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Influenza, partite le vaccinazioni: contro la sfiducia ecco il ruolo decisivo degli assistenti sanitari

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Alla scoperta delle professioni sanitarie della Federazione nazionale degli Ordini TSRM e PSTRP

La campagna vaccinale antinfluenzale per la stagione autunno-inverno 2024/2025, insieme a quella contro il COVID-19, è già in corso, seguendo le indicazioni ministeriali del piano di Prevenzione e controllo dell’influenza: raccomandazioni per la stagione 2024-2025 e della Circolare del Ministero della Salute n. 27825. Ma quando si parla di vaccini, non si può non parlare degli assistenti sanitari, professionisti in prima linea nella promozione della cultura della vaccinazione, sia sul territorio, sia negli ospedali. Il loro ruolo va oltre la somministrazione dei vaccini: sono coinvolti nella pianificazione e nell’organizzazione delle campagne, coordinando le attività nei vari punti di vaccinazione, dagli ambulatori territoriali agli ospedali, dai mezzi mobili alle RSA, per rendere l’accesso alla prevenzione più semplice e diffuso

Le vaccinazioni sono gratuite e puntano a garantire una maggiore copertura e protezione, soprattutto per le fasce più vulnerabili della popolazione. Una novità di quest’anno riguarda il Piano nazionale di prevenzione vaccinale 2023-2025, approvato in Conferenza Stato-Regioni lo scorso agosto, che introduce un Calendario vaccinale separato, facilmente aggiornabile per rispondere a futuri scenari epidemiologici, nuove evidenze scientifiche e innovazioni biomediche, come l’introduzione di nuovi vaccini. Oltre ai vaccini antinfluenzali e contro il COVID-19, quest’anno l’immunizzazione comprende anche vaccini contro malattie rilevanti come pneumococco, herpes zoster e il Virus Respiratorio Sinciziale (RSV) per garantire una protezione più ampia e mirata per la salute pubblica.

Ne parliamo con Maria Cavallo, Presidente della Commissione di albo nazionale degli assistenti sanitari (FNO TSRM e PSTRP) che risponde alle domande di TrendSanità.

Qual è il ruolo degli assistenti sanitari nelle campagne vaccinali? Cosa fanno nello specifico e quali competenze sono richieste?

«Nelle campagne vaccinali gli assistenti sanitari svolgono tutte le attività necessarie all’offerta dei Piani vaccinali durante l’anno, la variabile è il tempo. Una campagna vaccinale in un limitato periodo di tempo deve riuscire a raggiungere il massimo della copertura nella popolazione prescelta. Sono professionisti che svolgono ruoli di pianificazione, organizzazione, gestione delle macro attività (definizione fabbisogni di prodotti, identificazione e allestimento setting operativi, comunicazione interna ed esterna), ma anche operativi e diretti nella pratica vaccinale (comunicazioni ai target, counseling, anamnesi pre-vaccinale, esecuzione, registrazione, sorveglianza post-vaccinale)».

«Le competenze richieste includono una solida conoscenza della profilassi vaccinale, delle tecniche di comunicazione efficace per promuovere la salute e conoscenza delle dinamiche sociali del territorio che possono influenzare l’adesione alle campagne, fanno già parte della preparazione universitaria base dei professionisti, possono tuttavia essere implementate attraverso master, corsi di alta formazione, corsi di approfondimento specifico della vaccinologia» spiega ancora Cavallo.

Perché è importante vaccinarsi per l’influenza?

«Perché da un paio di secoli la pratica della vaccinazione rappresenta uno dei tre strumenti di prevenzione delle malattie infettive più efficaci nella storia dell’uomo, insieme all’acqua potabile e al lavaggio delle mani. Domani, e in parte già oggi, sarà lo strumento principale di prevenzione anche di molte malattie cronico-degenerative. Vaccinarsi contro l’influenza è importante: riduce il rischio di contrarre l’influenza stagionale e le sue complicanze, che possono essere gravi, soprattutto in soggetti vulnerabili come anziani, infanti e persone con patologie croniche. La vaccinazione antinfluenzale diminuisce il tasso di ospedalizzazione e di decessi correlati all’influenza, proteggendo indirettamente anche chi non può sottoporsi a profilassi vaccinale, poiché limita la circolazione del virus nella comunità».

Nell’ultima stagione influenzale (2023-24) si è vaccinata poco più di una persona su due della popolazione target. Perché si vaccinano ancora in pochi?

«Il calo ha coinciso con la fine del periodo pandemico per COVID-19, dopo una grande campagna nazionale di vaccinazione, sospinta in modo molto direttivo, era prevedibile attendersi un momento di “rigetto”. Tuttavia, con un’efficace comunicazione e il mantenimento della relazione di fiducia, gli operatori della salute possono contribuire a un’inversione di tendenza. In alcune aree, l’accesso alla vaccinazione può essere limitato, l’assenza di campagne di sensibilizzazione mirate e di un’adeguata comunicazione del rischio da parte dei professionisti sanitari. Occorrono perseveranza, competenza e credibilità professionale. Inoltre, le ragioni della bassa adesione alla vaccinazione antinfluenzale possono essere molteplici: dalla scarsa percezione del rischio (molte persone sottovalutano la gravità dell’influenza considerandola una malattia lieve) alla disinformazione, alla sfiducia nei vaccini, spesso alimentate da false notizie e difficoltà logistiche».

Ecco una delle distorsioni informative più frequenti: se si fa il vaccino antinfluenzale ma si prende comunque l’influenza, vuol dire che il vaccino non funziona…

«Nessun vaccino garantisce la protezione efficace al 100%. I vaccini più immunogeni (ad esempio difterite e tetano) si avvicinano al 95%. Inoltre, esistono diverse variabili come l’efficienza del sistema immunitario della persona e il periodo di salute che sta vivendo, fino ad arrivare alle variabili di assorbimento dell’antigene vaccinale. Occorre considerare il tutto sull’efficacia di massa, se si riesce a immunizzare efficacemente anche solo il 60% di una popolazione si realizza comunque un effetto “protezione di gregge” o herd immunity. In particolare, per il vaccino antinfluenzale, accade che, nonostante la vaccinazione, il soggetto si possa ammalare di influenza. Questo non significa che il vaccino non funzioni. Il vaccino antinfluenzale riduce il rischio di contrarre l’influenza, ma non elimina completamente il rischio di essere infettati dal virus».

«In alcuni casi il vaccino, infatti, può non evitare del tutto la malattia, ma è in grado si prevenirne le complicanze riducendo sensibilmente la gravità del quadro clinico. È importante ricordare che il vaccino protegge dalle varianti più comuni del virus influenzale previste per la specifica stagione, ma non può coprire ogni possibile ceppo in circolazione» precisa la Presidente.

A chi è raccomandata la vaccinazione?

«Secondo la circolare del Ministero della Salute “Prevenzione e Controllo dell’influenza: raccomandazioni per la stagione 2024–2025”, la vaccinazione antinfluenzale è raccomandata in particolare: a persone di età pari o superiore ai 60 anni, bambini a partire da 7 anni di vita e adulti con patologie croniche non trasmissibili (respiratorie, cardiache, renali, diabete, ecc.) e ai loro caregiver e o familiari, bambini nella fascia di età 6 mesi – 6 anni compresi, donne in un qualsiasi trimestre di gravidanza (serve a proteggere sia la madre che il bambino), operatori sanitari e personale che lavora a contatto con soggetti a rischio, residenti in strutture di lungodegenza, persone che lavorano in settori essenziali o con esposizione elevata al pubblico. Il vaccino antinfluenzale è comunque indicato per tutti i soggetti che desiderino evitare la malattia influenzale e che non abbiano specifiche controindicazioni, è necessario consultare il proprio medico di fiducia».

Perché è diffusa la convinzione che le competenze dell’infermiere siano interscambiabili con quelle dell’assistente sanitario nel campo vaccinale?

«Questa convinzione può derivare da una scarsa comprensione dei ruoli specifici delle singole professioni. Perché prevalentemente si vede l’atto della somministrazione, della inoculazione, ma a monte c’è una complessa gestione e preparazione di numerosi aspetti, il ruolo centrale di una corretta comunicazione, e il post-esecuzione non è meno rilevante, per esempio nella segnalazione dei (rari) eventi avversi. L’assistente sanitario nel percorso formativo universitario si specializza su tutti gli aspetti della vaccinologia, un cardine delle attività di prevenzione, altre professioni l’affrontano in modo limitato perché il loro “core professional” è diverso e necessitano di una formazione supplementare. Inoltre, gli assistenti sanitari hanno una formazione mirata alla prevenzione, promozione e educazione alla salute pubblica. Sono inoltre esperti nel pianificare e coordinare insieme ai medici e altri professionisti interventi di sanità pubblica e formati per migliorare l’adesione alle vaccinazioni attraverso la comunicazione attiva. Gli infermieri, invece, sono maggiormente focalizzati sugli aspetti clinici e di assistenza diretta alla persona assistita» conclude Cavallo.

Gestione integrata delle tecnologie in area critica e interoperabilità del dato: seminario ad Ancona

Si terrà venerdì 8 novembre presso la Facoltà di Ingegneria di Ancona il seminario dal titolo “Gestione integrata delle tecnologie in area critica e interoperabilità del dato”.


Organizzato dal Referente AIIC regione Marche, Mosè Carboni, l’evento vede la partecipazione, tra gli altri, di Umberto Nocco (Presidente AIIC – Associazione Italiana Ingegneri Clinici), di Alessandro Giommi (Direttore Hta, Tecnologie Biomediche e Sistemi Informativi della Agenzia Regionale Sanitaria delle Marche) e di Alessandro Preziosa (Presidente Associazione Elettromedicali e Servizi Integrati Confindustria DM).

Nelle aree critiche, cresce il bisogno di interoperabilità e integrazione tra i vari dispositivi per migliorare il monitoraggio dei parametri vitali e ottimizzare la gestione delle terapie. Gli staff clinici, sottodimensionati per la costante carenza di personale, necessitano di strumenti che permettano visibilità continua dei dati dei pazienti da molteplici postazioni e riduzione della gestione manuale e cartacea.
Alla luce della grande spinta all’investimento conseguente alla disponibilità di fondi del PNRR, si rende necessaria una gestione delle tecnologie volta a ottimizzare gli investimenti, il parco installato e la sua manutenzione.

Il seminario affronterà anche il tema dell’Intelligenza Artificiale, terminando con una sessione pratica di simulazione.

  • Per consultare il programma, clicca qui
  • Iscrizioni entro il 28 ottobre al seguente link, posti limitati!

Congresso SItI, la Prevenzione sia governata centralmente e le risorse scientifiche siano messe in rete

Penultimo giorno di incontri, presso l’Università degli Studi di Palermo, per il 57° Congresso Nazionale della Società Italiana d’Igiene, Medicina Preventiva e Sanità Pubblica (SItI). In programma, quest’oggi, una Sessione Plenaria dal titolo “Modelli di Interazione della Sanità pubblica con le Istituzioni nazionali e regionali”.

Nell’esplorare il rapporto tra Sanità Pubblica e Società Scientifiche sono intervenuti Americo Cicchetti, Dir. Gen. Programmazione al Ministero della Salute, Roberta Siliquini, Presidente della Società Italiana d’Igiene (SItI), Anna Teresa Palamara, Prof. Ord. Università di Roma “La Sapienza” (Facoltà di Farmacia), Giovanni Leonardi, Capo del Dip. “One Health” al Ministero della Salute e Rosa Maria Campitiello, Capo Dip. Prevenzione al Ministero della Salute.

Americo Cicchetti

«Il ruolo delle Società scientifiche a supporto della decisione tecnica di programmazione è assolutamente fondamentale – afferma il Cicchetti – Soprattutto quando si parla di Sanità pubblica abbiamo bisogno di evidenze che siano però lette nel contesto. Il ruolo della Società scientifica, a livello nazionale, è proprio questo. Non, semplicemente, riportare il dato o l’evidenza scientifica, che è assolutamente fondamentale, ma contestualizzarla e renderla fruibile alle decisioni. In particolare, per quanto ci riguarda, abbiamo bisogno di essere aiutati nella generazione di un’evidenza che favorisca l’individuazione del miglior sistema di assistenza delle risorse. Dobbiamo capire dove si annida il valore dei diversi interventi e, quando parliamo di Sanità pubblica, la Società Italiana d’Igiene è per noi un riferimento. Lo è, ad esempio, nel sistema di indicatori che contiene un numero importante di dati che riguardano proprio la Prevenzione, fra cui coperture vaccinali e screening. Riteniamo che questa collaborazione storica abbia generato e genererà sempre maggior valore».

Roberta Siliquini

«La Società Italiana d’Igiene è a disposizione delle Istituzioni per fornire tutto il supporto tecnico e scientifico possibile – dichiara Siliquini –. A loro chiediamo che la Prevenzione sia governata centralmente, con indicazioni chiare ed applicabili a tutte le Regioni, e che le molte risorse scientifiche a disposizione del Paese, vengano messe in rete. Tutto questo affinché le progettualità possano essere canalizzate in un unico filone che, con un risparmio delle risorse, possono dare risposte chiare ed utili al decisore politico».

Diabete, arriva il documento sull’utilizzo della tecnologia in gravidanza

Le nuove tecnologie al servizio del diabete stanno rivoluzionando sia il controllo della patologia che la gestione delle complicanze e la qualità della vita delle persone. Tecnologie che si rendono ancora più indispensabili in gravidanza se pensiamo che 1 bambino su 2 nato da madre con diabete di tipo1 può presentare delle complicazioni. “Tra le più frequenti l’eccessiva crescita fetale (LGA, neonati più grandi per l’età gestazionale), il maggiore ricorso alla terapia intensiva neonatale e il parto pre-termine a causa dell’aumento dei livelli di glucosio materno” spiega Veronica Resi, Coordinatrice del Gruppo di Studio Diabete e Gravidanza AMD-SID e creator della relazione del Congresso Nazionale sull’argomento. 

Il Gruppo di Studio Diabete e Gravidanza si è reso disponibile per redigere un Documento sull’utilizzo della tecnologia in gravidanza, spaziando dai sistemi di monitoraggio della glicemia alle recenti acquisizioni di sistemi integrati con i microinfusori, che possa essere di supporto per i colleghi che si occupano di gravidanza complicata da diabete. Una guida all’utilizzo dei sistemi tecnologici avanzati fornendo una linea di consenso tra esperti supportata da evidenze scientifiche che aiuti a migliorare la programmazione e la gestione della gravidanza complicata da diabete pre-gestazionale e supporti la cura del diabete gestazionale.

Maggiori parti pre-termine per chi non raggiunge i livelli ottimali di glicemia – Raggiungere gli obiettivi di HbA1c <6.5% prima della gravidanza e target glicemici stringenti durante la gravidanza ha effetti significativi: le donne con livelli superiori al target alla 13 ma settimana avevano parti pretermine nel 48% dei casi rispetto a quelle in target glicemico. Così come livelli superiori al target alla 24ma settimana, erano correlati a tassi di nascite pre-termine doppi (35,7% rispetto al 16,2%) di quelle in target. 1

Nelle donne che non godono di un controllo glicemico ottimale il rischio di un neonato LGA (più grande rispetto all’età gestazionale) è doppio rispetto a chi ottiene un buon controllo. La metà nelle donne con compenso ottimale alla 13ma settimana (14,6% contro il 26,8%) di quelle non in target e alla 24ma settimana di gestazione il 47,4% rispetto al 54,9% di quelle non in target. 1

Il controllo glicemico di una gravidanza caratterizzata da un diabete pre-gestazionale pone al diabetologo una sfida con obiettivi più rigorosi per ridurre al minimo le complicanze associate. In questo senso le tecnologie applicate al monitoraggio del glucosio rappresentano una innovazione fondamentale: lo studio CONCEPTT ha mostrato che nelle donne che utilizzavano i sistemi di monitoraggio (CGM-RT) si è osservata una riduzione degli outcome avversi neonatali. 

«Ora sappiamo che un controllo stringente precoce nel primo trimestre grazie al monitoraggio glicemico in continuo RT-CGM , nelle gestanti con diabete di tipo1 si è dimostrato in grado sia di migliorare il compenso glicemico materno che di ottenere risultati migliori per la salute del neonato, con una diminuzione delle ipoglicemie neonatali e un minore ricorso a ricoveri in terapia intensiva», prosegue Resi. 

«In questi ultimi anni, abbiamo inoltre assistito alla crescente diffusione dei sistemi di infusione insulinica (CSII o microinfusori) tra le persone con DM1, grazie al fatto che essi garantiscono un miglioramento sensibile del compenso glicemico. Tali sistemi anche tra le donne con DM1 in età fertile sono in crescente aumento e in particolare i sistemi di infusione insulinica ibridi ad ansa chiusa (HCL)», spiega Resi.

Le donne che, in caso di gravidanza, desiderano mantenere tale terapia, avendone sperimentato l’efficacia prima del concepimento si trovano di fronte al problema che purtroppo la maggior parte dei sistemi commercialmente disponibili sono off-label (fuori indicazione) in gravidanza perché i loro algoritmi non sono stati costruiti per raggiungere i target metabolici specifici per questa condizione.

«Per garantire una gravidanza sicura è fondamentale il raggiungimento di un controllo glicemico ottimale. I risultati degli studi più recenti supportano le linee guida inglesi NICE confermando l’opportunità di offrire un sistema di infusione insulinica ibrido ad ansa chiusa (HCL) a tutte le donne in gravidanza con diabete di tipo 1» sottolinea Raffaella Buzzetti, Presidente Eletto SID.

Infatti, lo studio AiDAPT ha dimostrando come le donne affette da diabete tipo 1 in terapia con HCL mantenevano un controllo glicemico adeguato 10.5% più alto rispetto al gruppo di controllo. Attualmente l’unico sistema HCL con indicazione ufficiale per l’uso in gravidanza approvato in Europa e in Italia è il CamAPS FX. «Chiaramente, i sistemi HCL hanno cambiato il panorama della cura del diabete nella popolazione non gravida. Molti studi appena usciti stanno sempre più supportando l’utilizzo di questi sistemi evidenziando un aumento sostanziale del tempo in cui i livelli di glucosio sono controllati e in target rispetto alle cure standard in tutti e tre i trimestri di gravidanza», conclude Buzzetti.

Medici e infermieri sciopereranno il 20 novembre contro le promesse non mantenute

Sigle sindacali sul piede di guerra, dopo che è stata reso pubblico il testo della manovra. «Ogni anno, puntualmente, la legge di bilancio si rivela una doccia fredda per la sanità pubblica, e quindi per i cittadini e per il personale sanitario. Quello di illudere pazienti e professionisti della salute con mirabolanti promesse per poi ritrovarsi con in mano un piatto di lenticchie è uno sport politico che non siamo più disposti ad accettare. E allo stesso modo risulta una presa in giro aumentare di 3 euro le pensioni minime e poi costringere le fasce più povere della popolazione a spendere centinaia di euro per visite mediche private, analisi, TAC e risonanze magnetiche che risultano inaccessibili nella sanità pubblica» dichiara Guido Quici, Presidente CIMO-FESMED.

Dopo mesi nei quali si sono moltiplicate le richieste d’attenzione e i campanelli d’allarme per una situazione non più sostenibile, tanto per i medici che per i pazienti, anche FIMMG, FIMP, FMT, SMI, SNAMI e il SUMAI Assoprof non vedono oggi altra soluzione che avviarsi verso una protesta unitaria dei medici convenzionati con il Servizio sanitario nazionale che solidifichi e renda univoco il disagio dei professionisti già espresso dalla area della dipendenza medica e infermieristica. C’è la possibilità concreta che nei prossimi giorni tutte le OOSS dell’intersindacale convenzionata possano decidere di unirsi alla protesta dei medici dipendenti.

«Il 20 novembre, allora, medici e infermieri sciopereranno e manifesteranno a Roma perché sono stufi di proclami che, puntualmente, non hanno seguito. Fare di tutto per spingere i medici ad abbandonare la sanità pubblica rappresenta un inaccettabile voltafaccia, o il frutto di un piano ben preciso volto ad arricchire – sulle spalle dei malati – il privato, le assicurazioni, le cooperative e le multinazionali della salute», fa sapere Quici.

Il decalogo della protesta

Sono almeno dieci le ragioni che hanno spinto il sindacato a proclamare lo sciopero:

  1. Erano stati annunciati 3,7 miliardi per la sanità pubblica: il prossimo anno ne arriveranno 1,3, sufficienti a malapena a finanziare i rinnovi dei contratti del personale sanitario, lasciando dunque briciole al miglioramento dell’assistenza sanitaria offerta ai cittadini.
  2. Erano state promesse 30mila assunzioni nel Servizio sanitario nazionale, ma la legge di Bilancio non ne prevede alcuna. E senza assunzioni sarà impossibile ridurre il carico di lavoro dei dipendenti e migliorare quindi le condizioni lavorative negli ospedali, oggi inaccettabili.
  3. Erano stati previsti, nella precedente legge di Bilancio, 200 milioni per i medici dipendenti per ridurre le liste d’attesa, ma si sta lavorando per ridurre del 50% il finanziamento a favore dei medici specialisti ambulatoriali interni.
  4. Era stata assicurata la defiscalizzazione al 15% dell’indennità di specificità medica, un riconoscimento vero della peculiarità della professione. Invece non è prevista alcuna defiscalizzazione ma solo lo stanziamento di un misero finanziamento aggiuntivo che porterà nelle tasche dei medici circa 17 euro mensili. Una vera elemosina che offende tutta la categoria. 
  5. Era stata prevista la defiscalizzazione al 15% delle prestazioni aggiuntive, ma numerose aziende si rifiutano di applicarla in attesa di una circolare del MEF che non promette nulla di buono.
  6. Erano stati garantiti importanti miglioramenti sul fronte della responsabilità professionale per far lavorare i medici con maggiore tranquillità; invece, i risultati non ancora ufficiali della Commissione D’Ippolito appaiono estremamente fumosi e poco efficienti.
  7. Era stata dichiarata guerra contro i cosiddetti medici gettonisti, e invece il Governo ha proposto un Disegno di Legge che intende contrastarli attraverso il ricorso a contratti precari co.co.co.
  8. Erano state stanziate dallo Stato, negli anni passati, molte risorse in favore del personale sanitario, che tuttavia risultano ancora trattenute dalle Regioni. Non possono meravigliare, poi, le iniziative di alcune di esse che anticipano gli effetti dell’autonomia differenziata sul mercato del lavoro, elargendo premi di produzione extra contrattuali.
  9. Era stato promesso un vero finanziamento per la sanità pubblica, e invece ogni provvedimento adottato dal Governo aumenta le risorse destinate alla sanità privata, senza tenere in considerazione lo scandaloso dumping salariale tra medici del pubblico e medici dipendenti di aziende private, molti dei quali attendono il rinnovo del contratto di lavoro da 20 anni.
  10. Era stato annunciato il rispetto dei contratti di lavoro ed il rinnovo dei CCNL entro la scadenza; invece stiamo riscontrando numerose difficoltà nella corretta applicazione del CCNL 2016-2018 nelle aziende, in particolare degli articoli che riguardano l’orario di lavoro, nel tentativo di continuare a lucrare sulle ore lavorate a titolo gratuito. Al contempo siamo ancora in attesa dell’emanazione dell’atto di indirizzo necessario ad avviare le trattative per il CCNL della dirigenza medica e sanitaria 2022-24, che scadrà tra due mesi.

«Con questo scenario, non possiamo che condividere la scelta di chi decide di abbandonare la sanità pubblica. La Federazione CIMO-FESMED sarà dalla sua parte, e offrirà ogni possibile aiuto per supportare l’uscita dal SSN», conclude Quici.

Il malessere della medicina convenzionata

«A fronte di un grave disagio e di una profonda sofferenza manifestata dall’intera categoria, nella Legge di Bilancio perdura da parte dei decisori politici l’assenza di iniziative volte a stanziare risorse aggiuntive per il raggiungimento degli obiettivi di politica sanitaria. Questo, nonostante gli sforzi e le necessità rappresentate più volte dallo stesso Ministro della Salute con richieste di stanziamenti più significativi sui professionisti», aggiungono le sigle della medicina convenzionata.

Da parte dei sindacati, a tutela dei lavoratori ma anche della salute dei cittadini, si pone infatti l’imperativo di esprimere con la massima forza possibile il proprio dissenso per una Legge di Bilancio che stanzia per gli operatori della sanità risorse inadeguate, addirittura del tutto assenti per la medicina convenzionata, nonostante la riforma preveda il potenziamento della medicina territoriale – dimenticata persino in prospettiva 2026 sotto forma di possibili incentivi, detassazioni e decontribuzioni, a differenza dei dipendenti, utili a sostenere lo sforzo assistenziale prodotto dai singoli medici, che pagano in proprio i fattori di produzione o subiscono la differenza di retribuzione con i colleghi con i quali lavorano fianco a fianco tutti i giorni per 365 giorni all’anno.

Alla mancanza di risorse, per le organizzazioni sindacali della medicina generale e per la specialistica ambulatoriale, si aggiunge la beffa del finanziamento delle borse per le Scuole di Specializzazione meno richieste. Sono dimenticati investimenti sul Corso di Formazione Specifica in Medicina Generale che già da anni ha un tasso di copertura delle borse tra i più bassi con una remunerazione per ogni singola borsa di studio che è inferiore alla metà di quanto previsto per le borse universitarie.

Un dato che si traduce di fatto nella scelta di disinvestire nel futuro della medicina generale e della specialistica ambulatoriale pubblica e, in assoluto, nell’assistenza primaria che il Servizio sanitario nazionale deve garantire ai cittadini, vista anche la grave carenza di medici di famiglia e di specialisti ambulatoriali che è ormai emergenza in tutta Italia. 

Marta C. González vince il Premio Lagrange 2024

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«Fin da bambina, sono sempre stata affascinata dalla scienza, ma anche dal suo impatto sociale. Ho studiato fisica, ma è quando ho incontrato la comunità di ricerca sui sistemi complessi che ho sentito che tutti i pezzi del puzzle stavano andando al loro posto. Ho capito che si trattava del gruppo giusto per guidarmi attraverso i miei interessi. Sono molto onorata di ricevere questo premio, che è molto prestigioso e si rivolge agli scienziati della complessità». Commenta così a TrendSanità Marta C. González, vincitrice del Premio Lagrange 2024.

Di origine venezuelana e statunitense d’adozione, González è docente in Pianificazione urbana e regionale e in Ingegneria civile e ambientale presso l’UC Berkeley.

Il suo lavoro si concentra soprattutto sulla mobilità delle persone su scala urbana come chiave per comprendere le interazioni fra gli individui e lo spazio costruito.

«Oggi la grande sfida nel nostro ambito è governare gli effetti del cambiamento climatico nelle città: credo che la mitigazione e l’adattamento ai cambiamenti climatici siano alcune delle sfide che ci terranno impegnati nei prossimi anni».

La sostenibilità delle città

«Per la pianificazione urbana e dei trasporti è utile sapere dove si trovano le persone ad ogni ora del giorno, anche per gestire meglio le infrastrutture – premette -. Questo è sempre stato fatto selezionando un campione demograficamente rappresentativo e chiedendogli che tipo di spostamenti avrebbe effettuato quel giorno. Tuttavia, è difficile prevedere gli spostamenti di un’intera città con un campione che rappresenta appena l’1% degli abitanti». 

I dati provenienti dai telefoni cellulari hanno fatto fare un passo avanti aumentando di molto il numero di dati da analizzare. «Tuttavia, anche in questo caso non si tratta di dati completi, perché a volte non si usa il telefono, oppure non si hanno tutte le informazioni di contesto».

Ed è qui che viene in aiuto la fisica statistica per costruire modelli più accurati di come le persone si muovono e combinare fonti di dati diverse. «Quando ho iniziato, queste fonti si chiamavano “non tradizionali”, perché tutti utilizzavano le survey. Adesso sono molte le ricerche che si basano su questo tipo di informazioni», sorride González.

Marta C. González

«In questo momento storico abbiamo bisogno di nuovi modelli per rendere le città più vivibili e meno inquinate – ha ricordato l’esperta durante la cerimonia di premiazione -. Nell’ambito delle scienze sociali è evidente che la disponibilità di grandi quantità di dati ha notevolmente ampliato le possibilità di studiare la società e il comportamento umano attraverso il prisma delle analisi computazionali. Questo approccio è sempre più indispensabile, poiché la società si orienta verso i dati raccolti su grande scala come complemento ai metodi tradizionali della teoria economica. Inoltre, le agenzie di policy making stanno spostando sempre di più il loro interesse su studi che lavorano con grandi volumi di dati raccolti attraverso le tecnologie digitali. È proprio in questa area che la scienza dei dati può estrarre nuova conoscenza».

Il contesto del Premio

Il Premio Lagrange è il massimo riconoscimento internazionale per la Scienza dei Sistemi complessi e dei Dati, istituito e finanziato da Fondazione CRT e coordinato da Fondazione ISI.

Il premio sostiene attivamente progetti di ricerca e iniziative di eccellenza, oltre a rafforzare il ponte tra ricerca accademica e sistema delle imprese.

«Il Premio viene assegnato dal 2008 a scienziati di fama internazionale che si sono distinti per il contributo innovativo nel declinare ai più alti livelli i principi della scienza della complessità e della scienza dei dati. Negli anni, il Premio ha voluto darsi una regola che fosse anche uno stimolo ai giovani ricercatori, ponendo un limite di età (50 anni) per il premiato», si legge sul sito dell’iniziativa.

González premiata dal segretario generale di Fondazione CRT Annapaola Venezia e dal presidente di Fondazione ISI Alessandro Vespignani

Il Premio è inserito in un Progetto più ampio, che esiste dal 2003 e che ha supportato oltre 800 giovani ricercatori, per uno stanziamento complessivo superiore ai 44 milioni di euro: per Fondazione CRT si tratta del più grande investimento in un progetto a regìa propria in ambito scientifico.

«I premi sono importanti non solo per chi li riceve, ma per restituire un’idea di scienza moderna al pubblico – commenta a TrendSanità Alessandro Vespignani, presidente della Fondazione ISI -. Spesso quello che trasmettiamo alle persone è un’idea di scienza ottocentesca: con questo premio intendiamo parlare al pubblico e alla società di un pezzo di studi e di ricerche che magari non sempre si vede, ma che è presente e ha un forte impatto. In questo senso vorrei esprimere un grande apprezzamento per il supporto della Fondazione CRT perché è difficile trovare attori che siano in grado di trasformare una visione in realtà per quasi 20 anni».

Collatina (Egualia) sulla Legge di Bilancio: «Siamo sbalorditi: riducendo il prezzo ex factory dei farmaci, aumenta il rischio di carenze» 

«Siamo profondamente sconcertati. A nulla servono gli allarmi ripetuti sull’urgenza di misure che garantiscano sostenibilità al comparto farmaceutico e creino le premesse per contrastare l’inevitabile fenomeno delle carenze. La manovra va in un’altra direzione. Lo abbiamo spiegato stamattina nel corso di un incontro con il Sottosegretario Gemmato: questa è una riduzione dei prezzi ex factory dei nostri farmaci dopo che da 3 anni stiamo sperimentando crescenti difficoltà a sostenere industrialmente tutti i farmaci critici per le terapie croniche. Se noi non saremo nelle condizioni di tenere in commercio i farmaci, a rimetterci alla fine saranno i cittadini». Questo il commento di Stefano Collatina, presidente di EGUALIA – l’associazione delle aziende produttrici di equivalenti, biosimilari e Value Added Medicines – dopo un incontro urgente chiesto al Ministero della Salute sulle misure relative alla farmaceutica contenute nella Legge di Bilancio presentata dal Governo Meloni.

Nel mirino la norma della Legge di Bilancio 2025 che riduce le quote di spettanza delle aziende produttrici a favore della distribuzione intermedia

«Non solo non figura nessun intervento di alleggerimento del payback sulla farmaceutica convenzionata (1,83% sul prezzo al pubblico versato alle Regioni), più volte sollecitato da parte dei produttori dei farmaci equivalenti e biosimilari, a più basso costo, che generano risparmio per il Servizio sanitario nazionale – spiega Collatina. – Vengono invece ridotti i prezzi ex factory dei farmaci rivedendo al ribasso le quote di spettanza sul prezzo al pubblico delle aziende produttrici per i farmaci di classe A. Meno di una settimana fa, alla presentazione del Rapporto annuale di Nomisma sul settore degli equivalenti, le istituzioni hanno riconosciuto l’urgenza di intervenire ed ora ci ritroviamo a parlare di una riduzione del prezzo ex factory. Nessuno mette in dubbio le legittime istanze della distribuzione – prosegue il Presidente di Egualia – ma non possiamo accettare che tale sostegno arrivi a discapito delle nostre imprese, quelle stesse che continuano a garantire risparmi costanti all’SSN e sono rimaste spesso le uniche fornitrici di farmaci essenziali per le terapie croniche ».

«Sono misure destinate ad incidere nella carne viva delle aziende di farmaci fuori brevetto che già oggi vedono i propri margini ridotti al limite – conclude Collatina. – Di questo passo i distributori si troveranno ad avere sempre meno farmaci da distribuire. Speriamo che la politica riesca a comprenderlo ed inverta la rotta».

Spesa farmaceutica gennaio-aprile 2024: +17% per gli acquisti regionali, nuova remunerazione per le farmacie

Gli aumentati acquisti da parte delle Regioni e la nuova remunerazione delle farmacie sono gli elementi di maggiore rilievo del monitoraggio della spesa farmaceutica nei primi quattro mesi dell’anno, con la spesa per acquisti diretti effettuati dalle strutture sanitarie regionali che cresce del 17%, spinta soprattutto da farmaci ospedalieri oncologici.

«L’andamento dei dati di spesa – commenta in una nota il Presidente dell’AIFA, Robert Nisticò – conferma quanto si verifica anche negli altri Paesi avanzati, ossia la sempre maggiore incidenza dei farmaci altamente innovativi, senza alcuna alternativa terapeutica, che in Italia da soli valgono il 38,6% della spesa pubblica per i medicinali, che in Europa si prevede in crescita di 59 miliardi di dollari da qui al 2027. Certo, qualcosa in più si può fare sul piano dell’appropriatezza, definendo a livello locale percorsi di cura e controlli più efficaci per contenere il fenomeno dell’iperprescrizione. Lavoro che non compete all’AIFA, la quale attraverso la contrattazione dei prezzi tra i più bassi d’Europa e le 342 ricontrattazioni avvenute in poco più di sei mesi, fa di tutto per contenere la crescita della spesa. Crescita che resta tuttavia ineluttabile e richiederebbe un approccio non più a silos del suo controllo, in considerazione dei risparmi dei costi sociali e sanitari che l’innovazione farmaceutica sta apportando e sempre più apporterà in futuro».

Cresce del 2,3% la spesa per i farmaci venduti in farmacia

Si iniziano a registrare gli effetti sulla spesa farmaceutica convenzionata del nuovo schema di remunerazione delle farmacie introdotto a partire da marzo 2024, che interviene disancorando l’agio per il farmacista dal prezzo del medicinale e incamerando la remunerazione aggiuntiva introdotta dopo la pandemia. «Per questo motivo – spiega il Direttore Tecnico-Scientifico dell’AIFA, Pierluigi Russo – abbiamo registrato una riduzione dello 0,4% rispetto all’analogo periodo dello scorso anno della spesa convenzionata per farmaci rimborsabili, basata sul prezzo di vendita al pubblico in farmacia, in controtendenza rispetto ad un incremento della corrispondente spesa netta del +2,3% comprensiva della nuova remunerazione e tenendo conto dell’abrogazione delle scontistiche di legge negli ultimi due mesi del periodo».

I dati comunicati dalle Regioni sono ancora provvisori e oggetto di rettifiche – precisa Russo – al riguardo si registra un anomalo aumento della spesa per i ticket sulla ricetta del +9,3% rispetto all’anno precedente. Nel complesso il monitoraggio del tetto della spesa convenzionata registra nei primi 4 mesi dell’anno un avanzo di 208 milioni di euro rispetto al tetto programmato del 6,8% del Fondo Sanitario Nazionale e una spesa da tetto che cresce di 63 milioni di euro rispetto a quella registrata nel medesimo periodo nel 2023».

L’AIFA a fine maggio, in attuazione della legge finanziaria, ha riclassificato dalla fascia A ad uso ospedaliero ad A con dispensazione in farmacia i medicinali antidiabetici della categoria delle gliptine, «ma probabilmente solo con i dati di monitoraggio gennaio-luglio 2024 si inizierà a registrare l’impatto effettivo sulla spesa, in funzione delle tempistiche con le quali le diverse Regioni hanno deciso di spostare le gliptine in erogazione convenzionata», spiega Russo.

Spinta dagli acquisti regionali, nei primi 4 mesi dell’anno sale del 17% la spesa dei farmaci acquistati direttamente dalle Regioni

L’aumento della spesa per acquisti diretti da parte delle Regioni nel periodo gennaio-aprile è, in valori assoluti, pari a circa 799 milioni di euro (+17% appunto) rispetto all’analogo periodo dell’anno precedente. «Tale aumento – spiega ancora Pierluigi Russo – è guidato essenzialmente dalla crescita di 828 milioni di euro degli acquisti da parte delle Regioni di medicinali a carico del SSN, equivalenti a un +18,9%, e in particolare dai farmaci di fascia H ospedalieri, prevalentemente oncologici, in aumento del 20,8%. L’aumento è controbilanciato dalla parziale riduzione del 6,8% della spesa per i farmaci innovativi fuoriusciti dall’apposito Fondo ed entrati nel computo della spesa soggetta al tetto degli acquisti diretti. Nei primi quattro mesi del 2024 la spesa sostenuta dalle Regioni per l’acquisto di medicinali di fascia C è stata invece inferiore di quasi il 13%».

«Complessivamente il monitoraggio del tetto degli acquisti diretti, coincidente con l’8,3% del Fondo Sanitario Nazionale, registra uno sfondamento di 1,47 miliardi di euro rispetto alla spesa programmata. Nei primi quattro mesi dell’anno la spesa per acquisti diretti delle Regioni registra una percentuale sul FSN dell’11,8%, in riduzione rispetto a quella precedentemente comunicata nell’ambito del monitoraggio gennaio-febbraio 2024. Incidono su questo risultato diversi elementi, tra i quali l’uscita di medicinali importanti dal Fondo farmaci innovativi, come si evince dalla riduzione del 6,8% della spesa per tali medicinali, nei primi quattro mesi del 2024 rispetto all’anno precedente», conclude Russo.

Aceti (Salutequità): «Garantire il diritto del cittadino a tempi certi per le prestazioni»

Il disegno di legge sulle liste di attesa deve parlare chiaro su un aspetto che rappresenta il suo vero punto di arrivo: è necessario dare certezza e garanzia al diritto del cittadino di accedere alle prestazioni nei tempi massimi previsti dalla norma rispettando i codici di priorità.

È necessario dare certezza e garanzia al diritto del cittadino di accedere alle prestazioni nei tempi massimi previsti dalla norma rispettando i codici di priorità

«Per farlo – ha spiegato Tonino Aceti, presidente di Salutequità, durante l’audizione al Senato nell’ambito dell’esame del Ddl sulle prestazioni sanitarie – è indispensabile dettagliare meglio il meccanismo di garanzia e rendere questo diritto effettivamente cogente. Come? Stabilendo nella legge che l’operatore CUP (il Centro Unico di Prenotazione) che prende in carico la persona deve essere responsabile dall’inizio alla fine di gestire il caso e chiuderlo nel modo previsto dalla Regione in un tempo di 48 ore. Se al momento del contatto con il cittadino il CUP non ha la capacità di dare una data rispettosa dei tempi, si prende 48 ore, si coordina con la direzione generale o altro personale dedicato della ASL e con questo analizza e trova una soluzione al problema. Se la soluzione non c’è nel servizio pubblico, si dà l’autorizzazione ad andare in libera professione intramoenia o nel privato accreditato pagando il solo ticket. Questo deve essere automatico perché il cittadino ha diritto alla prestazione, nei tempi stabiliti e non deve più assolutamente ricorrere di tasca propria al privato o rinviare se non rinunciare alla prestazione: un grande elemento di iniquità nel servizio sanitario».

L’accesso tempestivo alle cure, ha ricordato Aceti, «è uno degli obiettivi mancati oggi nel Ssn. L’Istat dice che 4,5 milioni di cittadini nel 2023 hanno rinunciato alle cure per liste d’attesa e solo poche regioni nel 2023 sono tornate dopo l’emergenza Covid a livelli più bassi del 2019 rispetto alla rinuncia alle cure. Cresce però – ha aggiunto – la spesa sanitaria privata da parte delle famiglie ed è la Corte dei conti a dirlo: nel periodo 2021-2023 si passa da 41 miliardi a 43, con un’incidenza sul PIL ormai che ha raggiunto il 2,1 per cento».

Oggi accade, ha spiegato Aceti, che il cittadino chiami il CUP, ad esempio, con un codice di priorità di 30 o 60 giorni e questo dà una data su tutta la Regione che non è rispettosa dei tempi massimi a volte anche di molti mesi. Poche Regioni si salvano da questa situazione. A questo punto il Cup inserisce il cittadino nelle cosiddette liste di garanzia: si prende nome e cognome dell’assistito con l’impegno di richiamarlo entro tre quattro giorni, che diventano spesso una settimana, anche dieci giorni, oppure non è proprio richiamato”.

«Il meccanismo non funziona – ha detto Aceti – e quando in caso richiamano, dicono spesso che la prestazione in quei tempi non c’è, si lascia il cittadino solo con la prescrizione e il problema e lì si chiude la possibilità di cura per la persona nel servizio pubblico».

Le proposte, le osservazioni e le possibili soluzioni di Salutequità nell’audizione al Senato (X Commissione) sul provvedimento

Altri  aspetti importanti delle osservazioni di Salutequità – che ha trasmesso alla Commissione una nota dettagliata nel merito –  riguardano la necessità di accelerare i tempi di applicazione della legge con l’emanazione dei decreti attuativi «perché sono tutti in ritardo rispetto alla tabella di marcia – ha aggiunto Aceti –  e questo è un elemento di criticità: quel provvedimento che, se può portare effetti, lo può fare solo se i decreti attuativi raggiungono il traguardo e lo fanno nel più breve tempo possibile».

Aceti ha poi segnalato alla Commissione la necessità di un intervento deciso sul depotenziamento del testo del decreto-legge originario nella legge di conversione sulle cosiddette “agende bloccate”.

Tonino Aceti
Tonino Aceti

«Un depotenziamento – ha spiegato – che c’è stato in fase di conversione dove una delle prerogative della piattaforma nazionale di Agenas era di individuare le cosiddette agende bloccate. Questo elemento è una criticità, un depotenziamento del provvedimento che oggi invece tornerebbe molto utile. Per questo chiediamo che nel Ddl si ridia ad Agenas la prerogativa di mappare anche le agende bloccate».

Secondo Aceti poi, ci sono aspetti da maneggiare con prudenza e mettendo paletti molto chiari per non mettere sotto pressione ancor di più i redditi delle famiglie per curarsi o lasciare indietro i più fragili. È il caso della previsione di oneri a carico degli utenti per lo svolgimento in telemedicina di prestazioni laboratoristiche, per le quali non si specifica se le stesse saranno alternative alle “prestazioni tradizionali” o aggiuntive. Nel primo caso ci troveremmo in presenza di uno spostamento inaccettabile dei costi dei LEA dal SSN alle famiglie. Così come della possibilità anche per le persone con scarse o nulle competenze digitali di potersi avvalere e concorrere al Registro delle segnalazioni, prevedendo un accesso anche telefonico ad esempio. 

Infine, va rafforzato molto il sistema di monitoraggio e «se il contrasto alle liste d’attesa è una strategia portante del Servizio Sanitario Nazionale – ha concluso – dovrà contare su risorse strutturali per il loro abbattimento». 

«Queste – propone – potrebbero essere anche trovate all’interno degli obiettivi del Piano Sanitario Nazionale (ovvero obiettivi strategici e prioritari sui quali far convergere, in accordo con le Regioni, una quota del Fondo Sanitario Nazionale) che oggi presentano più di qualche criticità, mancando da anni il Piano sanitario nazionale, all’interno del sistema stesso».

«Ho applicato l’economia e la teoria dei giochi per salvare vite con i trapianti di rene»

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I microRNA e il loro ruolo nella regolazione genica post-trascrizionale avranno implicazioni notevoli per la nostra salute nel presente e nel futuro. E mentre celebriamo ancora per queste scoperte, e per le potenzialità che hanno, i premi Nobel 2024 per la medicina appena nominati, i biologi statunitensi Victor Ambros e Gary Ruvkun, non possiamo non pensare a chi, con un premio Nobel all’economia, ha già trasformato da tempo le sue teorie in una risorsa della sanità mondiale pienamente operativa.

«Il nostro compito come economisti non è solo lavorare a come allocare al meglio risorse scarse ma, possibilmente, fare in modo che diventino meno scarse» racconta a TrendSanità Alvin Eliot Roth, in visita in Italia in occasione di un evento organizzato da Istituto Superiore di Sanità e Centro Nazionale Trapianti.

«Non dovrebbe sorprendere che un economista si occupi di trapianti d’organo. L’economia riguarda cooperazione, coordinamento e scambio» dice ancora il premio Nobel del 2012, pioniere dell’applicazione delle teorie dei giochi e dell’economia sperimentale al sistema dei trapianti. I suoi lavori hanno rivoluzionato questo ambito aprendo la strada alla possibilità di effettuare trapianti di rene incrociati tra coppie incompatibili.

Italia eccellenza internazionale

Alvin Eliot Roth

In un’analisi approfondita del sistema italiano e internazionale dei trapianti, Roth evidenzia i progressi e le sfide ancora aperte. «L’Italia ha raggiunto nel 2023 il livello più alto nella sua storia per le donazioni di organi, ma c’è ancora molto lavoro da fare per colmare il divario tra domanda e offerta, ancora una volta, un concetto economico», aggiunge con un sorriso.

Il gap tra domanda e offerta

I numeri parlano chiaro: circa 8mila persone sono ancora in attesa di un trapianto in Italia. Un numero non casuale che riflette uno squilibrio strutturale tra disponibilità di organi e necessità dei pazienti. «È qui che entrano in gioco i principi economici dello scambio – spiega Roth –. Lo scambio di reni, per esempio, permette a persone che non possono donare direttamente ai loro cari di farlo indirettamente, creando una catena di scambi con donatori compatibili».

Una intuizione da Nobel

«Esattamente 20 anni fa, nel maggio 2004, Roth pubblicava sul Quarterly Journal of Economics (la più antica rivista di studi economici degli Stati Uniti) “Kidney Exchange”, l’articolo nel quale lo studioso esponeva la sua “teoria del matching” applicandola al problema della compatibilità tra donatore e ricevente nel trapianto di rene da vivente e alla necessità di reperire un numero sufficiente di donatori per i pazienti in attesa di un organo – spiega l’ISS in un comunicato pubblicato in occasione dell’incontro -. Roth dimostrò matematicamente che, incrociando i dati immunologici di tutte le coppie in cui una persona sana vuole donare un rene a un proprio familiare ammalato ma non può farlo per assenza di compatibilità, tutti i pazienti avrebbero potuto ricevere l’organo di cui hanno bisogno. Per i suoi studi sulle allocazioni stabili, definiti dall’Accademia reale svedese “un capolavoro di ingegneria economica”, nel 2012 Roth è stato insignito del premio Nobel».

La matematica al servizio della vita

«Quello che facciamo è aiutare i chirurghi a trovare il maggior numero possibile di abbinamenti compatibili. L’idea è che ogni paziente possa ricevere un rene dal donatore compatibile di un altro paziente. Organizzare questi scambi per ottenere il massimo numero possibile di trapianti, o la migliore qualità possibile, in fin dei conti è un problema matematico» prosegue il premio Nobel. Il sistema richiede l’analisi di grandi quantità di dati sulle coppie paziente-donatore per determinare quali pazienti possono ricevere reni da quali donatori. Un puzzle complesso che la tecnologia aiuta a risolvere, ma che richiede anche una visione più ampia del problema.

La sfida europea

Roth individua una criticità significativa nell’attuale approccio europeo: «Al momento, in Europa, Paesi come l’Italia prima cercano di effettuare gli scambi tra i loro pazienti e donatori nazionali, abbinando così tutte le coppie “facili” a livello domestico. Solo successivamente, quando cercano di cooperare con altri Paesi, mostrano loro le coppie difficili da abbinare rimaste escluse». Questa strategia, secondo l’economista, è inefficiente: «È difficile abbinare tra loro coppie già di per sé difficili da abbinare. Sarebbe molto meglio se l’Europa guardasse a tutti i pazienti e i donatori insieme, per capire come organizzare al meglio gli scambi». Primi passi l’Italia in questo senso ha già iniziato a compierli aprendosi agli scambi con una prima rete di Paesi.

Una visione internazionale

Il premio Nobel porta un esempio concreto: «Scambiamo internazionalmente molte cose. In inverno riceviamo frutta dai Paesi dove è estate. Sarebbe positivo poter scambiare reni attraverso i confini nazionali, in modo che ogni paziente che necessita di un rene abbia molte opzioni tra cui scegliere». La sfida, secondo Roth, richiede un cambio di paradigma nella gestione dei programmi di donazione e trapianto. «Apprezzo enormemente il lavoro dei professionisti e dei volontari nel campo delle donazioni e dei trapianti, ma serve un approccio più integrato a livello continentale e internazionale», sottolinea.

Il futuro dei trapianti e l’economia…

La visione di Roth per il futuro è chiara: un sistema europeo integrato che permetta di ottimizzare gli scambi di organi oltre i confini nazionali, aumentando le possibilità di trovare donatori compatibili per ogni paziente. Un obiettivo ambizioso che richiede non solo innovazione tecnologica e coordinamento medico, ma anche una nuova comprensione dei meccanismi economici che possono rendere più efficiente il sistema dei trapianti. «L’economia può sembrare distante dalla medicina, ma quando si tratta di salvare vite attraverso una migliore allocazione delle risorse, i principi economici diventano strumenti preziosi al servizio della salute pubblica», conclude Roth.