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Il momento è ora: l’appello per aumentare la consapevolezza sulla demenza e combattere lo stigma

Si stima siano 1.480.000 le persone con demenza in Italia, destinate a diventare 2.300.000 entro il 2050: ben il 55% in più rispetto a oggi. In occasione di settembre, XIII Mese Mondiale Alzheimer, Federazione Alzheimer Italia si fa quindi portavoce nel nostro Paese dell’appello che ADI – Alzheimer’s Disease International lancia a governi, comunità e singoli individui: è urgente agire per aumentare la consapevolezza sulla demenza e combattere lo stigma che rimane ancora un ostacolo alla diagnosi, al trattamento, alla cura e al supporto necessari. Il momento è ora.

La demenza è la settima causa di morte a livello globale: ogni tre secondi una persona sviluppa una forma di demenza. In tutto il mondo si stima che ci siano oltre 55 milioni di persone che vivono con questa condizione, che si prevede diventino 78 milioni tra cinque anni e 139 milioni entro il 2050. Attualmente il costo annuale stimato della demenza è di 1,3 trilioni di dollari, ma si prevede raggiunga i 2,8 trilioni di dollari nel 2030.

La Lancet Commission, inoltre, ha recentemente aggiornato il proprio rapporto del 2020 sui fattori di rischio per la demenza, aggiungendo la perdita della vista non trattata e l’elevato livello di colesterolo LDL – il cosiddetto colesterolo cattivo – agli altri già comprovati: l’inattività fisica, il fumo, l’eccessivo consumo di alcol, le lesioni alla testa, i contatti sociali poco frequenti, l’obesità, l’ipertensione, il diabete, la depressione, i disturbi dell’udito, insieme a scarsi livelli di istruzione e all’esposizione all’inquinamento atmosferico. Passano quindi dal 40 al 45% del totale i casi di demenza previsti a livello globale entro il 2050 che potrebbero essere ritardati o addirittura evitati intervenendo su questi 14 fattori.

«Davanti a questi numeri non si può restare indifferenti. La demenza è una priorità mondiale di salute pubblica, come riconosciuto anche dall’Organizzazione Mondiale della Sanità – afferma Katia Pinto, presidente della Federazione Alzheimer –. È urgente agire e tutti dobbiamo prenderne consapevolezza. In primis i governi e le istituzioni, che devono prendere al più presto misure per combattere i fattori di rischio e garantire a tutte le persone con demenza pari diritti e opportunità di accedere a servizi di assistenza e supporto post diagnostico; ma anche i singoli cittadini, perché ognuno di noi può fare la sua parte per combattere lo stigma e contribuire così a migliorare la qualità di vita delle persone con demenza e delle loro famiglie».

Bassi livelli di consapevolezza, disinformazione e discriminazione ostacolano infatti gli sforzi per combattere la demenza. «Molte persone ignorano i segnali di allarme – afferma Paola Barbarino, amministratore delegato di ADI -. Il 75% di coloro che convivono con una demenza lo fa senza diagnosi. Con una diagnosi tempestiva le persone possono accedere al supporto post-diagnostico necessario per consentire loro di vivere bene e in modo indipendente il più a lungo possibile». Ma anche su questo c’è ancora molto da fare: l’85% delle persone con demenza, compresi i casi non diagnosticati, non riceve alcun supporto post-diagnostico. «In questo XIII Mese Mondiale Alzheimer lo diciamo forte e chiaro – prosegue Barbarino – è tempo di agire sulla demenza. Ogni momento conta».

Il ruolo dei governi

Dei 194 Stati membri dell’Organizzazione Mondiale della Sanità che si sono impegnati a farlo nel 2017, ben 155 non hanno ancora un Piano Nazionale Demenze. Dei 39 Piani attualmente implementati, molti mancano di strategie complete per combattere lo stigma e sostenere concretamente le persone con demenza e le loro famiglie. «I governi hanno un ruolo cruciale da svolgere, ma il tempo sta scivolando via – dichiara Katia Pinto –. Il prossimo 8 ottobre si terrà ad Ancona il G7 della Salute presieduto dall’Italia. Rivolgiamo quindi un appello alla Presidente del Consiglio Giorgia Meloni e al Ministro della Salute Orazio Schillaci perché portino sul tavolo il tema della demenza e sottolineino l’urgenza di interventi concreti. Serve una strategia globale per combattere la demenza e serve ora: l’Italia si faccia portavoce dei diritti delle persone con demenza e delle loro famiglie per cambiare il futuro di questa condizione».

Le iniziative della Federazione Alzheimer

In occasione del Mese Mondiale Alzheimer tante sono le iniziative di sensibilizzazione e informazione organizzate su tutto il territorio italiano dalla Federazione Alzheimer Italia e dalle sue associazioni affiliate: il calendario, in continuo aggiornamento, è disponibile su dementiafriendly.it/mese-mondiale-alzheimer.

Venerdì 20 settembre, in particolare, dalle 9.30 alle 17.30 si terrà a Imola presso Palazzo Sersanti il convegno pubblico “Costruire insieme una società a misura di persona con demenza. Esperienze di realtà inclusive in Italia” organizzato dalla Federazione in collaborazione con Alzheimer Imola ODV e l’Azienda Unità Sanitaria Locale di Imola, con il contributo della Fondazione Cassa di Risparmio di Imola e il patrocinio del Comune di Imola.

Protagoniste dell’incontro saranno realtà – come scuole, enti locali, uffici pubblici, negozi, musei – che hanno avviato progetti mirati a far sentire le persone con demenza e le loro famiglie sempre accolte, ascoltate e coinvolte attivamente. L’ingresso è gratuito con prenotazione obbligatoria (info@alzheimer.it; 02 809767).

SIN: se la mamma beve, anche il bimbo beve

In occasione della Giornata mondiale di sensibilizzazione sulla Sindrome feto-alcolica e i disturbi correlati (FASD, International Fetal Alcohol Spectrum Disorders), che si celebra il 9 settembre, è di prioritaria importanza parlare di prevenzione e sensibilizzazione sui rischi legati al consumo di alcol in gravidanza per la salute materno infantile nel breve e nel lungo termine.

Il consumo di bevande alcoliche associato ai pasti o a momenti di convivialità e socialità, quali l’aperitivo, la birra con la pizza o il bicchiere di vino a pasto, è comunemente accettato e percepito come privo di rischio per la salute, perché associato ad un’abitudine alimentare, oltre ad essere condizionato e avvalorato da messaggi commerciali positivi, mentre assume una connotazione marcatamente negativa quando è cronico, eccessivo o crea dipendenza.

Infatti, il “bicchierino ogni tanto” è spesso percepito come una concessione senza rischi o conseguenze per la salute, anche in gravidanza o in puerperio, purché consumato di rado e in quantità minime.

Le evidenze scientifiche indicano, invece, un rischio reale per la salute feto – neonatale, perché l’alcol è una sostanza tossica e teratogena in grado di passare sempre la barriera placentare, indipendentemente dall’unità alcolica assunta o dalla frequenza di consumo o dall’epoca gestazionale e raggiunge il feto alle stesse concentrazioni alcolemiche della madre in tutte le fasi dello sviluppo prenatale.

Lo Spettro dei Disturbi Feto Alcolici (FASD) è la diretta conseguenza dell’esposizione fetale all’alcol in utero e in tutte le sue manifestazioni cliniche è sempre presente un danno permanente e irreversibile a carico del Sistema Nervoso Centrale, con conseguenze neuro comportamentali di variabile gravità ed entità, che accompagnano poi i pazienti per tutta la vita.

«La FASD, che si può prevenire al cento per cento con una corretta informazione, è ad oggi la disabilità cognitiva non genetica più comune, la cui diagnosi, tuttavia, è complessa e può arrivare anche tardivamente in età adulta», afferma il presidente della Società Italiana di Neonatologia (SIN) Luigi Orfeo.

Infatti, la FASD include oltre quattrocento condizioni associate di deficit dell’attenzione e cognitivi, disturbi comportamentali, di pianificazione e dell’apprendimento, e quattro macro classificazioni diagnostiche: Disturbo dello Sviluppo Neurologico Alcol-Correlato (ARND), Difetti alla Nascita Alcol-correlati (ARBD), Sindrome Feto Alcolica parziale (pFAS) e Sindrome Feto Alcolica (FAS), che è il quadro clinico di FASD pienamente espresso nella sua forma più grave.

Per questo motivo, nel 2013 l’Associazione Americana Psichiatri (APA) ha proposto di inquadrare la FASD e tutte le manifestazioni cliniche associate nel Disturbo Neurocomportamentale associato all’Esposizione Prenatale all’Alcol (DN-EPA), che include tutti i criteri diagnostici univoci per l’intero spettro di manifestazioni conseguenti l’esposizione prenatale all’alcol, con lo scopo di agevolare la diagnosi precoce e avviare un trattamento mirato tempestivo.

«Ad oggi, non si conosce la dose minima di alcol sicura o priva di rischi, né il motivo per cui alcuni bambini sviluppino disabilità più gravi rispetto ad altri o perché alcuni le manifestino in modo meno evidente – continua Orfeo -. L’unica forma di prevenzione è assumere zero alcol in gravidanza, perché zero alcol significa zero esposizione prenatale all’etanolo».

È, pertanto, essenziale promuovere consapevolezza e attuare politiche sociali mirate a partire dalle giovani generazioni già in epoca scolare secondaria.

Il Ministero della Salute ha, infatti, riconosciuto nella popolazione tra i 18 e i 24 anni, la fascia d’età maggiormente a rischio per binge drinking (letteralmente abbuffata alcolica), per esposizione all’alcol in età fertile e per scarsa consapevolezza rispetto ai danni alla salute alcol correlati, indicando la necessità di raccogliere dati aggiornati su territorio nazionale e attuare politiche mirate di formazione, sensibilizzazione e prevenzione.

A questo scopo sono stati incaricati il CNDD Centro nazionale dipendenze e doping e il Servizio di coordinamento e supporto alla ricerca (CoRi) dell’Istituto Superiore di Sanità del CCM 2023 “Salute materno-infantile: formazione degli operatori socio-sanitari ed empowerment delle giovani donne (18-24 anni) sui rischi connessi al consumo di alcol in gravidanza”, in collaborazione con il Dipartimento Materno Neonatale dell’IRCCS materno infantile Burlo Garofolo di Trieste, con il Dipartimento Materno infantile e Scienze Uro-ginecologiche del Policlinico Umberto I di Roma e con la UOC Neonatologia e Terapia Intensiva Neonatale dell’Ospedale San Marco di Catania, per monitorare il reale consumo di alcol in gravidanza ed eventuale uso concomitante di altre sostanze psicotrope, per formare i professionisti sociosanitari sui fattori di rischio della salute madre bambino in epoca prenatale e nei primi anni di vita, e per divulgare corrette informazioni scientifiche alla popolazione generale e alla popolazione dei giovani (18-24 anni).

«Giornate come questa sono l’occasione per rimarcare la riconosciuta urgenza istituzionale di sensibilizzare la comunità, anche socio sanitaria, sul ruolo cardine dell’informazione corretta, oggettiva e basata su evidenza scientifica per prevenire al cento per cento i disordini feto-alcolici, evitando il consumo di bevande alcoliche in gravidanza e riducendo a zero l’esposizione prenatale all’etanolo, e per promuovere il cambiamento culturale necessario affinché il messaggio se mamma beve, anche il  bimbo beve diventi un automatismo per tutti», concludono Giuseppe Ricci e Sheherazade Lana, Dipartimento materno neonatale IRCCS Burlo Garofolo Trieste.

Salutequità: sulle Liste di attesa, la Legge è già in ritardo

A un mese dalla pubblicazione in Gazzetta ufficiale della Legge 29 luglio 2024, n. 107 “Misure urgenti per la riduzione dei tempi delle liste di attesa delle prestazioni sanitarie” già mancano all’appello due importanti Decreti attuativi: si tratta del Decreto del Presidente del Consiglio dei ministri (DPCM) sulle modalità e procedure per l’esercizio dei poteri sostitutivi da parte dello Stato in caso di inadempienze delle Regioni e del Decreto del Ministro della salute per rendere disponibile alle Regioni , il Modello Nazionale di Classificazione e Stratificazione della popolazione» (MCS) fondamentale per l’attuazione degli Standard dell’assistenza territoriale previsti dal DM 77/2022 e del PNRR, oltreché per una più efficiente ed efficace attività di programmazione sanitaria finalizzata a rendere più accessibile e sostenibile il SSN.

A un mese dalla pubblicazione in Gazzetta Ufficiale della Legge sulle liste d’attesa, mancano già due Decreti attuativi

Se il DPCM sui poteri sostituivi dello Stato doveva essere pronto e approvato entro il 31 agosto scorso, previa intesa in sede di Conferenza permanente per i rapporti tra lo Stato, le regioni e le province autonome di Trento e di Bolzano, il secondo Decreto invece doveva essere sdoganato entro trenta giorni dalla data di entrata in vigore del decreto-legge del 7 giugno 2024.

Tonino Aceti
Tonino Aceti

“I cittadini oltre a fare i conti con i ritardi delle prestazioni sanitarie – sottolinea Tonino Aceti, presidente di Salutequità – non possono subire anche i ritardi nell’attuazione delle Leggi che dovrebbero tutelare i loro diritti, soprattutto se approvate con urgenza per garantire la massima equità sul territorio nazionale. Nel caso specifico del DPCM sui poteri sostitutivi, questi rappresentano l’unico vero contrappeso per contrastare le disuguaglianze prodotte dall’eventuale immobilismo e/o inadempienze delle Regioni. Una prerogativa fondamentale dello Stato – aggiunge Aceti – da esercitare bene e tempestivamente ogni volta che ne ricorrano i presupposti e sempre più attuale in un contesto politico-istituzionale che guarda all’Autonomia Differenziata. Per portare nelle case delle persone alcuni effetti concreti della Legge è fondamentale rispettare perfettamente la tabella di marcia dei provvedimenti attuativi. Su questo – conclude – l’Osservatorio di Salutequità continuerà ad essere vigile e attento.”

Test di ingresso a Infermieristica, FNOPI: aumentare l’attrattività agendo su formazione e retribuzioni

Circa 21.000 studenti stanno affrontando oggi, 5 settembre, i test di ammissione previsti in Italia per l’accesso ai corsi di laurea in Infermieristica, per 20.435 posti a disposizione.

Crescono, seppur lievemente, i posti a bando (377 in più rispetto al 2023/24), ma calano le domande (2.377 in meno rispetto allo scorso anno, -10%, circa, una domanda per un posto in media).

Un trend negativo che, numeri alla mano, si è affermato nel tempo e che non coinvolge esclusivamente le professioni infermieristiche, ma colpisce in maniera omogenea tutte le professioni di cura, a testimoniare la necessità di affrontare il problema della carenza e della scarsa attrattività del settore in maniera sistemica e corale.

Entrando nel dettaglio dei corsi di laurea in Infermieristica, il calo delle domande di iscrizione si conferma marcato nelle regioni del Centro e del Nord Italia, ma da quest’anno comincia a interessare anche alcune regioni del Sud.

Il dato diventa particolarmente rilevante anche nella fase successiva alle selezioni, quando, trovando posti liberi al Nord, molti studenti meridionali si trovano costretti a rinunciare perché le spese per i “fuori sede” e per le famiglie diventano impossibili da sostenere.

In un contesto profondamente mutato, nel quale i sempre meno giovani presenti in Italia (nel 2024 i maturandi sono stati 10mila in meno) hanno la possibilità di scegliere tra sempre più percorsi universitari, va comunque sottolineato che oltre 21 mila studenti hanno puntato sul test di ammissione al corso di laurea in Infermieristica. A loro, come a tutti i cittadini che rischiano in futuro di non avere più assistenza adeguata, vanno date risposte concrete.

Per la FNOPI diventa, quindi, prioritario agire su più livelli, tanto dal punto di vista formativo quanto dal punto di vista professionale.

Rispetto alla formazione, occorre accorciare i tempi di azione, iniziando oggi ad analizzare i dati delle domande di iscrizione e a studiare fabbisogni e azioni da attuare per i prossimi anni accademici.

Indispensabile anche ampliare il lasso temporale dedicato alle iscrizioni ai test, pubblicando i bandi con maggiore anticipo (quest’anno c’è stato solo un mese a disposizione per gli aspiranti infermieri) per permettere a studenti e famiglie di individuare nel corso di Infermieristica un’opportunità su cui riflettere e scegliere con ponderazione.

Fondamentale, poi, rendere concretamente efficace la flessibilità delle graduatorie, introdotta da questo anno accademico, utile agli idonei per avere ulteriore possibilità di accesso al corso di laurea in sedi diverse da quelle in cui hanno svolto i test. Su questo aspetto, voluto dal Ministero dell’Università e della Ricerca e sostenuto dalla FNOPI, la Federazione avvierà un’attività costante di monitoraggio.

Resta ferma, infine, la necessità di una revisione complessiva del sistema che, a partire dalle specializzazioni dei percorsi formativi magistrali (in via di attivazione), possa offrire prospettive di carriera agli infermieri e consentire di liberare competenze che oggi spesso vengono già esercitate, ma non sono riconosciute adeguatamente dal punto di vista economico e organizzativo.

Caso Sinner e Paralimpiadi: professioni sanitarie decisive, ma spesso escluse dai team sportivi

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«L’esclusione di alcune professioni sanitarie dai team medico-sportivi degli atleti è una questione complessa che richiede attenzione. Persistono barriere culturali e strutturali che limitano l’inclusione di numerosi professionisti». Parte da qui Teresa Calandra, Presidente della Federazione nazionale degli Ordini dei tecnici sanitari radiologia medica e delle professioni sanitarie tecniche, della riabilitazione e della prevenzione (FNO TSRM e PSTRP).

Teresa Calandra

«Questa è una visione distorta e non riflette adeguatamente l’evoluzione delle competenze e il contributo vitale che più di una professione può apportare. Molte delle professioni rappresentate dalla Federazione nazionale degli Ordini TSRM e PSTRP, ad esempio, non solo giocano un ruolo chiave nella prevenzione e nella gestione degli infortuni, ma sono anche determinanti per migliorare le prestazioni e il benessere generale degli atleti». L’eccellenza atletica, sia a livello olimpico, sia paralimpico, non è solo il risultato di allenamenti intensivi e dedizione personale, ma anche di un lavoro di squadra che spesso resta nell’ombra. Al centro di questo team ci sono anche le professioni sanitarie: fisioterapisti, medici dello sport, psicologi e altri specialisti che aiutano e supportano gli atleti per esprimere al massimo delle loro potenzialità.

«Promuoveremo una maggiore consapevolezza e formazione sulle competenze delle nostre professioni, oltre a stabilire un dialogo costruttivo con le Federazioni, Società ed enti sportivi per creare modelli di collaborazione che rispondano alle reali esigenze degli atleti»

Sono professionisti che lavorano a fianco degli sportivi per prevenire e trattare gli infortuni, favorire le performance e sostenere il morale e la salute mentale degli atleti, tutte azioni che contribuiscono in modo determinante al successo nelle competizioni. Senza il loro impegno e la loro competenza, molti dei traguardi raggiunti non sarebbero possibili. Eppure non tutte le professioni sanitarie sono incluse nei team sanitari sportivi, anche se potrebbero svolgere un lavoro non solo utile ma necessario.

Approfondiscono il tema con TrendSanità Vito Cassano, Presidente della Commissione di albo nazionale dei Podologi, Silvia Guidi, Presidente della Commissione di albo nazionale dei Tecnici ortopedici e Marco Tonelli, Presidente Commissione di albo nazionale dei Dietisti, in rappresentanza delle 18 professioni sanitarie che afferiscono alla Federazione.

Professioni sanitarie tagliate fuori: qual è il costo per gli atleti?

«La mancanza di consapevolezza del ruolo specifico di professioni come il podologo – afferma Vito Cassano – può portare a trattamenti inadeguati e a un aumento del rischio di lesioni. Un esempio emblematico è la vicenda del tennista Jannik Sinner. Dove un trattamento improprio ha messo in luce la necessità di competenze specialistiche per tutelare la salute dell’atleta».

Silvia Guidi evidenzia, invece, «una scarsa visibilità mediatica del lavoro delle professioni sanitarie, come quello dei tecnici ortopedici. Senza il supporto adeguato per la gestione e l’ottimizzazione di protesi e ortesi, gli atleti si troverebbero a fronteggiare problemi significativi sia durante le competizioni che nel lungo termine, compromettendo le prestazioni e il loro recupero».

Vito Cassano

«Esistono riferimenti normativi, evidentemente disattesi, che prevedono nei team sportivi la presenza di professionisti sanitari − aggiunge Tonelli. Secondo il decreto legislativo n. 36/2021 che riordina il settore sportivo in ambito professionistico e dilettantistico, gli enti sportivi nei loro statuti devono prevedere attività di formazione, didattica, preparazione e assistenza all’attività sportiva, citando espressamente il dietista. La presenza di questa figura metterebbe gli atleti nelle condizioni di praticare in modo sicuro l’attività sportiva, migliorando la performance e riducendo il rischio di infortuni».

Il valore aggiunto dei professionisti sanitari nella competizione sportiva

Per il Presidente della Commissione di albo nazionale dei Dietisti «come professionisti sanitari, abbiamo la responsabilità deontologica che ci impone di mettere in atto una pratica professionale basata sulle evidenze scientifiche, linee guida e buone pratiche, contrastando la sovrabbondanza di informazione che spesso circola nel web. Il nostro lavoro è cruciale per garantire agli atleti una dieta appropriata, che può migliorare le prestazioni, fornire assistenza e consigli sicuri, competenti e appropriati». «I tecnici ortopedici e il comparto aziendale ortoprotesico – afferma Guidi − non si limitano, infatti, a fornire assistenza, ma progettano e personalizzano ausili e protesi per adattarle alle esigenze di ogni atleta. Grazie al nostro lavoro, gli atleti hanno la possibilità di esprimere al meglio il loro potenziale e di competere ai più alti livelli, con maggiore comfort e sicurezza». «Il ruolo essenziale delle nostre prestazioni, risiede nella specializzazione e nella capacità di fornire trattamenti sicuri, mirati, orientati alla riabilitazione e al miglioramento delle performance degli atleti, in modo efficace e senza rischi», conclude il Presidente della Commissione di albo nazionale dei Podologi.

Salute su misura: professioni sanitarie e atleti paralimpici

Silvia Guidi

Per la Presidente della Commissione di albo nazionale dei Tecnici ortopedici, «la professione del tecnico ortopedico è per sua natura altamente personalizzata e inclusiva per gli atleti paralimpici, realizzando soluzioni su misura. Inoltre, siamo impegnati a mantenere un dialogo costante con gli atleti per monitorare e adattare continuamente le soluzioni in base alle loro esperienze. Supporti che devono essere continuamente migliorati e adattati per garantire che gli sportivi in competizione possano concorrere al massimo livello e senza disagi».

«Noi podologi ­– interviene Cassano − garantiamo un approccio personalizzato, adattando le prestazioni e migliorando sia la qualità della vita che le prestazioni sportive. Conoscere le peculiari potenzialità e finalizzarle al meglio per il gesto atletico sono aspetti di basilare importanza».

Tonelli, dal canto suo, evidenzia «la necessità di un approccio multiprofessionale per una corretta diagnosi nutrizionale, utile per pianificare un intervento adeguato. Solo attraverso una stretta collaborazione tra i vari professionisti è possibile garantire agli atleti paralimpici il supporto necessario per competere al massimo livello. Tra l’atleta normodotato e quello paralimpico possono esserci differenze in termini di apporti energetici e nutritivi, fino alla necessità di modificare la consistenza degli alimenti. È necessario informare l’atleta sul diverso ruolo dei nutrienti e di un adeguato stato di idratazione nel pre e post allenamento o gara, istruendolo a pianificare la frequenza e l’entità dei pasti, ricorrendo, solo se necessario, all’uso di integratori».

Dal campo alla clinica: le competenze per i professionisti sanitari nei team sportivi

«Per far parte di team sportivi sono fondamentali competenze trasversali, come la capacità di lavorare di squadra e l’aggiornamento continuo, per garantire trattamenti efficaci e appropriati – risponde Cassano. A queste si aggiungono quelle specifiche, che nel nostro caso includono una conoscenza approfondita della biomeccanica, dei trattamenti ortesici e delle terapie manuali e/o con mezzi fisici, nonché della diagnostica di supporto alle terapie riabilitative».

Al centro vi è l’adattamento dei trattamenti alle diverse patologie degli atleti paralimpici, e l’impiego di un approccio più flessibile e una conoscenza approfondita delle implicazioni biomeccaniche specifiche

Prosegue Silvia Guidi, «un professionista sanitario, in particolare un tecnico ortopedico, deve possedere una combinazione di competenze tecniche e interpersonali. Deve essere esperto nella progettazione, costruzione e ottimizzazione di ausili e protesi, con una conoscenza approfondita delle patologie e delle esigenze degli atleti. Inoltre, è essenziale avere ottime capacità comunicative per collaborare efficacemente con gli atleti e gli altri membri del team sportivo. La capacità di adattare rapidamente le soluzioni alle necessità in evoluzione e di mantenere una costante attenzione ai dettagli».

Marco Tonelli

«Si tratta di un ambito complesso, talora di nicchia e in tal caso anche con scarse evidenze o esperienze disponibili – conclude Tonelli – che comporta la capacità di saper coniugare le conoscenze fisiopatologiche con le più aggiornate evidenze scientifiche, per realizzare un intervento nutrizionale sicuro ma anche sostenibile e gustoso. È fondamentale promuovere con strategie di counseling nutrizionale l’empowerment nell’atleta, facendo leva sui risultati positivi correlati all’alimentazione, quali il miglioramento della composizione corporea e delle prestazioni atletiche, incrementandone l’autostima».

Innovazione digitale per migliorare i servizi ai pazienti: il caso del Rizzoli di Bologna

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Luca Lolli

«Qualche anno fa abbiamo iniziato la migrazione del nostro impianto da analogico a digitale, abbandonando le linee tradizionali e adottando una tecnologia VoIP». Luca Lolli è assistente tecnico impianti elettrici e speciali del Servizio patrimonio e attività tecniche dell’Istituto Ortopedico Rizzoli (IOR) di Bologna.

Si è trattato di un primo passaggio importante: abbandonando le linee tradizionali, l’ospedale ha avuto accesso a nuovi servizi, sia nella comunicazione interna (è migliorata quella tra direttori e segretari, è stata possibile quella in mobilità nella struttura), sia rispetto all’utenza (contact center per le prenotazioni e le disdette oppure le informazioni sulle liste d’attesa).

Tuttavia, il nuovo sistema aveva dei limiti di configurazione: «A quel punto ci siamo rivolti ad Alcatel-Lucent Enterprise e siamo entrati in un mondo nuovo: il sistema si appoggia sempre sulla nostra rete LAN interna, ma è stato cambiato in maniera sostanziale, con l’installazione di nuovi server, telefoni e apparecchiature in mobilità come i telefoni wi-fi, oltre ad alcune applicazioni, come RainbowTM o il softphone, che ci permettono di utilizzare il pc in risposta da remoto».

Quali miglioramenti

Questa trasformazione è avvenuta in concomitanza con il Covid: «Il sistema ci ha aiutato e facilitato in questa situazione, dove abbiamo avuto necessità di porre alcuni colleghi in smart working».

Anche lo IOR, come l’ASST di Lodi, ha optato per una configurazione ad anello e non a stella, con ridondanze utili che, in caso di guasti sulla linea, permettono comunque di non perdere alcun servizio. «Questo ha migliorato l’affidabilità del sistema», rileva Lolli.

Oggi le persone che forniscono informazioni sulle liste d’attesa, grazie alla tecnologia RainbowTM, lavorano da remoto e si recano in struttura una volta la settimana a turno per gestire l’operatività in locale.

Un’altra novità riguarda il presidio del personale tecnico: «Si tratta di un servizio utile sia per la ricezione delle segnalazioni sia per la velocità di intervento – spiega Lolli -. Prima non lo avevamo ed è un valore aggiunto importante».

Inoltre, entro l’autunno sarà pienamente operativa la piattaforma Ellysse, che permetterà di integrare al contact center con servizi aggiuntivi come chatbox, intelligenza artificiale e operatori virtuali. «La prima fase consisterà nel riportare all’interno della piattaforma la situazione attuale, poi si potranno aggiungere attività – spiega Lolli -. Il nostro Istituto si trova in collina e spesso gli utenti hanno domande su come raggiungerci o come muoversi all’interno dell’ospedale. Adesso le risposte a queste domande sono gestite attraverso un sistema di FAQ sul sito, ma la logistica potrebbe essere gestita in autonomia dagli assistenti virtuali, per esempio».

AI e affiancamento tecnologico

Gli assistenti virtuali potranno inoltre alleggerire gli operatori umani: «Oggi riceviamo circa 800 chiamate in 4 ore per le prenotazioni dei poliambulatori, che sono le prime visite che l’utenza richiede per poter attuare un percorso clinico – rileva Lolli -. È un numero estremamente elevato da gestire da un numero limitato di operatori. Sicuramente è utile mantenere il controllo umano del back office, ma un affiancamento tecnologico potrebbe essere molto apprezzato».

Tra gli elementi da implementare nei prossimi anni, Lolli mette al primo posto la portabilità fisso-mobile: «Ci stiamo lavorando da un po’ con il nostro servizio informativo: si tratterebbe di un miglioramento utile per avere una maggiore flessibilità a livello di spostamento». I medici, infatti, non lavorano solo nella sede principale, ma si recano anche in quelle decentrate, in altre province e regioni. «Sembra una banalità, ma permettere loro di rispondere dal cellulare ovunque siano quando viene digitato il numero fisso semplificherebbe le comunicazioni. Siamo ancora in una fase embrionale dello sviluppo di questa soluzione, ma puntiamo ad arrivarci entro 3-4 anni».

Responsabilità medica graduata in base alla complessità. Ecco le novità della Commissione d’Ippolito

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La via impraticabile della depenalizzazione e i limiti del vecchio modello delle linee guida

La proposta di sanzionare per “lite temeraria” chi intenta una causa pretestuosa contro medici e professionisti sanitari. Ma non solo. La definizione di parametri chiari che aiutino i giudici ad archiviare quel 95% di procedimenti giudiziari per “presunta” malasanità che oggi finiscono con un nulla di fatto.

Sono delicati e complessi gli aspetti discussi dalla Commissione sulla responsabilità professionale dei sanitari, presieduta dal magistrato Adelchi d’Ippolito. Voluta fortemente dal Ministro della Giustizia, Carlo Nordio, la Commissione istituita con decreto ministeriale il 28 marzo 2023, si è riunita a partire dal 13 aprile dello scorso anno, consegnando puntualmente, alla scadenza del mandato, che aveva un anno di durata, all’Ufficio legislativo del Ministero della Giustizia diverse e importanti proposte sui temi della responsabilità professionale dei sanitari, sia dal punto di vista civile che penale, e sia sulla colpa penale medica grave.

I lavori della Commissione sono tutt’ora nelle mani degli uffici di Nordio, in attesa di essere esaminati e diventare materia legislativa. Ma quali novità si affacciano all’orizzonte? Le proposte presentate da un confronto fra esperti in materia giuridica ed esperti sanitari sono riassumibili in tre macroaree. TrendSanità ne ha parlato con la responsabile della segreteria scientifica della commissione, Francesca Rocchi, ricercatrice in Diritto Penale all’Università degli Studi di Teramo.

La prima commissione con medici e giuristi

Francesca Rocchi

«L’unione della componente medica e giuridica che ha caratterizzato i lavori di questa commissione ha rappresentato un unicum nel panorama del processo legislativo italiano – esordisce Rocchi –. Possiamo senz’altro dire che è la prima volta che esponenti di alto profilo della medicina italiana si trovano a confrontarsi allo stesso tavolo con esperti giuristi su una materia così delicata». La Commissione ha incontrato, una per una, le principali società medico-scientifiche, l’Istituto Superiore di Sanità (ISS), così come la Federazione Nazionale degli Ordini dei Medici Chirurghi e degli Odontoiatri (FNOMCeO), che aveva proposto la reintroduzione del cosiddetto “scudo penale” istituito durante l’emergenza sanitaria da Covid19. Per la FNOMCeO la scarsità di personale e la pressione a cui sono sottoposti i professionisti sanitari (elementi che sembrano essere alla base del 90% delle cause mediche avviate contro gli ospedali) hanno gli stessi risvolti pratici dell’emergenza.

La via impraticabile della depenalizzazione

«Era sotto gli occhi di tutte le parti in causa la correlazione fra scarsità di personale e la maggior incidenza di errori in campo medico – commenta la ricercatrice –, eppure non si è potuta recepire quella richiesta. La nostra Costituzione non prevede la possibilità di depenalizzare la responsabilità professionale: un provvedimento dovuto ad uno stato di emergenza nazionale non può essere protratto ad libitum senza gravi motivi. La depenalizzazione non è quindi una via praticabile. È importante, però, dire che aspetti alla base del principio dello scudo penale sono stati presi in considerazione per capire meglio come perimetrare la responsabilità medica partendo dalla “Legge Gelli”, ovvero la 24/2017, Disposizioni in materia di sicurezza delle cure e della persona assistita, nonché in materia di responsabilità professionale degli esercenti le professioni sanitarie, che puntava a riformare la materia. Quello che preme ottenere è che la paura di ritorsioni legali non conduca i medici all’inappropriatezza prescrittiva né al timore di discostarsi eventualmente dalle linee guida, quando il caso lo richieda».

Colpa medica grave e responsabilità penale: il tema dei parametri

La Commissione ha proposto di introdurre una forma di imputazione per colpa medica grave, delineandola però secondo parametri molto più determinati e stringenti

Posto che per lo Stato italiano è indispensabile mantenere il concetto di responsabilità professionale (vigente anche per tutte le altre categorie), la Commissione ha proposto di introdurre una forma di imputazione per colpa medica grave, delineandola però secondo parametri molto più determinati e stringenti. I limiti del vecchio modello delle linee guida al quale attenersi per non incorrere in problemi giudiziari sono emersi chiaramente durante le audizioni. Per offrire ai professionisti maggiore libertà terapeutica, sempre a vantaggio della salute dei pazienti, occorre perciò esporli con più cautela al rischio di querele.

Maggiori sono le difficoltà implicate nell’esercizio della propria professione medica, minore dovrà essere il grado di responsabilità in capo al curante. Ad una maggior complessità della prestazione sanitaria, corrisponderà una maggior scusabilità dell’errore è il principio che sembra delinearsi.

«Anche al legislatore, inoltre, è chiaro che il circolo vizioso fra scarsità di risorse e aumenti di carico di lavoro del personale sanitario non faccia altro che far aumentare i rischi di malpractice e finisca per rendere la professione medica sempre meno desiderabile», chiarisce Rocchi. Con il sistema vigente, ad ogni denuncia o querela i pubblici ministeri hanno l’obbligo di aprire un fascicolo giudiziario al quale seguirà un contenzioso, dall’esito sempre incerto. Per questo è necessario che la colpa grave abbia parametri non troppo generici e invece molto specifici. La proposta prevede quindi la revisione dell’articolo 590 sexies del Codice penale e l’introduzione di un nuovo articolo 590 septies del Codice penale, nel quale si delineino meglio le condizioni dell’eventuale esonero da colpa grave del sanitario.

La “lite temeraria” e le sanzioni per chi lucra

«Nella proposta avanzata dalla Commissione, l’infondatezza della denuncia o querela, oltre a comportare l’archiviazione, potrebbe prevedere l’adozione di un nuovo provvedimento per quella che è stata definita “lite temeraria” – aggiunge la giurista –. Questo prevede che chi ha denunciato infondatamente potrebbe essere anche sanzionato civilmente».

Con l’aggiunta della “lite temeraria”, s’intente scoraggiare tutte quelle cause per malasanità che hanno alla base un evidente scopo di lucro e che poggiano su basi poco solide, ma che spesso vengono comunque intentare poiché non si ha nulla da perdere. Con costi notevoli, sia per la giustizia e il Servizio Sanitario Nazionale, che per il professionista sanitario, obbligato a difendersi per un tempo imprevedibile.

Stop a perizie di medici senza specializzazione specifica

Il terzo e ultimo ambito toccato dai lavori della Commissione d’Ippolito riguarda le perizie. Nella situazione odierna, vista la difficoltà a reperire medici disponibili per l’incarico di periti nelle controversie giudiziarie legate ai casi di malasanità, spesso il consulente è un medico che non ha una qualificazione adeguata alla specificità del caso sottoposto al suo parere. Nonostante sia richiesta, fra i criteri, la specializzazione nella materia sulla quale viene eseguita la perizia, nella prassi concreta, ciò è assai raro. Questo rende teoricamente possibile che l’operato di un cardiochirurgo venga preso in esame da un medico dello sport.

Tempi, limiti e rotazioni per le consulenze

La scelta dei consulenti avviene su base fiduciaria da parte dei pubblici ministeri, che spesso si creano una squadra fissa di consulenti trovati, faticosamente, fra quelli reperibili. «La proposta della Commissione è invece quella di introdurre sia la necessità di una rotazione – ha spiegato Rocchi –, sia quella di mettere come condizione sine qua non che il professionista sia uno specialista nel settore in cui viene richiesta la perizia. Anche i tempi delle consulenze, oggi molti lunghi, andrebbero ripensati. L’introduzione di tempistiche e limiti renderà i procedimenti più veloci e meno impattanti sul sistema».

Verso la Manovra 2025, GIMBE analizza la spesa sanitaria pubblica 2023, ben al di sotto della media OCSE

Nel 2023 l’Italia per spesa sanitaria pubblica pro-capite si colloca solo al 16° posto tra i 27 Paesi europei dell’area OCSE e in ultima posizione tra quelli del G7. La spesa sanitaria pubblica si attesta al 6,2% del PIL, percentuale inferiore sia rispetto alla media OCSE del 6,9%, sia rispetto alla media europea del 6,8%.

«Il tema del finanziamento pubblico per la sanità – dichiara Nino Cartabellotta, Presidente della Fondazione GIMBE – infiamma il dibattito politico da oltre un anno, coinvolgendo aule parlamentari e consigli regionali, vista l’enorme difficoltà di tutte le Regioni a garantire i livelli essenziali di assistenza e un’offerta adeguata di servizi e prestazioni sanitarie. E, secondo indagini e sondaggi condotti sulla popolazione, la sanità è diventata per tutti una priorità assoluta perché la vita quotidiana delle persone è sempre più gravata da vari problemi: interminabili tempi di attesa per visite ed esami, affollamento dei pronto soccorso, impossibilità di trovare un medico o un pediatra di famiglia vicino casa, inaccettabili diseguaglianze regionali e locali, migrazione sanitaria, aumento della spesa privata sino all’impoverimento delle famiglie e alla rinuncia alle cure».

A fronte di un Servizio Sanitario Nazionale (SSN) sempre più in affanno nel garantire il diritto alla tutela della salute si sono moltiplicati i segnali istituzionali: la Corte dei Conti, la Corte Costituzionale e l’Ufficio Parlamentare di Bilancio rilevano continuamente il sottofinanziamento del SSN e ben 5 Regioni e successivamente anche le opposizioni hanno presentato disegni di legge per aumentare il finanziamento pubblico almeno al 7% del PIL. Anche lo stesso Ministro Schillaci ha recentemente dichiarato che il 7% del PIL è il livello minimo sul quale attestarsi per il finanziamento della sanità pubblica.

In vista della discussione sulla Legge di Bilancio 2025, la Fondazione GIMBE ha analizzato la spesa sanitaria pubblica 2023 nei paesi dell’OCSE al fine di fornire dati oggettivi per il confronto politico e il dibattito pubblico e prevenire ogni forma strumentalizzazione.

La fonte utilizzata è il dataset OECD Health Statistics, aggiornato al 23 luglio 2024, che riporta i dati 2023 per poco meno della metà dei paesi dell’area OCSE e quelli 2022 per i restanti paesi. Sono stati analizzati i dati relativi alla spesa sanitaria pubblica, sia in percentuale del PIL, che in $ pro-capite a prezzi correnti e parità di potere d’acquisto. Utile ricordare che la spesa sanitaria pubblica per ciascun paese include vari schemi di finanziamento, di cui uno di solito prevalente: fiscalità generale (es. Italia, Regno Unito), assicurazione sociale obbligatoria (es. Germania, Francia), assicurazione privata obbligatoria (es. USA, Svizzera).

Spesa sanitaria pubblica in percentuale del PIL

Nel 2023 in Italia la spesa sanitaria pubblica si attesta al 6,2% del PIL, un valore ben al di sotto sia della media OCSE del 6,9% che della media europea del 6,8%. Sono 15 i paesi europei dell’area OCSE che investono una percentuale del PIL maggiore dell’Italia, con un gap che va dai +3,9 punti percentuali della Germania (10,1% del PIL) ai +0,6 della Norvegia (6,8% del PIL) (figura 1).

Figura 1. Spesa sanitaria pubblica nei paesi OCSE in % del PIL (anno 2023 o più recente disponibile)

Spesa sanitaria pubblica pro-capite

In Italia nel 2023 la spesa sanitaria pubblica pro-capite è pari a $ 3.574, ben al di sotto sia della media OCSE ($ 4.174) con una differenza di $ 600, sia soprattutto della media dei paesi europei dell’area OCSE ($ 4.470) con una differenza di $ 896. In Europa ben 15 paesi investono più del nostro, con un gap che va dai +$ 410 della Repubblica Ceca ($ 3.984) ai +$ 3.825 della Norvegia ($ 7.399) (figura 2).

Figura 2. Spesa sanitaria pubblica nei paesi OCSE in $ pro-capite (anno 2023 o più recente disponibile)

«Di fatto in Europa – commenta il Presidente – siamo primi tra i paesi poveri, davanti solo a Spagna, Portogallo e Grecia e ai paesi dell’Est, esclusa la Repubblica Ceca». Dal 2010, per tagli e definanziamenti effettuati da tutti i Governi, la distanza con i paesi europei è progressivamente aumentata sino a raggiungere $ 623 nel 2019. Poi il gap si è ulteriormente ampliato, sia negli anni della pandemia quando gli altri paesi hanno investito molto più dell’Italia, sia nel 2023 perché di fatto la nostra spesa sanitaria è rimasta stabile (figura 3). «Al cambio corrente dollaro/euro – precisa Cartabellotta – il gap con la media dei paesi europei nel 2023 raggiunge € 807 pro-capite che, tenendo conto di una popolazione residente ISTAT al 1° gennaio 2024 di quasi 59 milioni di abitanti, si traduce nell’esorbitante cifra di oltre € 47,6 miliardi».

Figura 3. Trend spesa pubblica pro-capite 2008-2023: Italia vs media paesi europei area OCSE

Spesa sanitaria pubblica pro-capite: confronto con i paesi del G7

«Il trend della spesa sanitaria pubblica pro-capite 2008-2023 – commenta Cartabellotta – restituisce un quadro impietoso: l’Italia è stata sempre ultima tra i paesi del G7; ma se nel 2008 le differenze con gli altri paesi erano modeste, con il costante definanziamento degli ultimi 15 anni sono divenute ormai incolmabili» (figura 4).

Figura 4. Trend spesa pubblica pro-capite 2008-2023: paesi del G7

Infatti, già nel 2008, quando tutti i Paesi del G7 avevano una spesa pubblica pro-capite compresa tra $ 2.250 e $ 3.500, l’Italia era fanalino di coda insieme al Giappone; nel 2023, mentre l’Italia rimane ultima con una spesa pro-capite di $ 3.574, la Germania l’ha più che doppiata raggiungendo i $ 7.253. Inoltre, commenta il Presidente «anche tra il 2019 e il 2023, quando tutti i Paesi del G7 hanno aumentato la spesa pubblica pro-capite per fronteggiare la pandemia, l’Italia ha investito molto meno, rimanendo penultima poco sopra il Giappone». Infatti, nel 2023 rispetto al 2019, la spesa sanitaria pubblica pro-capite italiana è cresciuta di soli $ 772 rispetto ai $ 1.280 della Francia, ai $ 1.329 del Regno Unito ed ai $ 1.511 della Germania (tabella 1).

Paese$
Stati Uniti*1.673
Germania1.511
Regno Unito1.329
Francia*1.280
Canada1.180
Italia772
Giappone*753
*dati riferiti al gap 2022 vs 2019
Tabella 1. Incremento della spesa sanitaria pubblica pro-capite nei paesi del G7 (2023 vs 2019)

«Numeri – chiosa Cartabellotta – che rendono imbarazzante il confronto con gli altri paesi che siederanno al G7 Salute in programma ad Ancona, occasione irripetibile per avviare politiche più coraggiose per rilanciare la sanità pubblica. Ripartendo proprio dal divario attuale con i paesi europei e quelli del G7, conseguenza di 15 anni di tagli e investimenti insufficienti, che non hanno tenuto conto che il grado di salute e benessere della popolazione condiziona anche la crescita del PIL. Ovvero che la sanità pubblica è una priorità su cui investire continuamente e non un costo da tagliare ripetutamente».

«Considerato che dati, narrative e indagini di popolazione – conclude Cartabellotta – documentano all’unisono che oggi la sanità pubblica è la vera emergenza del Paese, la Fondazione GIMBE chiede all’Esecutivo un progressivo e consistente rilancio del finanziamento pubblico per la sanità, oltre che coraggiose riforme di sistema per garantire a tutti la tutela della salute, un diritto costituzionale fondamentale e inalienabile. La politica deve avere ben chiaro che la perdita di un SSN pubblico, finanziato dalla fiscalità generale e fondato su princìpi di universalità, eguaglianza ed equità, determinerebbe un disastro sanitario, economico e sociale senza precedenti. E senza una rapida inversione di rotta, da tracciare nella Legge di Bilancio 2025, siamo destinati a rinunciare silenziosamente al diritto alla tutela della salute, già compromesso per le fasce socio-economiche più deboli, per anziani fragili e nel Mezzogiorno. E scivoleremo inesorabilmente da un Servizio Sanitario Nazionale fondato per garantire un diritto costituzionale a tutte le persone, a 21 Sistemi Sanitari Regionali regolati dalle leggi del libero mercato, dove le prestazioni saranno accessibili solo a chi potrà pagare di tasca propria o avrà sottoscritto costose polizze assicurative».

Finanziaria 2025: le richieste di medici, dirigenti sanitari e infermieri per salvare il SSN e i suoi professionisti

«Nessuno pensi di continuare a fare cassa sulla pelle del Servizio Sanitario Nazionale e dei suoi professionisti».

Non usano mezzi termini Pierino Di Silverio, Segretario Nazionale Anaao Assomed, Guido Quici, Presidente Nazionale Cimo-Fesmed e Antonio De Palma, Presidente Nursing Up che serrano le fila dei medici, dirigenti sanitari, infermieri e professioni sanitarie ex legge 43/2006, affinché al Governo arrivino chiare le loro richieste per la legge finanziaria 2025 che sarà presentata a fine settembre.

«Il nostro principale obiettivo – dichiarano Di Silverio, Quici e De Palma – è quello di favorire provvedimenti che risollevino il Ssn dallo stato di agonia in cui versa da anni e di rendere più appetibile le nostre condizioni di lavoro, mettendo un argine alle fughe di colleghe e colleghi molto prima dell’età di quiescenza».

I punti principali delle rivendicazioni delle categorie al Governo e al Parlamento sono:

  • investire nel Ssn non solo con finanziamenti, ma anche con leggi che ne consentano il rilancio;
  • rendere appetibili le professioni sanitarie, con un piano di assunzioni che limiti il disagio;
  • aumentare le retribuzioni prevedendo finanziamenti adeguati per il rinnovo dei contratti, incluso i sanitari dell’ospedalita privata, riconoscendo e distinguendo le risorse destinate alle specificità sanitarie;
  • defiscalizzare l’indennità dì specificità medica, raddoppiare quella infermieristica ed estenderla alle ostetriche;
  • adottare seri provvedimenti tesi ad arrestare l’escalation delle aggressioni nelle strutture sanitarie;
  • contrattualizzare gli specializzandi;
  • riconoscere il carattere usurante delle professioni assistenziali

La legge di bilancio non è l’unico ambito di intervento per riqualificare il SSN. «Chiediamo una profonda riforma del Ssn ormai datata al 1992 con il decreto legislativo n. 502 non più compatibile con le profonde trasformazioni susseguitesi nei decenni».

«Questo il nostro pacchetto di proposte  – concludono Di Silverio, Quici e De Palma – che porteremo avanti con tutte le nostre forze».

«Chiediamo un forte impegno da parte del Governo che questa volta deve dimostrare se davvero intende difendere il diritto alla salute, unico principio espressamente dichiarato fondamentale nella Costituzione Italiana, o se intende portare alla deriva il nostro SSN. Noi ci comporteremo di conseguenza». 

Sanità digitale e del territorio, FNOPI presenta “Connected care”

La sanità del territorio cambia assetto e con essa la professione infermieristica è chiamata ad evolvere per rispondere ai mutati bisogni di salute delle persone. Quali sono le opportunità e quali le sfide implicate in una transizione che vede come fattori chiave le nuove tecnologie e lo sviluppo delle professioni sanitarie e sociosanitarie?

Con l’ambizione di trovare risposte a queste e altre domande legate all’attuale panorama della salute in Italia e avviare un confronto a livello nazionale sui nuovi equilibri fondati sulle linee guida nazionali sostenute dal PNRR, la Federazione Nazionale Ordini delle Professioni Infermieristiche (FNOPI) organizza il 17 settembre a Bologna il convegno “Connected Care – Frontiere attuali e fattori di successo nella trasformazione digitale in sanità”.

L’evento si svolgerà dalle ore 10 alle ore 17 nella prestigiosa Aula Absidale di Santa Lucia. È stato organizzato in collaborazione con l’Università di Bologna e riunirà nella sala del polo universitario rappresentanti di Ministero della Salute, Dipartimento della Trasformazione digitale della Presidenza del Consiglio, Agenas e Garante per la Protezione dei Dati Personali. Al dibattito contribuiranno anche presidenti e referenti delle Regioni e delle Università italiane. A moderare due dei confronti previsti ci saranno Rossella Iannone, direttrice responsabile di TrendSanità e Cesare Buquicchio, condirettore della testata.

Nel confronto si toccheranno i principali temi connessi alla sanità digitale, a partire dal lavoro svolto sul tema dalla FNOPI sulle attuali prospettive, sui fattori di successo, nonché sui profili di responsabilità nella trasformazione digitale in sanità. Non mancherà il punto di vista dei principali esponenti di Istituzioni politiche e amministrative, di Università e Centri Studi. Saranno affrontati approfondimenti tematici concernenti i modelli organizzativi e di funzionamento, così come l’evoluzione del tema della presa in carico e la cura della persona.

«Il convegno – spiega il consigliere nazionale e presidente di OPI Bologna, Pietro Giurdanella – nasce con una vocazione e una rilevanza nazionale, ma con un impegno alla valorizzazione delle specificità regionali. L’evento vuole porsi in ascolto e con collaborazione nei confronti degli stakeholder e a servizio degli infermieri e delle altre professioni sanitarie e sociosanitarie affinché, da questa iniziativa, possano cogliere spunti importanti in termini di conoscenza e formazione».