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Liste d’attesa, Quici: «Non è chiaro da dove prenderanno i soldi»

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Tante promesse, pochi soldi a bilancio. Entrato in vigore dal 1° agosto, il testo del decreto liste d’attesa non sembra aver convinto la Federazione dei sindacati dei professionisti sanitari, che rappresenta gli stessi medici a cui saranno rivolti i benefici fiscali sul lavoro straordinario che dovranno servire a far aumentare le ore di lavoro negli ospedali. Il decreto vorrebbe rispondere ad una richiesta dei cittadini, ormai costretti ad aspettare tempi insensatamente lunghi per visite specialistiche ed esami in regime di servizio sanitario nazionale. La soluzione è quella di aumentare i numeri delle prestazioni, facendo lavorare gli ambulatori ospedalieri anche nei fine settimana. Il tutto senza stanziare nuovi fondi per assumere nuovo personale.

«Il sistema è già saturo ed è molto improbabile che i medici possano fare più straordinari di così»

Per il presidente della Federazione Cimo-Fesmed, Guido Quici «il sistema è già saturo ed è molto improbabile che i medici possano fare più straordinari di così, viste le ore in più che già molti accettano di fare e i giorni di ferie in arretrato maturate da una alta percentuale dei colleghi». I sindacati dal decreto si aspettano un nulla di fatto perché «non sono state introdotte nuove risorse per risolvere vecchi problemi».

I dati del sindacato su ferie e straordinari

Guido Quici

«Dove sono i nuovi fondi messi a capitolo dal tanto atteso decreto liste d’attesa?», si domanda provocatoriamente Quici. «Le intenzioni del governo di ridurre i tempi d’attesa per visite ed esami sono più che buone, ma come possiamo aspettarci di risolvere un problema così complesso senza guardare in faccia alla realtà? La nostra sanità viene da anni e anni di tagli. La risposta della politica sembra essere sempre la stessa: chiedere ai medici di lavorare di più, in questo caso dandogli un piccolo incentivo economico. Ma basta guardare i dati sul lavoro straordinario e sulle ferie arretrate dei medici ospedalieri per capire quanto questa soluzione sia problematica in partenza».

Per il presidente della Federazione Cimo-Fesmed i dati ci dicono chiaramente che la maggior parte dei medici italiani lavora già più di quanto sarebbe previsto dall’orario di lavoro standard, senza riuscire a coprire i normali turni di servizio per garantire i livelli di assistenza.

«Solo il 27% dei medici lavora le 38 ore a settimana – spiega Quici, dati alla mano -, il 53% arriva alle 48 ore settimanali e il 20% è in servizio per più di 48 ore alla settimana».

Se già il 70% dei medici lavora oltre l’orario, per i sindacati l’incentivo economico al lavoro straordinario non è destinato ad essere la soluzione ottimale per coprire carichi di lavoro che sembrano essere molto maggiori di quelli richiesti oggi. Se il decreto verrà tramutato in legge, le prestazioni dovranno essere offerte anche il sabato e la domenica e ci saranno misure molto più stringenti per evitare la chiusura delle agende per prestazioni ed esami.

Il 39% dei camici bianchi ha più di 50 giorni di ferie in arretrato da smaltire e il 18% ha ben più di 100 giorni

«Gli straordinari sono solo uno dei problemi – ha proseguito Quici -. Ci sono anche le ore di ferie in arretrato: il 43% dei medici ha ancora fra gli 11 e i 43 giorni di ferie da fare. Il 39% dei colleghi ha più di 50 giorni e il 18% ha più di 100 giorni di ferie in arretrato da smaltire. Se questo è il contesto sui cui punta la flat tax, la vedo dura. I medici non si sono mai tirati indietro rispetto al fare di più e i numeri lo dimostrano».

«Agenas sottostima il reale bisogno di medici: ne servono 10mila in più»

«In sanità è l’offerta che genera la domanda; se continuiamo a non fornire il minimo indispensabile, finirà per mancare anche la richiesta di prestazioni sanitarie legate alla prevenzione secondaria e terziaria – ha detto il presidente della Cimo-Fesmed –: La medicina preventiva invece è fondamentale e ha una ricaduta significativa anche sui costi sanitari, che saranno sempre più alti se dovremo curare tutte le patologie di cui avremmo potuto evitare o ritardare l’insorgenza».

Se continuiamo a non fornire il minimo indispensabile, finirà per mancare anche la richiesta di prestazioni sanitarie legate alla prevenzione secondaria e terziaria

Per Quici «Agenas sottostima il reale bisogno di medici che, secondo i calcoli della federazione, è molto superiore alle cifre stimate dall’agenzia nazionale per i servizi sanitari regionali», dal momento che oggi le prestazioni aggiuntive in regime di straordinario stanno servendo per coprire i turni di pronto soccorso in cui non c’è abbastanza personale. Il sistema si basa su un complesso calcolo algoritmico in cui vengono considerati i numeri di posti letto, il numero di medici presenti ma anche le ferie, i turni di riposo e la malattia.

«Le nostre stime ne contano 10mila in più» – ha affermato Quici che, a dimostrazione della tesi secondo cui è l’offerta che genera la domanda, ha sottolineato come nei primi due anni dopo la pandemia siano state effettuate 19.800.000 prestazioni in meno rispetto agli anni prima del Covid. Le uniche ad essere aumentate dal 2019 in poi sono le prestazioni irrinunciabili dell’oncologia, della radioterapia e della medicina nucleare.

La medicina territoriale dimenticata

Quici sottolinea come il decreto liste d’attesa preveda che i soldi per mettere a punto il nuovo sistema arrivino dalle Regioni stesse, che potrebbero però aver già utilizzato questi fondi in altro. «Se tutto avviene con le risorse già stanziate alle Regioni non si capisce chi pagherà per implementare la medicina territoriale – afferma -. La nuova legge riguarda principalmente gli ospedali e l’obiettivo è tutto sulla riduzione dei tempi d’attesa. Corretto cercare soluzioni a questo problema, ma com’è possibile che per l’ennesimo anno consecutivo il piano nazionale della cronicità rimanga a finanziamento zero? Le visite specialistiche dovrebbero essere erogate dagli ambulatori, ma senza risorse questo continua ad essere di difficile realizzazione».

Questo decreto ai sindacati sembra una rincorsa per soddisfare il cittadino che vuole più prestazioni e non una seria presa in carico di un problema strutturale: «Le liste d’attesa sono un problema per qualsiasi servizio sanitario pubblico, non solo in Italia – ha concluso Quici -, un problema che resterà probabilmente insoluto a meno che non si intervenga in maniera strutturale. Certo non attraverso le mance date sugli straordinari».

Al via iter legislativo del Ddl per esercizio fisico in ricetta medica

È stato sottoscritto ieri da tutti i partiti in X Commissione (Affari sociali, sanità, lavoro pubblico e privato, previdenza sociale) del Senato il Ddl 287 a firma della Sen. Daniela Sbrollini su “Disposizioni recanti interventi finalizzati all’introduzione dell’esercizio fisico come strumento di prevenzione e terapia all’interno del Servizio sanitario nazionale”. Il Disegno di legge, che è al centro di un’importante battaglia per promuovere il ruolo dell’attività fisica come volano per la salute, ha come obiettivo quello di rendere l’esercizio fisico prescrivibile proprio come un farmaco da parte del medico di medicina generale, pediatra di libera scelta e specialisti, per incentivarlo come strumento di prevenzione e di cura. Ora, con la sottoscrizione del Ddl da parte di tutti i partiti, si avvia un iter legislativo che nel suo ambito potrebbe essere veramente rivoluzionario.

«Lo sport è un “farmaco” che non ha controindicazioni e fa bene a tutte le età – dichiara la Sen. Sbrollini, Vicepresidente della X Commissione Affari sociali, sanità, lavoro e previdenza sociale del Senato, Presidente dell’Intergruppo parlamentare Obesità, diabete e malattie croniche non trasmissibili – Il Disegno di legge che ho presentato intende dare la possibilità a pediatri, medici di medicina generale e specialisti di inserirlo in ricetta medica, così che le famiglie possano usufruire delle detrazioni fiscali. La speranza è che, recuperando attraverso il 730 parte dell’investimento, le persone siano incentivate a impegnarsi in attività positive per la propria salute».

«I numeri evidenziano che l’esercizio fisico, nonostante sia un fattore determinante per la salute degli individui, è infatti ancora troppo poco praticato – sottolinea la Sen. Sbrollini – I dati dell’Eurobarometro dicono che nell’Unione europea il 45 per cento delle persone afferma di non fare mai esercizio fisico o praticare sport e una su tre ha livelli insufficienti di attività fisica. La conseguenza è l’insorgere di milioni di casi di malattie non trasmissibili che peggiorano la salute delle persone e gravano sulle economie dei singoli paesi. Il rapporto congiunto dell’OMS e dell’OCSE “Step up! Affrontare il peso dell’insufficiente attività fisica in Europa” evidenzia che, con un aumento dell’attività fisica a 150 minuti a settimana, si eviterebbero in Europa 11,5 milioni di nuovi casi di malattie non trasmissibili entro il 2050, tra cui 3,8 milioni di casi di malattie cardiovascolari, 1 milione di casi di diabete di tipo 2, oltre 400.000 casi di diversi tumori. In Italia il costo dell’inattività fisica è stimato a 1,3 miliardi di euro nei prossimi 30 anni. Da qui l’importanza di un’iniziativa legislativa che consenta finalmente di prescrivere l’esercizio fisico esattamente come un farmaco».

«Una battaglia quella per sostenere il binomio tra sport e salute, che è importante portare avanti su più fronti – aggiunge la Sen. Sbrollini – Come Presidente dell’Intergruppo Parlamentare Obesità, diabete e malattie croniche non trasmissibili, a fianco delle società scientifiche FeSDI, SID e AMD, ho promosso negli ultimi anni molte iniziative, tra cui la firma di importanti protocolli d’intesa con il CONI e con Sport e Salute, finalizzati alla promozione dell’attività sportiva come corretto stile di vita e come forma di prevenzione per il diabete e l’obesità, con il coinvolgimento del mondo dello sport. Ritengo che lo sport sia uno strumento per investire sul miglioramento del Paese. È importante portare avanti un lavoro comune che consenta il riconoscimento del valore formativo, sociale e di promozione del benessere psicofisico dell’attività sportiva, ponendo la cura e la prevenzione delle malattie croniche al centro dell’agenda politica e dell’azione legislativa. Ringrazio i colleghi della Commissione Sanità del Senato per il sostegno a questo Disegno di legge, e auspico che con l’impegno comune la prescrizione dell’esercizio fisico come un farmaco possa divenire presto una legge»

Decreto liste d’attesa, la flat tax sugli straordinari basterà a reperire i fondi necessari?

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Creare una piattaforma nazionale unica per le liste d’attesa, con un numero verde da cui sarà possibile prenotare le visite, sia in ospedali e ambulatori pubblici che in strutture private convenzionate; impedire la chiusura delle agende ed estendere l’erogazione di prestazioni sanitarie anche il sabato e la domenica. Il testo del Decreto liste d’attesa è stato pubblicato il 31 luglio in Gazzetta Ufficiale ed è entrato in vigore dal 1 agosto. I benefici per gli utenti sembrano essere molto rilevanti.

Da dove arrivano i fondi per le misure previste dal Decreto liste d’attesa?

Dalla comodità di prenotare le prestazioni da un solo numero verde (Centro Unico di Prenotazione), che incrocia per la prima volta le disponibilità di tutte le agende delle strutture sul territorio nazionale in cui è possibile effettuare visite ed esami pagando solamente il ticket, alla possibilità di accedere alle prestazioni anche nel fine settimana, quando per molti utenti è più facile organizzarsi tra famiglia e lavoro. Da dove arrivano però i fondi per tutto questo? Il testo del DL, infatti, non sembra prevedere ulteriori stanziamenti, tranne il recupero di risorse attraverso la detassazione degli straordinari dei medici e la possibilità di attingere a finanziamenti di progetti già definiti. Ne abbiamo parlato con la professoressa Debora Di Gioacchino, docente del corso di Health Economics and Policy presso l’università degli studi di Roma La Sapienza.

Più lavoro per i medici e infermieri già assunti, fra turni e straordinari

Una delle principali problematiche legate alla lunghezza eccessiva delle liste d’attesa per accedere ad esami e prestazioni mediche in regime di servizio sanitario nazionale o privato convenzionato riguarda la carenza di personale. Medici e infermieri, soprattutto nella medicina d’urgenza, lavorano in molti casi sottorganico. Nel decennio precedente la pandemia, il SSN ha visto una riduzione di circa 45 mila unità di personale. Per fronteggiare la pandemia, le politiche di reclutamento hanno invertito la tendenza negativa, portando a un aumento complessivo delle assunzioni di medici e infermieri. Ma l’Italia fa ancora molta fatica a rendere queste professioni attraenti per le nuove generazioni: l’età media dei sanitari è passata da 43 a 51 anni nell’ultimo ventennio. I medici italiani sono i più anziani fra i Paesi membri OCSE [Health at Glance, 2023] e le ragioni sembrano essere legate alle retribuzioni troppo scarse a fronte di carichi di lavoro non pagati adeguatamente se comparati con gli stipendi percepiti dai sanitari degli altri Paesi Europei.

Ai compensi erogati a medici e infermieri per le ore di lavoro straordinario la nuova legge in approvazione promette di applicare una flat tax

Fra le misure forse più interessanti del decreto ce n’è una che punta a convincere il personale sanitario a lavorare di più in cambio di una maggior retribuzione. Nessun aumento di stipendio però: ai compensi erogati a medici e infermieri per le ore di lavoro straordinario la nuova legge in approvazione promette di applicare una flat tax, ovvero la tassazione al 15 per cento. Si punta quindi a convincere il personale ad un lavoro extra che deve supplire alla mancanza di organico in cambio di una convenienza economica.

Una tassazione separata per le ore di lavoro extra

All’approvazione da parte dell’esecutivo c’è la norma per cui i compensi erogati per lo svolgimento delle prestazioni aggiuntive, quindi le ore svolte in più rispetto al normale orario di lavoro, saranno oggetto di tassazione separata con aliquota ridotta. Un’imposta agevolata, sostitutiva dell’Irpef e delle relative addizionali (esattamente come quella già applicata per i professionisti in regime forfettario che guadagnano un compenso annuo entro gli 85 mila euro, ndr), per un numero di ore che non possono però superare il totale monte ore ordinario in termini quantitativi. Cosa cambierà quindi, rispetto alla situazione attuale, nelle tasche dei professionisti sanitari? Oggi la retribuzione del lavoro straordinario viene calcolata separatamente e varia a seconda della mansione sanitaria svolta dal professionista. La tassazione invece non è separata visto che fiscalmente contribuisce al reddito complessivo e quindi all’imponibile soggetto all’Irpef ordinaria. Le aliquote fiscali stabilite dalla Legge di Bilancio 2022 (art. 1, comma 2, lettera a) variano dal 23% in caso di redditi fino a 15 mila euro fino ad arrivare progressivamente al 43% per i redditi che superano i 50 mila euro.

La misura dovrebbe incentivare ore di lavoro aggiuntive, e non solo rendere più conveniente gli straordinari già fatti

Con l’approvazione alla Camera del nuovo decreto quindi lavorare di più sarà effettivamente più vantaggioso fiscalmente, perché consentirà di pagare dal 5% al 28% in meno di tasse. La convenienza resterà in ogni caso da valutare per tutti i lavoratori il cui stipendio annuale si avvicina al limite superiore di uno scaglione di reddito. Una parte del reddito imponibile potrebbe infatti rientrare nello scaglione successivo, ed essere comunque soggetto a un’aliquota fiscale più elevata. Sarà dunque un incentivo sufficiente a convincere medici e infermieri a lavorare di più?

Una coperta corta, se manca il personale

Agire dal lato dell’offerta significa aumentare la dotazione di macchinari e attrezzature sanitarie e, soprattutto, aumentare il personale sanitario. Questa è la strada che sembra seguire il disegno di legge nell’art. 7 (Imposta sostitutiva sulle prestazioni aggiuntive del personale sanitario), che introduce una agevolazione fiscale sugli straordinari dei dirigenti sanitari e del personale sanitario.

La copertura finanziaria indicata consiste sostanzialmente in spostamenti di voci di bilancio

«Questa misura può essere efficace nell’aumentare l’offerta di ore lavorate se induce effettivamente ore di lavoro aggiuntive, senza rendere solo più convenienti le ore di straordinario già prestate in precedenza. Inoltre, incentiva il lavoro addizionale di una categoria di lavoratori già sovraccaricata e carente di risorse umane. Anche se la misura fosse efficace nell’aumentare l’offerta di ore lavorate, rimane pur sempre una soluzione emergenziale (straordinaria) e non strutturale, poiché non aumenta stabilmente il personale sanitario – ha commentato la professoressa Di Gioacchino –. Gli oneri finanziari previsti per questa misura sono pari a 88 milioni per il 2024, circa 160 milioni per il 2025 e circa 165 milioni a partire dal 2026, mentre per il 2027 la previsione è di 165,5 milioni annui [Ufficio studi del Senato https://www.senato.it/service/PDF/PDFServer/BGT/01424565.pdf]. La copertura finanziaria indicata consiste sostanzialmente in spostamenti di voci di bilancio».

Un monitoraggio più completo ed esteso sul territorio nazionale

Con l’approvazione definitiva di inizio agosto, dovrebbe essere istituita presso Agenas una piattaforma nazionale per le liste d’attesa. La piattaforma in realtà è già in essere ma al momento non tutte le Regioni collaborano all’invio dei dati. Al momento non è chiaro se la nuova norma ne imporrà la partecipazione, ma l’obiettivo dichiarato dal documento uscito dal Senato è proprio quello di disporre per la prima volta di un monitoraggio in tempo reale di tutta la situazione italiana delle liste d’attesa, con i tempi per ciascuna prestazione divisi per Regione.

Anche il Centro Unico di Prenotazione dovrà lavorare in maniera sinergica con le strutture private convenzionate, per offrire all’utente una panoramica reale delle disponibilità, non demandando più all’utente una ricerca singola, struttura per struttura. Anche questo servizio oggi è giù presente in alcune Regioni, la novità prevede che venga reso effettivo su tutto il territorio nazionale. Il Cup avrà anche l’onere di ricontattare gli utenti che hanno prenotato una prestazione, per evitare quello che oggi accade nel 20 per cento dei casi: ovvero che visite ed esami vengano prenotati ma non effettuati. Per i pazienti cronici invece, la novità è che potranno essere direttamente i medici di base a fissare per loro controlli ed esami, senza passare dal Centro Unico di Prenotazione.

La lite fra Governo e Regioni e l’emendamento pacificatore

La commissione sanità del Senato ha dovuto riscrivere l’articolo 2 del decreto, che introduceva un organismo di verifica e controllo sull’assistenza sanitaria presso il Ministero della Salute. Le Regioni hanno rivendicato l’autonomia di ogni Asl di poter effettuare i controlli sulla corretta gestione delle liste d’attesa, senza la possibilità per il Ministero della Salute di sanzionare i singoli ospedali che offrono prestazioni oltre i limiti di attesa consentiti. Tutto, insomma, resta in capo alle Regioni.

Master OPTIMA: Operational and Lean excellence in Healthcare Management – II edizione

In un’epoca di profonda trasformazione, il settore sanitario si confronta con la necessità di evolvere verso sistemi più sostenibili, utilizzando strumenti manageriali avanzati per affrontare le complessità della cura del paziente e rispondere in modo più efficace e tempestivo ai loro bisogni.

Con l’avvento delle tecnologie digitali e il crescente volume di dati, il Master mira a sfruttare questa ricchezza di informazioni per aumentare le performance delle singole strutture, trasformando le sfide in opportunità.

Attraverso un approccio che integra teoria e pratica, il Master Executive Operational and Lean excellence in Healthcare Management vuole quindi essere un percorso di formazione specialistico finalizzato a diffonderne la cultura Lean tra i professionisti che operano in contesti sanitari, fornendo loro competenze strategiche e supporto pratico per la crescita organizzativa.

Macrotemi

  • Cambiamento organizzativo
  • Lean management
  • Six Sigma
  • Industry 4.0 e Data analytics
  • Tecnologie sanitarie
  • Gestione del progetto di miglioramento

Partecipazione

  • In presenza: Experiential. Ogni incontro verrà progettato come un’occasione trasformativa di full immersion sui temi proposti e permetterà di partecipare ad attività di gruppo che simulano il mondo aziendale. Le lezioni si adatteranno perfettamente agli impegni lavorativi dei partecipanti. Tutte le lezioni sono fruibili anche online, tranne due lezioni che si terranno nella i-FAB di LIUC (laboratorio esperienziale lean e industry 4.0) e in visita a struttura sanitaria d’avanguardia.
  • A distanza: Smart. Il Master può essere fruito anche a distanza in modalità live streaming. I partecipanti possono seguire in modo sincrono tutto ciò che accade in aula e rivedere le registrazioni delle lezioni.

A chi è rivolto

  • Laureati in materie economico-ingegneristiche
  • Professioni sanitarie
  • Professionisti di aziende produttive
  • Professionisti socio-sanitari
  • Medici/Farmacisti
  • Biologi/Fisici sanitari

Partnership strategiche

Il Master è in collaborazione con prestigiose aziende del contesto sanitario come TapMyLife, Artexe e Porini e in partnership con IN.GE.SAN. (Associazione Nazionale Ingegneri Gestionali in Sanità) e Lean Club.

Iscrizioni

Il processo di selezione si svolge nel periodo Aprile 2024 – Ottobre 2024

Data scadenza application: 11/10/2024

Per ulteriori informazioni e contatti https://www.liucbs.it/catalogo/optima/

Patologie oncoematologiche pediatriche, siglato protocollo intesa FIAGOP-ADMO

Promuovere, attraverso attività congiunte, campagne di informazione sulle patologie oncoematologiche pediatriche e sulle donazioni del midollo osseo e di cellule staminali; sviluppare iniziative di sensibilizzazione sul tema rivolte agli associati e alla popolazione; incoraggiare la collaborazione tra le associazioni su argomenti di reciproco interesse anche per favorire la partecipazione a bandi di ricerca nazionali ed europei. Sono alcuni dei punti contenuti nel protocollo d’intesa siglato oggi a Roma tra la Federazione Italiana Associazioni Genitori e Guariti Oncoematologia Pediatrica e l’Associazione Donatori Midollo Osseo, nel corso di una conferenza stampa che si è svolta alla Camera dei Deputati. A sottoscrivere l’accordo, che ha validità tre anni, i due presidenti Paolo Viti (FIAGOP) e Rita Malavolta (ADMO), presenti alla conferenza anche l’onorevole Vanessa Cattoi, coordinatrice dell’Intergruppo parlamentare ‘Insieme per un impegno contro il cancro’ alla Camera, e l’onorevole Marianna Ricciardi, componente della Commissione Affari Sociali della Camera.

«L’obiettivo del protocollo siglato con ADMO è quello di lavorare insieme per sensibilizzare l’opinione pubblica e i cittadini sulle donazioni, che sono alla base della vita – ha fatto sapere il presidente di FIAGOP, Paolo Viti –. È fondamentale che le persone donino tutto ciò che si può donare. Per quanto riguarda l’oncologia pediatrica, negli ultimi 20 anni sono stati effettuati circa 16mila trapianti e solo nel 2023 abbiamo salvato quasi 450 bambini oncologici. Si tratta di numeri importanti, ma bisogna fare sempre meglio: basti pensare che ogni anno si ammalano di tumore 2.400 bambini (di cui 1.500 bambini e 900 adolescenti)”. Viti ha quindi sottolineato l’importanza della rete: «In Italia i centri qualificati e ad alta specializzazione (provider) in oncologia pediatrica non sono molti e per lo più sono concentrati al nord e al centro».

Regioni come la Calabria e la Sardegna, per esempio, sono «fortemente penalizzate». Dunque anche in questo settore, purtroppo, l’Italia sembra viaggiare «a due velocità – ha sottolineato ancora il presidente FIAGOP – per questo avere una rete di supporto per i familiari dei piccoli pazienti diventa davvero essenziale. Per fortuna su tutto il territorio nazionale sono invece presenti moltissime associazioni, pronte ad offrire aiuto alle famiglie che hanno necessità di ricevere informazioni sui centri di riferimento in oncologia pediatrica e supporto, talvolta anche di tipo economico per il sostegno delle spese».

Secondo la presidente ADMO, Rita Malavolta, la firma del protocollo rappresenta un «traguardo importante, perché per la prima volta vedrà entrambe le associazioni impegnate in una serie di iniziative di sensibilizzazione – commenta – portatrici anche di un messaggio di speranza. Siamo poi particolarmente lieti di ricevere il supporto di FIAGOP per divulgare insieme il messaggio dell’importanza della donazione del midollo osseo, in particolare per la cura delle patologie oncoematologiche. Stiamo infatti assistendo, purtroppo, ad un aumento della necessità di ricorrere a trapianti in ambito pediatrico».

Tra gli impegni che FIAGOP ed ADMO intendono rispettare reciprocamente, intanto, anche quello di favorire l’inserimento della tipizzazione HLA di consanguineo in caso di mancata compatibilità familiare nel Registro Donatori del Midollo Osseo a favore della ricerca nazionale e internazionale. «La richiesta – spiega Malavolta – nasce da esperienze ormai consolidate negli anni a livello nazionale, considerando che solo in Italia sono circa 2.000 le persone che necessitano di un trapianto di midollo osseo all’anno e metà di queste sono bambini. il nostro scopo, allora, è anche quello di creare una sinergia in modo tale che questo messaggio venga amplificato».

FIAGOP ed ADMO, si legge quindi nel documento, si impegnano attraverso i propri presidenti e consigli direttivi a «promuovere l’attuazione delle iniziative oggetto del protocollo d’intesa, monitorare la realizzazione degli interventi e proporre gli opportuni adeguamenti per il miglioramento dei risultati, costituendo un comitato paritetico composto da due membri per ogni organizzazione». Le parti, inoltre, cureranno la gestione del comitato paritetico e il coordinamento e la valutazione delle iniziative realizzate. Il comitato, infine, si riunirà «almeno due volte l’anno» per pianificare le nuove attività e valutare quelle del periodo precedente.

Tumori pediatrici

Ogni anno nel nostro Paese si registrano circa 1.500 nuovi casi di tumore nella fascia d’età 0-14 anni e 800-900 casi tra gli adolescenti di 14-18 anni. Nei bambini fino a 14 anni prevalgono le leucemie, in particolare la leucemia linfoblastica acuta che conta circa 400 diagnosi annue. Negli adolescenti, invece, il tumore più comune è il linfoma di Hodgkin, con circa 150 casi all’anno. Altri tumori che colpiscono bambini e adolescenti sono quelli cerebrali, che rappresentano la categoria più frequente tra i tumori solidi pediatrici. Poi ci sono neoplasie tipiche dell’età pediatrica, come il neuroblastoma, e l’epatoblastoma. Negli adolescenti sono caratteristici anche i tumori ossei, in particolare l’osteosarcoma.

Come usare l’IA nel settore medico per ottimizzare la gestione delle chiamate

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Nel mondo sempre più digitalizzato della sanità, l’efficienza e l’attenzione al paziente sono elementi cruciali per il successo di qualsiasi centro medico o poliambulatorio. Grazie all’intelligenza artificiale, è possibile ottimizzare la gestione delle chiamate, migliorare l’esperienza dei pazienti e liberare risorse per attività più complesse.

Gestire le chiamate in entrata può rappresentare una sfida significativa per i centri medici e i poliambulatori, soprattutto quando il volume delle telefonate è elevato. Rispondere tempestivamente e in maniera efficace è essenziale per garantire un servizio di qualità e mantenere alta la soddisfazione dei pazienti. L’intelligenza artificiale offre soluzioni innovative per affrontare queste sfide, trasformando la gestione delle chiamate in un processo più fluido ed efficiente.

Come funziona l’assistente virtuale IA per i centri medici

CGM Italia ha recentemente presentato al mercato una soluzione di segreteria virtuale totalmente AI-based: CGM AIDA. Si tratta di un assistente virtuale progettato per interagire in modo naturale con i pazienti, rispondendo alle loro richieste, siano esse appuntamenti o informazioni generali, attraverso vari canali di comunicazione, inclusi WhatsApp e telefonate. Grazie alle avanzate capacità di elaborazione del linguaggio naturale, CGM AIDA comprende e risponde alle domande dei pazienti in modo contestualizzato e pertinente, garantendo un’interazione piacevole e senza intoppi.

I vantaggi concreti dell’uso di CGM AIDA

  • Disponibilità H24

Una delle caratteristiche distintive di CGM AIDA è la sua disponibilità continua, 24 ore su 24, 7 giorni su 7. Questo significa che i pazienti possono contattare il centro medico in qualsiasi momento, anche al di fuori degli orari di apertura, per fissare appuntamenti, richiedere informazioni o lasciare messaggi. Questa disponibilità garantisce un livello di accessibilità e tempestività molto elevato, migliorando notevolmente la soddisfazione dei pazienti.

  • Integrazione con CGM XMEDICAL

CGM AIDA si integra perfettamente con il sistema di gestione per centri medici e poliambulatori CGM XMEDICAL, assicurando che l’agenda degli appuntamenti sia sempre aggiornata e che i pazienti siano riconosciuti immediatamente se già presenti nel database. Questa integrazione permette di automatizzare attività come la prenotazione degli appuntamenti, l’invio di promemoria e la gestione delle comunicazioni, liberando così il personale di segreteria per dedicarsi a compiti a maggior valore aggiunto.

  • Sicurezza e conformità GDPR

La sicurezza dei dati personali è una priorità assoluta. CGM AIDA garantisce la massima sicurezza nel trattamento dei dati, rispettando pienamente le normative GDPR. Questo assicura che tutte le informazioni sensibili siano protette, mantenendo la fiducia dei pazienti e la conformità legale.

  • Miglioramento dell’efficienza operativa

Adottare CGM AIDA significa ridurre drasticamente il carico di lavoro del personale di segreteria. Con la gestione automatizzata delle chiamate e delle prenotazioni, il personale può concentrarsi su attività più importanti. Questo non solo migliora l’efficienza operativa del centro medico, ma anche la qualità del servizio offerto.

L’automazione intelligente

Nel panorama sempre più competitivo della sanità, l’efficienza e la qualità del servizio sono elementi chiave per il successo. CGM AIDA rappresenta un passo avanti significativo verso l’automazione intelligente e l’efficienza operativa nei centri medici e poliambulatori per migliorare la gestione delle chiamate e la soddisfazione dei pazienti e liberare risorse preziose da dedicare alla cura dei pazienti.

Incontinenza nel Lazio: trattamenti bloccati e pazienti in fuga al nord

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Il blocco degli interventi nel Lazio

Colpisce milioni di persone in tutto il mondo, predilige le donne ma non risparmia gli uomini, è più comune fra gli anziani, ma può interessare persone di tutte le età. E poi, diciamolo, di incontinenza urinaria si parla poco, complice lo stigma sociale e l’imbarazzo che porta le persone a non confidarsi con amici, familiari e nemmeno con il proprio medico. Per avere le idee più chiare, diamo dei numeri: in Italia sono oltre 7 milioni le persone incontinenti, (di cui 6 da incontinenza urinaria e la restante parte di incontinenza fecale), il 57% non ne parla in famiglia e solo il 25% si rivolge a un professionista. Per fortuna le terapie esistono anche per le forme più gravi, curabili con la tecnica invasiva della neuromodulazione sacrale, con percentuali di successo dell’85%. Un intervento che può cambiare la vita di tanti incontinenti, ad eccezion fatta, da ormai cinque anni, di quelli residenti nel Lazio.

Marzio Zullo

Con una popolazione di oltre 5,8 milioni di abitanti, il Lazio è la seconda regione italiana per numero di incontinenti, stimati intorno ai 900.000. Tuttavia, dal 2019, l’intervento è bloccato a causa della mancata copertura economica. «Al Campus Biomedico eravamo il secondo centro italiano come inserzione dei pacemaker vescicali, ne impiantavamo fino a 40 ogni anno» riferisce Marzio Zullo, Direttore UOS Chirurgia del Pavimento Pelvico e Proctologia, presso l’Università Campus Bio-Medico di Roma. Una prassi che, per giunta, riduceva i costi della sanità: «Si stima che vent’anni di incontinenza costino 20mila euro a persona (fra pannolini, smaltimento degli stessi e complicanze del paziente) – sottolinea Zullo – quando invece, curare queste persone, costerebbe 10mila euro in meno».

I costi dell’incontinenza e dell’intervento invasivo 

Continuando a parlare di costi, la sola incontinenza femminile peserebbe per 3,3 miliardi di euro l’anno, stima Zullo. Importo che non include la platea maschile, i costi aggiuntivi relativi alle persone incontinenti ricoverate e tutti i costi intangibili. Per quanto riguarda l’intervento per l’incontinenza urinaria, avrebbe un costo totale medio intorno ai 12mila euro per paziente, anche se è variabile per ogni Regione, sostiene Pier Raffaele Spena, presidente FAIS – Federazione delle Associazioni Incontinenti e Stomizzati. Che aggiunge: «Sono cifre indubbiamente alte, ma per un pubblico ristretto, dato che sono 180 le persone in attesa nel Lazio. Se costasse solo 500 euro, verrebbe approvata, ma essendo costoso nessuno vuole prendersene carico,  mentre, nel frattempo, Piemonte, Lombardia e Veneto fanno cassa», conclude Spena. 

Pier Raffaele Spena

Tutti in fuga al nord  

La conseguenza inevitabile alla quale fa riferimento Spena è infatti la mobilità sanitaria passiva, cioè le persone che decidono di operarsi altrove. In particolare, si va in Piemonte, in Lombardia e nel Veneto, pagando in autonomia le spese del viaggio e di un eventuale alloggio. «L’aspetto singolare – sottolinea Spena – è che la Regione Lazio finisce per pagare di più, perché il Piemonte emette fatture a costi più alti. Nonostante questo, si preferisce perdere soldi anziché risolvere la situazione». Una condizione complessa e intricatissima, priva di soluzioni evidenti e costantemente ostacolata da continui inciampi.

La lentezza dei gestionali e la carenza di fornitura dei cateteri 

Non si riesce a trovare una soluzione nemmeno per la distribuzione dei cateteri, dispositivi usati per drenare l’urina dalla vescica, garantiti per legge e inclusi nei Livelli Essenziali di Assistenza (LEA), disponibili nelle parafarmacie (mentre nelle altre Regioni arrivano in farmacia) con enormi ritardi. Tutto nasce da un nuovo gestionale, pensato per snellire la prassi per attivare la fornitura dei cateteri, ma di fatto non è così. Il meccanismo ce lo racconta Spena: «Prima viene emessa una prescrizione che arriva alla ASL di riferimento, la quale avvia la procedura per la fornitura. Tuttavia, nella Regione Lazio, questo processo include ulteriori due passaggi: serve richiedere un preventivo per i prodotti necessari e poi, a sua volta, deve essere approvato. Questo causa un significativo allungamento dei tempi». Alla fine della corsa il paziente, che non può fare a meno del catetere, è costretto a comprarlo da sé, tenendo conto che, nelle migliori delle ipotesi, è necessario cambiarlo una volta al giorno.

La risposta della Regione Lazio

Marzia Mensurati

Capire cosa succede nella Regione è doveroso: noi di TrendSanità abbiamo raggiunto Marzia Mensurati, dirigente dell’Area Farmaci e Dispositivi. «Il problema principale è che non esiste una tariffa specifica del Ministero per questa attività. La Regione Lazio è in piano di rientro e questo esclude gli accreditati, come il Policlinico Universitario Fondazione Agostino Gemelli, perché non recupererebbero i costi e quindi non possono offrire il servizio. Le strutture pubbliche potrebbero farlo, ma solo accettando una perdita o rendicontando l’operazione in modo diverso». E poi, aggiunge: «Di conseguenza, le Regioni che non sono in piano di rientro e possono stabilire tariffe aggiuntive attirano i pazienti dalla Regione Lazio, creando una disparità alla quale non possiamo opporci».

La lettera e la mancanza di dialogo 

Non sono mancate le sollecitazioni per richiedere l’attenzione e un’azione immediata da parte della Regione Lazio, alla quale FAIS, nel 2021, dopo due anni dal blocco degli interventi, ha inviato una lettera. Nel testo si fa riferimento non solo alla preoccupazione per la situazione innescata, ma anche per i pazienti sopraffatti da “gravi forme depressive per l’attesa di subire un intervento che dà loro la speranza della guarigione”. Ma come spesso accade, uno dei problemi principali è la mancanza di una comunicazione efficace. Sottolinea Spena: «Negli anni, abbiamo cercato di coinvolgere diversi soggetti, ma ora tutti sembrano allontanarsi. Come presidente nazionale di una federazione, devo interagire con diverse Regioni, ma loro sono gli unici che non rispondono mai. Questo è un problema serio, considerando che l’incontinenza colpisce il 10% della popolazione laziale».

La strada per il dialogo non si trova da tempo, anche per via del ricambio del personale all’interno della Regione: «Non abbiamo interlocutori fissi e veniamo continuamente girati da una persona all’altra, – afferma Spena – situazioni pendenti come queste sono sinonimo di scarsa volontà di confronto. Noi siamo un’associazione che desidera solo collaborare, per garantire ai pazienti una vita dignitosa e libera dai disagi». Una vita che migliora per merito delle cure, ma anche grazie allo sforzo di chi sensibilizza su una problematica che genera tanto imbarazzo. Una partita che si gioca tutti insieme.  

INCOlimpiadi: anche un gioco può aiutare

E che il gioco inizi: “Qual è un effetto collaterale comune dell’incontinenza urinaria nelle persone anziane?“, oppure, “Che cos’è l’esame urodinamico?”. Pensate di dover rispondere a domande come queste sull’incontinenza, mentre vi cimentate in una partita di calcio, completate una vasca di nuoto o state pedalando. In concomitanza con le Olimpiadi di Parigi, nasce un progetto innovativo, capace di informare e parlare su un tema di salute trascurato e oggetto di pregiudizio. INCOlimpiadi è il primo serious game, con quiz multiplayer a tema olimpico, adatto a tutte le età, pensato dalla FAIS, in collaborazione con Helaglobe. La scelta è fra cinque sport: corsa, nuoto, canoa, ciclismo e calcio.

Dopo aver selezionato lo sport e il segnalino, bisognerà rispondere rapidamente e correttamente alle varie domande (per ciascuna c’è un tempo massimo). Abbiamo partecipato anche noi di TrendSanità a una partita di canoa, nuoto e corsa, riuscendo a classificarci tra i primi posti. Tuttavia, dobbiamo ammettere che forse partivamo un po’ avvantaggiati. Il vero vantaggio, però, sarebbe raggiungere un equilibrio che permetta non solo di parlare liberamente di incontinenza, ma anche di ripristinare un sistema che consenta agli incontinenti di sottoporsi a un’operazione invasiva capace di migliorare significativamente la loro qualità di vita.

SIPPS: Bronchiolite lascia segno, non facciamola entrare

«Quando si comunica ai genitori ‘Vostro figlio ha una bronchiolite’, anche se lieve, si induce grande ansia. La bronchiolite fa paura, prevenire è un dovere. Il Virus Respiratorio Sincinziale (RSV) lascia il segno, non deve entrare in contatto con i nostri lattantini». Giuseppe Di Mauro, presidente della Società Italiana di Pediatria Preventiva e Sociale (SIPPS), torna a sensibilizzare famiglie e istituzioni su questo virus che colpisce tanti neonati e rappresenta un pericolo per la loro crescita. Può causare bronchioliti e polmoniti nel breve termine, o wheezing e infiammazioni croniche nel lungo termine.

L’impegno della SIPPS nella prevenzione dall’RSV non è nuovo. Già durante il XXXVI Congresso Nazionale della Società scientifica, che si è svolto dal 5 al 7 luglio a Firenze, la professoressa di Igiene e Medicina preventiva dell’Università di Pisa, Caterina Rizzo, ha parlato del grave burden del Virus Respiratorio Sinciziale e della possibile prevenzione con gli anticorpi monoclonali.

Ma come agisce questo virus? «L’RSV fu scoperto a Napoli circa 50 anni fa – racconta Di Mauro – veniva chiamato il ‘male oscuro‘ perché si connotava come un’infezione virale respiratoria polmonare non ancora isolata. È un virus abbastanza recente, caratterizzato da un’attività interstiziale che agisce proprio come il Covid. Per questo motivo l’RSV deve essere prevenuto, poiché una volta entrato in contatto con un bambino – che in genere è un lattante – può causare delle complicazioni anche a distanza di tempo dall’episodio acuto, proprio come accade con tutti gli esiti post-Covid».

Chi sono i soggetti più a rischio di contrarre l’RSV? «La bronchiolite è tipica dei primi mesi di vita, ma può essere contratta nei primi due anni di vita del bambino. Il 60% dei lattanti è a rischio contagio. Se prendiamo come riferimento il 2024, su 400mila nati circa 80mila bambini hanno richiesto assistenza medica ambulatoriale, circa 16mila sono stati ricoverati e 16 sono stati i decessi solo nei primi sei mesi di quest’anno. Non sono pochi casi per una infezione virale, in un solo anno, è un rischio che non possiamo accettare».

Le stagioni in cui è più facile contrarre l’RSV sono autunno, inverno e primavera. «In questi periodi proliferano sia i virus gastrointestinali che respiratori.Bisogna fare attenzione», precisa il pediatra.

Come si riconosce l’RSV e quando un genitore deve preoccuparsi? «Esistono dei test rapidi che si possono fare per individuare il Virus Respiratorio Sincinziale, ma è di fondamentale importanza la diagnosi clinica. Finché il bambino/lattante riesce ad alimentarsi e ad interagire bene con i genitori – sottolinea il presidente della SIPPS – questi, sempre in contatto con il loro pediatra di famiglia, potranno tenere sotto controllo l’evoluzione delle condizioni di salute del figlio. Se invece l’equilibrio del piccolo salta e le sue condizioni di salute si aggravano, anche a distanza di poche ore dalla visita dal pediatra, allora è meglio ricorrere a un ricovero. Ricordo che, con qualunque infezione, nei lattantini le condizioni cliniche possono peggiorare rapidamente».

Non esiste una terapia risolutiva. «Oltre a controllare l’idratazione, dare ossigeno al bambino, ci sono poche cose che si possono fare. Gli antibiotici non vanno somministrati – rimarca – nessun antibiotico al mondo può ammazzare o colpire un virus».

Fortunatamente esiste una prevenzione che agisce come un vaccino. «Da oltre sei anni vengono condotti studi e ricerche sugli anticorpi monoclonali – chiarisce Di Mauro – che sono uno strumento di prevenzione primaria. I pediatri di famiglia sono impegnati nell’informare i genitori che i loro figli vivono in una Regione che dà l’opportunità di proteggerli dall’RSV. Adesso abbiamo gli anticorpi monoclonali a lunga durata d’azione: grazie ad una sola iniezione l’anno, con costi accettabili, possiamo fare una prevenzione efficacissima che permette ai piccoli di non contrarre la malattia. Quindi, tutti i nati del 2024 dovranno essere “vaccinati” il prossimo ottobre. Sarebbe utile offrire questa somministrazione anche alle donne in gravidanza – suggerisce il pediatra – per coprire il neonato nei primi mesi di vita, quando non ha ancora ricevuto questa protezione, come si fa per la pertosse».

Le Regioni si stanno attrezzando per la somministrazione di questi anticorpi monoclonali ma la situazione è ancora a macchia di leopardo: «Da meno di un anno solo la Valle d’Aosta è riuscita a fare prevenzione nel 2023 (e lo ripeterà anche nella prossima stagione), ad ottobre 2024 ci riusciranno altre Regioni tra cui Veneto, Trento, Bolzano, Lombardia, Toscana, Sicilia e Campania, augurandomi che tutte le altre Regioni mancanti inizino la campagna di immunizzazione. Da presidente della Società Italiana di Pediatria Preventiva e Sociale, da pediatra di famiglia, da padre e da nonno, non vorrei che si determinasse una grande disuguaglianza in Italia nell’offrire quest’opportunità di prevenzione primaria, che non è un lusso. Si tratta di sicurezza del lattantino e della sua famiglia. La prevenzione è la migliore arma che abbiamo a disposizione per proteggere i nostri bambini da questo virus così pericoloso». Da qui l’appello di Di Mauro alle Regioni: «Evitiamo differenze e operiamo tutti insieme in un’ottica di prevenzione primaria. Prevenire è un dovere».

Oltre a tutti gli interventi medici di prevenzione, non dimentichiamo mai l’altro importante strumento di protezione. «L’allattamento al seno è un’arma fortissima di prevenzione primaria dalle infezioni respiratorie, gastrointestinali e dal sovrappeso», fa sapere il pediatra. In più, in estate, «mare, sole e aria aperta sono ottimi alleati – conclude Di Mauro – mentre in inverno bisogna lavare spesso le mani e usare le mascherine, soprattutto con i neonati e i nati pretermine».

CReI: Il DL Liste d’attesa è un buon inizio, ma attenzione a appropriatezza, monitoraggio e conoscenza domanda-offerta sul territorio

Il Collegio Reumatologi Italiani – CReI in merito al Decreto liste d’attesa appena approvato in Parlamento esprime un plauso, ma anche l’invito a «non fermare proprio ora la necessaria azione di rinnovamento complessivo della sanità italiana, anche in relazione alle dinamiche ed alle criticità che coinvolgono la reumatologia e gli specialisti di questo settore».

«Ogni Decreto che tenti di porre in essere risposte concrete a debolezze conclamate della sanità pubblica ha degli aspetti di positività – sottolinea Daniela Marotto, presidente CReI – ma occorre qui cogliere l’occasione per osservare con attenzione il sistema nella sua totalità. I reumatologi italiani oggi quindi invitano il Ministero della Salute, il Parlamento e le Istituzioni ed agenzie della sanità a porre un’attenzione decisa su tre temi rilevanti: appropriatezza prescrittiva di esami e visite specialistiche, monitoraggio delle prestazioni, conoscenza della domanda-offerta sui territori locali».

Daniela Marotto

«Le nostre considerazioni si poggiano sull’esperienza quotidiana di tutti i nostri soci e sui campanelli d’allarme che CReI raccoglie dai territori – commenta Marotto -. Spesso il reumatologo visita pazienti che gli vengono indirizzati come urgenti, anche quando questo non è realmente necessario. Inoltre nelle varie situazioni territoriali si percepisce una decisa carenza di monitoraggio delle prestazioni in reumatologia, spesso considerate meno rilevanti di quelle di altre specialità».

I dati raccolti da CReI nel suo network indicano la classica situazione “a macchia di leopardo” che purtroppo ormai è generalizzata per quando riguarda i sistemi sanitari regionali: si va da situazioni tendenzialmente virtuose (in alcune Asl del Nord-Est non c’è lista d’attesa per la prima visita, mentre per i controlli si giunge ad una media di sei mesi di attesa) a situazioni preoccupanti (in un’Asl dell’Italia centrale con popolazione di 600mila abitanti, sono presenti quattro reumatologi di cui tre in servizio di medicina interna; la prima visita è a quattro mesi ed il controllo giunge dopo altri quattro mesi).

Sicuramente, afferma CReI, il Decreto – anche avviando la Piattaforma nazionale e l’Organismo di verifica, controllo e monitoraggio – crea le condizioni affinché vengano definiti ulteriori strumenti per migliorare l’appropriatezza della richiesta di visite ed esami, ma è necessario che questi strumenti siano avviati in tempi brevi, producendo quell’effettivo alleggerimento e de-affollamento degli ambulatori che è nell’attesa di popolazione e istituzioni.


È inoltre importante per CReI «monitorare immediatamente tutte le specialità» e – in un momento in cui viene sta per essere varato anche il nuovo Piano Nazionale Cronicità, attualmente in Conferenza Stato Regioni – occorre «porre attenzione specifica alla specialità della reumatologia, che si occupa di patologie croniche invalidanti, per giungere ad un diagnosi precoce ed avviare una presa in carico ed un trattamento terapeutico tempestivo». Occorre di conseguenza che il sistema sia in grado di monitorare la domanda reale e l’offerta reale sul territorio, «affinché si possa vedere come agire nella singola area territoriale, anche per comprendere nello specifico se il personale dedicato è sufficiente oppure è sotto-dimensionato».


Daniela Marotto conclude così: «La situazione complessiva indica che è urgente una conoscenza nuova, differente, approfondita e puntuale della dinamica richiesta-offerta sul territorio. Solo così il Decreto Liste d’Attesa potrà nel tempo essere parte di quella visione sistematica e completa di cui oggi tutti sentono il bisogno».

«Contrastiamo “l’ageismo” per curare meglio gli anziani e rendere più efficiente il SSN»

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Curare bene la terza età vuol dire anche utilizzare al meglio le risorse a disposizione del SSN. TrendSanità ne ha parlato approfonditamente con il professor Andrea Ungar, che dal 2023 presiede la Società Italiana di Gerontologia e Geriatria.

In Italia oggi manca all’appello un geriatra su due. Le scuole di specializzazione sul territorio nazionale riescono a riempire solo la metà dei posti a disposizione. Eppure, l’invecchiamento progressivo e costante della popolazione italiana rende facile presagire come in futuro serviranno sempre più medici specializzati proprio nella cura dei pazienti più anziani.

Nel tempo questa specialità medica ha fatto grossi passi avanti e oggi è in grado di incidere in maniera decisiva sull’efficienza del servizio sanitario nazionale. Basti pensare che la metà delle ospedalizzazioni e dei ricoveri nei nosocomi riguarda proprio gli anziani, che sono i destinatari principali delle cure mediche ospedaliere erogate dal sistema.

Cos’è la vecchiaia?

«L’inizio della vecchiaia vera e propria viene sancito convenzionalmente dai sessantacinque anni in avanti – spiega il geriatra –. Oggi, tuttavia, è anacronistico parlare di anzianità prima dei settantacinque anni. Naturalmente si tratta di una condizione soggettiva e l’inizio di questa fase della vita varia da soggetto a soggetto; prima dei sessantacinque anni e fino ai settantacinque però in geriatria si parla di ‘giovani anziani’, mentre dagli ottant’anni in su di grandi anziani, quelli in cui il deterioramento delle funzioni cognitive e le malattie croniche hanno una maggior incidenza sulla vita della persona».

Età cronologica, biologica e psicologica

Sebbene l’anzianità sia a tutti gli effetti la parte finale del ciclo vitale, caratterizzata da un progressivo indebolimento dell’individuo, non si può dire che essa sia legata solo all’età. «L’età cronologica è un fatto insindacabile – spiega Ungar –, ma ci sono fattori ben più importanti da valutare, fra cui lo stato funzionale del paziente, le sue condizioni fisiche (fra cui la presenza o meno di una o più patologie croniche), il livello cognitivo e la condizione sociale ed economica in cui versa». L’età può pesare più o meno sull’individuo a seconda del contesto sociale in cui questo è inserito: «Il fattore psicologico ha una sua importanza. Diversi studi hanno dimostrato come la solitudine, che affligge in Italia il 30% degli anziani ultrasettantacinquenni, li renda molto più vulnerabili, più soggetti alle cadute e meno resistenti alle malattie», afferma il professore.

I test sull’invecchiamento

Cosa si può fare per valutare le condizioni di un anziano? Oltre all’esame obiettivo geriatrico, esistono diversi test che sono in grando di “misurare” il livello di invecchiamento di un individuo. Uno dei più dirimenti prende in esame la velocità del passo su 4 metri: se il ritmo di deambulazione scende sotto 0,8 metri al secondo significa che l’individuo è affetto da un decadimento fisico e che sarà più soggetto a possibili cadute. Anche la qualità della camminata, il grado di stabilità e le oscillazioni eccessive sono oggetto di osservazione attenta dello specialista.

Un altro test utilizzato è quello chiamato chair stand test, che prevede che il paziente si alzi dalla sedia ripetutamente con le braccia incrociate, con la sola forza delle gambe. «Nella geriatria moderna abbiamo superato il concetto secondo cui lo stato di invecchiamento è determinato principalmente dal numero e dalla gravità delle patologie del paziente – spiega il presidente SIGG –, ormai siamo consapevoli di come il grado di salute sia invece legato allo stato funzionale del paziente, indipendentemente dall’età e dalle malattie di cui è affetto che, se ben curate, non impattano così significativamente sul suo stato di invecchiamento».

La lotta all’ageismo

La Legge 33 del febbraio 2023 e il suo decreto attuativo hanno rappresentato un passo importante e sancito il bisogno di una modifica di paradigma nelle cure dei pazienti anziani. Le cure domiciliari, la prossimità fra ospedale e territorio e la cosiddetta “geriatrizzazione” degli ospedali, luoghi in cui gli anziani possano essere curati a partire dalla propria età biologica e non a discapito di quella cronologica, sono tutti passi in avanti che la legge tutela ma che ancora non vedono la piena applicazione in Italia.

Andrea Ungar

«Nel febbraio 2024 abbiamo firmato la Carta di Firenze contro l’ageismo all’interno del progetto Age-It – continua il presidente -, ad aprile la SIGG ha organizzato un panel con esperti provenienti da tutto il mondo, in collaborazione con l’Organizzazione Mondiale della Sanità, per spiegare a medici provenienti da tutti i continenti come sia necessario modificare radicalmente l’approccio nelle cure degli anziani: un nuovo modello che metta il fattore età solo fra uno dei tanti aspetti da considerare e centralizzi il ruolo di test delle capacità funzionali e cognitive del paziente per un corretto approccio alla cura». Gli ospedali sono popolati da persone appartenenti alla terza età almeno per il 50 per cento dei casi. In molti di questi l’ospedalizzazione è necessaria, in molti altri invece potrebbe essere evitata a beneficio del paziente in cambio di ospedalizzazione domiciliare, che riduce sia i costi sanitari che i rischi di complicanze per i pazienti.

L’esempio virtuoso del progetto Girot: l’ospedale a domicilio

La pandemia ha portato la regione Toscana a testare già nel 2021 un protocollo di cura in cui sono i medici dell’ospedale a visitare i pazienti più anziani a casa loro e ad eseguire lì la terapia: «L’abbiamo chiamato progetto Girot ed è partito 4 anni fa – spiega Ungar, che è stato fra i promotori dell’iniziativa -. L’acronimo sta per Gruppi di Intervento Rapido Ospedale Territorio. Nell’arco del primo anno di sperimentazione delle 3mila visite effettuate con una presa in carico media di 8-10 giorni a paziente, solo il 7% dei casi trattati ha dovuto essere ricoverato in ospedale a seguito dell’intervento domiciliare e la mortalità media dei pazienti è passata al 5% rispetto al 20% della media nazionale».

Il beneficio, secondo i geriatri, è evidente: migliori cure per il paziente, meno ospedalizzazioni e riduzione dei costi sanitari. D’altro canto, anche il modello anti-ageistico, che parte dal considerare lo stato funzionale del paziente e non la sua sola età anagrafica, fa risparmiare soldi al sistema: «Nel momento in cui è necessario determinare l’efficacia di interventi e terapie specifiche, come ad esempio quelle dell’ipertensione di cui sono affetti il 70 per cento degli ultrasettantacinquenni – spiega Ungar –, l’età biologica del paziente è più importante dell’età anagrafica ai fini della prognosi. L’accesso alle cure, così come la somministrazione delle terapie nella terza età dovrebbero quindi sempre passare attraverso quella che in gergo chiamiamo ‘riconciliazione’, ovvero da una rivalutazione geriatrica di tipo prognostico, nell’interesse di tutte le parti in gioco e dell’efficienza del sistema sanitario stesso».