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“Riforma” disabilità, ministro Locatelli a TrendSanità: «Con “progetto di vita” basta burocrazia e rinvii. Puntare su LEPS e nuova normativa caregiver»

«Attualmente i territori rispondono ai singoli bisogni, solo che lo fanno in modo frammentato. Ci sono sportelli, uffici e vari enti ai quali le persone con disabilità e le loro famiglie si devono rivolgere con notevoli complicazioni a volte per i tempi di attesa, e perché non tutti sono in grado di rispondere a quel bisogno specifico e serve tornare in un altro ufficio. Con l’introduzione del “progetto di vita”, invece, noi semplifichiamo l’iter burocratico, semplifichiamo la vita delle persone con disabilità, obbligando gli enti e le istituzioni a sedersi tutti intorno allo stesso tavolo e a dare contemporaneamente le risposte ai bisogni che siano di tipo sanitario, socio sanitario, assistenziale e sociale in modo da poter attivare immediatamente, all’atto della firma del “progetto di vita”, tutti i servizi e le misure che sono stati ritenuti adeguati per rispondere ai bisogni, sempre partendo dai desideri e dalle esigenze della persona con disabilità e in condivisione con la sua famiglia».

Alessandra Locatelli

Parte dalla più importante delle novità introdotte dal “decreto disabilità” il Ministro Alessandra Locatelli nel suo colloquio con TrendSanità e nel confronto con gli esperti di associazioni, enti e professioni che ogni giorno si dedicano con abnegazione a questo tema, le cui opinioni sulla “riforma” potrete leggere presto sulla nostra testata. Questo decreto, il numero 62 del 2024, entrato in vigore da pochi giorni, il 30 giugno 2024, è stato definito epocale…

Ma cosa cambia nel concreto per le persone con disabilità?

«Il “decreto disabilità”, cuore della riforma che stiamo attuando, rivoluziona la presa in carico della persona, permette di sburocratizzare il percorso di riconoscimento dell’invalidità civile e, soprattutto, attraverso l’introduzione del “progetto di vita”, di superare le frammentazioni tra le prestazioni sanitarie, sociosanitarie e sociali. Si semplifica, dunque, la fase preliminare dell’accertamento dell’invalidità, la cosiddetta valutazione di base, individuando un unico soggetto accertatore, riunificando le procedure esistenti ed eliminando le visite di rivedibilità grazie a un certificato che di norma avrà durata non limitata nel tempo. Il decreto sul “progetto di vita” introduce anche il principio dell’accomodamento ragionevole e aggiorna il linguaggio sulla disabilità: parole come handicappato e portatore di handicap saranno abolite dalle leggi ordinarie e si parlerà finalmente di persone con disabilità». 

La macchina amministrativa da avviare è complessa. Ci sono le risorse sia umane, sia economiche?

«Sì, sono state stanziate dal precedente Governo e da noi incrementate. Inoltre, la parte che riguarda i medici componenti le commissioni di valutazione in capo all’INPS verrà implementata con le risorse che abbiamo messo a disposizione della stessa INPS».

A livello territoriale spesso le leggi, anche se valide, si attuano con fatica e la differenza tra Regioni non aiuta. Cosa si prevede per superare questo problema?

«Intanto, c’è sicuramente un tema di norme da attualizzare, un tema di risorse che verranno sempre incrementate, ma c’è anche un tema che non riguarda solo la differenziazione territoriale, ma le singole persone, quindi lo sguardo che dobbiamo cambiare. La riforma, infatti, vuole stimolare e promuovere un nuovo approccio che guardi alle persone per i loro talenti e le loro competenze e non per i loro limiti. Questo per tutti gli ambiti della vita quotidiana a partire dalla presa in carico della valutazione della disabilità, che non deve essere più legata solo alla capacità residua di lavorare ma alla funzionalità di ogni singola persona fino ad arrivare ad altri temi che devono ricomprendere il benessere, la cura, l’aspetto della formazione e dell’inclusione lavorativa, la vita ricreativa e la dimensione della vita sociale. Tutto questo deve tenersi insieme perché la persona è una. Per quanto riguarda le differenze territoriali nello sviluppo di buone politiche della presa in carico delle persone attraverso l’elaborazione dei LEPS (Livelli Essenziali delle Prestazioni Sociali) avremo l’opportunità di dare uno standard minimo a tutte le Regioni affinché si possano allineare e garantire gli stessi diritti a tutti».

Per attuare il “progetto di vita” si prevede un budget personalizzato che può essere flessibile in base alle esigenze specifiche, ma la compartecipazione al costo delle prestazioni resta in piedi. Come si conciliano le due cose?

«Il “progetto di vita” viene realizzato con il budget di progetto e deve tenere conto delle risorse della persona con disabilità ma anche di quelle che vengono messe a disposizione dal livello locale, regionale e nazionale. Tutto concorre a scrivere il budget di progetto ed è quello che rende sostenibile il “progetto di vita”, inteso sia come progetto della riforma della disabilità sia come il progetto di vita, per esempio, per applicare la Legge 112/2016 sul “dopo di noi”. Perché per poter garantire alla persona una vita il più possibile autonoma, indipendente e dignitosa, bisogna inserire nel budget di progetto tutte le risorse disponibili, comprese quelle della persona. Non c’è niente di strano, serve però che tutti gli enti e chi lavora negli enti siano in grado di elaborare progetti e budget di progetti sostenibili, mirati, adeguati a ogni persona, a partire dai suoi desideri e dal suo diritto di scegliere come previsto dalla Convenzione Onu».

Come si potrà semplificare un iter piuttosto complesso come quello che prende in carico la persona con disabilità?

«Quello che serve per introdurre in maniera efficace questo strumento è una capillare formazione che avverrà nelle prossime settimane già per le nove province oggetto della sperimentazione che partirà dal 1° gennaio 2025,ma poi si diffonderà in tutto il territorio nazionale una formazione intensa rivolta agli enti locali, agli enti regionali, alle Università, in accordo con il Ministero dell’Università, agli enti del Terzo settore e a tutte le categorie professionali coinvolte nella stesura del “progetto”. Non dimentichiamo poi che insieme con la sperimentazione del “progetto di vita” partirà anche la sperimentazione che riguarda la valutazione dell’invalidità civile».

Come si è valutata e riconosciuta la figura del caregiver, centrale in moltissime famiglie?

«Nella riforma della disabilità la figura del caregiver è molto importante. La stesura del “progetto di vita” della persona con disabilità parte dai desideri della persona stessa, ma è anche un percorso condiviso con la famiglia, che è quindi direttamente coinvolta nel “progetto”. Più in generale, il tavolo tecnico che abbiamo istituito con il Ministero del Lavoro e delle Politiche sociali sta predisponendo una bozza di proposta di cornice normativa per il riconoscimento della figura del caregiver familiare, in particolare convivente, prevedendo dei sostegni che siano diversificati a seconda della complessità della presa in carico della cura da parte del familiare. Questo per dare finalmente una risposta concreta attesa da anni dalle famiglie».

L’estate è arrivata: i suggerimenti di AIFA per conservare e utilizzare correttamente i medicinali

Anche i farmaci temono il caldo e per questo, in estate, è necessario qualche accorgimento in più per conservarli correttamente. Ovunque si vada, non deve mancare quanto necessario per proseguire le nostre terapie in sicurezza. Con il caldo, prima della partenza per le vacanze, sarà bene però osservare alcune semplici accortezze. Prima di tutto leggendo il Foglio Illustrativo, che riporta le esatte modalità e temperature di conservazione. È importante rispettarle perché la sicurezza non va in vacanza.

Ecco alcuni consigli:

La temperatura è importante, rispettala

Innanzitutto va verificata attentamente sul Foglio Illustrativo la giusta temperatura di conservazione. Se non sono specificate particolari condizioni, i farmaci vanno conservati in ambienti freschi e asciutti a una temperatura inferiore a 25 °C. In viaggio è buona norma dotarsi di borse refrigerate che possano mantenere una temperatura adeguata per tutta la durata del tragitto.

In auto ricordarsi che l’abitacolo è più fresco del portabagagli.

In aereo meglio portare i farmaci salvavita nel bagaglio a mano insieme alle prescrizioni. Ricordando che i liquidi di volume non superiore a 100 ml possono essere trasportati nel bagaglio a mano e devono essere inseriti in buste trasparenti, mentre per compresse e capsule non ci sono restrizioni.

Alcuni farmaci necessitano di particolari condizioni di conservazione. L’insulina, ad esempio, deve essere conservata in frigo a una temperatura controllata compresa tra 2 e 8 °C. Anche i farmaci per la tiroide, i contraccettivi e altri medicinali a base ormonale sono particolarmente sensibili alle variazioni termiche.

Evitare, in ogni caso, di esporli a fonti di calore e a irradiazione solare diretta.

Occhio all’aspetto

Se l’aspetto del farmaco che si assume abitualmente sembra diverso o presenta difetti come un colore o un odore anomalo o una differente consistenza, consultare il medico o il farmacista prima di assumerlo perché questi cambiamenti non sempre sono indice di un deterioramento del medicinale.

Controllare sempre la compatibilità con l’esposizione al sole

Alcuni farmaci possono provocare reazioni di fotosensibilizzazione come dermatiti o eczemi. Questo fenomeno può verificarsi in particolare con creme a base di cortisone, gel, soluzioni o spray, ma anche antibiotici e anticoagulanti. In questo caso, è bene evitare l’esposizione solare, in particolare nelle ore più calde della giornata, e utilizzare sempre un’adeguata protezione. In casi specifici, ad esempio dopo l’uso di cerotti a base di ketoprofene, è necessario evitare di esporsi al sole fino a due settimane dopo il trattamento.

Preferire le formulazioni solide

Ricordarsi che, quando possibile, in estate l’utilizzo di formulazioni solide come le compresse è da preferire alle formulazioni liquide, poiché meno sensibili alle alte temperature.

Portare con sé le confezioni originali

Un errore comune durante la preparazione dei bagagli è quello di mettere farmaci diversi nello stesso contenitore per risparmiare spazio. Tuttavia, questo può comportare una difficoltà nel riconoscere i medicinali, e c’è il rischio di fare confusione con le scadenze, le avvertenze o i dosaggi. Inoltre, blister e scatole riparano i farmaci da luce e umidità, al contrario dei portapillole o di contenitori non esplicitamente destinati al trasporto di medicinali. Questi potrebbero facilmente surriscaldarsi e alterarli. Occorre estrarre dal contenitore originale solo la dose da assumere.

Nel caso fosse necessario acquistare un farmaco, la confezione originale che riporta la composizione potrà essere d’ausilio a dialogare con medici e farmacisti del luogo.

Per non dimenticarsi di assumere i medicinali nei giusti orari è utile scaricare l’App “AIFAmedicinali” (disponibile per cellulari Android e iOS), che consente di creare il proprio armadietto farmaceutico con l’attivazione di alert per ricordare quando assumerli o per segnalare se sono previste carenze in farmacia.

Con questi semplici ma essenziali accorgimenti che compongono un piccolo vademecum da portare in valigia per viaggiare sicuri, le vacanze saranno più serene.

Dispositivi medici: differenze territoriali e payback le incognite. Gli Early Feasibility Studies (EFS) la speranza

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La sostenibilità dei dispositivi medici dipende da una molteplicità di fattori: pensare una nuova governance, colmare le grandi differenze territoriali, utilizzare al meglio gli Early Feasibility Studies (EFS) – le valutazioni cliniche dei dispositivi medici nelle prime fasi di sviluppo – avviare appieno il Programma nazionale HTA.

A dire il vero ci sono tanti altri spunti emersi nel corso della seconda Conferenza Nazionale sui dispositivi medici, svoltasi a Roma e promossa dalla Fondazione Mesit. Alla luce delle molte interlocuzioni svolte nella giornata tra gli esperti e TrendSanità, intanto, una fotografia è doveroso farla: quello dei dispositivi medici è un settore decisivo che vale ben 17 miliardi di euro, ed è capace di «trainare il nostro PIL», come sostiene senza alcun tentennamento Marco Trabucco Aurilio, Presidente Mesit. Ma l’innovazione, aggiungono in parecchi, deve essere finalizzata a migliorare la salute e i servizi per i pazienti.

Abbandonare le differenze territoriali ed evitare i viaggi della speranza

È importante evitare i viaggi della speranza e quindi le differenze fra Nord e Sud, garantendo le stesse possibilità a tutte le Regioni

Achille Iachino

Fare innovazione spendendo meglio è tra i buoni propositi di Achille Iachino, Direttore della Direzione Generale dei Dispositivi medici e del Servizio Sanitario farmaceutico del Ministero della Salute. Tra le novità annunciate, il sistema di registri dei dispositivi medici, che consentirà di ottenere dati utili per fare governance e programmazione. E per quanto riguarda l’accesso ai dispostivi medici è importante «evitare i viaggi della speranza e quindi le differenze fra Nord e Sud, garantendo le stesse possibilità a tutte le Regioni». Inevitabile uno sguardo al passato, quando «abbiamo governato la sanità per tetti i problemi non sono mancati e non a caso il payback è figlio di quel tempo», sostiene Iachino.

Gli EFS e le criticità sulle tempistiche europee

Nel frattempo, le aziende stanno spingendo per avviare la nuova governance, con regole chiare e definite. E qui entrano in gioco gli EFS, che, a parere di Fernanda Gellona, Direttore Generale di Confindustria dispositivi medici, rappresentano «la luce in fondo al tunnel, nonché un ultimo tram su cui dobbiamo salire, per agevolare la competitività in Italia».

L’impoverimento della concorrenzialità dell’Europa è un aspetto sottolineato anche da Cristiano Spada – Direttore Uoc di Endoscopia presso la Fondazione Policlinico Universitario Gemelli, che riporta come «dalla Cina ci dicono che in Italia e in Europa non siamo interessanti, perché per partire e fare una sperimentazione si supera anche l’anno e mezzo». E poi, aggiunge, «nel campo dell’endoscopia ci sono state rivoluzioni incredibili e non dimentichiamoci che l’implementazione fino a 15 anni fa avveniva solo in Europa». In risposta a questo rallentamento Iachino sostiene che «il problema è frutto di un approccio: quando dobbiamo fare qualcosa andiamo alla ricerca degli standard migliori».

Programma nazionale di HTA, istruzioni per l’uso

Ma guardiamo alla grande risorsa da cui il settore si aspetta molto: il Programma nazionale di Health Technology Assessment (HTA) per i dispositivi medici, sì in fase di implementazione, ma già coperto da stakeholder e da un albo di 22 centri collaborativi. Marco Marchetti, a capo dell’Unità di HTA dell’Agenas, tocca un tema molto importante, quello dei rimborsi: «Una delle ambizioni del Programma – afferma – è creare una connessione tempestiva con i processi di rimborso dei dispositivi medici». L’aspetto delle tariffe lo approfondisce Pietro Derrico, past President Società italiana di HTA, che suggerisce di ispirarsi a una delle nazioni con il sistema sanitario fra i più avanzati, la Germania, dove «i negoziatori danno fiducia all’impresa, che entro un anno riporta i dati di real world evidence con i quali si fanno i calcoli su salute, costo dell’organizzazione, assistenza e non solo».

Più formazione: previste borse di studio

Altra novità riguarda la formazione, essenziale per regolare l’accesso all’innovazione in un contesto tecnico scientifico, dove sarà opportuno uniformare il linguaggio dei professionisti sanitari. «Abbiamo previsto due livelli di formazione – anticipa Marchetti – una di base, destinata a 2000/2500 operatori l’anno, e una avanzata, per la quale metteremo a disposizione circa 250 borse di studio per corsi di perfezionamento post universitari e altre 50, per master universitari di secondo livello». 

Una grande risorsa: i registri dei dispostivi medici

Ad approfondire il tema dei registri dei dispositivi medici è Antonella Campanale, Dirigente medico, Ufficio 5 di Vigilanza sugli incidenti con dispositivi medici del Ministero della Salute, che li definisce «uno strumento strategico con cui valutare la performance». «Tranne una flessione negli anni della pandemia da covid-19 – spiega – c’è sempre stato un aumento nella spesa pubblica dei dispositivi medici, che nel 2023 ha superato i 5 miliardi di euro». Il 2023 è l’anno d’esordio della raccolta dati degli impianti protesici mammari, primo e unico registro al mondo, che raccoglie i dati sia nel pubblico che nel privato.

CONSIP: robot chirurgici in arrivo

È in preparazione una grande novità per CONSIP con una gara sui robot chirurgici

L’impegno che si prefigge CONSIP, rappresentata da Roberta D’Agostino, Responsabile Divisione Sourcing Sanità, Beni e Servizi, è di individuare dispositivi innovativi con un rapporto qualità-prezzo ragionevole. E quindi, «il mercato della fornitura – chiarisce – non è il nemico, il nostro obiettivo è dare la possibilità a tutti di partecipare e fornire ai medici più scelte possibili». La centrale acquisti della pubblica amministrazione non si ferma qui, perché è in preparazione una grande novità con una gara sui robot chirurgici.

L’innovazione alla portata dei pazienti

In conclusione della intensa giornata, torna chiaramente l’invito al Servizio Sanitario Nazionale a migliorare le sue performance grazie all’innovazione tecnologica. Ma senza dimenticare il principale beneficiario: il paziente. Di questo parla Andrea Rappagliosi, chair dell’HTA committee della Medtech Europe, perché «dare più salute ai cittadini è il senso per cui l’industria esiste».

Iachino: «Il sistema dei dispositivi medici è pronto a recepire l’innovazione»

Achille Iachino, Direttore della Direzione Generale dei Dispositivi medici del Ministero della Salute, ha parlato alla seconda Conferenza Nazionale sui Dispositivi Medici. Ha sottolineato l’importanza degli studi di fattibilità precoce per valutare l’impatto dei dispositivi sul sistema sanitario, citando un esperimento ministeriale con ottimi risultati. Ha inoltre evidenziato il ruolo del registro dei dispositivi medici nell’analisi dei dati, utile per fotografare il sistema e individuare aree di miglioramento.

AGENAS: «In due anni, nuovo sistema di rimborsabilità per i DM»

Il sistema di HTA in Italia richiede una revisione del meccanismo di rimborsabilità dei dispositivi medici, attualmente legato a tariffe non aggiornate che non coprono i costi dei dispositivi innovativi. In altri Paesi, come la Francia, il rimborso è legato al valore aggiunto clinico apportato dai DM. Nel corso della seconda Conferenza Nazionale sui dispositivi medici, sottolinea Marco Marchetti, capo dell’Unità di HTA di Agenas: «In Italia nei prossimi due anni è previsto un rinnovamento del sistema. Le Regioni hanno difficoltà a coprire i costi di questi dispositivi, che non sono inclusi nei Livelli essenziali di assistenza. La revisione del meccanismo potrebbe ridurre le disuguaglianze tra Regioni e la mobilità sanitaria».

CONSIP: «Il sistema sanitario deve guardare sempre all’aspetto qualitativo»

Dall’innovazione al procurement, l’equità nell’accesso ai DM a livello regionale: nel corso della seconda Conferenza Nazionale sui dispositivi medici, svolta a Roma nei giorni scorsi, è emerso anche il tema del procurement, con la partecipazione di Roberta D’Agostino, Responsabile Divisione Sourcing Sanità, Beni e Servizi di Consip, che ha sottolineato: «Nella definizione di un capitolato di gara CONSIP considera sempre l’aspetto qualitativo soprattutto per i dispositivi innovativi. Fondamentale è definizione della corretta base d’asta, che garantisca la qualità elevata dei device con un prezzo che renda sostenibile il sistema».

Il centro-destra europeo vuole creare una nuova commissione per la sanità pubblica nel Parlamento europeo

Peter Liese

Il Partito Popolare Europeo (PPE), gruppo parlamentare del centro-destra europeo, sta spingendo per una riforma della commissione parlamentare ENVI (Ambiente, Sanità pubblica e Sicurezza alimentare). La proposta prevede la creazione di una commissione separata dedicata esclusivamente alla sanità pubblica, con una decisione attesa già per oggi, 11 luglio.

Peter Liese, capo della delegazione tedesca del PPE, sostiene che una commissione specifica per la sanità pubblica consentirebbe di dedicare maggiore attenzione e risorse su questo settore, migliorando l’efficienza dei lavori parlamentari, permettendo di assegnare deputati, staff del segretariato e tempi di discussione.

Attualmente, la sanità pubblica rientra nelle competenze della commissione ENVI, che si occupa anche di ambiente e di sicurezza alimentare. Secondo il PPE, questa sovrapposizione tematica riduce la capacità di concentrarsi adeguatamente sulla sanità pubblica.

Tilly Metz

Tuttavia, non tutti concordano con questa proposta. Il gruppo dei Socialisti e Democratici, al quale appartiene il Partito Democratico (PD), il gruppo dei Verdi, al quale appartiene Europa Verde, e il gruppo della Sinistra europea, al quale appartengono la Sinistra italiana e ora anche il Movimento Cinque Stelle, si oppongono alla divisione della commissione attuale.

Secondo loro, mantenere la tematica della sanità pubblica all’interno di ENVI è fondamentale per preservare l’approccio “One Health”, che sottolinea l’interconnessione tra la salute umana, animale e ambiente. «C’è il rischio che la sanità pubblica venga affrontata separatamente dall’ambiente, che si comprometta l’approccio “One Health”», ha affermato Tilly Metz, portavoce dei Verdi.

La proposta del PPE non è nuova. Già all’inizio dell’attuale legislatura, nel 2019, il gruppo aveva spinto per una commissione separata per la sanità pubblica. Tuttavia, è riuscito soltanto ad ottenere un compromesso: a febbraio del 2023 è stata creata la sottocommissione di sanità pubblica “SANT” (acronimo di “santé”, francese per salute). Tuttavia, la sottocommissione non ha potere legislativo autonomo, e le proposte discusse in SANT devono essere successivamente votate in ENVI.

Le date da tenere d’occhio

La discussione è tutt’altro che conclusa. Questo giovedì, la conferenza dei presidenti del Parlamento europeo (l’organo supremo del Parlamento europeo, composto dal presidente del Parlamento europeo, Roberta Metsola, e dai presidenti dei sette gruppi politici) potrebbe decidere sulla creazione di una commissione dedicata esclusivamente alla salute pubblica. Tuttavia, voci interne al PPE e alla Sinistra Europa hanno riferito a TrendSanità che, al momento, non è prevista la creazione di nuove commissioni.

Nella settimana successiva (16-19 luglio), il Parlamento europeo si riunirà a Strasburgo per la prima sessione della sua nuova legislatura (2024-2029). Mercoledì 17 alle 12:30 si voterà sul numero di deputati per ciascuna commissione, mentre venerdì 19 sarà annunciata la composizione delle commissioni.

Successivamente, il 23 luglio a Bruxelles si terrano le riunioni costitutive delle commissioni, con l’elezione dei rispettivi presidenti e vicepresidenti. I lavori sui dossier politici inizieranno al rientro dalle vacanze estive: il 9 settembre per SANT e il 23 settembre per ENVI. Si vocifera che il PPE potrebbe voler ritardare la decisione fino all’autunno per garantire più nomine politiche in un secondo turno decisionale.

Con 88 membri, ENVI è oggi la commissione più grande del Parlamento europeo. Le proposte di riforma del PPE riflettono i cambiamenti in atto anche all’interno della Commissione Europea, guidata dalla Presidente Ursula von der Leyen, appartenente allo stesso schieramento politico. Secondo una bozza interna del Segretariato generale della Commissione europea (che lavora per i 27 commissari europei – uno per Stato membro), anche la Direzione Generale della Salute e della sicurezza alimentare (DG SANTE), attualmente divisa in due aree – sanità pubblica e sicurezza alimentare – potrebbe subire una riorganizzazione a settembre, con la sicurezza alimentare trasferita sotto la Direzione Generale dell’Agricoltura (DG AGRI).

Possibili impatti della riorganizzazione

Se approvata, la creazione di una commissione separata per la sanità pubblica potrebbe migliorare l’efficienza nella gestione di temi cruciali come la risposta a future crisi pandemiche, il Piano europeo contro il cancro e la resistenza agli antibiotici. Tuttavia, c’è il rischio che questa separazione possa indebolire l’approccio integrato e multidisciplinare alla salute, noto come “One Health”, che è stato un punto focale della Presidente della Commissione europea Ursula von der Leyen dopo la pandemia di Covid-19. Se ciò accadesse, sarebbe visto come un ulteriore passo verso il fallimento del Green Deal europeo.

Le decisioni che verranno prese nelle prossime settimane e mesi potrebbero avere un impatto duraturo sulla gestione della sanità pubblica in Europa.

Cittadinanzattiva in audizione alla Camera: «Si arrivi ad una legge unica nazionale che riconosca la figura e i diritti del caregiver»

Una legge nazionale che riconosca la figura del caregiver in senso ampio, al di là del vincolo di convivenza, e che si occupi di definirne propri diritti e tutele al di là di quelli della persona della quale il caregiver si prende cura. È questa in estrema sintesi la richiesta avanzata oggi di Cittadinanzattiva nel corso dell’audizione presso l’XI Commissione Affari Sociali della Camera dei Deputati.

«Attendiamo una legge nazionale che finalmente riconosca diritti e risorse per circa otto milioni e mezzo di persone, perché ad oggi c’è una situazione molto frammentata con alcune Regioni che hanno emanato normative non sempre omogenee. Da un’indagine svolta da Cittadinanzattiva lo scorso anno emerge ad esempio che oltre la metà dei caregiver è stato costretto ad abbandonare gli studi o ridurre l’orario di lavoro: una conseguenza quasi scontata se si pensa che più di due su tre (34,7%) dedicano alla cura del familiare oltre 20 ore a settimana», dichiara Isabella Mori, responsabile tutela di Cittadinanzattiva, che oggi ha partecipato all’audizione.

Di seguito alcuni dei principali punti del documento, presentato in Commissione da Cittadinanzattiva, che nasce da un lavoro condiviso con AIMA (Associazione italiana Malattia di Alzheimer), AISLA (Associazione Italiana Sclerosi Amiotrofica), Confederazione Parkinson Italia e Associazione Italiana Giovani Parkinsoniani:

  • In linea con la definizione ampia di caregiver familiare, la convivenza non deve rappresentare un vincolo per il riconoscimento della figura e dei diritti dello stesso. Se si dovesse limitare il riconoscimento del ruolo dei caregiver ai soli conviventi, rimarrebbero escluse le tante persone figlie/figli, sorelle/fratelli, nipoti, amici, che di fatto assistono i propri cari;
  • Per alleviare il “peso” di chi assiste, potrebbe essere riconosciuto il ruolo di caregiver a più di una persona per lo stesso familiare, purché venga individuato il caregiver principale;
  • Nella definizione di una Legge statale si raccomanda particolare attenzione all’introduzione e al riconoscimento di diritti specifici per caregiver giovani e giovanissimi. In aggiunta a quelli già previsti (quale il diritto alla frequenza di corsi universitari da remoto) si propone l’aggiunta di nuovi diritti, come l’attribuzione di crediti formativi per chi svolge questo ruolo di “cura” o la validazione del ruolo di caregiving familiare ai fini del riconoscimento del servizio civile;
  • L’assistito deve poter prestare personalmente o attraverso l’amministratore di sostegno o il tutore il consenso alla scelta e la nomina del proprio caregiver informale; il consenso e la nomina sono espressi in forma scritta oppure, nel caso in cui le condizioni fisiche dell’assistito non lo consentano, attraverso video-registrazione o ulteriori dispositivi di comunicazione;
  • Nel Piano di Assistenza Individuale (PAI) per l’assistenza alla persona anziana non autosufficiente, si dovrebbe indicare l’apporto volontario ed informale del caregiver per l’attuazione degli interventi nonché i relativi supporti;
  • Si raccomanda la massima semplificazione delle procedure per il riconoscimento presso l’INPS dello status di caregiver informale. In particolare, si propone di introdurre un limite temporale di massimo 90 giorni, dalla presentazione della domanda fino alla conclusione del procedimento. Sin dalla presentazione della domanda può essere rilasciato un attestato di riconoscimento temporaneo che permetterà al caregiver di svolgere tutte le attività ed azioni necessarie per la cura della persona assistita.

L’assistenza domiciliare infermieristica funziona: il 91,7% dei pazienti è soddisfatto e la promuove

La prima analisi sull’assistenza infermieristica domiciliare in Italia “Il contributo dell’infermieristica per lo sviluppo della territorialità”, l’ha condotta nell’arco di dieci mesi del 2023 il CERSI, Centro di eccellenza per la ricerca e lo sviluppo dell’infermieristica, che ha raccolto ed elaborato i dati su mandato della Federazione nazionale degli ordini delle professioni infermieristiche (FNOPI).

All’indagine hanno aderito 77 ASL su 110, per una copertura del 75,3% della popolazione residente nel Paese. È articolata in tre sezioni: la prima rivolta ai dirigenti delle professioni sanitarie per analizzare gli aspetti organizzativi dell’assistenza domiciliare; la seconda agli infermieri per rilevare le caratteristiche professionali, della loro attività lavorativa, delle condizioni di lavoro; la terza rivolta ai pazienti per rilevare la qualità e la soddisfazione dell’assistenza ricevuta.

La valutazione dei pazienti

I pazienti hanno espresso nella quasi totalità una valutazione positiva sull’assistenza ricevuta e il 91,7% dichiara di essere sempre stato trattato con cortesia e rispetto dagli infermieri, l’86% di aver percepito che si stessero sempre prendendo cura di loro, l’83,3% di essere stato ascoltato attentamente, l’82% di essere stato sempre informato dagli infermieri su tempi e modi del loro intervento.

Una valutazione complessiva sull’assistenza domiciliare ricevuta, che espresso con voti da 0 a 10, ha meritato una media di 9,3 (con una punta del 9,4 negli anziani).

L’assistenza erogata dagli infermieri a domicilio

Il numero medio di attività erogate per ASL (su 17) è 10,1. Il percorso per il paziente oncologico è presente nel 40,3% delle strutture e le attività per i pazienti cronici sono erogate dal 74% delle ASL, mentre quelle per gli utenti con disabilità dal 59,7%. I servizi di infermieristica di famiglia e di comunità sono erogati dal 68,8% delle aziende mentre, il 26% delle ASL li codifica come “infermiere di prossimità”.

La metà circa delle ASL eroga consulenze infermieristiche specialistiche e i servizi di sanità digitale risultano presenti in oltre la metà delle ASL (51,9%), di cui il 26% con attività di Teleassistenza.

Le attività di assistenza erogate dagli infermieri (prelievi ematici, medicazioni semplici e avanzate, somministrazione di farmaci, gestione di device, educazione terapeutica, sanitaria, formazione dei caregiver, monitoraggio e misurazioni delle condizioni di salute, valutazione delle condizioni familiari, cure palliative, procedure clinico assistenziali come gestione del catetere vescicale, gestione della nutrizione/dei dispositivi per la somministrazione di nutrizione enterale ecc.) sono garantite in quasi tutte le ASL.

Nelle cure domiciliari sono 49,5 su 1.000 abitanti gli over 65 presi in carico: 16,8 per 1.000 abitanti sono persone con gravi limitazioni per disabilità e l’8,2 per 1.000 abitanti malati cronici.

Il parere degli infermieri

L’83,8% degli infermieri partecipanti ha dichiarato di essere soddisfatto o molto soddisfatto del proprio lavoro. Solo il 20,1% degli intervistati ha dichiarato che, se potesse, lascerebbe il lavoro nei successivi 12 mesi.

Circa un terzo dei partecipanti (37%) ha dichiarato un carico di lavoro medio-alto mentre il 10,3% un carico elevato e rispetto al clima del gruppo di lavoro e la possibilità di erogazione di cure sicure, il 65,8% ha riportato punteggi migliori, con una media di punteggio di 76,9.

Rispetto alle condizioni psicosociali nei luoghi di lavoro, il 65,8% ha riferito una criticità media.

Rispetto agli episodi di violenza, il 20,5% dichiara di averne subito uno negli ultimi 12 mesi. Il 2,6% dei partecipanti ha dichiarato una violenza verbale con contatto fisico negli ultimi 12 mesi. Rispetto al numero di episodi di violenza, il 36,9% dichiara di averne subiti tre o più negli ultimi 12 mesi.

I costi dell’assistenza infermieristica domiciliare

Grazie alla capillarità delle rilevazioni, lo studio AIDOMUS ha potuto calcolare il costo giornaliero di un infermiere che opera nel servizio di cure domiciliari, comprendente il tempo speso a domicilio (circa 24 minuti ad accesso), quello per raggiungerlo, per ritornare presso la struttura, e per le attività di back-office.

Questo costo, considerando 6,84 accessi/pazienti al giorno, è di 138,73 euro.

L’adeguatezza delle stime di costo è stata comparata e confermata anche dall’analisi di 12 capitolati di gara a livello nazionale in 10 Regioni italiane da cui risulta che il costo giornaliero di un infermiere (anche considerando il costo-orario medio appaltato dalle ASL secondo capitolato di gara) è di 152,12 euro per 6,64 accessi. Quindi, se la gestione delle cure territoriali è a carico del SSN si registra un risparmio e la sostenibilità economica si racchiude in una duplice azione: il valore dell’assistenza domiciliare infermieristica erogata e il mancato costo di ricoveri ripetuti di anziani e fragili.

Lo studio inoltre consente di valorizzare economicamente il reale valore delle attività assistenziali svolte dall’Infermiere al domicilio della persona: rapportandole al tariffario ambulatoriale del 2023, il valore della produzione garantita dagli infermieri è pari a 636,31 euro/giorno.

Ne consegue che, in caso di mancata erogazione strutturata del servizio e ulteriore carenza infermieristica, si rischia di non poter garantire adeguatamente tali prestazioni in regime pubblico e convenzionato, costringendo il cittadino al ricorso all’out of pocket.

Anche per questo la FNOPI ritiene necessario e strategico investire sulla professione infermieristica, sostenendola a tutti i livelli.

Considerazioni finali e proposte politiche

«I dati organizzativi dello studio – afferma il Comitato centrale FNOPI – sottolineano la necessità di delineare modelli organizzativi condivisi ed efficaci, basati soprattutto sulle necessità delle differenti categorie di pazienti. I diversi livelli di staffing e skill mix condizionano l’efficienza della risposta del sistema assistenziale».

«È auspicabile – prosegue – l’implementazione di modelli che prevedano il coinvolgimento di infermieri con formazione specifica nelle cure territoriali. Riguardo alle necessità espresse dai pazienti, l’indagine ha mostrato un’utenza soddisfatta dei servizi ricevuti».

«L’indagine condotta sulla soddisfazione degli infermieri rispetto al proprio lavoro – sottolinea FNOPI – impatta sulla ‘retentio’ degli infermieri stessi e dimostra una maggiore attrattività del setting domiciliare specifico. I dati rilevati sulle missed care (cure mancate) permetteranno, con approfondimenti futuri, di determinare i predittori delle nursing missed care sul territorio (anche riferiti alla singola attività) con ricadute positive sui costi dell’assistenza in termini di re-ricoveri impropri».

«Attraverso le strutture, per ora scarse – conclude FNOPI -, quali case della comunità o unità di degenza infermieristiche, sarebbe possibile incrementare la quantità e la complessità degli interventi erogati in ambito territoriale, senza il coinvolgimento delle strutture ospedaliere, con un evidente impatto in termini di risposte ai problemi di salute del cittadino e di riduzione dei costi sanitari.

Oggi la distribuzione della tipologia di servizi disponibili e delle relative risorse non sembra essere sempre in linea con la densità abitativa e dunque con le richieste della popolazione, contrariamente a quanto sottolineato dalla letteratura riguardo alla necessità di adattare il più possibile i modelli alle esigenze dell’utenza».

Terapie digitali, il 65% dei pazienti le userebbe. L’AI rivoluzionerà la medicina personalizzata entro 5 anni

Già oggi strumenti digitali per il monitoraggio a domicilio del paziente, come sensori, App per la salute e real-world data, entro breve l’Intelligenza artificiale applicata alla medicina personalizzata e le cosiddette “terapie digitali” (DTx), soluzioni digitali validate clinicamente per integrare o sostituire le terapie tradizionali, per cui in Italia non esiste ancora una normativa di riferimento.

Sono gli ambiti d’innovazione che stanno contribuendo a trasformare il settore Life Science.

Secondo il 93% delle aziende dell’offerta, coinvolte grazie alla collaborazione con Confindustria Dispositivi medici e Farmindustria, e il 74% dei direttori delle strutture sanitarie, coinvolte nella ricerca con FIASO, entro 3/5 anni l’AI rivoluzionerà la medicina personalizzata. Per il 77% delle aziende dell’offerta e il 55% delle aziende sanitarie le terapie digitali avranno un impatto rilevante, in un orizzonte di circa 5 anni.

In questo ambito i pazienti italiani sono fortemente interessati: dalla ricerca, svolta in collaborazione con Alleanza Malattie Rare, APMARR, FAND, FederASMA e Onconauti, emerge che il 65% sarebbe disposto a utilizzare una terapia digitale proposta dal medico curante, in particolare se consentisse di migliorare lo stile di vita e lo stato di salute (77%) e di avere maggior consapevolezza della propria patologia (72%). Ma per i pazienti è fondamentale che risponda alle proprie esigenze specifiche (71%) e migliori la relazione con il medico curante (70%).

Circa metà dei medici specialisti, coinvolti nella ricerca grazie a Consulcesi Homnya, AMD, AME, FADOI e SIMFER, e dei medici di medicina generale, coinvolti grazie alla FIMMG, sarebbe disposta a prescrivere una DTx se ne avesse la possibilità, soprattutto se certi che il paziente possegga le competenze digitali per un corretto utilizzo (72% dei medici specialisti e 69% dei mmg). Tra i principali benefici riconosciuti dai medici specialisti, emerge la possibilità di avere a disposizione un maggior numero di dati a supporto sia della ricerca clinica (68%) che per prendere decisioni (65%).

Sono alcuni dei risultati della ricerca dell’Osservatorio Life Science Innovation della School of Management del Politecnico di Milano, presentata oggi durante il convegno “Life Science: il digitale per accelerare la trasformazione”.

«L’ecosistema Life Science sta affrontando una trasformazione profonda e in accelerazione, dettata dall’innovazione digitale che offre nuove opportunità, ma pone anche nuove sfide – spiega Emanuele Lettieri, Responsabile Scientifico dell’Osservatorio Life Science Innovation -. La trasformazione digitale in atto impone a tutti gli attori dell’ecosistema Life Science di monitorare e comprendere i trend emergenti così come i segnali deboli. Le imprese Pharma, Biotech e Medtech devono investire in nuove competenze e nuovi modelli organizzativi per migliorare la loro capacità di catturare il valore generato dall’innovazione digitale, sia potenziando il proprio portafoglio prodotti e servizi sia migliorando l’efficienza nei processi aziendali e nella catena del valore».

Terapie digitali

Le terapie digitali si confermano un ambito di innovazione rilevante nel panorama mondiale. A livello internazionale l’Osservatorio Life Science ne ha censite 93 già presenti: il 37% nell’area della psichiatria, il 14% nell’endocrinologia, il 10% nella reumatologia e il 10% nell’oncologia. Il modello di business più adottato è di tipo B2b, che prevede il rimborso della DTx da parte di un’assicurazione a seguito della prescrizione da parte del medico. Il prezzo medio proposto dal produttore di una terapia digitale è poco più di 500 euro per un ciclo di trattamento della durata di 90 giorni, con un aumento di circa il 10% rispetto a quanto rilevato nel 2023.

In Italia non esiste ancora una normativa di riferimento specifica. A giugno 2023, però, è stata presentata una proposta di legge che mira a definire ambiti d’uso per le DTx e istituire organi per la valutazione e il monitoraggio delle soluzioni. In un contesto di incertezza, solo il 18% delle aziende dell’offerta ha già avviato sperimentazioni per il mercato italiano e un altro 27% è interessato a farlo. Per 8 aziende dell’offerta su 10 l’assenza di un quadro normativo specifico a livello nazionale rappresenta la principale barriera allo sviluppo. A seguire, per oltre 7 aziende su 10, l’impossibilità di rimborsare le DTx.

«Per favorire la diffusione delle terapie digitali in Italia, una volta che sarà possibile utilizzarle nel nostro Paese, bisognerebbe coinvolgere già ora pazienti e professionisti sanitari – spiega Chiara Sgarbossa, Direttrice dell’Osservatorio Life Science Innovation -. È importante avviare sperimentazioni che consentano di comprendere e misurare i benefici e gli impatti sulla salute dei pazienti, sull’attività del medico e sull’intero sistema sanitario, completando le informazioni offerte dagli studi di health technology assessment (HTA) sulle terapie digitali che continuano a trascurare la valutazione dell’impatto organizzativo, che è effettuata in circa uno studio su dieci».

La medicina personalizzata

«Il concetto di medicina personalizzata è consolidato in letteratura, ma l’effettiva adozione nella pratica clinica, dalla ricerca clinica alla prevenzione, fino alla diagnosi e alla cura, è oggi ancora poco osservabile – aggiunge Gabriele Dubini, Responsabile Scientifico dell’Osservatorio Life Science Innovation -. Analizzando le startup che si occupano di medicina personalizzata, emerge che il 58% si concentra sulla cura e, in particolare, allo sviluppo di farmaci innovativi e terapie avanzate, soprattutto per il trattamento di patologie specifiche come oncologia e malattie rare, con investimenti medi a 60 milioni di dollari».

Tra le startup analizzate, il 38% si occupa di ricerca clinica, ad esempio attraverso l’identificazione di biomarcatori specifici, con 15,5 milioni di dollari il finanziamento medi. Circa una su dieci si occupa di diagnosi, supporta i professionisti sanitari nelle valutazioni cliniche personalizzate sulla base dei dati sul paziente, con un finanziamento medio di 12 milioni di dollari. Quasi nessuna si occupa di prevenzione, effettuando analisi di dati sul rischio per prevenire eventi avversi in specifiche categorie di pazienti, con una media di circa 1,5 milioni di dollari di finanziamenti.

«L’intelligenza artificiale può supportare e potenziare la medicina personalizzata grazie alla sua capacità di analizzare grandi quantità di dati e di identificare le possibili correlazioni tra dati anche eterogenei – commenta Alberto Redaelli, Responsabile Scientifico dell’Osservatorio Life Science Innovation -. In particolare, l’AI viene sfruttata dal 55% delle startup attive in questo campo, ad esempio accelerando la scoperta di nuovi farmaci e molecole oppure affiancando il professionista sanitario nella presa di decisioni nel processo di cura».

Anche il quantum computing è un ambito promettente per la medicina di precisione, se associato all’utilizzo di algoritmi di AI. Una delle applicazioni di maggior interesse è relativa alla scoperta di nuovi farmaci, in particolare nell’ambito Biotech. I computer quantistici potrebbero ulteriormente accelerare l’identificazione di molecole, in grado di rispondere ai bisogni specifici dei pazienti. Il 34% delle aziende dell’offerta ritiene che sia una tecnologia promettente e che c’è interesse ad applicarla in azienda e un altro 9% dichiara di aver già iniziato a sperimentarla, a livello internazionale.

Il digitale nella ricerca clinica

Le tecnologie digitali possono avere un ruolo rilevante in uno studio clinico, raccogliendo dati anche al domicilio del paziente, come avviene nel caso degli studi clinici decentralizzati. Secondo le aziende dell’offerta, un approccio decentralizzato agli studi clinici permette di raccogliere un maggior numero di dati sui pazienti e di aumentarne e differenziarne maggiormente la tipologia, oltre che produrre un impatto positivo sull’aderenza durante la sperimentazione.

In particolare, i dati derivanti dal mondo reale, o real-world data (RWD), possono integrare i dati raccolti nell’ambito delle sperimentazioni supportando lo sviluppo e il monitoraggio dell’efficacia di farmaci o dispositivi medici lungo tutto il loro ciclo di vita. I RWD sono già sfruttati dall’85% delle aziende dell’offerta, soprattutto per il miglioramento continuo dei prodotti già in commercio. Le difficoltà maggiormente riscontrate dalle aziende dell’offerta e dalle aziende sanitarie nell’utilizzo dei RWD fanno riferimento alle limitate possibilità di riuso dei dati per scopi diversi dagli studi clinici e alla mancanza di standardizzazione dovuta all’eterogeneità delle fonti.

Le barriere al digitale

Per le imprese Pharma, Biotech e Medtech una gestione efficace dell’innovazione digitale è cruciale per migliorare sia il portafoglio di prodotti e servizi, che l’efficienza nei processi. Ma esistono alcune barriere: il 41% indica la difficoltà di quantificare i benefici derivanti dagli investimenti necessari e la mancanza di competenze digitali, il 38% la limitatezza delle risorse economiche. Si tratta di elementi che spesso frenano l’introduzione di innovazioni nelle aziende del settore operanti in Italia e non consentono di sfruttarne appieno le potenzialità.

La capacità di adattarsi ai cambiamenti in atto e di innovare rapidamente sono certamente elementi chiave per la sostenibilità del business nel medio-lungo termine. Per riuscire a cogliere al meglio i benefici dell’innovazione digitale e introdurla nel proprio contesto, le aziende si stanno dotando di modelli organizzativi ad hoc. Nel 23% delle imprese del settore esiste una direzione specifica e nel 21% un ruolo dedicato all’innovazione digitale. Solamente in un caso su tre chi gestisce l’innovazione digitale dispone di un budget dedicato e ha l’autonomia di prendere decisioni relative all’introduzione di innovazioni digitali in azienda.