Si sono svolte nel week end le elezioni del Consiglio Direttivo della Società Italiana di Farmacia Ospedaliera e dei Servizi Farmaceutici delle Aziende Sanitarie, indirizzate a definire la governance della società scientifica per il periodo 2024-2028.
Sono risultati eletti per il Consiglio Direttivo: Arturo Cavaliere (602 voti), Ugo Trama (425), Emanuela Omodeo Sale (368), Alessandra Mecozzi (355), Barbara Meini (315), Filippo Urso (315), Adriano Vercellone (311), Davide Zanon (311), Barbara Rebesco(296). Per il Collegio dei Probiviri sono risultati eletti: Silvia Adami, Maria Galdo e Loredana Scoccia. Risultano poi eletti per il Collegio dei Sindaci: Piera Polidori, Maria Ernestina Faggiano, con Stefania Arciello e Roberto Langella come supplenti. Salvatore Calcagno risulta infine eletto nel Collegio dei Sindaci come revisore contabile.
Il presidente uscente, Arturo Cavaliere, è stato il più votato con 602 preferenze, con il Lazio in testa tra le regioni per affluenza al voto con il 92,70 % dei voti espressi dagli aventi diritto sul territorio regionale
Il nuovo Consiglio direttivo SIFO si riunirà il prossimo 22 luglio per procedere con la distribuzione elettiva delle cariche associative (presidenza, vice presidenza, segreteria nazionale e tesoreria).
«Il disabile grave soffre due volte: una perché sta male, un’altra perché non lo può comunicare»
Edoardo Cernuschi, fondatore LEDHA (Lega per i Diritti delle Persone con Disabilità)
Introduzione
La condizione delle persone con disabilità è riconosciuta e tutelata dalla Convenzione delle Nazioni Unite sui diritti delle persone disabili (2006) e ratificata dall’Italia nel marzo del 2009 e dal Consiglio Europeo nel novembre dello stesso anno. Lo scopo della Convenzione è di «promuovere, proteggere ed assicurare il pieno e paritario godimento di tutti i diritti umani e delle libertà fondamentali da parte delle persone con disabilità, nonché promuovere il rispetto della loro intrinseca dignità». Ciò ha permesso di influenzare fortemente le politiche sanitarie verso una maggiore inclusività.
Obiettivi e metodologia
È in tale contesto legislativo che nel 2018 nasce il Progetto DAMA dell’ASST Rhodense con l’obiettivo primario di promuovere e attuare percorsi sociosanitari per la gestione dei pazienti con disabilità intellettiva e motoria gravi, partendo dalla consapevolezza della complessità dei bisogni sociali e sanitari di tali pazienti e delle problematiche di varia natura connesse alla loro assistenza, di cui si fanno carico prevalentemente i caregiver familiari.
Questo nuovo approccio, focalizzato sul benessere delle persone con disabilità, si pone l’obiettivo di:
monitorare lo stato di salute dei pazienti che vengono presi in carico attraverso l’erogazione di visite periodiche;
accompagnare le famiglie, riducendo le difficoltà di accesso alle cure attraverso percorsi dedicati per le prestazioni specialistiche ambulatoriali;
supportare il lavoro degli specialisti ospedalieri al momento delle visite dei pazienti con disabilità;
fornire informazioni sui servizi che a vario titolo si occupano della persona con disabilità e della sua famiglia, raccordandosi in rete con i servizi stessi.
L’accesso al servizio è diretto, su richiesta dei caregiver, oppure su segnalazione da parte delle Unità di Offerta Territoriali (UDO residenziali o semiresidenziali), dei Medici di Medicina Generale o dei Medici Specialisti.
Il progetto DAMA è nato nel 2018 presso l’ASST Rhodense, attivando 1.100 percorsi personalizzati e registrando 7.450 prestazioni nel solo 2023
La presa in carico inizia con un primo incontro, nell’ambulatorio della Casa di Comunità di Bollate, tra il paziente, la sua famiglia, il medico, gli infermieri e gli educatori per l’inquadramento clinico e la pianificazione di un percorso personalizzato.
Gli educatori accompagnano il paziente nella preparazione agli esami diagnostici programmati attraverso
strategie di Comunicazione Aumentativa Alternativa: approccio che ha lo scopo di offrire alle persone con bisogni comunicativi complessi la possibilità di interagire tramite canali che si affiancano a quello verbale;
video modeling: tecnica comportamentale che consiste nel mostrare al paziente il video di una persona che svolge una determinata azione con l’obiettivo di favorire l’apprendimento di nuove abilità pratiche, sociali e comunicative;
“storie sociali”: testi scritti secondo specifici criteri che descrivono in modo chiaro, sintetico e preciso una situazione, un’abilità, un risultato o un concetto; permettono alle persone con autismo di meglio comprendere le situazioni che incontrano nella loro vita;
simulazione dell’esame da effettuare.
La conoscenza e la comprensione dell’indagine cui si verrà sottoposti riducono i livelli di ansia e migliorano la compliance all’esecuzione della stessa
Il percorso di preparazione viene strutturato in base alle caratteristiche di ciascun paziente, in particolare ai suoi tempi di attenzione, alle sue capacità comunicative e ai suoi interessi. Si concretizza in una serie di incontri che progressivamente accompagnano il paziente all’esecuzione dell’indagine diagnostica, permettendogli di prendere confidenza con gli strumenti che verranno utilizzati, gli spazi in cui essa verrà erogata e gli operatori coinvolti. Dall’esperienza maturata nel corso dell’attività del DAMA emerge come la conoscenza e la comprensione dell’indagine cui si verrà sottoposti riducono i livelli di ansia e migliorano la compliance all’esecuzione della stessa. In caso di necessità gli educatori affiancano personalmente il paziente. In tal modo è possibile che i pazienti presi in carico effettuino gli accertamenti pianificati senza la necessità di essere sottoposti a sedazione. Il percorso di preparazione non migliora solo l’esperienza del paziente ma anche il vissuto della sua famiglia.
L’intervento degli educatori è previsto, oltre che in ambulatorio, anche al domicilio del paziente.
Il personale infermieristico e medico rimane a disposizione, per tutto il periodo della presa in carico, per rispondere alle richieste dei pazienti e delle loro famiglie e per organizzare ulteriori accertamenti che si dovessero rendere necessari, oltre a quelli inizialmente pianificati. Il contatto costante con il paziente e il suo caregiver permette di effettuare un monitoraggio puntuale delle condizioni di salute, riducendo conseguentemente il numero di accessi in Pronto Soccorso e dei ricoveri ospedalieri.
Al fine di garantire un accesso semplificato e personalizzato ai percorsi sanitari sono stati creati, in collaborazione con diverse UU.OO. ospedaliere, percorsi dedicati ai pazienti afferenti al DAMA sia per quanto riguarda la diagnostica strumentale che le visite specialistiche. Attualmente sono attivi circa 40 percorsi.
Ai servizi coinvolti nell’erogazione di prestazioni specialistiche viene trasmessa la scheda, redatta dagli educatori, che riporta le indicazioni comportamentali così da permettere ai servizi stessi di predisporsi a meglio accogliere il paziente in base alle sue caratteristiche. La scheda riporta informazioni relative alla necessità della presenza di un accompagnatore o di contenimento durante l’indagine, alla capacità di vestirsi e svestirsi in autonomia e di mantenere una determinata postura (in piedi, seduto, supino), capacità di comunicare e comprendere attraverso messaggi verbali e non verbali, paura del camice, degli aghi o ansia intensa legata a qualche specifica situazione, farmaci assunti.
Attualmente sono attivi circa 40 percorsi sanitari dedicati ai pazienti del progetto DAMA
Gli esiti degli accertamenti effettuati vengono raccolti e visionati dagli infermieri e dai medici del DAMA e, in caso di necessità, viene coinvolto il medico curante al fine di realizzare un percorso di continuità assistenziale.
È prevista inoltre una visita di controllo annuale, con esecuzione di ECG ed esami ematochimici.
Sin dalla sua origine il progetto ha avuto una forte connotazione territoriale. Il personale del DAMA mette in atto un importante processo integrando gli aspetti sanitari, socio-sanitari e sociali nella gestione dei pazienti con tutti gli attori del territorio (Medici di Medicina Generale, UDO, Neuropsichiatria infantile, Disabilità intellettiva adulti, Servizi sociali) al fine di assicurare il principio della casa come primo luogo di cura come previsto dal DM 77/2022. Questo approccio non solo risponde alle esigenze immediate di salute, ma si estende a sostenere il paziente nella sua vita quotidiana, promuovendo un benessere a lungo termine e una maggiore autonomia.
Risultati e discussione
L’approccio personalizzato ha ridotto significativamente i ricoveri ospedalieri non programmati e le visite al pronto soccorso
Dall’inizio del progetto, il DAMA ha gestito circa 300 pazienti, attivando oltre 1.100 percorsi personalizzati e registrando 7.450 prestazioni nel solo 2023. L’approccio personalizzato ha ridotto significativamente i ricoveri ospedalieri non programmati e le visite al pronto soccorso, dimostrando l’efficacia di una gestione attenta e centrata sul paziente. Il DAMA ha evidenziato l’importanza di un’attenzione particolare alle necessità comunicative e psicologiche dei pazienti. L’integrazione di supporto sociale, assistenza medica e interventi psicologici, insieme a un forte coordinamento tra i vari servizi, ha migliorato significativamente la qualità della vita dei pazienti e delle loro famiglie, confermando che la salute è una condizione multidimensionale che va oltre il trattamento medico.
Conclusioni
Il successo del Progetto DAMA illustra il potenziale delle pratiche sanitarie integrate e centrare sul paziente per migliorare la gestione delle disabilità gravi. Offre un modello replicabile e scalabile che potrebbe essere adottato in altri contesti nazionali e internazionali, promuovendo un cambiamento significativo nel modo in cui le cure vengono erogate ai pazienti con esigenze speciali.
Connettere quattro ospedali e una serie di realtà minori in un territorio di oltre 750 chilometri quadrati. Strutture che complessivamente erogano oltre mille servizi al giorno a una comunità che supera le 200.000 persone. Era questa la sfida dell’ASST di Lodi, che nel 2019 ha iniziato a ripianificare la propria infrastruttura informatica. La pandemia ha colpito in modo particolare la provincia, rendendo più urgenti le necessità che erano state individuate (garantire uno smart working flessibile – grazie a RainbowTM -, dotare di connettività sicura e ad alta velocità anche le sedi sanitarie più decentrate e avere una maggiore larghezza di banda).
Per raggiungere questi obiettivi l’azienda sanitaria si è rivolta ad Alcatel-Lucent Enterprise: «Il progetto è composto da due grosse parti – spiega a TrendSanità Flavio Cassinari, Chief Information Officer ASST di Lodi -: una è la rete geografica, l’altra il networking interno. L’obiettivo principale era aumentare l’efficienza della nostra rete geografica ed evitare che danni che abbiamo avuto in passato come l’interruzione di una tratta di collegamento isolassero completamente gli ospedali».
Gli interventi
Luca Aga Rossi
Per riuscirci, si è sostituita un’infrastruttura a stella con una ad anello: nel primo caso, quando una tratta si interrompe, isola le sedi che si trovano sulla punta. L’infrastruttura ad anello permette invece percorsi diversi anche a fronte dell’interruzione di un segmento. Per ottimizzare l’affidabilità della rete geografica, riducendo l’impatto di potenziali guasti, l’ASST di Lodi ha realizzato un’infrastruttura composta da più anelli concentrici. Inoltre, per aumentare le performance, si è passati dalle reti classiche a un giga (GB) a quelle a fibra spenta dedicata che può arrivare a 10 o 40 GB. Sulla rete si è scelto di utilizzare il protocollo SPB (Shorthest Path Bridging) in grado di garantire i corretti livelli di ridondanza e affidabilità necessari per la continuità operativa. «La nostra infrastruttura network era ormai datata – ripercorre Luca AgaRossi, Security Manager ASST di Lodi -. Oggi disponiamo di un’infrastruttura suddivisa su tre livelli, con un protocollo innovativo. Tra le altre cose, questa nuova soluzione ci permette di fare degli aggiornamenti senza avere un impatto sulle utenze e sui servizi». Il protocollo SPB permette inoltre di «spostare delle macchine virtuali da un ambiente a un altro e quindi da un ospedale a un altro senza alcun impatto sull’operatività. Infine, disponiamo di una soluzione in cloud, che ci permette di estendere il nostro data center in questa modalità».
La direzione intrapresa dall’ASST di Lodi va verso la gestione del parco dei sistemi elettromedicali attraverso dei meccanismi di segregazione della rete. «Server e computer sono gestiti direttamente da noi, mentre i dispositivi medici sono preconfigurati dal fornitore – spiega Cassinari -. Quello che possiamo fare noi è quindi tentare di isolare queste macchine il più possibile. In questo modo, nel caso di un funzionamento anomalo, il malfunzionamento resta confinato il più possibile».
Uno sguardo al futuro
Le sfide future riguardano lo spostamento graduale dei data center in cloud e la connessione in mobilità: «Si tratta di elementi che nel privato sono stati implementati da tempo, mentre nel pubblico rappresentano quasi una novità – rileva Cassinari -. In passato abbiamo avuto problemi con servizi centralizzati a livello regionale che diventavano inagibili se veniva tranciato per sbaglio un filo o se andava a fuoco una centralina». La parola d’ordine è quindi differenziare e creare delle ridondanze. Sia utenti che operatori, poi, hanno sempre più la necessità di collegarsi ai servizi da smartphone e tablet. «Stiamo quindi potenziando reti Wi-fi sia per gli ospiti, sia per gli interni».
Anche i pediatri di famiglia si uniscono al no all’abolizione delle vaccinazioni obbligatorie (proposta ormai decaduta): «La proposta di abolire l’obbligatorietà per le vaccinazioni pediatriche contro morbillo, rosolia, varicella e parotite è priva di qualsiasi fondamento scientifico e rischierebbe di vanificare gli sforzi degli ultimi anni per arrivare ai tassi di copertura vaccinale raccomandati dagli organismi sanitari nazionali e internazionali, ancora oggi lontani dell’esser raggiunti. Si tenga conto, ad esempio, che nessuna regione italiana raggiunge il 95% di copertura contro il morbillo, relativamente alle due dosi del ciclo di immunizzazione», commenta Antonio D’Avino, Presidente nazionale Federazione Italiana Medici Pediatri (FIMP) in riferimento alla proposta di emendamento al ‘Ddl Liste d’attesa’ presentata dal senatore Claudio Borghi per abolire l’obbligatorietà delle vaccinazioni pediatriche.
«Bene il decadimento della proposta di emendamento – prosegue il presidente D’Avino – ma al di là della questione ‘tecnica’ dell’estraneità della materia rispetto al contenuto del Disegno di legge, che ha portato al rigetto della proposta emendativa, preme sottolineare la totale assenza di dati scientifici a supporto della revoca dei vaccini obbligatori per i minori. I vaccini sono farmaci sicuri ed efficaci, essenziali per proteggere chi è più fragile da malattie infettive pericolose e in grado di provocare vere e proprie epidemie, come avviene per il morbillo che ogni anno colpisce migliaia di bambini, con conseguenze importanti sulla loro salute e anche sul Servizio Sanitario Nazionale. La Federazione Italiana Medici Pediatri ribadisce la totale contrarietà rispetto a quanto ipotizzato, sottolineando la validità dei vaccini quale strumento fondamentale di sanità pubblica per proteggere i bambini, gli adolescenti, gli anziani e l’intera comunità».
I Segretari regionali CIMO, riuniti a Bologna, dopo ampio e approfondito confronto, hanno espresso una posizione unanime e incondizionata sul decreto liste di attesa e sulla Legge per l’attuazione dell’autonomia differenziata.
«Come CIMO prendiamo atto della mancata volontà di voler adottare interventi strutturali seri e fuori tesi a ridurre i tempi di attesa in sanità; un provvedimento legislativo che premia il settore privato senza chiare né il controllo sull’appropriatezza delle prestazioni erogate, né dell’impegno datoriale sui rinnovi dei contratti dei medici.
Il maggior carico di lavoro per noi medici dipendenti, rispetto ad una “mancia” economica oraria, vanifica la nostra richiesta di valorizzare l’indennità di specificità; soprattutto ci offende essere individuati come possibili responsabili di un sistema marcio alla fonte che, tra l’altro prevede ulteriori azioni vessatorie e punitive.
Di contro stigmatizziamo la cattiva abitudine di presentare innumerevoli emendamenti, un vero e proprio “assalto alla diligenza”, che nulla hanno a che vedere con la finalità del decreto.
Conosciamo tutti le vere cause che determinano i lungi tempi di attesa; dalla mancata riorganizzazione della rete ospedaliera e territoriale, alla lunga stagione dei tagli in sanità, alla grave carenza di personale ancorata al blocco ventennale del tetto di spesa, alla evidente inappropriatezza delle prestazioni legata alla “medicina difensiva”.
Di certo manca l’offerta sanitaria perché non si fa prevenzione secondaria e terziaria; il fabbisogno di personale è oggi messo in grave pericolo dall’algoritmo di AGENAS; manca una seria riforma sulla responsabilità professionale; non si valorizza il ruolo del personale sanitario che necessita di una radicale riforma dello stato giuridico, normativo ed economico.
In modo convinto, unanime e incondizionato esprimiamo il nostro parere sull’autonomia differenziata.
Riteniamo che la negativa esperienza in sanità, fonte di grandi sprechi e disequità a danno dei cittadini, rappresenti il vero monito per il futuro del nostro Paese perché analoghi percorsi saranno avviati su altri ambiti dei servizi essenziali portando ad una vera e propria disintegrazione dello stato sociale del Paese. In aggiunta i futuri LEP richiederanno importanti risorse aggiuntive che costringeranno molte regioni ad aumentare il prelievo fiscale riducendo, ulteriormente, il potere di acquisto dei cittadini.
Attesa, pertanto, l’assoluta inutilità di una Legge fortemente voluta da chi intende trasformare il nostro Paese in tanti piccoli “feudi”, CIMO ritiene che i diritti dei cittadini saranno fortemente compromessi da dinamiche che minano i principi fondamentali della Costituzione Italiana ed è per tale motivo che il sindacato dei medici intende essere parte attiva di ogni azione utile a scongiurare gli effetti devastanti di una Legge che mina seriamente l’unità del nostro Paese».
Il soprannome è inquietante: “Batterio mangia-carne”. E, secondo quanto riportato dal The Japan Times, le autorità sanitarie giapponesi hanno segnalato un aumento dei casi di quella che ufficialmente si definisce sindrome da shock tossico streptococcico (STSS), causata dal ceppo V1UK dello streptococco di gruppo A.
Anche se non si tratta di una patologia altamente trasmissibile, è interessante comunque notare e monitorare l’aumento del numero dei casi
Per fare chiarezza e valutare i rischi dalla prospettiva italiana, TrendSanità ha parlato di STSS con Massimo Andreoni, ordinario di Malattie Infettive all’Università di Roma Tor Vergata e Direttore scientifico SIMIT (Società Italiana di Malattie Infettive e tropicali) e Francesco Menichetti, già ordinario di Malattie Infettive all’Università di Pisa e Presidente GISA (Gruppo Italiano per la Stewardship Antimicrobica).
Immagine del National Institute of Infectious Diseases Giappone
Il governo di Tokyo ha diffuso l’allarme dopo che i casi di infezione hanno superato la metà del totale dello scorso anno, con 88 contagi nella capitale (517 infezioni in tutto il Paese) al 17 marzo. Nel 2023 i casi furono 141, con 42 decessi. Solitamente la STSS è preceduta dalla necrosi del tessuto sottocutaneo (fascite necrotizzante) e ha un tasso di mortalità molto alto, circa il 30% nel 2023. L’allarme lanciato dalle autorità giapponesi evidenza la gravità di queste infezioni batteriche e la necessità di una rapida risposta sanitaria per contenere la loro diffusione e mitigare gli impatti sulla popolazione.
Perché è definito batterio mangia-carne?
«Per la capacità di produrre una tossina che causa la necrosi del tessuto sottocutaneo e dei muscoli – risponde Menichetti –. La necrosi comporta la distruzione del tessuto colpito, rendendo l’infezione grave e pericolosa per l’arto interessato e per la sopravvivenza. Si parla quindi di fascite necrotizzante, la malattia conseguente all’attività della tossina, i cui sintomi iniziali possono essere facilmente sottovalutati, poiché all’esame obiettivo si vede poco, la cute della gamba, del braccio o della zona interessata appare leggermente pallida, fredda e dura, ma non giustifica il dolore intenso lamentato dal paziente. Ed è proprio l’intensità del dolore che dovrebbe far sospettare la presenza della fascite necrotizzante. La discrepanza tra sintomi lamentati e scarsità di segni visibili è il segnale che i medici non devono sottovalutare. Invece, capita che si considerino esagerate le lamentele del paziente, proprio perché l’azione del batterio, inizialmente, non si vede in superficie. Per questo è imperativo l’approccio chirurgico per la rimozione del tessuto necrotico, l’unico intervento salva vita, che deve essere tempestivo e reiterato. I medici devono saper riconoscere i sintomi della fascite e agire rapidamente, quindi è necessario che siano adeguatamente preparati su questa grave infezione batterica».
Siamo di fronte a una nuova potenziale pandemia?
Massimo Andreoni
«Nonostante la mortalità sia molto elevata – risponde Andreoni –, i casi sono normalmente isolati e non provocano cluster epidemici. Quindi, no, direi che non siamo di fronte a una nuova possibile pandemia. In passato, le infezioni che oggi stiamo osservando erano piuttosto rare: un caso ogni 300mila o un milione di persone. Nonostante il recente incremento, è importante mantenere un approccio cauto e non precipitarsi a definire la situazione come un’epidemia. Non c’è stata un’esplosione improvvisa di casi, essendosi registrati meno di 100 casi in 3-4 mesi. Tuttavia, con una mortalità che varia dal 30% al 60%, la gravità di questa malattia non è da sottovalutare. Anche se non si tratta di una patologia altamente trasmissibile, è interessante comunque notare l’aumento del numero dei casi, probabilmente per una maggiore vulnerabilità immunitaria della popolazione. Ma lo ripeto, nonostante la sua gravità, questa malattia non presenta le caratteristiche per diventare una pandemia, data la sua modalità di trasmissione limitata. In Giappone la situazione è attentamente monitorata».
Francesco Menichetti
Aggiunge Menichetti: «Non esiste al momento un rischio concreto per l’Italia. Nel nostro Paese, i casi di infezione da streptococco di gruppo A, variante V1UK, sono fortunatamente sporadici, senza evidenza di focolai epidemici significativi. Nonostante i casi segnalati in Giappone, da noi non ci sono segnali di possibile rischio. Certo, è importante mantenere alta la vigilanza e la consapevolezza pubblica. I dati giapponesi testimoniano un fenomeno in atto, un incremento di queste forme di infezione streptococcica che merita di essere monitorata con attenzione».
Come si trasmette e chi è più a rischio?
«La sindrome da shock tossico non è un fenomeno nuovo – ci dice Andreoni –, nonostante l’attenzione che sta ricevendo in questi giorni. È una condizione causata dalle tossine liberate da uno specifico streptococco, lo Streptococcus pyogenes. Il quadro clinico che ne deriva è piuttosto severo, con sintomi come febbre alta, rash cutanei e, nei casi più gravi, malfunzionamento multiorganico che può evolvere in shock grave. Spesso è descritta appunto una fascite necrotizzante. Lo streptococco è normalmente presente sulla nostra pelle, diventa pericoloso solo quando acquisisce la capacità di produrre esotossine. Non si trasmette per via aerea ma, più frequentemente, attraverso il contatto diretto. L’uso di tamponi interni durante il ciclo mestruale è uno degli esempi più noti di situazioni che possono favorire lo sviluppo della sindrome. Non è necessariamente una malattia dei soggetti immunodepressi o fragili e può colpire anche individui in perfetto stato di salute».
Aggiunge Menichetti: «Infatti, la cosa più interessante è proprio il coinvolgimento di individui più giovani, con circa un terzo degli over 30 che ha contratto l’infezione deceduto. È proprio quest’anomalia che ha richiamato l’attenzione della comunità medico-scientifica ed è il motivo per cui è un evento che non va sottovalutato. Occorre vigilare e registrare i possibili sviluppi».
Quali possono essere le cause dell’aumento della prevalenza di questo patogeno? Si parla di indebolimento del nostro sistema immunitario nativo causato dal covid-19 e dalla minore esposizione alle infezioni date le misure di sicurezza anti-contagio…
Non esiste al momento un rischio concreto per l’Italia. Nel nostro Paese, i casi di infezione da streptococco di gruppo A, variante V1UK, sono fortunatamente sporadici
Risponde Andreoni: «Recentemente, alcuni studiosi hanno avanzato l’ipotesi che la pandemia da covid-19 abbia potuto indebolire l’immunità innata a livello globale, favorendo così la diffusione di infezioni batteriche, tra cui quelle causate dallo streptococco. È interessante notare che le misure di distanziamento sociale abbiano significativamente ridotto l’incidenza di infezioni respiratorie come l’influenza, ma hanno in qualche modo ridotto l’esposizione ai patogeni, abbassando così potenzialmente l’efficacia dell’immunità, soprattutto nei bambini. Quindi, è possibile che il sistema immunitario possa essere stato indebolito dalla pandemia, interferendo con i meccanismi che normalmente rafforzano l’immunità innata. L’utilizzo di mascherine e il rispetto del distanziamento sociale, pur essendo misure essenziali per contenere la diffusione del virus, hanno comportato un effetto collaterale non trascurabile, cioè un’immunità potenzialmente indebolita».
È un batterio che ha sviluppato resistenza agli antibiotici?
«Lo streptococco, in generale, mantiene una buona sensibilità agli antibiotici– afferma Andreoni –. In particolare, lo Streptococcus pyogenes. Ma la gravità clinica di questa condizione non è legata alla resistenza agli antibiotici, ma piuttosto alla capacità del batterio di produrre una tossina particolarmente pericolosa».
I cambiamenti climatici e l’inquinamento potrebbero essere una possibile causa della diffusione del batterio?
«Il riscaldamento globale influisce sulla proliferazione batterica, tuttavia non ritengo che possa giustificare completamente l’aumento delle infezioni da streptococco che stiamo osservando – conclude Andreoni –. Più specificamente, le variazioni climatiche potrebbero non essere direttamente correlate all’aumento dei casi di shock tossico. Benché sia vero che un incremento di uno o due gradi, così come un clima più umido, possano estendere la sopravvivenza e la diffusione delle zanzare, applicare questo ragionamento ai germi patogeni è prematuro. È noto che l’innalzamento delle temperature influisce sulla presenza di batteri nelle acque marine e dolci, modificando gli ecosistemi in cui questi si sviluppano. Tuttavia, collegare direttamente questi cambiamenti all’aumento di incidenza di certi ceppi batterici, come quello dello streptococco, richiede ulteriori evidenze e studi più approfonditi».
Bastano pochi click per essere aggiornati su caratteristiche e indicazioni terapeutiche, controindicazioni, interazioni con altri farmaci, rimborsabilità, eventuali effetti dopanti per chi pratica sport agonistico. E con l’App si può creare un armadietto personale dei farmaci che ricorda quando assumerli, perché la mancata aderenza alle terapie nuoce alla salute ma anche alla nostra economia, visto che fa lievitare di 10 miliardi i costi sociali e sanitari.
Ma l’app fa anche altro: invia alert quando un farmaco viene sospeso o ritirato dal commercio, aggiorna costantemente i medicinali per i quali si registrano carenze, segnala i farmaci con effetti dopanti per chi fa sport a livello agonistico.
Prima di tutto, digitando il nome commerciale del farmaco o del principio attivo la App fornisce sinteticamente tutte le informazioni su questo e le sue diverse confezioni e forme farmaceutiche rispetto a rimborsabilità, caratteristiche e controindicazioni o interazioni con altri medicinali. Un riassunto più approfondito è invece riservato ai medici e ai farmacisti. È poi possibile creare uno o più armadietti farmaceutici, per sé e i propri cari. Si digita il nome del farmaco e si attiva un alert che all’ora indicata ricorda di assumere il medicinale.
«Un’applicazione semplice per risolvere un grande problema: quello della mancata aderenza alle terapie da parte soprattutto dei pazienti cronici e anziani in politerapia, che interrompono o assumono con discontinuità i farmaci nel 50% dei casi quando si arriva a doverlo fare per quattro volte nel corso di una giornata – sottolinea Robert Nisticò, Presidente dell’AIFA -. Un problema per la salute dei pazienti ma anche per i conti pubblici. Negli Usa studi stimano in 100 miliardi di dollari l’anno i costi sanitari e sociali indotti dalla mancata aderenza alle terapie. Fatte le debite proporzioni si potrebbe stimare in 10 miliardi l’onere per l’Italia».
Ma le funzioni dell’App non finiscono qui. Quando è certificata la carenza di un farmaco viene immediatamente notificata, se questo è in uno dei nostri armadietti o tra i “preferiti”. Un link al sito di AIFA consente poi di sapere quando è prevista la cessazione della carenza e se ci sono in alternativa, com’è nella stragrande maggioranza dei casi, altri prodotti equivalenti o con la stessa indicazione terapeutica. Anche se viene raccomandato di rivolgersi sempre al medico prima di cambiare la terapia.
Sia la banca dati che la App segnalano per ciascun farmaco se questo contiene sostanze dopanti per chi pratica sport agonistico. Una funzione che verrà arricchita specificando anche per quali tipi di sport un medicinale è considerato dopante e se in gara o anche in allenamento.
Le vaccinazioni sono uno strumento di prevenzione primaria di straordinaria importanza e vengono utilizzate con l’obiettivo di conferire uno stato di protezione ai soggetti che per età, condizioni epidemiologiche, di salute, occupazionali o comportamentali, sono esposti al rischio di contrarre malattie infettive prevenibili mediante immunizzazione nonché quello di ottenere il controllo o l’eliminazione, quando possibile l’eradicazione, di patologie infettive che correlano con quadri clinici severi, complicazioni o per le quali non esiste terapia.
«I recenti dati epidemiologici relativi al morbillo – afferma Giovanni Gabutti, Coordinatore del Gruppo di Lavoro ‘Vaccini e Politiche vaccinali’ della Società Italiana d’Igiene (SItI) – dimostrano chiaramente che non si può abbassare la guardia e che, anzi, occorre un ulteriore sforzo per incrementare le coperture vaccinali. L’ipotesi di abolire l’obbligo vaccinale non ha pertanto alcun razionale scientifico e comporterebbe il rischio sia di vanificare gli sforzi fatti negli ultimi anni che di favorire la comparsa di nuovi episodi epidemici di malattie che non possono assolutamente essere considerate né sconfitte né banali».
Spesso si dimentica che l’assenza o lo scarso impatto di molte malattie prevenibili con vaccino è strettamente legato al raggiungimento e al mantenimento di elevate coperture vaccinali, che pertanto sono fondamentali.
Un programma di vaccinazione ha due effetti, uno diretto, per cui la quota di popolazione vaccinata diventa immune (da cui deriva una riduzione del numero delle infezioni), ed uno indiretto, in base al quale, superata una certa soglia di copertura, si ottiene un minor numero di casi di infezione e quindi una ridotta forza dell’infezione stessa (immunità di gregge). Il meccanismo dell’immunità di gregge si innesca però quando vengono raggiunti e mantenuti elevati tassi di copertura vaccinale, generalmente ≥95% come esplicitato nel Piano Nazionale di Prevenzione Vaccinale 2023-2025 che indica chiaramente gli obiettivi di copertura da raggiungere.
L’importanza delle vaccinazioni
L’Italia è sempre stata all’avanguardia in ambito vaccinale e storicamente ha ottenuto risultati eccellenti, soprattutto nella fascia pediatrica. Tuttavia, a partire dal 2013 e per alcuni anni, si è registrato un progressivo calo delle coperture nei confronti sia delle vaccinazioni obbligatorie che di quelle raccomandate che ha determinato nel nostro Paese una copertura media <95% e quindi il rischio di perdere l’immunità di gregge. Per questo motivo è stato emanato il Decreto legge n. 73 del 7 giugno 2017 – “Disposizioni urgenti in materia di prevenzione vaccinale” – modificato dalla Legge di conversione del 31 luglio 2017, n. 119, che ha determinato l’obbligatorietà delle seguenti vaccinazioni per i minori di età compresa tra zero e sedici anni e per i minori stranieri non accompagnati: anti-poliomielitica, anti-difterica, anti-tetanica, anti-epatite B, anti-pertosse, anti-Haemophilusinfluenzae tipo b (mediante l’uso del vaccino esavalente) e anti-morbillo, anti-rosolia, anti-parotite e anti-varicella.
L’introduzione dell’obbligo ha permesso di ottenere in tempi relativamente rapidi un significativo incremento delle coperture per le vaccinazioni obbligatorie.
Si è osservato tuttavia, in questi anni, una nuova riduzione delle coperture che nulla ha a che fare con l’obbligo ma, piuttosto, con una globale reazione agli eventi correlati alla pandemia dal momento che l’abbassamento delle coperture riguarda tutte le vaccinazioni e non solo quelle obbligatorie.
Nel periodo gennaio-maggio 2024, in Italia, sono stati notificati 556 casi di morbillo (22,7 casi per milione di abitanti), di cui 125 casi nel mese di maggio. La maggior parte dei casi (89,7%) ha interessato soggetti non vaccinati; un ulteriore 4,9% dei casi è stato registrato in soggetti incompletamente vaccinati. L’età mediana dei casi segnalati è pari a 30 anni e sono stati segnalati casi tra operatori sanitari (37 nel 2024) e trasmissione in ambito nosocomiale. Il 30% circa dei casi ha presentato almeno una complicanza.
«Ha del ridicolo anche solo immaginare che genitori convinti della efficacia delle vaccinazioni non vaccinino il proprio figlio solo perché obbligati a farlo e, per dare fastidio allo Stato, ne mettano a rischio la vita – sottolinea Roberta Siliquini, Presidente della Società Italiana d’Igiene – Piuttosto che togliere l’obbligo è necessario rafforzare i Dipartimenti di Prevenzione, ad oggi sottofinanziati, affinchè abbiano le risorse necessarie per meglio comunicare con le famiglie garantendo una capillare e corretta informazione».
Il no dei pediatri
Il Tavolo tecnico Malattie infettive e Vaccinazioni della Società Italiana di Pediatria esprime la sua ferma opposizione all’emendamento al decreto sulle liste d’attesa che prevede di trasformare in “raccomandati” i vaccini contro morbillo, rosolia, parotite e varicella.
La Legge sull’obbligo vaccinale per l’accesso a scuola ha dimostrato di essere un efficace strumento per aumentare i livelli di copertura vaccinale in un momento storico in cui erano in calo. Se consideriamo il morbillo, malattia altamente contagiosa con un tasso di mortalità di circa 0,1-0,2% (1-2 su 1.000) nei paesi sviluppati, prima dell’introduzione della legge, la copertura vaccinale per i nati nel 2014 entro i 24 mesi di età era dell’87,21%. Attualmente, per i nati nel 2020, questa percentuale è salita al 94,38%, ma ci sono ancora 22.755 bambini non protetti contro il morbillo entro i 24 mesi.
Analizzando ulteriormente i dati, nella fascia di età 5-6 anni, più di 73.000 bambini non risultano adeguatamente protetti con una o due dosi di vaccino contro il morbillo. Nella fascia di età dei 18 anni, la situazione è ancora più preoccupante: più di 37.000 diciottenni non hanno effettuato la prima dose di vaccino contro il morbillo e più di 67.000 non hanno ricevuto la seconda dose.
Questi dati spiegano l’attuale quadro epidemiologico del nostro Paese, con 556 casi di morbillo notificati solo nel periodo dal 1° gennaio al 31 maggio 2024.
Alla luce di queste evidenze, appare chiaro che eliminare l’obbligo vaccinale in questo momento sarebbe irrazionale. In un contesto dove la disinformazione è diffusa, una proposta di questo tipo rischia di compromettere la salute pubblica, mettendo in pericolo sia i singoli cittadini sia l’intera società.
Si chiama Rapid Recovery United è il nuovo reparto dell’ospedale Mauriziano di Torino che, adottando regole di lean managementin sanità ed utilizzando tecniche personalizzate ed innovative in sala operatoria, permette di affrontare le patologie ortopedichepiù importanti, qualila protesi di ginocchio o di anca, dimettendo il paziente tra la seconda e la quinta giornata di ricovero, grazie all’anticipazione dei diversi trattamenti necessari alla cura. Così il Mauriziano vede crescere del 25% il numero di interventi eseguiti con conseguente riduzione delle liste d’attesa.
Il paziente della Rapid Recovery Unit del Mauriziano, sottoposto ad intervento di protesi di ginocchio, entra in reparto tra domenica e lunedì per gli ultimi accertamenti prima dell’intervento chirurgico programmato per il lunedì mattina. Dopo l’anestesia loco-regionale (che agisce solo sulla zona interessata dall’intervento) è il momento della sala operatoria, dove vengono adottate tecnologie dedicate al singolo paziente ed ogni caso è studiato con pianificazione pre-operatoria e con protesi personalizzate. A supporto dell’équipe chirurgica possono inoltre intervenire tecnologie, quali navigazione,robotica o 3D.
Il paziente rientra nel reparto di Rapid Recovery Unit nella stessa giornata dell’intervento chirurgico ed inizia il percorso di riabilitazione con mobilitazione a letto ed iniziale deambulazione con l’ausilio delle stampelle. Nei giorni successivi prosegue il percorso di riabilitazione e viene dimesso entro il venerdì in condizioni di autonomia ed indipendenza, vale a dire con la capacità di salire e scendere le scale, nonché di alzarsi dal letto o dalla sedia. Il percorso di riabilitazione prosegue nei giorni successivi, a domicilio o in ospedale. Per gli interventi meno complessi che possono riguardare la traumatologia sportiva del ginocchio o della spalla le dimissioni possono arrivare il giorno stesso dell’intervento o nella seconda giornata di ricovero.
«Negli ultimi anni, patologie ortopediche come quella dell’artrosi o come quelle traumatiche del mondo sportivo, risultano in costante crescita e con loro aumenta la necessità di interventi chirurgici che vadano incontro alle esigenze del singolo paziente – spiega Roberto Rossi, Direttore dell’Ortopedia dell’Azienda Ospedaliera Ordine Mauriziano di Torino -. È per questo motivo che il nostro ospedale, con il supporto dell’Università, ha creato il reparto di Rapid Recovery Unit, realtà nata per ottimizzare il risultato destinato al paziente in virtù di un team anestesiologico dedicato, che applica terapie e protocolli antalgici innovativi, in grado di offrire un elevato risultato in termini di diminuzione del dolore e di un team di sala operatoria capace di applicare tecniche chirurgiche innovative con il supporto di nuove tecnologie. Realtà di questo tipo esistono già negli Stati Uniti, in Europa e Italia, ma sono tutte private: quella del Mauriziano è la prima realtà italiana ad essere nata all’interno del Servizio Sanitario Nazionale».
«Si tratta di un percorso assistenzialeche coinvolge il paziente ed i suoi familiari in ogni sua fase – aggiunge Elga Ghironi, responsabile assistenziale del Dipartimento area chirurgica del Mauriziano -. Già nella fase pre-operatoria, il paziente viene informato su tutto ciò che accadrà prima e dopo l’intervento: dal pre-ricovero alle fasi intra e post operatorie. Il paziente viene preso in carico da tutte le figure assistenziali che intervengono, ciascuno con le proprie competenze, in ogni fase del percorso: ortopedico, anestesista, fisiatra, fisioterapista, infermieri, personale di supporto, amministrativo ed anche volontario».
«Il nuovo reparto di Rapid Recovery Unit permette di applicare i principi di lean management all’interno del percorso ortopedico chirurgico del nostro ospedale – conclude Stefano Passi, medico della Direzione sanitaria dell’Azienda Ospedaliera Ordine Mauriziano -. Il metodo lean è una tecnica di management in sanità che si basa su tre principi cardine: standardizzare i processi clinici, eliminare gli sprechi, ottimizzare l’attività a valore per l’Azienda e soprattutto per il paziente. Grazie a questo nuovo modello organizzativo, il Mauriziano è oggi in grado di offrire un percorso di pre-ricovero rapido ed efficiente, che si completa nell’arco di una giornata, nonché di garantire un numero maggiore di interventi. Una prima analisidei risultati clinici e di soddisfazione del paziente e dei risultati economici dell’Azienda ci porta a dire che il reparto di Rapid Recovery Unit ha permesso un aumento del numero di interventi di circa il 25%, nonché una drastica riduzione dei cosiddetti “tempi non a valore”, quelli che indicano sprechi ed inefficienze nell’intero processo ospedaliero e che oggi, con questo nuovo modello organizzativo, risultano pressoché azzerati. Quello di Rapid Recovery Unit è un modello vincente in grado di garantire efficacia, efficienza, sicurezza e soprattutto qualità ai pazienti che curiamo nel nostro ospedale».
«Proprio domenica scorsa ho inviato un mio giovane paziente con una patologia grave in pronto soccorso per una urgenza ed ero ansioso di vedere gli esiti degli esami di laboratorio a cui lo stavano sottoponendo. È bastato aspettare meno di un’ora e collegandomi al suo fascicolo sanitario elettronico ho potuto verificare i dati ed essere rassicurato che la situazione si stava normalizzando».
Ecco a cosa può servire, ad esempio, il Fascicolo Sanitario Elettronico (FSE) di cui tanto si è parlato nelle scorse settimane. A raccontare questa storia a TrendSanità è Osama Al Jamal, segretario nazionale alla tesoreria FIMP – Federazione italiana medici pediatri e segretario regionale FIMP per la Sardegna. La storia del dottor Al Jamal delinea un approccio positivo a questo strumento, ma complicazioni, ritardi e lati oscuri non mancano.
Una lunga storia
La storia del dottor Al Jamal delinea un approccio positivo a questo strumento, ma complicazioni, ritardi e lati oscuri non mancano
Parliamo di uno strumento innovativo per la nostra sanità. Così innovativo che se ne parla già nel 2003, analizzando il tema della protezione dei dati sanitari personali, poi nel 2009, quando il Garante ne fissa le prime linee guida e ancora, ufficialmente, con l’articolo 12 del Decreto-legge 179 del 18 ottobre 2012 che lo istituisce formalmente. Ora, come dicono i geek dell’informatica, il FSE ha fatto un reboot, e promette una stagione nuova con il Decreto del Ministero della salute del 7 settembre 2023 che ha varato il FSE 2.0 e con il miliardo e trecento milioni dedicati a questo obiettivo dal PNRR.
Dati ancora a livelli molto bassi
Osama Al Jamal
Serviva un riavvio, infatti, perché a dispetto dei tanti utilizzi virtuosi disseminati nella penisola, non è ancora ufficialmente decollato come strumento nazionale. Secondo una rilevazione di Ministero della Salute e Dipartimento per la Trasformazione Digitale, è ferma al 18% la media nazionale dei cittadini che l’hanno usato tra gennaio e marzo 2024. Si va dal 64% della Provincia di Trento all’1% di Marche, Sicilia e Calabria. Si ferma, invece, alla media del 40% il dato dei cittadini che hanno dato il consenso alla consultazione dei propri documenti clinici da parte di medici ed operatori del Sistema Sanitario Nazionale. Vanno meglio, ma sempre con grandi differenze territoriali, gli utilizzi da parte dei professionisti sanitari, soprattutto medici di medicina generale (MMG) e pediatri di libera scelta (PLS).
Opposizioni e disinformazione
Il 30 giugno era una data, inoltre, importante perché rappresentava il temine ultimo per i cittadini per opporsi al caricamento sul proprio FSE dei dati precedenti al 2020. In pochi hanno esercitato questa opposizione (i primi dati dicono circa 280mila persone, dunque lo 0,5% della platea complessiva), tuttavia si sono levate limitate ma rumorose proteste sui social media, e su alcuni media tradizionali, alimentate spesso dalla disinformazione verso questo strumento, dalla paura di condividere dati così sensibili e dal timore di furti e attacchi cyber.
Garante contro Regioni
Ad agitare le acque, il 26 giugno è arrivata anche l’iniziativa del Garante per la protezione dei dati personali che ha notificato a 18 Regioni e alle Province autonome di Bolzano e Trento l’avvio di procedimenti correttivi e sanzionatori per le numerose violazioni riscontrate nei modelli di informativa sul FSE 2.0 predisposti dagli enti che non includevano possibilità di oscuramento, delega e consensi specifici come previsto dalla normativa nazionale.
Le rassicurazioni del Governo
«Abbiamo detto più volte che il dato, anche dopo essere stato caricato, può essere reso anonimo e c’è la possibilità per ognuno di non far accedere ai propri dati senza il consenso» cerca di rassicurare il sottosegretario alla Salute, Marcello Gemmato, rispondendo a TrendSanità. «Magari il cittadino si fida solo del suo medico di famiglia e del pediatra dei suoi figli e può dare solo a lui il consenso ad accedere». Ecco tornare in campo le due figure chiave che fanno da interfaccia tra ogni italiano e il SSN e che dunque sono le prime a dover alimentare e a poter consultare il FSE.
Il nodo formazione e il caos “gestionali”
Una diagnosi di uno specialista? Io dovrei uscire dal mio “gestionale” e non saprei dove andare a cercare nel FSE, anche perché non ci è stata fatta alcuna formazione
«Una diagnosi di uno specialista? Il risultato di un’analisi di laboratorio? No, non credo ci siano nel fascicolo dei miei pazienti, molte strutture non lo alimentano e poi manca la “cooperazione applicativa”. Io dovrei uscire dal mio “gestionale” e non saprei dove andare a cercare nel FSE, anche perché non ci è stata fatta alcuna formazione». Nelle prime frasi scambiate con TrendSanità dal dottor Nicola Calabrese, vicesegretario nazionale e tesoriere della Fimmg – Federazione italiana medici di medicina generale, ecco spuntare almeno due delle grandi criticità che si trova ad affrontare questo strumento: la prima è la formazione di MMG e PLS e la seconda è quella dei “gestionali”, i programmi che comunemente utilizzano i nostri medici di famiglia per le ricette e dove raccolgono il nostro fascicolo sanitario, anche questo elettronico, ma che ancora non comunica completamente con il fratello maggiore FSE 2.0.
Dal Governo fondi per la formazione
«È evidente – dice a TrendSanità il sottosegretario alla Presidenza del Consiglio per l’Innovazione, Alessio Butti – che, se noi vogliamo raggiungere gli obiettivi del Fascicolo Sanitario Elettronico più velocemente possibile, dobbiamo coinvolgere tutti i portatori di interesse. E chi più del medico di famiglia potrà contribuire ad alimentarlo? Per questo insieme al Ministero della Salute abbiamo previsto anche i fondi per la formazione dei professionisti sanitari, che è fondamentale. Sugli altri temi abbiamo già iniziato una interlocuzione con le rappresentanze di MMG e PLS. Vogliamo coinvolgere anche le Regioni perché ci rendiamo conto di quello che c’è da migliorare sul territorio nel rapporto tra istituzioni e medici. Non vogliamo correre il rischio di far naufragare questo progetto come altri in passato. Pensiamo alla App Immuni per il tracciamento dei contatti Covid-19. È fallita tecnologicamente perché non funzionava e anche perché la medicina generale sul territorio non rispondeva. Per evitare che anche un buon progetto tecnologico diventi un fallimento sul territorio dobbiamo lavorare e confrontarci con i medici».
Carichi di lavoro e burocrazia tecnologica
Nicola Calabrese
Presa in carico, dunque, la questione formazione, sembra che il confronto dovrà ripartire dalla infrastruttura tecnologica, e dai “gestionali” in particolare. «Se torniamo al FSE 1.0 noi MMG, insieme ai PLS, siamo stati i primi ad alimentarlo con 4,5 miliardi di documenti prodotti e caricati. Ma a fronte di questo non c’è stata “cooperazione applicativa” con i sistemi che usiamo tutti i giorni». Insomma, il gestionale alimenta il FSE automaticamente, ma dal FSE ben poco “arriva” sul programma gestionale del medico che dovrebbe uscire dal programma e aprire il FSE per consultare quei dati alimentati da altre strutture o da altri professionisti. «Se a questo ci aggiungiamo l’attività che ci viene richiesta per alimentare il patient summary europeo, allora si capisce quanto possa essere gravoso sui nostri carichi di lavoro…» conclude sconsolato Calabrese.
Il consenso dei cittadini
Fin qui manca il tema dei cittadini che, come abbiamo visto, ancora conoscono, usano e autorizzano molto poco questo strumento. Questo genera il paradosso di un sistema che, tra le tante difficoltà fin qui segnalate, detiene comunque una miniera di dati (molte decine di miliardi di dati sanitari), ma da questi dati riesce a farci ancora poco. Sia per i singoli pazienti, sia come SSN, che potrebbe usarli per migliorare i servizi e ottimizzare le sue sempre insufficienti risorse.
Una campagna che parta dai dubbi
«I cittadini vanno coinvolti meglio. E non è pensabile, come ci ha chiesto la nostra ASL, di affidare a noi il compito di convincerli durante le visite e magari attivarglielo lì per lì. Ma si immagina, con il poco tempo che abbiamo, noi che ci mettiamo a compilare i moduli per il consenso… Ci vuole una campagna di comunicazione istituzionale, nazionale e locale, che chiarisca anche i tanti dubbi che raccogliamo dalla gente: la paura per la privacy e per la sicurezza di dati che vanno in giro per il web. Invece, quando noi riusciamo a spiegare ai cittadini che è importante che in caso di incidente in pronto soccorso si possa vedere subito la cartella clinica del figlio, sapere se ha patologie, se segue cure, allora si convincono subito», conclude il pediatraAl Jamal.