Il Consiglio nazionale Fimmg, riunito a Villasimius per l’82simo congresso nazionale, dà mandato per la dichiarazione dello stato di agitazione. Un mandato espresso con forza è affidato al segretario generale Silvestro Scotti e all’Esecutivo nazionale. Alla base della decisione, paventata già nelle scorse settimane, l’inaccettabile ritardo sulla definizione dell’atto di indirizzo, indispensabile per arrivare poi alla firma dell’Accordo collettivo nazionale (ACN) 2022 – 2024, ma anche l’assenza di risorse aggiuntive per il raggiungimento di obiettivi di politica sanitaria in riferimento ad un’assistenza di prossimità. Per questo il Consiglio nazionale si impegna alla mobilitazione attraverso il coinvolgimento assembleare delle sezioni provinciali del paese.
«È imprescindibile e urgente la definizione dell’atto di indirizzo per avviare finalmente le trattative necessarie alla firma dell’ACN per il triennio 2022-2024», dice il segretario generale Silvestro Scotti. «La medicina generale, pilastro fondamentale del Servizio sanitario nazionale, ha affrontato negli ultimi anni sfide straordinarie, tra cui la pandemia e l’evoluzione costante delle esigenze sanitarie della popolazione. Per far fronte a queste sfide e garantire una presa in carico di prossimità moderna ed efficace, è fondamentale dotarsi di un quadro normativo e contrattuale aggiornato. Per la Fimmg, la programmazione asfittica che non va oltre il 2026 e l’assenza dell’atto di indirizzo rappresenta un ostacolo non solo per la categoria, ma per l’intero Servizio sanitario e per la qualità del servizio offerto ai cittadini.
«Abbiamo bisogno di risposte concrete per poter mettere in atto le riforme necessarie, come l’integrazione della telemedicina, la digitalizzazione dei servizi, il potenziamento delle risorse per la medicina territoriale e una migliore tutela del lavoro dei medici di famiglia»
«Abbiamo bisogno di risposte concrete per poter mettere in atto le riforme necessarie, come l’integrazione della telemedicina, la digitalizzazione dei servizi, il potenziamento delle risorse per la medicina territoriale e una migliore tutela del lavoro dei medici di famiglia attraverso la loro organizzazione di offerta per gruppi di assistenza con personale e strumenti diagnostici», ricorda il leader Fimmg.
Durissimo il richiamo che arriva dall’intera categoria al Ministero dell’Economia e delle Finanze e alla Conferenza delle Regioni, proprio per le questioni contrattuali. «Siamo pronti a batterci affinché la questione si definisca già nei prossimi mesi. Allo stato attuale i medici di medicina generale, che pagano in proprio tutte le spese legate alla professione, sono costretti con uno stipendio allineato al costo della vita del 2021, a supportare l’inflazione corrente. Non volevamo essere eroi in tempo di pandemia – conclude Scotti – non saremo vittime sacrificali ora. In assenza di risposte concrete, che devono arrivare soprattutto a tutela della salute dei cittadini, dallo stato di agitazione saremo pronti a dichiarare lo sciopero».
Il 60% degli italiani ha sofferto di stress nell’ultimo anno fino al punto di pensare di non farcela, di non essere in grado di affrontare e gestire le cose; a un italiano su tre questo è accaduto diverse volte negli ultimi dodici mesi.
Tra le principali problematiche sollevate dagli adolescenti, il 30% indica il peso della pressione scolastica e sociale; il 28% le dipendenze (per esempio dalla tecnologia), il 23% ansia, depressione e bassa autostima e, infine, bullismo e cyberbullismo toccano il 19%.
Questi sono alcuni dei dati presentati oggi nella Sala della Regina della Camera dei Deputati, in occasione della Giornata mondiale della Salute Mentale, durante l’incontro L’importanza del benessere mentale, per una Salute Globale promosso da Fondazione Patrizio Paoletti, ente non profit attivo da quasi 25 anni nel campo dell’educazione e della ricerca neuropsicopedagogica.
I numeri, che evidenziano una situazione sempre più preoccupante, sono riportati, rispettivamente, nello studio Ipsos World Mental Health Day, condotto da Ipsos in 31 paesi al mondo, inclusa l’Italia, che esamina la percezione della salute mentale e del modo in cui la sanità se ne occupa, e in un’indagine sui problemi degli adolescenti condotta dalla Fondazione Patrizio Paoletti con l’Università degli Studi di Padova, che ha coinvolto un campione di quasi 1.000 ragazzi partecipanti al progettoPrefigurare il Futuro, mirato al benessere mentale degli studenti dagli 11 ai 19 anni in 12 regioni italiane.
L’iniziativa odierna, sostenuta dal vicepresidente della Camera Giorgio Mulè, ha riunito autorità istituzionali, ricercatori ed esperti in diversi ambiti, dalla psicologia alla pedagogia, dallo sport all’innovazione tecnologica, per fare il punto sulla salute mentale in Italia e avviare una riflessione condivisa e interdisciplinare per affrontare il problema in modo trasversale, soprattutto in ottica preventiva.
L’incontro si è aperto con l’indirizzo di saluto dell’on. Mulè: «La salute mentale di ogni individuo è la base per il benessere della società – ha affermato -. La necessità del singolo coincide mai come nel caso della salute mentale con quello della comunità. Per questo è il momento di andare avanti, con coraggio, verso una cultura della cura di tutto ciò che si definisce salute mentale e che abbraccia patologie che vanno dall’ansia alla depressione. Essere accanto a tutte le persone, dagli adolescenti agli anziani, che vivono un disagio significa superare uno stigma culturale ancora presente nella nostra società. Sottovalutare o addirittura negare per vergogna la cura di un disagio comporta un freno non solo al benessere della persona ma a quello della società intera avendo effetti sul fronte professionale di relazione. Per questo è necessario un approccio coraggioso da parte delle istituzioni».
A seguire un videomessaggio del ministro della Salute, Orazio Schillaci, che ha dichiarato: «Affrontare la salute mentale significa superare i vecchi approcci, adottando una visione integrata dove la prevenzione e la cura dei disturbi mentali siano parte di politiche sanitarie inclusive, basate sull’equità e sull’accesso a servizi di qualità. In questa direzione va l’impegno del tavolo tecnico per la salute mentale che abbiamo istituito presso il Ministero della Salute per rafforzare le strutture ed i servizi territoriali, rendendoli più accessibili e vicini alle persone». È intervenuta poi il sottosegretario del Ministero dell’Istruzione e del Merito Paola Frassinetti.
Queste le parole del fondatore dell’ente promotore dell’incontro, Patrizio Paoletti, che ha aperto i lavori: «La salute è un equilibrio complesso tra il mondo interiore e le relazioni esterne, una Salute Globale che coinvolge il ‘sistema persona’ e si estende a famiglia, scuola, comunità e pianeta. Il benessere mentale e fisico è strettamente connesso alle sfide sociali, economiche e ambientali. Riconoscere questa interdipendenza è essenziale per costruire una società più sana e inclusiva. Da quasi 25 anni, la nostra Fondazione promuove, attraverso ricerca ed educazione, strumenti concreti per sviluppare questa consapevolezza e costruire un futuro più sostenibile. È per questo che siamo qui oggi».
Dopo l’introduzione di Paoletti, spazio al focus sui dati con l’intervento della responsabile studi salute e sanità di Ipsos Italia Stefania Fregosi, che ha appunto illustrato il recente rapporto internazionale sulla salute mentale condotto dall’Istituto: «Quasi il 50% degli italiani – afferma – si è sentito depresso fino a sentirsi triste e senza speranza tutti i giorni o quasi per un periodo che è durato due settimane o più. Donne e giovani le persone in maggiore difficoltà».
A seguire, il presidente della Fondazione Patrizio Paoletti, Gianni Bernardi, ha fotografato la situazione del benessere mentale degli adolescenti emersa nell’ambito del progetto condotto dall’ente in diverse scuole italiane. «Il progetto Prefigurare il futuro ci ha mostrato quanto, ora più che mai, sia importante fornire ai ragazzi gli strumenti per comprendere il proprio mondo interiore e le emozioni, per aiutarli a sviluppare consapevolezza ed equilibrio. Un’educazione che valorizza non solo le competenze cognitive, ma anche le abilità emotive e sociali, prepara i giovani ad affrontare le sfide del mondo con empatia, collaborazione e resilienza».
Bernardi ha inoltre presentato la seconda parte del convegno, orientata a inquadrare l’urgenza di una tutela preventiva della salute globale su diversi fronti: clinico, culturale e sociale.
Tra gli esperti che hanno portato il proprio contributo in questi ambiti: il presidente dell’Ordine nazionale degli Psicologi, David Lazzari, che ha focalizzato l’attenzione sulla salute mentale dei giovani; il vicepresidente dell’Associazione Nazionale Di. Te., Giovanni Siena, che ha affrontato il tema dei bambini e degli adolescenti digitali; il presidente dell’Ordine nazionale dei pedagogisti, Mariangela Grassi, che ha analizzato la situazione della povertà educativa in Italia; il direttore del Dipartimento di Fisiologia e Farmacologia Università La Sapienza, Eleonora Palma, che si è concentrata sull’invecchiamento neurodegenerativo.
A questi interventi è seguita una tavola rotonda dal titolo Salute mentale e giovani: buone pratiche e strategie. Un dibattitoche, partendo dai contributi precedenti, ha calato nel concreto l’opportunità di fare prevenzione, spaziando tra progetti ludico-educativi, Intelligenza Artificiale e sport.
Moderati dal giornalista scientifico del Tg2 Rai Giorgio Pacifici, sono intervenuti Marco Benini, responsabile progetti socio-educativi Fondazione Patrizio Paoletti, che ha raccontato l’esperienza della Scuola di Circo Sociale a Scampia per combattere emarginazione e dispersione scolastica; Ruben Razzante, professore di Diritto dell’Informazione Università Cattolica Milano e Lumsa Roma, che ha affrontato l’attualissimo tema dell’Intelligenza Artificiale, tra rischi e innovazione responsabile; Maria Rosaria Squeo, responsabile Sanitario CONI, che ha riflettuto sul delicato rapporto tra sport e salute mentale dei giovani.
Circa 150 over75 asintomatici sottoposti a uno screening per le valvulopatie cardiache in sei mesi. Un semplice ecocardiogramma che ha permesso di riscontrare nel 9% dei casi una patologia misconosciuta. Presentati al 82° Congresso nazionale FIMMG-Metis, in corso a Villasimius, i primi risultati del progetto avviato a marzo dalla FIMMG di Milano in collaborazione con l’Heart Valve Center dell’IRCCS Ospedale San Raffaele e Fondazione Alfieri per il Cuore.
Un’iniziativa nata con l’obiettivo di diagnosticare e prendere in carico quanti più pazienti cronici con questo tipo di patologie.
«Dagli anni difficili del Covid abbiamo imparato che fare rete è l’unico modo per raggiungere tutti i pazienti, soprattutto quelli cronici che hanno bisogno quotidianamente di assistenza – ha sottolineato Anna Pozzi, segretario provinciale di FIMMG Milano -. I risultati sono in linea con quanto riportato nella letteratura internazionale che evidenzia un’incidenza di valvulopatie fino al 13% delle persone sopra i 75 anni e richiamano l’attenzione sulla necessità di estendere lo screening delle malattie valvolari al maggior numero di anziani possibile. Sommando queste informazioni con quanto segnalato dall’Istat sull’invecchiamento della popolazione italiana possiamo ipotizzare che ci siano circa 630.000 anziani con valvulopatie misconosciute sul territorio nazionale».
Il progetto ha preso il via in un primo studio medico della provincia milanese dove, una volta a settimana, un cardiologo ecografista dell’Heart Valve Center dell’IRCCS Ospedale San Raffaele eseguiva, in forma gratuita, uno screening per valutare la presenza di una valvulopatia cardiaca a pazienti asintomatici con più di 75 anni attraverso un ecocardiogramma.
Dopo la diagnosi ai pazienti è stata offerta la possibilità di eseguire visite periodiche e successivi accertamenti per valutare la necessità di un eventuale intervento medico, terapeutico o cardiochirurgico, sempre in collaborazione con l’Heart Valve Center dell’IRCCS Ospedale San Raffaele.
«Siamo felici di aver intrapreso questo cammino con la FIMMG Milano: riteniamo che la prevenzione e la presa in carico dei pazienti cronici debba partire dalla medicina del territorio sino a comprendere gli ospedali. Speriamo che questo primo progetto pilota di proficua collaborazione sulle valvulopatie possa essere incrementato ed esteso ad altri studi medici sul territorio a beneficio di tutta la popolazione – afferma Francesco Maisano, primario dell’Unità di Cardiochirurgia e direttore dell’Heart Valve Center dell’IRCCS Ospedale San Raffaele di Milano e professore ordinario di Cardiochirurgia presso l’Università Vita-Salute San Raffaele -. Questi risultati sono stati possibili perché la medicina del territorio, ovvero la cooperativa IML (Iniziativa Medica Lombardia), IRCCS Ospedale San Raffaele e Fondazione Alfieri per il Cuore, si sono unite per un progetto di salute di ampio respiro e speriamo che questo possa essere di ispirazione per altre strutture e realtà del territorio a beneficio di tutti i pazienti».
Dall’82° Congresso Nazionale FIMMG in corso a Cagliari arrivano messaggi forti. Innanzitutto che la medicina generale, pur essendo un pilastro fondamentale della sanità territoriale, «è in grande sofferenza ma ha ancora le energie per farsi ascoltare». Che c’è una crisi di attrattività nei confronti dei giovani. Che, nonostante la digitalizzazione sia partita negli studi dei medici di famiglia negli anni Ottanta, oggi sono spesso accusati di essere l’anello debole nella implementazione della sanità digitale e della telemedicina. Che, a fronte dell’impegno della categoria nel percorso di riforma dell’assistenza territoriale, con l’evoluzione degli Accordi Collettivi Nazionali che hanno previsto forme quali le Aggregazioni Funzionali Territoriali e le Unità Complesse di Cure Primarie, questo impegno rimane spesso misconosciuto e anzi, ogni volta che si giunge a discutere la Legge di Bilancio, l’attenzione alla medicina di famiglia viene meno. Il quadro lo delinea nella sua relazione Silvestro Scotti, Segretario Generale Nazionale della Federazione Italiana Medici di Medicina Generale.
La medicina generale è in grande sofferenza ma ha ancora le energie per farsi ascoltare
Un intervento dai toni accesi, forse anche più del solito, rivolto spesso agli interlocutori politici e istituzionali, non solo italiani, ma soprattutto ai giovani aspiranti medici e alla popolazione di un’Italia sempre più vecchia e affetta da patologie croniche, destinataria della cura dei medici di famiglia, che vogliono continuare ad occuparsene, nonostante il contesto difficile.
La crisi di attrattività: un problema europeo
L’intervento di Scotti ha ricordato un dato preoccupante: la mancanza di attrattività della professione di medico di medicina generale non riguarda solo l’Italia. Il Congresso nei giorni scorsi è stato anche occasione di un confronto internazionale dal quale è emerso che Paesi come Spagna, Regno Unito e Francia vivono una situazione simile alla nostra, dove la professione di MMG fatica a trovare nuovo slancio. Nonostante le differenze di contratti e inquadramento (ad esempio in Francia la medicina generale trova la massima espressione della libera professione, mentre in UK l’organizzazione è più simile a quella italiana), il risultato è lo stesso: sempre meno giovani medici scelgono la medicina generale come percorso professionale. Tra le cause di questa situazione, un mix di eccesso burocratico, scarso riconoscimento e mancanza di adeguata formazione specifica.
L’urgenza di una riforma: messaggio per il G7
Nasce anche dal confronto con i rappresentanti degli altri Stati il messaggio lanciato da Scotti al G7 della Salute che si sta svolgendo in parallelo ad Ancona in questi giorni: serve un cambio di passo globale sulla formazione medica e del personale sanitario che deve costituire una priorità.
Parlando con TrendSanità Scotti aggiunge: «I paesi industrializzati, in particolare quelli del G7, devono riconoscere l’importanza della formazione medica e sanitaria, dando priorità alla cura primaria e al personale sanitario per affrontare le esigenze di una popolazione sempre più anziana e cronica. È fondamentale investire in professioni come medici di famiglia e infermieri, invece di focalizzarsi eccessivamente su iperspecializzazioni, per mantenere un equilibrio generazionale e garantire la salute e la coesione sociale».
Contratti collettivi e riforma dell’assistenza territoriale
Il sistema italiano della medicina generale è regolato dall’Accordo Collettivo Nazionale (ACN), che presenta tuttora importanti sfide strutturali. A febbraio 2024 è stato firmato l’ACN 2019-2021, segnando un passo avanti nella riforma del territorio, con l’intenzione di offrire sia un riconoscimento economico ai medici che una base organizzativa chiara, soprattutto per i giovani professionisti. Tuttavia, nonostante l’impegno nella definizione dei modelli di governance basati sugli ACN, resta il timore che questo sforzo non sia adeguatamente riconosciuto dalle istituzioni, che sembrano ignorare il ruolo primario di tali norme.
Un altro punto critico riguarda l’attesa per l’approvazione dell’Atto di Indirizzo per l’ACN 2022-2024, necessario per aggiornare le norme e adeguarle alle esigenze attuali, comprese le progettualità legate al PNRR.
La pazienza dei medici di famiglia è finita
Sono molti i temi per i quali Scotti utilizza parole forti: in particolare parla di “strage di Stato” in relazione alla carenza dei medici di famiglia ricordando che la definizione degli ambiti carenti e del Ruolo Unico di assistenza primaria è un aspetto critico, poiché senza una soluzione entro marzo 2025, la mancanza di una programmazione adeguata rischia di bloccare l’assegnazione degli incarichi, aggravando ulteriormente la carenza di professionisti nei territori.
Senza medici di famiglia, saltano la sanità territoriale e la coesione sociale
E non manca un richiamo alle prerogative sindacali della FIMMG: «Siamo pronti ad applicarle – sottolinea Scotti – dallo stato di agitazione allo sciopero, facendo capire ai nostri pazienti che è in gioco non un interesse di parte ma la salvaguardia un diritto collettivo costituzionale che dia un futuro: a noi, ai nostri pazienti, al nostro SSN e ai giovani che oggi hanno partecipato al Concorso per diventare Medici di Famiglia».
Il paradosso tecnologico
«Anche sul campo tecnologico – rivendica ancora Scotti – è arrivato il momento di ricordare con orgoglio che la digitalizzazione del SSN è iniziata nello studio di quel singolo medico di famiglia che ha investito su sé stesso, a garanzia dei propri pazienti, con i primi esempi di informatizzazione presenti nella storia del nostro SSN».
Il paradosso emerge quando si osserva che, mentre ai medici di famiglia è richiesto un costante impegno nella digitalizzazione, altri settori sanitari faticano a stare al passo. La transizione digitale appare incompleta, e, nelle parole di Scotti, strumenti come il Fascicolo Sanitario Elettronico spesso includono solo i dati inseriti dai medici di base, lasciando lacune per quanto riguarda i contributi da altri ambiti assistenziali come quelli dell’area specialistica ospedaliera e territoriale.
Legge di bilancio e flat tax
La discussione sulla Legge di Bilancio, da anni, vede la medicina di famiglia chiedere maggiore attenzione. I medici di famiglia, infatti, non solo offrono assistenza sanitaria ma generano occupazione assumendo personale e investendo in tecnologia. Questo sforzo diventa ancora più rilevante per affrontare le sfide organizzative future, soprattutto per i giovani medici che necessitano di supporto con personale sanitario e amministrativo per gestire l’aumento dei pazienti.
Dopo anni di attesa, la categoria percepisce come provocatorio il fatto che si discuta di detassare indennità specifiche per il solo personale dipendente del SSN
Tra le richieste chiave vi sono misure di decontribuzione per i giovani medici e la proposta di una “flat tax variabile” per la medicina di famiglia. Quest’ultima consentirebbe di valorizzare l’impegno professionale e gli investimenti necessari per raggiungere gli obiettivi del servizio. Tuttavia, dopo anni di attesa, la categoria percepisce come provocatorio il fatto che si discuta di detassare indennità specifiche per il solo personale dipendente del SSN.
Il futuro della medicina generale non è ancora scritto
Nelle battute finali della sua relazione Scotti torna alla citazione cinematografica con la quale aveva aperto il suo intervento e, richiamandosi al film “Ritorno al futuro”, sottolinea che «il nostro futuro non è scritto, il futuro di nessuno è scritto. Il futuro è come lo creiamo». Il rinnovo dei contratti collettivi, le nuove opportunità tecnologiche e un maggiore sostegno ai giovani possono invertire la tendenza. Tuttavia, senza un rinnovato impegno per valorizzare la medicina generale, il SSN rischia di perdere uno dei suoi pilastri fondamentali.
Spezzare il monopolio dell’industria farmaceutica sull’informazione dei medicinali con un duplice obiettivo: veicolare verso gli operatori sanitari quelle informazioni scientifiche indispensabili al loro migliore utilizzo e portare i cittadini verso un uso più appropriato dei medicinali.
Considerata da sempre indispensabile per contrastare la spinta verso l’uso di medicinali e prodotti salutistici anche per condizioni che non lo richiederebbero, l’informazione indipendente sui farmaci può da ora contare sul network AIFA-Regioni-Istituzioni sanitarie-Stakeholder che attraverso il progetto “COSIsiFA” (Cittadini e Operatori Sanitari sempre informati sul Farmaco), della durata di almeno tre anni, si ripromette di diffondere capillarmente sul territorio nazionale notizie, informazioni, studi e dati. Senza trascurare la formazione, a cominciare da quella nelle scuole.
L’informazione indipendente – è stato spiegato nel corso della presentazione presso la sede dell’Agenzia a Roma – sarà rivolta a operatori sanitari, pazienti, associazioni e cittadini attraverso sette canali: un sito web di informazione indipendente che faccia da collettore di tutte le iniziative esistenti e future; un bollettino semestrale su tematiche di interesse come pediatria, oncologia, antibiotico-resistenza, cronicità e polifarmacoterapia; produzione di news e newsletter settimanali che rendano fruibile ai più la letteratura scientifica; la produzione di almeno 12 rivisitazioni di studi già pubblicati su temi specifici ma di interesse generale; eventi formativi sia in presenza che a distanza, coinvolgendo anche le scuole; sviluppo della comunicazione tramite social network; sviluppo di una app per l’informazione rapida e personalizzata sui farmaci.
Per la predisposizione di contenuti e strumenti comunicativi sono stati formati 9 gruppi di lavoro, che lavoreranno comunque interagendo e connettendosi tra loro. Quattro di questi “work package” si occuperanno della produzione dei contenuti dell’informazione scientifica su quattro aree di intervento: pediatria, oncologia, antibiotico-resistenza, cronicità e polifarmacoterapia, problema sempre più sentito nella popolazione anziana alle prese in circa il 30% dei casi con la difficile interazione dell’assunzione quotidiana di 10 o più farmaci. Gli altri 5 gruppi di lavoro si occuperanno invece della messa a punto degli strumenti informativi e della loro capillare diffusione attraverso: bollettino-newsletter-website; social e app; formazione; revisioni sistematiche degli studi; formazione specifica nelle scuole.
I materiali informativi prodotti dai gruppi di lavoro di contenuto e le revisioni sistematiche saranno disseminati prevalentemente in modalità on-line direttamente sul sito web del progetto che conterrà, suddivise in apposite sezioni, il bollettino bimestrale (18 numeri nei tre anni), le newsletter settimanali (150 nei tre anni), le news dalla letteratura, le schede Horizon sui nuovi farmaci e qualsiasi altro materiale prodotto dai diversi gruppi di lavoro. Il sito, inoltre, avrà una sezione dedicata all’accesso diretto a tutti i prodotti e i servizi indipendenti sul farmaco già realizzati e disponibili (bollettini, banche dati sul farmaco, siti istituzionali e altro ancora), che verranno così ricondotti in un unico luogo a vantaggio degli utilizzatori. Le notizie contenute nel sito saranno rapidamente rintracciabili dall’utente interessato grazie a un sistema di ricerca indicizzato. Un modo per mettere anche ordine al grande proliferare in Italia di iniziative e produzioni di materiali vari a livello locale, che spesso non trovano poi adeguati canali di diffusione.
L’informazione indipendente in Pediatria, Oncologia, antibiotico-resistenza, cronicità e polifarmacoterapia
In ambito pediatrico il gruppo di lavoro specifico punterà a produrre schede informative relative ai farmaci per i più piccoli e alle nuove strategie terapeutiche in ambito pediatrico e delle malattie rare. Previste giornate di formazione e corsi rivolti ad operatori sanitari e cittadini.
Per quanto concerne l’oncologia l’informazione sarà mirata soprattutto all’aggiornamento relativo a nuove entità terapeutiche o farmaci con nuova indicazione, per fornire uno strumento atto a definire un utilizzo appropriato e sicuro dei farmaci di nuova rimborsabilità, tenendo conto delle opzioni terapeutiche già presenti sul mercato e delle popolazioni target delle indicazioni d’uso rimborsate. Previsti anche in questo caso corsi e formazione.
Con 11mila morti l’anno causati da infezioni batteriche resistenti agli antibiotici l’Italia è maglia nera in Europa. Un problema di un uso non solo eccessivo, ma anche inadeguato degli antibiotici, riduce il numero di quelli veramente efficaci, aumentando quindi il circolo vizioso delle difficoltà di trattamento. Il problema va quindi affrontato in modo multidisciplinare e multi-strategico. Il gruppo di lavoro istituito su quella che la Commissione Ue ha definito la terza emergenza sanitaria del Continente si inserisce all’interno di un network che ha come scopo quello di formare e informare cittadini e operatori sanitari sul buon uso degli antibiotici a livello territoriale e ospedaliero con il fine ultimo di contrastare il fenomeno. Per farlo è prevista la produzione di vari materiali informativi sull’uso appropriato degli antibiotici ospedalieri e su quelli usati nel territorio, con report regionali semestrali sull’andamento delle antibiotico-resistenze.
Se la presenza di due o più patologie caratterizza già il 75% dei sessantacinquenni, tale condizione sembra colpire gli ultraottantenni nella loro quasi totalità. La diretta conseguenza di tale fenomeno è l’utilizzo di un elevato numero di farmaci per trattare queste patologie. Dai dati del Rapporto AIFA sull’uso dei farmaci negli anziani, risulta che nel corso del 2019 la quasi totalità della popolazione ultrasessantacinquenne ha ricevuto almeno una prescrizione farmaceutica (98%), con lievi differenze tra aree geografiche, con consumi giornalieri pari a tre dosi per ciascun cittadino. In questo scenario, la polifarmacoterapia, definita come l’utilizzo contemporaneo di più medicinali (in letteratura si considera l’esposizione a 5 o più farmaci contemporaneamente), è un problema di salute pubblica, perché come noto è associata a una riduzione dell’aderenza terapeutica, nonché a un aumento del rischio di interazioni tra farmaci. Per affrontare il problema il gruppo di lavoro specifico produrrà materiale informativo ponendo particolare attenzione a: interazioni tra farmaci e rischio iatrogeno; inappropriatezza prescrittiva; aderenza terapeutica; cascata prescrittiva; problemi di applicazione delle linee guida; riconciliazione-revisione terapeutica e deprescribing; coinvolgimento attivo del paziente, del caregiver e dei familiari nelle decisioni. Previsti anche eventi formativi a distanza.
A supporto delle attività di informazione, formazione e valutazione dell’appropriatezza prescrittiva nei pazienti cronici esposti alla polifarmacoterapia sarà messo a disposizione della rete dei gruppi di lavoro e delle regioni partecipanti INTERCheck-WEB. Si tratta di uno strumento di supporto alla prescrizione sviluppato dall’Istituto di Ricerche Farmacologiche Mario Negri IRCCS con l’obiettivo di fornire a medici e farmacisti informazioni per bilanciare rischi e benefici di una terapia attraverso una valutazione che considera diversi aspetti della farmacologia, risultando per questo particolarmente adatto a valutare i pazienti sottoposti a numerosi trattamenti farmacologici.
Nisticò: «Un’occasione per riequilibrare l’informazione sui farmaci sbilanciata sul marketing”
«Le aziende farmaceutiche investono ingenti risorse – circa 30 miliardi di dollari all’anno soltanto negli USA – nelle attività di promozione rivolte al medico, ma agiscono anche indirettamente sui cittadini attraverso campagne di marketing farmaceutico per stimolare bisogni di salute che non sempre necessitano dei farmaci – spiega il Presidente di AIFA, Robert Nisticò -. Anche le pubblicazioni scientifiche sui nuovi farmaci – prosegue – tendono sempre a enfatizzare i dati di efficacia mettendo in secondo piano i rischi. Per non parlare dell’informazione spesso priva di qualsiasi scientificità veicolata dai social e dalla rete in genere. Per questo – conclude Nisticò – il progetto “COSIsiFa” rappresenta una splendida opportunità per controbilanciare l’informazione scientifica sui farmaci e sul loro corretto uso. Basti pensare al fenomeno delle politerapie che arrivano a contare 10 farmaci assunti giornalmente dai nostri anziani. Un problema che va affrontato fornendo strumenti anche di intelligenza artificiale che consentano al medico di orientarsi tra i numerosi rischi di interazione tra i vari medicinali. Magari per decidere alla fine di derubricarne qualcuno dal ricettario».
«Il network per l’informazione farmaceutica indipendente ha tutte le potenzialità per risolvere le maggiori criticità che oggi riscontriamo nella comunicazione sui medicinali – commenta il Direttore Tecnico Scientifico di AIFA, Pierluigi Russo -. E per garantire la completa indipendenza dell’informazione prodotta tutte le persone coinvolte nel progetto e gli autori dei materiali dovranno sottoscrivere annualmente una dichiarazione sui conflitti d’interesse, che sarà resa pubblica nel sito del progetto. Ogni articolo, derivante dalla letteratura, inoltre avrà al piede eventuali informazioni relative ai finanziamenti degli studi o alla presenza di conflitti d’interesse», conclude Russo.
Ma il progetto non punta solo sull’informazione. «Al giorno d’oggi – afferma Anna Rosa Marra, responsabile dell’Area Vigilanza Post-Marketing dell’AIFA che ha promosso per conto dell’Agenzia l’iniziativa – è impensabile realizzare un progetto di informazione indipendente sul farmaco senza affiancarlo a un’attività di formazione sulla metodologia della ricerca clinica e sui processi di valutazione, approvazione e monitoraggio post-marketing dei farmaci. Mentre l’informazione, infatti, consente la semplice disseminazione delle informazioni, la formazione consente di fornire uno strumento di possibile applicazione pratica delle informazioni ricevute, con il duplice ruolo di rinforzare le informazioni più importanti e, attraverso i casi e le storie, declinarle nella realtà quotidiana».
La crisi del Servizio sanitario nazionale e la necessità di nuove risorse per risollevarlo sono state fotografate in modo preciso ed analitico in questi ultimi giorni sia dal Rapporto GIMBE che dalle audizioni in corso sul Piano strutturale di Bilancio alle Commissioni Bilancio di Camera e Senato. Il quadro che ne emerge è sempre più disarmante, e dovrebbe spingere il Governo a prevedere con urgenza azioni incisive e coraggiose che rilancino veramente la sanità pubblica. Un rilancio che vada al di là dei finanziamenti che saranno previsti nella prossima legge di Bilancio, la maggior parte dei quali sarà tra l’altro assorbita dai rinnovi dei contratti del personale, lasciando dunque ben poco all’effettivo miglioramento dell’offerta sanitaria e, quindi, dell’assistenza ai cittadini. Al Servizio sanitario nazionale occorrono risorse extra, che potrebbero derivare da tasse di scopo previste per finanziare specificamente la sanità pubblica.
Oltre alla proposta lanciata da AIOM di aumentare il costo delle sigarette, che ha il doppio obiettivo di disincentivare il fumo e di reperire risorse da investire nel Servizio sanitario nazionale, la Federazione CIMO-FESMED suggerisce:
Di destinare al rilancio del SSN 1 miliardo derivante dalla tassazione sugli extraprofitti generati dai settori che negli ultimi anni hanno beneficiato maggiormente della situazione geopolitica e finanziaria;
Di aumentare dell’1% l’attuale tassazione sui giochi, ricavando quindi 1,3 miliardi;
Di emettere, sulla scia dei BTP Green, nuovi titoli di Stato i cui proventi siano esclusivamente destinati al finanziamento del Servizio sanitario nazionale. Nel 2024, ad esempio, un’unica emissione di BTP Green ha permesso di collocare 9 miliardi.
«Siamo consapevoli dello scenario macroeconomico in cui il Governo è chiamato a redigere la legge di Bilancio, e non vogliamo di certo proporre soluzioni semplicistiche – dichiara Guido Quici, Presidente del sindacato dei medici CIMO-FESMED -, ma i nostri sono solo esempi per evidenziare come, volendo cercarle, le risorse da destinare alla sanità possono essere trovate».
«È doveroso inoltre specificare che maggiori finanziamenti debbano in ogni caso essere accompagnati da una riforma strutturale del Servizio sanitario nazionale e da un impegno maggiore dello Stato nel controllo delle Regioni, che è essenziale per evitare una dispersione o un utilizzo non oculato delle risorse economiche messe a disposizione. Senza controlli e senza riforme i finanziamenti non saranno mai sufficienti per migliorare la sanità pubblica; ma, al contempo, senza finanziamenti le riforme sono destinate a rimanere sulla carta».
«La situazione è talmente drammatica che non è più il momento di utilizzare la sanità come campo di scontro tra maggioranza e opposizione, che invece dovrebbero collaborare per aiutare sanitari e pazienti in evidente difficoltà. Il governo ha la volontà e il coraggio necessari per fare queste scelte, i cui benefici ricadranno esclusivamente sui cittadini?» conclude il Presidente CIMO-FESMED.
Si è tenuta lo scorso venerdì 4 ottobre, nella splendida cornice del Museo Archeologico Nazionale delle Marche di Ancona, la Tavola Rotonda sulla ‘Sicurezza Alimentare’, organizzata dalla Società Italiana di Tossicologia (SITOX). L’evento, parte del calendario di ‘Extra G7 Salute’, è stato moderato dal Presidente nazionale di SITOX, Orazio Cantoni, e ha visto la partecipazione di illustri esperti del settore.
Durante il convegno, si è discusso ampiamente della valutazione scientifica dei rischi legati alla presenza nella catena alimentare e produttiva di sostanze come pesticidi, conservanti e additivi. Il Presidente Orazio Cantoni ha sottolineato l’importanza di garantire una corretta informazione e protezione del consumatore: «Abbiamo analizzato i rischi connessi non solo alle sostanze presenti negli alimenti, ma anche a fenomeni di sofisticazione alimentare e frodi, illustrando come la scienza può aiutare a prevenire e individuare questi rischi, proteggendo la fiducia dei consumatori».
Uno dei temi centrali della Tavola Rotonda è stato il dibattito sull’uso del glifosato, un erbicida largamente utilizzato in agricoltura, divenuto esempio emblematico di cattiva informazione. Contrariamente alle preoccupazioni sollevate da alcune agenzie, infatti, come l’Agenzia Internazionale per la Ricerca sul Cancro (IARC), che lo hanno classificato come potenzialmente cancerogeno, diversi enti regolatori internazionali, come l’EFSA (Autorità Europea per la Sicurezza Alimentare) e l’EPA (Environmental Protection Agency) negli Stati Uniti, hanno ribadito che il glifosato non rappresenta un rischio significativo per la salute umana, se utilizzato nelle giuste dosi. Gli esperti hanno sottolineato che la sicurezza del glifosato è garantita quando rispettate le quantità prescritte dalle normative vigenti.
«Le dosi autorizzate sono frutto di un’attenta valutazione scientifica, volta a limitare al massimo l’esposizione della popolazione. Come accade per altre sostanze – ha spiegato Corrado Galli, past president SITOX – è la dose che determina la tossicità: livelli troppo alti potrebbero essere pericolosi, ma alle dosi comunemente utilizzate in agricoltura, il glifosato non presenta rischi significativi per la salute. Studi approfonditi, come l’Agricultural Health Study, hanno dimostrato che non esiste un legame tra l’uso del glifosato da parte degli agricoltori e un aumento del rischio di tumori. È stato altresì ribadito che il controllo delle infestanti attraverso l’uso di erbicidi come il glifosato contribuisce a mantenere alte le rese agricole, evitando tecniche più invasive e meno sostenibili per l’ambiente».
Nella seconda parte della tavola rotonda, il focus si è spostato sulla sicurezza degli alimenti consumati e sui rischi di intossicazioni alimentari. Carlo A. Locatelli, Direttore del Centro Antiveleni IRCCS Maugeri Pavia e membro SITOX, ha sottolineato come il centro riceva 105.000 richieste di consulenza all’anno, pari a circa 200 al giorno. «Quello dei funghi è l’esempio ‘stagionale’ perfetto per far capire come riusciamo ad intossicarci senza bisogno di acquistare alimenti contaminati al supermercato. Ma è capitato anche di trovare alcaloidi tropanici negli spinaci, dovuti alla contaminazione con stramonio, finito per errore nella catena di produzione. Anche i piselli occasionalmente risultano contaminati da sostanze pericolose».
Locatelli ha anche parlato delle insidie rappresentate dalle piante velenose, spesso confuse con quelle commestibili: «Il colchico autunnale, o falso zafferano, è un fiore bellissimo ma estremamente velenoso, e ci sono stati casi di persone che lo hanno usato per cucinare, con esiti purtroppo mortali. Simili errori capitano anche con la mandragora, raccolta per sbaglio e ingerita». Inoltre, il professore ha sottolineato il rischio rappresentato dalle conserve casalinghe: «Ogni anno si verificano decine di casi di intossicazione da botulino, direi almeno una cinquantina, legati proprio a prodotti fatti in casa».
Gli esperti hanno poi sottolineato l’importanza di scegliere alimenti di stagione e poco processati. “È fondamentale che i consumatori prestino attenzione alla stagionalità dei prodotti, scegliendo frutta e verdura di stagione, che offre il massimo in termini di freschezza e nutrienti, riducendo anche i rischi legati alla conservazione prolungata. Inoltre, gli alimenti poco processati sono una scelta sicura per limitare l’esposizione a conservanti e altre sostanze chimiche che possono aumentare i rischi per la salute».
Tra i relatori della giornata il Capitano Alfredo Russo, Comandante del nucleo NAS di Ancona; Andrea Terron, Senior Scientific Officer di EFSA, e Antonio Iaderosa, Capo Compartimento Centro Repressioni e Frodi Marche/Emilia-Romagna, con un focus su come proteggere il mercato alimentare dalle frodi e garantire la sicurezza dei consumatori, dimostrando ancora una volta l’importanza di un approccio scientifico rigoroso per la tutela della salute pubblica. «In Italia – hanno assicurato – i controlli sugli alimenti sono una cosa seria, l’organizzazione è eccezionale. Gli alimenti sono sottoposti a rigorose verifiche e i ritiri scattano immediatamente appena viene identificato un rischio».
Responsabilità familiari e impegni: un difficile equilibrio da gestire per le donne italiane, soprattutto per le over 30, che in Italia trovano poco tempo per donare. Un’evidenza che emerge da “Globuli Rosa”, un‘indagine commissionata dal Centro Nazionale Sangue, nell’ambito della campagna “Dona vita, dona sangue”, promossa dal Ministero della Salute in collaborazione con il CNS e le principali associazioni di donatori (AVIS, Croce Rossa, FIDAS, FRATRES e DonatoriNati), per indagare le ragioni che portano le italiane a donare meno rispetto alle donne di altri paesi europei. Questa iniziativa, che oltre all’indagine, ha dato origine ad una vera e propria campagna di sensibilizzazione, mira a identificare le barriere che impediscono alle donne di donare sangue e sviluppare soluzioni perché la donazione diventi una pratica comune.
L’indagine qualitativa, svoltasi tra maggio e luglio 2024, è stata condotta attraverso due modalità ovvero la realizzazione da parte di Doxa di focus group composti da non donatrici o ex donatrici (divise in gruppi a seconda della fascia di età: 30-45 anni e 46-55 anni), e una survey sul portale donailsangue.salute.gov.it, che ha raccolto opinioni ed esperienze personali di 3.947 donne over 30 sul tema della donazione del sangue, allo scopo di instaurare un dialogo diretto e un ascolto attivo delle intervistate e comprendere più nel dettaglio le motivazioni profonde che si celano dietro la mancata donazione.
I focus group evidenziano come, nonostante la donazione di sangue sia percepita positivamente come un gesto altruistico e generoso, questa pratica non trova particolarmente spazio nella routine delle donne over 30. Essendo al centro delle dinamiche familiari e spesso responsabili della cura domestica, dei figli e degli anziani, le protagoniste dell’indagine indicano tra le principali motivazioni della mancata donazione di sangue, la moltitudine di impegni e responsabilità a cui sono tenute a rispondere e la mancanza di tempo che ne deriva. Sentendosi sovraccariche di “doveri” le donne faticano a considerare l’atto della donazione come prioritario.
All’interno di questo contesto infatti, donare sangue è percepito come un gesto complicato a più livelli, non particolarmente chiaro nell’iter e che non riesce a trovare, come dice il rapporto, spazio nel “cuore” – poiché l’impegno emotivo è già destinato alla famiglia-, nella “mente” -, creando ulteriore disordine e fatica-, e nella “vita”, essendo difficile riuscire a collocarlo tra i vari impegni.
A questo fattore si aggiunge la mancanza di supporto che fa sentire la donna socialmente sola: una condizione questa, che appare profondamente diversa rispetto ad altre realtà europee. Il lavoro fragile e privo di un adeguato sistema di welfare infatti, costringe le donne a evitare ulteriori assenze, preferendo utilizzare permessi e ferie per le necessità familiari e personali, piuttosto che per iniziative sociali.
La mancanza di tempo è un “leitmotiv” che emerge anche nella seconda indagine qualitativa, quella relativa alla compilazione della survey. Questa, grazie alle numerose testimonianze (1446 donatrici,1615 non donatrici e 886 ex donatrici), evidenzia, oltre alla mancanza di tempo, che si attesta anche in questo caso al primo posto come freno principale alla mancata donazione (36,8%), altri temi quali la gravidanza e l’allattamento, individuati come due momenti che portano a interrompere le donazioni di sangue e riprenderle con difficoltà in un secondo momento (18,5%). Inoltre, i problemi di salute, reali o percepiti, sono frequentemente citati come motivazioni che ostacolano significativamente questa pratica (14,5%): le donne in Italia spesso pensano di non avere i requisiti per donare, anche se, all’interno del panorama europeo si distinguono per l’ottimo livello di salute di cui godono1. La scarsa informazione (13,6%) in questo senso può contribuire a far sì che erronee convinzioni e pregiudizi ostacolino a priori la spinta a effettuare la donazione.
Infine, ma non per importanza, vengono indicate la mancanza di informazione sul tema (13,6%), paura e preoccupazioni (7,7%) e la percezione negativa del sistema sanitario (2,8%), rinforzata da vissuti ed esperienze passate.
La campagna Dona vita, dona sangue
Lo scorso 11 giugno il Ministero della Salute – in collaborazione con il Centro Nazionale Sangue e le principali associazioni di donatori (AVIS, Croce Rossa Italiana, FIDAS, FRATRES e DonatoriNati) – ha dato il via per il secondo anno a “Dona vita, dona sangue”, una campagna di comunicazione destinata a promuovere la cultura della donazione del sangue e del plasma. La campagna, che ha avuto come testimonial l’attrice Carolina Crescentini e l’ex stella del rugby e conduttore televisivo Martín Castrogiovanni, ha avuto un primo importante risultato nel 2023, quando per tutto il periodo estivo non sono state registrate carenze di sangue.
La donazione di sangue e plasma La donazione di sangue e plasma è aperta a tutti i cittadini che dispongano di un documento di identità valido. Per poter donare sono richiesti:
Età compresa tra i 18 e i 65 anni (per la prima donazione 60 anni, i donatori periodici possono donare fino a 70, previo consenso del medico selezionatore);
Nella quotidiana lotta contro le malattie non trasmissibili, un potente alleato per la prevenzione e per la salute delle persone si delinea nell’esercizio fisico. Recenti studi dimostrano che l’attività fisica regolare non è solo un passatempo, ma un vero e proprio “farmaco” preventivo che presto, anche in Italia, i medici potrebbero presto prescrivere in ricetta medica e i cittadini detrarre dalle tasse. Gli esperti concordano: praticare sport con costanza può ridurre significativamente il rischio di patologie croniche come diabete, malattie cardiovascolari e alcuni tipi di cancro.
Secondo l’OMS, a livello globale, 1 adulto su 4 non segue i livelli raccomandati di attività fisica (circa 1 donna su 3 e 1 uomo su 4 non fanno abbastanza attività fisica per rimanere in salute) e più dell’80% degli adolescenti mondiali è insufficientemente attivo. Ne consegue che nelle persone insufficientemente attive il rischio di morte aumenta del 20-30 % rispetto alle persone attive. Prescrivere sport in ricetta medica può rivoluzionare l’approccio alla salute pubblica, ponendo l’esercizio fisico al centro delle strategie di prevenzione, e perché no, anche di sostenibilità del sistema sanitario.
Come nasce il Ddl 287 di inizio agosto? Chi ha avuto l’iniziativa e chi ha aderito alla proposta di legge?
Daniela Sbrollini
«Il DdL 287, depositato da me ad inizio della XIX legislatura, nel novembre del 2022, riprende una analoga iniziativa legislativa che assieme al collega Faraone presentammo in Senato nella legislatura precedente e ha trovato lo scorso agosto ampia convergenza parlamentare. Il Ddl nasce all’interno di un dibattito avviato con il Ministero della Salute, il Ministero dello Sport e con tutti i colleghi della X Commissione del Senato, sulla necessità di introdurre l’esercizio fisico all’interno del SSN, come elemento di prevenzione, riabilitazione e cura. L’adesione a fine luglio da parte dei colleghi Senatori di tutti i partiti e movimenti politici a questo mio Disegno di legge conferma come il tema sia trasversale e di ampie sinergie ed è importante che Ministero e Parlamento abbiano la stessa sensibilità sul problema. Considerando che è stato incardinato nei lavori della X Commissione, penso che si possa essere ottimisti sul fatto che l’esercizio fisico entro questa legislatura sia riconosciuto e rimborsato dal SSN, anche, se necessario, attraverso a una Legge delega in materia. Del resto, già il Parlamento in questa legislatura, attraverso una iniziativa costituzionale, si è espresso all’unanimità sul ruolo dello sport quale componente della promozione della salute, con l’inserimento dello sport nell’articolo 33 della Costituzione; un’iniziativa legislativa anch’essa che portava la mia firma».
Su quali basi scientifiche poggia l’idea contenuta nel Ddl 287?
«Sono ottimista. Il fatto che il Ddl 287 sia stato incardinato nei lavori della X Commissione, permette di sperare che, entro questa legislatura, l’attività fisica venga riconosciuta e rimborsata dal SSN»
«Il ruolo dell’esercizio fisico è ampiamente documentato in letteratura scientifica. Le “Physical Activity Guidelines Advisory Committee Report 2008 – U.S. Department of Health and Human Services”, pubblicate nel maggio del 2008, rivoluzionarono la letteratura internazionale in materia, indicando le principali evidenze sull’efficacia dell’esercizio fisico nelle diverse condizioni e fornendo le indicazioni per l’uso corretto di questo nuovo strumento terapeutico nella pratica clinica. Secondo studi recenti, 11 minuti al giorno di attività fisica moderata come una camminata veloce oppure 8 minuti al giorno di attività vigorosa sono sufficienti a ridurre il rischio di malattie cardiache, ictus e alcuni tipi di cancro. Il difficile è modificare in maniera permanente lo stile di vita delle persone sedentarie. Lo studio Italian Diabetes Exercise Study2 (IDES_2) pubblicato su JAMA nel 2019 ha dimostrato su 300 diabetici di tipo 2, sedentari e fisicamente inattivi, che un intervento di counselling sullo stile di vita rispetto alle cure standard ha comportato un aumento significativo e sostenuto nel tempo (3 anni) dell’attività fisica e una diminuzione della sedentarietà».
Quali obiettivi si pone il DdL 287?
«Su tutto c’è il nostro Servizio Sanitario Nazionale i cui principi cardine sono l’universalità, l’uguaglianza e l’equità, e il cui obiettivo è la tutela della salute “come fondamentale diritto dell’individuo e interesse della collettività”, in ossequio all’articolo 32 della nostra Costituzione, nonché la promozione, il mantenimento e il recupero “della salute fisica e psichica di tutta la popolazione senza distinzione di condizioni individuali o sociali e secondo modalità che assicurino l’eguaglianza dei cittadini”. Dobbiamo partire da questo se vogliamo comprendere meglio come questo Ddl punti al concetto di salute quale prodromo di una buona sanità, che prevenga le malattie e che possa supportare medici, operatori sanitari nell’offrire ai pazienti sistemi di cura non meramente basati sull’intervento farmacologico, bensì sugli stili di vita e sull’esercizio fisico. Un approccio integrato in materia sarebbe, inoltre, funzionale ad una reale implementazione del documento programmatico del 2007 del Ministero della Salute “Guadagnare salute”, che tra le diverse ipotesi prevede interventi “volti ad affermare una concezione dell’attività sportiva e dell’esercizio fisico che va al di là della sola attività agonistica, divenendo invece un momento di benessere fisico e psicologico che coinvolge tutti i cittadini, giovani e meno giovani”. Da qui, un’idea di sport come momento di aggregazione sociale, promozione della salute nonché come attività formativa ed educativa dell’individuo. Vogliamo ridare dignità clinica al ruolo dell’esercizio fisico, uscendo dal mero approccio di consiglio o suggerimento, ma inserendo lo stesso all’interno del SSN, attraverso la creazione di forti sinergie tra medico di medicina generale, pediatra di libera scelta e specialisti».
Quali risultati si attendono a livello medico? Prevenzione? Terapia? In quale misura?
«Le evidenze scientifiche sui costi e gli oneri sanitari derivanti da stili di vita non salutari sono schiaccianti, e le prove dei benefici dell’attività fisica/esercizio fisico regolare nella prevenzione e nel trattamento delle malattie croniche non trasmissibili sono inconfutabili. Oltre il 50% dello stato di salute può essere attribuito a stili di vita non salutari, tra cui il fumo, l’insana alimentazione, la sedentarietà e l’inattività fisica come principali contributori. Per esempio, sette tumori sono stati collegati a uno stile di vita fisicamente inattivo. La depressione colpisce 17 milioni di americani ed è direttamente collegata a un’attività fisica insufficiente. Il morbo di Alzheimer e le demenze correlate stanno aumentando a un ritmo spaventoso. Entro il 2025, si prevede che il numero di persone di età pari o superiore a 65 anni affette da malattia di Alzheimer raggiungerà i 7,1 milioni di persone. Si stima che negli Stati Uniti siano oltre 30 milioni gli adulti affetti da diabete (e per il 95% si tratta di diabete di tipo 2). Considerando che ogni 21 secondi viene diagnosticato un nuovo caso di diabete, non sorprende che il diabete sia la malattia più costosa negli USA, con un prezzo di 327 miliardi di dollari all’anno. Alla base della stragrande maggioranza dei casi di diabete di tipo 2 ci sono comportamenti di vita non salutari come cattiva alimentazione, sedentarietà e insufficiente attività fisica che portano a sovrappeso e obesità. Oltre al diabete di tipo 2, uno stile di vita non sano è alla base di malattie croniche prevalenti e costose come malattie cardio-vascolari, sarcopenia, demenze e cancro, che portano a morbilità e mortalità prematura. Per tutti questi motivi oggi è necessario che l’esercizio fisico sia prescrivibile, non meramente consigliabile, dando al medico specialista e al medico di medicina generale la possibilità, in collaborazione con gli specialisti del movimento come i laureati in scienze motorie e chinesiologi, di intervenire attraverso piani terapeutici che contemplino l’esercizio fisico all’interno degli stessi come strumento di prevenzione e cura».
Quale sollievo sociale e sanitario di spesa per il SSN si potrebbe avere con l’avvio dell’esercizio fisico in ricetta medica? Quale tipo di ricetta medica? Bianca o rossa?
«L’attività fisica è un efficace strumento di prevenzione e come tale deve rientrare nella strategia di intervento nei confronti di persone sane o affette da qualche patologia e l’esercizio fisico dovrebbe essere inserito nel normale iter terapeutico per il trattamento di diverse patologie. Tuttavia, questa tipologia di intervento appare ancora largamente sottovalutata nell’ambito del Servizio Sanitario Nazionale. Si sottovalutano i benefici clinici, sociali ed economici che l’inserimento dell’esercizio fisico potrebbe avere sull’individuo e su tutta la collettività. La prescrizione su ricetta rossa porterebbe a considerare l’esercizio fisico come strumento terapeutico di primaria importanza, al pari con gli interventi farmacologici e quelli dietetico-alimentari. Occorre, pertanto, che gli interventi di prevenzione mirati alla promozione dell’attività fisica e motoria, i programmi di sorveglianza sulla diffusione tra la popolazione dei fattori di rischio per malattie croniche, nonché la prescrizione controllata dell’attività fisica nei pazienti a rischio rientrino nei LEA – Livelli Essenziali di Assistenza. Una fusione tra programmi di assistenza sanitaria e di fitness cardio-metabolico nelle comunità non è più un’opzione, ma una necessità».
Quali vantaggi ci sarebbero per i cittadini? I costi dello sport potranno essere detratti?
«Lo sport è un “farmaco” che non ha controindicazioni, fa bene a tutte le età. A volte, a causa di difficoltà economiche, il genitore rinuncia a mandare il figlio a fare sport perché ci sono altre priorità»
«Lo sport è un “farmaco” che non ha controindicazioni, fa bene a tutte le età. A volte, a causa di difficoltà economiche, il genitore rinuncia a mandare il figlio a fare sport perché ci sono altre priorità. I cittadini devono trovare nell’attività motoria e nell’esercizio fisico un elemento per la promozione della propria salute. Oggi l’Italia ha purtroppo dei primati a livello europeo sulla sedentarietà: oltre un terzo della popolazione, soprattutto al Sud e nelle Isole è totalmente inattivo. Anche sull’obesità infantile i dati sono allarmanti e, sempre nelle regioni del Sud e nelle Isole, il numero dei bambini in sovrappeso e obesi ha raggiunto livelli di guardia: secondo ISTAT e IBDO Report sono in questa condizione il 26,3% dei bambini e adolescenti tra i 3 e i 17 anni (2,2 milioni). Una situazione inaccettabile dal punto di vista clinico e socio-economico e ci fa capire che, se non interveniamo subito, in futuro il carico di italiani con malattie croniche non trasmissibili (obesità, diabete tipo 2, malattie cardiovascolari e tumori) sarà destinato ad aumentare mettendo in crisi il nostro SSN. Nel nostro Paese il costo dell’inattività fisica è stimato a 1,3 miliardi di euro nei prossimi 30 anni. Un costo assolutamente non sostenibile dal nostro SSN e sul quale dobbiamo intervenire anche con strumenti legislativi appropriati in tema di incentivazione, attraverso la detrazione dal 730 di parte dei costi connessi all’esercizio fisico prescritto. Dobbiamo agire sull’inerzia del cittadino, incentivandolo e supportandolo, e su quella istituzionale, e non solo con strumenti legislativi, ma finanziando di più il nostro SSN».
La reumatologia italiana si ritrova nei prossimi giorni a Firenze in occasione del XXVII Congresso nazionale del Collegio Reumatologi Italiani – CReI, che si apre con un titolo insolito, What Else? (9-12 ottobre, Palazzo dei Congressi, Firenze) quasi a sottolineare l’unicità di questo evento nel panorama degli appuntamenti scientifici nazionali. Un’originalità che salta all’occhio perché segue coraggiosamente l’approccio One Health, visto che all’evento CREI, come sottolinea la presidente del Collegio Daniela Marotto, “si porrà la persona e la malattia reumatologica al centro di una rete di relazioni, rapporti multidisciplinari, sguardi epidemiologici e collaborazioni con farmacisti, sociologi, economisti, giuristi, legislatori, psicologi, decisori istituzionali ed esperti dello sviluppo ambientale sostenibile”.
Il tutto anche con una decisa immersione nell’innovazione tecnologica in sanità, visto che CReI ha avviato il progetto Digital Team Solution Healthcare pensato come agorà per operatori sanitari, pazienti e caregiver dove comprendere e utilizzare al meglio gli strumenti innovativi messi a loro disposizione.
CReI: una nuova visione della reumatologia
A Firenze il Collegio presenterà, nei lavori congressuali, un approccio specialistico complessivo che porta uno sguardo prospettico nuovo sulla reumatologia e sulla sanità nel suo complesso. Come descrive Daniela Marotto, per CReI “la cura della persona con patologia reumatologica parte dalla creazione di una rete e dall’esaltazione della multiprofessionalità in quanto ingredienti essenziali per perseguire gli obiettivi dell’universalità e dell’equità delle cure nei confronti dei cittadini”.
Obiettivi che saranno condivisi con i circa mille partecipanti al Congresso, che seguiranno le oltre 50 sessioni previste su quattro giornate di lavoro, con gli interventi di circa centoventi speakers e relatori di prestigio. Tra questi, ovviamente, alcuni tra i massimi esperti nazionali di reumatologia: dal vicepresidente CReI Alberto Migliore (che proporrà un approfondimento su osteoartrosi: interazione del microbiota e mondo articolare) a Luis Severino Martin (che modererà la sessione su psoriasi e artrite psoriasica). A partire dai concetti fondativi espressi dalla presidente Marotto, Patrizia Amato (coordinatore esecutivo del Collegio) entra nel merito del programma, in cui “ampio risalto sarà dato al confronto su aspetti di rilevanza clinica pratica, diagnosi, terapia e influenza dei determinanti ambientali quali stress, sonno, attività fisica, alimentazione ed inquinanti su patologie come artrite reumatoide, spondiloartriti, artrite psoriasica, LES, miositi, sclerosi sistemica, dolore cronico, sindrome fibromialgica, uveiti, artrosi”. “Una particolare attenzione”, prosegue Amato, “verrà poi riservata al rischio cardiovascolare, neoplastico e infettivo che gravano sui nostri pazienti e che sono fortemente influenzati dall’ambiente”.
12 Ottobre: Giornata del Malato Reumatico
Il Congresso si svolge nei giorni della Giornata Mondiale del Malato Reumatico, che ricorre nella data del 12 ottobre. Quest’anno la WAD, Organizzazione internazionale che promuove questa occasione, ha lanciato il tema «È tutto nelle tue mani, agisci!», come invito a prendere coscienza della necessità di intraprendere iniziative unificate tra pazienti, clinici e organizzazioni. Non a caso il CReI propone proprio in questa giornata – come evento a latere del XXVII Congresso – un evento aperto a tutti i pazienti, pensato come momento di dialogo e confronto tra cittadini e specialisti. Si tratta di un Meeting-Pazienti che prevede molteplici approfondimenti su: comunicazione medico-paziente, sul rapporto tra malattie reumatologiche e salute riproduttiva di donne e uomini.
Perché One Health?
“Abbiamo creato un programma congressuale imperniato sul concetto One Health così come definito e promosso dall’Organizzazione Mondiale della Sanità”, spiega la presidente Marotto, “Ogni anno nel mondo nove milioni di persone muoiono perché vivono in ambienti non sani. L’inquinamento ambientale si associa anche ad un aumento del rischio e all’ingravescenza delle malattie reumatologiche. Ed ecco dunque che One health rappresenta l’approccio ideale per raggiungere l’obiettivo di una salute globale affrontando in un concetto olistico i bisogni delle popolazioni sulla base dell’intima relazione tra la loro salute e l’ambiente in cui vivono”. Da qui la sessione inaugurale (10 ottobre) con la lettura magistrale proposta da Antonio Giordano (oncologo dello Sbarro Institute, Philadelphia) su One health strategie innovative in ambito di ambiente e correlazione con le patologie reumatologiche, a cui più in generale seguiranno un insieme di comunicazioni e approfondimenti che avranno la correlazione ambiente-salute-patologia reumatologica come chiave di lettura.
Multidisciplinarietà concreta
Da anni il CReI spinge forte sull’acceleratore della “contaminazione” di saperi professionali. Perché? “Non si può fare a meno di battere costantemente il terreno della multidisciplinarietà”, precisa la presidente Marotto, “Ad esempio abbiamo avviato un cammino specifico di onco-reumatologia visto che è nota l’associazione tra alcuni particolari tipi di neoplasie quali linfomi, tumore del polmone, melanoma e patologie reumatologiche quali artrite reumatoide, lupus eritematoso sistemico e sindrome di Sjogren mentre altre tipologie di tumore sarebbero meno frequenti nei nostri pazienti”. E CReI non si ferma qui: è infatti attiva anche nel programma congressuale anche una forte collaborazione con gli psicologi di Associazione Nazionale Psicologi Psicoterapeuti-ANAPP (da qui il Corso sulla Sinergia psicologo-reumatologo per la presa in carico e trattamento integrato del paziente, 12 ottobre) e con i fisioterapisti per tutto l’ambito riabilitativo (da cui il Corso Riabilitazione in reumatologia, uno sguardo multidisciplinare, 12 ottobre).
L’importanza della medicina di genere
In linea con il tema portante di tutto l’evento congressuale un’attenzione particolare verrà data alla medicina di genere. “Secondo la visione globale del concetto di salute”, dice Patrizia Amato, “è necessaria l’erogazione di cure appropriate che presuppongano la centralità dell’individuo e la personalizzazione delle terapie. Come dunque potremmo prescindere dal tener conto che le differenze biologiche definite dal sesso in termini di fattori genetici, ambientali, socioeconomici e culturali influenzano lo stato di salute di un soggetto?” Oggi, prosegue Amato, intendiamo sviluppare ed offrire una ‘cultura medico-reumatologica della differenza’, che possa render conto dell’identificazione di sottogruppi di pazienti in base all’età, sesso, fenotipo articolare, durata e attività della malattia”. L’intera sessione del venerdì pomeriggio (11 ottobre) sarà dedicata a Reumatologia e medicina di genere, e si aprirà con la comunicazione su “Artrite e fertilità: è tempo di pensare agli uomini. Dall’esperienza pratica alle evidenze scientifiche”.
Inedito: le Escape Rooms
Nel mondo ludico dei giochi e dei passatempi le Escape Rooms sono divenute in questi ultimi anni una soluzione divertente e intelligente. Di che si tratta? Un gruppo di “amici” (o cavie) si ritrovano in un ambiente chiuso e isolato e devono cercare di uscirne grazie a tentativi plurimi. L’escape room in Reumatologia è una delle più insolite attività proposte all’interno di CReI 2024! In realtà la proposta è un formato di edutainment in cui ai partecipanti viene proposta un’esperienza particolarissima: piccoli gruppi di specialisti verranno infatti “chiusi” in una di queste rooms-stanze da cui potranno uscire solo dopo aver risolto (in tempi definiti) quesiti ed enigmi clinico-terapeutici messi a punto dal Comitato Scientifico del Congresso.
CReI oggi
Il Collegio è nato nel 1995. L’attuale Direttivo CReI è in carica dal 2021 e vede la seguente governance: Daniela Marotto (presidente); Alberto Migliore (vice-presidente), Angelo De Cata (past-president); Patrizia Amato (coordinatore esecutivo). I consiglieri sono: Gianpiero Baldi, Vincenzo Bruner, Paolo di Giuseppe, Fortunato Ferracane, Mirca Lagni, Giuliana La Paglia, Antonio Marchetta, Paolo Moscato, Raffaele Zicolella, Luis Severino Martin, Carlo Venditti e Rosetta Vitetta.