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Mangiacavalli (FNOPI): «Bene incremento indennità infermieristica in Legge di Bilancio»

“Esprimiamo soddisfazione per l’incremento, all’interno della legge di Bilancio 2025, dell’indennità di specificità infermieristica, che ammonta a 35 milioni di euro per il 2025 e a 285 milioni di euro a decorrere dal 2026. È una misura da tempo sostenuta dalla Federazione, che valorizza le competenze e le attività svolte dagli infermieri nel Servizio sanitario nazionale”. Lo dichiara, in una nota, Barbara Mangiacavalli, presidente della Federazione nazionale degli ordini delle professioni infermieristiche (FNOPI).

“Tali risorse, peraltro, si rendono immediatamente disponibili per gli infermieri e auspichiamo ciò avvenga anche a prescindere dalla tornata contrattuale in corso. Per questo ringraziamo il ministro Schillaci, ancora una volta attento alle istanze degli infermieri. Auspichiamo ora – conclude Mangiacavalli – che tale beneficio economico venga applicato al nuovo contratto collettivo nazionale valido per gli anni 2022-2024”.

Questo il testo dell’articolo 63 della bozza del Ddl di Bilancio (il testo integrale della manovra è visibile A QUESTO LINK)

ART. 63. (Incremento dell’indennità di specificità infermieristica

e dell’indennità di tutela del malato e per la promozione della salute)

1. Ai fini del riconoscimento e della valorizzazione delle competenze e delle specifiche attività svolte dagli infermieri dipendenti dalle aziende e dagli enti del Servizio sanitario nazionale, nell’ambito della contrattazione collettiva nazionale relativa al personale del comparto sanità, gli importi dell’indennità di specificità infermieristica di cui all’articolo 104 del CCNL relativo al predetto comparto riferito al triennio 2019-2021, sono incrementati, nei limiti degli importi complessivi lordi di 35 milioni di euro per l’anno 2025 e di 285 milioni di euro annui a decorrere dal 2026. 2. Al fine di valorizzare l’apporto delle competenze e dello specifico ruolo dei dipendenti delle aziende e degli enti del Servizio sanitario nazionale appartenenti alle professioni sanitarie della riabilitazione, della prevenzione, tecnico-sanitarie e di ostetrica, alla professione di assistente sociale nonché agli operatori sociosanitari nelle attività direttamente finalizzate alla tutela del malato e alla promozione della salute, nell’ambito della contrattazione collettiva nazionale relativa al personale del comparto sanità gli importi della specifica indennità di cui all’articolo 105 del CCNL relativo al predetto comparto riferito al triennio 20192021, sono incrementati nei limiti degli importi complessivi lordi, di 15 milioni di euro per l’anno 2025 e di 150 milioni di euro annui a decorrere dal 2026.

Un cortometraggio racconta la “clownterapia” e spiega perché fa bene

Noi e Nina” è un piccolo film dedicato alla clownterapia, con la regia di Evelina Manna e Sacha Ippoliti, prodotto dalla Moodyproduction, casa di produzione cinematografica con all’attivo anche altri lavori dedicati ai temi sociali, come la violenza sulle donne, l’omofobia, l’immigrazione. Scritto da Simona Sparaco, già candidata al premio Strega per “Nessuno sa di noi”, il corto è stato presentato in anteprima, durante la XIX Festa del Cinema di Roma, il 20 ottobre alla Soho House Rome.

A introdurre la storia sono le parole di Mattia, un bambino dai grandi occhi blu. È lui a raccontare come la sua mamma entri in punta di piedi nei reparti ospedalieri per far ridere i piccoli pazienti, equipaggiata da una valigia piena di strumenti magici, musicali, burattini e oggetti buffi. Ma oltre alla narrazione, il corto dà voce a chi nella vita di tutti i giorni offre una “medicina” speciale, il sorriso.

Sono gli artisti della associazione Magicaburla ets che scelgono di lavorare in contesti dove questo tipo di intrattenimento può alleviare le sofferenze. “Ho voluto fortemente realizzare questo piccolo film che, tramite la delicatezza del racconto e le testimonianze sentite dei clowndottori ed ex pazienti, descrive bene l’opera meritoria della clownterapia”, afferma Evelina Manna, produttrice e co-regista del corto. Le testimonianze. “In tutte queste foto avevo il naso rosso che mi hanno regalato i clowndottori, giocavo con quel naso rosso e addirittura lo mettevo al mio gatto”, racconta Nina, una delle voci che dà il titolo al cortometraggio. Oggi la ragazza ha 25 anni, vive a Roma ed è una studentessa di biologia informatica. Chi indossa il camice colorato, il naso da pagliaccio e in ospedale si fa chiamare dottoressa Milù è Daria Vitelli, clowndottore per Magicaburla. “Siamo le uniche figure – spiega nel corto – che possono essere rifiutate, anche se non veniamo rifiutate quasi mai”. In un altro passaggio, Daria offre la chiave per leggere l’efficacia della sua azione in ospedale: “I bambini ricoverati – dice – sono magici ed è quella magia che fa in modo che possano guarire un po’prima”.

La clownterapia si basa su prestazioni da parte dell’operatore, adeguatamente formato, che promuovono il gioco, la spontaneità̀, l’umorismo e la creatività̀, generando un’atmosfera spensierata che rilassa il bambino sia a livello fisico sia mentale. La presenza dei clowndottori nell’immediato pre-operatorio fino all’induzione dell’anestesia, l’uso di giochi e i momenti di intrattenimento sono i principali metodi non farmacologici, di approccio che hanno lo scopo di abbassare il livello di ansia del bambino. Sono numerosi gli studi scientifici che osservano l’efficacia della clownterapia.I risultati mostranocome, oltre a diminuire il disagio e la sofferenza emotiva dei bambini, la terapia del sorriso possa contribuire a ridurre anche il consumo di analgesici e sedativi.

Ridere fa bene, specie ai bambini. Si stima che il 40-83,3% della popolazione pediatrica presenti elevati livelli di ansia prima dell’induzione dell’anestesia. Se non gestita adeguatamente, proprio l’ansia può̀ portare ad un aumento dell’uso di farmaci anestetici prima e durante l’intervento, il che si associa ad un aumento delle complicanze postoperatorie come nausea, vomito, affaticamento, tachicardia o problemi respiratori. Tra i metodi non farmacologici implementati, l’umorismo terapeutico è l’approccio curativo più utilizzato per ripristinare il benessere psicosociale della persona attraverso la riduzione del dolore, della paura, dello stress e dell’ansia nei contesti ospedalieri. A livello biologico, la letteratura mostra che ridere rilassa i muscoli, aumenta l’assorbimento di ossigeno, i livelli di immunoglobulina A e inoltre stimola il sistema immunitario.

“La terapia del sorriso è un ponte tra l’esperienza dell’ospedalizzazione del bambino e il mondo colorato dell’infanzia che può servire a rendere il ricordo di quei momenti meno traumatico e più dolce. Questa è la sua forza”, spiega Cristiana De Maio, presidente di Magicaburla Ets. “Negli ultimi vent’anni, la clownterapia è diventata una presenza costante grazie anche all’impegno di chi, come noi, ogni giorno garantisce professionalità, presenza e sostegno ai bambini, ai genitori e a tutto lo staff medico e infermieristico. Auspichiamo – conclude – che il servizio di clownterapia possa essere sostenuto dalle istituzioni pubbliche e da istituti privati”.

“La terapia è molto efficace per l’attività clinica ed è una parte integrante dell’approccio terapeutico. rallegrare i pazienti e i genitori durante le procedure che possono essere più o meno invasive facilita e diminuisce il trauma del ricovero e del ricordo delle procedure effettuate, agevola infine il proseguimento del follow up in ospedale se necessario”, commenta la professoressa Elisabetta Cortis, direttore del Dipartimento di Pediatria dell’Ospedale Sant’Eugenio di Roma e Presidente della Società Italiana di Pediatria (SIP) della Regione Lazio.

L’impegno di Intesa Sanpaolo Innovation Center nelle Life Sciences

Luigi Ruggerone, Senior Director di Intesa Sanpaolo Innovation Center, racconta l’evoluzione dell’istituto che dirige e le sfide per il futuro.

Il Centro nasce a Torino nel 2014 e da allora si occupa di attività di advisory e di innovazione verso le imprese clienti della banca, oltre che di ricerca in diversi settori, tra cui l’intelligenza artificiale e le Life Sciences.

In futuro l’intenzione è di spostare sempre più avanti la ricerca di frontiera del Centro, in particolare per quanto riguarda l’applicazione dell’intelligenza artificiale all’ambito sanitario.

Boom del numero verde per il dolore di SIAARTI: 1.000 chiamate in un giorno

La Società Italiana di Anestesia Analgesia Rianimazione e Terapia Intensiva (SIAARTI) celebra il successo del numero verde gratuito 800 624 244, lanciato ieri per supportare i pazienti affetti da dolore. Nel solo primo giorno di attività, il servizio ha già registrato oltre 1.000 chiamate, confermando l’importanza di questa iniziativa per la cittadinanza, in una situazione in cui soffrono di dolore cronico 9,8 milioni di persone in Italia.

Il numero verde, pensato non per fare diagnosi o terapia ma per fornire ai pazienti un orientamento sui centri di terapia del dolore presenti in ciascun territorio, ha dimostrato fin da subito di rispondere a un bisogno reale e urgente. Le numerose richieste di assistenza arrivate confermano la necessità di migliorare l’accesso alla terapia del dolore e di sensibilizzare il pubblico sui diritti garantiti dalla Legge 38/2010.

Il lancio del servizio ha coinciso con l’evento “Emergenza dolore: linea diretta con i pazienti”, svoltosi a Roma presso i locali del Senato. In occasione dell’evento, il Ministro della Salute, Orazio Schillaci, ha inviato un messaggio di sostegno, sottolineando l’importanza del nuovo servizio nel migliorare la qualità della vita di chi soffre di dolore cronico: «Con la Legge n. 38 del 2010, l’Italia è stata pioniera in Europa delineando un quadro organico per garantire un’assistenza qualificata e appropriata in ambito palliativo e della terapia del dolore per il malato e la sua famiglia – ha affermato il Ministro -. Il nostro costante impegno oggi è assicurare la piena applicazione di questa legge in maniera uniforme su tutto il territorio nazionale».

Antonino Giarratano, presidente di SIAARTI 2022-2024, ha ribadito l’impegno della Società nel dialogo con le istituzioni e nel promuovere un approccio multidisciplinare alla gestione del dolore: «Nell’ultimo triennio SIAARTI ha cercato il confronto con le istituzioni nella speranza di far recepire quanto contenuto nelle nostre linee guida e nelle buone pratiche cliniche, con l’obiettivo, che è quello proprio della Società, di migliorare la salute pubblica e la qualità di vita dei pazienti – ha spiegato -. Come già dimostrato nel supporto al Manifesto sociale contro la Sofferenza stilato alla fine del 2021 da SIAARTI in collaborazione con altre società scientifiche e con le associazioni dei cittadini, se da un lato siamo convinti che lo specialista di riferimento per la terapia del dolore sia l’anestesista-rianimatore-terapista del dolore, dall’altro è fuori dubbio che l’approccio al dolore dei nostri pazienti debba essere multidisciplinare e complessivo, a partire dai medici di medicina generale».

Il presidente SIAARTI ha continuato: «La terapia del dolore ha costi elevati nel trattamento delle forme più complesse, ma anche il costo sociale del dolore cronico è alto: se funzionasse, in tema di dolore, l’integrazione tra ospedale e territorio, infatti, si potrebbe risparmiare su altri capitoli nell’ambito di quei 61,9 miliardi di euro di costi sociali che il dolore cronico ha ogni anno».

«Con l’iniziativa di oggi e il lancio del numero verde sul dolore SIAARTI vuole dire ai cittadini-pazienti che siamo dalla stessa parte e, in particolare, noi anestesisti-rianimatori siamo gli specialisti di riferimento per la terapia del dolore. Vogliamo sfatare l’idea che purtroppo molti ancora hanno, per cui il dolore sia qualcosa di cui vergognarsi o una forma di debolezza – ha evidenziato Elena Bignami, futura presidente SIAARTI 2025-2027 -. Ci impegniamo a organizzare tra tre anni una nuova iniziativa pubblica, in primo luogo per vedere i risultati raggiunti a livello sociale e umano ma anche per fare un sunto dei dati raccolti e sulle necessità che si manifestano maggiormente in alcune regioni, che ci aiuteranno nella creazione di una medicina sempre più personalizzata», ha promesso.

Le problematiche legate all’accesso alla terapia del dolore sono sociali e culturali, ma anche tecnico-organizzative. «Per il buon funzionamento di una rete di terapia del dolore, occorre garantire innanzitutto il buon funzionamento dei centri che rappresentano i suoi nodi. Il centro di terapia del dolore, collocato all’interno della rete, è una unità operativa ospedaliera, le cui prestazioni in regime di ricovero ordinario devono essere identificate dal codice di disciplina n. 96 – ha spiegato Alessia Violini, Responsabile Area culturale dolore SIAARTI -. Tale Unità Operativa dovrebbe essere indipendente dai servizi di anestesia e rianimazione, sia dal punto di vista organizzativo che in termini di budget».

Anche Silvia Natoli, responsabile della Sezione SIAARTI Dolore Cronico e prossima Responsabile dell’Area culturale dolore 2025-2027, ha rimarcato la necessità di migliorare il riconoscimento della terapia del dolore nel Sistema sanitario nazionale: «Il rapporto Censis-Grünenthal ha evidenziato che secondo l’86,7% degli intervistati sarebbe importante che ci fosse uno specialista dedicato al dolore nel Sistema sanitario nazionale: ma noi anestesisti-rianimatori ci siamo già. Evidentemente i nostri pazienti non lo sanno. Sui 9,8 milioni di pazienti che soffrono di dolore cronico in Italia, solo 800.000 nei nostri centri di terapia del dolore. E gli altri chi li tratta? O perché non sono curati? Perché c’è questa dispersione? La mancanza di identità e riconoscimento della nostra disciplina e di noi anestesisti-rianimatori è ciò che dobbiamo combattere».

La giornata è stata organizzata col supporto non condizionante di Grünenthal, che si è anche impegnata nel supporto del numero verde. «È importante sottolineare il contributo dato proprio da aziende come Grünenthal che senza condizionamenti supportano le campagne di sensibilizzazione nei confronti della politica e della società civile sul tema del dolore», ha commentato il presidente Giarratano.

Il numero verde 800 624 244 continuerà a essere a disposizione dei pazienti in tutta Italia, offrendo un canale diretto e gratuito per ottenere informazioni sui propri diritti e orientamento.

Cresce la preoccupazione degli italiani per lo stato della sanità pubblica

Gli italiani sono sempre più preoccupati dalla crisi in cui versa la sanità pubblica, con la maggioranza di essi che non la ritiene più in grado di rispondere, da sola, a tutti i loro bisogni in fatto di salute. A rilevarlo è l’ultima indagine dell’Osservatorio Sanità di UniSalute, che con l’istituto di ricerca Nomisma ha interrogato in merito un campione di 1.346 persone in tutto il territorio nazionale.

Dalla rilevazione è emerso come ben 6 italiani su 10 (60%) pensino che il Servizio sanitario nazionale – allo stato attuale – non sia più sufficiente per i loro bisogni sanitari e di cura. Il dato è in aumento rispetto all’anno scorso, quando meno della metà (46%) aveva dichiarato di ritenere la sanità pubblica non più adeguata a coprire tutte le proprie esigenze. Significativo anche il calo della percentuale di persone che si dicono soddisfatte delle cure ricevute nel pubblico, scesa al 47% rispetto al 56% del 2023.

Nonostante ciò, gli italiani sono consapevoli del ruolo centrale del SSN nel sistema di welfare del Paese, e infatti uno su due (50%) dice di avere comunque ancora fiducia nella sanità pubblica, e oltre uno su tre (36%) continua a ritenerla una delle migliori al mondo. Rispetto al periodo pre-pandemia Covid-19, un intervistato su quattro (25%) nota un maggior ricorso nel pubblico ai servizi di telemedicina e teleconsulto: un sostegno da parte della tecnologia che viene visto con favore, tanto che il 61% vorrebbe un maggior uso di soluzioni tecnologiche per l’assistenza a distanza.

I tempi di erogazione delle prestazioni restano il problema principale riscontrato dagli intervistati, con il 77% che li considera eccessivi. Più di quattro su cinque (84%), inoltre, ritengono che rispetto a 5 anni fa i tempi di attesa si siano allungati, e di conseguenza puntare a ridurli (74%) e fornire maggiori disponibilità di date e orari (47%) sono i due aspetti più importanti su cui intervenire per migliorare il SSN.

Ovviamente, queste criticità sono collegate anche alla carenza di personale sanitario, con medici e infermieri sempre più spesso costretti a sopportare carichi di lavoro estenuanti. Un problema che non sfugge agli italiani: più di 3 su 4 (76%), infatti, sostengono che il numero di medici e infermieri in forze al Servizio sanitario nazionale sia inadeguato rispetto alle esigenze dei cittadini.

GIMBE, senza risorse in legge di bilancio il DDL sulle prestazioni sanitarie rimane una scatola vuota

«Il Disegno di Legge sulle prestazioni sanitarie – dichiara Nino Cartabellotta, Presidente della Fondazione GIMBE – non prevede investimenti ad hoc e sarà necessario attendere il testo della manovra per capire se la norma diventerà operativa o rimarrà una scatola vuota. Si continua sulla strada di un approccio “a costo zero” che non risponde alle reali esigenze di potenziamento della sanità pubblica e rischia di compromettere l’efficacia delle azioni proposte, soprattutto in un contesto in cui il SSN soffre di un cronico sottofinanziamento». Questa la principale criticità emersa dall’analisi GIMBE del testo del DdL S. 1241 presentata ieri, insieme ad alcune proposte, in audizione presso la 10° Commissione del Senato.

Misure previste

I tempi di attesa aumentano a causa dello squilibrio tra l’offerta e la domanda di prestazioni sanitarie, che non sempre soddisfa reali bisogni di salute. Infatti una quota di esami diagnostici e visite specialistiche è inappropriata: la loro esecuzione non apporta alcun beneficio in termini di salute e contribuisce ad “ingolfare” il sistema, lasciando indietro i pazienti più gravi. «Tuttavia le misure previste dal DdL – commenta Cartabellotta – sulla scia del DL “Liste di Attesa”, oltre a potenziare gli strumenti di governance centrale, prevedono solo di inseguire la domanda aumentando l’offerta. Una strategia perdente: come dimostrano numerosi studi, infatti, una volta esaurito nel breve periodo il cosiddetto “effetto spugna”, l’incremento dell’offerta finisce per indurre un ulteriore aumento della domanda». In tal senso, è indispensabile definire criteri di appropriatezza di esami e visite specialistiche e un piano di formazione sui professionisti e d’informazione sui pazienti, al fine di arginare la domanda inappropriata di prestazioni.

Nello specifico, ha spiegato Cartabellotta «integrando le misure del DL liste di attesa, il nuovo provvedimento pone le basi per valutare l’appropriatezza delle prestazioni (Disposizioni in materia di prescrizione ed erogazione delle prestazioni di specialistica ambulatoriale), espande gli strumenti di governance nazionale (Istituzione e funzionamento del Sistema nazionale di governo delle liste di attesa) e di feedback degli utenti (Istituzione del registro delle segnalazioni e funzionalità dell’Osservatorio nazionale sulle liste di attesa). Tuttavia per aumentare l’offerta punta sugli specialisti ambulatoriali convenzionati, sul privato accreditato e sul lavoro flessibile».

In particolare, prevede di investire 100 milioni di euro per il 2025 e per il 2026 (ma a valere sul FSN, ovvero senza risorse aggiuntive), aumentando il numero delle ore degli specialisti ambulatoriali: la previsione è di oltre 1 milione di ore aggiuntive per arrivare ad erogare più di 3 milioni di prestazioni. Inoltre, aumenta le soglie per acquisto di prestazioni dal privato accreditato, oltre quanto già previsto dalla Legge di Bilancio 2024, mettendo sul piatto ulteriori 184,5 milioni di euro per i prossimi due anni (Tabella 1). Tale incremento è destinato prioritariamente alle prestazioni erogate dalle strutture (54) dotate di pronto soccorso e inserite nella rete dell’emergenza-urgenza. «Un criterio – ha commentato il Presidente – che favorisce prevalentemente Lombardia (24 strutture) e Lazio (13 strutture), così come già accaduto con l’aumento del tetto per l’acquisto di prestazioni dal privato accreditato disposto dalla Legge di Bilancio 2024, parametrato alla spesa del 2011».

Altra misura degna di rilievo è l’indennità di risultato (≥ 30%) per direttori generali, sanitari, amministrativi, e direttori di struttura complessa delle Aziende sanitarie. «Una strategia sicuramente efficace – ha spiegato Cartabellotta – ma nell’impossibilità di “aggiustare” statisticamente il dato sull’appropriatezza delle prestazioni c’è il rischio, ben documentato in letteratura, di comportamenti opportunistici al fine di ottenere l’indennità di risultato».

Decreti attuativi e tempi di attuazione

Il DdL prevede 7 decreti attuativi e per 2 di loro non sono nemmeno stabiliti i termini di pubblicazione. «Un numero così elevato di decreti attuativi – commenta Cartabellotta – lascia molte perplessità sui tempi di attuazione delle misure. I tempi previsti per la pubblicazione dei decreti attuativi, rispetto alle loro finalità, sono troppo stretti considerati anche i ritardi già accumulati da quelli previsti dal DL 74/2024, di cui 6 sono già scaduti». Questo aumenta l’incertezza sui tempi di attuazione delle misure, perché tra valutazioni tecniche, passaggi burocratici tra Ministeri e attriti politici, dei decreti attuativi si perdono spesso le tracce, rendendo impossibile applicare le misure previste.

Aspetti finanziari

Tutte le misure previste sono senza maggiori oneri per la finanza pubblica. Delle disposizioni 8 sono senza maggiori oneri per la finanza pubblica, 2 a valere su risorse già stanziate (es. Fondo Sanitario Nazionale) e 3 a valere su misure compensative. «In attesa del testo della Legge di Bilancio 2025 – commenta Cartabellotta – il testo del DdL conferma la decisione del Governo di non investire ulteriori risorse in sanità».

Le proposte della Fondazione GIMBE

È urgente investire sul personale sanitario, sia per incrementare l’attrattività della carriera nel SSN, aumentando i salari e migliorando le condizioni di lavoro, sia in termini di valorizzazione professionale. Attualmente, il SSN sta affrontando una crisi del capitale umano senza precedenti che riguarda non solo la carenza di medici e, soprattutto, di infermieri ed altri professionisti sanitari, ma anche la loro motivazione personale, fortemente in calo dopo la pandemia. «Un’ulteriore pressione sui professionisti in servizio – afferma Cartabellotta – senza un adeguato ricambio generazionale e incentivi appropriati, rischia di far aumentare i fenomeni di fuga dal SSN, già in preoccupante crescita».

È essenziale superare la “visione prestazionistica” del SSN, per riportare al centro delle attività dell’organizzazione i bisogni di salute e la presa in carico dei pazienti, in particolare quelli cronici. Per farlo, è necessaria una governance più snella e una leale collaborazione tra Stato e Regioni, superando i numerosi attriti che spesso rallentano l’implementazione delle politiche sanitarie.

«Il disegno di legge – ha concluso Cartabellotta – integra il DL liste di attesa offrendo diversi strumenti per la governance nazionale. Tuttavia la sua attuazione appare troppo macchinosa, con tempi medio-lunghi, ostaggio di numerosi decreti attuativi e che richiedono la stretta collaborazione di Regioni e Aziende sanitarie. Il DdL 1241, di fatto, non introduce interventi efficaci per ridurre la domanda inappropriata mentre, sul fronte del potenziamento dell’offerta, ad invarianza di risorse punta esclusivamente su specialisti ambulatoriali convenzionati e privato accreditato, oltre che su contratti flessibili. Scelta imposta dalla necessità di tamponare l’emergenza in assenza di investimenti mirati, per i quali sarà necessario attendere il testo della Legge di Bilancio 2025: senza risorse dedicate saremo ancora una volta di fronte a un’occasione mancata. Perché se aumentare le risorse senza riforme rischia di alimentare sprechi e inefficienze, le riforme senza risorse rimangono inevitabilmente scatole vuote».

Se il SSN fosse una persona, che cosa le diresti? Ecco cosa è emerso dall’attività partecipata con il pubblico a Health for Dreamers

«Se il Servizio sanitario nazionale fosse una persona, che cosa le diresti?». Sulla lavagna predisposta per l’occasione molti i “Grazie!” alternati ai “Resisti”. Poi qualche messaggio più strutturato: “Sei bravo ma non (sempre) ti applichi”, “Cura di più i pazienti e meno le malattie”, “Presta attenzione anche ai caregiver”.

A Health for Dreamers, il 4 ottobre in piazza San Carlo a Torino, c’era anche Giuseppe Petrosino, founder di Paradeigma e partner dell’iniziativa, organizzata da TrendSanità. L’anteprima del Festival del Digitale Popolare prevedeva infatti, oltre a un pomeriggio di talk visionari, anche un’attività partecipativa con il pubblico.

Simone Eandi

«Con Health for Dreamers volevamo incentivare la contaminazione e la partecipazione di tutti gli stakeholder del Servizio sanitario. L’attore principale è il cittadino: a lui si rivolge il sistema e per lui esiste. Tuttavia, spesso non riesce a partecipare ai processi decisionali – ricorda Simone Eandi, editore di TrendSanità -. Con questa idea, insieme a Giuseppe Petrosino abbiamo sviluppato un progetto per ascoltare e coinvolgere i cittadini nel sogno comune di una sanità più equa e universale».

Giuseppe Petrosino

«Sono state tre le domande poste ai passanti: oltre a immaginare la personificazione del SSN, abbiamo chiesto quali fossero, per le persone intervistate, le tre priorità della spesa pubblica (sanità, istruzione, lavoro, difesa, trasporti…) e che cosa spaventasse ed entusiasmasse di più della digitalizzazione nella sanità. Le risposte sono state sorprendenti per accuratezza e profondità».

Dopo essersi fermati per curiosare gli “strani fogli colorati” infatti, molte persone che inizialmente erano titubanti e avevano intenzione di dedicare pochi minuti all’attività si sono fatte coinvolgere e si sono aperte condividendo il proprio vissuto personale e raccontando il loro rapporto con il SSN.

«La sanità non è qualcosa che lascia indifferenti – commenta Petrosino a TrendSanità -. Per quanto si vada con i piedi di piombo, si vanno a smuovere cose estremamente intime e personalmente resto sempre colpito da quanto questo tema inneschi forti reazioni emotive. Tutto questo mi ricorda, ogni volta, quanta responsabilità e cura bisogna mettere nel nostro lavoro a supporto del Servizio Sanitario».

Era la prima volta che Petrosino incontrava le persone in una piazza, ma ha riscontrato lo stesso tipo di feedback nella facilitazione di gruppi di operatori sanitari: «Dal punto di vista professionale e umano trattare la sanità è un bell’allenamento di sospensione del giudizio. È importante stare con le persone, essere accoglienti e ascoltare sospendendo il più possibile ogni opinione e pregiudizio».

Le risposte

Alla domanda sulle priorità per la spesa pubblica gli ambiti più gettonati sono stati la sanità, il lavoro e l’ambiente.

«I più giovani parlavano anche di istruzione, mentre gli adulti davano la priorità al lavoro. La salute, invece, è stata una richiesta trasversale di tutte le età». Tra le difficoltà espresse dai partecipanti ai facilitatori, quella di riuscire a fornire una gerarchia a ambiti percepiti con ricadute così importanti sul nostro quotidiano.

Sanità, lavoro e ambiente sono le tre priorità di spesa pubblica per i cittadini che hanno partecipato al percorso durante Health for Dreamers

«È stato interessante vedere come creare uno spazio di – seppur breve – riflessione sulle priorità da assegnare ai grandi temi della spesa pubblica mettesse in crisi i passanti, i quali spesso commentavano quanto fosse difficile fare una scelta. La sensazione che abbiamo avuto è che il laboratorio abbia aperto piccolissimi spiragli di consapevolezza sulla complessità di gestione della sanità nello specifico e della cosa pubblica più in generale», riflette Petrosino.

Della tecnologia si teme la “disumanizzazione” delle cure. Molti hanno posto l’attenzione sulla privacy e la tutela dei dati personali. Entusiasma invece la parte legata all’organizzazione: la digitalizzazione è percepita come positiva se si pensa all’efficienza, alla velocità e all’accessibilità. Le persone più informate tra i passanti hanno anche evidenziato la maggiore precisione e affidabilità nelle diagnosi che il digitale può garantire.

Della digitalizzazione spaventa la perdita di contatto umano e la tutela della privacy, mentre è vista di buon occhio la maggiore efficienza e accuratezza

È stato interessante vedere come creare uno spazio di riflessione sulle priorità da assegnare ai grandi temi della spesa pubblica mettesse in crisi i passanti

Ma è la terza domanda quella che ha fatto fermare più a lungo le persone che hanno dedicato qualche minuto all’attività: oltre a quanto già detto all’inizio, è emerso anche un desiderio di universalità ed equità delle cure, senza discriminare in base al censo o al luogo di residenza.

La personificazione del SSN è stata la domanda che ha fatto riflettere più a lungo chi ha preso parte all’attività

E adesso?

Health for Dreamers voleva essere il punto di partenza di un percorso partecipato di consapevolezza e ridefinizione della sanità del futuro, a partire dall’ascolto dei bisogni e dei desideri di esperti e cittadini.

«Abbiamo anche avuto la conferma di quanto incontrare le persone e aprire anche solo piccoli spazi di dialogo possa davvero contribuire a riavvicinare i cittadini a temi fondamentali – chiosa Petrosino -. Siamo convinti che esperienze di questo tipo possano e debbano essere ripetute per contribuire alla crescita di consapevolezza dei “non addetti ai lavori” sull’importanza del servizio pubblico e sulla responsabilità di tutti della sua sostenibilità economica e sociale. Riteniamo che sia fondamentale aprire e tenere vivi quanti più spazi di dialogo generativo».

Le suggestioni emerse durante la giornata saranno raccolte in un documento da distribuire a istituzioni e organizzazioni che hanno partecipato alla giornata e a chiunque sia sensibile al tema, in modo da contribuire alla generazione di una visione condivisa della sanità di domani integrando anche le idee e perché no, anche i sentimenti emersi.

Accesso, equità, innovazione: no agli interventi occasionali

Finanziamento del SSN e riparto regionale, programmazione e valutazione degli investimenti, svolta digitale e intelligenza artificiale: su questi temi, ovviamente con una particolare focalizzazione sul ruolo del farmacista del servizio sanitario nazionale, ha dibattuto il 45° Congresso SIFO appena concluso nella sessione “Qualità ed equità di accesso per un SSN sostenibile: quale innovazione”.

L’evento ha cercato, con il contributo di alcuni esperti e osservatori autorevoli, di identificare il bisogno sistemico di innovazione dell’intero sistema delle cure, senza trascurare una visione coraggiosa capace di osservare il futuro della sanità nazionale, con atteggiamento fedele al titolo stesso del congresso di Napoli.

Tonino Aceti (presidente di Salutequità), coordinatore della sessione insieme a Simona Serao Creazzola (coordinatrice del Congresso), ha ricordato che “in questi giorni si rincorrono i dibattiti sulle cifre relative al finanziamento del SSN, nella domanda ricorrente se le risorse disponibili siano sufficienti o ancora troppo poche. Credo sia da ricordare – ha proseguito Aceti – che di risorse ne servirebbero certamente sempre di più, ma al contempo abbiamo dei limiti derivanti dalla ridotta crescita economica del Paese, dall’elevato debito pubblico e dai relativi interessi, oltre che dai vincoli europei. In questo scenario il dialogo sull’innovazione e sulle riforme risulta doveroso e centrale perché può contribuire a recuperare da subito risorse e a razionalizzare il sistema”. “E proprio per questo”, ha aggiunto Simona Serao Creazzola “è necessario ragionare sulle riforme, perché così possiamo condividere alcuni interrogativi centrali: se intendiamo davvero mettere mano a riforme di sistema, se intendiamo approcciarle nel modo più corretto e con quali contributi intendiamo identificarle”.

Gli interlocutori intervenuti hanno approfondito proprio questi temi delineando un quadro non facile, ma chiaro. Inizialmente con l’intervento di Mariella Mainolfi (direttore generale professioni sanitarie e delle risorse umane, Ministero della Salute) che ha descritto l’attuale compagine dei farmacisti ospedalieri. La professione, tra le più giovani del servizio sanitario nazionale come età media, è tra quelle in grado di supportare il sempre maggiore orientamento del Servizio Sanitario Nazionale ad una medicina di prossimità. Il tutto garantendo farmacovigilanza, gestione di terapie sicure, efficaci ed appropriate ed i rapporti di costo-efficacia, per evitare sprechi e contenere i costi complessivi del SSN, quasi a posizionare la professione nel suo possibile contributo alle riforme.

A seguire Federico Spandonaro (presidente del Comitato Scientifico di CREA Sanità) ha illustrato con dovizia di numeri e statistiche l’attuale stato di salute delle economie del SSN, precisando di essere consapevole che “le soluzioni non sono né alla portata di mano, né così facili. Probabilmente c’è bisogno veramente di un momento di collaborazione collettiva per condividere un punto di partenza a proposito di quello che si può veramente realizzare”. “Non vedo grandi innovazioni recenti – ha detto Spandonaro – Vedo sicuramente tanti interventi che si susseguono negli anni, ma non impostazioni strategiche differenti. Bisognerebbe forse metterci a tavolino e avere il coraggio di capire che bisogna ripensare a tanti temi dati per rigidamente acquisiti: già superare la logica del riparto attuale, e definirla maggiormente sulla base degli effettivi bisogni sanitari delle popolazioni, sarebbe un ottimo risultato”. Alla fine, ha sottolineato Spandonaro, torniamo al titolo di questo Congresso: credo che ci voglia davvero una vision del futuro che ci permetta di pensare ad un sistema nuovo che mantiene i principi di universalismo ed equità d’accesso, ma su una base moderna e nuova“.

La sessione SIFO con l’intervento di Chiara Sgarbossa (Direttore dell’Osservatorio Sanità Digitale del Politecnico di Milano) ha cercato poi di comprendere il contributo che le tecnologie digitali stanno offrendo al SSN, domandandosi qual è lo stato di sviluppo della sanità digitale in Italia e quali sono i passi da compiere affinché si possano sfruttare appieno queste tecnologie. Affrontando l’impatto attuale dei servizi di telemedicina, servizi digitali e FSE – nelle mille differenze attuative registrabili tra regione e regione – Sgarbossa ha sottolineato un’urgenza strategica: non possiamo pensare che di fronte all’impatto dell’innovazione digitale in sanità l’organizzazione, i ruoli, i processi e le competenze di professionisti sanitari e pazienti possano essere quelli di prima. Ed anche in questo caso, quindi, si torna al messaggio principale emerso dalla sessione: l’innovazione oggi non può essere occasionale o limitata, occorre mettere mano al sistema nella sua interezza.

Il commento SIFO alle dinamiche e questioni presentate in sessione è emerso dalle parole di Simona Serao Creazzola: “programmazione è la chiave di volta dell’immediato futuro. E la programmazione si fa alla luce della sostenibilità sociale, economica ed ambientale, attraverso la comprensione e valorizzazione dei dati esistenti, anche in chiave HTA, che devono essere in grado di offrire punti di riferimento ai protagonisti del dialogo politico e delle decisioni istituzionali. SIFO può dare un enorme contributo in questo senso. E speriamo, anzi ci attendiamo, di poterlo portare laddove c’è l’intelligenza e la sensibilità per raccoglierlo”.

“Il messaggio che ci portiamo a casa – ha concluso Tonino Aceti – è che a fronte di uno scenario che rimane complesso per la sostenibilità del SSN, sono sicuramente molto importanti le risorse sulle quali poter contare, ma allo stesso tempo non possiamo e non dobbiamo sottrarci dalla responsabilità di innovare e riformare il nostro SSN al fine di renderlo più resiliente e più capace di rispondere ai bisogni dei cittadini. Lo possiamo fare partendo ad esempio dal chiedersi tutti i giorni se stiamo valorizzando al meglio le risorse che abbiamo, e su questa partita tutte le professioni sanitarie e quindi anche il farmacista ospedaliero possono dare un grandissimo contributo”.

Presentato il Rapporto civico sulla salute di Cittadinanzattiva: liste di attesa, difficoltà nell’accesso ai Pronto Soccorso e pochi servizi sul territorio le preoccupazioni dei cittadini

È sempre il grande tema delle difficoltà di accesso alle cure sanitarie del nostro Paese quello che emerge dall’annuale Rapporto civico sulla salute, presentato oggi a Roma da Cittadinanzattiva presso il Ministero della Salute, alla presenza del Ministro Orazio Schillaci. Su 24.043 segnalazioni dei cittadini nel 2023 (in crescita di 9971 rispetto all’anno precedente), quasi una su tre  – il 32,4%, +2,8% rispetto al 2022 e +8,6 rispetto al 2021 – fa riferimento al mancato accesso alle prestazioni. A seguire, con il 14,2%, il tema delle cure primarie (anche questo in crescita, +5,1% rispetto al 2022), ossia le difficoltà nel rapporto tra i cittadini e i Medici di Medicina generale e i Pediatri di Libera Scelta, nella continuità assistenziale e nel raccordo ospedale territorio. Poco sotto l’ambito dell’assistenza ospedaliera (13,3% nel 2023, -2,5% rispetto all’anno precedente), ossia le difficoltà relative ai Pronto soccorso, ai ricoveri e alle dimissioni; con l’11,1% segue l’ambito dell’assistenza territoriale (+5,4% rispetto al 2022), ossia le criticità relative allo scarso coordinamento delle strutture sul territorio, alla carenza di personale, alla scarsa presa in carico del paziente. Sotto al 10%, ma comunque rilevante, l’ambito della prevenzione che nel 2023 raccoglie l’8,6% delle segnalazioni (era il 15,2% nell’anno precedente).

«Le segnalazioni del Rapporto civico, da sempre “termometro” del rapporto tra cittadini e Servizio sanitario, ci restituiscono un fermo immagine da anni bloccato sull’accesso, la piaga della sanità pubblica, capace per la sua portata e per la sua trasversalità di mettere in secondo piano ogni altro ambito, dal governo della sicurezza, alla necessità di umanizzazione, persino alla qualità delle cure. Avere la percezione di trovare chiusa la porta di accesso al Servizio sanitario – a causa delle difficoltà connesse alla desertificazione dei servizi, alla debolezza delle cure primarie, alla situazione dei Pronto Soccorso, alle lunghe liste di attesa – scolora gli altri problemi, pur rilevanti, e impedisce anche di cogliere le aree di miglioramento e innovazione o di assumere un atteggiamento fiducioso nelle riforme in corso – dichiara Anna Lisa Mandorino, Segretaria generale di Cittadinanzattiva -. Rivendichiamo per la sanità pubblica risorse maggiori e continuative, dopo che per anni essa è stata considerata una specie di salvadanaio a cui attingere per tappare i buchi di bilancio del nostro Paese, impoverita e desertificata, ma allo stesso tempo dobbiamo chiederci in che modo sono impiegate le risorse, visto che i Livelli essenziali di assistenza non sono ancora mai stati aggiornati, dal 2008 non si propone al Parlamento un Piano sanitario nazionale, e visto che sono state di recente approvate riforme pur significative, come quella sulla non autosufficienza degli anziani, senza investimenti e senza un Patto di corresponsabilità fra Stato centrale e Regioni».

Il Rapporto civico sulla salute integra diverse fonti di informazione: quella civica fornita dalle segnalazioni spontanee dei cittadini raccolte dagli sportelli di tutela di Cittadinanzattiva sul territorio, quelle che provengono da monitoraggi, indagini ed analisi dell’organizzazione su singole tematiche e infine fonti derivanti da studi ed analisi prodotti da soggetti del mondo istituzionale, accademico o della ricerca. L’obiettivo è mostrare come si traduce oggi il diritto alla salute dei cittadini, nel complesso sistema del federalismo sanitario.

Rapporto Civico Salute 2024, Elaborazione Agenzia Valutazione Civica – Cittadinanzattiva
 

Liste di attesa e rinuncia alle cure

Le principali difficoltà di accesso alle prestazioni (32,4% delle 24.043 segnalazioni) sono determinate soprattutto da: liste d’attesa bloccate (31,1%), lunghe attese o difficoltà a contattare il Cup/Programmare visite (complessivamente il 20%).

Sui tempi di attesa, ecco alcuni dei tempi massimi segnalati dai cittadini (qui le tabelle complessive relative ai tempi di attesa) indicati dai cittadini, divisi per codici di priorità, e relativi a prime visite specialistiche, visite specialistiche di controllo, esami diagnostici, interventi chirurgici): 468 giorni per una prima visita oculistica in classe P (programmabile, da eseguire entro 120 giorni); 480 per una visita di controllo oncologica in classe non determinata; 300 giorni per una visita oculistica di controllo in classe B (breve da erogare entro 10 gg); 526 giorni per un ecodoppler tronchi sovraaortici in classe P (programmabile, da erogare entro 120 gg); 437 giorni per un intervento di protesi d’anca in classe D (entro 12 mesi), 159 giorni per un intervento per tumore alla prostata in classe B (entro 30 gg).

Nel 2023 il 7,6% dei cittadini ha rinunciato alle cure (+0,6% rispetto al 2022) e il 4,5% lo fa per le lunghe liste di attesa (era il 2,8% nel 2022). La quota di rinuncia è pari al 9,0% tra le donne e al 6,2% tra gli uomini, Sul territorio, “l’incremento alla rinuncia” rispetto all’anno precedente si concentra soprattutto al Centro (dal 7,0% all’8,8%) e al Sud (dal 6,2% al 7,3%) mentre il Nord con 7,1% mantiene lo stesso livello del 2022.

A conferma del fenomeno della rinuncia alle cure anche il decremento sul numero totale delle prestazioni erogate nel corso del 2023: il decremento medio è dell’8% rispetto all’anno precedente. È minimo lo scarto in Lombardia e in Toscana (-2%), seguite dall’Emilia Romagna (-3%), ma in ben 14 Regioni le percentuali superano la media nazionale con picchi di -25% in Sardegna, -27% e -28% in Valle d’Aosta e nella provincia di Bolzano. È soprattutto sul fronte delle prime visite che i sistemi regionali arrancano: queste sono diminuite mediamente del 10%.

Cure primarie e assistenza territoriale

Le segnalazioni dei cittadini nell’ambito delle cure primarie (14,2% delle 24.043 totali) ci raccontano di difficoltà con il proprio medico di famiglia o pediatra di libera scelta (47,1%), a causa dello scarso tempo a disposizione o di un deficit nelle informazioni che vengono fornite ai cittadini. Ricorrono le segnalazioni di chi non riceve un appuntamento in tempi ritenuti “congrui” oppure lamenta visite troppo brevi nelle quali non riesce a riferire tutti i propri problemi al medico. Mentre le criticità relative all’assistenza sanitaria di prossimità (11,1% delle 24.043 segnalazioni complessive) riguardano principalmente le strutture presenti sul territorio che dovrebbero attivarsi per una presa in carico integrata dei pazienti. Le auspicate ricadute positive degli investimenti sui territori legati al Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza (missione 6 – Salute) e la Riforma dell’assistenza territoriale (D.M 77/2022) tardano ad arrivare e i cittadini, anche nel 2023, hanno lamentato molte criticità legate all’assistenza sanitaria di prossimità che di fatto anziché “prossima” sembra essere sempre più “distante” dalle loro esigenze.

Dall’ultimo aggiornamento disponibile su Italia Domani risulta che, ad aprile 2024, l’86% dei progetti relativi alle Case della Comunità è arrivato alla Stipula del contratto, con alcune differenze regionali: valori inferiori si riscontrano nelle regioni del sud e solo due regioni hanno valori inferiori al 50% (Marche 48% e P.A Trento 10%).

Per quanto riguarda le Centrali Operative Territoriali, quasi tutte le regioni, tranne la Provincia di Bolzano (38%) hanno raggiunto la fase di “Stipula dei contratti”, solo in alcune regioni del sud la percentuale è inferiore al 100%. Infine, per quanto riguarda gli Ospedali di Comunità, la situazione è più variegata rispetto alla percentuale relativa alla Stipula dei Contratti: le regioni del nord, del centro e le isole raggiungono valori percentuali compresi fra il 70% e il 100%, quelle del sud presentano valori più bassi, e tre regioni si attestano su valori al di sotto del 50% (0% P.a. di Bolzano, 33% P.A. di Trento, 45% Calabria).

Assistenza ospedaliera

Un’altra area particolarmente critica è quella dell’assistenza ospedalierache quest’anno si classifica al terzo posto per percentuale di segnalazioni (13,3% delle 24.043 totali). In questo ambito le difficoltà riguardano in larghissima misura l’Emergenza-Urgenza e Pronto Soccorso (82,1%). In particolare i cittadini segnalano lunghe attese in chiamata prima di entrare in contatto con l’operatore, sovraffollamento nei Pronto Soccorso, lunghe ore d’attesa, disorganizzazione nella gestione delle priorità e carenza di personale. È evidente che la carenza di personale, il ritardo nell’impiego dei fondi del PNRR e la pandemia appena conclusa, hanno ridotto quasi al “collasso” un settore già di per sé molto critico. 

I dati ufficiali ci confermano che in questa area mancano oltre 4.500 medici e circa 10.000 infermieri, per contro il trend di accesso dei cittadini ai Pronto soccorso è di nuovo in aumento dopo il calo determinato dalla pandemia. I cittadini del nord hanno effettuato sia nel 2019 sia nel 2023 maggiori accessi, in numeri assoluti, rispetto a quelli del centro sud. Ad effettuare un numero davvero elevato di accessi con codice bianco sono i cittadini del Veneto. I nostri dati, come quelli ufficiali, ci confermano che i cittadini attendono molte ore in PS: si va da una media di 111 minuti per i codici bianchi a 147 per i codici verdi. Faticano a contenere i tempi di permanenza al PS regioni come la Sardegna (184 minuti) e l’Abruzzo (162 minuti ) per i codici verdi, e sempre Abruzzo (126) e Friuli Venezia Giulia (128) per i codici bianchi. 

Molti cittadini, in particolare in alcune aree del Paese, inoltre, non raggiungono un servizio di emergenza urgenza entro 30 minuti: si parla del 5,8% della popolazione, ossia circa 3,4 milioni di abitanti; la situazione più critica riguarda la popolazione residente in aree interne della Basilicata (32,5%) seguita da quella della P.A di Bolzano (9,16%) e Sardegna (8,44%). Con l’implementazione delle case della comunità, la percentuale di persone che continuerà a non poter raggiungere una struttura di P.S entro 30 minuti si prevede che diminuirà a 964 mila (1,6% popolazione).

Prevenzione

L’ambito raccoglie l’8,6% delle 24.043 segnalazioni: in particolare i cittadini lamentano informazioni mancanti, incomplete e contraddittorie relative alle vaccinazioni anti Covid (35,5%); informazioni non accessibili e /o incomplete o incongruenti, difficoltà a prenotare o  disorganizzazione nei centri vaccinali per le vaccinazioni ordinarie (33,1%); difficoltà relative alla mancata lettera di invito dalla Asl o impossibilità di prenotare autonomamente gli screening oncologici (31,4% e nello specifico: 15,2% per quello mammografico, 8,4% per il colon retto, 7,8% per la cervice uterina).

Difficoltà che vanno superate, per contrastare alcuni deficit nel nostro sistema di prevenzione. Le coperture vaccinali, ad esempio, sono buone per la fascia pediatrica (si raggiunge il 95% quasi ovunque); ma già negli adolescenti e soprattutto per gli adulti sono basse (HPV: 38,78%, nelle ragazze del 2010, 31,81 nei ragazzi del 2010; nella stagione 2023-2024; il vaccino antinfluenzale è stato fatto da appena il 53,3% degli over 65, e quello anti- covid appena dal 10,3% degli over 60.

Per quanto riguarda gli screening oncologici, nel 2023 le adesioni ai programmi organizzati gratuiti non sono ottimali, soprattutto persiste una netta differenza fra il Nord e il Sud. Il 55% delle donne target aderisce allo screening mammografico, con una variazione di 15 punti percentuale tra Nord e Sud-Isole: le regioni con migliore adesione sono la P.A di Trento con 78,8%, Veneto con 76,7%, Basilicata 72,8%; quelle con più bassa adesione sono Calabria 16,4%, Molise 32,8%, Campania 33,6%. Per lo screening colorettale, aderisce all’invito il 34% della popolazione target: le regioni con una maggiore adesione sono Veneto con 64,2%, Valle d’Aosta 63,5%, Friuli Venezia Giulia con 52,4%; quelle con più bassa adesione sono Calabria 6,1%, Sicilia 14,8% e Lazio 18,9%. Per lo screening cervicale, l’adesione è stata complessivamente pari a 41%, con valori più bassi al Sud e Isole (31%) rispetto al Nord (52%) e al Centro (38%).

Emerge distintamente ed ovunque il problema della poca adesione a tutti i programmi di screening organizzati da parte della popolazione migrante, per bassa percentuale sia di invii degli inviti da parte delle Asl sia di successiva adesione agli stessi.

10 priorità per un Servizio sanitario più forte ed equo

  1. Alla data prevista del 1° gennaio 2025 dare piena e totale attuazione ed esigibilità a tutti i cittadini e su tutto il territorio nazionale dei LEA 2017 e garantire d’ora in avanti, come previsto, una revisione costante e certa dei Livelli essenziali di assistenza.
  2. Dotare il Paese di un nuovo Piano sanitario nazionale, assente dal lontano 2008, per ottenere, insieme a una programmazione dell’offerta sanitaria coerente con i tempi, il sostegno del Parlamento, l’impegno trasversale a un progressivo e adeguato finanziamento per la sanità con risorse commisurate alle riforme, la collaborazione delle Regioni.
  3. Investire nel potenziamento delle infrastrutture digitali e di interconnessione dei dati, lavorando sulle competenze digitali tanto dei cittadini quanto dei professionisti sanitari.
  4. Rilanciare politiche sul personale sanitario, co-progettando organicamente ruoli e fabbisogno di tutti i professionisti sanitari, riformando i processi di formazione, valutazione e sviluppo delle competenze, incentivando le professioni considerate meno attrattive.
  5. Investire su ogni livello della prevenzione, dall’alfabetizzazione sanitaria agli stili di vita alle campagne vaccinali alla diagnosi precoce, e implementare i provvedimenti previsti, al livello nazionale e regionale, per potenziare e rendere i servizi di prevenzione vaccinale e di screening più accessibili e uniformi.
  6. Garantire la piena e tempestiva attuazione delle disposizioni previste dal Decreto liste d’attesa con particolare riguardo al governo delle agende, agli aspetti di monitoraggio del dato e all’uniformità delle procedure sul territorio.
  7. Accelerare l’implementazione delle Case della comunità, delle Centrali operative territoriali e degli Ospedali di comunità per garantire una migliore assistenza di prossimità nel più breve tempo possibile, ma intanto potenziare le reti dell’assistenza primaria e i servizi territoriali già presenti nelle comunità.
  8. Rafforzare e incentivare il personale sanitario nei reparti di Emergenza-Urgenza, riducendo le disparità regionali nell’accesso ai servizi sanitari.
  9. Promuovere attraverso campagne informative un uso più consapevole dei farmaci, con particolare attenzione agli antibiotici e il sostegno all’uso dei farmaci equivalenti.
  10. Garantire processi di approvazione più celeri e un accesso più rapido ed equo per i farmaci innovativi.

Patologia mammaria: si può allattare in sicurezza

Una delle strategie per promuovere l’allattamento nella nostra società è quella di far chiarezza sulla lista delle controindicazioni ad allattare, che risulta eccessivamente e scorrettamente molto più lunga del necessario sia nell’immaginario collettivo e popolare, sia, purtroppo ancor oggi, secondo l’opinione di molti operatori sanitari.

È compito delle Società scientifiche dare una risposta a questa problematica, demolendo appunto quando necessario questi miti e false opinioni. La Società Italiana di Neonatologia (SIN) e la Società Italiana di Pediatria (SIP), assieme ad altri 18 Enti, fra Società scientifiche, Federazioni professionali e Istituti di ricerca di ambito sanitario, Associazioni, Organizzazioni e ONG per l’Allattamento Materno, si sono unite in un Gruppo di Lavoro nazionale interdisciplinare ed hanno dato vita alla Position Statement sulla Patologia della Mammella e Lattazione che ha rivisitato queste convinzioni inappropriate ed oramai superate, alla luce delle più aggiornate evidenze scientifiche.

Oltre SIN e SIP, hanno partecipato al Gruppo di Lavoro, promosso e coordinato dal Dott. Riccardo Davanzo, Presidente della Commissione Allattamento della Società Italiana di Neonatologia COMASIN: ANDOS Onlus Nazionale (Associazione Nazionale Donne Operate al Seno), ANISC (Associazione Nazionale Italiana Senologi Chirurghi), AOGOI (Associazione Ostetrici-Ginecologi Ospedalieri Italiani), Associazioni e ONG per l’Allattamento Materno, Centro Antiveleni-Bergamo, Comitato Italiano per l’UNICEF, ESRA (European Society of Regional Anaesthesia & Pain Therapy), FIMMG (Federazione Italiana Medici di Medicina Generale), FIMP (Federazione Italiana Medici Pediatri), FNOPI (Federazione Nazionale Ordini Professioni Infermieristiche), FNOPO (Federazione Nazionale degli Ordini della Professione di Ostetrica), IEO (Istituto Europeo di Oncologia IRCCS), SICPRE (Società Italiana di Chirurgia Plastica, Ricostruttiva-rigenerativa ed Estetica), SIGO (Società Italiana di Ginecologia ed Ostetricia), SIPO (Società Italiana di Psico-Oncologia) e SIRM (Società Italiana di Radiologia Medica ed Interventistica).

La Position Statement di oltre 60 pagine, condivisa da un insieme di ben 20 Enti, specializzati in materia, passa in rassegna sistematicamente la compatibilità e sicurezza dell’allattamento con le principali patologie mammarie in atto (per esempio un’infezione) o pregresse (per esempio un intervento chirurgico).

«Se nelle patologie mammarie si valuta attentamente il rapporto rischi/benefici, quasi sempre è possibile incoraggiare senza incertezze l’allattamento di una madre che sia adeguatamente informata e naturalmente motivata ad avviare o a non interrompere l’allattamento – commentano SIN e SIP -. In particolare, le indagini strumentali al seno di tipo radiologico, ecografico e le risonanze nucleari (anche con mezzo di contrasto) sono assolutamente compatibili con l’allattamento e correttamente interpretabili, anche se la mammella è in fase di lattazione».

La donna non deve smettere di allattare per sottoporsi ad accertamenti diagnostici, che d’altro canto non vanno neppure in alcun modo procrastinati, per non ritardare la diagnosi di un eventuale cancro del seno. Anche l’agobiopsia, come confermato dagli specialisti, è compatibile con l’allattamento. Pur rappresentando condizioni cliniche che in varia misura ostacolano l’allattamento, la mastite o l’ascesso mammario, così come un pregresso cancro al seno o una mastoplastica, non controindicano l’allattamento. Gli operatori sanitari aggiornati e ben orientati, quindi, possono supportare le donne ad allattare il proprio bambino anche in caso di patologia della mammella.