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«Donne ancora troppo penalizzate per incarichi e stipendi. E la sanità perde le loro competenze»

Per le donne medico italiane il soffitto di cristallo è quasi irraggiungibile. Lo confermano i dati del libro bianco, diffuso ad inizio anno da Fondazione Onda, dove si riporta che solo l’8,3% delle donne medico riveste un ruolo apicale a fronte del 20,6% dei colleghi maschi e ancora poche Strutture complesse sono dirette da una donna.

Antonella Vezzani

Antonella Vezzani, Presidente Associazione Italiana Donne Medico, si confronta con TrendSanità per una ‘fotografia’ della presenza femminile nelle strutture ospedaliere italiane.

«Come illustrato dai dati del Ministero della Salute, ormai le donne medico a livello ospedaliero, sono più del 50%, quindi c’è stato il sorpasso e, facendo riferimento ai dati del 2023, sono il 52% di tutti i medici ospedalieri, tuttavia, le donne medico che rivestono incarichi dirigenziali di struttura complessa sono soltanto il 19,2% di tutte le strutture complesse. Va un po’ meglio per la struttura semplice, ma questo dato è giustificato dal fatto che fino a qualche anno fa la struttura semplice non aveva budget; quindi, non aveva un’identità di posizione di leadership, come invece detiene la struttura complessa. Anni fa era più facile arrivare a posizioni dirigenziali in strutture semplici; adesso, il 37% delle strutture semplici sono assegnate a donne medico, ma sempre e comunque in numero inferiore rispetto agli uomini. Purtroppo, la progressione della carriera, cioè l’evoluzione nell’arco degli anni per le donne medico è stata molto lenta e passi in avanti purtroppo, ne sono stati fatti ancora troppo pochi».

Leadership e aree funzionali di medicina, dove sono le donne?

Sulla chirurgia le donne dimostrano di raggiungere delle competenze e delle abilità tecniche importanti

«Oltre ad una segregazione di tipo verticale, ovverosia, poche donne arrivano a ricoprire i ruoli di leadership, c’è anche una segregazione di tipo orizzontale. Ciò significa che sono soprattutto le aree funzionali di medicina o le aree funzionali dei servizi quelle dove le donne medico sono più presenti, mentre per le aree funzionali di chirurgia, la presenza delle donne è piuttosto bassa, anche se, ultimamente, va crescendo. Nelle chirurgie generali le donne medico sono meno del 30%, in cardiochirurgia addirittura ancora meno, intorno al 18% e in ortopedia il 16%. Ciononostante, la chirurgia attira sempre di più le donne medico, forse perché è un tipo di attività che le donne riescono ad acquisire bene. Generalmente, le technical skills sono diverse per gli uomini e per le donne, ovvero, abbiamo abilità diverse, ma sulla chirurgia le donne dimostrano di raggiungere delle competenze e delle abilità tecniche importanti. Dato che nei prossimi anni le donne si avvicineranno sempre di più a queste specialità, perché l’ambiente è cambiato e non è più considerato così prestigioso come era vent’anni fa, si creerà spazio anche per loro».

Quali criticità per le donne chirurghe?

«Le criticità sono importanti, perché l’ambito chirurgico è un’attività medica molto impegnativa e poco remunerata a fronte delle possibilità che hanno altre tipologie di specialità, che possono essere svolte in ambulatorio ed anche in ambiente privato. Inoltre, occorre considerare il carico di responsabilità dei chirurghi: i chirurghi hanno in mano la vita delle persone».

A parità di incarico corrisponde parità di salario?

«In ambito ospedaliero la retribuzione è in funzione di un contratto nazionale; quindi, in teoria, non ci dovrebbe essere differenza salariale tra uomo e donna medico. Tuttavia, certi incarichi, certi riconoscimenti possono essere retribuiti in maniera personalizzata e alcuni incarichi vengono più facilmente dati ad un uomo che ad una donna. Anche nell’ambito dell’attività professionale ‘intramoenia’ gli uomini tendono a farsi pagare di più rispetto alle donne. Questo viene considerato prestigio, mentre se a farsi pagare di più sono le donne vengono accusate di essere esagerate. Succede per via di un pregiudizio a riconoscere il valore di una donna medico. Ogni anno, le aziende ospedaliere devono redigere una rendicontazione sulla situazione del personale sanitario diviso per genere e quindi da lì si evince molto bene questa differenza importante. Più si sale nel livello di incarichi, quindi direttore di struttura complessa o capo dipartimento, più questa differenza si nota ed arriva anche a una differenza importante, che si può aggirare intorno al 20%. E a parità di ruolo i cosiddetti premi di produzione vengono elargiti soprattutto a medici uomini».

E ci sono anche i carichi familiari…

Riuscire a integrare queste componenti favorisce la crescita della qualità del lavoro, della qualità del servizio che si offre alla popolazione

«Esatto. Le donne devono farsi carico degli impegni con la famiglia, in conseguenza di ciò fanno meno guardie, fanno meno ore straordinarie e, alla fine, arrivano a guadagnare molto meno rispetto agli uomini. A volte, diventa difficile svolgere quella componente del lavoro che favorisce poi anche la crescita professionale, come ad esempio le riunioni, che spesso sono organizzate prima dell’inizio dell’attività di reparto, ovvero quegli incontri in cui si discute magari dell’organizzazione dei progetti specifici. La conciliazione è sicuramente un problema importante, ma c’è ancora un forte pregiudizio». 

Avere poche donne alle posizioni apicali costituisce uno svantaggio per le strutture sanitarie?

«Uomini e donne, come nel mondo del lavoro in genere, hanno delle differenze; così è anche nell’ambito sanitario, sia per quello che riguarda le technical skills, sia nelle comunication competence; quindi, riuscire a integrare queste componenti favorisce la crescita della qualità del lavoro, della qualità del servizio che si offre alla popolazione, perché diventano complementari. Così come è importante che ci siano componenti giovani e componenti esperti, è importante che ci sia l’aspetto maschile e quello femminile, ma anche tutte le componenti intersezionali, quindi devono essere rappresentati tutti, compresi i giovani. Non è solo l’esperienza che conta, ma anche il bagaglio culturale di chi è appena uscito dall’università. È una formazione che può arricchire chi invece ha l’esperienza. Quindi anche il rapporto intergenerazionale è un aspetto molto importante da tenere presente». 

Next Generation Pharmacy: concluso il 45° Congresso con oltre 3.300 presenze in 4 giornate

Si è concluso con il dato finale di oltre 3.300 partecipanti il 45° Congresso SIFO, che ha delineato a Napoli il percorso per la next generation pharmacy, basando su missione, visione e valori il futuro della farmacia ospedaliera e dei servizi territoriali. «È stato un Congresso che ha fatto registrare uno straordinario successo dal punto di vista di numerosità dei partecipanti, autorevolezza dei contenuti e prestigio per le presenze istituzionali»: queste le prime parole del presidente Arturo Cavaliere a commento dei lavori.

Dichiarazione confermata dal presidente del Congresso Ugo Trama, che ha parlato dell’importanza della «partecipazione del Ministro Orazio Schillaci, dei vertici AIFA e del presidente De Luca, come di segnali forti di attenzione istituzionale non solo formale verso la nostra società ed il suo evento napoletano, a dimostrazione del fatto che siamo una realtà viva con cui è utile e proficuo confrontarsi. Speriamo proprio a partire da Napoli di riuscire a fare sempre il bene di SIFO e dei tanti giovani che vi si riconoscono».

Il riferimento ai giovani da parte di Trama non è occasionale, perché durante l’assemblea dei soci sono stati condivisi gli ultimi dati sulla composizione associativa: «La Società nell’ultimo quadriennio – ha precisato il segretario nazionale Adriano Vercellone – ha aumentato il numero dei soci del 42% giungendo oggi a 3.112 iscritti, e registrando una forte partecipazione dei giovani farmacisti, visto che ad oggi i soci specializzandi iscritti a SIFO sono 1090, circa il 30% dell’intera Società».

Dal Congresso – che aveva in Piera Maiolino il presidente del Comitato Scientifico, Adriano Cristinziano il presidente del Comitato Organizzatore, e in Adriano Vercellone e Simona Serao Creazzola i due Coordinatori – giungono evidentemente anche indicazioni per il futuro lavoro immediato della Società. Ha affermato infatti il presidente Cavaliere: «Le sei sessioni plenarie e le diciotto parallele ci aiutano a portare a casa contenuti e prospettive che faranno parte dei nostri impegni futuri. Tra le tante indicazioni raccolte nelle sessioni dedicate alle innovazioni, direi che una sicuramente prioritaria è che nel settore dei servizi farmaceutici e dei servizi ospedalieri abbiamo necessità di investimenti tecnologici e quindi che il DM 70 sarà un’opportunità per riqualificare anche dal punto di vista tecnico, tecnologico e strutturale i servizi farmaceutici ospedalieri e territoriali». Chiusi i battenti sul Congresso, SIFO procede sui tanti percorsi già avviati, con la partecipazione ai tavoli tecnici in cui è radicata e presente. L’appuntamento con il 46° Congresso sarà nel prossimo autunno in una città del Nord.

Medicina di genere: supporto a ogni fragilità

Quando si parla di medicina di genere ci si riferisce a tutte quelle differenze biologiche e socio-culturali dell’individuo, che devono essere valutate ed importate per una corretta presa in carico della persona, ma anche per affermare un effettivo diritto alla salute. L’importanza di un approccio specifico, nel senso della medicina personalizzata, è stato approfondito nel 45° Congresso, a partire dall’intervento di Elena Murelli, senatrice, che ha rilevato che la salute della donna è il paradigma dello stato di salute dell’intera popolazione e poi con esperienze e visioni specifiche di esperti di settore (Maria de Silvio, Società Italiana Medicina di genere), farmacoeconomisti (Eugenio di Brino, ALTEMS), oltre che in una tavola rotonda a cui hanno partecipato Adriano Cristinziano (Comitato Organizzatore), Claudio Pisanelli (SIFO Lazio), Emma Giordani (ASL Rieti), Antonella Guida (ASL Caserta) Amelia Filippelli (SIF), Gabriele Cappa (DG Regina apostolorum) e Paola Ferrari (esperta in diritto farmaceutico). La certezza è che anche entrando nel territorio della medicina di genere (approccio che non riguarda solo le donne, ma anche i migranti, le persone che vivono in carcere e i componenti della comunità LGBT), il ruolo del farmacista ospedaliero è quello di “legare insieme” le differenti prospettive che possono portare ad un’autentica medicina delle persone più fragili e meno “garantite”.

Medicina di precisione: il ruolo del farmacista ospedaliero

Quando si parla di medicina di precisione ci si riferisce all’ambito vasto delle terapie personalizzate ed il 45° Congresso SIFO è stato il giusto contesto per condividere tra farmacisti ospedalieri e dei servizi territoriali lo stato di avanzamento della ricerca, in particolare nell’ambito oncologico. La sessione dedicata al tema, tenuta nel pomeriggio di sabato, nelle parole della tutor di sessione, Piera Maiolino (Presidente Comitato Scientifico), ha portato a comprendere come la medicina di precisione sia concentrata a comprendere «gli elementi fondamentali per la comprensione delle dinamiche che portano all’insorgenza di una patologia, e quindi permette lo sviluppo del miglior farmaco in base al bersaglio molecolare da colpire». Ma, ha affermato Maiolino, «ci sono questioni aperte sulle quali come farmacisti ospedalieri e territoriali ci dobbiamo soffermare: la conoscenza dei profili genomici è bastevole per scegliere il trattamento? L’intelligenza artificiale ed il machine learning possono portarci ad un’accurata interpretazione dei risultati genomici, contribuendo, per esempio, a identificare correlazioni tra fattori di rischio (genetici) e specifiche condizioni di salute? Saremo in grado di garantire a tutti queste opportunità di cura personalizzate?»

Interrogativi che ad oggi fanno parte delle domande che la comunità clinico-scientifica e il mondo della farmacia ospedaliera deve continuare a porsi per una corretta individuazione dei percorsi terapeutici più appropriati.

I giovani SIFO: protagonisti e premiati

La mattinata di domenica ha visto i giovani SIFO assoluti protagonisti della chiusura del Congresso. Prima con la presentazione del terzo tomo del Sussidiario dello Specializzando, poi con il confronto tra Scuole di Specializzazione (con i professori Alessia Pisterna e Nicola Realdon) e poi ancora con la premiazione delle tante tesi e poster presentati. Chiara Lamesta (coordinatrice dell’Area Giovani SIFO) ha illustrato il Sussidiario come “un progetto che offre un approccio complementare ai testi di studio, che punta a rendere facile la connessione tra teoria e pratica della professione”. Invece i premi per i poster sono stati così assegnati: Primo premio assoluto a Mario D’Auria (Ospedale dei Colli, Napoli), Mena Ilaria Pagliuca (Istituto Pascale, Napoli), Vittoria Borzumati (ASP Reggio Calabria); Premio HTA ad Andrea Marinozzi (ASL Teramo); Premio EAHP a Chiara de Santis (Università di Bari). I premi per i migliori poster Under 40 sono stati attribuiti a: Anna Gallina (Palermo), Sara Pempinello (Napoli), Luigi Fortino (Salerno), Riccardo Pizzolante (Bari), Francesca Semeraro (Roma), Katiuscia Malandrini (Roma), Gernardo Lico (Bari), Sofia Maiucci (Roma), Letizia Urbani (Asst Franciacorta), Mery La Franca (ISS Roma).

Giornata mondiale della psoriasi: le iniziative APIAFCO per i pazienti e non solo

Tutela, informazione, supporto psicologico: sono queste le principali esigenze dei pazienti psoriasici, che convivono quotidianamente – e lungo l’arco dell’intera vita – con una malattia infiammatoria, cronica, sistemica, autoimmune, recidiva, multifattoriale e non contagiosa della pelle. A loro è dedicata, ogni 29 ottobre, la Giornata Mondiale della Psoriasi, un’occasione per fare il punto sullo stato dell’arte di una patologia ad oggi incurabile, che solo in Italia colpisce circa 1,8 milioni di persone (di cui 250 mila in forma severa), esposte  al rischio di molteplici comorbidità: le malattie infiammatorie croniche intestinali, le malattie metaboliche (diabete e obesità) e quelle cardiovascolari, oltre al pesantissimo impatto sulla sfera psicologica: i dati indicano che il 26% dei pazienti soffre di 1 comorbidità associata alla psoriasi, il 24% di 2 e il 19% di 3, e che almeno il 30% sviluppa l’artrite psoriasica.

Per questa comunità, destinata purtroppo ad aumentare anche a causa della preponderanza di fattori quali lo stress e l’inquinamento su un quadro genetico preesistente, APIAFCO, Associazione Psoriasici Italiani Amici della Fondazione Corazza, rappresenta un punto di riferimento: fondata nel 2017 da Valeria Corazza, che tutt’ora la presiede, ha sempre posto al centro della mission il diritto alla salute e la qualità della vita dei pazienti psoriasici. Per farlo, si muove in ambiti paralleli e complementari: empowerment e awareness, per rendere il paziente psoriasico sempre più informato e consapevole circa i percorsi e gli strumenti utili a migliorare la propria qualità di vita; politica sanitaria, per incidere nei processi decisionali che riguardano in primis l’inserimento della patologia nel Piano nazionale di cronicità e l’adozione dei Percorsi diagnostici terapeutici assistenziali (PDTA), che assegnano concretezza alla migliore presa in carico del paziente, che nel caso specifico non può che essere multidisciplinare.

«Migliorare la qualità di vita dei nostri soci è l’obiettivo condiviso quotidianamente dalla squadra di APIAFCO – spiega la Presidente Valeria Corazza – e per farlo presidiamo tutte le aree che incidono sul raggiungimento del risultato: la collaborazione tra medico e paziente, le informazioni su trattamenti e farmaci di ultima generazione come ad esempio i biosimilari, il benessere quotidiano legato all’alimentazione, gli aspetti relazionali e lavorativi, l’isolamento sociale. Senza dimenticare, poi, l’attenzione ad altri aspetti non di rado sottovalutati nell’economia complessiva della gestione della malattia:  l’incidenza economica e di genere (fondamentale, quest’ultima, nel campo delle patologie autoimmuni, quale appunto la psoriasi), e la presenza dei caregiver».

Oltre alla campagna  di screening “Psoriasi? Affrontiamola insieme” (già 17 tappe, in partnership con Abbvie), è attiva anche “Pausa screening”, la campagna di prevenzione gratuita realizzata assieme a Johnson &Johnson con l’obiettivo di intercettare le prime manifestazioni della patologia con una diagnosi precoce, e valutare nuove possibilità per i pazienti cronici: agli appuntamenti di Roma (policlinici Gemelli, Tor Vergata e Umberto I), Latina (ospedale Santa Maria Goretti) e Napoli (AOU Luigi Vanvitelli), si aggiunge quello di Vercelli, presso l’ospedale Sant’Andrea. Della medesima importanza il servizio di supporto psicologico: una serie di incontri individuali finalizzati ad accompagnare il paziente alla riflessione, all’analisi e allo sviluppo di risorse personali, eventualmente propedeutici ai percorsi di gruppo.

In ambito specificatamente awareness, è stato molto seguito il ciclo di incontri “Affrontiamo la psoriasi senza paura”,  finalizzato a favorire il dialogo tra specialisti e pazienti: tre incontri dedicati ai percorsi di cura personalizzati grazie  alla nascita di strutture reuma-gastro-derma, alla diffusione di  farmaci biologici e biosimilari e alla fototerapia; alla psoriasi infantile (la cui frequenza è spesso sottostimata) che ha evidentemente ripercussioni importanti sull’intero nucleo familiare, e non solo sul caregiver designato (spesso la madre); al rapporto pelle e mente, inscindibile e imprescindibile nel percorso che conduce alla convivenza con la malattia. Sempre in tema awareness, una curiosità: gli interpreti della campagna social #respectpsoriasis “Se la psoriasi ti ha scelto, scegli di non subirla”, sono soci APIAFCO di lungo corso. La narrazione, caratterizzata dal racconto della  dimensione di “normalità” dei pazienti psoriasici, è focalizzata sugli alleati che facilitano la convivenza con la malattia e migliorano la qualità della vita, tutti suggeriti, descritti e messi a disposizione sul sito dell’associazione: screening dermatologici e cure specialistiche, aderenza alle terapie, idratazione quotidiana della pelle, cibi e integratori antinfiammatori, camouflage correttivo e fotoesposizione, reti di sostegno e psicoterapia.

Quindi l’impegno sul versante della politica sanitaria, che non conosce soste. Tra le tante iniziative che hanno affollato fin qui l’agenda 2024 della Presidente Valeria Corazza, in pressing su Parlamento e Regioni per accentuare la sensibilità politica rispetto alle malattie della pelle, l’organizzazione – lo scorso 10 luglio, a Roma – dell’incontro tra esperti, specialisti dermatologi, associazioni di pazienti e società scientifiche “Equity Group – Malattie croniche della pelle”, in occasione del quale ha ribadito l’importanza della diagnosi precoce, pesantemente ostacolata da problemi burocratici, liste d’attesa o interlocutori incompetenti. A seguire, la partecipazione ai lavori dell’Intergruppo Parlamentare sulle  “Malattie dermatologiche e la salute della pelle”, che ha rivolto al Ministro della Salute Orazio Schillaci e ai vari stakeholder «un appello per affrontare le tematiche dermatologiche che impattano la vita quotidiana di milioni di cittadini. In Italia, si stima che quasi il 30% della popolazione sia affetto da almeno una patologia dermatologica, un dato che sottolinea l’urgenza di affrontare questi problemi con serietà e impegno», proponendo in tal senso un Patto di legislatura. Tra i temi affrontati in altre e diverse “uscite” istituzionali: la rimborsabilità delle terapie e, soprattutto, il forte dissenso contro il mancato inserimento della psoriasi nell’aggiornamento 2024 del Piano nazionale di cronicità, definito una atto di ingiustizia sociale”: «Per quale motivo i pazienti psoriasici, cronici a tutti gli effetti, non hanno ancora accesso al Piano, al pari di chi vive la medesima condizione e il medesimo status? È una logica che ricorda tanto quella della conventio ad excludendum», ha scritto in una recente nota.

Infine, le iniziative specifiche riguardanti la Giornata Mondiale della Psoriasi. Si comincerà il 22 ottobre con la partecipazione di Valeria Corazza e Ludovica Donati alla conferenza stampa organizzata dalla Senatrice Daniela Sbrollini a Roma, presso la Sala Caduti di Nassirya del Senato, sul tema “L’importanza di garantire nuovi modelli organizzativi per la gestione di una patologia ad alto impatto sociale come la psoriasi”, per proseguire – il 25 ottobre – con il talk “Psoriasi: l’hi-tech che aiuta i pazienti”, inserito nel panel “Prendiamoci la vita” del Festival di Salute di Padova. Il 28 ottobre sarà poi la volta del tradizionale webinar (in diretta Facebook dalle ore 18) di incontro tra soci, volontari e clinici, dedicato al confronto “a tutto campo” su percorsi di cura, esperienze, buone prassi e, in conclusione, il 29 ottobre la conferenza stampa organizzata dal Senatore Guido Liris a Roma, presso la Sala Caduti di Nassirya del Senato, dal titolo “Giornata Mondiale della Psoriasi: una sfida sociale”, che vedrà Valeria Corazza dialogare con esperti clinici, rappresentanti istituzionali e delle associazioni di pazienti sul peso socio-sanitario della malattia.

Personalizzazione, umanizzazione e percorsi di cura: elementi chiave per trasformare il sistema sanitario

«La personalizzazione, l’umanizzazione e i percorsi di cura, sono elementi chiave per la trasformazione del sistema sanitario, specialmente nel contesto delle iniziative del Next Generation, pur rappresentando, da sempre, garanzia di assistenza di qualità centrata sulle relazioni di cura». A dirlo la dottoressa Maria Ernestina Faggiano, Presidente del Collegio dei Sindaci SIFO, nel corso della sessione dal titolo “Personalizzazione, umanizzazione e percorsi di cura”, che si è svolta nell’ambito del XLV Congresso Nazionale SIFO, in programma fino a domani a Napoli presso gli spazi della Mostra d’Oltremare.

«Per l’interconnesione dei tre concetti, molto sentiti da SIFO – ha proseguito la dottoressa Faggiano – non si può prescindere dall’intervento del farmacista ospedaliero, il quale, cooperando con il team sanitario garantisce continuità assistenziale, gestione ottimale delle terapie farmacologiche e fornisce educazione terapeutica personalizzata al paziente e ai caregiver sull’uso corretto delle terapie». Questo, ha fatto sapere l’esperta, avviene a livello empatico (Non technical skills) contribuendo a creare un «ambiente di cura umanizzato» e promuovendo una «relazione di fiducia e collaborazione, che favorisca l’aderenza alle terapie e la sostenibilità delle stesse».

A ciò si aggiunge l’expertise (Technical skills) propria della professione nella personalizzazione della terapia, dalla galenica alla ricetta nominativa. «Ma per ottenere il miglior risultato possibile le due competenze devono fondersi- ha tenuto a sottolineare la dottoressa Faggiano- sicuramente la digitalizzazione è un’opportunità significativa, a patto che si assuma una postura relazionale tale da integrare le cure tra ospedale e territorio. Ciò può avvenire soltanto con la formazione che SIFO, anche con questa sessione congressuale – ha concluso – continuerà a dare».

Troppi farmaci e pochi vaccini. La sfida comunicativa dell’AIFA tra polifarmacoterapia e mercanti di paure

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“Io sto bene, io sto male. Io non so cosa fare” cantavano i CCCP qualche decennio fa. Potremmo vivere la stessa incertezza di fronte al nostro rapporto con i farmaci. Ci fanno guarire dai mali, ma usati troppo o in modo non corretto ci fanno anche ammalare e morire. Ma di quali farmaci abbiamo davvero bisogno? Di quelli che il marketing dei colossi pharma ci propone ogni giorno o di quelli che ci prescrive il nostro medico in scienza e coscienza? Poi ci sono i medicinali che dovremmo prendere anche se non stiamo male. Sono una delle grandi trovate dell’umanità, salvano ogni anno milioni di vite e si chiamano vaccini. Ma mentre il “disease-mongering”, o mercificazione delle malattie, gioca in modo suadente su paure e malanni fino ad ora sconosciuti, c’è chi continua a giocare sulla paura dei vaccini facendone calare l’utilizzo anche su patologie pericolose, e molto note, che avevamo archiviato e che si stanno riaffacciando minacciose. Ma andiamo con ordine.

Un problema globale

L’OMS afferma che circa 1 paziente su 10 subisce danni durante le cure mediche, con oltre 3 milioni di decessi annui attribuibili a cure non sicure. La situazione è particolarmente critica nei Paesi a basso e medio reddito, dove fino a 4 persone su 100 perdono la vita a causa di problemi relativi alle terapie. Oltre il 50% di questi danni (che colpiscono 1 paziente su 20) sono prevenibili. La metà di questi danni evitabili è attribuita ai farmaci, evidenziando come gli effetti avversi dei medicinali rimangano una preoccupazione primaria. Il fenomeno non si limita agli ospedali. Stime suggeriscono che fino a 4 pazienti su 10 subiscono danni in contesti di cure primarie e ambulatoriali, con una percentuale allarmante di casi evitabili che raggiunge l’80%.

L’aspetto economico

Il danno ai pazienti non ha solo un costo umano, ma anche un impatto economico significativo. Sempre l’OMS riporta che questo fenomeno riduca potenzialmente la crescita economica globale dello 0,7% all’anno. Su scala globale, il costo indiretto del danno ammonterebbe a trilioni di dollari.

Uno spettro chiamato AMR

Per quanto riguarda i farmaci, a complicare lo scenario, c’è il tema dell’antibiotico resistenza. Scrive AIFA: «Con 11mila morti l’anno causati da infezioni batteriche resistenti agli antibiotici l’Italia è maglia nera in Europa. Un problema di un uso non solo eccessivo, ma anche inadeguato degli antibiotici, riduce il numero di quelli veramente efficaci, aumentando quindi il circolo vizioso delle difficoltà di trattamento. Il problema va quindi affrontato in modo multidisciplinare e multi-strategico». A questo si unisce il non corretto smaltimento di antibiotici e altri medicinali con pesanti conseguenze One Health su ambiente e animali.

Gli anziani e la polifarmacoterapia

In un Paese sempre più dai capelli bianchi si affaccia un’ulteriore angoscia: «Se la presenza di due o più patologie caratterizza già il 75% dei sessantacinquenni – spiegano ancora dall’Agenzia italiana del farmaco – tale condizione sembra colpire gli ultraottantenni nella loro quasi totalità. La diretta conseguenza di tale fenomeno è l’utilizzo di un elevato numero di medicinali per trattare queste patologie. Dai dati del Rapporto AIFA sull’uso dei farmaci negli anziani, risulta che nel corso del 2019 la quasi totalità della popolazione ultrasessantacinquenne ha ricevuto almeno una prescrizione farmaceutica (98%), con lievi differenze tra aree geografiche, con consumi giornalieri pari a tre dosi per ciascun cittadino. In questo scenario, la polifarmacoterapia, definita come l’utilizzo contemporaneo di più medicinali (in letteratura si considera l’esposizione a 5 o più farmaci contemporaneamente), è un problema di salute pubblica, perché, come noto, è associata a una riduzione dell’aderenza terapeutica, nonché a un aumento del rischio di interazioni tra molecole».

La cura della comunicazione

Le strategie a livello mondiale, europeo e italiano per affrontare questi fenomeni sono diverse ed eterogenee. Tra queste l’AIFA, nel suo nuovo corso, ha da poco lanciato un’iniziativa corposa dedicata alla comunicazione chiamata “COSIsiFA”, un network AIFA-Regioni-Istituzioni sanitarie per l’informazione indipendente sui farmaci e un sito web: infarmaco.it.

L’aumento dei ricoveri causati da farmaci

«I ricoveri ospedalieri dovuti all’utilizzo di farmaci sono, in letteratura, storicamente tra il 4% e il 5%, ma i dati sono in rapida crescita e ora si arriva anche al 9% – spiega a TrendSanità Ugo Moretti, professore di Farmacologia dell’Università di Verona e coordinatore scientifico del progetto “COSIsiFA” –. È una tendenza facilmente spiegabile con l’aumento dell’utilizzo dei farmaci e con l’invecchiamento della popolazione. Ma per gli effetti avversi non parliamo di terapie particolari o insolite. Tutti i medicinali hanno questa conseguenza anche quelli più banali come l’aspirina o i fans, farmaci antinfiammatori non steroidei, ad esempio, hanno come effetto avverso quello dell’emorragia gastrointestinale. Ma noi dobbiamo valutare anche quante vite sono state salvate o sono migliorate grazie a quei ritrovati: ovviamente molte di più rispetto a quelle che hanno avuto conseguenze negative, magari reversibili. Vanno sempre combinati con attenzione rischi e benefici, considerando che i rischi aumentano con l’età perché non è la stessa cosa prendere un farmaco a 50 anni o a 90 anni».

La confusione tra farmaci, integratori e dispositivi

«Dobbiamo lavorare sulla comunicazione per i cittadini e per i professionisti sanitari, sulla conoscenza e sulla formazione relativa alle interazioni tra farmaci e sul deprescribing, cioè smettere di prendere un medicinale quando non serve. Per i pazienti è importante capire che, se si segue una terapia, ogni farmaco in più, anche il più elementare, anche quello da banco, può interagire con gli altri ed è perciò molto importante consultare il medico che ci ha prescritto la terapia. Poi c’è la grande confusione che spesso si vive, ed è alimentata dalla pubblicità e dal marketing delle aziende, tra medicinali autorizzati, integratori e dispositivi medici» scandisce ancora Moretti.

Troppi farmaci e pochi vaccini…

Tra i dati e le considerazioni che insistono sul consapevole utilizzo dei farmaci manca forse una riflessione sull’importanza dei vaccini e su coperture che vedono l’Italia perdere ogni anno posizioni a livello internazionale: sul covid-19, sull’influenza e, persino, su morbillo e pertosse. «Dobbiamo lavorare soprattutto sulla comunicazione dei vaccini pediatrici – ammette a TrendSanità Anna Rosa Marra, responsabile dell’Area Vigilanza Post-Marketing dell’AIFA e promotrice dell’iniziativa – e siamo preoccupati per l’aumento di quelle patologie. Ma su questo tema il lavoro che va fatto è quello della formazione dei professionisti sanitari e dei pediatri. Ai cittadini in molti casi non basta riferire l’informazione, ma va stimolata la sensibilizzazione su quello che i vaccini possono rappresentare non solo per la salute individuale, o dei propri cari, ma anche per quella della collettività».

Manovra, Magi (Omceo Roma): «Eliminare le incompatibilità tra pubblico e privato, sono anacronistiche»

«Siamo molto attenti agli eventi. Sia come Ordine che come organizzazione sindacale abbiamo chiesto un segnale e un finanziamento importante, soprattutto sul personale perché, come abbiamo detto altre volte, abbiamo tutti i finanziamenti necessari per quanto riguarda attrezzature, strutture, locali e tecnologia ma, purtroppo, nel PNRR manca il capitolo personale. Bisogna quindi trovare risorse da destinare al personale. Non abbiamo ancora avuto la possibilità di leggere il testo, la normativa vera e propria. Abbiamo dichiarazioni molto generiche anche da parte del governo per quanto riguarda i soldi che sono stati messi da parte, ma a prima vista non pensiamo ci sia un nuovo investimento di quell’importo che viene considerato, perché probabilmente in una parte di quell’importo c’è qualcosa che è stato già stanziato, anche per quanto riguarda l’abbattimento delle liste d’attesa. Ma quello che ci sta preoccupando molto è capire se tutte le categorie mediche e il personale sanitario siano stati inseriti all’interno della finanziaria». Lo spiega il presidente dell’Ordine dei medici-chirurghi e degli Odontoiatri della Provincia di Roma, Antonio Magi, commentando gli interventi previsti dalla manovra nel settore della sanità.

«Abbiamo letto – prosegue- che ci sono sicuramente risorse economiche per i nuovi contratti ma si parla solamente di pubblico impiego, di dipendenti e non si parla di tutto il resto, non viene menzionato tutto il resto dell’altra metà della sanità convenzionale. Questo ci preoccupa, perché dobbiamo lavorare per potenziare il territorio e l’80% delle figure mediche che lavora sul territorio sono di tipo convenzionale. Su questo aspetto attendiamo di leggere il testo, nella speranza che queste risorse siano previste sia per il personale dipendente che per il convenzionale».

«Poi ovviamente – ha evidenziato il presidente dell’Omceo Roma- ci rendiamo conto che le risorse rimaste a disposizione sono quelle che sono, che non abbiamo una situazione economica favorevole e di questo dobbiamo prendere atto. Continuiamo però a suggerire di fare qualcosa per arginare la fuga all’estero dei nostri professionisti. In attesa che vengano stanziate le risorse disponibili, quelle necessarie per adeguarci ad altri Paesi europei, comincerei a togliere le incompatibilità, che oggi rappresentano un fatto anacronistico, visto e considerato che strutture pubbliche e private vengono considerate alla stessa stregua. Anche le prenotazioni per quanto riguarda gli accreditati vengono fatte direttamente ai Cup regionali: se siamo tutti i pubblici, perché poi c’è l’incompatibilità per gli operatori medici per lavorare da una parte o dall’altra in contemporanea? Se sono pubblici non ci dovrebbe essere incompatibilità che, lo ricordo, ha un costo zero per il Mef ma darebbe una capacità di trovare più persone disponibili a lavorare e che ci permetterebbe di andare incontro alle esigenze dei cittadini che chiedono più prestazioni, più attenzione, ovvero la presa in carico del territorio».

«Non dimentichiamo poi il tema della depenalizzazione- le parole di Antonio Magi- perché i medici non sono attratti da alcune branche specialistiche come chirurgia e medicina d’urgenza. È proprio lì che dobbiamo garantire loro serenità e tranquillità e dare loro la possibilità di svolgere il proprio lavoro senza lo sventolio delle toghe. Questo, tra l’altro, libererebbe ulteriori risorse pari a circa 13 miliardi di medicina difensiva. Per non parlare dei costi che oggi ha la giustizia penale, con 350mila cause penali esistenti nei vari tribunali, di cui il 97% finisce poi con l’assoluzione del medico. E invece di buttarle e creare rallentamento nella giustizia penale, queste risorse potrebbero essere utilizzate per finanziare il Servizio sanitario nazionale».

«Quando parlo di depenalizzazione- ha infine tenuto a chiarire Antonio Magi- non mi riferisco certamente ai casi di colpa grave, perché se si va a lavorare ubriachi o sotto l’effetto di sostanze stupefacenti è chiaro che c’è una colpa grave. In questo caso il penale rimane e, come avviene in tutti gli altri Paesi europei tranne che nella Polonia, si garantiscono comunque e sempre risarcimenti veloci al cittadino che ha subito un danno».

Tumori, nel 2050 si stimano 35 milioni di nuovi casi: +77% rispetto al 2022

La più grande sfida sociale, di salute pubblica ed economica del XXI secolo ha un nome ben preciso: è il cancro, responsabile a livello globale di un decesso su sei. E non è tutto: Oms Europa (2024) prevede in crescita i numeri delle neoplasie e, parallelamente, il peso economico delle cure sui sistemi sanitari. Nel 2050 si stimano, infatti, oltre 35 milioni di nuovi casi di tumore, +77% rispetto al 2022.

Numeri drammatici che hanno fatto da cornice alla quarta edizione del convegno nazionale organizzato dall’Associazione italiana contro le Leucemie, i Linfomi e il Mieloma (AIL) dal titolo ‘Curare è prendersi cura. Impatto ambientale e rischio sanitario, benessere e stili di vita‘.

Voluto e ideato dal presidente nazionale AIL, Giuseppe Toro e dal sociologo dell’ambiente, il professor Aurelio Angelini con il supporto del Comitato scientifico, l’evento è stato ospitato presso il Centro Congressi Roma Eventi-Fontana di Trevi e ha rappresentato un’importante occasione di approfondimento multidisciplinare su ricerche e tematiche all’avanguardia dedicate alla relazione tra impatto ambientale e rischio sanitario, con l’obiettivo di inquadrare un approccio multisettoriale per incoraggiare politiche e strategie per la tutela della salute come fondamentale diritto dell’individuo.

Nel corso del convegno nazionale AIL si sono confrontate diverse aree della ricerca scientifica sul tema dei rischi per la salute e il benessere in relazione all’inquinamento e agli stili di vita. Attraverso il proprio impegno, l’Associazione italiana contro le Leucemie, i Linfomi e il Mieloma intende così contribuire al pubblico confronto per mettere in evidenza come curare e prendersi cura dei cittadini significhi anche ridurre il rischio sanitario dovuto all’inquinamento, facendo propria la considerazione dell’Organizzazione mondiale della sanità (Oms) che richiama l’attenzione sul fatto che circa il 22% delle malattie globali sia dovuto all’esposizione a fattori ambientali modificabili. Questa percentuale sale tra il 23 e il 26% nei bambini. Gran parte di questi rischi, però, potrebbero essere evitati attraverso la riduzione del rischio ambientale.

L’inquinamento rappresenta un rischio ormai accertato per la salute umana, soprattutto in presenza di elevate concentrazioni di inquinanti anche per brevi periodi o l’esposizione a basse concentrazioni per lunghi periodi di tempo. Vari tipi di inquinamento, come quello atmosferico, del suolo e dell’acqua, possono contribuire all’insorgenza di problemi ematologici.

Il convegno AIL si è posto come spazio di confronto per presentare studi e ricerche che convalidano le correlazioni tra inquinamento e salute, al fine di cercare di individuare i fattori di prevenzione che possano ridurre significativamente l’insorgenza tumorale per un miglioramento della salute individuale e sociale, incoraggiando politiche e strategie per la tutela della salute come fondamentale diritto dell’individuo nel rispetto del dettato dell’articolo 32 della Costituzione italiana.

Nonostante l’avanzamento delle conoscenze scientifiche e gli sforzi effettuati da parte delle istituzioni, si riscontra un grande ritardo nell’adozione di misure per contrastare i drammatici scenari rappresentati dall’Oms Europa (2024).

L’aumento dell’insorgenza tumorale è inoltre caratterizzato dalla riduzione dell’età media della popolazione, deteriorandone la qualità della vita individuale e sociale e innalzandone i costi pubblici che gravano sulla spesa sociale e sul Servizio sanitario nazionale.

Da sempre la tutela della salute rappresenta per Ail un obiettivo primario e in questi 55 anni di attività l’Associazione è stata impegnata nel sostenere la ricerca scientifica, nel sensibilizzare costantemente la popolazione e nell’assistenza a pazienti, familiari e caregiver. Oggi, anche attraverso l’organizzazione di iniziative come il convegno nazionale tenutosi a Roma, Ail intende raggiungere nuovi risultati, impegnandosi a far crescere la consapevolezza sociale del rapporto tra fattori ambientali e rischio sanitario al fine di ripensare alle politiche di tutela e prevenzione dovute all’inquinamento, attraverso azioni e strumenti in grado di ridurre gli effetti sulla salute, oltre a sensibilizzare a stili di vita improntati sul benessere psicofisico.

Durante il convegno ‘Curare è prendersi cura. Impatto ambientale e rischio sanitario, benessere e stili di vita’ sono intervenuti scienziati, fisici, sociologi ed esperti di discipline che spaziano dalla medicina epidemiologica e oncologica alle scienze per la vita come biologia, nutrizione e agricoltura.

Cinque le sessioni congressuali che hanno animato il dibattito, cui hanno preso parte oltre trenta relatori e illustri ospiti. Dopo i saluti istituzionali sono iniziati i lavori con l’intervento di apertura del presidente nazionale Ail, Giuseppe Toro, seguito dall’intervento di Giorgio Parisi, professore emerito dell’università di Roma Sapienza e Premio Nobel per la fisica, dalla relazione di Franco Berrino, medico epidemiologo, co-fondatore de ‘La Grande Via’, intervenuto sul rapporto tra stili alimentari e incidenza del cancro, affrontando anche tematiche come l’esposizione ad alcuni veleni invisibili e l’impatto dell’industria chimica nell’agricoltura e nella salute umana, focalizzandosi in particolare sul tema dei linfomi infantili in relazione all’esposizione a pesticidi, alla plastica e all’uso sconsiderato dei farmaci.

Esperienze del territorio e inquinamento ambientale

La terza sessione del Convegno ha fatto conoscere ai partecipanti al convegno le testimonianze di quattro sezioni AIL: Brescia, RAgusa, Viterbo e Taranto.

Mentre nella quarta parte del congresso Ruggero Ridolfi, oncologo endocrinologo, Isde Forlì-Cesena, Arrt Cesena, ha spiegato il modo in cui l’inquinamento ambientale contribuisce ad aumentare l’incidenza tumorale, un fenomeno che sta crescendo soprattutto nei giovani. In Italia, infatti, il rischio di incidenza è raddoppiato in soli 15 anni a una velocità maggiore rispetto alle precedenti generazioni: i soggetti di 15-39 anni con cancro sono raddoppiati in 24 anni, da circa 10.000 nel 1995 a circa 20.000 nel 2019.

Le parole di Prisco Piscitelli, vicepresidente Sima, epidemiologo, cattedra Unesco per l’Educazione alla Salute e Sviluppo Sostenibile università degli Studi di Napoli Federico II, hanno richiamato l’attenzione della comunità scientifica sulla normalizzazione dell’incidenza tumorale nella popolazione pediatrica, indagando la necessità di individuare le cause per non far ammalare di tumore le persone, soprattutto i bambini e i giovani.

È seguito poi l’intervento di Renata Alleva, specialista in Scienza dell’Alimentazione, Comitato scientifico Isde, che ha indagato il tema dell’alimentazione, della nutrizione e del rischio di cancro quale fattore individuale e sociale su cui intervenire a partire dall’aderenza a stili di vita sostenibili. Alessandro Giannì di Greenpeace Italia ha invece presentato un’analisi sull’impatto delle sostanze per- e polifluoroalchiliche (Pfas), presentate inizialmente come miracolo tecnologico e che oggi le evidenze dimostrano rappresentare un serio problema sanitario e ambientale.

È infatti stato riscontrato come l’esposizione ai Pfas si associ a una serie di effetti negativi sulla salute, tra cui problemi alla tiroide, diabete, danni al fegato, al sistema immunitario, cancro al rene e ai testicoli, e causi, inoltre, impatti negativi sulla fertilità.

La quarta parte del convegno nazionale Ail si è conclusa con l’intervento di Massimo Sperini, università degli Studi di Roma Tor Vergata, Cirps sezione Bioelettromagnetismo (Bem) che, in collaborazione con Francesca Pulcini e Mauro Santilli, ha presentato una ricerca sull’Inquinamento Elettromagnetico, tematica per lungo tempo al centro di un intenso dibattito scientifico, mentre oggi le evidenze e la comunità scientifica concordano sulla pericolosità dei campi elettromagnetici e sul fatto che tale nocività è causa di Leucemie infantili, tumore al seno, glioma e neuroma acustico, un fenomeno che cresce anche alla luce dell’aumento all’esposizione alle tecnologie elettromagnetiche.

Green Hospital: l’impegno dei farmacisti ospedalieri per una sanità sostenibile

Ambiente, global health e sfide green nella farmacia ospedaliera sono tra i temi centrali del 45° Congresso nazionale della Società Italiana di Farmacia Ospedaliera e dei Servizi Farmaceutici delle Aziende Sanitarie-SIFO (che si apre oggi a Napoli con il titolo Next Generation Pharmacy: Missione, Visione e Valore, Mostra d’Oltremare, 17-20 ottobre).

Proprio in questi giorni si svolge una sessione su questi temi: per quale motivo SIFO ha voluto concentrarsi su ambiente e global health e con quali obiettivi? E perché nel Congresso di Napoli si parla con insistenza di Green Procurement? Risponde Barbara Rebesco, componente del Direttivo SIFO e coordinatrice della sessione: «Sia la nostra Società scientifica che tutto l’ambito europeo della farmacia ospedaliera sta sviluppando una profonda cultura professionale dedicata al tema della global health e dell’ospedale verde, cioè l’ospedale a basso impatto ambientale. Questo perché è evidente che possiamo offrire un contributo importante ad una svolta di salute sostenibile, dal punto di vista del rispetto del pianeta, delle nostre città, della nostra salute personale. Si sta infatti diffondendo la consapevolezza che i mondi del farmaco, dei devices, della sanità ospedaliera devono essere in grado di curare i pazienti, ma allo stesso tempo devono prendersi la responsabilità di non incidere sull’ambiente nella creazione di patologie derivate dagli squilibri generati dallo stesso sistema-salute. Produzione del farmaco e del MD, logistica, smaltimento: questi ambiti devono essere da noi monitorati e gestiti in modo differente che nel passato, se vogliamo che la salute sia effettivamente a basso impatto».

«Ciò significa – conclude Rebesco – che il green procurement deve definirsi e diffondersi su larga scala, anche se siamo consapevoli di quanto sia un argomento tutto da impostare perché nuovo e complesso. Intendiamo cioè che l’approvigionamento di farmaci e MD, soprattutto attraverso le gare, deve essere in grado di creare una premialità verso chi mostra di uniformarsi a protocolli che garantiscano una sostenibilità ambientale trasparente e valutabile. SIFO è pronta ad impegnarsi in questo senso, ma è necessario che tutto il sistema delle cure e del procurement sia impegnato unitariamente in questa direzione».

Criteri ambientali minimi

Nel Congresso SIFO si parlerà anche di criteri ambientali minimi in sanità: a cosa ci si riferisce? «L’idea che l’ospedale sia non solo un luogo dove si produce salute, ma che rappresenti anche una potenziale minaccia ambientale è un concetto nuovo e al tempo stesso rivoluzionario – puntualizza Emanuela Omodeo Salè, componente del Direttivo e coordinatrice della sessione -. La cultura dell’impatto ambientale è arrivata giustamente anche in ospedale e quindi anche noi farmacisti ci stiamo sempre di più interrogando sul ruolo della professione in termini di capacità di contribuire a trovare soluzioni nuove a problemi nuovi, tenendo conto che anche la nuova Legislazione europea ci porterà ad interpretare un ruolo da protagonisti nel disegno di un eco-sistema del farmaco a livello universale. Un sistema che dovrà affrontare il tema in termini di innovazione sostenibile e pulita che dovrebbe portare al ripensamento delle fasi di logistica, produzione, gestione e smaltimento».

E dunque come SIFO accoglie questa sfida professionale e in quale modo può assumersela come responsabilità propria? «Per noi di SIFO efficientare i sistemi ospedalieri diventa un obiettivo necessario per ridurre l’impatto ecologico. Il primo suggerimento che lanciamo è quello di istituire un Green Team ospedaliero, multidisciplinare e multiprofessionale. Gli obiettivi principale da perseguire sono: Rifiuti, Energia, Presidi/Dispositivi, Farmaci, Acqua e Cibo. A nostro parere è fondamentale avviare una nuova cultura degli impatti sostenibili in sanità e il Farmacista Ospedaliero può esserne il promotore principale».

E dunque, ampliando il “perimetro della sfida”, come il Farmacista Ospedaliero può essere protagonista di una nuova coscienza ambientale nelle professioni della sanità? «Sarà importante trovare un nuovo approccio al sistema delle cure: una nuova sanità deve essere cosciente della sua responsabilità nei confronti dell’uso delle risorse, della necessità di avere un basso impatto ambientale («non si può immaginare un’organizzazione che da un lato cerca di guarire le persone e dall’altro contribuisce a creare un ambiente da cui emergono sempre nuove patologie») e dell’urgenza di integrare sostenibilità, fiscalità, ambiente e innovazione in un unico framework. Incontreremo pertanto durante il Congresso alcuni esperti di settore ed approfondiremo specifici modelli di innovazioni tecnologiche significative per la green economy della struttura sanitaria. Concluderei – sottolinea Omodeo Salé – dicendo che il Farmacista Ospedaliero e dei servizi territoriali deve essere il primo promotore di questo cambiamento e devono entrare nelle valutazioni delle terapie, dei medical devices, apparecchiature, con una visione di categorie ambientali e di impatto sociale: possibilità di smaltimento a basso impatto, riduzione delle emissioni ospedaliere nella logica del controllo del carbon footprint, gestione pulita della logistica e dell’approvvigionamento».

Fino al 20 ottobre Torino si trasforma in città danzante

Torino è una città danzante: questo è lo spirito che anima l’edizione 2024 di Balla Torino Social Dance, un programma di appuntamenti che trasforma ogni angolo della città in un palco aperto, pronto ad accogliere movimenti, ritmi e persone.

Dopo una prima edizione che ha visto il coinvolgimento di oltre 8.000 persone, Balla Torino torna con un calendario ricco di flash mob, manifestazioni, incontri e performance che animeranno le piazze, i musei, gli ospedali, le scuole, i luoghi di lavoro, le architetture post industriali e i luoghi più suggestivi, dal centro alle periferie che diventano spazi di incontro tra danzatori, professionisti e semplici cittadini, uniti in un linguaggio che non conosce confini: la danza. La città della Mole si trasformerà in un grande palcoscenico, aperto a tutti, per celebrare l’arte del ballo come espressione di cura, socialità e cultura e diventerà, prima in Italia, una “città danzante” grazie ad un Manifesto programmatico promosso dalle realtà torinesi del ballo e della danza per promuovere, valorizzare e facilitare la pratica danzante nella vita quotidiana.

Con il programma di quest’anno, Torino si riconferma non solo come un centro culturale, ma anche come un luogo di partecipazione e inclusione, dove il ballo diventa simbolo di condivisione, socialità e benessere.

Torino è danzante e porta avanti una tradizione che affonda le radici nella cultura popolare, senza dimenticare le espressioni più contemporanee e avanguardistiche. La città, con i suoi ritmi e la sua storia, pulsa al suono dei passi di chi, per un giorno o per un’ora, si lascia trasportare dalla musica. Che sia un tango improvvisato in una galleria o un’energica danza moderna in una piazza storica, ogni movimento a Torino racconta una storia. Ed è così che, ancora una volta, Torino diventa un grande spazio aperto, accogliente, che invita tutti a partecipare, perché la danza non è solo spettacolo, ma vita, respiro e condivisione.

«Con BallaTorino, la città della Mole si afferma come una città danzante, un luogo dove ogni angolo diventa palcoscenico e la danza diventa strumento di socialità e inclusione, commenta Paolo Chiavarino, Assessore al Commercio della Città di Torino. La manifestazione non solo celebra l’arte del ballo, ma crea un forte legame tra i cittadini, promuovendo la partecipazione attiva, il benessere collettivo e la vivacità di una città che sempre di più si apre ad eventi di richiamo nazionale e internazionale. Siamo orgogliosi di sostenere iniziative che trasformano la nostra città in un grande spazio aperto, accogliente e vivo, dove la danza racconta storie e unisce le persone, contribuendo a costruire una comunità più coesa e vibrante. Invitiamo tutti a partecipare a questo straordinario evento che mette in luce la bellezza della cultura torinese».

Anche in questa seconda edizione il progetto è frutto della sinergia con 60 scuole e associazioni di ballo che propongono, con il coordinamento di Fondazione Contrada Torino Onlus,  gli oltre 80 appuntamenti danzanti in 20 luoghi della città insieme a 500 tra maestri, ballerine e ballerini tra street dance, tango, danza afro, ballo di sala, danze latino-americane, lindy hop e tanti altri generi.

«Siamo entusiasti di dare vita a questa seconda edizione, che non solo celebra il movimento e la creatività, ma sottolinea anche il potere della danza come strumento di cura e inclusione. Ogni appuntamento, dalla piazza al museo, è un’opportunità per riscoprire il valore della socialità e della comunità, rendendo Torino non solo una città danzante, ma un luogo dove la cultura e la partecipazione si intrecciano in modo vibrante e significativo, afferma Germano Tagliasacchi, Direttore della Fondazione Contrada Onlus Torino. Balla Torino è anche una modalità per rivivere gli spazi urbani in modalità alternative e sorprendenti che mettono in luce una città, in centro come in periferia, inedita e vivace.  Invitiamo tutti a unirsi a noi in questa celebrazione collettiva di arte, benessere e convivialità».

Balla Torino 2024 è patrocinato dalla Città di Torino e dalla Regione Piemonte, con il sostegno di Fondazione Compagnia di San Paolo, Fondazione CRT, Camera di commercio di Torino e Iren insieme a numerosi partner tecnici e alla Fondazione Contrada Torino Onlus che ha pensato e prodotto la manifestazione insieme a Luigi Ratclif, coordinatore del programma.

Con la seconda edizione Balla Torino sottolinea il valore del ballo come cura: una serie di eventi in luoghi simbolo del benessere come ospedali, centri riabilitativi e spazi di cura, in cui la danza diventa un veicolo di guarigione, con appuntamenti che vedranno protagonisti anche pazienti e operatori sanitari. Tra questi la Scuola Biodanza Piemonte, Turin Cats e Mario Steffenino saranno presenti nei corridoi aulici dell’Ospedale Mauriziano venerdì 18 ottobre. Ma Balla Torino arriverà anche nel Centro Riabilitativo Territoriale – Via Nomis di Cossilla, in quello della Cooperativa La Testarda di Via Plava, e nel Centro Riabilitativo Territoriale “Giorgio Bisacco”di via Saluzzo, per finire con il Centro Diurno di via Palma di Cesnola, in programma venerdì 18.

Non mancheranno poi momenti di pura energia collettiva con i numerosi flash mob programmati in varie zone di Torino, sabato 12 e domenica 13 ottobre in Piazza Castello e Piazza Carlo Alberto, Via Roma, le Gallerie San Federico e Umberto I (sabato 19 ottobre). Dal 12 al 20 ottobre dalle 18.00 alle 22.00 i Portici di Via Nizza, dal civico 7 al civico 19, vedranno la proiezione di opere di video danza provenienti dal contest internazionale LA DANZA IN 1 MINUTO a cura di Coorpi in collaborazione con Spazio Portici Percorsi Creativi.

I musei torinesi, accoglieranno interventi danzanti, con azioni e performance di realtà prestigiose come la Fondazione Egri per la Danza che insieme al BBT dialoga con Ballatorino nell’ambito nel progetto IN.CON.TRA al Museo Nazionale del Risorgimento (venerdì 18 ottobre), Dance Well alla GAM-Galleria d’Arte Moderna e Mamadanse e Accademia Carma al Polo del ‘900 (sabato 19). Sarà proprio il Museo del Risorgimento, martedì 15 ottobre, a ospitare una importante tavola rotonda intitolata La città danzante – azioni e prospettive per un sistema di promozione del ballo a Torino per esplorare insieme a personalità ed esperti  il senso e il valore del ballo nel tempo di oggi e per la città di Torino.

Scuole, licei coreutici, mercati, locali e spazi aperti saranno animati dalla danza in tutte le sue forme, dal liscio alla danza africana, con eventi come “La notte delle scuole aperte” (mercoledì 16 ottobre) quando venti scuole e scuole e associazioni diballo apriranno le loro porte per una serata di prova gratuita per tutti coloro che vorranno partecipare.

Qui il programma completo.

Dal Congresso SIFO nuovo codice degli appalti e HTA come strumenti per un più appropriato approvvigionamento delle terapie

Il 45° Congresso SIFO punta l’attenzione anche sugli aspetti professionali del Farmacista ospedaliero e dei servizi territoriali che impattano sui meccanismi di procurement e sulla valutazione delle terapie. Già il titolo dell’evento – Next Generation Pharmacy: Missione, Visione e Valore (Mostra d’Oltremare, 17-20 ottobre) spinge l’attenzione dei partecipanti verso temi operativi sempre più avanzati e dunque parlare di Nuovo codice degli appalti e di HTA risulta importante e centrale.

Nuovo Codice: opportunità e crescita

Proprio sul tema del D.LGS 36/2023 si tiene domani una delle main session congressuali con l’intervento di farmaco-economisti, provveditori, esperti di ambito legislativo. Cosa significa, secondo SIFO, che oggi il nuovo Codice degli appalti può essere letto e acquisito solo all’interno di un approccio multidisciplinare? E come questo può essere concretamente realizzato? Risponde Fausto Bartolini, componente del Comitato Scientifico del Congresso: «Con le direttive CEE n.23-24-25/2014, da cui è derivato il Codice sugli appalti D.Lgs. 18 aprile 2016 n.50, si davano indicazioni per migliorare gli standard di trasparenza, concorrenza, semplificazione, aumentando l’efficienza nelle procedure di d’appalto e promuovendo la qualità e il rapporto qualità/prezzo. Anche con le successive modifiche del 2017 (D.Lgs 56) e degli anni successivi ed ancor più con il nuovo Codice D.Lgs. 31 marzo 2023 n.36, in cui si sono apportate importanti modifiche, si è data soddisfazione a diverse esigenze».

Ma in cosa, nello specifico, il Nuovo codice ha dato risposta? «Andando con ordine: il Codice si concentra sulla semplificazione dando spazio alla possibilità di procedure più snelle innalzando anche i limiti economici (affido diretto e negoziata); si sviluppa la necessità di promuovere e favorire la qualità, sopprimendo il comma 10 bis, cioè il limite del 30/70 (prezzo/qualità); si offrono maggiori responsabilità ai RUP ed ai DEC; si conferma la necessità di maggiore competenza di tutti gli attori del processo degli acquisti (componenti delle commissione che elaborano i capitolati di gara e dei componenti delle commissioni di gara) tanto che il nuovo codice ha previsto specifica necessità di percorsi formativi accreditati e realizzati dalle Centrali di Committenza o soggetti aggregatori».

E su cosa, dunque, occorre intervenire per un miglioramento dell’intero sistema del procurement? Risponde Bartolini: «Purtroppo varie necessità non trovano a tutt’oggi ancora adeguata risposta. Sarebbe auspicabile modificare il Codice prevedendo un percorso agevolato per la gestione e determinazione dei contratti di fornitura per i farmaci il cui prezzo è concordato da AIFA. Inoltre le Regioni, tramite le proprie Centrali Acquisti o le proprie Aziende Sanitarie, dovrebbero attivare specifici percorsi formativi per mettere a disposizione farmacisti, provveditori, medici, ingegneri clinici, biologi e infermieri altamente qualificati e capaci di integrare le proprie professionalità per gestire i processi degli acquisti sempre più complessi e sviluppare modalità innovative per garantire all’assistenza sanitaria (SSN) i migliori prodotti in grado di garantire i migliori risultati sia per i pazienti che per gli operatori e per il SSN».

Conclude Fausto Bartolini: «In attesa che ciò avvenga occorrerà che la nostra Società rimetta in campo il progetto SIFO-FARE e organizzi un piano formativo molto approfondito e di alto profilo per tutti gli operatori sanitari, ad esempio insieme a Università e Centrali di Committenza, per soddisfare i bisogni formativi di diverse Regioni».

HTA: per scelte basate sulle evidenze

Ma proprio parlando di acquisizione di terapie e di successiva loro valutazione, occorre ricordare che tra le sessioni precongressuali di Napoli oggi si tiene anche l’approfondimento in sessione precongressuale su Come leggere le evidenze HTA per una visione decisionale completa. Nella governance di dispositivi e farmaco, l’approccio HTA risulta oggi indispensabile: quale contributo può dunque offrire il FO nella lettura delle evidenze?

E quali esperienze SIFO si comunicheranno a Napoli? Risponde Francesco Cattel, coordinatore del Laboratorio HTA SIFO: «Vediamo la professione del Farmacista Ospedaliero come un tramite fra il percorso regolatorio, gestionale e clinico, soprattutto per quanto riguarda la governance dei farmaci e dei dispositivi medici. Infatti, grazie al background formativo che ci distingue a partire dall’università, possiamo non solo leggere la letteratura disponibile, ma la interpretiamo grazie alle competenze pratiche acquisite nel lavoro quotidiano, applicando le metodologie dell’evidence-based medicine. Nella sessione prevista al Congresso di Napoli – conclude Cattel – verrà esplorato l’argomento della lettura delle evidenze a partire dal know-how del farmacista, ma coinvolgendo anche l’industria nonché esperti di bioetica, per divulgare una visione complessiva basata su strumenti multidisciplinari utili ai professionisti del contesto attuale».