In vista della Giornata Mondiale della Salute Mentale, che si celebra il 10 ottobre, l’Istituto Superiore di Sanità ha reso noto i dati delle sorveglianze Passi (Progressi delle Aziende Sanitarie per la Salute in Italia) e Passi d’Argento: il 6% degli adulti italiani riferisce sintomi depressivi, una quota in calo in generale ma in aumento nelle persone di 18-34 anni.
La salute mentale, in particolare delle donne in gravidanza e nel primo anno dopo il parto, è stata anche oggetto di uno studio appena pubblicato da alcuni ricercatori dell’Iss e della London School of Economics (LSE), che descrive per la prima volta il supporto disponibile nei Dipartimenti di Salute Mentale (DSM) italiani per le donne con disturbi mentali perinatali, confrontando l’offerta nazionale con le buone pratiche raccomandate dalle linee guida internazionali.
Con una partecipazione pari al 94% dei DSM presenti sull’intero territorio nazionale, i risultati dello studio evidenziano che:
– soltanto il 58% dei DSM offre un counselling preconcezionale alle proprie utenti in età riproduttiva e solo il 5% dispone di materiale informativo per questo scopo;
– il 54% dei DSM non è dotato di un’équipe o di un professionista di riferimento per la psicofarmacoterapia durante la gravidanza e l’allattamento
– l’80% dei DSM non ha definito un percorso diagnostico terapeutico assistenziale per i disturbi mentali perinatali.
Emerge chiaramente la necessità di incrementare le risorse dei DSM per sanare le carenze nell’assistenza rispetto alle necessità specifiche delle donne con disturbi mentali perinatali, che richiedono setting e percorsi dedicati, accesso prioritario e una presa in carico integrata con i professionisti del percorso nascita.
L’impatto economico dei problemi di salute mentale perinatale non trattati supera di gran lunga il costo necessario a rendere disponibili servizi di salute mentali adeguati
“La promozione e la tutela della salute mentale della donna in gravidanza e nell’anno successivo alla nascita del bambino rappresentano una priorità di salute pubblica riconosciuta a livello internazionale – sottolinea Ilaria Lega, che ha coordinato lo studio- I disturbi mentali sono tra le patologie più frequenti della gravidanza e del periodo postnatale, ne soffre una donna su cinque. Se non riconosciuti e trattati adeguatamente, questi disturbi hanno un impatto negativo a breve, medio e lungo termine sulla salute della donna e del bambino. Le ricerche della LSE dimostrano che l’impatto economico dei problemi di salute mentale perinatale non trattati supera di gran lunga il costo necessario a rendere disponibili servizi di salute mentali adeguati.”
L’indagine, condotta nell’ambito del progetto “Rilevazione dei percorsi preventivi e assistenziali offerti alla donna, alla coppia e ai genitori per promuovere i primi 1000 giorni di vita, anche al fine di individuare le buone pratiche, i modelli organizzativi e gli interventi adeguati”, realizzato con il supporto tecnico e finanziario del Ministero della Salute nell’ambito del bando CCM 2019 e coordinato dal Reparto Salute della Donna e dell’Età Evolutiva del CNaPPS, ISS, ha coinvolto i professionisti sanitari dei 127 DSM nazionali. “Se l’alta partecipazione testimonia l’interesse e la sensibilità dei professionisti dei DSM su questo tema – continua Lega – i risultati segnalano l’urgenza di rendere disponibili nei servizi di salute mentale formazione specifica e personale per la presa in carico dei disturbi mentali perinatali, contribuendo a promuovere la salute di almeno due generazioni”.
«Il Rapporto che la Fondazione GIMBE pubblica periodicamente rappresenta un prezioso spaccato di analisi sulle condizioni e i problemi della sanità in Italia. L’edizione di quest’anno, dedicata alle criticità del sistema sanitario, acquisisce un interesse particolare, ponendosi come sollecitazione all’applicazione dei principi di universalità e uguaglianza sanciti dalla Costituzione. Il Servizio Sanitario Nazionale costituisce, infatti, una risorsa preziosa ed è pilastro essenziale per la tutela del diritto alla salute, nella sua duplice accezione di fondamentale diritto dell’individuo e interesse della collettività. La sua efficienza è frutto, naturalmente, delle risorse dedicate e dei modelli organizzativi applicati, responsabilità, quest’ultima, affidata alle Regioni. Per garantire livelli sempre più elevati di qualità nella prevenzione, nella cura e nell’assistenza, è necessaria la costante adozione di misure sinergiche da parte di tutti gli attori coinvolti».Lo afferma il Presidente della Repubblica Sergio Mattarella nel messaggio inviato in occasione della presentazione – presso la Sala Capitolare del Senato della Repubblica – del 7° Rapporto sul Servizio Sanitario Nazionale (SSN).
«Dati, narrative e sondaggi di popolazione – esordisce Nino Cartabellotta, presidente della Fondazione GIMBE – dimostrano che oggi la vera emergenza del Paese è il Servizio Sanitario Nazionale». Un divario della spesa sanitaria pubblica pro capite di 889 euro rispetto alla media dei paesi OCSE membri dell’Unione Europea, con un gap complessivo che sfiora i 52,4 miliardi; la crisi motivazionale del personale che abbandona il SSN; il boom della spesa a carico delle famiglie (+10,3%); quasi 4,5 milioni di persone che nel 2023 hanno rinunciato alle cure, di cui 2,5 milioni per motivi economici; le inaccettabili diseguaglianze regionali e territoriali; la migrazione sanitaria e i disagi quotidiani sui tempi di attesa e sui pronto soccorso affollati «dimostrano – continua Cartabellotta – che la tenuta del SSN è prossima al punto di non ritorno, che i princìpi fondanti di universalismo, equità e uguaglianza sono stati ormai traditi e che si sta lentamente sgretolando il diritto costituzionale alla tutela della salute, in particolare per le fasce socio-economiche più deboli, gli anziani e i fragili, chi vive nel Mezzogiorno e nelle aree interne e disagiate».
Definanziamento cronico
«La grave crisi di sostenibilità del SSN – afferma Cartabellotta – è frutto anzitutto del definanziamento attuato negli ultimi 15 anni da tutti i Governi, che hanno sempre visto nella spesa sanitaria un costo da tagliare ripetutamente e non una priorità su cui investire in maniera costante: hanno scelto di ridurre il perimetro della tutela pubblica per aumentare i sussidi individuali, con l’obiettivo di mantenere il consenso elettorale, ignorando deliberatamente che qualche decina di euro in più in busta paga non compensano certo le centinaia di euro da sborsare per un accertamento diagnostico o una visita specialistica». Il Fabbisogno Sanitario Nazionale (FSN) dal 2010 al 2024 è aumentato complessivamente di 28,4 miliardi di euro, in media 2 miliardi di euro per anno (figura 1), ma con trend molto diversi.
Nel periodo pre-pandemico (2010-2019) alla sanità pubblica sono stati sottratti oltre 37 miliardi tra “tagli” per il risanamento della finanza pubblica e minori risorse assegnate rispetto ai livelli programmati. Negli anni 2020-2022 il FSN è aumentato di ben 11,6 miliardi, una cifra tuttavia interamente assorbita dai costi della pandemia COVID-19, che non ha permesso un rafforzamento strutturale del SSN né consentito alle Regioni di mantenere in ordine i bilanci. Per gli anni 2023-2024 il FSN è aumentato di 8.653 milioni: tuttavia, nel 2023 1.400 milioni sono stati assorbiti dalla copertura dei maggiori costi energetici e dal 2024 oltre 2.400 milioni sono destinati ai doverosi rinnovi contrattuali del personale. Le previsioni per il prossimo futuro non lasciano intravedere alcun rilancio del finanziamento pubblico per la sanità: infatti, secondo il Piano Strutturale di Bilancio deliberato lo scorso 27 settembre in Consiglio dei Ministri, il rapporto spesa sanitaria/PIL si riduce dal 6,3% nel 2024-2025 al 6,2% nel 2026-2027 (tabella 1). A fronte di una crescita media annua del PIL nominale del 2,8%, nel triennio 2025-2027 il Piano Strutturale di Bilancio stima una crescita media della spesa sanitaria del 2,3% annuo. «Questi dati – spiega Cartabellotta – confermano il continuo e progressivo definanziamento del SSN che non tiene conto dell’emergenza sanità e prosegue ostinatamente nella stessa direzione dei Governi precedenti».
Crescita del peso sulle famiglie
Rispetto al 2022, nel 2023 i dati ISTAT (tabella 2) documentano che l’aumento della spesa sanitaria totale (+4.286 milioni) è stato sostenuto esclusivamente dalle famiglie come spesa diretta (+3.806 milioni) o tramite fondi sanitari e assicurazioni (+553 milioni), vista la sostanziale stabilità della spesa pubblica (-73 milioni). «Le persone – spiega Cartabellotta – sono costrette a pagare di tasca propria un numero crescente di prestazioni sanitarie, con pesanti ripercussioni sui bilanci familiari. Una situazione in continuo peggioramento, che rischia di lasciare l’universalismo del SSN solo sulla carta, visto che l’accesso alle prestazioni è sempre più legato alla possibilità di sostenere personalmente le spese o di disporre di un fondo sanitario o una polizza assicurativa. Che, in ogni caso, non potranno mai garantire nemmeno ai più abbienti una copertura totale come quella offerta dal SSN».
La spesa out-of-pocket – ovvero quella pagata direttamente dai cittadini – che nel periodo 2021-2022 ha registrato un incremento medio annuo dell’1,6% (+5.326 in 10 anni), nel 2023 si è impennata aumentando del 10,3% (+3.806 milioni) in un solo anno (figura 2). «Una cifra enorme – commenta il Presidente – e largamente sottostimata, in quanto arginata da vari fenomeni: la limitazione delle spese per la salute, l’indisponibilità economica temporanea e, soprattutto, la rinuncia alle cure». Infatti, secondo l’ISTAT nel 2023 4,48 milioni di persone hanno rinunciato a visite specialistiche o esami diagnostici pur avendone bisogno, per uno o più motivi: lunghi tempi di attesa, difficoltà di accesso (struttura lontana, mancanza di trasporti, orari scomodi), problemi economici (impossibilità di pagare, costo eccessivo). E per motivi economici nel 2023 hanno rinunciato alle cure quasi 2,5 milioni di persone (4,2% della popolazione), quasi 600.000 in più dell’anno precedente.
Crolla la spesa per la prevenzione
Rispetto al 2022, nel 2023 la spesa per i “Servizi per la prevenzione delle malattie” si riduce di ben 1.933 milioni (-18,6%). «Tenendo conto che la prevenzione – commenta Cartabellotta – è la “sorella povera” del SSN, al quale viene allocato circa il 6% del finanziamento pubblico, tale riduzione rappresenta un’ulteriore spia del sotto-finanziamento che, inevitabilmente, costringe Regioni e Aziende sanitarie a sottrarre risorse ad un settore sì fondamentale, ma considerato differibile. Ma tagliare oggi sulla prevenzione avrà un costo altissimo in termini di salute negli anni a venire, documentando la miopia di queste scelte di breve periodo».
Crisi del personale sanitario
«La sanità pubblica – commenta Cartabellotta – sta sperimentando una crisi del personale sanitario senza precedenti: inizialmente dovuta al definanziamento del SSN e ad errori di programmazione, oggi, dopo la pandemia, è aggravata da una crescente frustrazione e disaffezione per il SSN. Turni massacranti, burnout, basse retribuzioni, prospettive di carriera limitate ed escalation dei casi di violenza stanno demolendo la motivazione e la passione dei professionisti, portando la situazione verso il punto del non ritorno». I dati raccolti da organizzazioni sindacali e di categoria documentano infatti il progressivo abbandono del SSN: secondo la Fondazione ONAOSI, tra il 2019 e il 2022 il SSN ha perso oltre 11.000 medici per licenziamenti o conclusione di contratti a tempo determinato e ANAAO-Assomed stima ulteriori 2.564 abbandoni nel primo semestre 2023. L’Italia dispone complessivamente di 4,2 medici ogni 1.000 abitanti (figura 3), un dato superiore alla media OCSE (3,7), ma sta sperimentando il progressivo abbandono del SSN e carenze selettive: oltre ai medici di famiglia, alcune specialità mediche fondamentali non sono più attrattive per i giovani medici, che disertano le specializzazioni in medicina d’emergenza-urgenza, medicina nucleare, medicina e cure palliative, patologia clinica e biochimica clinica, microbiologia, e radioterapia.
«Ma la vera crisi – continua il Presidente – riguarda il personale infermieristico: nonostante i crescenti bisogni, anche per la riforma dell’assistenza territoriale, il numero di infermieri è largamente insufficiente e, soprattutto, le iscrizioni al Corso di Laurea sono in continuo calo, con sempre meno laureati». Con 6,5 infermieri ogni 1.000 abitanti (figura 4), l’Italia è ben al di sotto della media OCSE (9,8), collocandosi tra i paesi europei con il più basso rapporto infermieri/medici (1,5 a fronte di una media europea di 2,4).
Inoltre, nel 2022 i laureati in Scienze Infermieristiche sono stati appena 16,4 per 100.000 abitanti (figura 5), rispetto ad una media OCSE di 44,9, lasciando l’Italia in coda alla classifica prima solo del Lussemburgo e della Colombia. Per l’Anno Accademico 2024-2025 sono state presentate 21.250 domande per il Corso di Laurea in Scienze Infermieristiche a fronte di 20.435 posti, un dato che dimostra la mancata attrattività di questa professione.
Livelli Essenziali di Assistenza e divario Nord-Sud
Rispetto ai Livelli Essenziali di Assistenza (LEA) – le prestazioni e i servizi che il SSN è tenuto a fornire a tutti i cittadini gratuitamente o dietro il pagamento di un ticket – nel 2022 solo 13 Regioni rispettano gli standard essenziali di cura, con un ulteriore aumento del divario Nord-Sud (figura 6): Puglia e Basilicata sono le uniche Regioni promosse al Sud, ma comunque in posizioni di coda. «Siamo di fronte – commenta Cartabellotta – ad una vera e propria frattura strutturale Nord-Sud nell’esigibilità del diritto alla tutela della salute. A questo quadro si aggiunge la legge sull’autonomia differenziata, che affonderà definitivamente la sanità del Mezzogiorno, assestando il colpo di grazia al SSN e innescando un disastro sanitario, economico e sociale senza precedenti che avrà conseguenze devastanti per milioni di persone».
Mobilità sanitaria e conseguenze economiche
Anche la mobilità sanitaria evidenzia la forte capacità attrattiva delle Regioni del Nord, con i residenti delle Regioni del Centro-Sud spesso costretti a spostarsi in cerca di cure migliori. In particolare nel decennio 2012-2021 le Regioni del Mezzogiorno hanno accumulato un saldo negativo pari a 10,96 miliardi di euro (figura 7). «L’aumento della migrazione sanitaria ha effetti economici devastanti non solo sulle famiglie – aggiunge Cartabellotta – ma anche sui bilanci delle Regioni del Mezzogiorno, che risultano ulteriormente impoverite».
Stato di avanzamento del PNRR
Al 30 giugno 2024 sono stati raggiunti i target europei che condizionano il pagamento delle rate all’Italia. «Tuttavia, effettuata la “messa a terra” dei progetti – spiega il Presidente – la loro attuazione già risente delle diseguaglianze regionali, in particolare tra Nord e Sud del Paese». I risultati preliminari del 4° Monitoraggio Agenas sul DM 77/2022 documentano che, al 30 giugno 2024 sono stati dichiarati attivi dalle Regioni il 19% delle Case di Comunità (268 su 1.421) (tabella 3), il 59% delle Centrali Operative Territoriali (362 su 611) (tabella 4) e il 13% degli Ospedali di Comunità (56 su 429) (tabella 5), con ritardi particolarmente marcati nel Mezzogiorno.
Il target intermedio sulla percentuale di over 65 in assistenza domiciliare è stato raggiunto a livello nazionale e in tutte le Regioni tranne che in tre Regioni del Sud. Al 31 luglio 2024 sono stati realizzati il 52% dei posti letto di terapia intensiva (figura 8) e il 50% di quelli di terapia sub-intensiva (figura 9), con nette differenze regionali. «La Missione Salute del PNRR – chiosa Cartabellotta – è una grande opportunità, che rischia di essere vanificata se non integrata in un piano di rafforzamento complessivo della sanità pubblica: non può e non deve diventare una costosa “stampella” per sorreggere un SSN claudicante. Peraltro, la legge sull’autonomia differenziata va “in direzione ostinata e contraria” agli obiettivi dell’intero PNRR che prevedono di ridurre le diseguaglianze regionali e territoriali. Così facendo, non solo si tradiscono le finalità del PNRR, ma si indebitano le future generazioni per aggravare ulteriormente le disparità nell’accesso alle cure tra Nord e Sud».
«Perdere il SSN – conclude Cartabellotta – non significa solo compromettere la salute delle persone, ma soprattutto mortificarne la dignità e ridurre le loro capacità di realizzare ambizioni e obiettivi. È per questo che la Fondazione GIMBE ha aggiornato il Piano di Rilancio del SSN: un programma chiaro in 13 punti che prescrive la terapia necessaria a salvare il nostro SSN “malato”. Un piano che ha come bussola l’articolo 32 della Costituzione e il rispetto dei princìpi fondanti del SSN e mette nero su bianco le azioni indispensabili per potenziarlo con risorse adeguate, riforme coraggiose e una radicale e moderna riorganizzazione. Per attuare questo piano, la Fondazione GIMBE invoca un nuovo patto politico e sociale, che superi divisioni ideologiche e avvicendamenti dei Governi, riconoscendo nel SSN un pilastro della nostra democrazia, uno strumento di coesione sociale e un motore per lo sviluppo economico dell’Italia. Un patto che chiede ai cittadini di diventare utenti informati e responsabili, consapevoli del valore del SSN, e a tutti gli attori della sanità di rinunciare ai privilegi acquisiti per salvaguardare il bene comune».
«Avevo 14 anni, mia nonna si era ammalata di Parkinson e vedevo che i farmaci che prendeva avevano effetti limitati se non addirittura nulli. Ero a Taranto, non sapevo a chi fare domande di ingegneria biomedica, non c’erano centri di ricerca e quindi ho cominciato a studiare e a fare esperimenti da solo».
È una storia avvincente quella che racconta a TrendSanitàGuido Putignano, che ora di anni ne ha 22 ed è considerato uno dei giovani ricercatori più brillanti del mondo in tema di biologia sintetica con collaborazioni e studi dal Politecnico di Milano, a Cambridge, da Harvard a Zurigo.
«Mi sono avvicinato all’ingegneria biomedica, per cercare di risolvere i problemi complessi di questo secolo, soprattutto quelli legati alla biologia – ci racconta Putignano –. Ho iniziato a capire che spesso i medicinali trattano più i sintomi che la causa delle malattie, specialmente quelle croniche come il Parkinson o i tumori, che sono molto complesse. I farmaci attuali rimangono nel corpo per poche ore, giorni al massimo. Le terapie più avanzate, come gli anticorpi o le terapie cellulari, possono durare settimane o anche anni, con la possibilità di cambiare radicalmente l’approccio, curando la malattia e non solo i sintomi».
Per studiare tutto questo, però, il giovane ricercatore ha dovuto lasciare la Puglia, anche se il legame con Taranto non si è mai interrotto tanto che dall’11 al 13 ottobre Putignano ha fatto in modo che la sua città sul mar Ionio diventi la capitale mondiale della biomedicina con decine di relatori in arrivo da ogni dove, persino dalla NASA, per i Taranto Biotech Days di cui TrendSanità è media partner.
Ma torniamo a qualche anno fa e alla storia di Putignano per capire cos’altro ha in mente per la sua città.
Che tipo di esperimenti faceva a 14 anni?
«Perlopiù per curiosità, cose semplici, come sensori per monitorare il corpo, o piccoli esperimenti meccanici. Non erano certo molecolari, ma servivano a capire il funzionamento di base. E lì ho capito che serviva un approccio ingegneristico per risolvere i problemi biologici. Alla fine, l’ingegnere per definizione risolve problemi, no? Mi ricordo che al quarto anno di liceo provavo a fare tutto da solo, ma non riuscivo a fare quasi nulla anche perché era come stare su un’isola deserta, non conoscevo nessuno che potesse guidarmi o darmi un riscontro».
Dove faceva questi esperimenti, in un laboratorio scolastico?
«No, a casa. Avevo messo insieme un piccolo laboratorio. Giravo per negozi, raccoglievo pezzi e costruivo quello che mi serviva. Facevo prove su prove, un po’ alla cieca. E questo spirito di curiosità è rimasto, anche se adesso, finalmente, ho trovato un ecosistema che mi supporta. Poi, verso la fine del liceo, ho iniziato a concentrarmi su attività ingegneristiche e di ricerca, soprattutto online. La cosa bella di Internet è che quello che prima potevi fare solo a Los Angeles o San Francisco, ora lo puoi fare ovunque, anche a Taranto. Ho iniziato a fare coding e ad approfondire le nuove tecnologie, come la realtà virtuale e sintetica. Cinque, sei anni fa erano quasi sconosciute, ora sono temi comuni».
Guido Putignano
E poi immagino che all’università tutto questo si sia incanalato verso la ricerca vera e propria, giusto?
«Esatto, dal gioco si è passati alla realtà. Al secondo anno di università ho vinto una borsa di studio molto competitiva per fare ricerca in laboratorio. Ho lavorato a Zurigo e ho presentato i miei risultati a Cambridge. Quello studio era sugli organoidi cerebrali, cioè cellule che si dispongono in 3D per simulare un organo. In futuro, potrebbero essere usati per testare farmaci specifici su misura del paziente. Poi ho lavorato su tecniche di ingegneria cellulare, in particolare sulle CAR-T cells, cellule ingegnerizzate con una proteina che le rende molto efficaci contro i tumori. Successivamente, ho fatto un progetto con Harvard sul cellular programming, cioè come trasformare un fibroblasto in una cellula staminale. È importante per capire come migliorare le terapie e ridurre i costi. Con approcci computazionali siamo riusciti a migliorare il tasso di successo della trasformazione cellulare di oltre il 40%, riducendo così i costi delle terapie di quasi 50 volte».
E così arriviamo all’evento di Taranto?
«L’evento non vuole esaurirsi in tre giorni. Nasce dal bisogno di creare un ecosistema di ricerca sostenibile. La città ha ricevuto dei fondi europei per fare un centro di ricerca, ma senza un contesto adeguato rischia di essere una “cattedrale nel deserto”. L’obiettivo è creare un luogo di incontro locale, nazionale e internazionale per discutere delle nuove frontiere tecnologiche e fare innovazione sul territorio. Abbiamo iniziato in pochi, ma ora siamo un team di 120 persone, tutte mosse dalla voglia di cambiare le cose».
Lunedì 7 ottobre la Commissione, mediante l’Autorità europea per la preparazione e la risposta alle emergenze sanitarie (HERA) e la Banca europea per gli investimenti, ha firmato un accordo da 20 milioni di € con la società biofarmaceutica francese Fabentech. Ciò aiuterà l’azienda a sviluppare e diffondere medicinali ad ampio spettro al fine di combattere le minacce biologiche per la salute pubblica.
L’analisi delle minacce condotta dall’HERA ha dimostrato l’importanza di sviluppare la piattaforma tecnologica di Fabentech, basata sulla produzione di frammenti di anticorpi policlonali ad ampio spettro che riconoscono e neutralizzano gli agenti patogeni e le tossine nel corpo umano. Grazie alle sue capacità integrate di ricerca e sviluppo e di bioproduzione, Fabentech intende sviluppare e produrre rapidamente nuove immunoterapie, in modo da migliorare l’efficacia della risposta alle emergenze di sanità pubblica.
Primo accordo del genere nell’ambito di HERA Invest: ne seguiranno altri per rispondere a minacce sanitarie prioritarie in Europa
L’accordo odierno è il primo nel suo genere nell’ambito di HERA Invest. Sono in fase di preparazione ulteriori investimenti con altre imprese europee, che permetteranno di stimolarel’innovazione per rispondere a minacce sanitarie prioritarie quali patogeni ad alto potenziale pandemico, minacce chimiche, biologiche, radiologiche e nucleari (CBRN) e resistenza agli antibiotici. Iniziativa faro dell’Autorità europea per la preparazione e la risposta alle emergenze sanitarie, HERA Invest è un’integrazione di 100 milioni di € al programma InvestEU finanziato dal programma EU4Health, che in ultima analisi mira a proteggere i cittadini dalle minacce per la salute.
Nel 2022 l’Autorità europea per la preparazione e la risposta alle emergenze sanitarie, insieme agli Stati membri, ha individuato tre specifiche minacce per la salute ad alto impatto alle quali è fondamentale prepararsi a rispondere. Per garantire la disponibilità e l’accessibilità delle contromisure mediche, l’HERA sostiene lo sviluppo, la capacità di produzione e l’espansione della produzione, dell’approvvigionamento e della potenziale costituzione di scorte di medicinali, strumenti diagnostici, dispositivi medici e dispositivi di protezione individuale, nonché di altre contromisure mediche. In quest’ottica l’HERA ha collaborato con la Banca europea per gli investimenti per predisporre HERA Invest.
Il Nobel per la Medicina è stato assegnato agli americani Victor Ambros e Gary Ruvkun per la scoperta del microRNA, piccole molecole di RNA che hanno un ruolo centrale nella regolazione dei geni.
Le anomalie presenti nel microRNA possono giocare un ruolo importante in malattie come i tumori, o in difetti congeniti dell’udito, della vista o dello scheletro.
Victor Ambros, 71 anni, insegna Scienze naturali alla University of Massachusetts Medical School. Nato nel 1953 negli Stati Uniti, ad Hanover (New Hampshire) ha studiato al Massachusetts Institute of Technology, dove è rimasto anche dopo il conseguimento del dottorato, e nel 1985 si è trasferito all’Università di Harvard. Dal 1992 al 2007 ha insegnato nella Dartmouth Medical School poi alla University of Massachusetts Medical School, dove lavora attualmente.
Gary Ruvkun, insegna genetica all’Università di Harvard. Nato nel 1952 negli Stati Uniti, a Berkeley (California), ha conseguito il dottorato all’Università di Harvard nel 1982 e ha proseguito il lavoro di ricerca al Massachusetts Institute of Technology, dove ha lavorato dal 1982 al 1985 e poi è stato ricercatore Massachusetts General Hospital e all’ Harvard Medical School, dove insegna attualmente.
Fabrizio D’Adda di Fagagna, dell’Istituto di genetica molecolare del Consiglio nazionale delle ricerche di Pavia (Cnr-Igm) e IFOM Ets, commenta così questa assegnazione: «I microRNA (miRNA) sono noti ora per essere coinvolti in pressoché ogni aspetto della fisiologia della cellula e in moltissime patologie. Per questo motivo sono considerati sia un potenziale farmaco che un potenziale target di interventi terapeutici. In questo senso si collocano all’interno delle terapie dell’RNA.
Il premio Nobel a Gary Ruvkun e Victor Ambros premia il lavoro di due scienziati entrambi operanti negli Stati Uniti che ha portato alla scoperta dei RNA corti detti microRNA, inizialmente nell’umile verme Caenorabditis elegans, ma poi studiati in varie specie viventi, compreso l’uomo.
I miRNA sono degli RNA che non codificano per delle proteine. Piuttosto modulano la loro espressione. In questa maniera, i miRNA possono orchestrare l’espressione di diversi geni, fornendo cosi un ulteriore livello trasversale di controllo della funzione dei geni».
Sempre più spesso i media mostrano immagini di disastri climatici: inondazioni, laghi che si prosciugano, ghiacciai che si sciolgono, mentre i leader mondiali sembrano reagire in modo lento e incerto. Non sorprende che i giovani si sentano sempre più angosciati per il futuro. Una crescente preoccupazione che si riflette perfino nelle ricerche su Internet: secondo l’agenzia di stampa Grist, nel 2021 le ricerche su Google per “ansia climatica” sono aumentate del 565%.
L’American Psychological Association descrive l’eco-ansia come “una paura cronica di una catastrofe ambientale”, che può esprimersi con un lieve stress fino a veri e propri disturbi clinici. Del resto anche l’OMS evidenzia come il cambiamento del clima stia diventando una minaccia sempre più concreta per la salute mentale e il benessere sociale.
Un sondaggio pubblicato su Lancet Planetary Health nel 2021, che ha coinvolto oltre 10.000 giovani tra i 16 e i 25 anni, ha rivelato che il 60% degli intervistati è molto preoccupato per il clima e quasi la metà afferma che questa ansia influenza la loro vita quotidiana.
Molti giovani si sentono impotenti e delusi dalle generazioni più anziane che non stanno facendo abbastanza per affrontare la crisi. Si sentono intrappolati in una specie di “ingiustizia intergenerazionale”.
Ne parlano a TrendSanità Vittoria Ardino, Professore di Psicologia delle emergenze e del trauma presso l’Università di Urbino “Carlo Bo”, Simona Frassone, Presidente di ScuolaAttiva onlus, e Luca Cavalieri, attivista di Extinction Rebellion.
Eco-ansia, cambiamenti climatici e salute mentale
Vittoria Ardino
«Negli ultimi anni, il cambiamento climatico ha avuto un impatto sempre più evidente sulle nostre vite, portando a una maggiore consapevolezza –, spiega Ardino. Per questo di parla sempre più spesso di eco-ansia, un fenomeno legato all’anticipazione di un futuro incerto dovuto alla crisi del clima.
Non è solo una semplice preoccupazione a lungo termine, ma una risposta emotiva complessa e articolata a un futuro che appare minaccioso, soprattutto a causa di eventi climatici estremi sempre più frequenti.
Non si tratta solo di paura dell’avvenire: è un’ansia spesso associata a una percezione di impotenza e mancanza di speranza, che può influire sulla salute mentale in diversi modi.
Vivere in uno stato di allerta costante, nel tentativo di controllare un futuro incerto, impedisce di concentrarsi sul presente, limita l’energia psichica per affrontare la vita quotidiana e ostacola la capacità di regolare le emozioni. In questo modo è più difficile mantenere la calma e la sensazione di sicurezza.
Inoltre, l’eco-ansia può aggravarsi quando interagisce con altri fattori di stress, come i conflitti globali, che peggiorano il senso di incertezza e di paura, soprattutto nelle persone più vulnerabili».
Media e social network
«Per i giovani, l’eco-ansia è una sfida notevole, – continua Ardino – che influenza la loro visione del domani e le decisioni importanti, come avere figli. Già colpiti dalla pandemia di COVID-19, che ha minato la loro capacità di progettare il futuro, molti giovani si sentono ora ancora più incerti.
Un senso di impotenza e preoccupazione che ha alimentato il movimento giovanile per il clima, con figure come Greta Thunberg che rappresentano un modo per trasformare la frustrazione in azione, per incanalare la rabbia nei confronti delle generazioni precedenti, responsabili di lasciare in eredità un pianeta in crisi.
I media e i social network giocano un ruolo sempre crescente nella diffusione della consapevolezza sul cambiamento climatico e sull’eco-ansia
È fondamentale trovare un equilibrio: se da un lato è necessario sensibilizzare e informare la popolazione sui problemi legati al cambiamento climatico, dall’altro bisogna evitare un eccesso di allarmismo che può alimentare l’ansia.
Un’informazione chiara, accurata e basata sui dati è essenziale. Spesso si comunica la crisi climatica come un fenomeno distante o come qualcosa che non ci riguarda direttamente e che può favorire un atteggiamento di evitamento. I media hanno la responsabilità di spiegare in modo chiaro e accurato la realtà, senza sminuire né esagerare».
Eco-ansia nei bambini italiani: il 95% teme per il futuro del pianeta
Preoccupazione, tristezza, rabbia: sono solo alcune delle emozioni descritte dai bambini sul futuro del pianeta.
Un recente studio italiano ha rivelato che il 95% dei bambini è preoccupato per l’ambiente e il 40% ha fatto brutti sogni legati al cambiamento climatico, al punto da avere difficoltà a dormire o a mangiare. Questo studio, condotto nell’ambito del progetto “A Scuola di Acqua” di Scuolattiva Onlus e supervisionato dall’Università di Pavia, ha coinvolto circa 1.000 bambini tra i 5 e gli 11 anni.
Simona Frassone
«La ricerca, – ci dice Frassone – ha mostrato che i bambini sono consapevoli dei problemi ambientali e del cambiamento climatico: quasi il 97% crede di poter fare la differenza attraverso piccoli gesti quotidiani, dimostrando una volontà di contribuire attivamente alla tutela del pianeta.
Abbiamo anche confrontato le risposte dei bambini con quelle delle loro insegnanti, più scettici sulla possibilità di portare avanti un vero cambiamento. È un divario che deve far riflettere sull’importanza dell’educazione ambientale e sul modo in cui parliamo ai bambini di questi temi, sul linguaggio che usiamo. I bambini, anche quelli non esposti a calamità, percepiscono il cambiamento climatico attraverso ciò che vedono e ascoltano dagli adulti e dai media.
Non è tutto perduto, anzi i bambini ci hanno indicato la via per il cambiamento
È quindi fondamentale il modo in cui comunichiamo e comunicheremo l’emergenza climatica. Termini come “bomba d’acqua” sono negativi e allarmisti. Serve il giusto equilibrio tra allerta e speranza, affinché le nuove generazioni non crescano solo con la paura, ma con la consapevolezza che il cambiamento è possibile, anche grazie al contributo del singolo.
La scuola può svolgere un ruolo decisivo, a patto che non si trasmetta sfiducia ai bambini. È vero che lasciamo in eredità un mondo in difficoltà, ma è doveroso mostrare la strada per migliorare la situazione».
Azione collettiva: può alleviare l’eco-ansia?
Il cambiamento climatico sta influenzando sempre più la vita dei giovani, anche se la percezione del problema è diversa, varia in base a come è elaborato e alla centralità che assume nei valori e riferimenti culturali dei ragazzi.
È quanto ci dice Cavalieri, attivista di Extinction Rebellion: «Alcuni giovani sono molto sensibili alla questione, mentre altri lo sono meno. Una variabile importante è l’ottimismo: chi è più ottimista, tende a distogliere l’attenzione dalle informazioni negative, mentre i pessimisti ne sono maggiormente influenzati. Ma, indipendentemente dalle differenze individuali, il cambiamento climatico incide ormai profondamente sul benessere psicologico dei giovani.
Oggi affrontiamo sfide senza precedenti e la crisi climatica è una di queste. La percezione del problema dipende sicuramente dalla sensibilità personale e dal livello di consapevolezza: per alcuni, un’estate calda può sembrare solo un disagio temporaneo, mentre per altri può rappresentare una minaccia esistenziale.
Coinvolgere giovani e adulti in attività collettive può aiutare a canalizzare la paura in energia positiva e in un impegno concreto
Nella nostra esperienza, la consapevolezza sta crescendo, ma c’è ancora molta polarizzazione. Molti si sentono impotenti e spesso l’attivismo dell’età universitaria si affievolisce con l’ingresso nel “mondo degli adulti”, dove le preoccupazioni ambientali sono messe da parte per fare spazio alle sfide quotidiane, come il lavoro e la stabilità economica. Si crea così una sorta di conflitto tra l’urgenza di agire e le esigenze della vita».
«Per affrontare l’eco-ansia in modo costruttivo, – interviene Ardino – serve anche promuovere la consapevolezza emotiva e il dialogo tra generazioni. L’attivismo è una strada, ma è altrettanto importante sviluppare strategie che trasformino le emozioni in azioni reali, mantenendo un equilibrio tra consapevolezza e speranza».
Niente figli e locus of control
«Molti giovani stanno iniziando a mettere in dubbio un istinto così primitivo come quello della riproduzione a causa del cambiamento climatico, anche se non ci sono dati certi a riguardo – prosegue Cavalieri.
Ma non è l’unico fattore: le crisi economiche e i conflitti in corso generano un panorama psicologicamente complesso. La sicurezza economica di oggi non è paragonabile a quella delle generazioni precedenti e ciò influisce sulla visione del futuro.
Trasformare l’eco-ansia in uno strumento di attivismo può essere una soluzione. Molti giovani si avvicinano ai movimenti climatici perché vogliono trasformare il loro disagio in azioni concrete. Movimenti come Extinction Rebellion, accolgono queste preoccupazioni, cercando di trasformarle in energia positiva. L’idea è non fermarsi alla preoccupazione, ma agire.
L’attivismo climatico non è solo per i giovani. Coinvolgere persone di tutte le età è fondamentale per creare un movimento inclusivo e veramente efficace
Il concetto di locus of control è fondamentale: quando ci sentiamo impotenti, è difficile immaginare di fare qualcosa. Ma unirsi ad altre persone che condividono le stesse preoccupazioni, può dare un maggiore senso di controllo e capacità d’azione. Attivarsi e unirsi agli altri è un modo per sentirsi più forti.
Anche cambiare le abitudini quotidiane può aiutare a ridurre l’eco-ansia, ma è bene non illudersi che piccoli gesti siano sufficienti ad affrontare una crisi globale. Le decisioni più importanti sono prese a livelli molto più alti e per un vero cambiamento è necessaria una mobilitazione collettiva. Anche se cambiare le proprie abitudini, può essere un modo per concretizzare i propri valori, viverli nella quotidianità, cosa che può farci sentire più integri.
Come movimento, evitiamo di impostare il tema ambientalista sui consumi individuali, poiché ogni abitudine ha una propria storia che non ci permettiamo di giudicare; diversamente, si innescherebbe un effetto polarizzante che potrebbe facilmente distogliere dal vero problema: l’irresponsabilità dei sistemi economici e politici di fronte all’emergenza climatica ed ecologica».
Una grande sfida per il futuro della salute, il Think Tank – La Salute che vorrei: quale percorso per la Sanità del futuro, l’evento, giunto alla sua seconda edizione, che si è svolto in questi giorni a Roma, alla Galleria del Cardinale Colonna, e che ha visto un confronto tra i massimi esperti del mondo istituzionale della salute con l’intervento del Ministro della Salute, Orazio Schillaci, seguito da Alessio Butti, Sottosegretario di Stato alla Presidenza del Consiglio con delega all’Innovazione, Francesco Zaffini, Presidente 10ª Commissione Affari sociali, sanità, lavoro pubblico e privato, previdenza sociale – Senato della Repubblica e Gian Marco Centinaio, Vicepresidente del Senato della Repubblica, insieme a diversi stakeholder della salute, del sistema sanitario a livello nazionale. Attori impegnati nella sanità italiana – società scientifiche, professionisti clinici, della formazione e non solo – si sono confrontati sulle conoscenze del mondo medico per assicurare ai cittadini una migliore qualità di cura. L’obiettivo è quello di rafforzare il Servizio sanitario nazionale, facendo rete tra i diversi attori coinvolti e consolidando l’assetto territoriale per far nascere un nuovo modello di sanità con il supporto della digitalizzazione. Una sanità di prossimità, che arriva anche a domicilio.
La prevenzione è un investimento necessario per favorire un invecchiamento sano e attivo lungo tutto l’arco della vita e per dare sostenibilità al Servizio sanitario nazionale. È l’unica vera strategia perseguibile sulla quale il governo è fortemente impegnato anche nei consessi internazionali, considerato che già adesso l’Italia deve fare i conti con una popolazione italiana sempre più anziana e di cui prendersi cura. In questo percorso si inseriscono i risultati che vanno consolidandosi sul piano dell’innovazione con investimenti del PNRR per rafforzare la sanità di prossimità e territoriale e per la digitalizzazione del Servizio sanitario nazionale. In particolare, latelemedicina, il Fascicolo SanitarioElettronico e l’impiegodell’intelligenza artificiale in campo sanitario costituiscono le basi del lavoro che si sta facendo per potenziare questi strumenti che già oggi sono rivoluzionari e stanno cambiando il modo di approcciarsi alla sanità, per erogare prestazioni sanitarie e per relazionarsi con i medici. Si tratta di un cambiamento epocale che coinvolge tutti, dai sanitari ai cittadini, e che ha iniziato a far parte ormai della nostra quotidianità. In questo senso, la giornata del Think Tank ha permesso di avere una visione complessiva su sanità, investimenti e tutela della salute dei cittadini. La politica si è interfacciata con chi opera quotidianamente nel mondo della salute, acquisendo informazioni e creando una rete tra stakeholder, quali, ad esempio, AGENAS, AIFA, Farmindustria, Confindustria e gli Ordini Professionali, per offrire un nuovo modello di sanità.
Tra i temi affrontati, la fuga dei cervelli e la possibilità oggi di venire a conoscenza quasi in tempo reale di tecnologie innovative che possono trovare immediata applicazione. Il fatto che la politica, come emerso al Think Tank, abbia carpito immediatamente l’importanza di sviluppare nuove tecnologie è un passo avanti decisivo. Questo potrà permettere ai giovani di rimanere in Italia. Risorse umane e intelletti che rimangono sul territorio aiuteranno a sviluppare le tecnologie nel nostro Paese come invece non avveniva in passato. L’eccellenza nella medicina significa anche eccellenza nella ricerca e nello sviluppo.
“La giornata di confronto sul presente e soprattutto sul futuro del nostro sistema sanitario, nell’ambito del Think Tank svoltosi in questi giorni a Roma, è stata l’occasione per ribadire l’impegno da parte del Ministero della Salute nel rilanciare il Servizio sanitario nazionale. In questo periodo abbiamo posto le basi per risolvere e superare tante annose questioni che investono la sanità pubblica. Sono aumentate le risorse per il Fondo Sanitario Nazionale e da gennaio verrà tolto il tetto di spesa per le assunzioni del personale sanitario. Stiamo lavorando sulla prossima legge di bilancio con il chiaro obiettivo di finalizzare le risorse per assumere più personale e soprattutto per pagare meglio gli operatori che rimangono nel Servizio sanitario nazionale. Per garantire la migliore assistenza possibile ai cittadini da poco è diventato legge il decreto per l’abbattimento delle liste d’attesa. Con lo sguardo rivolto al futuro, prevenzione e innovazione rappresentano le priorità strategiche per rendere il Servizio sanitario nazionale sempre più moderno, equo e sostenibile” – ha dichiarato Orazio Schillaci, Ministro della Salute.
“Stiamo lavorando molto sulla digitalizzazione dei servizi sanitari perché riteniamo che velocizzare la risposta al paziente sia fondamentale. In questo modo, grazie alla tecnologia, possiamo anche migliorare l’efficienza delle cure e delle terapie e l’efficacia del servizio. Ad esempio, sull’efficienza delle cure e delle terapie noi insistiamo moltissimo, non solo sugli ospedali virtuali, che alleggerirebbero gli ospedali che sono sovraffollati o i pronto soccorso, ma consentirebbero anche ai pazienti di poter essere visitati e curati mentre sono comodamente a casa propria. Anche sotto il profilo culturale questa è certamente una conquista. Il Fascicolo Sanitario Elettronico si basa esclusivamente sull’impostazione tecnologica e la valorizzazione del dato. Con la distinzione tra dati amministrativi, dati sanitari e dati clinici finalmente possiamo capire come intervenire, attraverso il sistema degli alert, quando lo screening di un paziente mostra dei livelli che sono alterati. Immediatamente il medico da remoto verifica, controlla, interviene e aggiusta anche la terapia. Questo è il punto fondamentale. Il tema è quello della telechirurgia, per cui, poter intervenire su un paziente che è ricoverato a Milano da New York è fondamentale, e per far questo dobbiamo dotarci di un’importante connettività e soprattutto del 5G” – ha spiegato Alessio Butti, Sottosegretario alla Presidenza del Consiglio con delega all’innovazione tecnologica.
“La prevenzione, come Rita Levi-Montalcini ha sostenuto a più riprese, è finalizzata a dare più vita ai giorni e non più giorni alla vita. Prevenire quindi è fondamentale per il paziente; il paziente deve essere ben informato, ed ecco che la prevenzione è anche e soprattutto comunicazione. Se il paziente è tranquillo, se il paziente è ben edotto su quali sono le modalità di prevenzione a cui può approcciarsi può veramente avere salva la vita. Ed è questo l’obiettivo del Ministro Orazio Schillaci che vuole rendere una sanità più vicina al cittadino e, per renderla più vicina al cittadino, il cittadino deve essere tranquillo, deve iniziare a fidarsi del sistema salute. Prevenire è anche importante utilizzando le nuove tecnologie, ed ecco che l’innovazione tecnologica, la robotica, l’intelligenza artificiale è fondamentale come braccio operativo della prevenzione, per una medicina che è sempre più di precisione ed è personalizzata, perché la medicina non è solo cura ma è soprattutto prevenzione, prima di arrivare laddove non si riesce ad avere una vera e propria cura della malattia” – ha precisato Maria Rosaria Campitiello, Capo Dipartimento della Prevenzione, della Ricerca e delle Emergenze Sanitarie del Ministero della Salute.
“Uno degli obiettivi che ci siamo proposti di raggiungere quest’anno è la definizione di un piano sanitario nazionale che si colleghi con tutti i provvedimenti che già sono stati introdotti in questi due anni, primo fra tutti il decreto liste d’attesa, dove finalmente abbiamo una strutturazione del sistema in maniera tale da permettere, una volta a regime, di ridurre fortemente le liste d’attesa e di dare la possibilità ai pazienti – grazie all’integrazione pubblico-privato – di non dover attendere nel momento in cui hanno bisogno di accedere a una prestazione. Il decreto prevede un monitoraggio e un’incentivazione a usufruire delle prestazioni a livello territoriale, ambulatoriale e domiciliare. Il ruolo del medico anche di medicina generale è integrato con gli specialisti, soprattutto perché l’obiettivo è far sì che non sia il paziente a doversi muovere ma che al contrario possa accedere alle prestazioni nel territorio di residenza. Un altro aspetto fondamentale e dirimente è quello riguardante il personale sanitario. È in programma un piano triennale di assunzioni molto importante del personale sociosanitario all’interno del sistema sanitario, accompagnato anche da agevolazioni che possano permettere una remunerazione più conveniente per attrarre nuovamente personale sanitario all’interno del Servizio sanitario nazionale”– ha commentato Francesco Saverio Mennini, Capo Dipartimento della programmazione, dei dispositivi medici, del farmaco e delle politiche in favore del SSN del Ministero della Salute.
“Istituiremo un comitato scientifico di esperti, che possa, come già fatto per la ‘Terra dei Fuochi’, avere un approccio ‘One Health’ alla salute, attivando programmi di prevenzione specifici. Un approccio autonomo puramente scientifico immune da qualsiasi tipo di influenze. Attraverso un metodo interdisciplinare e collaborativo, possiamo affrontare le sfide attuali e future, identificare le migliori pratiche e promuovere il cambiamento positivo. Ci impegniamo a collaborare per la prevenzione e la salute pubblica, e per sviluppare strategie efficaci per affrontare le sfide emergenti. Mettiamo in comune le nostre conoscenze, le nostre esperienze e le nostre idee al fine di costruire un futuro più sano e prospero per tutti.
La medicina preventiva rappresenta un approccio fondamentale per preservare la salute e prevenire le malattie. Attraverso interventi mirati a identificare e affrontare i fattori di rischio, la medicina preventiva cerca di ridurre l’incidenza delle malattie croniche e migliorare la qualità della vita delle persone. Questo approccio si basa sull’importanza della prevenzione primaria, che comprende la promozione di stili di vita sani, la vaccinazione, lo screening e la diagnosi precoce delle patologie” – ha dichiarato Antonio Giordano, presidente Sbarro Institute e professore alla Temple University Usa.
Pochi giorni dopo la pubblicazione dell’AI Act nella Gazzetta Ufficiale dell’Unione Europea e l’avvio delle audizioni in Commissione presso il Senato della Repubblica riguardanti il Disegno di legge sull’intelligenza artificiale, è stata divulgata la Strategia Italiana per l’Intelligenza Artificiale 2024-2026. Questo documento, elaborato da un comitato di esperti, ha lo scopo di assistere il Governo nella definizione delle normative nazionali e delle strategie relative all’Intelligenza Artificiale (IA). Fra i settori e ambiti di applicazione identificati dalla Strategiaspicca la salute, intesa nella sua accezione di “one health” (ricomprendendo quindi le tecnologie digitali di IA in ambito medico, prevenzione, stili di vita, cura delle persone più fragili).
Sono circa 600 i brevetti in AI e poco più di 350 le start-up di IA fondate a partire dal 2017, dato che ci colloca quale fanalino di coda in Europa
La SIIAM, Società Italiana Intelligenza Artificiale in Medicina, ha accolto positivamente il documento, considerando essenziale che l’Italia si doti di un programma strutturato e coordinato. Secondo SIIAM, un primo aspetto lodevole della Strategia è la presenza di una sezione dedicata alla ricerca, sia fondamentale, sia applicata. Si propone di rafforzare gli investimenti in questo settore, promuovendo la creazione di competenze e tecnologie specificamente adattate al contesto italiano, in linea con i principi di affidabilità e responsabilità propri dei paradigmi europei. La Strategia mira a mantenere e rafforzare l’impatto dell’accademia italiana nel panorama internazionale, incoraggiando la collaborazione tra diverse discipline e settori.
Si prevede inoltre di sostenere iniziative di ricerca applicata attraverso partenariati pubblico-privati, con l’obiettivo di avere un impatto concreto sul tessuto produttivo e imprenditoriale italiano. Inoltre, SIIAM condivide l’attenzione che viene posta sulla ricerca applicata e sui partenariati pubblico-privati, che potrebbe favorire una rapida trasformazione delle innovazioni in soluzioni concrete per l’industria e la società. Tuttavia, un punto critico potrebbe essere la mancanza di dettagli specifici su come verranno allocate le risorse per la ricerca e su come si garantirà un equilibrio tra ricerca fondamentale e applicata.
Infatti, un punto fondamentale su cui si concentra la Strategia è proprio la necessità di sviluppare progetti coordinati che favoriscano la collaborazione tra le imprese e le università. È la stessa Strategia a descrivere questo grande problema del nostro Paese: a fronte di un ecosistema estremamente dinamico nell’ambito dell’Università e della ricerca, le ricadute delle applicazioni dell’IA sul tessuto produttivo e imprenditoriale restano ancora piuttosto limitate. Infatti, solo il 15% delle piccole e medie imprese (PMI) italiane ha avviato un progetto pilota di IA nel 2022, mentre sono circa 600 i brevetti in AI e poco più di 350 le start-up di IA fondate a partire dal 2017, dato che ci colloca quale fanalino di coda in Europa. Secondo la SIIAM, la sfida italiana resta quindi quella di connettere il mondo accademico con quello imprenditoriale, agevolando lo sviluppo delle imprese, anche delle più piccole, e facendo in modo che la ricerca universitaria sia fonte ispiratrice di nuove idee e sperimentazioni che poi possano avere ricadute concrete sulle imprese. SIIAM monitorerà attentamente l’implementazione di queste azioni, ritenendole prioritarie per il rilancio dell’economia e dell’innovazione nel nostro Paese.
Occorrono azioni più incisive sui “foundation models” pre-addestrati su grandi quantità di dati, utilizzabili come base per molteplici applicazioni in diversi domini e particolarmente nel campo della salute
Un’area che invece secondo la SIIAM avrebbe bisogno di azioni più incisive è quella dello sviluppo dei foundation models, modelli di intelligenza artificiale pre-addestrati su grandi quantità di dati, utilizzabili come base per molteplici applicazioni in diversi domini e particolarmente nel campo della salute. Nella sezione dedicata viene infatti rilevato come l’Italia non sia competitiva e, anzi, come siano necessari forti investimenti pubblici e privati per potersi avvicinare ai livelli di Paesi come la Germania e la Gran Bretagna. È inoltre auspicabile che vengano incoraggiati i partenariati tra attori pubblici e privati che creino sinergie mirate esclusivamente al beneficio comune. Vengono poi identificati diversi fattori fondamentali da tenere in considerazione nella progettazione dei foundation models per assicurare la protezione dei dati e della privacy, così come la tutela dei diritti umani. Tuttavia, sarebbe utile identificare, oltre alle normative necessarie a proteggere i cittadini e i loro dati sensibili, quali ulteriori misure e policy possano essere messe in atto per favorire un ecosistema innovativo nel suo complesso proprio a partire dal trattamento e dall’uso dei dati.
Inoltre, per SIIAM è fondamentale ricordare come il digital divide rappresenti una delle sfide più rilevanti per l’Italia, soprattutto nel contesto della Strategia per l’IA. Infatti, nonostante i progressi tecnologici, il Paese continua a mostrare un preoccupante divario nell’accesso e nella diffusione delle competenze digitali di base, con conseguenze tanto a livello territoriale quanto sociale. Attualmente, solo il 45,6% della popolazione possiede competenze digitali minime, collocando l’Italia tra gli ultimi posti in Europa. Questo divario non riguarda solo i cittadini che usufruiscono dei servizi digitali, ma anche le aziende e i professionisti, in particolare nel settore sanitario.
La disuguaglianza è ancora più marcata tra Nord e Sud e tra aree rurali e urbane, con il Mezzogiorno che soffre maggiormente la mancanza di infrastrutture e competenze tecnologiche rispetto alle Regioni settentrionali. Per evitare che questo divario aumenti ulteriormente, è essenziale che i programmi di formazione siano diffusi in modo uniforme su tutto il territorio nazionale, concentrandosi sulle aree più svantaggiate. Solo interventi trasversali e coordinati possono garantire una transizione digitale inclusiva, capace di offrire pari opportunità a tutti, indipendentemente dalla localizzazione geografica. Inoltre, la maggior parte delle soluzioni di intelligenza artificiale per il settore sanitario approvate dalla Commissione Europea non è stata sviluppata da aziende italiane. Questo implica che, adottando tali sistemi, si utilizzano tecnologie non progettate specificamente per le esigenze del nostro sistema sanitario e delle imprese italiane. Diventa quindi fondamentale finanziare e promuovere la ricerca e la progettazione di sistemi di IA italiani, realizzati su misura per le necessità delle aziende del nostro territorio, al fine di garantire soluzioni più efficaci e adeguate alle specificità del contesto italiano.
In conclusione, la Strategia Italiana per l’Intelligenza Artificiale 2024-2026 rappresenta un passo decisivo verso la valorizzazione del potenziale dell’IA nel nostro Paese, in particolare nel settore sanitario. Tuttavia, per trasformare questa visione in realtà, sarà cruciale affrontare con determinazione alcune sfide chiave. Il digital divide, il mancato raccordo tra il mondo accademico e quello imprenditoriale, e la scarsa competitività nello sviluppo dei foundation models richiedono interventi mirati e immediati. Investimenti significativi, politiche di formazione capillari e un sostegno concreto alla ricerca e allo sviluppo di soluzioni di IA progettate su misura per le esigenze italiane saranno fondamentali.
Il successo di questa Strategia dipenderà dalla capacità di promuovere una collaborazione efficace tra imprese, università e istituzioni pubbliche, incentivando partenariati pubblico-privati che non solo stimolino l’innovazione, ma garantiscano anche il rispetto dei diritti umani e la protezione dei dati. Solo attraverso un approccio inclusivo e coordinato, che consideri le peculiarità territoriali e colmi le disuguaglianze esistenti, l’Italia potrà affermarsi come leader nell’era dell’intelligenza artificiale. In questo modo, il Paese potrà sfruttare pienamente le opportunità offerte da queste tecnologie, assicurando benefici diffusi per l’economia, la società e il benessere collettivo.
Le opinioni espresse nel presente articolo appartengono ai soli autori e alla SIIAM
e non riflettono necessariamente la posizione ufficiale di ulteriori enti di appartenenza.
Come si costruiscono scenari e previsioni per quanto riguarda le malattie infettive? Nell’epoca dei big data e dell’intelligenza artificiale potrebbe sembrare un’operazione banale, ma non è proprio così.
Da quasi due decenni l’ISI Foundation di Torino si occupa, tra le altre cose, di sviluppare modelli di predizione e analisi per le malattie infettive, con un focus sull’influenza stagionale.
Negli ultimi 12 mesi, grazie a una collaborazione con l’European Centre for Disease Prevention and Control (ECDC), sono nate due piattaforme che forniscono previsioni e scenari per le malattie infettive a livello europeo.
Capire l’evoluzione delle malattie grazie ai dati
Daniela Paolotti
«Negli ultimi anni stiamo assistendo alla circolazione di una serie di malattie infettive presenti tutto l’anno e con cui ci si deve confrontare sia dal punto di vista dei modelli che dal punto di vista dei dati – afferma a TrendSanitàDaniela Paolotti, Senior Research Scientist di ISI Foundation, che sarà presente sul palco di Health for Dreamers -. Quindi non solo l’influenza stagionale, ma anche Covid-19, Dengue e altre malattie di cui abbiamo i vettori sul nostro territorio».
Da qui l’esigenza di capire l’evoluzione a breve e medio termine di queste infezioni: «Abbiamo avviato una collaborazione con l’ECDC, l’Agenzia di sanità pubblica europea che raccoglie tutti i dati e fornisce bollettini, raccomandazioni, linee guida a livello europeo e sovranazionale, che ha portato alla creazione di due piattaforme: RespiCast e RespiCompass proprio per fornire degli strumenti modellistici per tutte queste malattie che siano fruibili dalla comunità della salute pubblica europea, ma anche al grande pubblico», continua Paolotti.
Fare previsioni
RespiCast, come suggerisce il nome, si occupa di fare forecast ovvero di previsioni: «L’ECDC fa da collettore dei dati della sorveglianza, che vengono utilizzati da chi costruisce i modelli in Europa per produrre predizioni a corto e a lungo termine, per esempio da una a quattro settimane durante tutta la stagione influenzale – riassume l’esperta -. I risultati sono forniti per tutti gli Stati membri».
La piattaforma è stata realizzata in forma prototipale durante la pandemia, quando si è occupata solo di Covid. In un secondo momento si è aggiunta l’influenza e da settembre l’influenza e il Covid insieme. «Probabilmente nei prossimi anni avremo anche il virus respiratorio sinciziale e altre sindromi come dengue e in generale tutto quello che a livello di dati europei è abbastanza robusto da poter permettere di fare delle predizioni con una copertura europea adeguata».
RespiCast funziona infatti anche grazie a una comunità di modelers che contribuisce settimanalmente in modo volontario e gratuito. Le predizioni ottenute grazie ai modelli sono inserite direttamente nella piattaforma. A ISI Foundation spetta il compito di fornire una valutazione della performance del modello. «La cosa interessante è che modelli che per un certo periodo funzionano male, quando la curva ha un andamento particolare, riescono a cogliere meglio i cambiamenti. È quindi bene avere tutta un’eterogeneità di modelli che performano in modo diverso, perché non sai mai quale farà meglio quando».
Costruire scenari
RespiCompass, la seconda piattaforma, fornisce invece scenari. Ma qual è la differenza fra predizioni e scenari? «Le predizioni hanno un orizzonte temporale abbastanza breve (da 1 a 4 settimane) e si basano su un modello che considera la prima parte del segnale epidemiologico e proietta l’evoluzione dell’epidemia per le settimane successive – spiega Paolotti -. Lo scenario invece è un qualcosa che parte da modelli che fanno delle assunzioni, per esempio immaginando di trovarci all’inizio dell’influenza con uno strain particolarmente virulento con una campagna di vaccinazione fatta in un certo modo, cosa succederebbe se si vaccinassero tutti gli over65? E se non lo facesse nessuno? Si costruiscono curve epidemiologiche a partire da queste assunzioni».
La costruzione di scenari avviene all’inizio della stagione e serve per fornire agli istituti di salute pubblica un’idea di quello che potrebbe succedere nei mesi successivi. L’orizzonte temporale è molto più ampio delle previsioni: va da settembre a maggio-giugno e presenta una gamma di possibilità molto più ampia rispetto alle predizioni a corto termine su una curva di un’epidemia che è già iniziata.
Tutto questo è possibile perché esiste una sorveglianza a livello europeo e di singoli paesi su malattie come l’influenza che fornisce risultati settimanali sull’andamento dell’epidemia all’interno della popolazione generale.
Tuttavia questa sorveglianza, per quanto sia attiva da tanti anni e robusta, ha una serie di problemi: «Il più evidente è che si basa sul fatto che le persone vadano dal medico – osserva Paolotti -. Di solito gli adulti sani senza condizioni pregresse si recano dal medico se i sintomi sono abbastanza gravi o se persistono per un tempo sufficientemente lungo. Per questo è importante coinvolgere le persone nel riportare i propri sintomi, a prescindere dal fatto che si rechino da un medico».
Proprio questo aspetto sarà al centro dell’intervento Coinvolgere i cittadini nella salute pubblica, che Paolotti terrà il 4 ottobre a Health for Dreamers. Vi aspettiamo in piazza San Carlo a Torino a partire dalle 14!
L’invecchiamento della popolazione è in costante crescita. Secondo i dati dell’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS), entro il 2030 le persone di età pari o superiore a 60 anni passeranno da 1 miliardo del 2020 a 1,4 miliardi e le persone di età pari o superiore a 80 anni raggiungeranno nel 2050 i 426 milioni, il triplo rispetto all’attuale dato.
Allo stesso modo aumentano la prevalenza e l’incidenza delle malattie croniche che rappresentano la principale causa di morte nel mondo. Determinante, nella genesi di questo fenomeno, è proprio l’aumentata sopravvivenza della popolazione.
La prima mappatura nazionale
Quindi, alla luce di questi dati, che possono solo aumentare, i problemi di salute della popolazione sono e saranno sempre maggiori e questo, richiede un cambio di paradigma nella risposta assistenziale, ovvero lo spostamento da un’assistenza di tipo tradizionale ospedaliera ad una assistenza erogata direttamente al domicilio della persona. Una riprogettazione che, anche alla luce della letteratura più recente, si configura come la soluzione più efficace ed efficiente per ridurre l’incidenza di complicanze e ricoveri ripetuti.
Nel nostro Paese, secondo i dati del Ministero della Salute, nel 2021 le cure domiciliari hanno coinvolto 1.170.130 casi con un’incidenza di 1982 prese in carico ogni 100.000 abitanti. Il 75% circa aveva un’età superiore a 65 anni e circa il 9,7% presentava una malattia terminale.
Di fronte alla necessaria ridefinizione della domanda di salute, considerando “la casa come primo luogo di cura”, sono stati introdotti nuovi modelli assistenziali e ruoli infermieristici, in particolare quello dell’Infermiere di famiglia e di Comunità in ambito territoriale ma l’importante carenza di infermieri, criticità importante, influisce direttamente sulla qualità e l’accessibilità delle cure sanitarie.
In questo scenario la Federazione Nazionale degli Ordini delle Professioni Infermieristiche – FNOPI ha promosso uno studio nazionale AIDOMUS-IT, prima mappatura nazionale dei servizi territoriali, con l’obiettivo di esaminare la presa in carico infermieristica e la qualità delle cure in ambito territoriale/domiciliare dal punto di vista dei pazienti, dell’operatore, dell’organizzazione ponendo lo sguardo anche sui costi. All’indagine condotta nel 2023, hanno aderito 77 ASL su 110, per una copertura del 75,3% della popolazione residente nel Paese.
L’apprezzamento dei pazienti
I pazienti: hanno espresso nella quasi totalità una valutazione positiva sull’assistenza ricevuta e il 91,7% dichiara di essere sempre stato trattato con cortesia e rispetto dagli infermieri, l’86% di aver percepito che si stessero sempre prendendo cura di loro, l’83,3% di essere stato ascoltato attentamente, l’82% di essere stato sempre informato dagli infermieri su tempi e modi del loro intervento. Soddisfatti, ma non completamente, sono stati i pazienti con bisogni più complessi. Proprio in relazione a questo dato e, in considerazione del fatto che questi pazienti rappresenteranno sempre di più il target delle cure domiciliari, viene sottolineata dagli autori dello studio la necessità di implementare percorsi costruiti sulla base della complessità dei bisogni assistenziali.
Infermieri soddisfatti del lavoro sul territorio (83,3%), ma nella categoria cresce la sfiducia…
Gli infermieri: hanno dichiarato di essere soddisfatti o molto soddisfatti del proprio lavoro (83,3%). Ma, il 20,1% degli intervistati ha dichiarato che, se potesse, lascerebbe il lavoro nei successivi 12 mesi.
Circa un terzo dei partecipanti (37%) ha dichiarato un carico di lavoro medio-alto, mentre il 10,3% un carico elevato. Invece, rispetto al clima del gruppo di lavoro e la possibilità di erogazione di cure sicure, il 65,8% ha riportato punteggi migliori (³75) con una media di punteggio di 76,9. Rispetto alle condizioni psicosociali nei luoghi di lavoro, il 65,8% ha riferito una criticità media, il 27,3%, invece, una criticità elevata.
Contrastare la violenza
Il 36,9% dichiara di aver subito tre o più episodi di violenza negli ultimi 12 mesi. Il 20,5% dichiara di aver subito un episodio di violenza negli ultimi 12 mesi, il 2,6% ha dichiarato una violenza verbale con contatto fisico negli ultimi 12 mesi. Solo il 25,9% dei partecipanti dichiara di aver svolto un corso post-base specifico per l’assistenza domiciliare.
L’organizzazione: nonostante l’attenzione ai bisogni di salute e l’impegno per una risposta tempestiva ai bisogni rilevati sul proprio territorio, è risultata abbastanza eterogenea relativamente aiservizi erogati e alla presa in carico soprattutto dei soggetti fragili. Questo, di fatto, consente con grande difficoltà di offrire una risposta uniforme ai bisogni degli assistiti, soprattutto di quelli con una elevata complessità assistenziale.
Attraverso strutture, quali case della comunità o unità di degenza infermieristiche – ancora scarse – sarebbe possibile incrementare la quantità e la complessità degli interventi erogati in ambito territoriale, senza il coinvolgimento delle strutture ospedaliere, con un evidente impatto in termini di risposte ai problemi di salute del cittadino e di riduzione dei costi sanitari.
Oggi la distribuzione della tipologia di servizi disponibili e delle relative risorse non sembra essere sempre in linea con la densità abitativa e dunque con le richieste della popolazione, contrariamente a quanto sottolineato dalla letteratura riguardo alla “necessità di adattare il più possibile i modelli alle esigenze dell’utenza”.
Il tema dei costi
I costi giornalieri di un infermiere che opera nel servizio di cure domiciliari, considerando 6,84 accessi/pazienti al giorno, sono pari a 138,73 euro. Questi costi comprendono il tempo speso a domicilio – circa 24 minuti ad accesso – quello per raggiungerlo, per ritornare presso la struttura, e per le attività di back-office.
L’analisi e la stima dei costi consentono, inoltre, di valorizzare economicamente il reale “peso” delle attività assistenziali svolte dall’infermiere al domicilio della persona: rapportandole al tariffario ambulatoriale del 2023, il valore della produzione garantita dagli infermieri è pari a 636,31 euro/giorno.
Il personale e l’offerta del SSN
Come sottolineato dagli autori nelle conclusioni dello studio, in caso di mancata erogazione strutturata del servizio e ulteriore carenza infermieristica, si rischia di non poter garantire adeguatamente tali prestazioni in regime pubblico e convenzionato, costringendo il cittadino al ricorso all’out of pocket.
In conclusione, e in estrema sintesi, i risultati complessivi dello studio sottolineano la non più procrastinabile implementazione di modelli che prevedano il coinvolgimento di infermieri con formazione specifica nelle cure territoriali determinanti per far sì che davvero la casa sia, o diventi, il primo luogo di cura.