«Ci sarà un nuovo lockdown?». Nelle periodiche analisi che Google fornisce sulle domande che in tutto il mondo vengono poste al suo motore di ricerca, quella relativa a nuove misure di contenimento è schizzata in alto ad agosto 2024 all’indomani della dichiarazione dell’OMS di Mpox come emergenza sanitaria pubblica di rilevanza internazionale (PHEIC – Public Health Emergency of International Concern).
Un dubbio legittimo da parte dei cittadini che, alla luce di quello che abbiamo vissuto durante la pandemia da Covid-19, è pronto a trasformarsi in una preoccupazione che può generare ansia e panico. È qui che subentra l’importanza per la sanità pubblica di una corretta comunicazione del rischio in emergenza, di un’attività di monitoraggio costante su misinformazione e disinformazione e di una gestione attenta del potenziale sviluppo dell’infodemia.
D’altronde, ci siamo già passati. Non solo con il Covid-19, ma, tra alti e bassi, anche con Dengue, Febbre suina, Poliomielite, Zika, ecc… E la stessa Mpox, precedentemente nota come vaiolo delle scimmie o monkeypox, nomi fuorvianti e troppo inclini a generare stigma verso i Paesi e i soggetti più colpiti dal virus, ha fornito esempi chiari di quello che va fatto, e di quello che non va fatto, nella comunicazione di una emergenza nella sua precedente ondata dichiarata PHEIC tra luglio 2022 e maggio 2023.
Trovare un giusto equilibrio nella comunicazione dell’incertezza, niente allarmismi e niente superficialità; dare risposte chiare e tempestive a quei dubbi legittimi della popolazione che citavamo in precedenza; coinvolgere le comunità nella pianificazione e diffusione delle informazioni corrette; rafforzare formazione e simulazioni, sono solo le prime e indispensabili attività richieste da manuali e linee guida di ERC (Emergency Risk Communication). Va anche sottolineato che, per la prima volta, nel nostro Paese abbiamo un “Piano nazionale di comunicazione del rischio pandemico” nato dall’attività e dai confronti del NUCE (Nucleo permanente di coordinamento della comunicazione del rischio sanitario nelle emergenze del Ministero della Salute) ora ribattezzato RICC (Rete interistituzionale per il coordinamento della comunicazione del rischio). Sappiamo come gestire la temibile infodemia e, cosa ancora più importante, sappiamo che prima che si alimentino stigma (tema molto attuale viste le modalità di trasmissione più frequenti dell’Mpox e il luogo degli attuali focolai principali) e disinformazione va messa in piedi un’attenta pianificazione di social listening per raccogliere dubbi e domande dei cittadini prima che si trasformino in preoccupazioni e paure.
Monitorare i media, i social network e raccogliere le opinioni dalla viva voce di persone comuni e operatori sanitari, coinvolgere gruppi sociali e community leader è fondamentale per condividere e orientare la comunicazione istituzionale e per evitare scivoloni linguistici e distorsioni concettuali.
Ad esempio, le recenti polemiche sulla circolare della Regione Piemonte che tendeva a sottolineare come elementi di rischio per Mpox gli orientamenti sessuali (gay, transgender, bisessuali), e non i singoli comportamenti dei cittadini, ricorda le dichiarazioni di alcune autorità internazionali fatte nel 2022 e che generarono altrettante polemiche. Infatti, il contagio da Mpox, pur avendo rilevato un alto numero di infezioni in occasione di incontri sessuali, si trasmette attraverso tutti i contatti stretti: con eruzioni cutanee, fluidi corporei (come liquido, pus o sangue da lesioni cutanee) e croste. Come ricorda correttamente il Ministero della Salute, anche ulcere, lesioni o piaghe della bocca possono essere infettive e il virus può diffondersi attraverso la saliva o attraverso droplet (goccioline respiratorie) in caso di contatto prolungato faccia a faccia. Inoltre, indumenti, lenzuola, asciugamani o stoviglie contaminati dal virus di una persona infetta possono contagiare altre persone.
Questo è il motivo per cui il contagio in alcuni Paesi africani sta riguardando anche tanti bambini o dell’attenzione alla prevenzione che viene sollecitata per i professionisti sanitari (pensiamo a medici, infermieri, fisioterapisti) che si trovano ad entrare in contatto con numerosi pazienti ogni giorno. L’ECDC, ad esempio, nell’estate 2022 diffondeva anche raccomandazioni per grandi eventi, come raduni e concerti, che avrebbero tenuto ravvicinate grandi masse di popolazione.
Tutto questo, come ricordavamo, non deve generare panico, ma il giusto grado di attenzione nella popolazione che non va convinta, ma va coinvolta. Al momento in Italia il numero di casi è monitorato, e la giusta allerta, la prevenzione e la collaborazione attiva dei cittadini può essere decisiva per limitare e ridurre i contagi e per indirizzare diagnosi, terapie e vaccini nel modo corretto.
Minimizzare i rischi o indirizzare troppo l’attenzione solo verso alcuni comportamenti sessuali può portare a sottovalutazioni pericolose (ricordiamo tutti le prime settimane del 2020), a misinformazione e disinformazione. Alcuni errori comunicativi su Mpox nel 2022 contribuirono a generare una massiccia campagna di disinformazione diffusa sui social network in cui il “vaccino” o il “kit per l’immunità” dal virus era rappresentato con quattro raffigurazioni di coppie e famiglie eterosessuali.
Alimentare la paura vedendo nella diffusione di Mpox una conseguenza delle campagne vaccinali contro il Covid-19 o sostenere l’esistenza di complotti internazionali per nascondere cure miracolose ed economiche a beneficio dei colossi farmaceutici, sono l’ennesimo tentativo di speculazione, nemmeno troppo originale, di chi vuole ottenere visibilità e introiti o di chi punta a minare la fiducia e la credibilità delle istituzioni sanitarie per perseguire interessi politici o per andare incontro a interferenze e manipolazioni (FIMI) straniere nei nostri sistemi democratici.
Come contrastare queste derive? Rispondere alla domanda con cui aprivamo questa riflessione, e dare costantemente ascolto e risposte a tutti gli altri dubbi che emergeranno, è il primo passo che le istituzioni sono chiamate a fare.
«Il preoccupante aumento dei comportamenti sessuali a rischio dei giovani richiede l’avvio immediato di un’azione ampia e incisiva sul piano educativo e preventivo, inserendo l’educazione sessuale estensiva nel percorso scolastico, come da tempo richiesto dalle più importanti agenzie internazionali, dall’Organizzazione mondiale della sanità (OMS), all’UNESCO, alla stessa Unione Europea». È questo il commento dell’Osservatorio nazionale infanzia e adolescenza (Onia) della Federazione italiana di sessuologia scientifica (FISS), a proposito dei risultati contenuti nel rapporto stilato dall’Ufficio Regionale per l’Europa dell’OMS, realizzato nell’ambito dello studio Health Behavior in School-aged Children (HBSC).
I dati, a confronto con quelli di dieci anni fa, evidenziano una diminuzione dell’uso del preservativo che riguarda più Paesi, con alcuni che hanno registrato riduzioni più drammatiche di altri.
I ricercatori hanno intervistato oltre 242mila quindicenni in 42 Stati. In base alle risposte, solo sei 15enni su dieci ha dichiarato di aver usato nell’ultimo rapporto il preservativo. In particolare, tra il 2014 e il 2022 la percentuale di adolescenti che lo hanno utilizzato è scesa dal 70% al 61% tra i ragazzi e dal 63% al 57% tra le ragazze.
Gli adolescenti provenienti da famiglie poco abbienti hanno dichiarato con maggiore probabilità di non aver usato il preservativo o la pillola contraccettiva rispetto ai coetanei più benestanti (33% contro il 25%).
«Abbiamo osservato negli anni un calo progressivo e costante nel ricorso a metodi di protezione da parte dei giovani e giovanissimi, poco più di sei ragazzi su dieci utilizzano il preservativo e i 17enni lo usano ancora meno dei 15enni», spiega Piero Stettini, psicoterapeuta e sessuologo clinico di Savona, vice presidente della FISS e membro dell’Osservatorio.
«C’è stato – riconosce –, è vero, un piccolo aumento del ricorso alla pillola contraccettiva (con una percentuale che non raggiunge il 15%, quando in Paesi come Olanda, Svezia, Danimarca siamo al 50-60%) ma, per quanto riguarda le infezioni sessualmente trasmesse, la pillola non dà alcuna protezione, anche se come risulta da una nostra recente ricerca ben 1 ragazzo/a su 5 ritiene che protegga anche contro di esse. Lo studio HBSC evidenzia inoltre un ricorso crescente al coito interrotto (quasi 6 ragazzi/e su 10 lo praticano) e alla contraccezione di emergenza cui si rivolge più di uno o una 15/17enne su 10».
«Un quadro inquietante, dove la cosa che più preoccupa è che, a fronte di queste realtà, le istituzioni sono, tranne isolate eccezioni, ferme o ben poco attive, con i giovani che vengono lasciati soli di fronte a rischi che possono gravemente nuocere alla loro vita, la loro salute, il loro futuro», commenta il professor Stettini.
Boom infezioni in Italia
Il rischio di veder aumentare le malattie sessualmente trasmissibili fra i più giovani è reale. «Purtroppo – continua Stettini – questa non è un’ipotesi, ma una certezza: gli ultimi dati provenienti dal Centro europeo per la prevenzione e il controllo delle malattie (ECDC) ci dicono che in tutta Europa, e particolarmente in Italia, c’è stato un boom delle infezioni sessualmente trasmissibili. In Italia la gonorrea tra i 15/17enni è addirittura sestuplicata nel giro di pochi anni (quando in Europa è raddoppiata), la clamidia è più che raddoppiata con i giovani la fascia più a rischio e la sifilide è triplicata».
In Italia la gonorrea tra i 15/17enni è sestuplicata nel giro di pochi anni
«In Italia – commenta – la situazione è più critica, mancando ancora una legge e linee guida nazionali che assicurino e indirizzino le attività informative e formative rivolte ai giovani sulla sessualità. A differenza di quasi tutti i Paesi europei, l’educazione sessuale non è inserita nei curricoli scolastici e negli ultimi anni diverse, valevoli, pur se isolate, iniziative e programmi (molte sono state attivate dai Consultori familiari pubblici), sono stati ridimensionati o interrotti per la mancanza di investimenti adeguati».
Occasione da cogliere, ma non per lanciare slogan
Il 4 settembre si celebra la Giornata mondiale del benessere sessuale promossa dall’OMS, un’occasione per rinnovare il messaggio della prevenzione: «Non bastano però – precisa il professore – messaggi o dichiarazioni spot, è necessaria un’assunzione di responsabilità da parte di tutti noi cittadini, genitori, professionisti e organizzazioni sanitarie, scuole, istituzioni, per arrivare sino ai decisori politici, reclamando un investimento serio, scientificamente fondato e continuativo a difesa della salute dei nostri giovani i quali da molto tempo e a gran voce invocano l’introduzione dell’educazione sessuale a scuola».
Fra i progetti volti all’educazione sessuale attivi in Italia da qualche anno vi è EduForIST, finanziato dal Ministero della Salute che opera in sei regioni: Toscana, Lazio, Campania, Puglia, Lombardia e Friuli. Indirizzato agli studenti delle scuole secondarie di primo e secondo grado, coinvolge 4 Università, un gruppo allargato di esperti e volontari di molte associazioni. «E’ un progetto ambizioso – osserva Stettini – di educazione all’affettiva e alla sessualità finalizzato a promuovere non solo conoscenze scientificamente corrette, ma anche atteggiamenti e abilità personali e relazionali che assicurino sia la prevenzione dei rischi, sia, come richiesto dalla stessa OMS, lo sviluppo in positivo della salute sessuale dei giovani».
Stettini ha curato, tra l’altro, sotto l’egida della FISS, l’edizione italiana degli “Standard per l’Educazione Sessuale in Europa” dell’Organizzazione mondiale della sanità, un documento di particolare rilevanza che ribadisce la necessità di informare le giovani generazioni per tutelare la salute di tutti, e ha partecipato negli anni passati a un Tavolo di lavoro del Ministero della Salute, dove le Linee Guida sono state adattate al contesto nazionale giungendo alla redazione di una “Proposta di Linee di indirizzo nazionali per l’educazione all’affettività, alla sessualità e alla salute riproduttiva nelle scuole”, attualmente al vaglio dei Ministri dell’Istruzione e del Merito e della Salute, in vista di un suo possibile varo.
Dal 6 al 21 settembre ospedali, ambulatori e studi professionali di tutto il Piemonte e Valle d’Aosta apriranno le loro porte ai cittadini con eventi e incontri dedicati alla figura del Fisioterapista: è OPEN FISIO, l’iniziativa promossa dall’Ordine Fisioterapisti Piemonte e Valle d’Aosta in occasione dell’8 settembre – Giornata Mondiale della Fisioterapia – con l’obiettivo di far conoscere e promuovere tutte le aree e gli ambiti specialistici di cui la fisioterapia si occupa per migliorare la qualità di vita delle persone.
Distribuiti su tutto il territorio, sono 42 gli studi di liberi professionisti e 34 i presidi che terranno aperte le loro porte per accogliere e far conoscere attraverso materiale informativo, colloqui e consulenze le potenzialità della professione. Tra le Asl, le Aziende Ospedaliere e le Aziende Ospedaliere Universitarie hanno preso parte alle iniziative l’ASL Alessandria, l’ASL Asti, l’ASL Biella, l’ASL Cuneo1, l’ASL Cuneo2, l’ASL Novara, l’ASL Torino 3, ASL Torino 4, ASL Torino 5, l’AO Ordine Mauriziano, l’AO Santa Croce e Carle Cuneo, l’AOU Città della Salute e della Scienza di Torino, l’AOU San Luigi Gonzaga, l’AOU SS Antonio e Biagio e C. Arrigo Alessandria e l’AUSL Valle d’Aosta.
Sabrina Altavilla
«La salute, la qualità della vita e l’autonomia della persona sono gli obiettivi che guidano l’attività del Fisioterapista – spiega Sabrina Altavilla, Presidente dell’Ordine dei Fisioterapisti del Piemonte e della Valle d’Aosta -. È importante che le persone incontrino e conoscano la fisioterapia perché potrebbe essere la prima risposta a molti problemi di salute. Il tema della Giornata Mondiale della Fisioterapia eletto dalla World Physiotherapy per il 2024 è il mal di schiena, una delle patologie più impattanti sulla qualità di vita e sull’astensionismo dal lavoro. Il fisioterapista, dopo un’attenta valutazione, può trattare il mal di schiena e lavorare con la persona sullo stile di vita o consigliare di rivolgersi al Medico di Medicina Generale per ulteriori approfondimenti».
L’identikit del fisioterapista
Per fare luce sulla figura del professionista, l’Ordine ha pubblicato materiali di approfondimento “Il Fisioterapista: Chi, Cosa, Dove, Quando e Perché” disponibili online e che saranno distribuiti in tutte le sedi che aderiscono all’iniziativa. I materiali sono disponibili in italiano, francese, romeno, inglese, cinese e arabo.
Una domanda su tutte: chi è il fisioterapista?
Il fisioterapista è un professionista sanitario che ha conseguito la laurea in fisioterapia o un titolo equipollente riconosciuto dallo Stato italiano. Svolge interventi di prevenzione, cura e riabilitazione in modo autonomo o in collaborazione con altre figure sanitarie. Le sue attività si applicano o sono relative sia allo stato di salute, in termini di prevenzione, sia a diversi stati di malattia ad esempio di tipo ortopedico, neurologico, oncologico, cardiorespiratorio, viscerale e reumatologico, trattando pazienti di tutte le età.
Per esercitare la professione, è necessaria l’iscrizione all’Ordine dei Fisioterapisti. Sul sito della Federazione Nazionale Ordini Fisioterapisti FNOFI è possibile verificare l’iscrizione all’Ordine di un Fisioterapista.
La sinergia sul territorio
L’evento dell’Ordine è possibile grazie alle numerose Direzioni Aziendali che aderiscono all’iniziativa e che hanno reso possibile la programmazione dei diversi punti informativi presso le varie sedi, ai Fisioterapisti dipendenti che hanno dato disponibilità ad incontrare i cittadini e ai Fisioterapisti liberi professionisti che mettono a disposizione il loro tempo e i loro studi per fornire valutazioni e consulenze gratuite all’utenza. «Una presenza capillare sul territorio che restituisce l’importanza della sinergia nell’ambito sanitario – conclude la Presidente Altavilla – grazie ai quali questa iniziativa al servizio dei cittadini è resa possibile».
Open Fisio è patrocinato da FNOFI Federazione Nazionale Ordini Fisioterapisti, Regione Piemonte, Regione Valle d’Aosta, AIFI Associazione Italiana Fisioterapia, ArIR Associazione Riabilitatori dell’Insufficienza Respiratoria, SIF Società Italiana Fisioterapia.
Come partecipare
Sul sito dell’Ordine è possibile cercare l’elenco completo degli enti e degli studi che aderiscono all’iniziativa, con i dettagli delle singole iniziative.
La programmazione delle Live di TrendSanità si è chiusa prima della pausa estiva con una diretta molto partecipata sul tema del Lean Management in sanità. Molto numerose sono state le domande arrivate ai nostri ospiti: qui trovate le loro risposte, in un’intervista doppia a Fabrizio Schettini (Healthcare Datascience LAB, Liuc Business School) e Alessia Brioschi (Presidente IN.GE.SAN – Associazione Nazionale Ingegneri Gestionali in Sanità).
L’approccio Lean può essere utile per applicare il DM77 e i progetti del PNRR?
Brioschi: «L’approccio Lean insegna principalmente un approccio ai progetti: prima di arrivare alla parte attuativa, deve essere fatta una approfondita analisi, che comprenda la valutazione della situazione come è al momento e come dovrebbe essere, l’individuazione di KPI (Key Performance Indicators), la definizione di un programma di implementazione/miglioramento strutturato. In tal senso è applicabile ad ogni contesto, quindi DM77 e PNRR credo siano campi di applicazione in cui dovrebbe essere obbligatorio e non solo utile».
L’approccio Lean insegna principalmente un approccio ai progetti
Schettini: «Anche mio parere l’approccio Lean è sicuramente utile per applicare il DM77 e i progetti del PNRR, fornendo una struttura metodologica che guida l’intero processo di implementazione. Uno degli aspetti fondamentali a mio avviso in riferimento al DM77 è relativo al fatto che gli strumenti Lean possono fornire un metodo utile alla standardizzazione, e dunque nella costruzione di Percorsi Diagnostico-Terapeutici Assistenziali (PDTA).
La standardizzazione riduce la variabilità, migliora la qualità delle cure e facilita la coordinazione tra le diverse unità operative. Come illustrato dalla struttura del PDTA di Regione Lombardia, esso si suddivide in diverse fasi: Screening, Progettazione, Sviluppo, Responsabilità, Implementazione, Valutazione e Follow-Up. Gli strumenti Lean possono essere integrati in alcune delle fasi:
sviluppo: la mappatura dei processi può essere strutturata attraverso metodologie Lean (Value Stream Mapping o flowchart con swimlane), garantendo una continuità assistenziale e un’efficace condivisione della conoscenza
responsabilità: la definizione di ruoli e responsabilità (matrice attori/attività) può essere supportata dal Lean per assicurare chiarezza e coerenza nel team
implementazione: attraverso il ciclo PDCA (Plan-Do-Check-Act) del Lean, è possibile eseguire verifiche e validazioni in modo sistematico e rigoroso, garantendo una diffusione e formazione mirata
valutazione e follow up: il monitoraggio degli indicatori e la gestione dei report di incidenti possono beneficiare degli strumenti di controllo statistico del LEAN, migliorando la raccolta e l’analisi dei dati».
Nella valutazione dei progetti PNRR è stata fatta un’analisi basata sul Lean?
Brioschi: «A livello di decisione macro, ovvero nazionale, non si rileva nei documenti la presenza di riferimenti al Lean Management (ma nello stesso modo non ci sono riferimenti neppure per l’HTA). A livello locale, di decisioni aziendali, viene utilizzato in quelle realtà che hanno già interiorizzato il modello, oppure solamente da piccoli gruppi, e molto spesso non viene utilizzato».
Gli strumenti Lean possono fornire un metodo utile alla standardizzazione, e dunque nella costruzione di PDTA
Schettini: «Confermo: non risulta che, a livello generale, sia stata effettuata un’analisi basata sul Lean nella valutazione dei progetti PNRR. Tuttavia, alcune strutture che hanno adottato e metabolizzato le metodologie e l’approccio Lean potrebbero aver condotto analisi interne seguendo questi principi.
Per la mia esperienza come docente e come direttore del master OPTIMA della Liuc Business School (Master Operational and Lean excellence in Healthcare Management), vedo che molti dei Project Work si orientano verso progettualità che mirano a creare un collegamento efficiente tra ospedale e territorio. Questi progetti, realizzati da professionisti formati, applicano metodologie Lean per migliorare l’efficienza, ridurre gli sprechi e garantire una migliore qualità delle cure».
Quale rapporto può esserci tra intelligenza artificiale e metodologia Lean?
Brioschi: «Il Lean Management è uno strumento e un approccio culturale, mentre l’AI è uno strumento e il supporto per il cambiamento di paradigma. Entrambi possono essere utilizzati per la ricerca del miglioramento continuo, della riduzione di sprechi, dell’individuazione e riduzione di variabilità organizzativa, della minimizzazione del sovraccarico degli operatori e utenti. In tal senso li vedo “alleati”, e non sostituti».
Schettini: «A mio avviso, l’intelligenza artificiale rappresenta un ulteriore strumento utile per applicare le metodologie Lean, piuttosto che un sostituto. L’AI può migliorare e potenziare l’approccio Lean specialmente nella rielaborazione e analisi dei dati, rendendo il lavoro più agevole e preciso se utilizzata nel modo migliore. Anche io vedo l’AI e il Lean come alleati complementari.
L’intelligenza artificiale può potenziale l’approccio Lean specialmente nella rielaborazione e analisi dei dati
L’integrazione dell’IA nelle pratiche Lean può offrire diversi vantaggi:
analisi dei dati: l’AI può raccogliere, analizzare e interpretare grandi quantità di dati in tempo reale, identificando pattern e tendenze che potrebbero non essere immediatamente evidenti. Questo supporta la decisione basata sui dati, migliorando l’accuratezza delle analisi Lean
automazione dei processi: l’AI può automatizzare compiti ripetitivi e a basso valore aggiunto, permettendo ai team di concentrarsi su attività più strategiche e di miglioramento continuo
previsione e pianificazione: gli algoritmi di AI possono prevedere futuri problemi di processo o colli di bottiglia, consentendo interventi proattivi e miglioramenti preventivi
supporto decisionale: l’AI può fornire raccomandazioni basate sui dati raccolti, supportando i manager nella scelta delle migliori strategie di miglioramento.
In sintesi, l’AI non supererà il Lean, ma lo implementerà, rendendo le metodologie Lean ancora più potenti e efficaci.
La transizione digitale può essere utile per favorire l’implementazione delle metodologie Lean?
Brioschi: «Anche il digitale è uno strumento, e spesso la digitalizzazione viene individuata come uno dei supporti al miglioramento continuo e alla riduzione degli sprechi; ricordandosi che gli strumenti devono supportare e non guidare o vincolare i processi. Diventa poi fondamentale per avere disponibilità di dati necessari alla definizione e calcolo dei KPI, indicatori di processo che permettono il monitoraggio: se non misuro, non posso migliorare».
Spesso la digitalizzazione viene individuata come uno dei supporti al miglioramento continuo e alla riduzione degli sprechi
Schettini: «La transizione digitale può essere estremamente utile per l’implementazione delle metodologie Lean e per il miglioramento complessivo dell’efficienza e della qualità nei contesti sanitari. La digitalizzazione dei processi offre una serie di vantaggi che possono potenziare l’efficacia delle iniziative Lean:
automazione dei processi
monitoraggio in tempo reale
migliore comunicazione e collaborazione: le piattaforme digitali favoriscono la comunicazione e la collaborazione tra diversi reparti e team, migliorando la coordinazione e la coerenza delle azioni. Strumenti di collaborazione online e sistemi di condivisione dei documenti possono semplificare il lavoro di gruppo
migliore tracciabilità e trasparenza: i sistemi digitali migliorano la tracciabilità dei processi e delle attività, fornendo una maggiore trasparenza e accountability. Questo è particolarmente utile in contesti sanitari dove la precisione e la conformità regolamentare sono cruciali».
In Italia esistono differenze a livello regionale nell’applicazione delle metodologie Lean in sanità?
Brioschi e Schettini: «L’approccio Lean Management in sanità ha preso il via in alcune regioni (Toscana e Liguria) per poi diffondersi in modo non strutturato, spesso grazie all’intuizione e lungimiranza di qualche Direttore Generale. Ora sempre più spesso è parte della formazione (universitaria o post-universitaria) e si sta diffondendo. Spesso Lean Management e Gestione Operativa sono fortemente collegate, e quindi le Regioni che prevedono nelle linee guida dei Piani Organizzativi Aziendali la Gestione Operativa supportano in qualche modo anche la diffusione di approcci di miglioramento dei processi».
A titolo di esempio, potete indicarci qualche progettualità concreta in cui è stato applicato il Lean Management nell’ambito dell’integrazione ospedale-territorio?
Brioschi: «Nel corso della Live il Direttore Generale Cannas ha ricordato la presa in carico sul territorio dei pazienti con scompenso cardiaco dimessi dall’ospedale (che ha consentito di evitare i reingressi in Pronto Soccorso e in reparto). Oltre a ciò, io vorrei menzionare il percorso di verifica, miglioramento e controllo di diversi PDTA (tra gli altri, il tumore alla mammella, al colon retto, il percorso di urgenza pediatrica e quello relativo al diabete), il miglioramento di alcune fasi all’interno del percorso del paziente con intervento chirurgico programmato (pre-ospedalizzazione, gestione della sala operatoria) e il supporto alla definizione di percorsi trasversali di cura (come attivazione delle COT, ampliamento alla rete extra-aziendale delle attività dei CAS – centro assistenza servizi oncologici).
Quante risorse, economiche e di personale, sono necessarie per inserire il Lean nella realtà delle strutture sanitarie? Si può applicare anche nel settore pubblico?
Brioschi: «Dipende dal livello a cui si vuole arrivare. Un primo approccio al Lean Management (un assaggio per vedere se ci piace?) potrebbe essere fatto con uno-due analisi di processi, creando gruppi di miglioramento fatti dagli attori di processo supportati da uno-due facilitatori esperti di Lean (non obbligatoriamente dei processi oggetto di analisi!). In questo caso le risorse da considerare sono: i facilitatori, le ore/uomo del personale coinvolto, le eventuali modifiche software a supporto dei processi e la formazione necessaria per supportare la diffusione delle modifiche individuate.
Diverso invece è il passaggio successivo: diventare azienda Lean significa ipotizzare percorsi di formazione a più livelli (base per coinvolgere tutti gli operatori, avanzati per formare i propri facilitatori, trasversali per diffondere e supportare i miglioramenti acquisiti, convegni per festeggiare i risultati raggiunti), individuare periodicamente degli argomenti da analizzare e migliorare, con creazione di gruppi Lean su singola tematica, e costi relativi all’implementazione dei miglioramenti individuati (non sempre proprio a costo zero…)».
I progetti Lean richiedono continuità e un impegno a lungo termine per ottenere risultati duraturi
Schettini: «L’implementazione del Lean nelle strutture sanitarie può richiedere un investimento significativo sia in termini di risorse economiche che di personale, ma i benefici a lungo termine possono superare di gran lunga i costi iniziali. Tuttavia, nel settore pubblico si riscontra spesso una visione a breve termine, anche a causa del cambio frequente del Direttore Generale ogni pochi anni. Questo può rappresentare una sfida significativa, poiché i progetti Lean richiedono continuità e un impegno a lungo termine per ottenere risultati duraturi. In sintesi il Lean può essere applicato con successo anche nel settore pubblico, ma è importante affrontare la sfida della visione a breve termine. I cambi frequenti di dirigenza nel pubblico possono ostacolare la continuità dei progetti Lean. Le aziende private, invece, tendono ad avere una maggiore stabilità nella leadership e sono spesso più incentivate a proporre miglioramenti o investimenti a lungo termine».
Nella vostra esperienza, quali sono i maggiori ostacoli all’applicazione del Lean Management in sanità? Pesano di più la cultura aziendale o l’aspetto economico?
Brioschi: «Secondo me è soprattutto la cultura aziendale a pesare: per natura, nessuno è propenso al cambiamento, soprattutto se non gli garantisce un miglioramento personale/di gruppo. Come detto anche nel corso della Live, due sono i componenti che possono bloccare il processo: bottom up, con gruppi che non credono nel processo di miglioramento, lo ostacolano o non lo supportano; top down, con direzioni strategiche / direzioni apicali che non credono nell’approccio (di forte delega) o lo supportano solo nella fase iniziale (abbandonandolo poi “al suo destino”) o lo ostacolano».
È possibile applicare l’approccio Lean per un progetto di team building?
Brioschi: «In tutti i gruppi di miglioramento, a mio parere, oltre a trovare il miglioramento, si evolve anche nella modalità di essere gruppo: il confronto di tutti gli attori del processo, ognuno con la propria esperienza-professionalità-capacità comunicativa porta al gruppo il proprio contributo. Si richiede quindi accortezza nella costruzione del gruppo, e nella presenza di un “facilitatore” che aiuti i meno intraprendenti o freni quelli più incalzanti, per facilitare l’equilibrio. In alcuni ambiti un approccio Lean potrebbe essere pensato con fine prioritario quello del team building, lavorando assieme su qualche processo comune. Lo vedrei bene come attività nella fase di insediamento di un nuovo collegio di direzione, per esempio».
Il Lean, per sua natura, promuove la condivisione e la collaborazione all’interno dei team
Schettini: «Sì, è possibile applicare l’approccio Lean per un progetto di team building, magari condividendo inizialmente una problematica. Il Lean, per sua natura, promuove la condivisione e la collaborazione all’interno dei team, e molti strumenti Lean sono progettati proprio per facilitare questi aspetti. Il Lean prevede anche molti strumenti più “qualitativi”, come il Diagramma di Ishikawa (Fishbone Diagram) o l’Affinity Diagram.
Il primo aiuta i team a identificare le cause radice dei problemi attraverso la collaborazione e la discussione. È utile per stimolare il brainstorming e incoraggiare la partecipazione di tutti i membri del team.
Il secondo è utilizzato per organizzare le idee in categorie comuni. È particolarmente utile durante le sessioni di brainstorming per aiutare il team a identificare i temi comuni e le aree di miglioramento, favorendo la collaborazione e la condivisione delle idee».
Da chi deve partire l’idea di applicare il Lean in una struttura sanitaria?
Brioschi e Schettini: «L’idea può nascere dall’alto, come ad esempio ci ha raccontato nella Live il Direttore Generale della ASL3 Nuoro, Paolo Cannas, o arrivare dagli operatori. Si tratta di avere qualcuno che abbia una conoscenza, anche vaga, dell’esistenza di un approccio Lean. Sicuramente, come detto prima, per evitare di partire e bloccarsi subito dopo, è un processo che deve trovare impegno da entrambe le parti. Forse è più facile convincere il gruppo se il Direttore Generale è convinto, piuttosto che il contrario (per una questione di tempi, di impegno, di priorità)».
Per passare dalla teoria all’applicazione in pratica, come si coinvolgono i colleghi?
Brioschi: «Iniziando a trovare consenso sul fatto che c’è qualcosa che non va come dovrebbe e che c’è modo di cambiarla. Se sei contento di come sei, perché dovresti fare uno sforzo per cambiare? Il cambiamento è fatica, e quindi si attiva se i singoli e il gruppo sono convinti che l’investimento porterà ad un miglioramento per ogni singolo e anche per il gruppo».
Schettini: «Lavorare in modo efficiente non solo migliora i processi aziendali, ma favorisce anche un clima aziendale positivo. Il miglioramento dei processi può contribuire a ridurre il burnout tra il personale, creando un ambiente di lavoro più soddisfacente e meno stressante. In molti studi si evidenzia che il gestire in maniera efficiente e collaborativa i processi può migliorare il morale e la soddisfazione del personale, riducendo i livelli di stress e burnout grazie all’eliminazione degli sprechi e alla semplificazione dei processi».
Nel corso della Live molti partecipanti hanno chiesto di indicare alcuni testi per approfondire il Lean Management in sanità: quali sono i vostri consigli di lettura?
La rural health è un tema di grande attualità (è nato da poco anche un intergruppo parlamentare sulla prevenzione e le emergenze sanitarie nelle aree interne), che riguarda l’accesso e la qualità dei servizi sanitari per le comunità che vivono in zone rurali o remote, e che offre diversi spunti di riflessione. A livello globale, si stima che almeno due miliardi di persone nelle aree rurali non abbiano accesso ai servizi sanitari essenziali. È una delle cause per cui si assiste allo spopolamento di queste zone e all’emigrazione delle persone verso gli spazi suburbani.
La carenza di operatori sanitari adeguatamente formati è la causa principale della mancanza di cure appropriate in queste aree. Uno dei temi fondamentali della rural health, infatti, è proprio il reperimento e la formazione dei futuri professionisti. In Italia e in Europa, per preservare borghi, montagne e isole dall’abbandono, non basta dare prospettive lavorative per le giovani generazioni, ma serve anche un’assistenza primaria efficace. Spesso si pensa che le priorità delle aree rurali siano meno importanti rispetto a quelle urbane e si tende ad adattare l’ambiente rurale ai modelli cittadini, invece di fare il contrario.
Ne parliamo a TrendSanità con Ferdinando Petrazzuoli, medico di Medicina generale, Presidente dell’EURIPA (European Rural and Isolated Practitioners Association), membro del direttivo del WONCA Europa, docente presso la Scuola di specializzazione in Medicina di comunità e cure primarie dell’Università di Napoli “Federico II” e ricercatore presso il Dipartimento di Scienze cliniche, Università di Lund in Svezia.
Ferdinando Petrazzuoli
Quanto conta la formazione dei medici rurali?
«Sono un medico di famiglia a Ruviano, un piccolo paesino rurale della provincia di Caserta, con meno di 2mila abitanti e affronto ogni giorno le difficoltà specifiche delle aree rurali. Le sfide sono diverse e complesse, spesso sottovalutate rispetto a quelle urbane. La prima, forse la più importante, è la costante riduzione delle spese sanitarie e la chiusura dei piccoli ospedali. Negli ultimi trent’anni, l’Italia ha visto un progressivo accentramento dei servizi sanitari nei grandi centri urbani, lasciando scoperte le aree rurali. Le cure domiciliari e l’assistenza territoriale non riescono a compensare adeguatamente queste carenze e la conseguenza è la “desertificazione sanitaria” che colpisce gravemente le popolazioni rurali. In Italia ci sono più di 5mila piccoli comuni rurali sotto i 5mila abitanti, che rappresentano il 70% del totale dei comuni italiani. Questo vuol dire che la formazione sulla rural health dovrebbe essere un aspetto importante nel percorso medico. Da noi manca un modulo specifico per la medicina rurale nei corsi di formazione, mentre in altri Paesi è obbligatoria».
Quali sono le capacità da acquisire?
«I medici devono essere in grado di adattarsi alle esigenze specifiche di queste comunità, che richiedono un rapporto di fiducia e una maggiore tolleranza verso i bisogni dei pazienti. Le differenze tra medicina urbana e rurale non sono enormi ma significative. Il rapporto di fiducia tra medico e paziente è fondamentale nelle aree rurali, dove il medico deve essere percepito come parte della collettività. Si richiede un approccio più personale e la capacità di gestire le aspettative e le ansie dei pazienti. Mantenere i giovani medici di famiglia nelle zone rurali è una delle principali sfide e vanno superati gli aspetti negativi del lavoro nelle aree rurali e remote, come l’elevato carico di lavoro e l’operare a volte da soli in zone lontane, la scarsa possibilità di crescita professionale, le poche opportunità ricreative e di prospettive di lavoro per il partner e la scuola per i figli».
Come è cambiata la struttura famigliare e quanto ha inciso sull’assistenza agli anziani?
«Sessant’anni fa, nelle comunità rurali c’era la coabitazione di più generazioni all’interno della stessa casa. In una masseria, era comune trovare tre o quattro generazioni che vivevano insieme. Quando una persona anziana si ammalava, l’assistenza era fornita principalmente dalle donne della famiglia, che non lavoravano fuori casa e potevano prendersi cura dei malati. Oggi, invece, la situazione è cambiata drasticamente. Gli anziani che vivono nelle zone rurali sono spesso soli o vivono con il coniuge e spesso hanno superato gli 85 anni. I loro figli, se presenti, vivono lontano, nelle grandi città o all’estero. L’assistenza familiare è allora spesso affidata a badanti esterne, con tutte le difficoltà logistiche e limitazioni nell’accesso ai servizi medici. È uno scenario che non riguarda solo le cure per specifiche malattie, ma rappresenta un problema sociale più ampio: l’isolamento e le scarse possibilità di socializzazione. Un isolamento che può portare a problemi di salute mentale e fisica, aggravati proprio dalla mancanza di interazioni con gli altri, con la comunità. Per affrontare questi problemi, si sta introducendo il concetto della “Prescrizione Sociale” (Social Prescribing), che affianca alle cure mediche quelle sociali e include attività ricreative e socializzanti come portare gli anziani al cinema, a ballare, ai musei o a fare attività fisica di gruppo all’area aperta, ecc. È una strategia che si dimostra molto efficace nel migliorare la qualità della vita delle persone e per potenziare il benessere biologico, fisico e psicologico, spesso anche più dei farmaci».
Come riorganizzare e cure primarie nelle zone remote?
«La riorganizzazione delle cure primarie deve tener conto delle esigenze specifiche delle comunità rurali. L’accentramento dei servizi in un unico centro, anche se a pochi chilometri di distanza, può rappresentare un grosso ostacolo per gli anziani, che preferiscono avere i servizi essenziali come il supermercato e la farmacia a portata di mano, quindi anche le cure mediche. Nelle zone rurali italiane poi il livello di alfabetizzazione sanitaria è spesso basso. Ciò implica una maggiore difficoltà nel seguire i consigli medici e gestire le malattie senza ricorrere costantemente al medico. Anche le campagne di prevenzione e screening incontrano diverse difficoltà. Le percentuali di successo degli screening ufficiali sono più basse rispetto alle aree urbane, spesso a causa della mancanza di strutture adeguate. L’organizzazione in mobilità, come i camper per gli screening, ha avuto un certo successo, ma è una soluzione temporanea. Un esempio virtuoso viene proprio dal mio piccolo paese che ha istituito un centro antidiabetico comunale per tamponare le carenze dell’assistenza medica locale e riducendo il ricorso ai centri privati. Ha dimostrato che una struttura sanitaria di prossimità può rispondere più efficacemente alle esigenze della popolazione. La chiusura dei piccoli ospedali nelle aree rurali è una questione controversa. Sebbene la gestione dei costi sia una preoccupazione legittima, occorre però trovare un equilibrio tra pubblico e privato per garantire le cure. La retorica dell’appropriatezza e delle “regioni virtuose” spesso non tiene conto delle reali esigenze delle comunità locali, trattando la sanità come una spesa passiva anziché un investimento in termini di salute pubblica e occupazione. Inoltre, la scarsità di medici e infermieri porta a un sovraccarico di lavoro per quelli che restano e il rischio di burnout è dietro l’angolo. Molti professionisti sanitari, quindi, lasciano le zone rurali per trasferirsi in altre aree, aggravando ancora di più la scarsità di personale. È un circolo vizioso di cui si parla poco e coinvolge non solo i medici ma anche tutti gli altri operatori sanitari. Sono in particolare le nuove generazioni di personale sanitario quelle che soffrono di più. Molti giovani medici, ancora in formazione, si trovano a gestire un carico di lavoro importante, spesso senza l’esperienza necessaria, e questo li porta talvolta a dimettersi dopo pochi mesi o a lavorare in modo inefficace. Un aspetto, spesso sottovalutato ma devastante, è il carico burocratico che grava sui medici, che non solo li distoglie dalla cura dei pazienti, ma aggiunge stress inutile. Compiti amministrativi, come compilare moduli e report, sono percepiti come privi di valore clinico e generano frustrazione».
La telemedicina o le nuove tecnologie emergenti possono essere una valida risorsa o ci sono ostacoli concreti?
«Le nuove tecnologie offrono grandi opportunità per le aree rurali. Durante la pandemia di COVID-19, molte persone anziane hanno imparato a utilizzare strumenti come WhatsApp per comunicare con i medici. Tuttavia, restano sul tavolo problemi concreti, come la connessione internet spesso inadeguata che ostacola l’uso efficace della telemedicina, proprio laddove potrebbe apportare i maggiori benefici. Questo divario digitale è una barriera che va affrontata per permettere l’accesso equo alle cure. La telemedicina offre tanti vantaggi ma non può sostituire completamente il contatto diretto con il medico. La prossimità resta un valore fondamentale, specialmente per le persone anziane che spesso non sono disposte a spostarsi per ricevere cure mediche. È necessario un cambiamento nel welfare orientato alla comunità che include le cure domiciliari, l’integrazione di nuove tecnologie e la formazione continua dei professionisti sanitari».
Quali sono i bisogni delle comunità rurali?
«Gli investimenti nella sanità rurale devono essere orientati alle concrete esigenze delle comunità locali. Spesso, le decisioni sono prese da chi vive in ambienti urbani, senza una reale percezione dei bisogni delle comunità rurali, un approccio top-down che spesso porta a soluzioni inefficaci o nocive. Le comunità e le autorità locali, come i sindaci, sono “attori” da coinvolgere nell’assistenza sanitaria, perché conoscono le esigenze locali. Come dicevo, nel mio piccolo paese, è stato proprio il sindaco a lottare per ottenere il centro antidiabetico che offre anche servizi cardiologici. Questo dimostra come l’impegno locale possa superare le resistenze burocratiche. La comunità può fare molto, sia attraverso le autorità, sia tramite le reti sociali di solidarietà, che sono profondamente radicate nella mentalità rurale».
«Fermiamo gli inutili allarmismi e agiamo seguendo le parole chiave “prevenzione” e “sorveglianza epidemiologica molecolare”». È questo il commento, senza mezzi termini, del professor Massimo Ciccozzi, ordinario di Epidemiologia e Statistica sanitaria all’Università Campus Biomedico di Roma, a colloquio con TrendSanità a proposito di Mpox e sul rincorrersi di notizie che ipotizzano l’arrivo anche in Europa di focolai della nuova emergenza sanitaria internazionale.
Quali rischi al momento per l’Europa e l’Italia?
Tra conferenze stampa dell’Organizzazione mondiale della Sanità (Oms) e bollettini dell’Istituto Superiore di Sanità (Iss), per comprendere bene qual è la situazione in Europa e in Italia, e qual è il concreto rischio di diffusione di questo virus a livello internazionale occorre fare riferimento alla sua storia epidemiologica.
I pericoli che arrivano dal sottotipo Clade 1-B
«Il virus del vaiolo delle scimmie – spiega Ciccozzi facendo riferimento alla vecchia definizione della patologia – ha due sottotipi definiti Clade 1 e Clade 2. Quest’ultimo si era diffuso in Europa nel 2022 ed era contraddistinto da sintomi leggeri e guarigione entro qualche settimana dal contagio. Quello che fa parlare di sé oggi e che è stato registrato in Svezia è il Clade 1-B, che finora era rimasto presente solo entro i confini della Repubblica del Congo. Ora, tra Congo e Uganda ci sono rapporti commerciali stretti e una guerriglia che porta alla formazione di campi profughi che favoriscono condizioni igieniche difficili e che portano a loro volta a una più frequente infezione dei bambini sotto i 15 anni. Questi soggetti, a causa del fatto che tendono a grattare le pustole provocate dall’infezione, sono coloro che possono trasmettere maggiormente il virus in questi Paesi. E questo aumento dei casi giustifica l’allerta internazionale lanciata dall’Oms».
Malattia del viaggio e contagio
Massimo Ciccozzi
L’ipotesi di una possibile pandemia, allora, non sembrerebbe così remota. Se non fosse che il contagio, seppur semplice in teoria, non dovrebbe essere così facile in pratica. Almeno al di fuori delle zone endemiche dell’Africa. «Possiamo affermare che Mpox è una malattia dei viaggi – afferma l’epidemiologo – perché viene portata al di fuori dell’Africa da coloro che vi si recano e vengono in contatto con persone infette senza adottare gli opportuni comportamenti utili a evitare il contagio. Molti dei casi registrati sono stati originati per via sessuale nei rapporti tra camionisti e prostitute. Quest’ultima è la principale causa della diffusione del virus al di fuori dell’Africa. I camionisti non si rendono conto subito di essersi contagiati perché i sintomi della malattia compaiono spesso al loro rientro in Europa. Chi ha vissuto gli anni Ottanta potrà notare molte analogie con quanto osservammo all’epoca per la trasmissione del virus dell’Hiv che fu responsabile dell’epidemia di Aids».
Il discusso ruolo dei droplet (goccioline di saliva)
L’altra via di trasmissione del virus è il liquido delle pustole provocate dalla malattia, che, se viene toccato, determina infezione. A proposito di contagio il professore, autore di numerose pubblicazioni sul tema, tiene poi ad intervenire su un tema che vede opinioni contrastanti, che in alcuni casi alimentano anche fake news che circolano sul web, e che parla della possibilità di trasmissione respiratoria di questo virus in modo simile a quella di Sars-Cov-2, il virus responsabile del Covid: «Ad oggi non è stato dimostrato che la trasmissione e il contagio possano avvenire attraverso la respirazione di droplet, o goccioline di saliva, provenienti da persone infette». Anche se su questo punto Oms, Iss e Ministero della Salute invitano alla prudenza spiegando che, in alcuni casi, un contatto prolungato faccia a faccia, specialmente in presenza di ulcere, lesioni o piaghe della bocca, può consentire comunque il contagio.
I sintomi e le conseguenze della malattia
Ma come fare ad accorgersi se una persona ha contratto il Mpox? In altri termini, quali possono essere i sintomi? Inizialmente bisogna stare attenti a febbre, anche molto alta, e dolori muscolari oltre che a «sintomi tipici come sonnolenza e mal di testa. Dopo tre giorni dal contagio compaiono le eruzioni cutanee, che non lasciano spazio a ulteriori dubbi diagnostici», precisa Ciccozzi. Anche se la parola vaiolo fa tornare alla mente una malattia ampiamente diffusa in passato e associata a tassi di mortalità anche dell’80% nei bambini, ci sono buone notizie rispetto a quello che veniva chiamato “delle scimmie” perché identificato per la prima volta su alcuni animali in un laboratorio in Danimarca nel 1958. Quali? «Guarisce spontaneamente in qualche settimana, senza grosse conseguenze, a meno che non colpisca persone immunodepresse o bambini molto piccoli», rassicura l’epidemiologo. Quanto al tasso di mortalità del 13% di cui si parla «è bene precisare che si riferisce unicamente ai dati della Repubblica del Congo, non all’Europa, dove a oggi i casi di infezione da Mpox arrivano a quattro in tutto. Per ora senza alcuna rilevazione in Italia».
Prevenzione comportamentale e vaccini
Il perché di una casistica pressoché prossima allo zero in Europa è dovuto all’ampissima vaccinazione della popolazione contro il vaiolo che venne effettuata nel secolo scorso. Una campagna vaccinale con tassi di adesione così alti da aver portato l’Oms a dichiarare eradicata questa malattia nel 1979 e allo stop della vaccinazione della popolazione italiana nel 1981. Commenta Ciccozzi: «Dato che il vaccino contro il vaiolo è efficace all’85% anche contro Mpox, la popolazione con più di 40 anni risulta in gran parte coperta dall’infezione».
Chi dovrebbe vaccinarsi?
Al momento una sola azienda danese produce e commercializza un vaccino e, non a caso, lo scorso 16 agosto ha fatto registrare un +17% del titolo dopo la dichiarazione di emergenza internazionale e della sua richiesta all’Agenzia europea dei medicinali (Ema) di autorizzare la somministrazione anche ai ragazzi tra i 12 e i 17 anni (ad oggi è somministrabile solo agli adulti). Va precisato che anch’esso «è stato realizzato contro il vaiolo umano», ricorda l’esperto.
Attenzione ai viaggi in zone con focolai
La parola vaccino fa rima con prevenzione, e se molti over 40 sono protetti perché vaccinati a suo tempo, come si devono comportare coloro che non sono ancora arrivati a spegnare quaranta candeline? È opportuno ricorrere alla vaccinazione, magari partendo dalle categorie fragili, la cui esistenza è diventata nota al grande pubblico nei giorni della pandemia? Risponde Ciccozzi: «Le categorie fragili sono rappresentate dalle donne in gestazione e dai bambini con meno di 15 anni. Questo per quanto riguarda l’Africa, dove il Mpox è presente. Da noi attenderei con nuove campagne vaccinali. Punterei piuttosto sulla prevenzione in termini di profilassi di comportamento: in caso di viaggi in aree dove questo virus è presente facciamo attenzione ai contatti fisici con le persone infette. Quindi evitare di entrare in contatto con le pustole di persone con la malattia conclamata e, in ogni caso, avere rapporti sessuali utilizzando il preservativo. Anche se non protegge al cento per cento dal contagio perché non evita del tutto il contatto cutaneo tra i genitali, riduce fortemente il rischio di infezione. Senza dimenticare l’importanza della sorveglianza epidemiologica molecolare, alla ricerca di eventuali varianti che possano dimostrarsi più pericolose delle attuali per la salute umana».
Le terapie
Infine, le terapie. Esiste la possibilità di ricorrere ai cosiddetti antiretrovirali, ma anche in questo caso gli esperti sono molto cauti, limitando l’eventuale somministrazione a casi molto gravi. Nei casi di infezione normale è possibile trattare l’infezione proprio con il vaccino stesso. Chiosa Ciccozzi: «Il tasso di mortalità del 13% rilevato solo in Congo è molto alto e i ricercatori stanno studiando le cause di questo valore elevato. Peraltro, Oms sta predisponendo dai 10 ai 14 milioni di dosi di vaccino proprio per i Paesi dell’Africa Centrale, che possono servire sia per prevenire l’infezione sia per supportare il sistema immunitario delle persone contagiata a sviluppare una risposta anticorpale più efficiente contro il virus».
Un fenomeno a valenza nazionale ma anche internazionale – come confermato da numerosi studi e pubblicazioni – e con un trend che non accenna a diminuire.
Non solo fisiche ma anche verbali, le aggressioni sono entrate nella quotidianità degli operatori sanitari. Quelle verbali, quali ad esempio gli insulti, sembrano essere diventate addirittura la normalità tanto da essere considerate dagli operatori sanitari parte del proprio lavoro. Questo, di fatto, come sottolineano i ricercatori aumenta in modo importante il rischio di essere aggrediti.
Nel triennio 2020–2022 sono stati registrati dall’INAIL 6mila casi, 2.243 solo nel 2022. I dati dell’Osservatorio nazionale sulla sicurezza degli esercenti le professioni sanitarie e socio-sanitarie (ONSEPS), istituito nel 2022 e relativi al 2023, documentano oltre 16mila segnalazioni di aggressioni a operatori sanitari su tutto il territorio nazionale. Complessivamente gli operatori coinvolti sono stati 18mila. Sono state le professioniste donne a segnalare i 2/3 delle aggressioni, le fasce di età più colpite 30-39 e 50-59 anni. I professionisti maggiormente colpiti sono gli infermieri e, questo viene confermato anche dagli studi sia nazionali che internazionali, seguiti da medici e operatori socio-sanitari.
Nel triennio 2020–2022 sono state registrate dall’INAIL 6mila aggressioni, 2.243 solo nel 2022
Le professioniste donne sembrano essere particolarmente vulnerabili: a ciò si aggiunge, oltre al doppio rischio di essere vittime di violenza, anche la concreta mancata denuncia degli episodi di violenza per timore di vittimizzazione.
Ad aggredire sono i pazienti/utenti: il 26% delle aggressioni sono fisiche, il 68% verbali, il 6% contro i beni di proprietà dei professionisti. I setting in cui si registrano la maggior parte delle aggressioni sono le aree dell’emergenza/urgenza, della salute mentale, le aree di degenza ma a questi, come sottolineato da studi recenti va aggiunto il contesto territoriale(esempio domicilio, ambulatori).
Numerosi sono i fattori che concorrono ad aumentare il rischio di aggressioni e violenza nei confronti degli operatori sanitari in tutti i contesti. Taluni legati alle organizzazioni – esempio, elevato carico di lavoro, risorse insufficienti, livelli elevati di burnout, il lavoro nel team multiprofessionale, intention to leave, eccessiva burocratizzazione – altri alle caratteristiche intrinseche dei pazienti/utenti – esempio, aspetti culturali, comportamenti agiti aggressivi, l’abuso di alcol, l’uso di droghe.
Il 26% delle aggressioni sono fisiche, il 68% verbali, il 6% contro i beni di proprietà dei professionisti
Ancora una volta, per invertire la direzione di un fenomeno che sembra senza confini e che mina significativamente la sicurezza degli operatori sanitari ma anche delle cure e delle persone assistite è necessario agire sui contesti organizzativi per correggere i fattori di rischio ma anche sulla sensibilizzazione dei cittadini per migliorare la relazione, irrinunciabile nella presa in carico e nel percorso di cura, con i professionisti.
Emergenza di Sanità pubblica, ovvero una situazione potenzialmente capace di mettere in difficoltà il sistema delle cure. Così l’Organizzazione Mondiale della Sanità ha recentemente definito l’epidemia di Mpox (precedentemente conosciuto come vaiolo delle scimmie) che, dall’Africa, ha recentemente lambito i Paesi Europei.
Dopo la tempestiva circolare del Ministero della Salute, il Gruppo di Lavoro “Prevenzione e Gestione delle Emergenze” della Società Italiana d’Igiene, Medicina Preventiva e Sanità Pubblica (SItI) – con la supervisione redazionale di Matteo Riccó – ha predisposto uno Slide Kit.
«Uno strumento agile, ispirato a raccomandazioni internazionali, che la nostra Società scientifica mette a disposizione di Operatori e cittadini desiderosi di informarsi sull’argomento», afferma Silvio Tafuri, Coordinatore del Gruppo di Lavoro “Prevenzione e Gestione delle Emergenze” SItI.
Al momento il rischio di contrarre il Mpox è considerato “basso/molto basso” per i soggetti residenti nell’Unione Europea. Possono comunque essere condivise le seguenti raccomandazioni: evitare il contatto diretto con persone che hanno lesioni cutanee simili a quelle di Mpox, evitare il contatto con oggetti o capi di vestiario di una persona affetta da Mpox (o con sospetta infezione), lavare spesso le mani e, infine, monitorare i propri sintomi e la comparsa di eruzioni cutanee sospette entro 21 giorni da un contatto a rischio.
Parallelamente sono state diffuse anche delle raccomandazioni per i viaggiatori. Evitare il contatto con animali selvatici (in particolare primati e roditori), evitare contatti sessuali (o contatti stretti) con soggetti in cui è nota (o comunque sospetta) la recente infezione da Mpox (o che siano stati contatto di casi di Mpox), evitare contatti sessuali (o contatti stretti) con soggetti che presentano lesioni cutanee sospette. È sempre consigliabile consultare le linee guida del paese ospitante prima di effettuare un viaggio.
Data l’affinità con il virus del vaiolo umano, la ricerca clinica si interessa di Mpox da molti anni e questo ha portato a sviluppare alcuni preparati vaccinali. Il vaccino MVA-BN, al momento utilizzabile in Italia su soggetti ad elevato rischio, prevede una somministrazione sottocutanea, con 2 dosi separate con seconda dose a non meno di 28 giorni dalla prima.
A fronte del recente cambiamento della situazione epidemiologica internazionale è molto importante collaborare alla diffusione di informazioni accurate e tempestive riguardo la malattia monkeypox. «Dopo la tempestiva circolare ministeriale sull’argomento anche la nostra Società scientifica ha voluto contribuire e continuerà a farlo, fornendo informazioni e raccomandazioni per la prevenzione», conclude Daniel Fiacchini, membro della Giunta Esecutiva nazionale della Società Italiana d’Igiene.
Didattica nel metaverso: di che cosa si tratta e quale può essere il valore aggiunto di questa modalità di apprendimento in medicina? Ne parliamo con Corrado Calì, Professore di Anatomia Umana presso il Dipartimento di Neuroscienze dell’Università di Torino e ricercatore del Neuroscience Institute Cavalieri Ottolenghi(NICO).
Grazie a questa tecnologia, gli studenti hanno la possibilità di entrare virtualmente nella sala settoria dell’istituto di anatomia di Torino, esplorando strutture anatomiche complesse, porzioni di cervello, sinapsi, sia a livello macroscopico che microscopico. Questa innovativa modalità di apprendimento non solo rende lo studio più interattivo e coinvolgente, ma migliora significativamente la comprensione, consentendo di manipolare modelli tridimensionali e di approfondire così la conoscenza anatomica.
Scadono il 30 settembre le iscrizioni alla III edizione del Master Executive Cultura e Salute organizzato da CCW – Cultural Welfare Center, in collaborazione con DORS – Piemonte, Fondazione Fitzcarraldo ETS e Corep – Consorzio per la Ricerca e l’Educazione Permanente.
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Per iscriversi si può compilare questo form, mentre qui è possibile richiedere la brochure del corso.
Le lezioni inizieranno a gennaio 2025.
Il percorso di CCW è reso possibile dall’alleanza strategica su Cultura e Salute con Fondazione Compagnia di San Paolo – Obiettivo Cultura, Missione Favorire partecipazione attiva e la collaborazione scientifica di Fondazione Medicina a Misura di Donna.
Per maggiori informazioni: segreteria@culturalwelfare.center