elettronico ha riscontrato difformità che non garantiscono i diritti dei cittadini in maniera uniforme in tutto il Paese». 

«La nostra proposta – conclude Mandorino – è in linea con la Costituzione: prima si definiscano i Livelli essenziali delle prestazioni, si stanzino le risorse necessarie comprese quelle perequative nei confronti delle Regioni più fragili, si normino i tempi di aggiornamento dei LEP e le conseguenti dotazioni di risorse; e solo con questi elementi di garanzia, ben definiti e regolati, si può mettere mano a procedura e intese, definendone in ogni caso il perimetro. La Costituzione infatti prevede “forme particolari di autonomia sulle materie di tutela concorrente», non la devoluzione di tutte e 23 le materie per intero alle Regioni. L’esperienza dei LEA, del loro mancato aggiornamento e, di conseguenza, della loro mancata applicazione ci fa dire che l’iter corretto, anche per l’autonomia differenziata, sarebbe questo, e solo questo. Per questo daremo il nostro contributo per favorire il dibattito e mettere in campo le misure necessarie contro il regionalismo asimmetrico: non di asimmetrie hanno bisogno i diritti dei cittadini in una fase difficile come l’attuale, ma di politiche organiche e tese agli stessi obiettivi di sviluppo dell’intero Paese».

Carenza infermieristica: la buona Università può fare la differenza

«Vogliamo rendere più attrattiva questa importante professione non solo economicamente ma anche con migliori prospettive di carriera. Un passo fondamentale in questa direzione è l’evoluzione della professione infermieristica verso le specializzazioni universitarie per rispondere alle sfide del futuro e per garantire un’assistenza sanitaria sempre più qualificata ed efficiente». Con queste parole il ministro della Salute Orazio Schillaci ha aperto, nel suo messaggio, l’incontro “Sfide e opportunità della professione infermieristica” organizzato da FNOPI (Federazione Nazionale degli Ordini delle Professioni Infermieristiche) e CRUI (Conferenza dei Rettori delle Università Italiane).

Un confronto istituzionale e un’occasione per illustrare le potenzialità della professione, le criticità persistenti e il ruolo cruciale rappresentato dalla formazione universitaria negli sviluppi futuri del Sistema Salute.

L’iniziativa si è posta come momento di analisi e raccordo tra ciò che chiedono i giovani per il proprio futuro e le risposte che può dare loro la professione infermieristica come scelta di vita.

Oggi la carenza di infermieri in Italia è di almeno 65.000 unità, secondo la Corte dei conti, ma nei prossimi dieci anni usciranno dalla professione per raggiunti limiti di età, rispetto al decennio precedente, almeno il quadruplo dei professionisti.

L’Italia è il Paese OCSE con meno infermieri per 1.000 abitanti: 6,4 contro una media europea di 9,5 ed è fanalino di coda (sempre nell’OCSE) per laureati in infermieristica ogni 100.000 abitanti: solo 17 contro una media di 48.

Senza un intervento strutturale in grado di ridare attrattività alla professione e di riequilibrare gli organici, la carenza non resta più un problema della professione, ma diventa del Paese e dei cittadini, perché senza infermieri non c’è futuro. Senza infermieri non c’è salute e non c’è assistenza per una popolazione sempre più anziana, fragile e sola.

«Le soluzioni strutturali possibili – ha sottolineato la presidente FNOPI Barbara Mangiacavalli – si basano su tre priorità: incremento della base contrattuale e riconoscimento economico e dell’esclusività delle professioni infermieristiche; riconoscimento delle competenze agite; evoluzione del percorso formativo universitario, con le specializzazioni».

Le modifiche alla legge

Per raggiungere gli obiettivi, le proposte FNOPI comprendono anche alcune modifiche normative.

La prima è alla legge 43/2006 che regolamenta le professioni sanitarie e stabilisce un ampliamento delle competenze prevedendo per gli specialisti una vera e propria laurea magistrale clinica.

In un percorso avviato con il Ministero della Salute, il Ministero dell’Università e della Ricerca, il Consiglio Universitario Nazionale, la Conferenza dei Corsi di Laurea delle Professioni sanitarie, sono state costruite le basi per arrivare all’attuazione di una revisione delle Lauree Magistrali con l’individuazione di tre aree di sviluppo specialistico: Cure primarie, Cure pediatriche e neonatali, Cure intensive ed emergenza.

Poi, fondamentale per garantire la qualità dell’insegnamento e della formazione sono l’applicazione e il monitoraggio delle linee di indirizzo e dei protocolli d’intesa Università-Regioni, con riconoscimento dell’attività degli infermieri dell’Servizio Sanitario Nazionale che erogano formazione.

In Italia, dall’anno accademico 2010-2011 la perdita di attrattività della professione legata alla scarsa retribuzione e all’impossibilità di un concreto sviluppo di carriera ha portato a una riduzione progressiva della domanda, a fronte dell’aumento di posti a bando per cercare di arginare la forte carenza infermieristica. Si è giunti a 23.627 candidati per 20.337 posti a disposizione, arrivando a 1,2 domande per posto, con Regioni, specie al Nord, che registrano anche meno di una domanda per posto.

Infermieri NextGen – Un nuovo sguardo sulla professione

Il video “Infermieri NextGen“, presentato nel corso dell’incontro, si propone di ridefinire e rinnovare la percezione della professione infermieristica, svelando un mondo di opportunità e possibilità che questa scelta può offrire alle nuove generazioni. Un video che simbolicamente la FNOPI ha consegnato alla CRUI, con l’intento di diffonderlo in tutti gli atenei italiani per incentivare l’arruolamento di nuovi futuri infermieri previsto con il test nel mese di settembre.

 Nel cuore del progetto “Infermieri NextGen” ci sono i giovani: ragazzi e ragazze che amano viaggiare, conoscere e sperimentare, nati nell’era digitale e spinti da un profondo bisogno di trovare una collocazione sicura in un mondo in costante evoluzione. Il video, ambientato in un ecosistema dinamico, dà voce ai desideri e alle ambizioni di una staffetta di diciottenni, ciascuno con i propri sogni e obiettivi, tutti diversi e tutti importanti.

Le immagini vivide mostrano una varietà di scenari professionali: dalle corsie ospedaliere all’emergenza, dalle missioni umanitarie all’uso delle tecnologie più avanzate.

Il tono del video è emozionale ma fresco, con un copy giovane e una colonna dalle sonorità elettroniche che risuona con le aspirazioni delle nuove generazioni. L’obiettivo è innescare nei giovani uno “switch” di immaginario, portando alla luce il ruolo reale e moderno della professione infermieristica.

“Infermieri NextGen” non è solo un video, ma una call to action per tutti i giovani che desiderino trovare una carriera significativa, ricca di esperienze e possibilità. Un invito a scoprire e abbracciare la bellezza e la complessità di essere un infermiere oggi.

Infermieri, “intention to leave” e aumento del tasso di mortalità ospedaliera: i dati parlano chiaro

L’intention to leave è un fenomeno, italiano e non solo, che riguarda gli operatori sanitari e sostanzia la probabilità che gli infermieri hanno di lasciare il posto di lavoro o addirittura di lasciare del tutto la professione.

Un evento in costante aumento generato da una serie di fattori. Tra questi, particolarmente rilevante è il malcontento rispetto all’ambiente di lavoro che origina da carichi di lavoro elevati, da una mancanza di opportunità di crescita professionale oltre che da un mancato riconoscimento economico.

Un aumento del 10% di “intention to leave” si associa ad un aumento del 14% della probabilità di mortalità intraospedaliera

Tutto questo genera insoddisfazione, stanchezza emotiva, stress morale ovvero una sensazione dolorosa, associata spesso a squilibrio psicologico, che si manifesta quando i professionisti sono consci dell’azione più appropriata alla situazione, ma la ritardano, o non possono, o faticano ad effettuarla a causa di ostacoli quali ad esempio la mancanza di tempo. Un circolo vizioso che si sostanzia nel burnout e che si ripercuote in maniera rilevante sugli esiti dell’assistenza, oltre che sulla sicurezza delle cure.

Un recente studio ha messo in relazione l’intention to leave con il tasso di mortalità intraospedaliera a trenta giorni. Questo indicatore è un esito critico immediato che riflette tutte le dimensioni dell’assistenza sanitaria, compresi i fattori gestionali e organizzativi ed è facilmente comparabile.

La qualità dell’assistenza e la sicurezza delle cure dipendono dal benessere organizzativo dei professionisti

Lo studio ha coinvolto 15 ospedali italiani di due regioni, 1.046 infermieri e 37.497 pazienti di età superiore a 50 anni, degenti in reparti chirurgici da almeno due giorni. I ricercatori hanno correlato le variabili legate ai pazienti – comorbilità, età, la durata del ricovero – e le variabili correlate ai professionisti – il carico di lavoro, soddisfazione lavorativa, benessere organizzativo – e hanno evidenziato che un incremento del 10% dell’intention to leave aumenta la probabilità di mortalità intraospedaliera del 14%. Inoltre, un aumento del carico di lavoro, ovvero un paziente in più assistito per infermiere, accresce la probabilità di mortalità intraospedaliera del 3,4%.

I risultati dello studio, che, come sottolineano gli autori, andrebbe esteso ad altre Regioni per includere un maggior numero di ospedali al fine di aumentare la generalizzabilità dei risultati, consentono di affermare che ambienti di lavoro e risorse adeguate al carico di lavoro, oltre al benessere organizzativo, si associano a esiti assistenziali migliori e a una riduzione dell’intention to leave.

Per invertire la rotta e ridurre questo fenomeno, migliorando la qualità e la sicurezza delle cure, è ormai evidente che sono necessari interventi finalizzati ad accrescere il benessere organizzativo, la qualità del lavoro dei professionisti e la sua valorizzazione. Un impegno che investe e deve coinvolgere tutti i livelli dei sistemi sanitari e le politiche che ne determinano e governano l’azione. A cambiare però non devono essere solo i professionisti, devono farlo anche le organizzazioni.

Rieletto Marcello Cattani alla Presidenza di Farmindustria, Alberto Chiesi nominato Presidente Onorario

Conferma all’unanimità per Marcello Cattani alla Presidenza di Farmindustria. Sarà in carica per il biennio 2024-2026. Cattani – parmigiano, 53 anni, sposato, due figli, laureato in Scienze Biologiche ad indirizzo biomolecolare, con una specializzazione in Chimica e Tecnologia Alimentari – è Presidente e Amministratore Delegato di Sanofi Italia e Malta.

È anche nel Consiglio Generale di Confindustria e nel Consiglio Generale di Assolombarda. Da ottobre 2022 è Presidente del Club Santé Italia, che riunisce 40 aziende francesi in Italia in ambito medico-farmaceutico.

Alberto Chiesi (Chiesi Farmaceutici) è stato nominato Presidente Onorario di Farmindustria.

L’Assemblea ha, inoltre, eletto il Comitato di Presidenza composto da cinque Vice-Presidenti:

  • Alessandro Chiesi (Chiesi Farmaceutici)
  • Valentino Confalone (Novartis Farma)
  • Massimo Di Martino (Abiogen Pharma)
  • Paivi Kerkola (Pfizer Italia)
  • Pierluigi Petrone (Euromed)

Del Comitato di Presidenza fanno parte anche:

  • Lucia Aleotti (A. Menarini)
  • Francesco De Santis (Italfarmaco)
  • Fabio Landazabal (GlaxoSmithKline)
  • Morena Sangiovanni (Boehringer Ingelheim Italia)
  • Mario Sturion Neto (Johnson & Johnson)
  • Luciano Grottola (Ecupharma)

Le linee programmatiche della nuova squadra per il biennio 2024-2026 saranno illustrate nel corso dell’Assemblea di Farmindustria, che si svolgerà a Roma giovedì 4 luglio, a partire dalle ore 10.30, presso l’Auditorium della Conciliazione (Via della Conciliazione 4). 

Farmaci contraffatti: sei annunci online illeciti su dieci non vengono riconosciuti

Solo la metà (53%) degli annunci online di farmaci viene correttamente classificata dai consumatori come lecita o illecita. Un dato che emerge dal progetto CAPSULE, condotto dal Centro di Ricerca Transcrime dell’Università Cattolica del Sacro Cuore con il supporto dell’Ufficio Qualità dei prodotti e contrasto al crimine farmaceutico dell’Agenzia Italiana del Farmaco – AIFA e il contributo del Center for Anti-Counterfeiting and Product Protection (A-CAPP) della Michigan State University. Il progetto ha indagato il grado di consapevolezza dei consumatori riguardo al rischio di acquistare farmaci substandard e falsificati (SFMs) online.

Durante la pandemia da COVID-19, il mercato illecito dei farmaci ha visto una crescita significativa tramite annunci online e siti web ingannevoli, mettendo a repentaglio la salute pubblica e mettendo in crisi le normative vigenti. Mentre gli sforzi attuali per contrastare la diffusione degli SFMs online sono concentrati principalmente sul lato dell’offerta online di questi prodotti, il progetto CAPSULE si è focalizzato sulla comprensione della domanda di mercato, esaminando l’esposizione e i comportamenti dei consumatori italiani e spagnoli per sviluppare campagne informative mirate e interventi specifici. Il rapporto completo è disponibile qui.

Lo studio, condotto nel gennaio 2024, ha coinvolto un campione rappresentativo di utenti regolari di Internet in Italia e Spagna consapevoli della possibilità di acquistare farmaci online ed esposti ad annunci online o che hanno acquistato almeno un farmaco online. Nel corso dell’indagine, è stata loro sottoposta una combinazione di annunci leciti e illeciti di farmaci: i consumatori hanno correttamente classificato gli annunci legittimi il 63% delle volte, riscontrando invece maggiore difficoltà nell’identificare gli annunci illeciti (solo il 43% delle volte in Italia e il 42% in Spagna). I fattori che maggiormente influenzano la valutazione dei rispondenti sono l’assenza di un’etichetta di certificazione del Ministero della Salute, l’assenza della descrizione del farmaco o la presenza di errori nella descrizione.

Al fine di promuovere scelte consapevoli tra i consumatori, i risultati dello studio evidenziano la necessità di campagne di sensibilizzazione mirate per diverse fasce demografiche e differenti tipi di consumatori: se i partecipanti più anziani hanno mostrato una minore capacità di riconoscere annunci illeciti, i giovani hanno manifestato minor fiducia nei farmacisti e nei medici e una maggiore propensione ad affidarsi a Internet per ricercare informazioni sanitarie. 

L’analisi della percezione e del comportamento degli intervistati ha inoltre mostrato che:

  • La maggioranza degli intervistati è consapevole che nei due paesi le vendite legali di farmaci online sono limitate ai farmaci senza prescrizione medica (73% in Italia e 66% in Spagna).
  • Solo un terzo ha distinto correttamente tra integratori alimentari e medicinali, evidenziando la difficoltà nel differenziare prodotti soggetti a regolamentazioni diverse.
  • Più della metà degli intervistati (58% in Italia, 52% in Spagna) si affida a Internet per reperire informazioni di natura medica e circa il 40% ricerca online soluzioni mediche specifiche o trattamenti alternativi.
  • L’Italia mostra un tasso più elevato di acquisti online (69%) di medicinali rispetto alla Spagna (52%). La maggior parte degli italiani (85%) e degli spagnoli (75%) ha dichiarato di aver visualizzato almeno un tipo di annuncio online per i farmaci. 
  • Il confronto con una precedente indagine condotta nel 2015-2016 da AIFA e Università Sapienza di Roma ha evidenziato un aumento significativo degli acquisti di medicinali online in entrambi i Paesi.
  • I siti web rappresentano i principali canali sia per la promozione di farmaci online che per gli acquisti. I social media emergono invece come canale importante solo per la diffusione degli annunci.
  • In Italia, la maggioranza degli acquisti online ha riguardato farmaci per l’influenza, seguiti da farmaci per i dolori cronici e la cura del colesterolo. In Spagna, i consumatori hanno acquistato principalmente prodotti per aumentare le prestazioni (sportive o di concentrazione) e per la perdita di peso.

«Considerato l’aumento degli acquisti di farmaci online – afferma Marco Dugato, ricercatore di Transcrime – i risultati del progetto CAPSULE e, in particolare, le difficoltà dei consumatori nell’identificare gli annunci illeciti sottolineano, da un lato, l’importanza di campagne di sensibilizzazione mirate e, dall’altro, la necessità di un maggiore controllo sulla legittimità degli annunci e dei canali di vendita al fine di ridurre il rischio di diffusione di farmaci substandard o contraffatti. Per far questo è necessario anche il supporto costante del mondo della ricerca per monitorare l’evoluzione del comportamento dei consumatori e delle dinamiche di mercato».

«Questa collaborazione con Transcrime dà continuità a un’attività sui farmaci online che AIFA porta avanti da quasi vent’anni”, afferma Domenico Di Giorgio, Direttore dell’Ufficio Qualità dei prodotti e contrasto al crimine farmaceutico dell’Agenzia Italiana del Farmaco – la capacità delle eccellenze nazionali di fare sistema in importanti iniziative internazionali, come Transcrime e AIFA avevano già fatto recentemente anche per il progetto MEDI-THEFT sui furti di medicinali, è una delle caratteristiche più efficienti dell’approccio italiano in questo ambito, e un elemento chiave nella definizione delle strategie di contrasto al crimine farmaceutico e alle altre distorsioni di questo mercato».  

«I risultati dell’indagine evidenziano la significativa diffusione di farmaci substandard e contraffatti online, e soprattutto la proliferazione degli annunci di questi prodotti rivolti ai consumatori”, afferma Saleem Alhabash, Direttore Associato della Ricerca presso il Centro A-CAPP – L’unione tra la distribuzione di SFM e la promozione e commercializzazione di questi prodotti sui social media rappresenta un rischio crescente per la salute e il benessere dei consumatori in Italia e Spagna, così come in altri Paesi del mondo».

FADOI: «Accogliamo nei nostri reparti un milione di ricoverati l’anno. Le Medicine interne vanno potenziate»

Un’indagine parlamentare conoscitiva sui reparti di Medicina interna dei nostri ospedali. Quelli che fanno fronte al maggior numero di ricoveri con minore disponibilità di personale rispetto alle altre Unità operative ospedaliere, per via di una classificazione “a bassa intensità di cura” che in nessun modo corrisponde alla complessità medio-alta dei pazienti trattati. 

Una emergenza che si interseca con quella dei Pronto soccorso, dove medici e infermieri internisti vengono spesso cooptati per coprire le falle in pianta organica, accorciando così una coperta già troppo corta e che fa sempre più fatica a coprire i bisogni assistenziali dei pazienti ricoverati nelle Medicine interne. Un’indagine che sarà fondamentale anche per indagare sulle differenze regionali e il rispetto degli standard nei vari territori.

La proposta lanciata da FADOI, la Federazione dei medici internisti ospedalieri, il 2 luglio a Roma, nel corso di un incontro con istituzioni sanitarie e parlamentari, è stata subito accolta con favore bipartisan da deputati e senatori, dichiaratisi disponibili a promuovere una iniziativa per avviare l’indagine conoscitiva su reparti di Medicina Interna che rappresentano il cuore pulsante dei nostri ospedali. Che per le condizioni di lavoro sempre più difficili vanno valorizzati e potenziati per non rischiare di non essere più attrattivi, visto che secondo gli ultimi dati ANVUR (l’Agenzia per la valutazione del sistema universitario) nell’anno accademico 2022/23 sono rimaste scoperte in Medicina Interna circa la metà delle borse di studio messe a bando. 

«Le Medicine interne hanno assistito durante la pandemia il 70% dei pazienti Covid, trasformandosi soprattutto durante le prime terribili ondate in veri e propri reparti di sub-intensiva. Nonostante questo, le nostre unità operative sono ancora classificate a “bassa intensità di cura”, il che significa avere una minore dotazione di personale medico e infermieristico per posto letto», spiega Francesco Dentali, Presidente di FADOI.
Una incongruenza alla quale è sempre più urgente porre rimedio. Anche perché la carenza di medici e infermieri è indiscutibile, ma come dimostrano i dati del ministero della Salute sul tasso di utilizzo dei posti letto nei nostri ospedali, c’è anche una cattiva distribuzione delle risorse. «Sappiamo che AGENAS (l’Agenzia pubblica per i servizi sanitari regionali) e il Ministero della salute stanno predisponendo un algoritmo in grado di rilevare l’effettivo bisogno di personale in base al numero e alla complessità dei ricoveri nelle singole unità operative. Un modo nuovo di definire le piante organiche, superando l’anacronistico tetto di spesa per il personale, che resta ancora tale dopo l’aumento del 14% stabilito dal recente decreto sulle liste di attesa», afferma il Presidente FADOI.

L’emergenza nelle medicine interne rischia poi di diventare esplosiva nel periodo estivo, quando anche gli internisti usufruiscono del meritato riposo.
Cosa che tra giugno e settembre, secondo una indagine FADOI, avviene per oltre il 91% dei medici che usufruiscono dei 15 giorni di vacanze nel periodo estivo, come garantito dal contratto nazionale di lavoro. Questo comporta una riduzione degli organici in reparto che varia tra il 21 e il 30% nel 48% dei casi, tra il 30 e il 50% nel 19,4% dei reparti, mentre la carenza è tra l’11 e il 20% in un altro 21,8% dei casi.

Per chi resta in servizio, il volume di lavoro aumenta nel 42,7% dei casi e ciò incide “abbastanza” sull’assistenza offerta ai cittadini nel 51% dei nosocomi, “molto” in un altro 15,5%, “poco” nel 21,2% dei reparti, “per nulla” soltanto nel 6,3%.

A risentirne nello specifico sono poi le attività ambulatoriali, che diminuiscono le loro attività nel 52,7% dei casi e chiudono del tutto in un altro 15,1% degli ospedali. Il 14,1% garantisce invece l’invarianza nel numero e nei tempi delle attività negli ambulatori, che sono rimodulate nei tempi ma invariate nel numero di prestazioni in un altro 18% di casi.

Se pur riducendo le attività d’estate gli ospedali non chiudono per ferie lo si deve ai sacrifici sostenuti dai medici per coprire la carenza di personale già di per sé cronica. Ecco così che il 56,8% tra giugno e settembre vede molto spesso saltare i riposi settimanali che pure dovrebbero essere sempre garantiti, mentre l’intervallo delle 11 ore di riposo giornaliero non è sempre assicurato per il 26,7% dei professionisti. Nello stesso arco temporale il 44,7% è obbligato a coprire i turni notturni con attività aggiuntive, mentre il 28% è chiamato a garantire anche i turni in pronto soccorso (il 4,4% solo nel periodo estivo), con un numero di ore compreso tra le 12 e le 60 a settimana nel 56,1% degli ospedali, mentre nel 10,5% dei casi le ore trascorse nei Pronto soccorso è addirittura superiore a 90. «E questo – denuncia Dentali – va a tutto discapito dell’attività delle Medicine interne, che già dotate di un minor numero di professionisti sanitari in rapporto alla complessità dei pazienti trattati, finiscono così per perdere ulteriori quote di personale, che anziché essere presente in reparto è dato ‘in prestito’ ai pronto soccorso».

La corsa a ostacoli per prescrivere i farmaci innovativi

Se le carenze di letti e personale rendono sempre più difficile l’assistenza medica nei reparti di Medicina interna è invece la burocrazia a trasformare in una corsa a ostacoli la prescrizione dei farmaci innovativi e per molte malattie croniche. Prescrizioni che richiedono un Piano terapeutico sottoscritto da un medico specialista, da rinnovare periodicamente. «Nei nostri reparti assistiamo quasi un milione di persone l’anno – spiega il presidente della Fondazione FADOI, Dario Manfellotto – e sono in maggioranza pazienti complessi con più patologie come scompenso cardiaco, insufficienza respiratoria, malattia renale cronica. Tutte patologie che “giustificano” l’uso di farmaci più moderni ed efficaci. Ma, al momento della dimissione, o anche dopo una visita ambulatoriale, non sempre è possibile prescrivere i farmaci più innovativi. E così succede che il paziente rientra a casa senza un piano terapeutico completo perché per avere la prescrizione, deve prenotare la visita da un altro specialista».

Un ‘percorso ad ostacoli’ che potrebbe essere risparmiato al paziente «consentendo a tutti gli specialisti coinvolti nell’uso dei medicinali, in primis gli internisti, di poterli prescrivere».